Un dibattito non più rinviabile: la Repressione che viene

La Repressione che viene!    Da “imputati” a “nemici

sulle tendenze delle politiche repressivo-penali in questo paese nelle parole del poliziotto e del politico

All’inizio di quest’anno, il capo della polizia italiana, prefetto Antonio Manganelli, nell’audizione alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, il 21 febbraio 2012, ha detto:

«Il problema è individuare una risposta da parte dello Stato… Un errore di valutazione fatto anche dalla magistratura che “persegue associazioni di tipo mafioso con gerarchie precise ma ha più difficoltà nel perseguire un’organizzazione che lo è fino a un certo punto, visto che nulla vieta al singolo esponente di fare azioni individuali”. Personalmente – ha detto ancora Manganelli – ho parlato con alcuni dei procuratori più esperti in materia per cercare di capire se ci sono spazi per un’altra figura normativa, diversa dall’associazione o dalla banda armata, per perseguire un’associazione speciale, a metà tra l’organizzazione strutturata e l’organizzazione che ti rende forte in quanto appartieni ad essa ma non ti vieta, anzi, di fare qualcosa da soli».

Il linguaggio dei poliziotti se un pregio ce l’ha è quello di essere scevro da riferimenti filosofici e sociologici; è un linguaggio asciutto, brusco, e Manganelli fa capire cosa vuole: sbattere in galera chi si comporta in un modo non consono all’ordine sociale che faccia o non faccia cose efferate. Ci spiega che ciò si può ottenere con l’aggravanteassociativa” anche per chi compie un gesto individuale, è sufficiente presumere che condivide con altri e altre semplicemente delle idee.

Più complesso e ambiguo il linguaggio del politico:

D’Alema: «Siamo un paese esposto alla minaccia del terrorismo internazionale, alla minaccia dell’eversione interna, alla minaccia economica nel senso della speculazione finanziaria e dell’aggressione delle nostre principali imprese, alla minaccia cibernetica, alla minaccia della criminalità organizzata”. Alla domanda se l’eversione interna sia riconducibile al terrorismo classico rosso o nero, D’Alema ha risposto:Non hanno la forma del terrorismo degli anni Settanta. Ma non c’è dubbio che persistono, sia nelle code di quel terrorismo (penso brigatista), sia fenomeni legati all’anarco insurrezionalismo, sia fenomeni di violenza squadrista, di eversione di destra. Sono fatti alle cronache. Il problema è come monitorare questi fenomeni, anche attraversoun’azione di prevenzione, di individuazione dove queste minacce si concentrano. Noi abbiamo sollecitato una costante attenzione dei servizi e degli organi di polizia».

Cosa bolle in pentola?  Senza addentrarsi in elaborati e complicati analisi sulla lunga crisi capitalistica attuale, ormai è chiaro in tutte le analisi, anche di parti avverse che il tenore di vita delle classi subalterne e anche di settori della piccola-media borghesia, è destinato a scendere, scendere di molto, con un massacro per la coda, per gli ultimi nella scala sociale, per i quali si prevede marginalizzazione repressa, un degrado, un’esistenza fatta di espedienti extralegali.

Una tale situazione produce inevitabilmente “disordine sociale”. Così lo immagina e lo definisce il poliziotto,  ma anche il politico e, forse, anche molti e molte di noi. Il “disordine sociale” in periodi in cui l’ordine capitalista-imperialista non riesce a garantire ciò che aveva promesso è un passaggio necessario, è uno scenario assai probabile, che non tiene conto dei giudizi morali di preti e strizzacervelli.

Il “disordine sociale” è possibile che assuma le caratteristiche del conflitto organizzato e ben indirizzato, come settori della sinistra antagonista se lo immaginano. È possibile ma forse no! D’altronde è esercizio inutile e anche presuntuoso prevedere le forme che assumerà il conflitto prossimo. Semmai i “nostri compiti” sarebbero quelli di stare vicini alle realtà in ebollizione e favorire e accompagnare la costruzione delle strutture autorganizzate di questi strati sociali che possano stimolare e dirigere la lotta.

Da parte loro, governanti, burocrati, magistrati e poliziotti, predispongono gli strumenti per mettere al primo posto non tanto la repressione di comportamenti contrari alla legge (repressione che continua a imperversare), ma si preparano a incentrare l’azione sulla prevenzione finalizzata alla difesa sociale. L’idea di sicurezza coincide sempre più con l’estromissione dalla vita sociale del condannato, e anche del probabile trasgressore.

Per realizzare questo obiettivo, l’ordinamento legislativo esistente utilizza un istituto giuridico lasciatogli in eredita dal fascismo: la pericolosità sociale (sono tante le eredità e i lasciti del fascismo che la repubblica democratica, utilizza ampiamente).

Non avviene solo in questo paese, in molti ordinamenti definiti “democratici”, vengono inseriti meccanismi simili che privilegiano la pericolosità del soggetto o addirittura del gruppo sociale di provenienza. Negli Usa a fronte di un tasso medio di carcerazione di 751 su 100mila abitanti per tutta la popolazione (ed è il più alto del mondo), dividendolo per settori sociali, si ha che il tasso d’incarcerazione per i bianchi è di 393 per 100.000, per i neri di  2.531. Per i maschi neri si arriva a 4.919 per 100mila abitanti.

La pericolosità sociale è lo strumento in mano al potere per impedire-prevenire comportamenti che possano alimentare il “disordine sociale”, individuando e neutralizzando i probabile futuri attori di tali comportamenti. Per questa scuola di pensiero la sanzione penale deve essere adeguata al rischio che l’autore del reato rappresenta per la società e tendere esclusivamente ad impedire che commetta trasgressioni o ne commetta di nuovo (recidiva). Il compito degli operatori della repressione è assegnare un indice di pericolosità a ogni soggetto, valutarne la  propensione a delinquere o a delinquere di nuovo. Il giudizio è dunque di carattere  prognostico, come fa il medico per una persona che rischia di contrarre una malattia. La prognosi si avvale di dati e osservazione sull’ambiente dove vive, le persone che frequenta, se lavora oppure no, se ha famiglia o no, sulle sue idee, sul suo tenore di vita e altri elementi di carattere psicologico e sociologico.

Per la scuola classica il concetto di reato si rappresenta come un illecito caratterizzato da un fatto obbiettivo (compiere un’azione vietata), e soggettivo (la volontà di contrapporsi all’ordine sociale imperante) due fatti in qualche modo misurabili (più difficile da misurare il secondo che ha sempre offerto al potere un margine di discrezionalità verso culture e ambienti “difficili”), rispetto a questi due fattori veniva graduata la pena.

Questo nuovo modello, al contrario, cerca di individuare il complesso delle caratteristiche psicologiche, antropologiche, sociali e culturali del reo, al fine di valutarne la pericolosità.

Questo nuovo modello azzera completamente le garanzie dei diritti di libertà del cittadino, affermati dalla tradizione classica del diritto penale.

Le contraddizioni che si aprono sono enormi.

Si abbandona la proporzionalità fra misura della colpevolezza e misura della pena, potendo giungere alla configurazione di una sanzione indeterminata nella sua durata, anche per reati di piccola entità (è simile al meccanismo del terzo strike vigente negli Usa: al terzo reato dello stesso tipo, non importa la gravità, la condanna diventa “infinita”).

Le critiche che nei primi decenni del secolo scorso, quando si affacciò questo modello, piovvero sul concetto della pericolosità sociale costrinsero il guardasigilli Alfredo Rocco e i suoi giuristi nel 1930, mentre si apprestavano al “nuovo Codice Penale-fascista”, a smussare questa “novità” limitandola all’applicazione delle misure di sicurezza, non alla pena, prevedendo inoltre il suo carattere non permanente ma sottoposto al riesame periodico della attribuzione di “pericoloso”.

A destra di Rocco!

Pensate un po’: nella repubblica democratica e “antifascista” si va oltre il pensiero del fascista Rocco, si va più a destra del Codice firmato da Mussolini, e si comincia a far valere la “pericolosità sociale” anche per comminare la pena. (La sentenza per i dieci compagni e compagne per i “fatti” di Genova 2001 ne è una chiara prova, come le condanne per i “fatti” del 15 ottobre 2011, così come per gli arresti dei No Tav, e tanti altri casi). Gli attuali repressori pensano che Rocco sia stato “troppo garantista”. Non è un paradosso né una forzatura (è un tema analizzato e studiato in convegno internazionali. Ad esempio:

(Bruxelles, 25 maggio 2012- From the criminal law of the enemy to lawlessness? Conference organised by the EuropeanDemocratic Lawyers association, theSyndicat des Avocats pour la Démocratie- Belgium in partnership with the SaintLouis University Faculties, Brussels.)

Perché stupirci? Se è vero che il fascismo, in tutte le sue varianti, così come il nazismo sono stati strumenti per garantire la stabilità dell’ordine capitalista, per contrastare il conflitto di classe e impedire che questo si trasformasse in istanze rivoluzionarie, anche i regimi democratici devono affrontare lo stesso compito: stabilizzare l’ordine. Compito difficile in tempo di crisi per la mancanza dei margini economici che attenuino il conflitti di classe (welfare). Ci troviamo così di fronte a sistemi democratici che, sul terreno della repressione, rincorrono i regimi fascisti, a volte superandoli. Viene definitivamente abbandonata la proporzionalità della pena al reato, così come il concetto della risocializzazione del condannato, e della flessibilità della pena.

La teoria del “diritto penale del nemico” non è nuova. Nelle società contemporanee è stata trainata dalle “politiche dell’emergenza” e “della sicurezza”. Si è avvalsa della crescente aggressione alle libertà fondamentali, non più compatibili con il mantenimento dell’ordine capitalistico in una fase di lunga “recessione” e altrettanto drammatica “disoccupazione”.

Sotto il pretesto di proteggere l’ordine pubblico, nuovi soggetti sociali sono ormai considerati una minaccia. Queste persone non vengono più viste come soggetti di diritto o cittadini, ma come “nemici” che hanno bisogno di essere neutralizzati attraverso l’intimidazione e il controllo.
Meccanismo oliato e perfezionato intorno alla figura del “terrorista” negli anni 70 e 80, il nemico ha ormai assunto nuove forme, che vanno dagli immigrati clandestini, alle famiglie rom, dai giovani “ribelli”, ai manifestanti anti-capitalisti, dagli attivisti che organizzano picchetti o militanti che si oppongono alle grandi opere dannose, fino ai senza documenti di identità, ecc. Sono questi i nemici senza diritti, additati all’opinione pubblica come i responsabili del malessere crescente della popolazione.

La gamma dei nemici può rapidamente espandersi e lo stato di diritto non sarà più per l’intera popolazione. La “legislazione di emergenza” diventata cultura condivisa a destra e a sinistra, grazie alle campagne mediatiche, ci porta verso un mondo in cui il sospetto si generalizza, il controllo diventa asfissiante e gli organi di polizia aumentano vertiginosamente il loro potere, il consenso e la loro arroganza (dopo aver conosciuto dettagliatamente le torture alla Diaz a Genova 2001, non c’è stata indignazione della cosiddetta “opinione pubblica”). Il garantismo scompare via via dalla cultura del paese.

Per questi motivi il sistema penale e il carcere, che ne è al fulcro, assume sempre più il ruolo di  perno centrale nel governo delle tensioni sociali.

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2 risposte a Un dibattito non più rinviabile: la Repressione che viene

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  2. gianni ha detto:

    Ottima analisi dei metodi preventivi in atto nel paese Italia; sono metodi già sperimentati proficuamente fino dalla metà dell’ottocento ad opera di governi ed apparati statali. Leggevo in questi giorni un testo in francese, “..dal nihilismo al terrorismo..biografia di Netchaiev” e fino dal 1860 i liberali, difensori dei proprietari terrieri, si opponevano al monarca Alessandro II che voleva togliere il servaggio della gleba e dare ai contadini la proprietà gratuita della terra (!!!!) per calmierare con criteri riformisti lo spirito rivoluziaonario e rivoltoso propagandato dagli studenti…La risposta dei “padroni” non si fece attendere: chiusura di giornali genericamente sovversivi, chiusura di biblioteche fondate dagli studenti e da certi intellettuali, tipo Herzen; lunghe detenzioni per direttori di certi giornali e Siberia per quelli ritenuti dei leader; costruzione di tante nuove carceri!! Niente di nuovo nel nostro passato prossimo e recente: collaborazione del PCI nel fiancheggiare l’opera della polizia e dei carabinieri nel segnalare e far perdere il posto di lavoro a compagni operai od impiegati dissenzienti dalla linea del Partito che già allora propagandava una coesistenza pacifica e riformista con l’America e col padronato (parlo per esperienza personale); denuncie per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a creare uno stato d’animo perturbato ed angoscioso” (così recita un articolo di legge tanto in voga negli anni ’68 e seguenti) su indicazione di informatori della Digos e del PCI ; questionari di palazzo e di quartiere distribuiti dal PCI, specie nei poli industriali come Torino per individuare eventuali sovversivi o semplicemente critici verso l’operato di Scelba, Taviani e schifosi del loro tipo (questo metodo di collaborazione era già stato sperimentato negli anni dello stalinismo ed era a norma dello statuto del Partito sovietico, simile al Comitato dei probiviri del PCI, alias Comitato di disciplina ecc). Niente di nuovo quindi nell’operato di SBIRRI come Manganelli od OMUNCOLI pieni di quattrini come D’Alema, Napolitano, Veltroni ecc. allattati da Mosca e cresciuti e ben pasciuti, con i nostri quattrini. Bene comunque, Salvatore, per informare su certi metodi i giovani compagni e simpatizzanti. Gianni Landi

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