La parola a chi sta in carcere: è nata una bambina!

Ciao…,

mi è arrivata oggi la tua lettera e mi ha fatto un immenso piacere anche perché vengo da giorni e giorni di silenzio.   La bambina è nata il …. e l’ho chiamata S…. Ed è bella davvero. Alla fine di una lunga e complicata storia, son riuscita a tenerla con me. Ma domani, proprio domani, lascio questo carcere per andare in una comunità per mamme con bambini. Agli arresti. Se fosse arrivata domani la tua, non l’avrei mai ricevuta.

Ho dovuto accettare questa comunità altrimenti non avrei avuto, probabilmente, la mia bambina. Questo ha deciso il Tribunale dei minori. Dico così perché non ci vado con molta “gioia” visto che mi è stata vietata la corrispondenza, le telefonate e che ho un colloquio ogni 2 mesi e solo con mia madre che, tra l’altro, non ha i mezzi per venire.

Questo è stato il prezzo (caro) per avere con me la bimba. Quindi da un carcere ad un lager. Il passo è breve. Queste misure son state messe perché io da qui potevo uscire con una pena sospesa, da lì con i bimbi, invece, ho un programma di almeno 3 anni. Non sai quanto avrei voluto continuare ad avere una corrispondenza con te/voi. Quanto ne avrei avuto conforto in questo momento. Ma in ‘sta vita troppe volte le cose son arrivate, se e quando, o troppo presto o troppo tardi. 

Dopo tutta una gravidanza in infermeria mi son trovata in ospedale per 10 giorni (per via di un’emorragia alla milza sono restata così tanti giorni) sola, completamente sola in mezzo a donne che condividevano con compagni, amici e parenti il lieto evento. Avrei voluto un volto amico vicino a me in quei giorni, anche per 1 minuto mi sarebbe bastato. Mi son detta: “non piangere Danié”, non piangere, ed ho trattenuto il respiro come quando si va in apnea.

Ecco, ho riniziato a respirare di nuovo, anche se a fatica, una volta lontana da quell’ospedale che x me rappresenta  un surrogato del mondo fuori a cui io non appartenevo da troppo tempo.

Il nido. Mi son ritrovata qui. Il carcere con i bambini! Quanto male fa, credimi. Vedere così tante anime “pulite” in questo inferno.  Qui ho vissuto fino ad oggi, la bambina è la più piccola di tutti e già si è presa la bronchite (quindi tantissimi farmaci che sta prendendo x forza perché qui le madri non decidono niente per il bene dei loro figli) perché i bimbi stando chiusi se la passano a rotazione e stanno sempre male. 

Inoltre mi sono ritrovata ad essere una minoranza (cosa che ho già sperimentato tante volte nella vita mia) perché son quasi tutte zingare. Ovvio che per me non è  assolutamente un problema, ma credo lo sia per qualcuna di loro. È notte, tutto tace ed io mi sono accorta solo ora che scrivo da 1 ora senza mai fermarmi neanche per pensare. La bambina dorme, ogni tanto sorride. Domani andremo via e spero solo che per lei sia un posto migliore di questo.

Mi chiedo come si a possibile che questi bimbi siano qui li vedi correre su e giù per questi corridoio prima della chiusura e credimi che sanno, forse più di noi adulti “inquinati”, dove sono e cos’è questo posto. Vedi madri, x dio, che, come me, stanno con i loro figli qui da appena arrivati in ‘sto mondo, e che a breve compiranno 3 anni e verranno allontanati. Le vedi dagli occhi ‘ste  madri. E non ho mai visto così tanto dolore come nei loro occhi.  

Qui tutti decidono, non solo per te, ma anche per loro al posto tuo. Ed è atroce sentirti dire come tenerlo, educarlo, incoraggiarlo o sgridarlo. Perché non è vero, o non è detto che lo sia a priori che se una persona ha commesso dei reati sia quindi una cattiva madre.

Sognavo da sempre di dare vita alla mia vita, di sentirmi nascere dentro un’anima nuova. Di poter dare il meglio di me, di potermi riscaldare di questo calore nuovo, unico ma così naturale che è divenire madre che ora, seduta su questo letto che condivido con ‘sta piccola vita mia, mi guardo intorno e vedo solo sbarre, cemento. Sento il lezzo della prigionia. Mi chiedo se sia stato giusto. Se –perdio – mettere un’altra vita in ‘sto mondo che non mi piace e convince neanche un po’ sia stato uno sbaglio. 

Ma poi, lo sai che c’è, la guardo, afferro una sua manina, ascolto il suo cuore e mi scendono le lacrime per l’emozione e mi dico, a bassa voce, piano per non farmi sentire, che per una volta, una sola volta, non sono io ad aver sbagliato, che valeva la pena (perché anche per una sola vita vale sempre la pena) anche se nasce in galera, anche se si è soli in mezzo a tanti, anche se il cuore ti scoppia per il dolore non ho sbagliato io stavolta. Questa volta no! 

Mia figlia è in galera, è nata in galera. E questo mondo, ‘sta società permette questo. È umiliante, credimi, è atroce vederli qui ‘sti bimbi, che poi verranno portati via dalle loro madri con cui vivono un rapporto ancor più intenso ed unico vista la situazione.   S… si è svegliata che vuole mangiare, a lei non importa dove si trova in ‘sto momento, per lei esistiamo solo io e lei. Né sbarre, né galere. Lei mi guarda ed io sono lì – la sua mamma – a lei non importa dove ho sbagliato, che cazzo di reato ho commesso. A lei non importa chi sia la guardia di turno a controllarmi, lei afferra un solo dito della mia mano e mi tira, mi porta su, in un mondo nuovo, il suo, dove le persone sono tutte uguali, dove un sorriso genera allegria, dove esiste la libertà di essere ciò che si è, dove tutto è più semplice, davvero.  

Spero un giorno di poterci scrivere di nuovo – quando riavrò la possibilità di avere la corrispondenza te lo farò sapere. Ti ringrazio tanto perché la tua lettera mi ha fatto aprire un po’ ed era troppo tempo che stavo in apnea, nei giorni sempre uguali, in un silenzio che mi gridava da troppo tempo.             Grazie, davvero, che ci siano persone

 

 

 

 

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Un dibattito non più rinviabile: la Repressione che viene

La Repressione che viene!    Da “imputati” a “nemici

sulle tendenze delle politiche repressivo-penali in questo paese nelle parole del poliziotto e del politico

All’inizio di quest’anno, il capo della polizia italiana, prefetto Antonio Manganelli, nell’audizione alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, il 21 febbraio 2012, ha detto:

«Il problema è individuare una risposta da parte dello Stato… Un errore di valutazione fatto anche dalla magistratura che “persegue associazioni di tipo mafioso con gerarchie precise ma ha più difficoltà nel perseguire un’organizzazione che lo è fino a un certo punto, visto che nulla vieta al singolo esponente di fare azioni individuali”. Personalmente – ha detto ancora Manganelli – ho parlato con alcuni dei procuratori più esperti in materia per cercare di capire se ci sono spazi per un’altra figura normativa, diversa dall’associazione o dalla banda armata, per perseguire un’associazione speciale, a metà tra l’organizzazione strutturata e l’organizzazione che ti rende forte in quanto appartieni ad essa ma non ti vieta, anzi, di fare qualcosa da soli».

Il linguaggio dei poliziotti se un pregio ce l’ha è quello di essere scevro da riferimenti filosofici e sociologici; è un linguaggio asciutto, brusco, e Manganelli fa capire cosa vuole: sbattere in galera chi si comporta in un modo non consono all’ordine sociale che faccia o non faccia cose efferate. Ci spiega che ciò si può ottenere con l’aggravanteassociativa” anche per chi compie un gesto individuale, è sufficiente presumere che condivide con altri e altre semplicemente delle idee.

Più complesso e ambiguo il linguaggio del politico:

D’Alema: «Siamo un paese esposto alla minaccia del terrorismo internazionale, alla minaccia dell’eversione interna, alla minaccia economica nel senso della speculazione finanziaria e dell’aggressione delle nostre principali imprese, alla minaccia cibernetica, alla minaccia della criminalità organizzata”. Alla domanda se l’eversione interna sia riconducibile al terrorismo classico rosso o nero, D’Alema ha risposto:Non hanno la forma del terrorismo degli anni Settanta. Ma non c’è dubbio che persistono, sia nelle code di quel terrorismo (penso brigatista), sia fenomeni legati all’anarco insurrezionalismo, sia fenomeni di violenza squadrista, di eversione di destra. Sono fatti alle cronache. Il problema è come monitorare questi fenomeni, anche attraversoun’azione di prevenzione, di individuazione dove queste minacce si concentrano. Noi abbiamo sollecitato una costante attenzione dei servizi e degli organi di polizia».

Cosa bolle in pentola?  Senza addentrarsi in elaborati e complicati analisi sulla lunga crisi capitalistica attuale, ormai è chiaro in tutte le analisi, anche di parti avverse che il tenore di vita delle classi subalterne e anche di settori della piccola-media borghesia, è destinato a scendere, scendere di molto, con un massacro per la coda, per gli ultimi nella scala sociale, per i quali si prevede marginalizzazione repressa, un degrado, un’esistenza fatta di espedienti extralegali.

Una tale situazione produce inevitabilmente “disordine sociale”. Così lo immagina e lo definisce il poliziotto,  ma anche il politico e, forse, anche molti e molte di noi. Il “disordine sociale” in periodi in cui l’ordine capitalista-imperialista non riesce a garantire ciò che aveva promesso è un passaggio necessario, è uno scenario assai probabile, che non tiene conto dei giudizi morali di preti e strizzacervelli.

Il “disordine sociale” è possibile che assuma le caratteristiche del conflitto organizzato e ben indirizzato, come settori della sinistra antagonista se lo immaginano. È possibile ma forse no! D’altronde è esercizio inutile e anche presuntuoso prevedere le forme che assumerà il conflitto prossimo. Semmai i “nostri compiti” sarebbero quelli di stare vicini alle realtà in ebollizione e favorire e accompagnare la costruzione delle strutture autorganizzate di questi strati sociali che possano stimolare e dirigere la lotta.

Da parte loro, governanti, burocrati, magistrati e poliziotti, predispongono gli strumenti per mettere al primo posto non tanto la repressione di comportamenti contrari alla legge (repressione che continua a imperversare), ma si preparano a incentrare l’azione sulla prevenzione finalizzata alla difesa sociale. L’idea di sicurezza coincide sempre più con l’estromissione dalla vita sociale del condannato, e anche del probabile trasgressore.

Per realizzare questo obiettivo, l’ordinamento legislativo esistente utilizza un istituto giuridico lasciatogli in eredita dal fascismo: la pericolosità sociale (sono tante le eredità e i lasciti del fascismo che la repubblica democratica, utilizza ampiamente).

Non avviene solo in questo paese, in molti ordinamenti definiti “democratici”, vengono inseriti meccanismi simili che privilegiano la pericolosità del soggetto o addirittura del gruppo sociale di provenienza. Negli Usa a fronte di un tasso medio di carcerazione di 751 su 100mila abitanti per tutta la popolazione (ed è il più alto del mondo), dividendolo per settori sociali, si ha che il tasso d’incarcerazione per i bianchi è di 393 per 100.000, per i neri di  2.531. Per i maschi neri si arriva a 4.919 per 100mila abitanti.

La pericolosità sociale è lo strumento in mano al potere per impedire-prevenire comportamenti che possano alimentare il “disordine sociale”, individuando e neutralizzando i probabile futuri attori di tali comportamenti. Per questa scuola di pensiero la sanzione penale deve essere adeguata al rischio che l’autore del reato rappresenta per la società e tendere esclusivamente ad impedire che commetta trasgressioni o ne commetta di nuovo (recidiva). Il compito degli operatori della repressione è assegnare un indice di pericolosità a ogni soggetto, valutarne la  propensione a delinquere o a delinquere di nuovo. Il giudizio è dunque di carattere  prognostico, come fa il medico per una persona che rischia di contrarre una malattia. La prognosi si avvale di dati e osservazione sull’ambiente dove vive, le persone che frequenta, se lavora oppure no, se ha famiglia o no, sulle sue idee, sul suo tenore di vita e altri elementi di carattere psicologico e sociologico.

Per la scuola classica il concetto di reato si rappresenta come un illecito caratterizzato da un fatto obbiettivo (compiere un’azione vietata), e soggettivo (la volontà di contrapporsi all’ordine sociale imperante) due fatti in qualche modo misurabili (più difficile da misurare il secondo che ha sempre offerto al potere un margine di discrezionalità verso culture e ambienti “difficili”), rispetto a questi due fattori veniva graduata la pena.

Questo nuovo modello, al contrario, cerca di individuare il complesso delle caratteristiche psicologiche, antropologiche, sociali e culturali del reo, al fine di valutarne la pericolosità.

Questo nuovo modello azzera completamente le garanzie dei diritti di libertà del cittadino, affermati dalla tradizione classica del diritto penale.

Le contraddizioni che si aprono sono enormi.

Si abbandona la proporzionalità fra misura della colpevolezza e misura della pena, potendo giungere alla configurazione di una sanzione indeterminata nella sua durata, anche per reati di piccola entità (è simile al meccanismo del terzo strike vigente negli Usa: al terzo reato dello stesso tipo, non importa la gravità, la condanna diventa “infinita”).

Le critiche che nei primi decenni del secolo scorso, quando si affacciò questo modello, piovvero sul concetto della pericolosità sociale costrinsero il guardasigilli Alfredo Rocco e i suoi giuristi nel 1930, mentre si apprestavano al “nuovo Codice Penale-fascista”, a smussare questa “novità” limitandola all’applicazione delle misure di sicurezza, non alla pena, prevedendo inoltre il suo carattere non permanente ma sottoposto al riesame periodico della attribuzione di “pericoloso”.

A destra di Rocco!

Pensate un po’: nella repubblica democratica e “antifascista” si va oltre il pensiero del fascista Rocco, si va più a destra del Codice firmato da Mussolini, e si comincia a far valere la “pericolosità sociale” anche per comminare la pena. (La sentenza per i dieci compagni e compagne per i “fatti” di Genova 2001 ne è una chiara prova, come le condanne per i “fatti” del 15 ottobre 2011, così come per gli arresti dei No Tav, e tanti altri casi). Gli attuali repressori pensano che Rocco sia stato “troppo garantista”. Non è un paradosso né una forzatura (è un tema analizzato e studiato in convegno internazionali. Ad esempio:

(Bruxelles, 25 maggio 2012- From the criminal law of the enemy to lawlessness? Conference organised by the EuropeanDemocratic Lawyers association, theSyndicat des Avocats pour la Démocratie- Belgium in partnership with the SaintLouis University Faculties, Brussels.)

Perché stupirci? Se è vero che il fascismo, in tutte le sue varianti, così come il nazismo sono stati strumenti per garantire la stabilità dell’ordine capitalista, per contrastare il conflitto di classe e impedire che questo si trasformasse in istanze rivoluzionarie, anche i regimi democratici devono affrontare lo stesso compito: stabilizzare l’ordine. Compito difficile in tempo di crisi per la mancanza dei margini economici che attenuino il conflitti di classe (welfare). Ci troviamo così di fronte a sistemi democratici che, sul terreno della repressione, rincorrono i regimi fascisti, a volte superandoli. Viene definitivamente abbandonata la proporzionalità della pena al reato, così come il concetto della risocializzazione del condannato, e della flessibilità della pena.

La teoria del “diritto penale del nemico” non è nuova. Nelle società contemporanee è stata trainata dalle “politiche dell’emergenza” e “della sicurezza”. Si è avvalsa della crescente aggressione alle libertà fondamentali, non più compatibili con il mantenimento dell’ordine capitalistico in una fase di lunga “recessione” e altrettanto drammatica “disoccupazione”.

Sotto il pretesto di proteggere l’ordine pubblico, nuovi soggetti sociali sono ormai considerati una minaccia. Queste persone non vengono più viste come soggetti di diritto o cittadini, ma come “nemici” che hanno bisogno di essere neutralizzati attraverso l’intimidazione e il controllo.
Meccanismo oliato e perfezionato intorno alla figura del “terrorista” negli anni 70 e 80, il nemico ha ormai assunto nuove forme, che vanno dagli immigrati clandestini, alle famiglie rom, dai giovani “ribelli”, ai manifestanti anti-capitalisti, dagli attivisti che organizzano picchetti o militanti che si oppongono alle grandi opere dannose, fino ai senza documenti di identità, ecc. Sono questi i nemici senza diritti, additati all’opinione pubblica come i responsabili del malessere crescente della popolazione.

La gamma dei nemici può rapidamente espandersi e lo stato di diritto non sarà più per l’intera popolazione. La “legislazione di emergenza” diventata cultura condivisa a destra e a sinistra, grazie alle campagne mediatiche, ci porta verso un mondo in cui il sospetto si generalizza, il controllo diventa asfissiante e gli organi di polizia aumentano vertiginosamente il loro potere, il consenso e la loro arroganza (dopo aver conosciuto dettagliatamente le torture alla Diaz a Genova 2001, non c’è stata indignazione della cosiddetta “opinione pubblica”). Il garantismo scompare via via dalla cultura del paese.

Per questi motivi il sistema penale e il carcere, che ne è al fulcro, assume sempre più il ruolo di  perno centrale nel governo delle tensioni sociali.

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Le stragi poliziesche e… il rapido cambio di posizione della sinistra istituzionale

2 dicembre 1968 – Avola (provincia di Siracusa)

E’ l’alba del 2 dicembre 1968, è sciopero generale. Da quindici giorni l’agitazione va avanti ma gli agrari rifiutano ogni trattativa. Il fronte reazionario agrario siracusano va dalla Confagricoltura nazionale, al Prefetto legato agli agrari, al Ministro dell’Interno Franco Restivo, siciliano e uomo degli agrari.  I braccianti vogliono mettere in discussione le “zone” salariali che dividono la provincia nella zona Nord, quella dell’agrumeto, attorno a Lentini, classificata “A”, con un salario giornaliero di 3.480 lire per sette ore e mezza di lavoro, e la zona Sud, quella dell’ortofrutta, attorno ad Avola, classificata “B”, con il salario di 3.110 lire per otto ore di lavoro.     No alla “gabbia” salariale e aumento della paga del 10%, circa 350 lire giornaliere.  Al centro della vertenza però è l’eliminazione del “caporalato“.

Da Catania arriva il reparto Celere, per disperdere il blocco stradale. I gipponi della Celere sono sulla superstrada e stanno per arrivare. Il funzionario di polizia intima: il blocco va tolto “costi quel che costi”. Gli armati di stato si schierano: prima fila in ginocchio con i lacrimogeni innestati ai moschetti, seconda fila in piedi con fucili e mitra. Iniziano con le bombe lacrimogene, i braccianti rispondono con lanci di pietre, poco dopo parte la fucileria e le raffiche di mitra. I braccianti fuggono e si disperdono nei campi, cercando riparo dietro i muri a secco gli alberi di ulivo, la polizia organizza una feroce caccia all’uomo. Angelo Sigona, 25 anni da Cassibile, viene inseguito, braccato tra gli alberi, fucilato davanti ad un muretto. Raccolto in un lago di sangue da due compagni, morirà dopo due interventi all’ospedale di Noto e di Siracusa. Giuseppe Scibilia, 47 anni da Avola, inseguito a trecento metri dal luogo degli scontri e fucilato a freddo in pieno petto. Una diecina sono i feriti gravi da colpi di arma da fuoco.

Ascolta qui la canzone di Infantino, Del Re e Dario Fo fatta in occasione della “strage di stato” di Avola.

Dopo il massacro di Avola,  su l’Unità dell’8 dicembre 1968:

«…non è un mistero che in certe caserme della Celere, dai tempi di Scelba, sono stati creati dei veri e propri corsi di ‘studio’ il cui scopo è soltanto di istillare nella mente di ogni poliziotto il ‘dovere’ di picchiare operai, manifestanti, di fare piazza pulita a ogni costo. Una scuola dove si insegna soltanto a odiare.[…] E ancora non è un mistero che durante l’addestramento per i ‘caroselli’ delle camionette agli autisti  si fa capire di non andare tanto per il sottile».  

Sullo stesso giornale Terracini scriveva un artocolo dal titolo Disarmatela!:

«“La polizia come strumento di salvaguardia e repressione della criminalità deve evidentemente figurare nell’organizzazione del nostro Stato, ma adeguatamente ridimensionata da quel massiccio organico che essa oggi ha sotto specie di forze di combattimento civile e opportunamente riattrezzata ai suoi scopi essenziali, il che significa largamente disarmata».  

La Cgil indisse uno sciopero per il disarmo della polizia cui parteciparono dodici milioni di lavoratori.

Dopo Avola, Battipaglia: il 9 aprile ’69, a Battipaglia, in provincia di Salerno, la polizia caricò una manifestazione di operai e braccianti e subito iniziò a sparare uccidendo Teresa Ricciardi e Carmine Citro di 19 anni, rimasero feriti molti altri manifestanti. Su richiesta del prefetto erano stati inviati a Battipaglia 120 carabinieri e 160 agenti di Ps; alla fine della giornata i carabinieri erano 300 e gli agenti 700.

Però a Battipaglia la massa della popolazione reagiva alle cariche della polizia; non indietreggiava, ingaggiava una battaglia accanita, furibonda, dava alle fiamme il municipio e la questura, qua e là sorgevano barricate ….

Dopo Battipaglia, Lelio Basso alla Camera dei Deputati:

«…l’intervento della polizia è già di per sé una vera e propria provocazione perché si dimostra che la mentalità dei nostri governanti non è mutata dai tempi passati. Essi continuano a considerare lo sciopero un fattosedizioso».

Più in là si spinge Lucio Libertini alla Camera nel dicembre ’69: 

«Da quando l’ondata di lotte è cominciata, da quando questo movimento civile di rinnovamento del paese è cominciato, la polizia ha fatto di tutto, in tutte le occasioni, per drammatizzare … per esasperarle». 

Dopo l’omicidio del compagno Saverio Saltarelli, ucciso a Milano da un candelotto lacrimogeno sparatogli in pieno petto a pochi metri di distanza, durante una manifestazioni a un anno dalla strage di stato di Piazza Fontana il 12 dicembre ’70, in un documento della Cgil si legge:

«…i lavoratori italiani non assisteranno passivi a questa violenza poliziesca che si scatena sempre contro chi lotta per la libertà».    

L’Unità denunciava collusioni tra neofascisti e forze di polizia in particolare a  Milano.

Nel dibattito alla Camera sui comportamenti polizieschi, dai banchi del Pci

«…è bene che si sappia con chiarezza questo, ditelo alla vostra polizia: non si illuda  che possa continuare quest’opera di violenza e di aggressione senza che gli operaie i giovani rispondano, perché non sono pecore, sono uomini e difendono la loro dignità»

Poi…avviene qualcosa: la svolta

…a partire dal 1973 la strategia del “compromesso storico” spinse il Pci a cercare legittimità tra gli ex-avversari. Proprio nel ’73 Natta sembrò voler smentire tutto quanto affermato in precedenza e, tra gli applausi dei liberali e democristiani, aveva proclamato l’impegno dei comunisti nel difendere la Costituzione contro «i fatti criminali con cui dal 1969, e ora con virulenza nuova, si è cercato di sconvolgere il quadro democratico della vita e della lotta politica, di colpire il movimento operaio e popolare, di scuotere la funzione, l’autorità dello Stato democratico e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni” concludendo “Sia chiaro: c’è un solco che divide noi comunisti da ogni manifestazione teorica e pratica di estremismo….clima di tensione, di paura, di smarrimento, di sfiducia tra la gente  e, ormai, tra le forze dell’ordine».

A Milano il 16 aprile ’75 veniva assassinato dai fascisti il compagno Claudio Varalli, diciassette anni, militante del Mls (Movimento Lavoratori per il Socialismo); il giorno dopo, il 17 aprile, il movimento scendeva in piazza per una manifestazione antifascista di protesta, un camion dei carabinieri travolgeva e uccideva Giannino Zibecchi. Il deputato del Pci Tortorella sottolineò il dovere del governo di «far rispettare la legge e far valere l’ordine democratico” appellandosi alla “unità tra tutte le forze che hanno dato vita al patto costituzionale».

In poco tempo il Pci aveva ribaltato completamente i toni e i contenuti. Nel 1976, il 14 marzo, in occasione di una manifestazione antifranchista sotto l’ambasciata spagnola in Piazza di Spagna a Roma, la polizia sparava e uccideva un passante (Mario Marotta, un anziano signore), nel dibattito parlamentare che ne seguì, il Ministro degli interni  dava atto della “coraggiosa lealtà” della sinistra (Pci) poiché riconosceva che la responsabilità degli avvenimenti era di coloro che avevano lanciato le bombe incendiarie (molotov), ribadendo che, data «l’eccezionale grave situazione di guerriglia urbana… non deve innescarsi un’affrettata polemica sul delicato problema dell’uso delle armi da parte delle forze di polizia»

Nel Pci la svolta era compiuta, e che svolta! Dal disarmo della polizia a giustificare l’assassinio per sostenere il regime franchista. E come succede ai parvenù che vogliono entrare nel salotto buono, quelli delle botteghe oscure, scavalcarono perfino i questori e i prefetti nel giustificare le forze dell’ordine accusate dell’assassinio di Giorgiana Masi; chiesero l’intervento della polizia durante la cacciata di Lama dall’Università di Roma nel febbraio  1977, «i covi dei provocatori devono essere chiusi” e, dopo la morte del compagno Francesco Lorusso a Bologna, ucciso l’11 marzo del ‘77 dal piombo dei carabinieri,  «non pensiamo che in una situazione così difficile si possano mettere troppi argini all’intervento delle forze dell’ordine».

Da allora in poi, la discesa della “sinistra” è stata inarrestabile! 

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Ci siamo presi la libertà di lottare…

1969,  ci siamo presi la libertà di lottare

«…A sera quando cessammo ogni resistenza fummo incolonnati, ci fu impedito di prendere qualsiasi vestito od oggetto personale, dovemmo passare attraverso un cordone formato da celerini e guardie carcerarie, i quali cominciarono a percuoterci selvaggiamente con manganellate, pugni, calci, cinghiate,ed alcuni secondini con catene munite di lucchetto all’estremità. […] Il pestaggio era cieco e indiscriminato, il livore, la rabbia sadica, la vendetta si abbatteva contro tutti senza alcuna distinzione tra giovani e vecchi e malati ricoverati all’infermeria del quarto raggio. Parecchi di noi nonostante fossero caduti a terra sfiniti dalle botte, sommersi dall’acqua che fuoriusciva dalle tubazioni ed allagava il pavimento, continuarono ad essere colpiti selvaggiamente alla cassa toracica ed anche alla testa, tanto che gli stessi pompieri accorsi per spegnere il fuoco, cercarono inutilmente di impedire questi gesti inumani. C’è da dire che i pompieri a più riprese manifestarono ad alta voce la condanna delle azioni dei celerini e secondini[…] Sui camions si trovavano persino dei detenuti che indossavano solo le mutande, tutti i visi erano pesti, sanguinanti, gonfi occhi neri, costole incrinate, mal di testicoli, atroci mal di capo…nessuna visita medica.»

[lettera di un compagno dopo la rivolta di San Vittore, aprile 1969]

Pugni chiusi che diventeranno il simbolo di questa lotta portata fin nelle aule dei Tribunali che questi detenuti “comuni”, ormai soggetti politici, utilizzeranno come megafono del significato politico delle loro lotte.  Era solo l’inizio!

Chi leggerà queste righe, 40 o 50 anni dopo, forse non riuscirà a immaginare cosa intendevano i carcerati di allora per carcere fascista e perché ci lottavano contro.

        Eccolo il carcere fascista (non tanto diverso da quello di oggi):

«Nel fascismo, lo Stato incarna il bene comune, lo Stato si identifica col popolo, il delinquente è nemico dello Stato e dunque anche del popolo. La pena deve perciò avere una funzione afflittiva-punitiva e dev’essere esemplare. Il carcere di conseguenza sarà inflessibile e distruttivo nei confronti degli “incorregibili“, flessibile e attenuato per gli altri. “Occorre stabilire norme di vita carceraria che siano bensì idonee ad emendare il condannato, ma non tolgano alla pena il carattere afflittivo e intimidatorio. E perché la pratica resti ferma ed ossequiente al  pensiero del legislatore, ho riconosciuto la necessità non solo di dettare i precetti positivi, ma di formulare altresì una disposizione, che implica il divieto di ogni giuoco, festa o altra forma di divertimento che a quell’austerità possa recare offesa”. (dalla relazione introduttiva al Regolamento carcerario del 1931 predisposto da Rocco, lo stesso che un anno prima aveva firmato il Codice Penale che ancora porta il suo nome, in quanto ancora in vigore).

Nel 1936 viene approvato il Codice di Procedura Penale dove, all’Art.16 si garantiva impunità agli agenti di pubblica sicurezza per fatti compiuti in servizio e relativo all’uso delle armi o altro mezzo di coazione fisica(ricorda Genova 2001; qualcuno dirà: “ma nel 2001 non c’era il regime fascista”! Boh!)

Il Regolamento Carcerario del 1931 suddivide le carceri in tre gruppi:

a= custodia preventiva (giudiziari);       b= esecuzione della pena ordinari (reclusori);       c= esecuzione di pena speciali (le carceri speciali verranno ripristinate nel 1977 in atmosfera di Unità nazionale).   Il regime disciplinare si basa principalmente sul lavoro e sulla religione, con l’appendice dell’istruzione.

Lo stesso Mussolini, nel discorso parlamentare in occasione dell’approvazione del Regolamento Penitenziario, si accanisce contro chi, studiando le carceri, corre il rischio di “vedere questa umanità sotto un aspetto forse eccessivamente simpatico. Credo che sia prematuro abolire la parola pena e credo che non sia nelle intenzioni di alcuno convertire le carceri in collegi ricreativi piacevoli, dove non sarebbe tanto ingrato il soggiorno».

Certo Mussolini era una carogna… però questo concetto fu ribadito nel 1954 da esponenti del governo della Repubblica democratica, leggete:

«la vita del carcere non dev’essere tenuta ad un livello superiore a quella che la non elevata classe di appartenenza  può offrire nella vita libera.»

Nel frattempo era avvenuto un cambio di regime, abbattuto quello fascista, il Paese Italia era stato dichiarato Repubblica democratica antifascista. Ma nelle galere non se ne era accorto nessuno!

«Le punizioni andavano dall’ammonizione del direttore alle celle d’isolamento, ed erano previste sanzioni come il divieto di fumare, di scrivere, di lavarsi, di radersi per alcuni giorni; vi era poi l’interruzione dei colloqui, la sottrazione del pagliericcio, fino al letto di contenzione, il “balilla” (non solo nei manicomi), la camicia di forza e la cella ‘imbottita‘. Molte infrazioni avevano risvolti ‘penali’ ossia facevano scattare denunce e condanne che allungavano la pena spesso in maniera assai superiore a quella per scontare la quale si era venuti in carcere (“si allunga la cavallina“). L’entità delle punizioni era attribuita in maniera del tutto discrezionale dal personale di custodia e dalla direzione, il fine era quello di attuare un    “condizionamento comportamentale”   che  spesso causava  turbe psichiche; ma questo non preoccupava nessuno.»   

Ci sono volute numerose rivolte, costate ai detenuti botte, isolamento, anni di galera e morti per spazzare via un po’ di quella patina di fascismo che gravava sulle carceri italiane

Dopo la RIVOLTA  dell’Aprile  1969:

«…è come se un uragano fosse passato nelle sezioni travolgendo l’ordine carcerario. I cancelli delle celle erano aperti, le pesanti porte di legno scardinate, i lucchetti rotti e gettati sul pavimento. I muri anneriti dal fumo dei materassi bruciati…Altri simboli del potere penitenziario erano stati distrutti durante quella rivolta dell’aprile 1969: l’ufficio matricola, il casellario, i macchinari ai quali i detenuti lavoravano otto ore per un mercede di 350 lire al giorno”».

Quando ancora gli scontri impazzavano a Torino e Milano un’eco giunse dal Sud, da quel carcere giudiziario di Bari con oltre 500 detenuti, sovraffollato e privo dei minimi requisiti igienici. Il 15 aprile i reclusi forzarono i cancelli di tutto il corridoio centrale, appiccarono il fuoco alle lavorazioni e salirono sui tetti dopo aver forato il solaio. Ben presto, la distanza geografica tra Nord e Sud venne colmata, e in decine di carceri, in tutta la penisola e nelle isole, migliaia di reclusi protestavano.   

Le  rivendicazioni erano le stesse delle rivolte del giugno 1968 di Le Nuove, San Vittore, di Poggioreale e dell’Ucciardone…».     

continua…          
vedi anche:  qui   e   qui
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Perché l’isolamento carcerario?

      …perché l’isolamento carcerario…

«[…] Nel 1790, sotto l’influenza diretta dell’ambiente quacchero, fu inaugurata a Filadelfia la prigione di Walnut Street dove furono internati in solitary confinement i condannati a pena detentiva. La nuova disciplina carceraria si fondò sull’isolamento cellulare continuo dei reclusi, sull’obbligo del silenzio, sulla meditazione e sulla preghiera. In realtà questa forma di esecuzione penitenziaria, che permetteva di ridurre drasticamente le spese di sorveglianza, non fu del tutto originale: la Maison de force istituita in Belgio e il modello del “Panopticon” di Bentham in Inghilterra già preannunziavano l’introduzione del carcere cellulare.

Nell’organizzazione del carcere di tipo filadelfiano le formulazioni più estremistiche del pensiero protestante trovarono piena attuazione. Secondo i riformatori, il solitary confinement era in grado di risolvere ogni problema penitenziario; esso impediva la promiscuità fra i detenuti e permetteva, attraverso l’isolamento continuo, il silenzio e la preghiera, quel processo psicologico di introspezione che veniva ritenuto il veicolo più efficace per il ravvedimento. La religione costituì lo strumento privilegiato per educare alla soggezione e riformare i devianti.

Il sistema filadelfiano fu imitato da numerosi Stati americani ed europei; introdotto in America nel 1796 a Newgate nello Stato di New York, nel 1804 a Charleston nel Massachusetts e a Baltimora nel Maryland, e nel 1803 a Windsor nel Vermont.

 […] Malgrado fosse considerato il sistema di imprigionamento più umano e civile, il tasso crescente dei suicidi e della pazzia tra gli internati, quale effetto diretto dell’isolamento continuo, generarono dubbi e perplessità circa l’efficacia e la capacità rieducativa del sistema. Fu comunque il mutamento nel mercato del lavoro, con un sensibile aumento della domanda ed un conseguente rialzo del livello salariale, che determinò la crisi definitiva dell’esperienza filadelfiana.  Il solitary confinement, infatti, non solo privava il mercato di forza lavoro detenuta, ma attraverso l’imposizione di un lavoro antieconomico, quale era il lavoro svolto dai detenuti all’interno delle singole celle, diseducava e privava gli internati delle loro originarie capacità lavorative.

L’isolamento dei detenuti garantiva l’esercizio di un potere assoluto nei loro confronti, un potere che non poteva essere bilanciato da nessun’altra influenza; la solitudine era infatti la condizione prima della sottomissione totale.  Questa tecnica quacchera, fondata sulla solitudine e sulle cure spirituali ed applicata con successo in America, fu sperimentata anche in Europa ed il cattolicesimo la recuperò presto nei suoi discorsi. Gustave De Beaumont e Alexis de Tocqueville, inviati dal governo francese a visitare e studiare le prigioni statunitensi, individuarono il vantaggio incontestabile del carcere degli Stati Uniti, nella sua capacità di garantire l’isolamento e la separazione dei detenuti.» [da Valentina Panzani, L’Assistenza Religiosa in Carcere. In L’Altro Diritto.

«Il ‘continuum’ temporale che vige in carcere, sganciato com’è dalle scadenze reali significative (emotive, affettive, istituzionali), crea nei soggetti delle reazioni innaturali ad ogni evento. Reazioni di odio, di aspettativa e di ansia assolutamente immotivate rispetto all’avvenimento cui si rivolgono. Pensiamo al colloquio: si attende tutta la settimana per vivere mezz’ora in parlatorio, dove l’ingorgo delle emozioni creerà una situazione irreale e dove si va non solo per consumare pochi minuti in compagnia di persone care, ma per accumulare sensazioni da rivivere per l’intera settimana successiva.

Il meccanismo di fondo utilizzato dall’istituzione è, secondo Masi, quello dello stress. Si fa il vuoto più o meno assoluto nell’individuo e poi lo si riempie di stimoli «esplodenti». E’ la classica goccia d’acqua che cade nel silenzio totale: ogni volta sembra un colpo di maglio. Esiste un legame stretto fra stress e modificazione della “percezione del tempo“. Già i benedettini, con la tipica scansione del tempo monastico, avevano tenuto conto del pericolo di quella che possiamo definire “malattia del tempo”. Alla fantasticheria mistica alternavano infatti il lavoro, il gioco, l’attività libera e anche la socialità, forse più mondanizzata e «aperta» di quanto si sia disposti a ritenere. La sofferenza legale si può considerare perciò non semplicemente malattia delle sbarre, ma malattia del tempo: «La menomazione dello spazio genera senza dubbio ansia, angoscia, senso di soffocamento, che possono sfociare nell’asma, nella stanchezza cronica, nell’astenia; ma la menomazione temporale, a mio avviso, è più grave. La mente, immersa in una dimensione del tempo innaturale, reagisce in modo imprevedibile. C’è chi non esce più dalla cella, neppure durante l’aria. Chi guarda la televisione di notte e dorme di giorno. Chi rifiuta di pensare e chi pensa troppo. Senza considerare le lacerazioni che non sono visibili e che si manifesteranno più tardi, dopo la scarcerazione.»

(da Ermanno Gallo – Vincenzo Ruggiero, Il Carcere Immateriale, -La detenzione come fabbrica di handicap- Ed. Sonda 1989)

«Gettato nella solitudine, il condannato riflette. Posto solo, in presenza del suo crimine, impara ad odiarlo, e se la sua anima non è ancora rovinata dal male, è nell’isolamento che il rimorso verrà ad assalirlo»  (Foucault)

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Sud Africa: non più stragi razziste, ma stragi democratiche

Sud Africa, 150 chilometri a nord di Johannesburg, 17 agosto 2012.   

34 morti e 78 feriti, più di 50 persone arrestate è il bilancio dei morti negli scontri di ieri tra manifestanti e polizia davanti alla miniera Marikana nella provincia sudafricana del Nord ovest. La polizia ha aperto il fuoco sulla folla degli scioperanti che protestavano.

Alcuni giorni dopo, la multinazionale mineraria britannica Lonmin, che estrae platino a Marikana ed è il terzo produttore mondiale di platino, ha intimato, per mezzo del suo portavoce Gillian Findlay, ai minatori sudafricani in sciopero di riprendere il lavoro pena il licenziamento in tronco. L’ultimatum e’ stato spostato al 21 agosto. Non una parola del funzionario britannico sulla strage, segno di grande civiltà raggiunto dalla Gran Bretagna, molta attenzione l’ha dedicata invece agli andamenti in Borsa del platino così come dell’oro e dei diamanti, in questa fase di turbolenza, beni molto ricercati dai porci della speculazione. Gli speculatori ne richiedono tanto, dunque nelle miniere bisogna aumentare i ritmi di lavoro e allungare gli orari di lavoro. Se qualcuno muore, sarà una piccola voce di bilancio!

Molti sudafricani hanno collegato il massacro alla miniera di platino di Lonmin a Marikana, al massacro di Sharpeville del 1960, quando gli agenti dell’apartheid aprirono il fuoco su una folla di manifestanti neri, uccidendone oltre 50. Oggi i morti sono stati 34.

Nel 1960 c’era l’Apartheid razzista, oggi c’è la democrazia… ieri 50 morti, oggi 34: sono questi 16 morti la differenza tra razzismo dell’apartheid e classismo democratico?

Razzismo ieri, democrazia oggi, non è cambiato lo stato di subalternità totale delle esigenze, dei bisogni e dei desideri umani alla squallida dittatura del profitto. Con buona pace di tutti coloro che pensano che si possa coniugare capitalismo e diritti umani.

Chi ha qualche anno ricorderà le manifestazioni, gli scontri con la polizia, con pestaggi e arresti, sotto le ambasciate sudafricane in tutte le capitali europee e americane. Il movimento degli anni 60, 70 e 80 era presente in ogni manifestazione sportiva e culturale per contestare chi  appoggiava il regime razzista dell’Apartheid in Sudafrica. Queste possenti mobilitazioni costrinsero i governi a inasprire le sanzioni fino a imporre al governo razzista di Pretoria di patteggiare con l’opposizione armata (che Pretoria definiva “terrorista”) una uscita dall’apartheid. Il 27 aprile 1994 si tennero le prime elezioni democratiche con suffragio esteso a tutte le etnie, Mandela fu eletto presidente.

Tra le compagne e i compagni in tutto il mondo si aprì un dibattito di questo tenore: abbattere l’apartheid va bene, ma se rimane l’ordine capitalistico, lo sfruttamento e l’oppressione rimarranno? L’oppressione non si collocherà su un crinale squisitamente razziale ma su uno classista?  Si dovrebbero inserire elementi di socialismo? È un passo avanti oppure no? Può essere una tappa per la liberazione degli oppressi o sarà solo un cambio di guardia nella classe dirigente?

Risultato: finite le sanzioni, in Sudafrica arrivarono più di prima capitali e multinazionali per rapinare le ricchezze del territorio e soprattutto per sfruttare la forza lavoro tenuta a un costo molto basso dalla precedente repressione razzista.

La democrazia formò un ceto politico, includendo anche i colored, in grado di dirigere lo sviluppo capitalistico secondo i canoni in voga: liberismo, bassi salari e pochi diritti, libera circolazione dei capitali e della finanza.

Il risultato è oggi sotto gli occhi di chi vuole guardare, e ci insegna, ancora una volta, che solo l’abbattimento dell’ordine capitalistico può dare inizio alla vera liberazione delle donne e degli uomini dall’oppressione e dallo sfruttamento.

Oggi sui giornali finanziari: “La strage di Marikana continua a sostenere le quotazioni del platino: ieri sul mercato spot londinese il metallo ha superato 1.490 dollari per oncia, il massimo da due mesi.”                                                                                                                               Vogliamo tenercela ancora questa merda!

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Un agosto di … VERGOGNA

Ricordate  Jan Palach?

Nel 1969 aPraga il 16 gennaio si diede fuoco (morì il 19) per protestare contro l’invasione dei carri armati sovietici in Cecoslovacchia, iniziata proprio il 20 agosto dell’anno prima (1968). Il Partito comunista ceko tentava di avviare un percorso di socialismo diverso da Mosca. Di Jan Palach, 21 anni, studente di filosofia, quelli della nostra età, dovrebbero ricordare molto. Nel movimento rivoluzionario si parlò a lungo del suicidio di Jan: manifestazioni, dibattiti accesi, posizioni diverse; tuttavia un uomo che si dava fuoco era per tutti e tutte, allora, un fatto di grande importanza e spessore, al punto di continuarne a discutere per tutti gli anni 70. (recentemente gli squallidi cialtroni della destra si sono illusi di recuperarne l’immagine, ma non gli è riuscito. La storia di Jan appartiene, nella sua drammaticità, alla sinistra rivoluzionaria)

A Praga la piazza principale è oggi intitolata a lui, in molte città hanno vie, piazze, biblioteche, istituti scolastici, parchi , ecc. dedicati a Jan. Ed è giusto così, è stato giusto così! Qualunque giudizio se ne abbia, chi compie un tale un sacrificio, deve avere il diritto che le donne e gli uomini che abitano il suo stesso tempo si interroghino a fondo del perché un uomo si dà fuoco.  

Oggi NO! è il 20 agosto 2012, “un uomo di 48 anni si è dato fuoco in un campo alla periferia di Torino. Del fatto, avvenuto ieri pomeriggio, si è avuta notizia stamani. Vicino al corpo dell’uomo, che viveva da solo a Torino, gli agenti hanno trovato una bottiglia di liquido infiammabile…gli agenti hanno trovato un biglietto indirizzato ai familiari”. [agenzia]

Sempre oggi 20 agosto è morto l’operaio che tra venerdì e sabato 11 agosto si era dato fuoco davanti a Montecitorio, in pieno centro. Ieri mattina alle 6, dopo otto giorni di agonia all’ospedale Sant’Eugenio. Fatali le complicazioni dovute alle ustioni sull’85 per cento del corpo divorato dalle fiamme appiccate dopo essersi versato addosso un litro e mezzo di benzina. Angelo Di Carlo, 54 anni. [agenzia]

Ancora oggi 20 agosto a Reggio Calabria, un uomo ha tentato di togliersi la vita a causa di problemi economici perché gli e’ stata tolta la pensione di invalidità. [agenzia]

Dove se ne discute? Qual’è il dibattito? E le manifestazioni?

In meno di dieci giorno 3 persone si sono date fuoco: i primi due sono morti carbonizzati il terzo è stato salvato in extremis. Solo del primo si sa nome e cognome, gli altri due sono “suicidi ignoti”. I media non li degnano nemmeno di un tratteggo del loro profilo umano e sociale, né il loro nome ha alcuna importanza, nessuno cerca una loro foto, una loro dimensione umana. I media hanno da raccontare le baggianate del ministro Passera sull’ “uscita dal tunnel”  al meeting di Comunione e Liberazione/Ibernazione. Chi si interroga sul loro gesto? Dove sta il dibattito sugli “X” carbonizzati?

Ma chi siamo diventati? Che abbiamo nelle vene? La CocaCola? 

E non finisce qui:

Giovedì 16 agosto 2012. Sud Africa, i minatori in lotta per un aumento salariale, guadagnano 400 euro al mese, si scontrano con la polizia sudafricana, questa ha aperto il fuoco sui minatori che protestavano. È successo nei pressi della miniera di platino di Marikana. 34 morti, centinaia di feriti e di arresti.

All’indomani della strage il prezzo del platino è salito alle stelle.

Ai media interessa questa seconda notizia, ossia che le borse hanno fatto salire il prezzo del platino! Di quanto guadagnano i minatori della “emergente potenza economica” il Sud Africa: 400 € al mese, non una parola, del loro diritto a scioperare e chiedere un aumento, nemmeno una riga. Del fatto che la polizia spara loro addosso, facendo un eccidio del tipo di quelli che faceva il regime dell’Apartheid. Nemmeno una parola.  Nemmeno una parola del perché e… come sia successo che la “grande vittoria della libertà” nel Sud Africa di Mandela, che sconfisse il razzismo dell’Apartheid nel 1993, si sia trasformata nella violenza sfruttatrice del classismo che è impastato con la stessa porcheria del razzismo!   Al tempo di Mandela quante manifestazioni?  Ricordate?  E oggi?

L’apartheid razzista è stato proclamato “crimine internazionale” da una convenzione delle Nazioni Unite… e il classismo? Quello che provoca più crimini? Quello no!

Forse dobbiamo proclamarlo noi il classismo e lo sfruttamento capitalistico  come crimine contro l’umanità e, come tale, combatterlo. Non aspettare le Nazioni Unite. Si rischia di morire di attesa!

… di questo secondo dramma, ce n’è da discutere! lo facciamo nel prossimo post.

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I campioni mondiali della carcerazione

La grande incarcerazione del nuovo secolo

Graduatorie, classifiche, record e medaglie nelle recenti olimpiadi ne hanno diffuse a iosa… la graduatoria dei grandi incarceratori se la sono dimenticata:

al primo posto: Stati Uniti d’America con 751 su 100mila abitanti (2010)

al secondo posto: Russia con 627 prigionieri per ogni 100 mila abitanti. Il numero dei prigionieri in attesa di giudizio era 282 mila del 2000 è cresciuto ai 345 mila del 2003, queste prigioni sono le peggiori camere speciali in Russia

 Negli USA ci sono quindi più di 2,3 milioni di prigionieri, più dello 0,7% della popolazione. Ci sono altri 4,8 milioni di persone che sono libere su cauzione, con la condizionale, o la sospensione della pena (on parole). L’aumento è stato eccezionale a partire dal 1975. Il trend di crescita non si è ancora arrestato, continua a salire; nel 2009 – ultimo dato – l’aumento è stato dello 0,2%.

Quindi 7,2  milioni di statunitensi sono sottoposti al controllo del sistema penale: uno su 32. A questi occorre aggiungere 5 milioni di ex detenuti che hanno perso il diritto di voto.

Gli Stati Uniti hanno meno del 5% della popolazione mondiale e hanno circa il 25% della popolazione carceraria mondiale.

Per reati connessi al traffico di stupefacenti nelle prigioni statali ci sono il 21%, mentre il 55% sono in quelle federali (dati 2004); 

100.000 detenuti sono in isolamento; 128.000 sono ergastolani; 100.000 i minorenni in riformatorio e 15.000 nelle prigioni per adulti.

Lo Stato del Michigan da solo ha 300 minorenni condannati all’ergastolo senza possibilità di rilascio anticipato, come l’ “ergastolo ostativo” esistente in Italia.

Dei 700.000 che si trovano nelle prigioni locali 400.000 sono in attesa di giudizio, poiché sono senza avvocato; aspettano anni prima che qualcuno si degni di trovar loro uno straccio di difensore d’ufficio; il costo dell’avvocato della Difesa va da 160.000 dollari a 386.000.

Metà dei detenuti sono afro-americani. Il tasso d’incarcerazione per i bianchi è di 393 per 100.000, per i neri è 2.531. Se si considerano solo i maschi il tasso per i bianchi sale a 717, mentre per i neri arriva a 4.919.

Le polizie statunitensi arrestano ogni anno circa 15 milioni di persone, di questi 2,2 milioni sono minorenni, mezzo milione sono al di sotto dei 15 anni, 120.000 fra 10 e 12 anni e addirittura sotto i 10 annibambini– sono ben 20.000

 Amnesty International riporta un caso clamoroso di parto con catene negli Usa (è accaduto diversi anni fa, ma la situazione non è migliorata, anzi…):

…una donna, condannata nella Cook County (Chicago, Illinois) per possesso di droga, descrive così il suo parto:   

“Mi hanno sempre tenuto ammanettata mani e piedi, anche durante l’anestesia epidurale. Avevo le caviglie incatenate al lettino e non mi fu permesso di andare in bagno. Nel momento in cui il bambino stava per nascere ci siamo accorti che il poliziotto con le chiavi delle manette era andato a prendere un caffè. Non potevo allargare le gambe e nemmeno era possibile abbassare la parte finale del lettino per via delle manette. Dopo dieci minuti il poliziotto fu rintracciato, mi liberarono le caviglie e il mio bambino poté nascere. Nei tre giorni di ricovero post parto sono sempre stata incatenata, con un piede e una mano, al lettino dell’ospedale.”

 Questo succede nella “più grande democrazia del mondo”. Da noi non va meglio!

AMNISTIA!

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I Nuclei Armati Proletari- NAP

(da: Le Parole Scritte, Ed Sensibili alle foglie, 1996, pag.239)

A Napoli si riunirono nel Movimento dei proletari emarginati, a Firenze nel Collettivo George Jackson. E quelli furono i due raggruppamenti da cui si formarono i Nap. Vi furono anche le Pantere rosse, formatesi nel carcere di Perugia che si posero da subito la prospettiva combattente.   Le Pantere rosse e i Nap sono stati la mia scuola. Quando ero entrato non avevo finito nemmeno le medie. Mi sono avvicinato a questi che sapevano parlare, che leggevano, che sapevano com’era il mondo, e grazie a loro ho avuto una mia dignità e una identità. Lì, praticamente ho imparato a leggere, a discutere, a diventare una persona. […] All’esterno chiedevamo soprattutto libri. Io, ma era una cosa un po’ di tutti, avevo un rapporto quasi morboso con i libri. Li guardavo, li accarezzavo, erano un oggetto di culto e di piacere. Si faceva quasi a gara per leggerli. In carcere avevamo costruito il nostro spazio. La nostra idea era di trasformare il carcere in una base rossa. Eravamo molto attratti dalle Pantere nere, la nostra idea era di organizzare qualcosa di simile anche qui da noi. Quando nascono i Nap vi aderisco immediatamente. In pratica, dentro, non vi è molta differenza da quando eravamo Pantere rosse e Nap. La nostra idea è un po’ sempre la stessa: organizzare i detenuti, fare del carcere una base rossa, costruire dei quadri rivoluzionari. […] Sia come Pantere rosse, sia come Nap, un seguito anche grosso lo abbiamo, però, è vero, tra le batterie dei rapinatori non abbiamo un grande successo. I motivi sono tanti. All’epoca pensavamo che ciò fosse per il loro individualismo che non gli consentiva di accettare una disciplina dura come la nostra, o anche che erano troppo condizionati dall’ideologia consumistica della borghesia. Il grosso dei nostri simpatizzanti o militanti era composto da ragazzi come me, piccoli illegali che provenivano dal mondo della strada. […]   [Maelstrom, pag. 165]

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Il ferragosto nelle maledette galere

Il caldissimo mese di luglio 2012 si è chiuso con sette suicidi più un detenuto morto dopo 25 giorni di sciopero della fame senza che nessuna istituzione gli chiedesse il motivo, uno ammazzato nei lager del dominio psichiatrico, nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, più altri cinque morti per cause da accertare o non-precisate. 14 morti ammazzati dal sistema istituzionale carcerario.
Agosto si è aperto con 3 suicidi nella prima settimana!

Dall’inizio del 2012 sono 97 i prigionieri morti finora, di cui 36 suicidi; se poi aggiungiamo i tentati suicidi e gli atti di autolesionismo abbiamo cifre da guerra!

I provvedimenti dei governi, provvedimenti tanto strombazzati e definiti “svuota carceri” hanno diminuito la presenza di prigionieri e prigioniere di 706 unità su 66.000. Che svuotacarcere! Oltre queste ipergalattìca vergogna, si aggiunge che ben 685 sono ristretti in regime di 41 bis, ossia tortura dell’isolamento (secondo Amnesty e la Commissione HR dell’Onu)   

Per completare questo meraviglioso ferragosto “al di là delle sbarre”, c’è da segnalare che un detenuto del carcere minorile di Bologna (Pratello) ricoverato all’ospedale di Sant’Orsola ha tentato di fuggire. Riferisce una guardia, membro della segreteria del Sappe (sindacato dei secondini) che i solerti agenti “lo hanno rincorso e sono stati anche costretti a sparare dei colpi in aria, a scopo intimidatorio, per farlo desistere dalla fuga. Lo hanno fermato prima che riuscisse ad abbandonare la struttura ospedaliera”, il sindacalista secondino ha poi espresso la sua filosofia:  questo episodio “testimonia lo spessore criminale di molti dei ragazzi rinchiusi nelle carceri minorile, a dispetto di quanto sostengono altri che vorrebbero che le carceri minorili non esistessero” ha poi concluso:  “Ancora una volta encomiabile il comportamento e la professionalità degli agenti, per i quali chiederemo al ministero il conferimento della lode”.

Ma ‘ste guardie sparano sempre e pure contro i ragazzini! mavaffan…!!!

“…di respirare la stessa aria dei secondini non ci va…”

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