Lotta armata – Germania

Dedico una pagina alla lotta armata in Germania per una più rapida consultazione. Anche in ricordo diun compagno morto qualche giorno fa: Norbert Kröcher detto Knofo si è suicidato perché in balìa di una malattia incurabile. Trovate una sua intervista sul movimento 2 giugno di cui Knofo faceva parte qui

Oltre questa di Knofo sul “movimento 2 giugno“, inserisco testimonianze delle/dei militanti della Raf, in particolare della compagna Ulrike Meinhof ,  delle RZ “Cellule Rivoluzionarie” e della formazione armata femminista “Rote Zora“.

QUI- intervista sulla storia della Raf

QUI-intervista sulla storia delle RZ, Cellule rivoluzionarie

e QUI   e   QUI  l’accanimento repressivo contro una compagna e un compagno delle RZ

QUI– intervista alla formazione femminista armata Rote Zora

Scritti di e su Ulrike Meinhof e la ricostruzione della privazione sensoriale cui fu sottoposta nelle carceri dell Germania Ovest e dove fu suicidata

QUI – lo stato tedesco ha suicidato la compagna Ulrike–  e  QUI e   QUI

Uno scritto di Ulrike   QUI

Di seguito una lunga testimonianza di Irmgard Möller, l’unica compagna della Raf che rimase in vita, anche se gravemente ferita, in quella notte tragica tra il 17 e il 18 ottobre 1977,  segue la testimonianza di Margrit Schiller.

                Möller  scritta anche Moeller, una parte di questa intervista è stata già pubblicata in questo blog qui utile per conoscere il percorso di una compagna, militante nel movimento fin dal 1967, 68  e poi l’approdo alla lotta armata nella Raf. Sono esplicitati gli obiettivi della Raf (Rote Armee Fraktion), le loro azioni, e soprattutto una testimonianza diretta di quel 17 ottobre 1977, quando «verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta (il dirottamento del Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo era avvenuto il 13 ottobre da parte di un commando palestinese del PFLP/SCper chiedere la liberazione di una lista di prigionieri politici, la stessa che la Raf chiedeva in cambio della vita di Hans Martin Schleyer sequestrato dalla Raf il 5 settembre 1977 a Colonia. Dopo il sequestro Schleyer il governo attuò il blocco totale dei contatti di 41 prigionieri della RAF con esterni, famigliari e perfino avvocati). La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas BaaderJan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller invece era  ferita gravemente da quattro coltellate al petto. Ecco l’intervista:

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RAF: per noi era liberazione.

Un’intervista con Irmgard Möller su lotta armata, galera e sinistra. (2002).

               Indice:

    Introduzione: cenni di storia tedesca, possibilmente militante 1945/77.

1)Il periodo dell’opposizione extraparlamentare

 2) I primi anni della RAF

 3) L’autunno tedesco e le sue conseguenze

 4)nuova costituzione e lotta per il raggruppamento

 5)dissidi alla cesura

 6) post scriptum: dopo lo scioglimento della RAF

 Documenti inediti e bibliografia (*).

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Intervistatore:

1)Quando hai deciso di cambiare le condizioni nella RFT in maniera militante? Come hai vissuto il 66?

IRMGARD MöLLER: Un Grosso ruolo l’ha giocato la formazione della grande coalizione. Apparse così necessaria un’opposizione. Dalla politica militante ero ancora lontana, ma si riconosceva chiaramente che quell’avvenimento avrebbe condizionato il seguito. Ero a Friburgo e studiavo francese antico e tedesco antico, ma ero triste la perché con quella gente non c’era nulla d’interessante da fare ed ero sola. Studiavano e trincavano vino la sera. Era tutto. Una tristezza! Per questo sono andata a Monaco nel 1967.

2)Tedesco antico e francese: suona come se volessi diventare insegnante

Per niente. Volevo solo andar via dalla Germania. Ma allora si era maggiorenni a 21 anni e la cosa funzionava solo con lo studio. Ma per farlo in Francia avevo bisogno di un paio di documenti dell’università tedesca.

3) . Se a Friburgo trincavano e basta, dove hai fatto le prime esperienze politiche?

I miei genitori erano cattolici e vissero il nazismo in chiara opposizione. Noi ricordiamo con piacere il giorno in cui nel bombardamento di Hannover bruciò il quartier generale della GESTAPO. Mio padre però fu nel dopoguerra un oppositore d’ogni tipo di politica di sinistra. All’inizio per fino la CDU era sospetta per il programma d’Ahlen.[51] Quando divenni maggiorenne nel 1964, conobbi a Hannover un po’ di gente che viveva in Strada, un paio d’inglesi e francesi attorno ai quali si radunava la scena. Poi ci furono un sacco di migranti da Persia, Palestina Armenia, immatricolati in gran parte alla TU (politecnico). Laggiù ho sentito per la prima volta della lotta dei neri degli USA, dell’assassinio di Malcom X, delle condizioni di vita e tortura in Iran, della rivoluzione a Cuba e della lotta in Grecia dopo l’assassinio di Gregor Lambrakis. La storia di Lambrakis mi ha anche visto partecipe, perché sentivo volentieri musica greca-mentre i Beatles non mi piacevano per niente- e Mikis Teodorakis era un compagno di lotta di Lambrakis. Abbiamo passato un’estate in una piazza del centro. Poi si sono uniti a noi giovani pacifisti e lavoratori comunisti, che avevano rifiutato il servizio militare. Era la prima volta che conoscevo comunisti. Ci siamo riuniti là, facendo musica e discutendo, con relazioni assai amichevoli. I miei insegnanti e anche  qualche conoscente mi hanno sibilato[52]  per questo “ritieni proprio  necessario frequentare   gli stranieri”.

Monaco non era paragonabile a Friburgo, là c’era qualcosa già in modo. C’era per esempio l’esperienza della Trikont agli inizi. Un paio di persone andavano a Berlino Est spesso, per rifornirsi d’opuscoli e giornali all’ambasciata cinese. Allora avevamo molti contatti internazionali e possibilità d’informazione. I primi testi della rivoluzione culturale cinese rispecchiavano bene la nostra situazione “ la ribellione è legittima”. Era una voce di rottura. Tutti eravamo mobilitati. Là il socialismo aveva vinto e si stava rivoluzionando in maniera basilare. Non ci doveva essere blocchi.

È per questo che anche Cuba ci attirava. Castro e Che Guevara erano rivoluzionari, non politici di stati socialisti, a differenza d’Ulbricht e Breznev hanno incarnato l’ideale rivoluzionario che doveva cambiare le condizioni sociali globali.

C’erano allora una serie di Teach in,  per radunare gente per la raccolta di canna da zucchero. Io stessa partecipai a piccole azioni di resistenza, come protestare contro le ipocrite celebrazioni a Monaco per i giovani Scholl. Sparavamo volantini fatti a missile nelle caserme americane con scritto di disertare e di non combattere in Vietnam. Nell’’estate del 67 feci autostop fino in  Turchia e  Libano, così come avevo fatto l’anno precedente, ma quella volta vidi i sacchi di sabbia e le barricate che avevano difeso l’aeroporto dagli attacchi aerei israeliani durante la guerra dei 6 giorni.

Fu un’esperienza molto importante per me, e non mi ero ancora decisa se sarei rimasta qui o avrei viaggiato per il mondo in autostop.

Ma sei tornata a Monaco…

Abbiamo tentato di vivere diversamente come ancora non avevamo esperienza. Abbiamo cercato un grosso appartamento trasferendosi là, messo in comune le cose, i nostri soldi passando giorni e notti assieme.  La Kommune 1 non c’era già più a Berlino, ma per noi era una novità vivere così. Prima avevamo vissuto in subaffitto da delle affittacamere in stanzette riempite di mobili. Tutto questo non lo volevamo più:  matrimonio, famiglia, bilocale e lavoro.

Le relazioni cambiarono pure allo stesso modo.

Anche le relazioni tra noi donne non erano più definite in base agli uomini. Abbiamo iniziato a riflettere sulla nostra situazione  e a parlare di cose che prima sembravano (schienen). Iniziammo anche ad organizzarci come donne.

Come hanno reagito gli uomini?

Interessati e recalcitranti. Quelli con cui avemmo a che fare non erano i funzionari d’avanguardia della SDS. Il clima era più aperto. C’era pur sempre un comportamento  dei ruoli  tra uomini e donne. Ne potevamo certo parlare, ma era difficile cambiare tutto in una volta. A Monaco c’è stata anche una comune di donne. Quelle che tra noi ebbero bambini iniziarono allora i Kinderladen.

Poi però ti sei trasferita da là.   Perchè?

Fritz Teufel, col quale stavo allora insieme, doveva darsi alla clandestinità per un mandato d’arresto relativo ad una piccola azione militante a Berlino, e pure noi che gli eravamo amici dovevamo fare attenzione, ed era meglio cercarsi un altro appartamento.

La vita universitaria ha contato qualcosa per te?

Studiare l’ho fatto ben poco. Gia succedeva qualcosa al liceo. Ci furono più occupazioni d’istituti. Se ciascuno avesse continuato per conto proprio, la cosa sarebbe finita lì, Giuristi ed artisti assieme ai germanisti assieme ai filosofi hanno fatto qualcosa assieme, per esempio per il Notstandgesetz. Anche contro di loro lo stato c’è andato giù peso. Fummo sommersi dai provvedimenti giudiziari. Allora avvenne il mio primo arresto e passai la notte in commissariato.

Il Notstandgesetz  fu uno dei temi principali dell’Opposizione extraparlamentare. Che significato aveva per te questa lotta?

Era un impegno ambivalente. Da una parte si legarono molte forze assieme: studenti, professori, intellettuali e sindacati lottavano assieme contro i piani della Grossekoalition. Dall’’altra però la protesta era di base portatrice di valori statali, trattandosi di difendere una finzione  di democrazia parlamentare, mentre noi volevamo attaccarla. Inoltre successe che assorbendo tutte le forze, l e attività legate all’impegno internazionale passarono in secondo piano. A posteriori il N. appare un punto di svolta per l’opposizione extraparlamentare.

Io facevo in quel periodo  la spola tra Monaco e Parigi, primavera estate 1968, quando c’erano gli scontri urbani ai quali ho anche partecipato. Stavo pure alla Sorbona e, dato che ero una dei pochi tedeschi, dovevo raccontare cosa succedeva da noi. L’attentato a Dutschke a pasqua e la campagna anti Springer hanno coinvolto assai gli studenti francesi.

Hai incontrato anche Daniel Cohn-Bendit?

Non personalmente, ma sono stata anche ad una grossa dimostrazione perché potesse stare in Francia.

Così tu hai dimostrato per Cohn Bendit.

Sì, che sciocca (ride). Ach, non si trattava di lui come persona.[53].

Dopo sono tornata a Monaco. Era il tempo dei processi agli studenti. Quasi tutti avevamo un processo tra capo e collo. Ci siamo concentrati per creare un gruppo giuridico d’aiuto. Rolf Pohle che ha collaborato con noi, ha lavorato anche come tirocinante e consigliavamo la gente come portare avanti i processi. Volevamo condurre i processi in maniera offensiva, non volevamo difenderci nel senso tradizionale, dove si sta lì come poveri peccatori a dire:  “Io sono innocente”. Da questo lavoro è nata l’idea del campeggio carcerario ad Ebrach. C’erano allora già le prime condanne detentive, il primo fu Reinhard Wetter che finì là in carcere, e noi volevamo dire: questo non lo accettiamo. Non si trattava di liberarlo, si era preso un paio di mesi. Ma non volevamo lasciar correre. Si doveva anche discutere di come andare avanti. Così quelli che volevano discutere vennero da Berlino e da tutta la Germania   ad Ebrach, in questo nido provinciale della franconia.

Il nostro tema era la galera come violenza di stato e come si poteva combatterla. Oltre a noi c’erano anche giovani che erano fuggiti da orfanotrofi e istituti , qualcuno anche di 13- 14 anni.  Gudrun Ensslin ed Andreas Baader erano gli unici che avevano collaborato dopo la conclusione del processo per l’incendio ai supermercati. La CSU di Strauss si mobilitò in maniera massiccia contro di noi, ci  muovevamo in un ambiente ostile e ci dovemmo confrontare con gruppi da guerra civile, cosa che non ha semplificato l’organizzazione del campo. Alla fine dovemmo assaltare il consiglio regionale perché non ci volevano rilasciare l’autorizzazione. Così ci ritrovammo per 24 ore in carcere a Bamberga.

Il campeggio fu l’ultima azione della sinistra.

Sì. Ho proseguito il viaggio con una ventina di persone assieme agli “Uccelli” che erano stati ad Ebrach, verso l’Italia. Là le condizioni erano inasprite in maniera diversa che nella RFT. C’era da una parte una sinistra proletaria forte, ma anche i fascisti potevano entrare in scena apertamente. Una volta eravamo ad un Teach In, a Roma ed improvvisamente uno si precipita al microfono: “Dobbiamo smettere subito, arrivano i fascisti” Infatti una turba di gente armata di manganelli che iniziarono a picchiare. Fu in quel periodo che ci fu la strage di Piazza Fontana. Era parte di una strategia della tensione per far accettare al popolo un regime fascista. Invece in Germania,  la SPD tentava di far rientrare l’opposizione nei ranghi. Gli uccelli venivano dalla scena  culturale degli architetti e facevano happening provocanti e azioni di sostegno ai terremotati siciliani che non ricevevano aiuti e dovevano vivere da anni in misere baracche di lamiera ondulata. Con gli Uccelli abbiamo discusso molti punti comuni per una lotta rivoluzionaria. Per loro era ovvio lavorare nella RFT con i lavoratori immigrati, allora ce n’erano molti dal sud che se la passavano male nella RFT. Ma noi la pensavamo diversamente perché nella RFT, a differenza dell’Italia, non c’erano lotte di fabbrica alle quali ci si potesse collegare ed agire. Ci sembrava qualcosa artefatto.

Ma Tu stessa hai  lavorato in fabbrica ..

Sì, ma fu più tardi nel 1970, quando si formarono i gruppetti K (da Kommunistische….) . C’è gente che è andata nelle fabbriche con lo scopo di organizzare la gente là. In parte ebbe conseguenze grottesche, perché molti si abbigliarono e comportarono alla maniera dei lavoratori, tagliandosi i capelli e così via. Anch’io ho lavorato per un periodo dall’’ AGFA. Ma lo feci più per solidarietà verso le mie amiche , che per convinzione personale. Questa ascesa al proletariato ci  ha aiutato poco. C’era sì qualche simpatia, ma niente più. Molti se ne sono andati dalle fabbriche ed al massimo potevano dar volantini davanti ai cancelli. Ha confermato ciò che già avevamo appurato nel confronto con gli Uccelli e mi fu subito chiaro che non sarebbe stata la mia prospettiva politica.

Le condizioni con i lavoratori non tornavano. Noi eravamo privilegiati e siamo andati nelle fabbriche ;  ma di sera tornavamo a casa con la consapevolezza che potevamo smettere quando volevamo ed avevamo la libertà di fare qualcos’altro. I lavoratori non potevano farlo e questa differenza l’hanno avvertita molto chiaramente pure loro. Anche la prospettiva di mettersi al posto di un sindacato che non c’era più dal 1933, la trovavo inadatta. Alcuni pensavano di riallacciarsi alle lotte  degli anni 20.

Questo strappo nell’’analisi e nelle discussioni sulle strategie corse per la scena e per tutti i gruppi, o ci fu soprattutto con gente con la quale non avevi poco a che fare?

Lo strappo corse per tutti i gruppi. Allora si stavano formando i gruppi ML, con i quali dei miei amici avevano contatti, o il KPD –AO con tutto il quadro d’organizzazioni dogmatiche, che oggi sono solo storia. Tutti questi gruppi nelle loro differenze d’orientamento si rifacevano alla vecchia storia del movimento operaio tedesco. Per loro si trattava di formare partito e gerarchia, ma non di strutture autonome combattenti. Tutta la spinta rivoluzionaria della nostra mobilitazione degli anni ’60 e la voglia di vivere furono di nuovo

C’era molto più vicino ciò che succedeva in Africa, America Latina, e Vietnam. La  speranza che là potessero vincere movimenti antimperialisti socialrivoluzionari   era per noi molto importante e ci ha interessato assai. Abbiamo seguito con trepidazione , come per esempio i Vietcong potessero riuscire ,da una situazione d’apparente inferiorità priva di prospettive, a combattere un nemico in apparenza onnipotente.

Erano proprio queste le esperienze e gli sviluppi che ci hanno mobilitato.

I primi anni della RAF (25).

La fase di formazione:

Hai raccontato dei tuoi contatti in Italia e del significato della guerra in Vietnam. Avevate allora anche contatti con gruppi palestinesi?

In gran parte furono procacciati da studenti che noi avevamo conosciuto. C’erano molti studenti palestinesi allora nella RFT. Alcuni contatti li abbiamo allacciati anche attraverso l’Italia . I palestinesi si trovavano allora in una fase di rottura e , visto che non avevano terra, si erano orientati

In maniera fortemente internazionalista. Dopo la guerra dei 6 giorni iniziarono a costruire nuove strutture rivoluzionarie e ad emanciparsi dalla politica degli stati arabi. Questo ci offrì alcune possibilità che non avevamo in Europa. Per questo un paio dei nostri sono andati in Palestina. Per prima cosa si trattava di conoscere la situazione, poi qualcuno ha fatto anche la formazione (militare) laggiù.

Sei stata anche tu laggiù?

No, era gente di Berlino. La scelta su chi va dove, dipendeva spesso da chi conosceva chi e chi era amico di chi. Non avevano sempre un significativo retroterra politico.

Quando c’è stata la scelta definitiva di creare un gruppo attivo nella lotta armata, di fare attentati e di andare definitivamente in clandestinità?

Non si può far risalire ad una data precisa. Già al congresso sul Vietnam del febbraio 1968[54] a Berlino Ovest si parlò chiaramente di politica armata. Queste discussioni sono proseguite nelle altre città negli anni successivi . In gran parte ci conoscevamo e c’era anche molta  comunanza tra noi: le condizioni con lo stato che noi combattevamo come successore del nazismo e la relazione con i movimenti di liberazione  della Tricontinentale. Tutti lessero i testi di Marighella, che combatteva in Brasile,  sulla guerriglia urbana. Ci fu anche una valutazione comune sulla SPD come partito di governo.

Per il resto, le nostre valutazioni erano molto diverse. Non c’erano neppure precedenti d’opposizione armata nella RFT.  Noi a Monaco sapevamo che volevamo attaccare ed eravamo anche pronti a vivere illegali, ma tra noi non c’eravamo fatti un’idea precisa di come la cosa potesse funzionare a lungo termine. Poi venne da noi qualcuno del Blues berlinese che si era gia dato alla clandestinità. Loro portavano avanti piccole azioni , come incendiare auto degli sbirri o tirare molotov. Alcuni erano stati più volte in galera  e si ritrovavano ora con nuovi mandati di cattura. Per questo se n’erano andati da Berlino ovest. Noi dovevamo impegnarsi per la logistica, avere chiaro di cosa avevamo bisogno per rimanere in clandestinità e con quale prospettiva lo fa. Con queste idee e confrontandoci con il problema ci siamo decisi ad entrare nella RAF. Quelli del Blues che erano venuti a Monaco sono confluiti inizialmente nella RAF, dove erano giunte persone con esperienze e storie totalmente diverse.

Nel maggio 70 era stato liberato Andreas Baader, fu la prima azione della RAF. Dopo ci furono un paio di rapine in banca, e nient’altro. La RAF era in una fase d’impianto e si stavano ancora discutendo le strategie. La nostra decisione di entrare nella RAF provocò una divisione con alcune persone con cui avevamo allora molto a che fare e che non ne volevano sapere della nostra scelta.

Un punto principale sul quale ci furono scazzi,  era su come si potesse intervenire nella situazione . Noi volevamo  rendere visibile e modificabile la contrapposizione tra il potere dominante , l’imperialismo , lo stato e noi, la resistenza, la gente che voleva essere il soggetto attraverso azioni strategiche. Gli altri, che  invece volevano rimanere radicati ai propri progetti nelle proprie città , erano contro. Non si può definire in altro modo; il dibattito più o meno era “volete lottare contro i centri del potere o dedicarvi ai kinderladen. Un altro punto di lite era la questione dell’illegalità: è giusto che tutti vadano in clandestinità o lo deve fare solo chi è ricercato?

Alcuni erano dell’idea che la RAF fosse troppo ML e poco anarchica. Non ci furono delle vere e proprie assemblee, la cosa andò avanti in maniera molto emozionale. Col senno d’oggi dico che si avrebbe dovuto discutere la cosa in maniera più chiara ed obiettiva. Un’ amica mi ha detto molto più tardi che si era persa delle discussioni importanti . Molte cose non le discutemmo più tra noi.

Le discussioni avvennero proprio nel 1970/71 per la situazione politica. La socialdemocrazia era giunta al potere e ci fu la grossa amnistia per gli studenti con pendenze giudiziarie. Questo  risucchiò la gente  nella direzione dell’integrazione. Molti ebbero la grossa speranza di poter cambiare veramente qualcosa nel nuovo stato socialdemocratico. Molti nell’’ambito dell’insegnamento e discipline scientifiche si sono dati alla lunga marcia all’interno delle istituzioni. Anche molti che non volevano si sono detti “beh, guardiamo che succede, prima aspettiamo se qualcosa non migliora. La vittoria della SPD ha portato una grossa frattura nell’’APO allora.

Per voi sarebbe stata meglio una vittoria della CDU?

Così non si può dire. Abbiamo però avvertito il pericolo che le posizioni  radicali che avevamo ottenuto, sarebbero state reintegrate . Nella storia è stato sempre così I socialdemocratici si siedono al vertice e portano la protesta verso i loro interessi.

La vittoria della SPD non ci ha stupito. Era parte della manovra degli scambi. Il ciclo della CDU non era più sostenibile, più che la situazione interna, era importante un nuovo atteggiamento, più elastico, verso i paesi del patto di Varsavia.

Con la fondazione della RAF volevamo evitare che le istanze di cambiamento del sistema fossero appiattite e volevamo attaccare questa finzione di stato socialdemocratico, che non lo era davvero come in Svezia. Se la CDU fosse rimasta al governo forse si sarebbe decisa molta più gente che il nostro piccolo gruppo.

Avevate un modello al quale rifarvi?

Ci siamo confrontati con l’organizzazione dei gruppi degli altri paesi , per esempio con le Black Panther negli USA. Loro avevano organizzato anche programmi sociali come la colazione per i bambini o assistenza sanitaria nei quartieri ed erano armai per difendersi contro la polizia razzista. Questa non era la nostra situazione. Erano importanti anche i differenti gruppi di guerriglia che c’erano in quasi tutti i paesi dell’america latina: Brasile, Bolivia, Nicaragua, Cuba fino alla rivoluzione. Di particolare importanza erano i Tupamaros, l’unico gruppo di guerriglia rimasto dopo la morte di Marighella nel 1969. Anche i Vietcong erano d’esempio per noi. La cosa decisiva era che però c’era un movimento mondiale. Venivamo a sapere che i vecchi detentori del potere erano attaccati in tutto il mondo da gruppi armati, e che dovunque si formava resistenza  contro il sistema

imperialista. La RFT non era un’isola perciò la scelta tra grande coalizione e coalizione social-liberale era sì importante ma in nessun modo decisiva. Avevamo una prospettiva internazionalista, non nazionale. C’era quella teoria di Mao sulle linee di battaglia interne ed esterne che corrispondevano appieno allo scopo che avevamo con la  RAF. Mao diceva “ci sono linee interne , era la guerra che c’era al sud tra gruppi di guerriglia e chi aveva il potere o meglio gli stati imperialisti. La dove non c’è la guerra aperta è la linea esterna: questa era la metropoli, vale a dire la RFT. Attaccare qui era il nostro proposito e doveva servire a rendere più facile il confronto nella linea interna che a sua volta doveva inasprire lo scontro qui da noi.

Queste discussioni e riflessioni ci furono prima che la RAF fosse effettivamente  fondata. Come hai appreso della liberazione di Baader. Sapevi che sarebbe avvenuta?   

No, ero a Monaco e l’ho saputo per radio. Ci siamo fatti un giro per le birrerie a sera. L’atmosfera era nel complesso buona. Non ho incontrato nessuno che ha detto “ma che razza di storia hanno combinato? Che una liberazione di prigionieri fosse progettata e portata a termine era per noi qualcosa di completamente nuovo. Non era ancora avvenuto. Baader lo conoscevo dal 1969.

Avete inteso la liberazione come fondazione della RAF?

Sì, era chiaro che l’azione aveva lo scopo non solo di far risparmiare ad Andreas la galera e che lui si sarebbe dovuto nascondere negli anni successivi. Il senso era che Andreas potesse continuare a lottare. Il fatto che una liberazione fosse possibile ebbe un effetto di notevole mobilitazione.

La scelta di andare nella RAF fu legata alla necessità di compiere quest’azione?

No, la fondazione della RAF ha aperto per noi prospettive strategiche in primo luogo. Inoltre la situazione interna della RAF era caratterizzata dal fatto che c’erano gia stati i primi arresti, in un colpo ero stati arrestati Ingrid Schubert, Monika Berberich, Irene Görgens, Brigitte Asdonk e Horst Mahler. Ben presto anche Alì Jansen e Karl Heinz Ruhland. Ruhland ha iniziato ben presto a far dichiarazioni incolpando altri. Fu decisivo. Attraversavamo una fase nella quale c’erano gia state contrapposizioni nella RAF su come dovevano giungerci i militanti.

Vi era gia chiaro chi arrivava nell’’illegalità? Oppure ci furono discussioni e riflessioni come :lui ci serve perché fa degli ottimi documenti falsi o l’altro scassina bene le serrature?

 

Non andava così. Si trattava d’identità politica. Volevamo essere sicuri che i motivi non fossero voglia d’avventura, carrierismo o il darsi delle arie. Per questo c’era anche disciplina, cosa che non si adattava con le nostre radici antiautoritarie. Ma visto che eravamo impegnati nella lotta ed ogni inaffidabilità metteva tutti in pericolo, si sviluppò la consapevolezza della necessità di progettare le cose e lavorare con estrema attenzione e da soli nel lungo periodo. Ma per un bel periodo i rapporti furono abbastanza tesi. Alcuni si divisero da noi perché si erano prefigurati il lavoro illegale in un’altra maniera.

Prima hai affermato che il fatto che la liberazione di Baader potesse aver luogo, ebbe un effetto mobilitante, così come il vedere che la gente non era beccata alle prime ricerche. Che effetto hanno avuto i primi arresti? Non vi hanno disilluso e convinto ad intraprendere un altro cammino?

Era importante scoprire cos’era andato storto prima di tutto per l’autodifesa. Avevamo allora anche appartamenti che gli sbirri non conoscevano. Per esempio Fritz Teufel era pure ricercato e visse a Monaco sotto falso nome in uno di questi appartamenti. Ma disillusi non lo eravamo. Ci dettero lo stimolo a cercare nuovi possibili fonti d’errori.

Com’era il tuo rapporto con Fritz Teufel? Lui non era un simpatizzante della RAF.

Fritz è stato arrestato nell’’estate del 1970. L’ho visitato in carcere comunicandogli che mi sarei data alla latitanza. Non ha gradito per niente, perché avrebbe preferito che continuassi a visitarlo (ride). Non potevano discutere molto in quelle condizioni e di fatto poi mi detti alla macchia.

Uscì poco prima che mi arrestassero e quando lo fecero non poté visitarmi.

Cosa è cambiato per te quando siete andati in clandestinità?

 

Tutto. Ci siamo camuffati, abbiamo vissuto in appartamenti illegali con documenti falsi. Per esempio, per quanto sia un paradosso, non abbiamo avuto il problema di sentirci gli sbirri appiccicati perché sorvegliavano i nostri vecchi appartamenti, ma i nuovi non li conoscevano. Così inizialmente gli eravamo sfuggiti.

 

Com’erano le vostre relazioni con amici, compagni e famiglia? Siete spariti improvvisamente o gli avete comunicato “adesso vado in clandestinità”?

Ci furono casi differenti. Di regola sparivamo e basta .succedeva all’improvviso. Dovevamo anche evitare di parlarne, ci avrebbe potuto portare dei problemi.

Quando siete approdati alla RAF c’era stata la liberazione di Baader, un paio di arresti, ma politicamente era successo poco. Cosa volevate?Quali erano prospettive e piani?

La RAF non aveva ancora compiuto azioni aperte, ma pensato a molte cose. C’era anche uno scambio con gli altri gruppi, dove si discusse cosa volevamo attaccare, a quale contraddizione con il sistema si sarebbe mirato. Questo scambio si svolse in maniera più complicata rispetto ai gruppi legali, ma non eravamo per niente isolati. Era il tempo dell’escalation in Vietnam e Cambogia. Ci ha impegnato molto , spendendo molte energie nell’’analisi se potevamo far qualcosa che avesse degli effetti là. Inoltre abbiamo discusso se si sarebbe potuto ottenere qualcosa di materiale con i nostri attacchi, cioè distruggendo beni ed istallazioni di valore, oppure se era più importante fare azioni che portassero un messaggio politico; “azioni propagandistiche” le chiamavamo.

Quale linea è passata?

Per prima cosa volevamo comunicare qualcosa di politico. Lo scopo di arrecare danni possibilmente duraturi l’avevamo anche sott’occhio, ma per il seguito; quando saremmo stati di più, quando avremmo avuto più esperienze e possibilità. La RAF per prima cosa doveva crescere. Avevamo aspettative audaci.

Si nota che fin dall’’inizio avete preso di mira le istallazioni americane, cosa che, nella Germania post nazista e  per un gruppo che è nato dalla contrapposizione al nazismo, stupisce

 

La Germania, secondo il nostro concetto, era sì continuatrice del “terzo Reich”, ma anche stato che fronteggiava gli stati socialisti e la tricontinentale. Non era una potenza militarmente e politicamente, ma serviva a sostenere e giocare il ruolo di una grossa potenza nella catena imperialista. Così eravamo sicuri di colpire due obiettivi in uno. Gli USA e la RFT. La RFT era la piattaforma più importante   per gli USA. Da qui i GI sono volati in Vietnam e dove erano trasportati i feriti. Qui c’erano anche i quartier generali che gestivano i bombardamenti a tappeto  nei territori liberi

E voi volevate in ogni modo colpire obiettivi militari?

Certo, perché l’impegno militare degli USA era l’aspetto più grave della politica imperialista verso i paesi del sud. In seguito la RAF si è concentrata sulle strutture politico economiche della RFT. Ma allora era il periodo che gli USA conducevano una guerra con l’ausilio della RFT. Per questo miravamo pure a loro.

Che effetti pensaste potessero avere i vostri attentati? Volevate che fossero intesi dal popolo come segnale o dovevano agitar la sinistra per essere più battagliera?

Si trattava di coinvolgere entrambi. La sinistra, perché era contro la guerra in Vietnam, ma anche la popolazione in generale. Il giorno dopo gli attentati ero in giro in tram ed ho sentito la gente che ne parlava. Qualcuno lo trovava positivo, altri negativo. Ma fu una cosa che coinvolse le persone. Una volta mi si è seduto davanti un vecchio che ha attaccato bottone per dirmi che lo trovava giusto. Naturalmente non sapeva con chi stava parlando, ed io l’ho ascoltato con attenzione. Gli attentati dovevano chiarire che qui non sarebbe rimasto tutto tranquillo per gli USA. Era anche molto importante per noi che i Vietcong sapessero che qui si muoveva qualcosa.

Lo scopo di allargare la resistenza e di mobiliare persone ad unirsi ad essa, non lo avete però raggiunto.

 

No, questo non lo abbiamo raggiunto. La cosa ha portato ad una polarizzazione. Poco dopo il nostro attentato all’IG FARBEN a Francoforte e ai computer di Heidelberg ci fu il 3 Giugno 1972 il congresso “Angela Davis per esempio” a Francoforte. Là Oskar Negt, rappresentante di una parte della sinistra che si era decisa alla lunga marcia all’interno delle istituzioni, incitando alla desolidarizzazione da noi “La meccanica della solidarietà distrugge ogni politica socialista…Questi nodi si possono solo distruggere, non sciogliere con cauta comprensione”

Non fu un caso che fosse dopo le nostre azioni e non prima. Volevano evitare un inasprimento dello scontro tra la sinistra e lo stato. Il messaggio era chiaro: dovevamo essere traditi e denunciati, così che la cosa avesse fine e loro potessero continuare con la loro politica come se nulla fosse. Questo ha cambiato le nostre condizioni significativamente. L’insegnante presso il quale Ulrike si era nascosta si è costituito alla polizia. Altrimenti probabilmente non l’avrebbe fatto.

Avevate messo in conto un simile appello e le sue conseguenze?

 

No, per niente. Ci ha sorpreso a freddo. Fino allora c’era un consenso antistatale nella sinistra. Il congresso e questo discorso di Negt ha segnato una chiara rottura.

Avete discusso sulle conseguenze della cosa e su come proseguire?

Avemmo poche possibilità. Poco prima, il 1 Giugno erano stati arrestati Andreas Baader, Holger Meins, e Jan Raspe poco dopo, il 7, fu arrestata Gudrun Ensslin, il 9 Brigitte Mohnhaupt e Bernd Braun. Eravamo in subbuglio e dovevamo evitare per prima cosa che ci beccassero tutti. In prigione ci siamo confrontati con il problema. Ma era tutto stentato. La cosa  andava avanti in maniera scritta.

C’era qualcuno di voi al congresso?

No, a quel punto sarebbe stato troppo pericoloso. Mandammo un nastro al congresso del Rote Hilfe, col quale Ulrike Meinhof era rimasta d’accordo, e questo fu anche ascoltato. Ma nulla per il congresso di Francoforte.

RAF e Popolazione

“Quando  in “guerriglia urbana e lotta di classe” il vostro secondo testo avete scritto “le persone nella RFT non aiutano le autorità nella caccia all’uomo” si solleva la questione dei vostri rapporti con la popolazione. Come lo consideravate? C’è un confronto nella nuova sinistra sul tema del nazismo e dei loro contemporanei, dato dal fatto che non ci fu nessuna resistenza. Formulazioni come nel vostro comunicato suggeriscono il contrario, e che il popolo sia il naturale alleato nella lotta verso l’alto e che sia considerato una vittima del nazismo.

Non si può semplificare in questo modo, ci sono delle differenze. Da un lato allora c’era un enorme chiamata alla caccia all’uomo e provvedimenti da guerra psicologica. Per esempio il 26 maggio 1972, due giorno dopo l’attacco al quartier generale  NATO, apparve una presunta lettera nostra. Era fatta con ritagli di giornale e annunciava che preparavamo un attentato dinamitardo per il 2 giugno a Stoccarda. Le autorità riconobbero subito la lettera autentica. Così furono distribuiti a Stoccarda volantini con i suggerimenti del caso: tenete le finestre aperte.

Questo doveva provocare un senso d’insicurezza. La nostra smentita non fu naturalmente divulgata.

Per voi deve essere stato un colpo vedere come una storiella del genere sia stata creduta e che la gente vi abbia creduto capaci di ciò.

In parte è stato anche così. Eravamo in allarme perché non avevamo messo in conto operazioni del genere. D’altra parte poi c’erano anche quelli che non si potevano immaginare che noi fossimo capaci di ciò. Il fato che fossero costretti a tirare la popolazione dalla loro parte, dimostra come non fossero automaticamente dalla loro, altrimenti non si sarebbero dati tanto disturbo.

Sapevamo anche d’essere minoritari in una società come questa, in particolare perché qui non c’era stata una grossa resistenza antifascista e in generale, perché c’era chiara l’essenza di una società metropolitana.

Com’era nell’’illegalità? Vi siete mossi molto tra le persone che avrebbero potuto denunciarvi dopo uno sguardo. Vi siete persi dietro a pensieri del tipo: quello mi potrebbe denunciare?

No, quando ti ritrovi di mattino in un treno pieno di gente che vanno in ufficio è una situazione totalmente diversa da quando ti rechi in una zona residenziale vuota. Qualche volta sono passata davanti alle colonne per gli annunci dove c’erano i manifesti segnaletici, era certo una strana sensazione. Ma non avevo l’impressione che la gente che passava lì a torno fossero alla nostra caccia. Non c’era ancora una mobilitazione completa. Se si udivano le persone, si avvertivano ancora posizioni diverse. Pur essendoci gia ricompense per le segnalazioni, non c’erano massicce chiamate alla polizia. Questo fu dopo. Ma anche questo non si sapeva con precisione, perchè molte “segnalazioni della popolazione” erano in realtà segnalazioni dell’apparato. Allora non ci siamo sentiti comunque sicuri, ma siamo stati attenti nel vedere se ci fossero in giro sbirri in divisa o in borghese, piuttosto che avere paura davanti ai passanti. Più sicura mi sentivo nel tram, dove sapevo che il mio travestimento non sarebbe stato scoperto. Forse perché pensavo che gli sbirri non prendessero il tram non sospettandoci là.

Ad Ebrach era stata un’altra storia con la popolazione perché si trattava di un villaggio della Baviera, dove c’era un’aria aggressiva verso tutto quello che portava cambiamento, cosa assai diversa dalle città nelle quali ci muovevamo.

 

Come appariva il vostro giorno tipo nell’’illegalità? C’era soprattutto un “quotidiano” con piano per pulizie, spesa e annessi e connessi?

Fu deciso tutto spontaneamente (ride). La cura della casa era organizzata meno bene del lavoro politico. Eravamo anche molto in giro.

Andavate anche al cinema, così per divertirvi?

Qualche volta, ma di rado. Bei film non ce n’erano. Poi il cinema si poteva trasformare in una trappola. Quando la situazione inizia a puzzare, è difficile uscirsene  da là.

Ti sei abituata all’illegalità o è stato un periodo con 160 battiti il minuto?

Abituarsi non è la parola giusta. Capivamo però se la situazione era critica o meno. In generale il quotidiano  era meno stressante di quello che pensi. La cosa più pericolosa non era muoversi nel quotidiano, ma che per un tradimento o un rastrellamento arrivano ad un appartamento e rimangono lì, fino a che qualcuno arriva. Fu  sempre il nostro incubo. Gli omicidi d’Elizabeth Van Dick, Tommy Weissbecker, e i ferimenti e catture di Manfred Grashof e Rolf Heissler si svolsero in questo modo[55]

Avete discusso di questo pericolo, che gli appartamenti potessero saltare e che si corresse il rischio di finire ammazzati?

Non così semplicemente. Per prima cosa abbiamo riflettuto su cos’era andato storto, da cosa si poteva notare che un appartamento era saltato, come si può riconoscere un appostamento, come si può avvisare velocemente gli altri nel caso che qualcosa vada storto.

Nei primi tempi qualcuno ha anche abbandonato la RAF. Quali erano i motivi di questi processi di  separazione.

Un motivo era perché la gente era insoddisfatta di non poter collegare il lavoro illegale con quello legale. Altri se ne sono andati per motivi personali, perché non reggevano la pressione o perché non si volevano cambiare dentro, come sarebbe stato necessario per lottare.

Quando si prese la decisione che lotta illegale ed attività politiche legali non si potevano portare avanti assieme?

 

Fu una questione da risolversi nei primi tempi, per motivi pratici. Ci fu ben presto chiaro che l’apparato poliziesco era troppo sviluppato perché si portassero avanti entrambe le cose.

Inizialmente però avete dato enorme importanza all’unione  di legalità ed illegalità.

Pensavamo che fosse necessario che ci fosse un forte  scambio permanente e non che tutte le volte si dovesse organizzare e preparare tutto in maniera nuova, precisa e faticosa. Tutti quelli che sono andati nella RAF, erano stati attivi in  gruppi  e situazioni politiche, sapevamo quindi quanto sia importante la comunicazione diretta.

 

Come avete scritto nei vostri testi? Ci si è cimentato un gruppo di lavoro, oppure Ulrike Meinhof ha steso una proposta discussa poi dal gruppo?

 

Avvenne qua e la perché da  una parte volevamo scrivere e pubblicare il testo per rimanere in contatto con i gruppi legali, dall’’altra avevamo il nostro da fare con la preparazione delle azioni. Inoltre eravamo divisi in varie città della Germania ovest.

Mi ricordo di un progetto militare d un capitolo di “guerriglia urbana e lotta di classe”[56] che un giorno ricevetti e che dovevo leggere. A quel punto ero gia 24 ore il giorno in piedi e dovevo dormire. Ma no! Per prima cosa il testo doveva essere letto, per poi essere spedito a qualcun altro. Da sveglia avrei potuto cogliere meglio le contraddizioni. Ma una notte del genere non la si dimentica.

C’erano delle controversie o eravate nella maggioranza dei casi distrutti?.

No, c’erano molti dibattiti. Prima di tutto su “Guerriglia urbana e lotta di classe” – il nostro ultimo grosso testo, poi ci furono solo i comunicati dei Commando. In esso ci siamo confrontati con lo sciopero dei lavoratori chimici, ma non c’entra con quello che abbiamo scritto dopo. Trattavamo di sindacato e classe lavoratrice; qualcosa d’inusuale per noi. Ciò dimostra anche come le cose fossero in mutazione per noi. Non eravamo un partito con una linea generale. Attraverso i grossi scioperi generali del 1970/71 eravamo messi a confronto con qualcosa di nuovo: con dei lavoratori che lottano nonostante che governo e sindacati richiamino al silenzio. Ci fu la grande recessione ed un enorme esportazione di capitali, tutte cose che facevano vacillare   il decantato  miracolo economico degli anni 50 e 60. Così pensammo che fosse possibile ciò che fino ad allora era fuori discussione: lotta di classe militante. In quel senso volevamo impegnarci. Abbiamo fatto molte ricerche confrontandoci con i concetti di classe. Per noi si trattava di fissare il concetto di classe non in maniera economica, come la maggioranza degli altri gruppi della sinistra. La nostra prassi era orientata in maniera maggiormente internazionalista. Abbiamo agito nella prospettiva di una lotta di classe mondiale e sul fatto che la classe proletaria si riunisse in guerra contro l’imperialismo.

Ma voi volevate intervenire solo con un testo in questo confronto di politica interna e discussione strategica nella sinistra, non con azioni che in questa situazione avrebbero potuto o dovuto  avere effetti pratici.

No. Questo dipende dal fatto che “guerriglia urbana e lotta di classe” non ha colto la realtà, ma era solo un testo tradizionalista dal quale non si potevano trarre conseguenze pratiche. Non so come si sarebbe sviluppato se fossimo rimasti fuori  per più tempo e non ci avessero arrestati.

Ma gli scioperi si sono conclusi con licenziamenti e con un enorme impegno per la pacificazione. Era quindi azzeccato che a breve termine ci siamo così  fortemente infiammati ma poi a conflitto finito non costruire nessun’altra strategia.

Si è riflettuto di intervenire praticamente su questo conflitto?

 

Ci furono riflessioni preliminari che poi non furono concretizzate. Per noi erano di prima importanza le azioni contro l’esercito USA.

Se siete stati impegnati per così lungo tempo su un testo, per poi cambiare le posizioni si pone inevitabile la domanda sul senso di tale scritto(Stadtguerrilla und Klassenkampf  = SK ).

Dovevano essere letti per prima cosa. Volevamo una discussione su di noi e la nostra politica. Dovevamo anche tentare un’intesa con la sinistra visto che non potevamo presentarci personalmente alle assemblee. Una spiegazione dei nostri obiettivi e posizioni era dovuta. Un testo del genere non si può poi ritirare o cambiare.

Ci furono molte reazioni?

Si, SK ha raccolto soprattutto critiche nei giornali e brochure di sinistra.

Vi ha sorpreso, soddisfatto o reso meditabondi/riflessivi?

Sì n’abbiamo parlato, ma la maggioranza degli articoli non diceva nulla di nuovo o sorprendente, Conoscevamo gli autori dai tempi “legali” e sapevamo il perché di certe loro posizioni contro di noi. Non era così astratto come può sembrare oggi, ma piuttosto familiare, in senso non di piacere ma di fiducia. Il tono era piuttosto pesante. Era il tempo della costruzione dei partiti ed ogni nemico dava l’impressione di contraffare la rivoluzione.

 

Da una frase di Konzept Stadtguerrilla (KS) “ a domanda se l’azione di liberazione (di Baader) si sarebbe fatta se avremmo saputo del ferimento di un Linke (ndr cognome del custode rimasto ferito nell’’azione per aver tentato di bloccare uno dei liberatori) avremmo risposto di no”. Ciò guardando i successivi attentati della RAF stupisce il fatto che precisiate inoltre che era la polizia ad aver sparato per prima e non voi. Furono posizioni incontestate nel gruppo?

Perchè sorprendersi? Parli come se in seguito si fosse sparato agli sbirri e basta. La frase del testo non significa che non si dovesse fare, solo che si dovesse fare in altro modo. Due punti sono stati importanti nelle discussioni successive: Il primo era che gli spari non erano necessari, uno ha reagito in maniera sbagliata quindi sulla preparazione stessa dell’azione, l’altro è che la fase di preparazione sarebbe stata più tranquilla se non ci fosse stato questo sparo. Per le successive rapine in banca, ci siamo preoccupati che ciò non accadesse più[57]. Richiede un bello sforzo il non perdere la calma ed evitare le sparatorie.

 

Ci sono però stati casi in cui la RAF ha calcolato che ci fossero altri morti, scorta ed autista. La RAF ha perso i suoi scrupoli iniziali? In seguito, una vita  vi sembrava meno importante? Oppure ci fu una particolarità nella liberazione di Baader?

 

Non volevamo mettere in pericolo inutilmente la vita delle persone. Linke era solo un bibliotecario, non uno della sicurezza. Sono due cose differenti. Sbirri ed autisti sanno per chi lavorano e sanno il rischio che corre il loro capo dal quale sono stati arruolati. Uno che lavora in un istituto, non c’entra nulla con tutto questo. Non è che è cambiato il nostro atteggiamento, solamente che la liberazione d’Andreas avvenne in una situazione particolare.

 

Ci furono contrapposizioni tra voi sulla cosa? Quali furono le reazioni agli arresti ? in KS, avete scritto che non foste i primi a sparare o che non avete mirato.

 

Sulla liberazione d’Andreas ci fu un consenso generale. Sul comportamento da tenere in caso d’imminente arresto n’abbiamo parlato. Talvolta ci ha salvato anche l’essere armati, perché magari la polizia ci aveva fermato senza sapere chi eravamo, come poteva succedere per il furto d’auto. In quei casi qualche volta se la sono svignata loro. Era sempre meglio evitare le sparatorie. Anche quando non avevi possibilità di uscirne, come nel caso del mio arresto.

Stupisce nel KS i vostri numerosi riferimenti al quotidiano “IL Manifesto”. Era un punto di riferimento ideologico per voi?

 

A quel tempo loro tennero numerosi dibattiti sulla crisi dell’imperialismo e il significato nella rivoluzione nei “baluardi” [58] e partivano dal nostro stesso presupposto dell’unità del sistema imperialista. Rileggendolo adesso ho notato molte citazioni di Mao.

Ti sono sembrate positive o negative?

 

Mi era estraneo. Abbiamo imparato da lui, come da Lin Piao  “i villaggi assediano le città”, ma adesso è superato. Mi saltano all’occhio anche altre cose come la sensazione di mettersi in moto,  nella quale devo ricalarmi

In KS scrivete “La situazione nella RFT non sembra così ottimista” Non suona certo come una partenza.

 

Tu vedi sempre e solo la RFT. Avevamo tutti la sensazione che in ogni modo era possibile cambiare qualcosa. In KS c’è un passaggio caratteristico per il pensiero dei nostri tempi. Una “critica ai critici. “Vedono nell’’apatia politica del proletariato, solo l’apatia e non la protesta contro il sistema, e credono che non valga la pena di lottare contro il sistema, vedono nell’’alto tasso di suicidi in esso solo la disperazione, non la protesta. Vedono nella malavoglia verso lotte economiche, solo la malavoglia e non il rifiuto di lottare per inutili percentuali e stupidi consumi. Abbiamo visto sempre qualcos’altro nella situazione a prima vista scoraggiante. Abbiamo pensato che fosse possibile mobilitare qualcosa, e in parte è stato fatto. Venne dalla consapevolezza di  mettere in moto condizioni arcaiche, e quale energia portasse ciò. Oggi vedo che è tutto più difficile, e duraturo  e non vedo più la possibilità di trasformare radicalmente l’apatia. Ma la fiducia di poter sviluppare il conflitto ha caratterizzato la nostra forza e ci ha dato la sensazione di costruire qualcosa per il cambiamento.

Se oggi si parla del cambiamento che non è avvenuto suona sempre come uno stereotipo che alla sinistra manca l’utopia positiva,. Allora ce l’aveva?(54).

Noi ci siamo detti “non vogliamo utopie, ma cambiamenti concreti, vogliamo non sogni ma realtà raggiungibili. Ciò ci doveva anche distinguere da coloro che speravano passivamente nel futuro.

Se si riflette cos’ è rimasto impresso nei ricordi sulla RAF e sui loro scopi ci s’imbatte nel seguente giudizio: vogliamo strappare la maschera allo stato, così che se ne veda la brutta faccia di fascismo che lo caratterizza. È difficile collegare un concetto del genere con obiettivi politici positivi. Suona piuttosto come una teoria d’immiserimento.

Questo non c’entra nulla con ciò che volevamo, che abbiamo pensato e fatto. È solo uno sciocco pensiero monodimensionale. In questo passaggio che hai citato si cela anche la questione “ la domanda non è se vogliamo mobilitare i reazionari o meno, la domanda è se vogliamo sfruttare le condizioni che portano forzatamente ad  una militarizzazione fascista per scopi rivoluzionari.  Molti dicono: ”Lottare ora significa provocare il fascismo”. Negli sbirri col mitra vedono solo sbirri col mitra, non l’assenza delle parate fasciste.

Volevamo quindi qualcosa di diverso, che strappare semplicemente la maschera. Volevamo mettere in moto la dialettica, attraverso gli attacchi, mostrare l’essenza ed i meccanismi del potere e allo stesso tempo come combatterli. Che avremmo dovuto farci con la brutta faccia  davanti a noi e la maschera in mano? Un gesto teatrale e basta?

Volevamo mostrare allo stesso tempo che si può fare qualcosa contro le condizioni dominanti, che non sono bloccate ed immobili ed irreversibili se sono riconosciute e se ci si fa un opinione di esse.

Sapevamo molto bene allo stesso modo che durante il nazi-fascismo la brutta faccia, se così la si vuol chiamare, fu spaventosamente ben visibile e non ci fu resistenza sufficiente. La cosa non ha spinto nessuno ad agire in maniera offensiva. Che l’esercitare chiaramente il potere impedisce la nascita della resistenza più che rafforzarla  c’era gia chiaro. Ma era ben altra cosa che ci ha impegnato. Il KPD aveva negli anni 30 un apparato illegale forte e ben formato. Ma non ha agito quando doveva, aspettando il momento buono o l’ordine da Mosca. Per questo volevamo costruire qualcosa,  prima che si arrivasse ad un esercizio del potere nudo e crudo. Volevamo utilizzare lo spazio di manovra che ancora avevamo, per non starcene a guardare inattivi come tutto peggiori e alla fine non rimanga che aspettare di nuovo o difendersi e basta. Siamo così passati all’offensiva.

La contrapposizione con il KPD ha avuto un grosso peso nelle vostre discussioni?

Per noi era importante vedere che anche quando è troppo tardi e solo in parte  ben organizzata, la resistenza contro il nazismo c’è stata. Ciò fino agli anni ’60 fu totalmente taciuto. Prima di tutto comunisti non ce ne doveva essere. Il KPD era stato proibito all’inizio degli anni 50, dovevamo faticosamente cercarne tracce da soli. Non potevi semplicemente leggerti un libro o incontrare qualcuno che allora aveva combattuto. Libri non ce n’erano e chi aveva combattuto era stato messo a tacere, perché nella Germania del dopoguerra era malfamato aver fatto  resistenza, cioé la resistenza comunista. La divisione con la DDR era così forte che si doveva aver buoni contatti se si voleva recuperare materiale ed informazioni laggiù. Ma questa ricerca delle tracce e contrapposizione ha influito a lungo sulla nostra politicizzazione. Allo stesso modo fu importante per me scoprire come allora fosse organizzata la resistenza, ciò che le persone hanno fatto e come. Con Ulrike n’abbiamo parlato a lungo ed in seguito in galera ho potuto leggere un sacco di libri sull’argomento.

Nei vostri  testi teorici  e comunicati , per esempio dopo l’attentato al quartier generale USA a Heidelberg , saltano all’occhio le molte analogie tra gli USA e la Germania nazista tra gli anni 60 e gli anni 30, tra i bombardamenti in Vietnam e quelli su Dresda. Nel vostro comunicato relativo all’attentato al computer centrale dell’USA Airforce di Heidelberg , il Kommando 15 luglio ha dichiarato “ gli americani tirano più bombe sul Vietnam che in tutta la 2 guerra mondiale su Germania e Giappone messi assieme. Il pentagono vuole impiegare ulteriori milioni di tonnellate di bombe per fermare l’offensiva nordvietnamita. Questo è genocidio, sterminio di massa, questo sarebbe la soluzione finale, questo è Auschwitz”

Più tardi avete scritto “La gente nella RFT non appoggiano la caccia all’uomo delle autorità verso chi ha compiuto gli attentati, perché non vogliono avere a che fare con i crimini dell’imperialismo americano e la loro approvazione attraverso la classe dominante non vogliono avere nulla a che fare. Perché non hanno dimenticato Auschwitz, Dresda ed Amburgo”.

Come siete giunti all’idea di mettere sullo stesso piano gli attacchi alla Germania nazista a quelli ai Vietcong, Auschwitz ed i bombardamenti ad Amburgo?

Per prima cosa spieghiamo i fatti. Riportare indietro all’età della pietra un paese agricolo come il Vietnam, come si proponeva il pentagono, è genocidio. Entrambe le cose erano genocidio.  Al contrario non puoi paragonare una guerra giustificata come quella alla Germania e un’ingiustificata come quella al Vietnam. Si trattava per noi di comunicare alla gente ciò che stava succedendo in Vietnam e ci parve giusto collegarlo con le esperienze del nostro paese. Come ci si sente cioè quando le bombe ti piovono addosso, e questo la maggioranza delle persone l’aveva vissuto. Pensammo di dare in questo modo un altro punto di vista rispetto a ciò che succedeva in Vietnam, e mostrare che la cosa non era poi così lontana. Allo stesso tempo volevamo  portare        l’essenza dell’esercizio capitalista del potere al punto di rendere chiaro che c’era questa relazione tra capitalismo e fascismo.

Nella ricezione ufficiale della storia, il fascismo era considerato come un non chiarito incidente di percorso nella storia tedesca, e proprio contro di ciò volevamo agire. Abbiamo anche provato sulla nostra pelle come qui gli americani siano apparsi come liberatori e c’era qui la convinzione che non fossero capaci di crimini così gravi. Noi ci siamo domandati: come comunichiamo al meglio ciò che fanno in Vietnam? Là non si uccide  gente e si bombarda  solamente, là s’impiega la tattica della terra bruciata, cosa che ha impedito prospettive di vita anche per le successive generazioni. Le dighe furono bombardate, i terreni furono contaminati, non furono posti limiti alle azioni militari che furono portate a termine nella loro spietatezza.

Abbiamo ancora in testa  le immagini dei villaggi e della gente bruciata dal Napalm, delle fucilazioni, torture, stupri perpetrati dai  GI (soldati americani). Dunque, ciò che fanno, lo fanno anche  partendo da qui, dove prima hanno combattuto il nazifascismo e poi assieme alla sua vecchia elite economica hanno costruito l’avamposto anticomunista. Questo è il punto.

Un’altra cosa è la riflessione sul fatto che  il popolo non appoggi la caccia all’uomo. Auschwitz, Amburgo, e Dresda non  dovevano essere messi sullo stesso piano come ti può sembrare adesso.

Il bombardamento d’entrambe le città successe come reazione ai crimini nazisti, anche se nelle città i nazi avevano meno appoggio. Oggi penso che anche questi pensieri siano sbagliati. La distanza dall’’apparato di ricerca non si può spiegare così  facilmente.

C’è stata una discussione interna  sull’utilizzo del paragone con il periodo nazista, o il paragone è stato semplicemente scritto come ovvio?

No, discussioni non ci sono state. Ricordati gli slogan dei cortei USA=SA=SS. Venivano dallo stesso modo di vedere e non ci sono state allora critiche da gruppi di sinistra verso di noi a causa di queste formulazioni.

Dopo i vostri primi attentati ci sono state anche gravi sconfitte. Ci furono arresti e la critica di sinistra verso di voi crebbe. Come vi siete confrontati con essa?

Non fu una tendenza chiara. Quando ci furono arresti ci siamo preoccupati di tirarli fuori. Gli arresti erano contraccolpi, ma non li abbiamo avvertiti come sconfitta. Queste nostre attese, vedi la liberazione di Andreas Baader, erano assai reali. Non si può fare di tutta l’erba un fascio riguardo alle critiche della sinistra verso di noi. Ci sono quelli che ci hanno perseguito solo con scherno ed odio, aspettando solo che facessimo degli errori. Con loro non ci siamo confrontati. C’erano anche altri. Con loro si sono incontrati ed hanno  discusso alcuni di noi. C’erano differenze d’opinione ma ciò non portò ad una sconfitta in senso stretto, ci fu anche molta solidarietà. N’abbiamo avuto bisogno quando si trattava di trovar alloggio, di procurarsi cose ed informazioni o altro tipo d’aiuto.

Lo Spiegel del Gennaio 1972  (controllare data)[59] ha pubblicato il testo “6 contro 600000” di Heinrich Böll che si proponeva di porre fine alla lotta armata richiedendo per la RAF “perdono o salvacondotto”. Che effetto vi ha fatto?

 

Eravamo piuttosto arrabbiati. Non abbiamo lottato contro 60 milioni di persone, bensì contro governo e stato. Böll ha costruito in questo modo una specie di fronte popolare contro di noi che non c’era, per lo meno allora.

Se si legge il testo e lo si paragona con quelli del tempo, è incline verso una sorta di comprensione.

Ma gia il titolo gli da un’inclinazione grave e diffamatoria. Questo era lo scopo della propaganda di stato di allora: far sì che ogni verduraio o impiegata ci temesse. Per provocare questa sensazione di minaccia si ricorreva ad ogni mezzo. Ricordati di quel falso allarme che lanciarono, cioè  che noi volevamo mettere bombe in giro a Stoccarda. Il teso di Böll si adatta a questi scopi alla perfezione, che lui lo abbia voluto o no.

Una strategia evidente da parte dello stato che non poté di certo sorprendervi. Avevate pensato a come sottrarvi a questa strategia?

Attraverso chiarezza politica nelle nostre azioni e attraverso nostri testi che dovevano chiarire di cosa si trattava.

Ma non potevate partire dal presupposto che i verdurai o gli impiegati leggessero i vostri testi…

No, ma potevano farsi un’idea attraverso chi attaccavamo e chi no. Il quartier generale USA, la polizia bavarese, erano chiaramente obiettivi determinati.

Come avete scelto i vostri obiettivi? Il quartier generale USA lo si può spiegare con l’impegno internazionale e la tradizione attraverso le azioni contro la guerra in Vietnam. Ma il LKA ad Augusta?

Si deve distinguere tra obiettivi strategici e obiettivi di basso profilo, come gli attentati ad Augusta e Monaco. Questi ultimi, sono stati attentati che non sono stati progettati e portati a termine da tutto il gruppo, ma da quelli che vivevano nei pressi delle suddette città. Avevamo gruppi nella maggioranza delle città RFT, le chiamavamo unità. Ogni unità si è scelta gli obiettivi e ha portato a termine le azioni che credeva importanti e sensati in maniera individuale.

L’attentato ad Augusta del 12/5/72 era una reazione all’assassinio di Tommy Weissbecker (2/3/72 ndt) ad Augusta da parte della polizia bavarese) che fu ucciso con una rivoltellata al cuore. Hanno detto che il poliziotto ha sparato per legittima difesa, ma Tommy aveva la pistola dietro alla cintura e non ce la fece neppure ad arrivare all’arma. Per questo sparo c’è stato un procedimento contro il poliziotto che è stato ovviamente archiviato. Visto che la polizia di Augusta e Monaco avevano a che fare con questa caccia mortale, alcuni di noi che erano di quelle parti, portarono a termine l’azione.

Nello stesso periodo ci fu un attentato simile contro il PM della corte federale Wolfgang Buddenberg. Costui era responsabile del miserabile trattamento medico e dell’isolamento di Manfred Grashof ad Amburgo. Manfred Grashof  era atteso [60] dagli sbirri in un appartamento che era stato scoperto ad Amburgo. Quando ha tentato di fuggire, ci fu una sparatoria nella quale furono feriti gravemente un poliziotto, Hans Eckhard, che in seguito morì, e lo stesso Grashof. Questi erano attentati che non avevano obiettivi strategici, ma erano su un piano più basso.

Come vi sentivate dopo queste sparatorie, che portavano morti da entrambe le parti ed arresti?

Gia dopo la morte di Prinz (Petra Schelm) il 15/7/71 ci fu chiaro che si trattava di un confronto vita morte, anche per loro.  In questa consapevolezza ci siamo mossi- ed eravamo decisi ad andare avanti. Sapevamo sin dall’’inizio a cosa c’eravamo decisi, ma da quando ci furono i primi morti si creò un’altra situazione, improvvisamente queste riflessioni divennero realtà. A questo si aggiunge la riflessione se davvero vuoi e puoi. La cosa diventa più seria e la coesione più stretta.

Avevi anche tu paura di finire sparata?

Sì, nelle situazioni non chiare, ma non di continuo. Ciò avrebbe presupposto un sentimento di impotenza, mas non era così. Ci potevamo difendere. Eravamo illegali e per questo difficili d beccare.

Non così difficili come hanno mostrato gli arresti.

La maggioranza erano sempre fuori. Gli arresti potevano essere ricondotti ad errori, n’abbiamo quindi tratto le necessarie conseguenze, che nessun errore dovesse più accadere, che dovessimo imparare più in fretta e in maniera più precisa. Ci dovevamo rapportare in maniera più precisa.

Anche quando si è stanchi e non si ha più voglia, si deve controllare con esattezza, anche quando è stressante si deve indagare su ogni piccola insicurezza e verificare ogni minimo sospetto. Nonostante lo sfinimento non si deve diventare negligenti, poiché ogni minimo errore potrebbe aver conseguenze fatali per tutti. Sono cose che chiarimmo ancora una volta.

 

Ma non vi venne la sensazione che è quasi tutto sbagliato, di essere arrivati su un piano di confronto che è troppo aspro?

No, nel 1972 no. Cioè non in quelli che erano nel gruppo.

 

Qual era la motivazione dei vostri “attentati non strategici? Dovevano essere azioni punitive?

Era un elemento di esse. Ma non  erano appunto azioni dalle quali  si sarebbe potuto sviluppare qualcosa a lungo termine.

Ci furono controversie? Con i vostri veri obiettivi non avevano nulla a che fare.

Ci furono discussioni. Soprattutto sulla domanda su chi è responsabile. L’ufficio che ha mandato i poliziotti? Il commissario di polizia? Oppure i colpevoli stanno ancora più sopra? Ma allora pensammo che fossero proprio quelli che poi abbiamo attaccato, cioè per esempio gli investigatori di Augusta.

Ma le azioni punitive sono di base  problematiche. Da un lato danno al confronto un tono “personale”, non si tratta più di rivoluzione e mobilitazione, ma di una “resa dei conti”, di un confronto internon Polizia RAF, dall’’ altro presuppongono preparazione e progettazione, richiedono cioè energie e mettono in pericolo gente, in un momento nel quale eravate già piuttosto indeboliti.

In seguito riflettemmo come questi attentati, prima di tutto a causa degli effetti politici, forse fossero stati un errore. Gli effetti che avevamo sperato sono mancati e sarebbe stato sicuramente meglio  se ci fossimo concentrati alle azioni strategiche. Ma al tempo è stato naturalmente importante che eravamo incazzati ed avevamo la sensazione di dover fare qualcosa per mettergli i paletti. Uno col quale eravamo assieme fino al giorno prima era stato ammazzato e loro dicevano “legittima difesa”. Sapevamo esattamente che non era vero.

Hai appena detto che questi attentati non ebbero l’effetto sperato. Quali effetti speravate?

Dovevano pensarci due volte prima di ammazzare uno di noi e dovevano vedere che eravamo presenti ovunque.

Non vi è venuta l’idea che una tale azione punitiva inasprisse il confronto, ottenendo l’effetto opposto?

In pratica  fu così. Probabilmente  ci sarebbe stata in ogni modo. Sono preparati a questo. Si vede anche alle manifestazioni, dove è mostrato un immagine del nemico senza che sia, in effetti, così.

Nell’’attentato al giudice inquirente (Buddenberg) lui rimase illeso, mentre sua moglie fu gravemente ferita. Che importanza aveva per voi evitare il coinvolgimento di innocenti?

Avevamo tentato di rendere l’azione sicura in modo da non colpire estranei. Ma sicuro al 100% non puoi mai esserlo. Nel caso di B. fu che sua moglie quel giorno prese l’auto al posto suo, una cosa del genere non l’avevamo mai osservata.

E i vostri scopi strategici? L’assalto alla base USA, l’avete deciso in assemblea?

Si, ma non si trattava solo della base USA. Volevamo rapire a Berlino tre comandanti della città. In questo modo volevamo tematizzare il ruolo di Berlino come città di frontiera e mostrare come gli alleati qui avessero il comando supremo.

Che nell’ex capitale del Reich non doveva essere così brutto….

Questo lo dici oggi. Non c’interessavano comandanti tedeschi se è questo che intendi. L’esercito USA non era un movimento di liberazione. Lo scopo della politica estera USA era dalla guerra di Corea “ Costruire un nuovo fronte dell’anticomunismo”; e il fronte passava nel mezzo a Berlino. Ciò aveva un significato di politica mondiale. Attaccare il comandante della città avrebbe sicuramente avuto un effetto internazionale. In politica interna si aggiungeva poi che i comandanti militari avevano ricostruito molte delle vecchie strutture, ed erano responsabili di una polizia ed una politica della sicurezza molto severa nella città.

Volevamo rapirne tre in un colpo solo e liberare i prigionieri della RAF allora detenuti: Ingrid Schubert, Monika Berberich, Brigitte Asdonk, Irene Goergens… beh tutti. Avevamo gia scelto il comandante della città.

 

Era un obiettivo pretenzioso….

I comandanti della città si sentivano anche totalmente sicuri, perché si aspettavano un attacco solo da est, quindi non erano così difesi come forse ci si può aspettare. Avremmo avuto l’effetto sorpresa dalla nostra. Era per noi molto importante. Eravamo inferiori al loro apparato militare, ma avevamo un vantaggio strategico, perché sapevamo quello che volevamo. Loro al contrario non ci potevano valutare con precisione. Non avevano possibilità di sapere che capacità avevamo e cosa ci sarebbe passato per il capo. Dopo fu diverso. Erano allarmati in generali. Ma allora avevamo questo vantaggio. L’azione, che era stata progettata per fine estate 1972, non fu possibile portarla a termine a causa degli arresti.

Volevate liberare i prigionieri, ma col rapimento del comandante cittadino volevate dare un ulteriore segnale politico

Si, ma quando vuoi liberare i prigionieri funziona solo così. La devi impostare in maniera strategica, altrimenti non sviluppi abbastanza pressione. Con il rapimento del comandante, avremmo avuto una situazione nella quale il governo federale non avrebbe potuto decidere da solo se esaudire le richieste o no.

Come fu l’azione contro il quartier generale della 5 armata USA a Francoforte? Con uno sguardo al cambiamento delle condizioni nella RFT non potevate ripromettervi  di attaccare solamente le istallazioni USA.

Io la vedo in altro modo. Naturalmente le ripercussioni furono in base alle condizioni attuali. Allora c’era ancora l’accordo sulla Germania (Deutschlandvertrag). In virtù di questo, alla Germania fu permesso lo sviluppo di una propria forza militare all’interno della NATO nel 1955 mentre gli alleati occidentali poterono continuare a servirsi delle proprie basi. La RFT non era sovrana, ciò ebbe un influsso importante nella politica tedesco occidentale. Il governo federale per esempio fu coinvolto nel sostegno alla guerra in Vietnam e in tutte le guerre che gli altri stati della NATO condussero per imporsi come potenze coloniali. Allo stesso modo le autorità USA erano coinvolti nelle ricerche per beccarci, avevano dato disposizioni su come agire contro di noi, e volevano decretare lo stato d’emergenza. Infine il ministero degli esteri USA si oppose nel 1994 al mio rilascio.

Che interesse avevate? Volevate produrre un conflitto tra USA e RFT?

In prima linea si trattava della popolazione, che volevamo mobilitare contro la presenza delle basi e l’appoggio alla guerra nel Vietnam. Doveva far salire per il governo federale, il prezzo politico di un sostegno alla politica guerrafondaia USA. Possibilmente così alto da non poter più essere sostenuto. Allora ci sarebbe stato conflitto con gli USA.

Non pensi che per lo meno alla vista di oggi suona macabra: La sovranità della RFT come scopo politico di una sinistra militante? Ulrike Meinhof ha richiesto allo stesso modo dalle colonne del Konkret 1959/60 che la RFT dovesse essere finalmente sovrana. Non era prevedibile che la sovranità della RFT avrebbe portato solo a crimini propri?

Non volevamo l’indipendenza della RFT. Ammesso che ci fosse questa questione, per noi si trattava di distruggere le strutture del potere imperialista, della destabilizzazione per far aumentare le contraddizioni del potere. Che oggi la RFT sia più potente di 25 anni fa, non dipende dal fatto che sia più indipendente, quanto dallo spostamento del potere dalla metà degli anni 80. La Germania è oggi potenza in Europa. Non c’è sicuramente una Germania riunificata imperialista perchè nel frattempo c’è stata troppa guerriglia antimperialista.

Tornando agli attentati. Cosa volevate chiarire concretamente?

Una cosa è forse ancora importante precisare, perché in questa contrapposizione appare oggi l’accusa di antiamericanismo. Per la progettazione dei nostri attentati furono importantissime  informazioni che avemmo da disertori americani. I contatti risalivano agli anni 60. Allora c’erano campagne ed azioni per nascondere i disertori. Da questi disertori sapemmo anche che a Francoforte nel complesso industriale IG Farben non c’era solo il quartier generale della 5 armata, ma anche la CIA. I due attentati a Francoforte e contro il quartier generale a Heidelberg li abbiamo visti come un’unica cosa.

Volevamo chiarire concretamente che per questi criminali non ci sono retrovie tranquille in nessun posto del pianeta, volevamo distruggere le forze imperialiste. I centri della guerra più importanti fuori degli USA erano qui, perché si sentivano sicuri e non solo per motivi tecnici. Erano le nostre condizioni di partenza e rappresentavano nella costellazione di allora il carattere dirompente della nostra politica.

Poco prima di questi attentati ce ne fu un altro. Il 19 maggio 1972 la RAF ha fatto esplodere due bombe. Furono feriti 38 persone, in maggioranza lavoratori ed impiegati.

Il combattere l’editore Spinger e la sua stampa dell’odio  ha una lunga tradizione nel movimento studentesco. Il giornale “BILD” era il foglio di propaganda più importante contro la protesta emancipatrice di allora. Per l’attentato contro Dutsckhe nella pasqua 1968 il “BILD” era corresponsabile, per via della campagna d’odio che aveva organizzato contro di lui. Allora con manifestazioni ed azioni “espropria Springer” si arrivò a bloccare la distribuzione. Nella guerra psicologica contro di noi la stampa di Springer era ancora una volta all’avanguardia. Per questo il gruppo di Amburgo aveva pensato a questo attentato. Ma non era stato discusso con tutti, non era un’azione né tattica né strategica. Dopo ci fu anche da parte nostra molte critiche a quest’attentato.

 

L’attentato ha provocato critiche in tutta la sinistra perché l’attentato ha colpito solo  lavoratori, impiegati  e non Springer. Quali furono le vostre critiche interne a quest’attentato?

Il gruppo, dopo aver piazzato le bombe e poco prima che esplodessero, chiamò l’editore e avvertì dell’attentato, così da far lasciare i locali alla gente. Questo allarme fu soffocato ed ignorato. Ma fu completamente sbagliato da parte nostra progettare un attentato in questo modo, nel quale la difesa di chi non c’entra è affidata nelle mani di altri, cioè spettava all’editore decidere se lavoratori o impiegati ne cadessero vittima o meno. Se si vuole attaccare Springer si fa l’impossibile per evitare il coinvolgimento di gente che non è responsabile della politica del gruppo e del contenuto dei suoi giornali.

 

Cos’hanno detto quelli di Amburgo riguardo a queste critiche?

Hanno capito che si erano fatti l’illusione che per l’editore i suoi lavoratori fossero importanti. Non avevano pensato a quanto duro fosse lo scontro, per il quale Springer se ne sta semplicemente a guardare e poi accolla i fatti alla RAF. Era davvero un cattivo esempio di come non si può far politica militante.

Ebbe conseguenze a lungo termine?

 

Decidemmo di non fare più in nessun caso azioni che non fossero approvate da tutti. In questo modo si doveva evitare che un gruppo sbagliasse in maniera gravida di conseguenze. Fu importante che il collettivo imparasse dagli avvenimenti.

Come erano le strutture del gruppo? Stefan Aust in “Il gruppo Baader Meinhof”, ma anche chi si è diviso dal gruppo come Astrid Proll, descrivono la RAF come  una struttura piuttosto gerarchica con al vertice il trio Baader, Meinhof, Ensslin, che ha avuto notevoli dispute al suo interno. Klaus Röhl, direttore di Konkret fino al 1973 e marito divorziato di Ulrike Meinhof l’ha descritta “Ulrike, la prigioniera del gruppo Baader”.

 

Se così fosse stato la RAF sarebbe presto crollata sotto le sue contraddizioni. Con una struttura del genere non si sarebbe potuto sviluppare nulla di nuovo e si sarebbe retto per poco nell’’illegalità.

LA RAF ERA PER NOI LIBERAZIONE, nel senso più ampio, e nessun’espressione di dovere dove si sarebbe agito esacerbati perché doveva essere in quel modo. Questo ha a che fare anche con la nostra storia, venivamo in gran parte dal movimento antiautoritario, ed avevamo rotto con il concetto esteriore di obbligo, proprio di una  comprensione alienata della politica. Avevamo una gran voglia di una vita  libera e sapevamo che si può  pensare non a una liberazione individuale, ma solo ad una liberazione collettiva nell’’ attacco alle cause della sua  distruzione.

Non eravamo quindi spinti dalla missione di sfacchinare per altri, ma era la nostra vita. Tuttavia la cosa richiedeva una certa misura di disciplina, coesione e prudenza. Dato che avevamo accettato volontariamente la lotta, alcune limitazioni come il non poter visitare un’amica erano da comprendersi ed accettarsi.

All’opposto la vita illegale ha reso possibile molte cose. Ci siamo conosciuti in maniera molto intensa ed abbiamo avuto gioia e divertimento assieme. Le energie che altrimenti sono necessarie per sopportare la pressione esterna, la concorrenza ecc, furono liberate per nuove esperienze e scoperte. Molti erano orientati in maniera teorica. Proprio Ulrike la sapeva lunga e, dato che sapeva scrivere molto bene,  aveva molto da fare. Per lei era importante imparare anche le cose manuali, impegnarsi con cose tecniche, affrontare le cose da se.

Per noi si trattava di appianare i dislivelli, non ci dovevano essere specialisti per questo o per quello, bensì tutti dovevano conoscere possibilmente tutto, pensare non solo in maniera pratica, ma anche politica. Volevamo essere in ogni momento pratici e versatili, non doveva succedere che quando qualcuno era arrestato crollasse tutto. Non n’abbiamo parlato continuamente, ma avevamo sempre in testa: ogni giorno possono beccare qualcuno di noi, ad ogni angolo qualcuno poteva essere arrestato o ucciso.

 

Non c’era una terribile pressione nel gruppo perché non potevate tornare indietro, perché dovevate affidarvi l’un l’altro e non potevate far nient’ altro che andare avanti e rimanere assieme?

Questo è quello che per lo meno hanno raccontato chi si è staccato dalla RAF in seguito oppure in galera.

Ho gia detto che la nostra lotta era volontaria. Se c’era pressione veniva dall’’esterno. Abbiamo fatto in modo di captarlo e di non riprodurlo all’interno. Parliamo qui del periodo fino al 1972. Verifica gli interessi a questo punto di tali dichiarazioni. Per esempio Gerhard Müller, dopo essersi venduto,  ha proiettato tutto il suo odio su Andreas Baader. Astrid Proll ha iniziato a raccontare queste storie in Inghilterra, dopo che era stata dichiarata incompatibile con il carcere del braccio morto, perché non voleva tornare a nessun costo in galera nella RFT. Questo ci dice qualcosa su chi fa tali dichiarazioni, ed è tutto.

ARRESTI

Dopo l’offensiva di maggio ci furono gli arresti. Baader, Raspe e Meins 1/6/72. Ensslin 7/6/72 9/6/72 Brigitte Mohnhaupt e Bernhard Braun , 15/6/72 Meinhof e Gerhard Müller ed infine il 9 Luglio tu e Klaus Jünschke.

 

Fu una fase molto difficile. Tanto più che sin da principio ha colpito quelli di noi che avevano più esperienze. Già dopo l’attentato a Heidelberg ci fu una gigantesca caccia all’uomo federale. Per questo ci eravamo ripromessi di ritirarci senza far più niente e aspettare che la tempesta calasse. Ma prima che potessimo farlo, Andreas, Holger e Jan furono arrestati a Francoforte e poi seguì colpo dopo colpo. Alla fine era rimasto qualcuno, ma era sparpagliato per la RFT  e che dovevano tentare molto faticosamente di ricostruire la struttura.

Aveste gia dopo i primi arresti, una spiegazione su come mai andasse così veloce? Era per voi l’inizio della fine?

No, per noi non fu così. In alcuni casi furono stupide coincidenze o appunto tradimento. Ulrike è stata tradita, io pure.  Non fu che iniziarono dalla fine per poi srotolare la matassa. Non tememmo che potesse andare così. C’eravamo preoccupati di liquidare i covi e sparire  possibilmente. Pensavamo poi di liberare gli altri. Ma pesante lo era di certo.

 

Un certo numero di coincidenze mostra che ci devono essere stati dei motivi. Perché la gente tradisce qualcuno? Proprio perché non c’è una base sostenibile comune, perché la pressione può essere esercitata con successo.

 

Sì, nel caso d’Ulrike Meinhof contò il comunicato d’Oskar Negt, sul quale ho già detto. Io sono stata tradita da un tipo arrestato dalla polizia, che aveva strombazzato a tutti che aveva contatti con noi. Lui ha vuotato il sacco, ha raccontato del nostro appuntamento e la polizia lo ha lasciato andare. Ma era una situazione critica, nella quale alcune strutture si mostrarono meno resistenti di ciò che avevamo pensato. Fu dopo la nostra prima offensiva ed ebbe ripercussioni su tutti quelli che avevano contatti con noi.

Vi eravate preparati ad essere arrestati? Ci furono accordi e riflessioni sul da farsi?

In parte. Avevamo raccolto informazioni sugli arresti e come si viene trattati, su cosa bisogna aspettarsi e su come si supera. Sapevamo qualcosa per esempio da Ilse Stachowiak, che nel 1970 era stata arrestata ed in seguito liberata ed  aveva allora 16 anni, che era stata immediatamente isolata. Ci raccontò degli interrogatori e di come ti rigiravano. Ma quando lo vivi in prima persona è un’altra cosa. Avevamo pensato prima di tutto che ci terrorizzassero fisicamente. Gi effetti dell’isolamento al contrario non avevamo potuto valutarli nella loro entità. Al riguardo eravamo ancora impreparati alla resa dei conti. Anche oggi abbiamo difficoltà a comunicare a qualcuno cos’è l’isolamento e ciò che provoca ad uno.

Come si svolse esattamente il tuo arresto?

Avvenne ad Offenburg.  Avevo appuntamento con uno che ci aveva aiutati. Com’ero sulla strada del punto d’incontro, ma distavo ancora due fermate d’autobus dal posto, me lo vedo arrivare mezzo sorridente verso di me. Ciò mi ha insospettito perché non avrebbe dovuto trovarsi li, ma con Klaus Jünschke  2 KM in avanti. Ma in quel momento venni assaltata e stesa a terra da dieci uomini che si erano nascosti in un chiosco. Non mi potevo difendere ma non avevo paura che sparassero perché tali situazioni sono diverse. Avevo solo una tremenda rabbia. Il tipo venne pure lui messo faccia al muro con pistola alla testa ma guardava così rilassato che mi fu chiaro che stava dietro all’azione. In seguito ho capito come.

Prima di tutto mi son preoccupata per gli altri. È una situazione tremenda quando sei arrestato e non puoi fare più nulla, ma noti subito ciò che gli sbirri sanno e ciò che possono fare con le loro informazioni, chi possono ancora beccare…hai la sensazione che devi avvisare qualcuno, ma non hai possibilità di farlo. Però in qualche modo ce la fanno ad uscirne.

 

Hai pensato subito che potesse durare a lungo?

No, in quella situazione non ci ho pensato. Anche in seguito non me la sono immaginata così. Non ho pensato in nessun modo: adesso hai 20 anni di carcere davanti a te. No. Per niente.

Hai avuto più a che fare con il tipo che ti ha tradito?

Settimane dopo ha concesso un’intervista allo Spiegel e poi ha chiamato il mio avvocato dicendo che gli dispiaceva che adesso vagassi nelle   prigioni. Quello non lo aveva voluto. Commovente! Misero!

Cosa successe dopo l’arresto?

Hanno tentato di avere delle dichiarazioni da me, ma non ho detto nulla. Tornarono dopo una settimana, questa volta con un trucco. Hanno detto che avevano bisogno delle mie dichiarazioni per l’arresto di un poliziotto. Il 25 Giugno a Stoccarda, la polizia aveva assassinato l’uomo d’affari scozzese Ian Mc Leod, mentre cercavano noi. Mc Leod non lo conoscevamo e lui non conosceva noi, era stato solo il precedente affittuario di un appartamento che noi poi avevamo affittato, indipendentemente da lui. Anche il telefono stette per un po’ di tempo con il suo nome. Quando la polizia lo scoprì, fece una “perquisizione” da lui, vale a dire apparvero nel suo nuovo appartamento, sfondarono la porta e gli spararono una raffica di mitra attraverso la porta della camera da letto uccidendolo. Il procedimento contro il poliziotto è stato poi archiviato perché il giudice dette per buono che il poliziotto avesse agito in “putativa legittima difesa”. Da me vennero sostenendo che avevano bisogno delle mie dichiarazioni perché il procedimento potesse andare avanti. La cosa più importante era che io dovevo dire qualcosa. Ma non l’ho fatto. Li ho cacciati.

Dove sei stata in galera?

Nel fine settimana a Francoforte mi tennero in una cella tremendamente zozza. Da là mi spostarono a Karlsruhe e infine sono arrivata a Bühl, in una fabbrichetta       dove non c’erano più di 20 prigionieri. La fui messa in un’ala vuota, dove non dovevo nè vedere nè sentire altri prigionieri. Né alla finestra né nel corridoio, da nessuna parte. Nel 1972 la situazione era in rivolgimento. In una prigione come Bühl erano abituati a trattare i prigionieri in maniera familiare. Il confrontarsi con una come me li ha resi insicuri, cosa che da una parte ha causato che erano il doppio prudenti e duri, in modo da non fare mosse false in nessun caso, dall’’ altra tentavano di avvicinarsi in maniera cameratesca. Poi arrivarono le disposizioni della corte federale su tutto quello che dovevano badare. Fui isolata fino al 1973. Poi venni spostata a Norimberga, dove venni rinchiusa in un piano tutto vuoto. La c’erano ancora le croci uncinate alla parete e le stoviglie intaccate. I funzionari avevano la disposizione di non parlare con me, neppure un sì o un no. Tutto si svolgeva in silenzio e in questa messa in scena. Era spettrale. Ma anche a Norimberga non rimasi a lungo. Venni poi spostata più volte qua e là fino a che nel febbraio 1974 arrivai ad Amburgo.

 

Quando hai rivisto per la prima volta qualcuno che conoscevi?

Dopo una settimana venne il primo avvocato. In seguito potei ricevere visite, ma solo di familiari. Posta non era permessa, nè spedire né ricevere. Ero isolata.

Come sei uscita dal fatto che ti ritrovasti improvvisamente incarcerata e una settimana senza contatti? Eri preparata a ciò?

La cosa più importante per me era scoprire cos’era successo fuori. Nel primo periodo si vive solo fuori, non nella realtà, ma in testa. Inizialmente avevo scacciato la sensazione di essere rinchiusa, anche se in maniera non consapevole. Il punto  di riferimento di tutti i pensieri e riflessioni era sempre fuori. Pensi alle perquisizioni e rifletti su dove ci siano ancora possibilità di trovare alloggio. Pensi alle mosse successive da fare per rendere sicuro il gruppo. Tutta la fantasia è orientata verso fuori. Dura a lunga prima che te ne faccia una ragione del fatto che la galera è la tua realtà.

Come potevi avvertire ciò che succedeva fuori?

Quasi per nulla. Non avevo la radio. C’era si un altoparlante dal quale venivano trasmessi i programmi radio, ma solo musica. Lo spegnevano sempre quando arrivavano le notizie. Anche la musica era terribile. Era confusione che non potevo sopportare. Questi programmi c’erano solo quando i prigionieri erano in cella, vale a dire la sera perché di giorno lavoravano, cosa che io non dovevo in quanto prigioniera in attesa di giudizio. Neppure giornali avevo. Era una sensazione di cadere in un buco profondo, improvvisamente era tutto buio e silenzioso. Ero divisa dal resto del mondo.

 

Avete ben presto imbastito un sistema di comunicazione….

Era l’ INFO che abbiamo fondato nel 1973-74 per scambiare le nostre esperienze sull’isolamento, la nostra valutazione di quella condizione e tutto ciò che per noi era importante. Per noi era determinante per poter sopravvivere. Scambiar pensieri, per prima cosa essere capaci di articolarli e poi capire che   la condizione di ritrovarsi isolato, di fronte all’estrema e duratura deprivazione sensoriale, era di tutti e non solo del singolo. Sulla base delle nostre esperienze potevamo scrivere fuori ed aver fiducia che nessuno stesse in galera e si buttasse sulle debolezze di altri. Per ognuno di noi che era isolato si trattava di essere schietti l’ un l’ altro e di imparare l’uno dall’ altro.

Ci siamo criticati da noi stessi e tra di noi e abbiamo cercato di scoprire come potevamo difenderci collettivamente dall’’isolamento. Doveva essere in un linguaggio possibilmente breve e diretto. Ci trovavamo anche in un estrema situazione d’emergenza. Aiutarsi a vicenda significava porsi le domande giuste. Dopo un po’ di tempo divenne un rituale criticarsi e divenne una cosa distruttiva. Abbiamo interrotto ed iniziato a scrivere resoconti dopo alcuni mesi.

Quali sono le domande giuste?

Sono quelle dirette a trovar comprensione e non giudizi o sentenze sull’altro. Quindi portare movimento nei pensieri, spingere verso sviluppi e non lasciar cristallizzare una questione, una contraddizione con una sentenza. Abbiamo notato che nell’’isolamento si possono riprodurre ed imporre le vecchie strutture se non le si riconosce.

Per esempio disprezzo o senso di colpa per non aver fatto abbastanza. Il disprezzo è sempre condizione per il dominio , e se gli riesce reintrodurlo hanno vinto. Se uno non sa più perché ha iniziato, se questa traccia vitale è morta, non ha neppure più un senso. Non volevamo abbandonare le nostre convinzioni, per questo abbiamo lottato.

Ben presto come mezzo di lotta avete ben presto organizzato lo sciopero della fame. Come ci arrivaste?

 

Potevamo fare ciò che volevamo contro le condizioni carcerarie, non aveva nessun esito. Allo stesso tempo eravamo divisi tra di noi e dal primo  giorno ci trovavamo in isolamento. Così non potevamo organizzare nè una sommossa ne una grossa azione di protesta. Ci rimaneva solo lo sciopero della fame. Era l’unico e ultimo mezzo.

Avevamo già scioperato a gennaio e maggio 1973 più settimane, senza aver stabilito cosa volevamo raggiungere e come volevamo condurre la cosa. Nel 1974[61] () le questioni più importanti erano: quanto in la ci spingiamo? Siamo pronti ad andare avanti anche quando uno di noi muore? Come ci difendiamo tra di noi e come difendiamo Andreas se gli tolgono l’acqua come nel 1973? Come ci comportiamo se ci alimentano a forza? Raggiungiamo lo scopo o no con uno sciopero della fame a lungo termine?

Ci siamo orientati all’esperienza dell’ IRA con lo sciopero della fame dell’ estate del 1974, che voleva ottenere il trasferimento dall’’ Inghilterra all’ Irlanda. Ne abbiamo discusso nell’’estate del 1974 e abbiamo riflettuto in determinate situazioni di inasprire lo sciopero in determinate situazioni, cioè non beviamo , ma siamo anche pronti a far rientrare la cosa per reggere più a lungo[62]. Abbiamo iniziato nel settembre 1974.

Ma con lo sciopero della fame le vostre vite giacciono nelle mani dello stato, che a quel tempo non si sarebbe dispiaciuto se qualcuno di voi fosse morto.

Non è così semplice. Allo stato interessava , più che ucciderci, distruggere la nostra morale e la nostra consapevolezza di fronte alla situazione. La cosa migliore sarebbe stata indurci alla pazzia o al pentimento. Per questo c’è stato in seguito il tentativo di psichiatrizzare Ulrike Meinhof [63]

Per loro si trattava di dimostrare il loro potere assoluto, e che nessuno poteva opporvisi. A questo scopo erano concepite le condizioni carcerarie. Non dovevamo morire, ma semplicemente smettere di essere noi stessi. In questa situazione estremamente difensiva, nella quale i prigionieri non hanno nulla e che impiegano collettivamente le loro vite con una forza morale che è più forte del potere.

Lo stato lo ha visto come un attacco che doveva essere distrutto a tutti i costi. Nel novembre 74 Holger Meins è morto. Lo hanno torturato tutti i giorni con l’alimentazione forzata, ma gli hanno dato così poche calorie che doveva morire per fame.

Buback, allora procuratore generale, ha impedito il suo trasporto da Wittlich a Stammheim perché era sicuro che a Wittlich non ci sarebbe stato nessun medico il giorno dopo. Dopo ha detto che 5 accusati per Stammheim sarebbero stati troppi.

Cosa volevate raggiungere con questo lungo sciopero della fame?

Volevamo, come quando abbiamo iniziato, l’equiparazione con gli altri prigionieri. Ciò avrebbe voluto dire che noi avremmo potuto parlare l’un l’altro e con gli altri prigionieri. Volevamo altresì che si sapesse pubblicamente come venivamo trattati e come erano progettati i processi.

 

C’entra qualcosa che in questa fase non avevate più la speranza che si sarebbe necessariamente arrivati ad un’ azione di liberazione?

No. Volevamo però fare qualcosa da soli. Abbiamo interrotto lo sciopero della fame dopo che il commando RAF da fuori ci ha pregato di farlo. Quelli che poi hanno assaltato l’ambasciata a Stoccolma ci hanno scritto che provavano loro a cambiar le cose coi loro mezzi. Altrimenti avremmo proseguito fino ad ottenere qualcosa.

La decisione di continuare con lo sciopero della fame non fu influenzata dalla morte di Holger Meins?

No . al riguardo c’eravamo intesi. Volevamo che lo sciopero durasse il più a lungo possibile. Ciò l’abbiamo ottenuto. Furono 5 mesi. Sarebbe andato anche avanti. Non avremmo mai smesso.

Come fu per te? Avevi contatti con gli altri prigionieri?

Ad Amburgo c’era l’ospedale penitenziario centrale (ZKH). I prigionieri della zona nordovest erano stati concentrati là per organizzare meglio l’alimentazione forzata. In quel periodo il governo ha deciso di permettere che avessimo contatti tra noi. Così nel dicembre 1974 abbiamo ottenuto un ora di uscita assieme in cortile.

Come si svolgeva l’alimentazione forzata?

Semplicemente una truppa di sanitari  assaltava uno, lo legava al letto tenendolo fermo e gli ficcava un grosso tubo in gola .Ad Amburgo davano tantissime calorie. Altrove la procedura si svolgeva con maggiore violenza  ma molte meno calorie. Il medico capo si è fatto un giro delle altre carceri per vedere come era la cosa. Tornò con nuovi tubi e cunei di legno che ci ficcavano in bocca per tenerla aperta e ficarci il tubo. Hanno cambiato la composizione del cibo e dei liquidi. Rimanevamo poi legati per un’ ora al letto così che non potevamo vomitare.

Che sensazione era?

Una rabbia incredibile. Il corpo si difende terribilmente, pure lui non vuole il nutrimento. Ciò provoca dolori terribili.

C’è una differenza se si dice, facciamo uno sciopero della fame e rischiamo che  uno muore e 

Se effettivamente uno muore.

Era una sensazione molto dolorosa, di una perdita estrema. Holger era una persona che mi piaceva assai. Ho anche visto com’ è morto. Era la stessa  nostra lotta.

Ma non succede che uno dice, forse non è un risultato se la cosa costa la vita ad uno di noi?

No. Ci abbiamo riflettuto per mesi se lo rischiamo e se è giusto nella nostra situazione .poi siamo giunti alla conclusione: non possiamo evitarlo, altrimenti ci distruggono singolarmente.

Ci fu gente che era più pessimista di te dopo la morte di Holger?

Qualcuno ha mollato. Margrit Schiller ha smesso, Gerd  Müller ha smesso. Abbiamo discusso poi se fare uno sciopero della sete. Alcuni l’hanno fatto, altri no.

Come sono cambiati i rapporti con chi ha smesso? Era una sorta di abbandono del gruppo? Ci fu una emarginazione come conseguenza?

Nel caso di  Müller si vide gia da prima cosa avrebbe significato. Nel caso di Margrit l’ho inteso in un altro modo perché la conoscevo. Poi ho fatto l’ora d’aria assieme a lei e appena gli sbirri hanno visto che non era emarginata l’hanno trasferita subito a Lubecca. Abbiamo fatto una distinzione se la cosa era per voltare le spalle agli altri o no.

Nel caso di  Müller l’ abbandono dello sciopero della fame fu l’inizio dell’abbandono della RAF. Fu poi uno dei testimoni più importanti contro di voi. Com’era arrivato nella RAF?

Müller aveva una storia proletaria e veniva dal collettivo dei pazienti socialisti di Heidelberg (SPK).[64] Nella RAF vide anche la possibilità di un’ ascesa sociale e di altre possibilità di movimento rispetto a quelle che avrebbe avuto con il suo lavoro di inserviente e senza formazione. Questa prospettiva però traspariva sempre. Quando per esempio ci si deve abbigliare, si nota in cosa la persona ha piacere,  cosa gli importa. Lo faceva solo per motivi di sicurezza o c’è qualcosa dietro?

Come si vestiva Müller?

Era volentieri elegante ed un po’’ mondano. Ciò nel gruppo ha dato nell’’occhio ed abbiamo tentato di parlarne. Quando è stato arrestato, lo hanno messo sotto pressione. Lui all’inizio ha resistito, ma poi le sue energie erano visibilmente alla fine. Dalle lettere che ha scritto si può ricostruire il percorso che a varie tappe ha portato al tradimento. Non ha visto più nessun senso alle cose poi si è immaginato cos’altro potesse fare fuori, quali possibilità avrebbe avuto fuori, poi si è  immaginato fuori della prigione e la situazione effettiva nella quale ci trovavamo tutti non ha più voluto accettarla. Gli sbirri naturalmente ci hanno fatto caso ed allora gli hanno fatto proposte concrete. Quando Holger è morto ,  Müller ha subito smesso e ha preso contatti con gli sbirri. Loro gli hanno promesso che sarebbe uscito se avesse cooperato; e così è andata.

Come vi siete accorti che Müller cooperava con polizia e magistratura?

Il suo sviluppo divenne chiaro dalle lettere che ancora a lungo ci scrisse nell’ Info-system e che erano sempre più piene d’odio. Abbiamo poi notato che lo portavano sempre più spesso nelle celle degli avvocati nella prigione preventiva, dove però non c’erano i nostri avvocati. Inoltre fuori avvenivano più perquisizioni, cosa che si poteva spiegare solo col fatto che qualcuno avesse fatto dichiarazioni. Questo avvenne contro gente che lui conosceva, cosa che era una prova chiara di ciò che stava succedendo. Infine lo “STERN” pubblicò un’ intervista con lui. Allora fu tutto chiaro.

Tu lo conoscevi bene. Che sensazione si ha ad essere tradita da un amico?

Dopo che ha iniziato a parlare, mi ha scritto 2 lettere nelle quali ha minacciato di trascinare all’ergastolo me e i miei avvocati se non passavo dalla sua parte. Dopo la seconda lettera vennero gli sbirri in cella ed hanno messo tutto sottosopra, intimandomi di tirar fuori la lettera. Fu una storia brutta e grossolana. Il fatto che Müller abbia tentato di presentare questo affare come un processo di purificazione politica e che voleva poi entrare nella SPD ha messo il cappello a tutta la storia.

Le mie sensazioni? Da un lato ero delusa, in fin dei conti avevamo avuto esperienze  ed uno scopo comune. Ma fu ben presto rimpiazzato dalla rabbia di vedere come uno molla tutto e funziona per la magistratura. L’impressione complessiva però era: Miserabile.

Ti sei incontrata con lui al processo?

Era lontano sei metri da me. Tutto bardato in modo vistoso, come lo era prima nell’’illegalità. Era ingrassato e gonfiato di brutto. Ho letto un comunicato sul suo ruolo di testimone . la stampa era là e si è radunata attorno a lui perché lo trovava proprio interessante. Non era considerato un meschino traditore, bensì una critica politica alla RAF, come Peter Jürgen Boock[65] negli anni 80. Di questi personaggi c’era un gran bisogno. Comunque con questo ruolo ebbe qualche difficoltà quando l’accordo che aveva fatto venne divulgato : “Gli fu abbonato l’ergastolo per sciogliergli la lingua” scrisse allora lo Spiegel.

 

 

Dove avvenne il vostro processo?

Ad Amburgo. Il teorema accusatorio non era così semplice perché non c’era ancora il 129 a (formazione di gruppo terrorista). Per questo avevano un po’ di problemi. Inoltre non ci doveva essere solo un grosso processo. Per questo i processi vennero divisi. Ci fu il processo contro i cosiddetti caporioni, che venne celebrato a Stammheim, mentre gli altri processi vennero sparsi per tutta la Germania federale. Io e Müller avevamo il processo davanti al tribunale regionale di Amburgo, poi c’era il processo contro Manfred Grashof e Klaus Jünschke a Kaiserslautern. Abbiamo discusso tra noi e con i nostri avvocati decidendo di concentrarci al processo di Stammheim, poiché là c’era l’attacco decisivo.

Quali conseguenze ebbe per te?

Non ho agito in maniera politica in grande, ho solo letto i miei comunicati contro Müller e per il resto mi sono lasciata escludere dal procedimento. Mi ci hanno portato due tre volte con violenza, ma poi smisero. Per me il processo era una farsa perché durante lo sciopero della fame del 1974 era stato varato un nuovo pacchetto di leggi che dovevano renderci impossibile il difendersi come volevamo. Quella più importante riguardava il mandato collettivo dell’avvocato difensore. Improvvisamente ogni prigioniero poteva avere al massimo tre avvocati e questi non potevano difendere altri membri RAF. Così improvvisamente eravamo senza avvocati e fummo costretti a trovarne di nuovi che non conoscevano la cosa ed avevano bisogno di tempo per lavorarci su.

Per me importava soprattutto rendere chiaro il ruolo di Müller come testimone d’accusa. Volevo anche che gli atti del suo interrogatorio fossero acclusi al processo, così che fosse chiaro l’affare che ci stava dietro. Ma il ministero della giustizia federale ha bloccato con una disposizione questi atti perché avrebbero danneggiato la RFT se fossero stati divulgati. L’accusa contro di noi era “associazione a delinquere” ed eravamo anche accusati di aver ucciso quel poliziotto Norbert Schmid[66]. Müller fu assolto ed a me potevano difficilmente condannarmi. Per questo mi dettero 4 anni e mezzo per associazione a delinquere. Immediatamente si cercò di aggiungere un’ulteriore accusa per la quale Müller doveva fornire le dichiarazioni. All’inizio del 1977 sarei stata rilasciata normalmente, ma nel 1976 venne depositato un nuovo mandato di cattura. Mi era già chiaro da prima che non sarei stata rilasciata perché conoscevo le dichiarazioni di Müller.

Cosa riguardava questo nuovo mandato di cattura?

Si trattava dell’attentato ad Heidelberg e quello di Augusta. Come prove valsero solo le dichiarazioni di Müller.

Le accuse contro di voi erano altrimenti difficili da dimostrare. Perché non vi siete difesi giuridicamente invece di utilizzare il tribunale come forum per dichiarazioni politiche?

Su un livello terra terra abbiamo chiarito che le accuse sono poco plausibili. Ciò che non volevamo era nominare testimoni che avrebbero dovuto fornirci alibi. Le leggi promosse durante i processi ci mostrarono che non si trattava di processi normali ma di giustizia utilizzata come strumento di guerra. In realtà si trattava di eliminarci politicamente. Contro di ciò potevamo difenderci con difficoltà con i mezzi giuridici , dovevamo agire in maniera politica, cosa che ci era più consona.

Se leggi a quante iniziative abbiamo intrapreso durante il carcere preventivo per ottenere condizioni accettabili di detenzione e sfuggire al sistema di leggi speciali che erano impiegate contro di noi. Tutto senza esito. Si perdevano settimane per queste scartoffie che riempivano il tribunale, e non succedeva una volta ma sempre . Come abbiamo condotto il processo non è derivato da scelte astratte , ma il risultato delle nostre esperienze concrete con la giustizia.

Prima dell’inizio del processo il tribunale ha fatto una perizia sulla compatibilità al processo , come per quelli di Stammheim. Giunsero alla conclusione che potevamo reggerlo per due ore al giorno e che il nostro isolamento dovesse essere sospeso immediatamente e con urgenza.

Nel 1976 Ulrike Meinhof è morta in carcere. Come hai appreso la notizia?

Di mattina alla radio, con il supplemento che disse che si era suicidata. In quel periodo ero ancora ad Amburgo Holstenglacis ed avevo l’ora d’aria con Ilse Stachowiak o Christa Eckes o Margrit Schiller. Eravamo come elettrizzate. La notizia era identica a quella del BILD del luglio 1972 nel quale era corsa voce che Ulrike si fosse suicidata per tensioni nel gruppo. Per questo pensammo all’inizio “ non può essere vero, lei vive, era poi stata da noi. Quando non ci furono più dubbi sulla morte avemmo la consapevolezza che fosse stata assassinata. Conoscevamo le sue lettere che fino da ultimo aveva scritto ad ognuno di noi. Da esse si capiva la stretta relazione che aveva con noi e sapevamo altresì del suo lavoro sul processo di Stammheim dove si trattava di chiamare a testimoniare testi del governo USA, membri del governo  e rappresentanti del pentagono, membri del governo RFT di tutta la decade della guerra del Vietnam, ex membri della CIA, polemologi    cioè tutti quelli che avrebbero potuto dire qualcosa sull’escalation e la partecipazione del governo federale alla guerra di aggressione contro il Vietnam.

Infine aveva lavorato ad una  per chiamare a testimoniare Willy Brandt e chiedergli del suo rapporto con la CIA. Era particolarmente dirompente per la storia della repubblica federale.

Ulrike sapeva che c’era un azione di liberazione ma come noi non sapeva esattamente nè quando nè come. Si trattava concretamente di due azioni , l’una dietro l’altra ed entrambe preparate da più organizzazioni. La prima fu il sequestro aereo del giugno 1976 conclusosi ad Entebbe[67], azione che , per come si svolse, non ebbe il nostro assenso. La seconda per gli sviluppi in Libano saltò. Che un’azione di liberazione ci dovesse essere lo sapevano anche i servizi segreti. Il ministro Maihofer lo dichiarò pubblicamente per giustificarsi di fronte al caso Traube[68]. Dopo la storia di Stoccolma , il governo Schmidt era deciso a fare l’impossibile per evitare nuove azioni di liberazione. Il modo più efficiente è alla fine quello di uccidere i prigionieri. Dopo le torture nel braccio morto e il tentativo di psichiatrizzarla per impedirgli di pensare, sembrò essere la soluzione migliore. Sin dall’’inizio Ulrike fu sin dall’’inizio l’ obiettivo centrale delle azioni contro la RAF. La sua storia particolare di vent’anni di resistenza antifascista, la sua rottura rivoluzionaria con le forme borghesi della politica comunista e il legalismo senza esito dell’opposizione alla guerra in Vietnam, il movimento studentesco, la sua notorietà internazionale furono le coordinate della trama e del calcolo per l’azione che, inscenando un “suicidio”, avrebbe avuto un effetto demoralizzante  nei gruppi di guerriglia e nei movimenti di liberazione, ma anche che facesse apparire un’azione di liberazione inutile e che fosse  “l’eliminazione dei capi per sfare il gruppo” per usare le parole del capo del Verfassungsschutz di Amburgo Horchem. Che con noi fosse diverso, è un’altra questione.

Ci fu una commissione d’inchiesta indipendente sulla sua morte nella quale si sono riuniti personalità internazionali. Nel resoconto finale arrivarono alla conclusione “ Non è stato prodotto un solo dubbio che superi tutte le prove che Ulrike non fosse più viva al momento dell’impiccagione. Al contrario si può dimostrare che fosse già morta.

La procura ha sostenuto che Ulrike si fosse suicidata per le tensioni all’interno del gruppo, prima tra tutte Gudrun Ensslin

Come prova portarono bigliettini singoli forniti dalla procura e dal ministero della giustizia del Baden Württemberg  tra Ulrike e Gudrun, ma che erano di una determinata fase del 1975, quindi già vecchi. Inoltre non erano completi. Ci fu in quel periodo una contrapposizione tra le due sopra piccolezze, in un momento in cui non era chiaro che la pressione da fuori utilizza queste liti ingigantendole per i propri interessi. Il conflitto era gia stato risolto da tanto tempo al momento della sua morte. Quando fummo assieme a Stammheim ne parlammo a lungo, anche di come un prigioniero possa vedere la morte come unica possibilità contro la lenta distruzione del volere. Eravamo sicuri che se Ulrike si fosse sentita così ce ne avrebbe parlato. Ad Andreas e agli altri. Non c’era motivo di nascondere questi sentimenti e segreti in una tale situazione, anzi il contrario. [69]

L’autunno tedesco e le sue conseguenze

Il 1977 fu un anno di crisi. A febbraio lo Spiegel pubblicò i documenti del caso Traube titolando “stato di diritto o stato atomico?”. Si scoprì inoltre che nel biennio 1975/76 si erano effettuate intercettazioni nelle celle di prigionieri, soprattutto della RAF.

Il movimento anti nucleare si trovò di fronte al confronto con la questione della violenza. Se a febbraio a Brokdorf c’era stata una manifestazione pacifica dove i manifestanti non si lasciarono dividere tra buoni e cattivi, a Malville in Francia  la polizia fece un morto e numerosi feriti gravi.

Il 23 24 settembre si manifestò contro il reattore di Kalkar, 20000 furono bloccati dagli sbarramenti della polizia con carri armati, elicotteri e un intero apparato militare. L’impreparazione  a tale apparato militare venne definita “Kalkar Schock”. Il movimento anti nucleare non fu solo indebolito dall’’aspro confronto con la polizia, si era anche orientato in maniera diversa nei contenuti. Non si parlava più del significato militare della cosa, ma di quello ecologico, del pericolo di fronte ad una catastrofe nucleare.

La RAF intanto cercava di liberare i suoi prigionieri. Durante il 1977 si consuma la seconda offensiva della RAF. Il 7 aprile  a Karlsruhe il ”Kommando Ulrike Meinhof “ assalta l’ auto dove viaggia il procuratore generale Sigfried Buback uccidendo a raffiche di mitra lui, il suo autista ed un poliziotto della scorta.

Il 28 dello stesso mese si conclude il lungo processo a carico di Baader, Ensslin, Raspe per gli attentati del 1972: tutti e tre vengono condannati all’ ergastolo.

Il 30 luglio il presidente della Dresdner Bank, Juergen Ponto viene ucciso nella sua casa in un tentativo di sequestro, azione è molto simile all’ omicidio Drenkmann .

Il 5 settembre1977 a Colonia il commando Siegfried Hausner[70] della RAF sequestrò il presidente della Arbeitgeber[71] Hans Martin Schleyer uccidendo i tre agenti della scorta e l’ autista. In cambio della liberazione di Schleyer il commando chiedeva la liberazione di 8 detenuti della RAF e il trasporto in un paese a loro scelta, così come la somma di 100.000 Marchi ciascuno.[72]

Due giorni dopo, 72 prigionieri vengono posti in isolamento con il blocco totale dei contatti sia tra prigionieri sia con l’ esterno.(radio tv e giornali vengono altresì proibiti).  L’ operazione viene legalizzata da una legge ad hoc approvata il 29 settembre. Occorre far notare che con le due unità di crisi vengono uniti potere legislativo ed esecutivo e che gli ordini del tribunale che sanciscono l’incostituzionalità dei provvedimenti e che  permettono un incontro tra prigionieri ed avvocati vengono ignorati

A metà settembre il commando con l’ ostaggio si trasferisce da Colonia a l’ Aia per sfuggire alla pressione investigativa. Alla fine del mese il commando si divide : una parte si trasferisce con l’ ostaggio a Bruxelles e gli altri membri vanno a Baghdad per incontrarsi con membri della resistenza palestinese con la mediazione di un membro delle R.Z. Nella capitale irachena Abu Hani propone un dirottamento aereo a supporto del sequestro Schleyer[73]

Visto che le autorità non cedevano allo scambio il 13 ottobre un commando palestinese  del S.A.W.I.O. , con la supervisione di Abu Hani del PFLP/SC dirottò il Landshut, un Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo chiedendo la liberazione di una lista di prigionieri politici , tra i quali il vertice della RAF.[74]

I giornali reazionari come il BILD chiedono l’ esecuzione di “terroristi” per rispondere a quella di ostaggi, pure sulla liberale FAZ si legge “non sarebbe il tempo di istituire un diritto d’emergenza contro i terroristi?” settori della  CSU chiedono la pena di morte.

Il 17 ottobre verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta. La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas Baader,  Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller invece era  ferita gravemente da quattro coltellate al petto. La versione ufficiale parla di suicidi a seguito della notizia del fallimento del  dirottamento aereo, senza però riuscir a spiegare come avevano potuto saperlo e come potevano avere due pistole e un coltello in un carcere di massima sicurezza , trovandosi inoltre in isolamento da due mesi[75]. Per l’ estrema sinistra furono omicidi di stato.[76] Oltre alla seguente testimonianza della Möller ci sono numerose incongruenze nella versione oltre a quelle rammentate nell’’articolo in nota. Perché il mancino Baader teneva la pistola nella mano destra? Come ha fatto a spararsi da trenta a quaranta centimetri nella nuca? Perché il cavo elettrico con la quale la Ensslin si sarebbe impiccata si rompe al tentativo di sollevarla? (vedere anche foto di cadavere). Inoltre vennero rinvenite ferite che non avevano a che fare con l’impiccagione. Appare altresì strano che non ci fossero impronte sulla pistola di Raspe

A seguito di questi avvenimenti venne ucciso Schleyer. Il suo cadavere fu scoperto dietro segnalazione ,nel portabagagli di un Audi 100 a Mulhouse, in Francia.

Il mese successivo venne trovata impiccata nella sue cella, anche Ingrid Schubert, un’ altra prigioniera della RAF di cui era stata chiesta la liberazione. Permangono gli stessi dubbi, tanto più che lei, a differenza dei tre che avevano preso da poco un ergastolo, sarebbe uscita nel 1982. Nei due anni successivi nel corso di operazioni di polizia, vennero uccisi altri tre membri della RAF;  Willy Peter Stoll (a Duesseldorf il 6 settembre1978), Michael Knoll (24 settembre1978 presso Dortmund) ed Elizabeth Von Dyck (a Norimberga il 4 maggio 1979). Rolf Heissler scampò invece alla morte solo perché riuscì a ripararsi la testa con una cartellina che  deviò il  colpo mortale .

Nella società tedesca si assistette ad un operazione di massiccia censura di tutto ciò che mostrasse simpatia per i movimenti di liberazione , persino un pezzo teatrale come “Antigone” venne censurato. L’interdizione dall’’impiego, la limitazione dei diritti della difesa e la censura furono criticati dal tribunale Russell.

Quando avete saputo  a Stammheim che Schleyer era stato rapito?

La sera stessa dalla TV. Poco dopo venne un commando. Dovemmo spogliarci nudi, i nostri vestiti vennero vagliati minuziosamente e poi fummo chiusi in celle vuote ad aspettare la fine della perquisizione di sbirri e magistrati. Alla prima occhiata mancavano la radio, tv, giradischi e tutti gli accessori. A questo punto eravamo 4 nel braccio morto, Nina era stata spostata a Stadelheim il 18 agosto e doveva tornare subito da noi. Fino ad allora avevamo delle mensole davanti alle celle con degli oggetti che usavamo in comune come libri , roba da toilette ecc. il 6 settembre il corridoio venne sgomberato e tutta la roba fu messa sotto chiave. Da allora in avanti non potevamo usare più nulla in comune nè consolarci a vicenda. Il blocco dei contatti era già stato attivato, non solo contro di noi, ma contro tutti i prigionieri politici nella RFT. Erano più di 90.

Prima del rapimento Schleyer avete vissuto in celle d’isolamento?

Prima a notte potevamo rimanere assieme, uomini e donne divisi. Da agosto ero assieme a Gudrun , anche perché era estremamente indebolita dagli scioperi della fame e della sete[77] e pensavamo che non ce la facesse a sopravvivere. Nella notte fummo divise e rimanemmo tutti in celle d’isolamento.

Avete riavuto le cose confiscate nella perquisizione?

No. Dopo alcuni giorni riavemmo solo il giradischi. Ciò che poteva servire per  l’informazione se lo sono tenuto.

Avevate saputo in anticipo che Schleyer sarebbe stato rapito? C’erano stati accordi tra di voi e le persone che formarono il commando Siegfried Hausner?

Non c’erano stati accordi col commando. È stato detto che i prigionieri gestivano le azioni dalla cella, ma non è così. Come avremmo dovuto farlo? Avemmo però il presentimento che qualcosa sarebbe avvenuto . si deve vedere questa fase del 1977 in relazione. Il 7/4/77 il commando Ulrike Meinhof uccise il procuratore generale  Buback mentre ci trovavamo in sciopero della fame per ottenere la revoca dell’isolamento e la riunione in un gruppo di 15 persone[78]. Durante questo sciopero, dopo l’uccisione di Buback, fummo isolati per la prima volta , senza poter ricevere nemmeno gli avvocati, allora non c’era una base legale che lo permettesse. Per protesta siamo entrati in sciopero della sete. Il blocco dei contatti è stato rimosso, ma le nostre richieste non sono state accolte. In questo periodo ci fu un enorme solidarietà internazionale, teologi , giudici americani, belgi, francesi e inglesi avvocati e giuristi sostennero le richieste di riunione. Il 30 aprile abbiamo ottenuto la promessa che altri prigionieri sarebbero stati trasferiti a Stammheim. Poi il 30 luglio venne ucciso Ponto. In quel periodo era chiaro che il processo di Stammheim si avviava alla fine e che ci sarebbe stata la sentenza. Era una fase nella quale è successo molto e l’atmosfera era tesa. Per questo ci aspettavamo che succedesse qualcosa, anche se non sappiamo cosa. Quando abbiamo sentito che Schleyer era stato rapito abbiamo pensato che potesse avere a che fare con noi. Le richieste furono divulgate il giorno successivo, allora fummo isolati completamente.

Gli attentati a Buback, Ponto; Schleyer furono azioni con l’uccisione delle scorte, miravano alle colonne dello stato , ma politicamente hanno trasmesso solo l’idea “ vogliamo i prigionieri liberi”. Allora c’era la critica che la RAF fosse “la guerriglia liberaprigionieri”. Questa determinazione del punto chiave dell’azione era stata stabilita con voi?

No, non lo era. Ma per come l’abbiamo vista c’era molto di più che il liberare prigionieri. Non si può guardare solo alle richieste di tali azioni e dire “AHA , vogliono liberare i prigionieri e basta”. Abbiamo inteso gli attacchi in questa fase come   l’arrivo a una situazione mutata. Ponto era un bersaglio che fino ad allora non c’era stato. Era , come in seguito Schleyer, un dirigente dell’economia. Un tale bersaglio riflette la nostra analisi nel momento in cui moltissime cose nell’’economia erano in movimento proprio nel mercato mondiale. La RFT tentava di assicurarsi influsso economico mondiale con l’enorme esportazione di capitali. Abbiamo avvertito la svolta profonda determinata dal fatto  che gli USA avevano perso la guerra in Vietnam, adesso , dato che essi erano impegnati in molti fronti , la RFT guadagnava spazio. Il fulcro dello scontro non era più sugli obiettivi militari, ma su quelli politico economici: il capitale è anch’esso un mezzo per fare la guerra. Ciò richiedeva anche una ristrutturazione  all’interno. Nella RFT c’erano allora un milione di disoccupati e nonostante ciò nel confronto pubblico si cercava di mobilitare contro “lo stato dei sindacati”, si voleva agire contro la cogestione e nelle negoziazioni tariffarie    senza scioperi si poteva imporre ben poco. Allo stesso tempo fecero dei grossi sforzi per iniziare un mercato europeo comune e soprattutto coordinare meglio ed unificare la politica europea. Nel 1975 ci fu il primo vertice economico europeo, nel quale si discusse concretamente.  In questa situazione la RFT era già una forza motrice, ma c’era molta più resistenza contro un tale progetto di europaizzazione, che ancor’oggi non è stato completamente imposto, ma di cui una buona parte era già stata fatta.

Attorno c’erano, nei paesi più importanti del mercato europeo Italia, Francia ed Gran Bretagna ,degli sviluppi che preoccupavano il “Modello Germania”. Per esempio il fatto che alle elezioni politiche del 1976 in Italia, i comunisti sfiorarono la vittoria alle elezioni . si svolse tutto con un ritmo serrato, ma non così scorrevole come Bonn avrebbe desiderato. In questa situazione attaccare un capo dell’economia era un salto di qualità nella politica militante, e corrispondeva a ciò che reputavamo importante. Vedemmo che i commando fuori fecero un analisi simile alla nostra. E questo non riguardava solo liberare i prigionieri. I prigionieri li puoi liberare solo se cogli il punto giusto, se colpisci il punto sensibile.

Quindi sostieni che l’attentato o il rapimento di Ponto e Schleyer doveva significare qualcosa politicamente, ciò che non era detto nel comunicato ma , per così dire era da leggersi tra le righe?

Non da leggersi tra le righe ma da cogliersi nell’’azione.

Come vedi in relazione a ciò l’attentato a Buback[79] che non era un uomo dell’economia?

L’azione contro Buback doveva  mettere un freno all’apparato repressivo, per questo fu all’inizio dell’offensiva del 1977.Lui rappresentava la continuità della persecuzione degli oppositori politici dopo il 1945. aveva creato i tribunali speciali[80] e tirato su l’apparato per la guerra psicologica nel quale ha agito in maniera aggressiva poiché giudicava le contrapposizioni come guerra. Con Buback venne colpito uno che era responsabile in prima linea della brutale politica di stato contro noi prigionieri.[81]

Qual’era il vostro pensiero? La morte di un capo dell’economia avrebbe potuto cambiare materialmente qualcosa? Oppure era solo un azione simbolica, nonostante la violenza dell’atto?

Il commando non aveva progettato la morte di Ponto, ma il suo rapimento come parte di una più grossa azione. Ci fu anche un breve comunicato dopo il fallito sequestro[82]. Ponto e Schleyer erano in una posizione decisionale molto importante con effetti strategici. Porre la sfida al potere attraverso il loro sequestro e richiedere la liberazione di 11 prigionieri doveva avere un effetto in una direzione o in un’altra. Non abbiamo tempo per spiegare ogni singolo aspetto, ma pensa a ciò che ti ho detto : dopo il Vietnam si guardava alla concorrenza all’interno dell’imperialismo, a chi ha l’egemonia , se il capitale USA o RFT, quali sono gli effetti nella politica interna e ciò che succede nel conflitto nord sud.

Avete discusso in carcere sul fallito tentativo di rapire Ponto? 

Ci rammaricammo che fosse fallito ma non ci furono grosse discussioni. Che avremmo dovuto dire?inoltre le nostre possibilità di comunicazione dentro, ma anche fuori, erano piuttosto limitate. Poche visite c’erano concesse e le lettere venivano censurate massicciamente. Apparte i nostri avvocati e qualche appartenente del gruppo, abbiamo visto poche persone e dopo il blocco dei contatti nessuno.

Cosa avete capito nei giorni dopo il rapimento?

Poco. C’era sì la radio del carcere ma l’avevamo chiusa perché avevamo appurato che da lì origliavano.

Che indizi avevate?

Abbiamo dovuto leggere delle cose sul “Welt” che abbiamo discusso privatamente nelle nostre celle o in quelle degli avvocati. Ciò che il “Welt” pubblicava era spesso travisato e distorto, ma era chiaro che per i contenuti e la forma di singoli particolari, sapevano di cosa parlavamo.[83] Fu anche l’anno nel quale si seppe che avevano nascosto cimici nelle celle , durante l’affare Traube (febbraio 77). Il processo a Stammheim minacciò di andare a monte. La doppia struttura servizi – galera venne confermata.

Non avevate più la possibilità di ascoltare la radio del carcere?

In principio no. Ma io venni spostata in una cella dove il collegamento radio non era stato chiuso. Avevo un piccolo auricolare che avevo potuto nascondere nel bordo del lavandino prima della perquisizione e con quello potevo attaccarmi alla linea e sentire le notizie che di tanto in tanto trasmettevano..

Non c’era pericolo che ti scoprissero?

Certo, ma cosa dovevo fare. Ero molto prudente. I guardiani irrompevano improvvisamente nella cella e non potevo certo penzolare alla parete con le cuffie all’orecchio. Era una cosa snervante, starsene lì a sentire, ma funzionava. Inoltre trasmettevano in maggioranza musica e sport e io mi dovevo sforzare per attendere le poche notizie. Ma in questo modo ho sentito le richieste del commando.

Potevi dire agli altri ciò che avevi saputo. C’era comunicazione tra di voi?

Potevamo gridarci qualcosa. Principalmente la notte. Quando se ne sono accorti ci hanno inchiodato materassi di gommapiuma davanti alla porta. Inoltre le grida erano difficili da capire perché, dopo che il corridoio era stato svuotato, rimbombava assai

Oltre alla comunicazione a voce c’erano altre possibilità di comunicazione?

No, non avevamo nessuno a cui poter dire le cose.

C’era stato un sistema d’informazione tra i prigionieri

Si , ma non c’era più da tempo. Abbiamo cercato di almeno di rompere il blocco dei contatti tra di noi, almeno per poter parlare tra di noi, ma era completamente illusorio. Anche i tentativi di procedere attraverso il tribunale sono falliti. All’inizio la procedura era giuridicamente illegale e ci furono deliberazioni di un giudice per rompere il blocco ma furono semplicemente ignorate[84].

Com’era la tua situazione? Eri sola in cella. Che facevi  tutto il giorno?

Leggevo, guardavo fuori di finestra. Se mi avvicinavo potevo vedere gli sbirri fuori che si spostavano. Qualche volta c’erano le truppe a cavallo che si spostavano per i campi. Si potevano anche sentire. Si dividevano e facevano i giri a cavallo. Oppure quelli che si spostavano in auto.Potevo guardare fuori anche se c’erano sbarre in tre scaglioni, ma solo delle parti.

C’era qualcuno con cui potevi parlare?

Solo col medico. Con lui non ero solo, c’erano anche gli sbirri. Ebbi improvvisamente la gola gonfia e volevo parlare sola col medico. Vedevo la cosa in relazione col cibo che ci davano. Si sono rifiutati.non era neppure possibile parlare da sola col dottore.  Poi è venuto un professore che nel frattempo era diventato medico di fiducia degli altri . lui ha potuto visitarmi , ma solo in presenza degli sbirri.

Non si inizia a parlare da soli in una situazione così isolata?

In silenzio , di sicuro. Era una situazione così estrema nella quale ci si trova, un vuoto inimmaginabile. Il tempo trascorre molto lentamente e la tensione è ininterrottamente molto grande. Questo attendere ti rende sensibile ad ogni piccolo rumore, reagisci ad ogni minimo ed insignificante cambiamento.

Hai pensato che la vostra liberazione potesse riuscire?

Avevo grandi speranze che potesse funzionare. Avevo anche dubbi, in una situazione del genere si oscilla tra un pensiero e l’altro. Col passare del tempo divenne sempre più chiaro che giocavano a guadagnare tempo. Hanno richiesto sempre nuove prove che Schleyer fosse vivo, posto sempre nuove condizioni in modo da far tirare il sequestro per le lunghe. Il 13 settembre venne da noi

il funzionario del BKA Klaus [85] per sapere se avremmo accettato di volare in qualche paese e se sì, dove

Come si è svolta concretamente la cosa?

Io risposi di sì a condizione che non richiedessero subito l’estradizione. Sulla destinazione non ho detto nulla, perché volevo discutere la cosa con gli altri.

Avete concordato tra voi che risposta dare?

Non funzionò. Quando venne Klaus lo gridai agli altri, così che le misure d’isolamento vennero notevolmente rafforzate perché naturalmente se ne sono accorti.[86] Ed io e Andreas fummo spostati nelle celle più vicine alla cabina di sicurezza. Il colloquio con Klaus durò una decina di minuti

in un ufficio. Non vennero più da me, ma seppi che Andreas aveva fatto un tentativo di prendere contatti con la cancelleria. Fu il 29 settembre. Ad inizio ottobre Klaus e poco dopo  venne qualcuno della cancelleria.

Ma l’iniziativa di Baader non fu concordata con voi?

Sapevo che Baader se la prefiggeva. Ce l’aveva gridato.

Che ne pensasti di quest’iniziativa?

Pensai che fosse una buona cosa, per lo meno un tentativo di intraprendere qualcosa da parte nostra e non semplicemente starsene ad aspettare. Ne  parlammo già dopo la morte di Ponto, quando ci vedevamo e ci sembrava possibile anche un’azione di liberazione, cosa sarebbe potuto succedere in una situazione del genere. Per questo Andreas poté fare una proposta del genere di fronte alla cancelleria; dire cioè che non saremmo tornati nella repubblica federale qualora fossimo stati rilasciati, sarebbe stato il riconoscimento che qui da noi la situazione era estremamente cambiata.

Come siete arrivati a quest’idea?non era una prima ammissione del fallimento della RAF?

Al contrario avremmo conquistato qualcosa: la nostra libertà.

Che avevate però  perso con la lotta armata…

Sentimi un po’! (ride).l’avevamo accettata per la libertà. Non fu mai la nostra massima aspirazione la lotta armata, volevamo con essa raggiungere qualcosa. Avremmo potuto nel futuro percorrere altre strade, il lavoro politico, i contatti internazionali … inoltre questa promessa di Andreas non voleva dire che nessuno avesse più fatto la lotta armata, ma che noi non l’avremmo più fatta.

Come vi è venuto in mente che il governo federale prendesse sul serio queste rassicurazioni. Mi suona come un giuramento solenne: adesso ci diamo la mano e ci accordiamo su questi due o tre punti. Suona come il fare la guerra nel periodo preindustriale nel 17 18 secolo.

Ciò che pensi tu ora io non l’ho pensato. Volevamo chiarire che avremmo continuato a lottare, anche se disarmati. Pensammo che in quel momento avrebbe potuto influire su una decisione del governo. Avrebbe avuto il suo fondamento  in ciò che avevamo raggiunto fino a  quel momento.

Cosa avevate raggiunto fino a quel momento?

Devi vedere tutto il periodo 1970-1977. secondo le nostre aspettative avevamo raggiunto molte cose. Abbiamo persino pensato  che le cose si sviluppassero in maniera più veloce e migliore di come   ci eravamo aspettati all’inizio.

Per esempio c’era una crescente consapevolezza internazionale di che razza di stato è la RFT in particolare la RFT del dopo elezioni 1969 con al governo i socialdemocratici, che si dava tanto da fare per dimostrare di essere uno stato di diritto che con il passato fascista non aveva più nulla a che fare. Con la nostra lotta in quel periodo e la reazione statale, si è potuto dimostrare come poco sia cambiato in realtà e come in realtà sia aggressivo lo stato tedesco. Non fu un caso che “il modello Germania” abbia avuto una così brutta risonanza all’estero e che negli altri paesi europei soprattutto intellettuali si impegnarono

contro le condizioni carcerarie e la persecuzione alla quale eravamo sottoposti.

Ti riferisci alla visita che Sartre vi fece  in carcere?

Sì ma non solo lui. Anche in altri paesi intellettuali e politici hanno preso posizione , soprattutto nei paesi occupati dall’’ esercito tedesco. Ci furono anche comunisti ed antifascisti che si sono rivolti contro l’egemonia tedesca e non solo ci hanno capito, ma erano anche contenti che ci fosse qualcuno all’interno della Germania Ovest che si batteva contro questo sviluppo.

Non eravate gli unici però che si battevano contro il “modello Germania” . il tribunale Russell

 per esempio aprì aspre controversie all’interno della società tedesca , fu creato e portato avanti da gruppi socialisti e comunisti legali.

Certamente non eravamo gli unici. C’erano comitati contro l’interdizione dai pubblici impieghi, resistenza contro la politica atomica….La nostra politica ha avuto una qualità particolare perché lottavamo in maniera armata contro le condizioni tedesche e perché in galera eravamo sottoposti alla repressione più aspra..

Per come la racconti sembra che la RAF abbia messo al centro della propria lotta il potere egemonico della Germania in Europa . se guardo i vostri testi del tempo ci vedo assai poco questo elemento. Anche in ciò che fu provocato nell’’autunno tedesco non si trattava di questioni relative alla politica delle grosse potenze , quanto sulla domanda: si può cedere ai terroristi? Si devono liberare gli ostaggi? Si può provare “segreta gioia “ di fronte alla morte di un funzionario della giustizia come fece Mescalero per Buback.?[87]

La presa del potere in Europa occidentale era un processo che divenne sempre più chiaro dagli inizi degli anni 70. Negli anni 1973/76 ci siamo impegnati in questo, che è stato soffocato nelle dichiarazioni processuali. I commando non hanno tematizzato questo aspetto dandolo per scontato. Oggi penso che sia stato un errore, una grossa mancanza non impegnarsi politicamente in questo aspetto. Su quest’ immiserita cultura in questo paese non ho molto da dire,  il problema cioè

che solo un aspetto riempie i titoli a caratteri cubitali dei giornali.

Che impressione avevate dei rapporti con gli altri gruppi nella RFT?

Era contraddittoria

Come fu il 1977? Avete letto per esempio il “necrologio di Buback” di Mescalero?

Sì . lo trovavamo politicamente irritante. Aveva una goliardia sforzata[88] quando si riferiva al suo testo come “ rutto” . oppure per formulazioni come “la sinistra deve sviluppare  un concetto di violenza/militanza che sia gioioso  e che abbia la benedizione  delle masse impegnate” con la situazione ed il tema era fuori posto. Trovavamo però indicativo che fosse letto in altro modo dallo stato, cioè come solidarietà e che richiamasse reazioni isteriche. A parte ciò  era molto istruttivo    , come ha considerato l’opinione pubblica borghese liberalsinistrese. Dei professori che l’hanno pubblicato qualcuno depose le armi     di fronte ai provvedimenti disciplinari accettando di firmare un documento di abiura (nel quale ci si distanziava dallo scritto e si giurava fedeltà alla costituzione ndt). Abbiamo seguito interessati lo sviluppo della cosa e trovavamo positivo che qualcuno si confrontasse con l’accaduto.

A quali scopi puntava la proposta di Baader, che in caso di scambi non avreste più portato avanti la lotta armata? Avevate riflettuto su che cosa avreste potuto fare altrimenti?

Per rispondere devo fare un salto indietro. Nel 1976 il governo richiese l’estradizione di Rolf Pohle (uno dei 5 prigionieri liberato in cambio del rilascio del presidente berlinese della CDU Lorenz marzo 1975 ndt) che era stato arrestato in Grecia. Si sviluppò una campagna nella quale furono attivi partigiani greci e membri della resistenza al tempo dell’occupazione del paese da parte dell’esercito tedesco. Lo scopo era quello di impedire l’estradizione. Ciò mostro il terreno sul quale si sarebbe potuto agire , e non con le armi. Fu per noi molto importante vedere come si potesse agire politicamente nei paesi occupati dai nazisti dove c’era stata resistenza, perché la c’era qualcosa in movimento e non era tutto fermo.

Ma anche gli altri stati occidentali erano organizzati in maniera capitalistica.In alcuni come Italia, Francia, Grecia, c’erano   pure gruppi che agivano nell’’illegalità.

Lo sapevamo. Ma là c’erano anche altre storie, un altro potenziale di sviluppo, altre possibilità di agire per noi.

Ciò porta alla domanda su come vedevate la Germania e le condizioni tedesche.

Ne ho gia parlato prima. Per noi era importante che avevamo a che fare con un governo socialdemocratico, che d’altra parte infine voleva raggiungere lo stesso obiettivo delle precedenti coalizioni CDU/CSU- FDP , ma con una via più facile da percorrere. Si trattava di creare una forte Germania anticomunista che non facesse più ricordare il suo passato. Nella smobilitazione della resistenza , nel tentativo di  ingabbiare i movimenti e di paralizzarli, di isolare la gente politicamente attiva, questa politica socialdemocratica ebbe molto esito. Per questo era per noi molto importante creare un opinione pubblica internazionale e mostrare che questo progetto d’integrazione ha i suoi limiti. In un certo senso ha anche funzionato. C’è una citazione del cancelliere Schmidt che viene bene al punto di quest’aspetto. Disse che gli dispiaceva che ogni volta che un terrorista veniva ucciso ci si riferisse al passato nazista della Germania Ovest.

Tu poni un accento marcato sulle reazioni internazionali alle condizioni carcerarie e alla persecuzione della RAF. Avevate l’impressione di aver altrettanto  successo all’interno della RFT?

Troppo poco. Non si può chiamarlo successo.

Per tornare alla proposta di Baader ; se fosse riuscita vi sareste posti il compito di concentrare l’attenzione sulla RFT? Cioè non andare in america latina per unirsi là ai movimenti di liberazione?

Non mi sono mai immaginata di andar in un altro posto a combattere e per quel che ne so neanche gli altri. Volevamo cambiare le condizioni qui.

Hai visto se l’iniziativa di Baader aveva smosso qualcosa?

Ho visto che l’allora ministro della cancelleria Schuler non è venuto ma ha mandato qualcun altro.

Non l’ho preso come un brutto segnale, peggio sarebbe stato se non avesse reagito in nessun modo. Per noi era estremamente importante uscire. Essere prigionieri non significava solo una tremenda delle nostre possibilità di azione e comunicazione. Abbiamo inoltre notato che l’isolamento ci minava come persone,c’eravamo ammalati ed indeboliti psicologicamente. Mi era impossibile prefiggermi di stare altri 20 anni là dentro. Per gli altri era lo stesso. Il tempo al quale eravamo sopravvissuti,ed alcuni non lo erano come Ulrike Meinhof , Holger Meins, Katharina Hammerschmidt Siegfried Hausner , era stato estremamente lungo.

Come è proseguita dopo il tentativo di Baader? Che informazioni hai avuto dalla radio che potevi ascoltare?chi hai visto?

La cosa importante che ho udito è stato il dirottamento dell’aereo da parte del commando “Martiri  Halimeh” il 13 ottobre. È durato un po’ prima che fossero chiare le richieste del commando. Poi si è sentito che c’era un aereo in giro che avrebbe liberato i passeggeri. L’ultima cosa che ho sentito è stata una smentita a questa notizia.

Cosa avete pensato della cosa? Degno di nota era che era intervenuto un commando palestinese e che era stato dirottato un aereo di gitanti. Contraddiceva i principi della presa di posizione di Baader.

La cosa non mi sorprese perché poco prima, l’armata rossa giapponese aveva dirottato

il 28 settembre un aereo della JAL ed aveva ottenuto dal governo giapponese la liberazione di 9 prigionieri politici. La mia impressione era duplice. Da un lato vedevo una risorsa  che si

era esaurita. Dall’’altra ho pur sempre sperato che questo rapimento potesse essere una speranza per noi e che da al governo la possibilità di modificare la linea dura per presentarsi come salvatore degli ostaggi liberandoci. Ma nella situazione del blocco dei contatti , nella quale non mi era possibile scambiar opinioni con nessuno, se non gridarci qualcosa, e soprattutto non sapere niente dall’’esterno, mi risultava estremamente difficile valutare le conseguenze del sequestro aereo. Mi frullavano pensieri contraddittori in testa. Il fatto che fosse un commando palestinese , ha a che fare con la nostra storia comune e mostra una forte solidarietà. Quest’ultima cosa era la più importante.

C’era stata una storia comune. C’era anche un presente comune?

Per  noi in prigione naturalmente no, ma penso che fuori ci fosse

Prendesti contatti con gli altri?cosa risposero?

. Quando seppi del dirottamento lo comunicai agli altri che ne presero atto. Devi immaginarti la situazione: da 6 settimane ti ritrovi in isolamento totale, abbiamo portato avanti uno sciopero della fame e della sete, non possiamo parlare con nessuno, abbiamo appena avvertito qualcosa e sapevamo che stavano succedendo un sacco di cose. Era una situazione logorante. Il sequestro del Landshut fu uno sviluppo a sorpresa. Ci ha fatto sperare che si rompesse questa situazione di stallo e che si giungesse ad una decisione.

Avevate ancora la speranza che ci potesse essere una decisione positiva?

Prima del sequestro aereo non più. Era già chiaro che l’unità di crisi giocava a prendere tempo e che aveva gia mollato Schleyer

avevate un idea di chi ci fosse fuori nella RAF?

Sapevamo chi cercavano. Sapevamo che c’era ancora la RAF e per ciò che facevano dovevano essere molti e , singoli che conoscevamo erano organizzati là.

Poco dopo che Baader ha parlato con i funzionari il Landshut è stato assaltato. L’hai sentito alla radio?

No, le ultime notizie furono verso le 10 11. al più tardi alle 11 la radio fu spenta. Poi mi son messa

A leggere. Non era così facile. Prima del rapimento accoglievano le lampadine per spegnere la luce. Adesso staccavano semplicemente la corrente. Dovevo usare candele. Il giradischi l’ho usato con le pile. Volevo rimanere sveglia per sentire le prime notizie verso le 6. ero però sovraffaticata. Mi sono messa a gironzolare per la cella per non addormentarmi. Ma poi sono crollata./coricata????

Avevo dormito pochissimo nei giorni precedenti, anche di giorno; niente pisolini. Fisicamente ero esaurita per lo sciopero della fame, perché non mangiavo quella roba e ci era proibito acquisto di viveri. Non avevo più riserve per rimanere attiva, ma mi aiutava a stare sveglia. Poi ho chiamato Jan tardi in nottata. La cella dove allora stavo era abbastanza sformata e se ci si sdraiava si poteva chiamare da sotto la porta. Jan era davanti a me, a  un paio di metri di distanza di lato. Mi ha sentito e risposto ho detto “He,um” per sapere che succedeva. Poi mi son messa sotto le coperte e mi sono addormentata. Quando non so dirlo, con esattezza , ma fu nelle ore successive.

La mia prima sensazione fu un rumore in testa, mentre qualcuno mi apriva le palpebre sotto la luce accecante del corridoio, molte figure attorno a me che mi hanno afferrato. Dopo ho sentito una voce che    ha detto “Baader ed Ensslin sono morti”. Infine ho perso i sensi. Mi sono risvegliata completamente giorni dopo nell’’ospedale a Tubinga. Un giudice sedeva accanto al letto e

voleva sapere cosa fosse successo. Da lui ho sentito che anche Jan era morto. Da lui ho anche appreso che l’aereo era stato assaltato e che i dirottatori , tranne una donna , erano stati uccisi. La mia avvocatessa mi ha detto che ha tentato senza successo di arrivare a me per tutto il tempo.

Ma non potrei raccontarti il senso di quel discorso. Prova a immaginarti che dopo setimane di blocco totale, era il primo contatto con una persona di fiducia. Inoltre ero gravemente ferita ed avevamo solo un ora di tempo. Ero nel reparto ustionati e tutto era piastrellato e sterile. Ero attaccata ad una flebo che gorgogliava, avevo dolori terribili, c’erano sbirri ovunque , persino i dottori di questo reparto erano sorvegliati.

Inizialmente non seppi che ferite avevo. Me lo disse dopo un medico di fiducia. Di 4 coltellate al petto , una aveva colpito il pericardio e ferito un polmone che si era riempito di sangue. A Tubinga mi dovettero incidere la gabbia toracica e posizionarvi un drenaggio per aspirare tutto il liquido della ferita. Il corpo contundente doveva essere stato conficcato con violenza ed essere stato fermato da una costola che presentava un’incisione.

Nel reparto rianimazione rimasi una settimana, là una fisioterapista mi ha aiutato a recuperare la capacità respiratoria. Ho ricevuto forti dosi di tranquillanti e sedativi e mi ricordo poco di quel giorno. Ma un immagine mi è rimasta impressa: giorno e notte c’erano due o tre sbirri con i berretti,

mantelli e soprascarpe  sterili, mantre davanti alla finestra pattugliavano altri armati di mitra. Il fine settimana mi riportarono in carcere a Hohen Asperg  con l’elicottero. Là rimasi 4 settimane . per molto tempo non fui in grado di camminare ed ebbi dolori per anni a respirare,tossire, sdraiarmi di fianco e persino a ridere.

Hanno trovato l’arma con la quale sei stata ferita?

Nella versione officiale si parla del coltellino in dotazione, ma non quadra perché la ferita è piuttosto profonda. Quello era un coltellino che si utilizza per spalmare il burro e, assieme alle forbicine per ritagliare giornali che erano in un angolo, fu l’unico oggetto “da taglio” ritrovato in cella. Ma non si trattava di esse, loro dissero che era stato il coltello smussato.

Il tuo avvocato ha parlato con i medici per sapere se le ferite sarebbero state compatibili con un coltellino del genere.?

Hanno provato a parlare con i medici e il personale d’assistenza, ma hanno sempre trovato porte chiuse. Gli era proibito parlare con il mio avvocato. Alcune infermiere hanno tentato di fargli arrivare notizie , ma non ha funzionato granchè. Il personale aveva paura. Anche gli avvocati erano stati intimiditi. Vennero istituiti numerosi procedimenti disciplinari contro i nostri avvocati, non erano certo buone premesse per chiarire qualcosa[89]. Io stessa ho provato ad avere gli atti e la documentazione, inutilmente. Le lastre non ho mai potuto vederle. Anche in seguito , quando ero a Lubecca ed avevo ancora dolori al respiro, il medico della prigione le ha richieste. Pensavamo che da prigione a prigione potesse funzionare. Ma nulla,  le due prigioni non le hanno spedite (Hoheasperg e Stammheim).

Quando hai raccontato per la prima volta ciò che ti è successo?

Prima ho parlato con un avvocato, poi ho fatto le mie  dichiarazioni davanti alla commissione di inchiesta[90]. Era il 16 gennaio 1978. avrebbero gia voluto farlo nel dicembre 1977, ma ero troppo debole e mi trovavo in sciopero della fame perché volevo assolutamente essere raggruppata con gli altri. Fu tremendo. Giacevo in divisa carceraria sul materasso in terra ed ero sorvegliata continuamente. Venne poi un funzionario della commissione d’inchiesta e mi disse che ero tenuta a rilasciare una dichiarazione e di tenermi pronta per l’8 dicembre. La dichiarazione si sarebbe svolta a porte chiuse. Così non lo faccio. Così hanno stabilito il termine per gennaio 1978.

Ci andai perché volevo dichiarare pubblicamente . c’era moltissima stampa. L’audizione si svolse nella sala dove c’era stato il processo. C’erano 200 posti ed erano tutti gremiti. Risposi alle loro domande. Il protocollo si può anche leggere[91] Gli atti della commissione non li ho ricevuti fino ad oggi. Non ho potuto correggere, cambiare o aggiungere cose al contenuto della mia dichiarazione perché nessuno me l’ha data. La versione stampata non è autorizzata e neppure completa.

Com’era la situazione per te?quella notte ti sei alzata ed eri gravemente ferita. Che hai pensato?

Per me fu tutto confuso. C’era il dolore terribile che gli altri non fossero più con me. Non avevo però neppure il tempo di rattristarmi, dovevo chiarirmi la situazione. Riflettei ai segnali che c’erano stati di una tale escalation. Volevo chiarire un po’ di cose. Nel corso degli anni c’erano state minacce di morte contro Andreas , Ulrike era morta, avevamo pensato che un tali omicidi potessero succedere, non ci siamo mai sentiti sicuri in galera. Questo era un motivo per il quale volevamo restare uniti e non lasciarci dividere, per proteggerci a vicenda. Ma sapere che questo può avvenire, è ben altro che viverlo in realtà. Da sola dovevo venirne a capo. Era un dolore totale che mi stordiva più della paura che qualcuno ci riprovasse.

Poi ho tentato meglio che potevo di arrivare alle informazioni. Ciò ha caratterizzato il corso dei miei giorni allora. Fu terribilmente difficile perché non avevo giornali, non avevo gli atti e non potevo avere visite. Gli avvocati venivano ma avevamo appena il tempo di discutere solo le cose più necessarie e urgenti. Non avevo nulla da verificare o controllare. All’ Hohen Asperg hanno tolto il blocco dei  contatti a fine ottobre. La radio non me l’hanno ridata perché dissero che avrei potuto usare il filo per impiccarmi. Con questa scusa mi hanno tolto tutto. In questo periodo, quando giravano la gran parte delle informazioni ed ho tentato con urgenza di sapere le cose. Non avevo accesso al modo.

Non avevi neppure giornali?con quelli è difficile impiccarsi..

Tagliavano tutto ciò che potesse aver a che fare con Stammheim o il Landshut nel senso più ampio. Li ho avuti 20 anni dopo quando sono uscita di carcere nella cassa dei “beni”[92]. Allora dai giornali leggevo solo lo sport e forse un paio di articoli del Feuilleton.

Non hai potuto ricevere testi o informazioni per posta dai difensori?

Gli avvocati non hanno spedito nulla. Avevano paura che tutto fosse illegalizzato come sistema d’informazione. Di fronte al clima arroventato era anche un timore giustificato. In Germania due avvocati erano già in galera e Klaus Croissant era in Francia in attesa di estradizione.

Quando avesti di nuovo contatti con qualcuno del tuo gruppo?

Per lungo tempo non avvenne. Avevo voglia di essere riunita con gli altri, in particolare con Nina (Ingrid Schubert). A Hohen Asperg sentii da lontano un brano della radio : Ingrid Schubert si era impiccata a Hohen Asperg. Ero come tramortita. Questo era il 12 novembre. Si parlò subito di suicidio per quanto tutti i fatti parlassero contro. Ho letto molto più tardi le sue lettere dell’ultima settimana[93] e descrive di come fu assalita il 18 ottobre e sottoposta a perquisizione ginecologica. I suoi piani per il futuro prossimo erano quelli di tornare con noi. Dalla pubblica discussione è uscita subito perché non è morta a Stammheim e perché nonostante le stranezze non ci fu nessuno che continuò le indagini. Gli atti furono chiusi nel 1978.

Fosti sola per tutto il tempo?

Sì, a Hohen Asperg c’era anche Günter Sonnenberg in un’altra sezione, ma non avevo nessun contatto con lui. Attorno a me c’erano solo guardiani che erano seduti attorno alla mia cella e mi hanno sorvegliato ininterrottamente. Per descrivere il clima basti dire che mi volevano perquisire prima della visita del mio avvocato. Ricordo che ero con una camicione legato dietro e dovevo spogliarmi e lasciarmi tastare i capelli prima di farmi portare in sala visite in sedia a rotelle. Mi sono rifiutata. Una volta a letto ho fatto uno schizzo delle celle di Stammheim, per spiegare chi quando e dove era stato spostato nelle celle. Hanno subito avvisato il tribunale che stavo ideando piani d’evasione. La prima visita l’ebbi a fine 77 quando venne mia madre. Era terrorizzata dalla situazione. La stragrande maggioranza delle richieste di visita fu rifiutata. In seguito mi ha visitato Christian Geissler[94].

Quando nel 1978 venne introdotto il vetro divisorio non abbiamo ricevuto più visite per ottenere per lo meno con l’ assenza dei guardiani. Per questo non c’era nessuna legge, fu una disposizione interna delle prigioni mettere il vetro per ogni tipo di visita.

In un’intervista del 1992 a Lubecca hai raccontato di essere stata tenuta prigioniera in una cella dove invece della porta c’era solo un’inferriata. Quando fu?

Attorno al 20 novembre 1977 sono stata riportata  a Stammheim. Là capitai in una cella che non aveva porte solo quest’inferriata. Ero la come nella gabbia della tigre. Ho rifiutato subito il cibo, che dovevo fare? Dopo alcuni giorni venne sistemata una porta che aveva un buco dove di solito c’è la feritoia per il cibo. Quando i guardiani hanno visto com’era scomodo starsene lì a spiare si son fatti costruire dal falegname del carcere una pedana  di una ventina di centimetri. Così stavano su una sedia e guardavano dal buco come me ne stavo sul materasso. Quando andavo al cesso si dovevano alzare e ficcare la testa nel buco. Se al contrario volevo io guardare fuori , per esempio quando gli altri andavano in cortile, si piazzavano davanti. Quando si annoiarono di questo costruirono una specie di museruola, cioè una grata  piegata  verso fuori e  coperta da un fazzoletto nero che loro potevano sollevare ma io no. Mi ritrovavo sempre in vista e a portata d’orecchio. Non avevo neppure la radio, cioè niente possibilità di distogliermi acusticamente e per di più dovevo star a sentire ciò che dicevano. Lo trovavo una tortura aggiuntiva, l’essere tra le loro stupide chiacchiere e per di più da gente che ti deve tenere sotto controllo. Così funzionò per lungo tempo , fino a che ci fu una decisione del tribunale che cambiava un po’ i ritmi di sorveglianza. Non fui continuamente sorvegliata , bensì ogni tre minuti, poi cinque, infine 10. anche quando mi volevo sdocciare mi erano accanto. Quando mi volevo tagliare la frangia, lo dovevo fare con tre sbirri che mi stavano accanto per potermi strappare le forbici. Non avevo coltelli neppure di plastica ; il cibo veniva sminuzzato davanti alla cella ed io potevo mangiare con un cucchiaio che poi dovevo rendere. Tutte le cose che ovviamente ogni prigioniero ed ogni persona più in generale può fare da solo mi erano proibite. Inoltre si aggiunse che di notte brillava una lampadina , il primo mese di luce blu, poi da metà  1980 una da 25 Watt , troppo chiara per dormire, troppo scura per leggere. Perquisizioni avvenivano tutti i giorni . ogni volta che lasciavo la cella dovevo spogliarmi nuda prima e dopo, fa lo stesso per dove andassi, se in cortile per l’ora d’aria, in visita o dal medico.

Quando tornarono normali le tue condizioni detentive?

Normali mai. Dopo un paio d’anni furono solo un po’ più normali. Ricevetti un pacchetto di plastica che potevo tenere . assieme al cucchiaio era l’unica cosa che potevo tenere. Non ti rende conto di quanti oggetti necessiti . adesso facevo tutto con le unghie e con i denti. Adesso per ritagliare un articolo perdevo un sacco di tempo perché non avevo le forbici per tagliarlo e dovevo piegarlo, lisciarlo con cura e poi strapparlo attentamente per non danneggiarlo. Fallo per dieci articoli. Dura tempo e ti snerva. La situazione era anche piuttosto tetra. Non avevo l’ora in cortile, ma potevo fare due passi sul tetto ogni giorno. Quando mi riportarono la , dovetti passare davanti al braccio dove eravamo, dove ora c’erano un sacco di di BGS[95]  in uniforme con un bussolotto per i dadi[96]??? che entravano ed uscivano ed erano impegnati nell’’imballaggio. Una volta ne vidi alcuni che stavano impaccando alcuni oggetti, e ce n’era uno che mise dentro un paio di pantaloni di Andreas. Ed io dovetti assistere a questa cosa.

Tentativi di spiegazione

Ci sono stati molti tentativi di spiegare la notte delle morti di Stammheim. Le ricerche  più note sono state quelle del gruppo attorno a Cristiane Ensslin, sorella di Gudrun. In questo gruppo era attivo anche Karl Heinz Roth[97]. Cos’hai recepito di  questo lavoro di ricerca?

In questo gruppo c’era gente della Ruhr, con la quale avevo solo contatti indiretti. Attraverso gli avvocati mi hanno posto domande che ho risposto per come potevo. Ero molto contento che questo gruppo facesse ricerche perché le mie possibilità di investigare su ciò che era accaduto in quella notte erano molto limitate. Queste persone avevano contatti con i genitori di Gudrun. Inoltre la madre di Andreas e i parenti di Jan, che vivevano nella DDR avevano delegato  qualcuno per le indagini  delle circostanze della morte. Io stessa feci richiesta per visionare gli atti, che dopo pochi mesi è stata rifiutata. Fino ad oggi non li ho ricevuti.

La rottura con il gruppo, che avvenne dopo lunga collaborazione, fu rottura con Christiane Ensslin. Il motivo fu la sua collaborazione al film “Anni di piombo”[98]. potei vederlo solo frammentariamente in galera, ma ho letto la sceneggiatura e le critiche. Per me era un’ orgia autorappresentativa di Christiane alla quale importava solo dipingersi solo come vittima di Gudrun e di noi tutti, cioè la RAF. Questa critica non venne solo da me , ma anche da gente del gruppo di ricerca. Così non ci furono più le basi per una collaborazione. Dovevo temerlo che Cristiane Ensslin usasse i risultati dell’indagine sulla morte di Gudrun, Jan, Andreas per una propria autorappresentazione. Sapevo qualcosa da Gudrun del rapporto con sua sorella. Avevano avuto grosse liti. Ciò che lessi nel copione lo vidi come denuncia di Gudrun e di noi tutti. Ma anche come Andreas è rappresentato, serve solo i Cliché con i quali si mobilitava e s’incitava all’odio  negli anni 70 contro di noi.  Nel film noi siamo la masnada di rozzi teppisti che sbattono le porte, spalancano gli armadi, mettono i piedi sul tavolo e lei è la persona che pensa politicamente, fine e sensibile, che alla fine ci rimette, che si sacrifica per la sorella  della quale è vittima, nella vita come nella morte. Anni dopo ho visto il film per intero e lo trovai davvero ridicolo/risibile. Ma allora dopo l’autunno tedesco , non era da ridere. In ogni modo non potevo più sperare in un buon lavoro.

Nel gruppo di ricerca c’erano altre persone. Perché non hai continuato a collaborare con loro?

Ci furono scazzi anche nel gruppo e ,sai come funziona in questi casi negli ambienti di sinistra, il progetto è andato all’aria.

Uno che era nel gruppo, Karl Heinz Roth ha detto in un’intervista a Konkret del 1989 che il lavoro di ricerca è stato ostacolato anche dai vostri simpatizzanti.

Non ne so nulla. Ma me lo posso immaginare solo difficilmente. Ero io che ero stata a Stammheim e potevo dare informazione su sviluppi e particolari e l’ho fatto fino allo scazzo sul film “anni di piombo”. Non so cosa gli altri fuori avrebb[99]ero potuto bloccare.

Un grosso punto di discussione attorno alle cause della morte era sulla comunicazione che ci poteva essere tra di voi. Una riflessione era che se si fosse trattato di suicidio collettivo, avreste dovuto avere una possibilità di informarvi tra voi. Inoltre avreste dovuto sapere dell’ assalto all’aereo , cioè del fallimento dell’operazione di liberazione. Roth scrive nella controinchiesta che fu scoperto che il BND (servizio segreto) aveva intercettato il sistema di comunicazione tra le celle. Significa che se  ci fosse stato un sistema di comunicazione attraverso il quale avreste potuto concordare un suicidio collettivoil BND avrebbe in ogni caso appreso la cosa.

Non è così. Che prima ci fosse un sistema di comunicazione attraverso la radio l’ho gia detto. Come pure è vero che il BND ci ha spiato in questo modo. La cosa è stata tematizzata anche negli ultimi giorni del processo di Stammheim. Nel momento del blocco dei contatti questo sistema di comunicazione non c’era gia più da parecchi mesi. Ci siamo detti. A che serve tutta questa storia se siamo spiati comunque.

Per voi quindi aveva senso solo se eravate sicuri di non essere uditi? Si potrebbe dire che in un momento in cui è così difficile comunicare, dove rimane solo da urlare sul pavimento ed essere comunque sentiti, un tale sistema è sempre meglio che niente…

In seguito l’ho pensato anch’io. Ma allora non avevamo più la possibilità di istallare qualcosa. Anche se avessimo potuto, non sarebbe stato chiaro per cosa sarebbe potuto ancora servire. Dato che eravamo in ogni caso spiati, se il sistema avesse disturbato i piani dello stato , non sarebbe funzionato a lungo in ogni caso. Avrebbero avuto in ogni caso possibilità di interromperlo. Avremmo utilizzato solo un mezzo al quale non avessero accesso, ma non l’avevamo.

La commissione d’inchiesta ha accertato che i vostri apparecchi erano stati manipolati. Aust scrive nel suo libro  Der Baader-Meinhof Komplex “ C’erano giunti di saldatura più o meno primitivi negli apparecchi che rendevano evidente che gli apparecchi non erano utilizzati non solo per ascoltare  la musica ma anche per  comunicazione interna. Inoltre Andreas Baader ha collegato il filo della radio con  la conduttura elettrica del rasoio . a questa rete deve aver collegato l’amplificatore e l’altoparlante come microfono e ricevitore. Nella tua cella vennero trovati dopo la morte anche 5,50 metri di cavo diodo, e anche nelle celle di Baader ed Ensslin vennero scoperti più metri di filo.

È tutto molto fantasioso ma non ha nessun senso. Per esempio io non avevo amplificatori. Come avremmo posato i cavi in celle con pavimento di cemento? Dove poi? E soprattutto per cosa? Come tutti questi scenari non abbiano senso, lo posso rendere bene con un esempio: Aust sostiene che avessimo comunicato a urla per farci isolare con le porte di gommapiuma e poter così comunicare in pace col nostro presunto sistema di comunicazione. Sapevamo però da tempo di essere ascoltati in quel modo. Ci saremmo risparmiati la fatica. In un altro passaggio Aust limita di nuovo le nostre capacità: Dice che non eravamo così raffinati e che nelle perquisizioni queste cose furono notate e che vennero lasciate solo per poterci ascoltare. Ne dice parecchie sul sistema di comunicazione[100].

Quando ci siamo accorti che ci spiavano, cioè prima del blocco dei contatti, l’abbiamo anche cambiato. Abbiamo scritto le cose importanti sui bigliettini che poi andavano distrutte. Era molto importante scambiare qualche cosa tra noi. Era la cosa peggiore di questo blocco dei contatti, contro la quale ci siamo opposti più di tutti,  il fatto di proibire la comunicazione tra di noi, oltre che verso l’esterno, se si escludeva questi frammenti che ci potevamo gridare e che venivano sentiti da loro.

Un indizio che era occasionalmente nominato per dimostrare che avevate contatti non solo tra voi , ma anche con il commando anche se forse solo nella fase preparatoria, era che c’era un codice che dovevate dire dopo la vostra liberazione per dimostrare che eravate al sicuro.

Non c’era. Non ne avevamo bisogno per capirci. Avrebbe avuto senso solo se fossimo stati sicuri che nessuno ci spiava, ed a Stammheim non lo fummo mai. Il Commando ha semplicemente detto che dovevamo dire qualcosa per cui si capisse che eravamo al sicuro. Davano per scontato che conoscessimo così bene qualcuno del Commando, che ci sarebbe venuto in mente qualcosa che conosceva solo la singola persona. Questo non ha bisogno di essere concordato in anticipo, ma viene in mente al singolo sul momento. Così quello  di “codice” è un concetto sbagliato. Quando hai lottato assieme, ci sono così tante situazioni che conosci solo tu e l’altro, o al massimo il gruppo. Il nascondiglio più sicuro che nessuno può aprire o origliare è la tua testa.

Accanto alla domanda se comunicate tra di voi, c’è anche quella se captavate qualcosa dall’’esterno. Tu hai gia raccontato del tuo auricolare. Nel documento della commissione d’inchiesta risulta che venne trovata una radiotransistor alimentata a batteria pronta all’uso nella quale la parte UKW[101] e messa a punto sulla SDR1[102](radio della Germania meridionale). Inoltre ha interpretato una richiesta di Baader di abbassare il volume della radio come intenzione di usare il vostro sistema di comunicazione.

I guardiani hanno messo un rumore costante di sottofondo. Non ho sentito nulla di chi era sotto di me, per quello che ne sò nemmeno gli altri. Le cose importanti potevamo gridarcele lo stesso. Sono sicurissima che Jan non avesse Radio.

Altra domanda fondamentale è come avreste potuto procurarvi armi. Roth in un’ intervista al “Konkret” sostiene che c’erano armi in cella e la cosa era risaputa dalle autorità senza che si sapesse però esattamente quali fossero.

Non avevamo armi. Dire che avessimo nascosto armi in cella ha poco senso perché durante il blocco dei contatti dovemmo spostarci più volte e non sapevamo in anticipo nè quando nè dove.[103]

Se avessimo avuto armi ne avremmo fatto altro uso che quello di suicidarsi. Ci saremmo difesi o tentato di uscirne e certamente non ci saremmo uccisi isolatamente

Vista così avrebbe senso lo scenario ipotizzato da Schmidt a una conferenza: Baader avrebbe tentato di portare qualcuno della cancelleria da voi in prigione per prenderlo in ostaggio.

Ma non l’ha fatto! Se avessimo progettato un’azione di liberazione da Stammheim avremmo tramato ben altro. Scenari del genere sono , di fronte agli scenari che avevamo davanti, totalmente irrealistici. Siamo stati perquisiti continuamente, tutto era sorvegliato. Non avevamo armi. Come poi? Andreas , come risulta anche dalla documentazione del governo, aveva uno scopo politico. Non era un’azione mascherata. Certo che di solito piace[104]girarci intorno , ma porta poco lontano. La realtà del 1977 ha lasciato poco spazio a questi pensieri artistici. Vivevamo in una condizione estrema, il blocco dei contatti appunto.(130).

Il fatto che avevate armi in cella non è sostenuto solo dalla commissione, ma anche alcuni testimoni che dicono di aver aiutato a imboscare le armi. A questa storia di Volker Speitel c’è anche una variante di Peter Jürgen Boock che sostiene di aver preparato più armi[105]

È sempre difficile dimostrare che qualcosa non è successo. Su Volker Speitel non posso dire molto perché io stessa non ebbi a che fare con lui. Ma Hanna Krabbe lo conosceva perché originariamente voleva partecipare all’azione di Stoccolma. Ma se l’è svignata un paio di settimane prima per riapparire poi nell’’ufficio dell’avvocato Klaus Croissant. Dice di aver preparato le armi ed esplosivi nella primavera del 1977 che sarebbero poi state portate da Arndt   Müller nascoste in un coperchio degli atti e poi passate durante il dibattimento a Jan , Andreas e Gudrun che le portarono dal tribunale in cella. Chi sa come venivano controllati i nostri avvocati non può credere a questa versione. Ci fu fin dall’’inizio la propaganda che gli avvocati fossero nostri corrieri, ambasciatori e galoppini.   per questo venivano perquisiti a fondo ed in maniera pignola.[106] Ogni foglio veniva spiato, in queste condizioni introdurre armi sarebbe stata pura pazzia. Inoltre per come era fatta Stammheim sarebbe stato poco probabile uscirne anche se si aveva tre pistole e dell’esplosivo. Ci aspettavamo di essere liberati da fuori dalla RAF.

Le storie di Speitel non sono per niente credibili. Inizialmente ha dichiarato di aver ricevuto le armi dagli illegali, tramite un corriere nel marzo del 1977. dopo ha sostenuto che gli illegali stessi gli avessero dato le armi, in ogni caso non si poteva ricordare chi fosse il corriere o gli illegali che gliele dettero. Dopo disse che fu Sieglinde Hoffmann a dargli una pistola e l’anno successivo si ricordo esattamente che erano due. Ricorda poi che potrebbe essere stato il Giugno 1977, ma in quel periodo il processo era alla fine e gli avvocati , anche se lo avessero voluto, non avrebbero più potuto introdurre le armi nel modo indicato dalla commissione. Le favole di Boock non sono migliori:  Speitel, che sostiene di aver preparato le armi, non appare nel racconto di Boock e Boock ,che sostiene di aver preparato le armi per il trasporto,non appare nel racconto di Speitel[107]

Ci sono altre due “interne” che dichiarano che voi vi sareste suicidati. Susanne Albrecht e Monika Helbing, che nel 1977 erano nella RAF e che in seguito andarono da fuoriuscite nella DDR hanno dichiarato che ci sarebbe stato tra i quadri della RAF un “azione suicida” nel caso che non ci fossero più state altre possibilità di uscire. Entrambe si riferiscono a Brigitte Mohnhaupt che fu rilasciata nella primavera del 1977 e che rientrò subito in clandestinità

Entrambe hanno escogitato la cosa in un momento nel quale erano testimoni in un processo e volevano ottenere uno sconto di pena. Questo sui motivi. Posso dire che tra noi non c’era nulla del genere nè come discussione nè come piano.

Hai raccontato già da prima che non potevate più immaginarvi di passare più anni in carcere. Questo la dice lunga sulle condizioni disperate. Con queste premesse si può pensare” meglio morto che altri dieci anni qui dentro. Roth ha dichiarato al “Konkret” che, in una situazione disperata, può essere un atto rivoluzionario anche quello di uccidersi.

Roth ebbe esperienze diverse dalle nostre. Ricordo un suo testo dopo il rilascio dove descrive la prigionia come “soffocante e sconvolgente”. Lo è di certo , ma per noi c’era anche un potenziale di resistenza dentro. A differenza sua non eravamo soli in carcere, ma come gruppo   , e come tale ci siamo difesi. È una differenza importante. Inoltre c’è un’altra cosa: ci siamo sentiti addosso che ci volevano annientare in tutti i modi. Era gia in tema prima del rapimento Schleyer la“pena di morte per i terroristi”. Gli anni in isolamento , il trattamento che abbiamo ricevuto nello sciopero della fame e poi durante il blocco dei contatti ci hanno mostrato: ci vogliono morti. Quando lo avverti, ti si risveglia una fortissima voglia di non fargli questo piacere, di sopravvivere e di non lasciarti annientare. Era per noi un momento molto importante. Sapevamo che come prigionieri siamo un fattore politico. Le pene e sofferenze che ci hanno imposto hanno rafforzato la nostra  volontà invece di costringerci a mollare.

Per questo, dice il governo, che l’ avete fatta così perfida da mostrare il suicidio come un omicidio e che la cosa contenesse un ultimo momento agitatorio.[108]

Avrebbe contraddetto la nostra morale. Davvero una teoria insensata. Manca inoltre il motivo. Noi non volevamo morire, volevamo esserci. Avevamo poi la certezza che l’apparato volesse chiudere con noi, prima di tutto con Gudrun e Andreas pensando di chiudere con la guerriglia colpendoli.

Per voi quindi il solo sopravvivere era una vittoria?

Sicuro. Nel momento in cui devi essere schiacciato ma sopravvivi, qualcosa l’hai raggiunto e ci rimani attaccato. Ciò che avevamo in testa era di fare un ulteriore sciopero della fame per accelerare alla decisione in quella settimana. Si trattava anche di prendere dalle mani del governo la decisione su di noi, come dicemmo in quei giorni, che non si tratta certo di annunciare il nostro suicidio come interpretarono avidamente[109] governo e polizia. Perché poi avremmo dovuto annunciarlo? Per dargli la gioia dell’attesa?. Sapevamo bene che ci avrebbero visto più volentieri morti che vivi. Inoltre era chiaro che fino a che eravamo dentro e vivi, ci sarebbero stati quelli fuori che avrebbero voluto liberarci.

Si può ancora dire che il fallimento del sequestro Schleyer significò che non ci potessero più essere liberazioni, che fosse stata cioè l’ultima possibilità per uscire.

Ma non l’abbiamo vista così. Pensavamo: se questa non riesce , ci sarà una nuova occasione. Avevamo ancora energie per continuare per lungo tempo. Avevamo anche uno scopo politico, altrimenti non avremmo retto quegli anni in isolamento. Questo scopo non sarebbe svanito improvvisamente con il fallimento di una liberazione. Avevamo anche una responsabilità e già per questo volevamo essere assieme come gruppo. Anche solo per questo è inconcepibile che ci uccidessimo in tre o quattro.

Andrea aveva voluto parlare con la cancelleria per essere sicuro che le conseguenze di un escalation fossero chiare anche per loro . Una brutalizzazione dello scontro era per  entrambe le parti pericolosa. Per noi perché avrebbe reso irriconoscibili  le tracce della nostra politica, per loro perché come partito di governo sarebbero stati spazzati via presto o tardi. Andreas parlò di un possibile pericolo per come si è presentato e lo deve aver denunciato.

Negli anni , hai riflettuto di un possibile scenario , di cosa poté essere successo in quella notte?

Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi . Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva (dimostrato) installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola  storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte

Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?

Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA , che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.

Nella discussione all’interno della sinistra su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.

Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione.Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

Come fu la situazione dopo quelle morti per te, cambiò rispetto a prima?

Ceramente sì. Ero improvvisamente sola. Ero ferita gravemente e sopravvissuta per un pelo. Erano di base altre condizioni rispetto a prima. D’altra parte Ulrike e Holger erano già morti e sapevamo da molti che l’apparato voleva vederci morti piuttosto che vivi. Le condizioni carcerarie erano orientate al fatto che noi fossimo spezzati, non pensassimo più ciò che volevamo, perdendo così la nostra identità, oppure morissimo.

Per te la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1977 fu un taglio netto pur non portando cambiamenti decisivi?

Le condizioni ,per com’erano, furono palesate quella notte.

Hai tenuto conto che le cose potessero andare avanti? O che avrebbero ritentato di ucciderti?

Non lo potevo escludere. Il modo in cui fui trattata mostrava la loro intenzione di liquidarmi, e che io perdessi la ragione con questa sorveglianza continua, col controllo totale. La cosa migliore per loro sarebbe stato ridurti pazza con quel trattamento. Così sarebbe dovuto provarsi che solo i pazzi entrano nella RAF e la intraprendono la  lotta armata. Oppure avrei dovuto sostenere che era stato un suicidio. Forse sarebbe stato più importante che trovarmi un cadavere. Per lo meno in quel periodo l’ho pensato. Per questo non trasalivo a ogni minimo rumore quando si apriva una porta o c’era rumore in corridoio. Ma che non mi si vuol lasciar vivere , lo sapevo già da tanto. Questo presunto pericolo che io tentassi il suicidio, è stato utilizzato come pieni poteri generali per proibirmi tutto. Non potevo aver nulla in cella, non potevo incontrare nessun prigioniero, non potevo spengere la luce, perché tutto ciò avrebbe aumentato il pericolo che mi uccidessi. Era inconcepibile e andò avanti per anni, fino a che nel 1980 sono arrivata a Lubecca.

Ti sei sentita piuttosto indifesa?

Da una parte sì. Dall’’altra sviluppi un incredibile tenacia. Ho pensato che non mi sarei sottoposta in nessun caso. Così non mi avrebbero avuto.

Com’è per te oggi quando parli di Stammheim. È un pezzo di storia o qualcosa che appartiene ancora al presente?

Entrambi. Molti dettagli sono per me così presenti come negli anni della prigionia. Non ci penso in continuazione. Ma è certamente l’esperienza più drastica che ho fatto in tutta la mia vita. È più che mi ci confronto e più che mi saltano all’occhio nuovi particolari.

La cosa ti ha cambiato?

Lo penso di sicuro. Prima di tutto mi ha cambiato che non potevo essere triste. Per questo ho la sensazione che non ho risolto questo complesso nella maniera giusta. Non posso per esempio rivedere in tranquillità le foto dei morti e ricordarmi di momenti in comune. Lo stesso con i loro oggetti. Fuori se uno capisce che un amico/a sta morendo, può vivere le ultime ore accanto a lui , potete guardare la salma e la bara , organizzare il funerale oppure scegliere di non farlo. Io non ebbi questa possibilità.

Li hai visti morti?

Solo dalle foto dello Stern. Fu terribile come li presentarono .Non sono stata nemmeno sulla tomba , da libera. Ho la sensazione che necessito ancora di tempo.

Questa sensazione di dover ancora chiudere qualcosa  è più forte ora da libera che quando eri dentro?

Sì ma è diverso perché qui mi devo impegnare con molti più problemi e impressioni che quando ero dentro. Cosi capita che penso a loro in occasioni     differenti.

Come hai percepito la discussione sulla notte di Stammheim che è avvenuta fuori? La nascita di storie sempre nuove , di mitologizzazioni ecc?

Bisogna distinguere. C’era l’esigenza di chiarire l’accaduto. Con questo ero certamente d’accordo. Era per me necessario e benvenuto. Poi ci fu il blocco nel vedere  cosa fosse se si trattava di omicidio, si sarebbe dovuto trarne le conseguenze e non avrebbe più potuto vivere come prima. In questo caso era nel caso più diffuso (noto?) con Karl Heinz Roth.

Questo non voler sapere c’era già stato 50 anni fa. All’estero questo blocco del pensiero non ci fu.

Poi ci fu lo slogan dello stato fino a “Lange Marsch” “Chi dubita del suicidio serve la guerriglia urbana”

Ciò che oggi si aggira come uno spettro alle nuove “vecchie storie” ha poco a che fare con la verità e moltissimo con regressione e rassegnazione. La propensione a   vedersi come vittime, a deviare la propria sconfitta in rabbia e proiezione sulla RAF e in particolare sui prigionieri, nell’’illusoria speranza di ritrovare il proprio equilibrio in questo modo è tendenza  ampiamente diffusa proprio oggi. Altri mettono in scena solo il loro opportunismo.

 

LA CONDANNA ALL’ERGASTOLO

Per te dopo Stammheim c’era qualcos’altro di concreto. Dovevi condurre il processo.

Si ci fu questo nuovo ordine di custodia  del 1976, mi si accusò di aver partecipato all’attentato al quartier generale USA. Senza questo nuovo ordine di custodia non sarei arrivata a Stammheim, bensì rilasciata. Ora dopo il rapimento Schleyer, Mogadiscio e l’omicidio di Jan, Gudrun,Andreas , Nina (Ingrid Schubert) e il mio tentato omicidio, la situazione sembrava altra che nell’’estate 1977, quando il processo sarebbe dovuto cominciare in realtà. Allora avrei avuto forse una piccola possibilità, ora era chiaro che sarebbe potuto terminare solo con l’ergastolo. Ebbe una particolarità. Fu condotto dal tribunale regionale di Heidelberg a Stammheim, perché fu decisa la regola che  adesso i processi RAF prevedevano automaticamente la corte d’appello in prima istanza dopo la terminazione dell’accusa[110]. Il cima non era per questo migliore. Il giudice in carica si era rifiutato per esempio di condurre un processo contro un torturatore che nella seconda guerra mondiale torturò ed uccise partigiani serbi o jugoslavi. Si procedette così in maniera molto accanita contro di me e non ebbi difensori scelti da me, solo avvocati d’ufficio che si dettero molto da fare.

Come avvenne?

Il primo dibattimento avvenne nel marzo 1978. il processo è stato rinviato perché non solo io dovevo spogliarmi nuda, ma anche gli avvocati. Non lo hanno permesso su di loro.[111]

L’avvocatura ha espresso solidarietà agli avvocati che avevano rifiutato le perquisizioni. Nella seconda sessione, per la difesa,  furono interpellati dal tribunale  due avvocati che io non conoscevo e con i quali non avevo mai avuto nulla a che fare. Hanno sempre tentato di entrare a colloquio con me perché non potevano fare richieste senza il mio consenso. Mi sono rifiutata. Non li conoscevo e non li avevo scelti, non erano appunto i miei difensori. Infatti, di loro iniziativa, hanno fatto il possibile per aggravare una condanna. Per esempio hanno fatto convocare il capo del BKA Horst Herold per scoprire come era avvenuto l’affare tra il BKA e Gerhard Müller e dove egli soggiornasse. Herold ha risposto di non saperlo.

Quali erano le prove contro di te?

Non ce n’erano al di fuori delle dichiarazioni di Müller. Fu ritenuto credibile ed io dopo un anno fui condannata all’ergastolo più 15 anni

Ritieni che fosse una conseguenza di Stammheim?

Non che fossi accusata, questo avvenne già prima di Stammheim, la sentenza così “liscia” non si spiega senza Stammheim.

Come fu questo processo contro di te? Fu uno choc vivere per tutta la vita in carcere dopo questo verdetto?

Non ho praticamente partecipato al processo. Sono andata due volte per leggere un comunicato, il resto delle volte ne ero esclusa. Che cosa avrei dovuto fare poi, senza i miei avvocati di fiducia, senza gli atti , di fronte alle condizioni carcerarie che non mi hanno dato possibilità di preparare la mia difesa? Il novo prcesso era in gran parte una riedizione di quello di Stammheim. Accusa e testimonianze erano le stesse, Müller aveva cantato anche in quell’occasione. Non volevo presentare le mozioni sulla guerra del Vietnam e sul ruolo delle truppe USA, dopo che erano state ignorate nel corso del processo. Prima di tutto volevo non andare al processo e recitare il ruolo dello stato di diritto dopo la morte dei 4 e il mio ferimento. Era un aspettativa perversa. Di cosa si parlasse al processo poi faceva lo stesso, del resto in quel periodo ci furono altri processi alla RAF, contro Christine Kuby contro Angelika Speitel[112] , tutti conclusi in un baleno con la condanna all’ergastolo.

Hai pensato che fosse la fine della politica della RAF? Non avevate avuto granchè esito..

No, questo non l’ho pensato. Ho sperato che dentro potessimo lottare come prigionieri e fuori ci fosse una continuità.

L’autunno tedesco era passato, alcuni compagni/e con i quali avevi lottato erano morti. Il tentativo più spettacolare di tirarvi fuori era fallito, avevi l’ergastolo e ciononostante hai avuto ancora speranze?

Era così. Naturalmente non dall’’oggi al domani, ma riferito ad un lungo periodo. Sapevo che la RAF c’era ancora dopo il 1977 e che non era stata distrutta. La nostra situazione dopo il 1977 era, pur con tutte le  differenze, estrema. Ogni singolo prigioniero alla fine degli anni ’70 doveva lottare prima per se ,poi nel 1978 79 anche assieme, per le minime condizioni di sopravvivenza.

Ci sono voluti anni prima che udissimo da fuori che anche per loro era stato un taglio netto.

Non ti sei domandata se la lotta armata avesse portato ad un vicolo cieco, se questo tentativo valesse molti morti  e prigionieri? Se forse non si sarebbe potuto intraprendere qualcos’altro?

Se ne valesse non me lo sono domandato, che si potesse intraprendere anche altro naturalmente è vero.

Spigolatura

L’autunno tedesco è stato un taglio netto che ti ha reso chiaro : siamo falliti e la lotta armata non ha più senso?

Non ho mai pensato che la lotta armata potesse essere alla fine. Mi fu chiaro che si doveva riflettere sulla cosa e che non si potesse semplicemente andare avanti.

Non hai mai pensato, per come si è svolto il tentativo di liberazione, che la RAF avesse potuto farlo meglio nonostante il fallimento e i morti?

Non puoi presentare la cosa così! A priori se ne sa sempre di più e si conoscono gli errori. Non puoi sempre aspettare il dopo. Per questo non mi sono mai astratta da questo anno, così duro com’era. Dopo era necessario trarre le conseguenze.

Ma si può dire che ci fu uno sviluppo fino all’autunno tedesco e poi in questa settimana che non si poteva riconoscere solo dopo. Era per esempio visibile che con l’attentato a Siegfried Buback o il tentativo di sequestro di Ponto e in modo particolarmente evidente con il “Landshut” non si inasprivano più le contraddizioni sociali ma si rispecchiava una valutazione sbagliata dei rapporti di forza e del potenziale offensivo.

Allora non lo trovavo così significativo, all’inizio abbiamo pensato in molti che il sequestro Schleyer avesse significato qualcosa. Per il resto trovo grave che si ripetano errori, ma quando li si fanno per la prima volta ho un altro rapporto con la cosa.

Quali sono le tue valutazioni sugli errori del 1977?

Un errore grave fu di non rendere chiaro il carattere politico dell’azione, e i fautori stessi non ci lavorarono. La RAF di fatti rapendo Schleyer, aveva colpito il presidente dell’ associazione industriali, un uomo che era nella NSDAP che ha portato la medaglia(ehrenabzeichen)   dorato dei “  vecchi combattenti”, che era ufficiale delle SS e dal 1941 responsabile dell’ufficio centrale del lavoro per i protettorati di Boemia e Moravia e fu responsabile del saccheggio dell’industria ceca. Schleyer ha incarnato la continuità tra la Germania nazista e la RFT come pochi altri, era l’uomo che aveva fomentato più di tutti contro la cogestione. Ma la RAF non ha lavorato su questo aspetto. Ha lottato ad un livello molto alto e voleva arrivare molto in alto ma ha aperto violentemente un vuoto ,perché non ha agito politicamente per ciò che ha fatto e provocato.

Cosa sarebbe stato “politico”?

Avrebbe dovuto render chiaro perché proprio Schleyer e che non era solo per l’incarico che ricopriva ma per la sua storia e politica attuale. Prima di tutto avrebbe dovuto render chiaro perché proprio il 1977 e perché fosse stato scelto proprio in questo momento. Questo avrebbe chiarito chi sta contro chi e  che si trattava cioè della continuità del fascismo in una fase nella quale  la Germania prendeva la rincorsa per diventare potenza egemonica in Europa. Ricordati di come agì allora contro il Portogallo[113] . Proprio perché ci si è lasciati sfuggire di tematizzare questa dimensione politica in modo offensivo, per molti  è anche   difficile immaginarsi perché questa fase si è svolta così. Oggi ci si porta solo l’etichetta “la RAF ha rapito un pezzo grosso per tirar fuori i prigionieri”.  Come se fosse stata la stessa cosa rapire il presidente delle ferrovie, un qualche banchiere e appunto Schleyer. La forza politica che la RAF aveva scegliendo Schleyer in quel momento, non fu sfruttata dal commando.

Puoi immaginarti perché il commando abbia fatto quest’errore?

Penso che abbiano sottovalutato la dimensione stessa del confronto politico. Probabilmente non si erano preparati ad una fase così lunga di insicurezza, di trattative e di propaganda psicologica. Presumibilmente  avevano pensato che il sequestro avesse un esito rapido, poi quando non si rivelò così, furono troppo impegnati nella logistica e a riflettere sul come proseguire, che tralasciarono le domande politiche. Si erano fissati ad organizzare bene tutto per quell’ipotesi, per l’ altra non era stato preparato nessuno scenario

Vedi anche l’uccisione di Schleyer come un errore?

No, l’hai già domandato all’intervista per la tv NDR . se non si è pronti ad uccidere uno come Schleyer non lo si può neanche rapire

C’è però una differenza tra spingere alla liberazione di prigionieri attraverso la presa di ostaggi, cosa che funziona se si minaccia di uccidere l’ostaggio nel caso di mancato rilascio. Ma nel momento che il commando l’ha ucciso, Schleyer non era più l’uomo potente, ma solo un imbelle abbandonato dal governo. L’unità di crisi aveva già messo in conto la morte di Schleyer.

Sì, è vero per quel momento. Solo che, se Schleyer fosse stato liberato, avrebbe riottenuto il suo posto. Ciò lo differenzia sicuramente da Aldo Moro, che se fosse stato liberato, non sarebbe più stato ammesso a nessuna carica, bensì sarebbe stato chiuso in psichiatria.

La domanda è però quale significato politico può avere l’uccisione di un ostaggio?

Che lo si dice sul serio

Ma perché la RAF lo doveva dimostrare? Dopo il fallimento del sequestro Schleyer era chiaro che non ci sarebbe stato un altro rapimento che avrebbe potuto influenzare la decisione con quel “lo dicono seriamente”

Non lo trovo giusto in blocco. Il governo aveva provocato , col suo rifiuto delle richieste e l’uccisione degli ostaggi, la fine dell’intera fase di lotta armata.

Ma Schleyer era stato rapito perché si era sicuri: se il governo scambia i prigionieri con qualcuno allora con lui, il più potente dei difensori industriali, che ha stretti rapporti con governo ed opposizione. Solo che scelsero la linea dura. Da questo già si arriva logicamente al fatto che lo scopo di liberare i prigionieri non si raggiungerà in futuro.

Con questa azione non è fallito l’intero concetto. Era già stato indebolito dal fallito sequestro Ponto che ha fatto mancare una parte importante dell’azione. A mio modo di vedere il progetto della liberazione dei prigionieri non era fallito definitivamente, non era però stato completato politicamente.

Fu anche che il 1977 ha iniziato la caccia mortale. In poco tempo Willy Peter Stoll , Michael Knoll, ed Elisabeth Von Dyck vennero freddati al momento dell’arresto, dove Willy ed Elisabeth non avevano nessuna possibilità di afferrare l’arma. Rolf Heissler è sopravvissuto solo perché istintivamente ha messo davanti alla testa una pila di giornali e ha deviato il colpo che lo ha ferito alla testa. L’apparato ha fatto di tutto per non fare più prigionieri. Aveva paura di nuovi tentativi di liberazione.

Arriviamo all’uccisione di Schleyer. Uccidere un uomo indifeso nelle proprie mani è un’azione brutale.

Schleyer non era un uomo qualunque che è nelle mani di qualcuno, ma in quel momento il capo dell’economia . era ufficiale SS, partecipe ai crimini nazisti, in prima linea contro la cogestione e tutte le forme di democratizzazione nella RFT e il fatto che non avesse più potere al momento della sua morte non cambia nulla. La sua storia e la sua politica erano brutali. Il governo si è espresso contro Schleyer e per la strategia del capitale USA

Prima hai detto che gli errori peggiori sono quelli dai quali non si impara. La RAF e i prigionieri hanno imparato dai propri errori?

Sì e no. Il nostro grosso problema era che non si poteva parlare degli errori del sequestro Schleyer. Tra di noi non potevamo parlare e con gli illegali c’erano manco per sogno possibilità di comunicare. Ancor oggi non so esattamente cosa abbiano discusso.

La RAF nel maggio 1982 ha pubblicato la “carta di maggio”[114] che contiene un paio di osservazioni superficiali sul 1977 e che poi vuole introdurre un nuovo tipo di politica: il concetto del fronte[115]. Lo conoscevate allora in galera e ne avete discusso?

Sì , lo conoscevamo e ne abbiamo discusso a ogni possibilità , anche se frammentariamente. Con l’idea del fronte , che adesso ci dovesse essere un fronte di nuova definizione il cui cardine e perno dovesse essere l’Europa occidentale, eravamo d’accordo. L’idea di base era anche trattare politicamente , lasciar sviluppare anche progetti politici, costruire relazioni politiche. La prima fase di impianto della guerriglia era conclusa, ora si trattava di approfondirla. Il tempo ci sembrava anche maturo. Persino da dentro si notava che dal 1980 c’era di nuovo movimento. Questo totale trattenimento del respiro, il blocco e la stasi che avevano caratterizzato la situazione della sinistra radicale , erano passate. Ora c’erano ancora dimostrazioni per le case occupate, contro la NATO e le centrali atomiche. C’erano nuove forme di azione, e alcune parvero porsi di nuovo in movimento. Ciò ci ha convinto assai.

Questo blocco dopo il 1977 fu conseguenza di una serie di azioni della RAF. Era davvero così convincente, che nel 1980/81 con la sinistra legale di nuovo in moto, si buttasse lì il concetto “lottare assieme” e si propagasse l’idea del fronte?

Non si doveva “buttare lì” niente. Al contrario. L’idea era che la guerriglia non dovesse più svilupparsi come il centro al quale tutto si dovesse orientare. In futuro le forme di resistenza avrebbero dovuto avere un loro peso e valere assieme. Era una conseguenza del 1977. come fu poi …….in realtà , è un’altra questione. Devi anche vedere , che quelli che hanno propagato il concetto, e che hanno tentato di iniziare nuovi processi di apprendimento, sono stati arrestati nel 1982 e 1984. Questi arresti furono un duro colpo per gli illegali. [116] Quelli che sono rimasti o sono giunti dopo avevano un altro retroterra . per quello che ne so venivano dal movimento degli anni 80.

Anche questo documento è da leggersi con attenzione. Per esempio: “l’offensiva fu la nostra più dura sconfitta” e dopo “ il fatto che , attraverso l’effetto che il confronto ha sviluppato ne siamo usciti rafforzati, mostra che errori e sconfitte non furono determinanti”. Tutto sbagliato ma proprio con un buon risultato…

Questo passaggio mi ha disturbato pure a me. Non corrispondeva neppure alla situazione reale. Ma il gruppo allora ha discusso molto ed ha parlato con altra gente, anche di ambiente internazionale. Posso spiegarmi questa descrizione positiva della propria situazione solo col fatto che attraverso le discussioni sia emersa un’immagine distorta della situazione reale. Suona davvero un po’ trionfalistico, ma nel nocciolo della questione c’è anche un po’ di verità.

Gli avvenimenti del 1977, a prescindere dagli arresti del novembre 1982, hanno fatto sì che ci fosse un ricambio e  che la RAF  cambiasse personalmente. Alcuni volevano uscirne e sono andati in esilio nella DDR. Da ciò vedo qualcosa di incomprensibile , che questa cesura del 1977 sia vista positivamente. Sapevate in prigione che la gente aveva lasciato la RAF?

No. Pensammo che molti nuovi fossero arrivati nel 1977, ma non che se ne fossero riandati.

Accanto al nuovo orientamento negli illegali, il 1977 ha significato anche nel campo legale extraparlamentare enormi conseguenze. Per esempio nel 1979, come reazione al blocco dei contatti durante il sequestro Schleyer, fu fondata la TAZ. Non è un caso che nel “numero zero” si trattava il tema della lotta armata e che essa avrebbe dovuto concludersi con un amnistia. A fine anni 70 vennero fondate liste verdi e “colorate”. Come avete visto questo sviluppo?

Trovavamo negativo lo sviluppo dei verdi. Abbiamo avvertito come ci fosse in corso un progetto di adattamento, di desiderio di potere, invece dello sviluppo del contrasto e della resistenza, cioè d’indebolimento del movimento.

Queste sono giustamente obiezioni generali. Ci fu però attraverso la campagna sull’amnistia un collegamento tra voi e le nuova cultura d’opposizione[117].

Collegamento è la parola sbagliata. Per noi era un atto di inimicizia verso di noi.

Perché? La campagna aveva per scopo  quello di farvi uscire e, date le vostre condizioni, doveva sembrare un obiettivo assai valido.

Noi non volevamo uscire ad ogni costo. Volevamo prima di tutto continuità, per noi era prima di tutto importante che la lotta continuasse, forse su un altro piano, ma appunto continuasse. L’amnistia aveva lo scopo opposto. Fine, chiuso, integrazione nel sistema. Si trattava per loro di offrire una conciliazione allo stato dopo il duro scontro del 1977, far passare una strategia di pacificazione e noi dovevamo esserne il mezzo. Il nostro rinnegamento di storia e prassi della lotta armata in cambio del rilascio. Era pensata benissimo, così che si potesse anche eliminare la propria coscienza sporca di essersi adattati . Così non ci sarebbe stato nessuna partenza di ciò che avesse avuto a che fare con la radicalità, sarebbe stata la capitolazione, la resa incondizionata ed il riconoscimento del sistema così com’ è . a ciò non eravamo pronti.

Ci fu un tentativo da parte vostra di confrontarvi con loro o di prendere contatti?

Non c’era nulla al quale avremmo potuto collegarci. Non ci fu neppure domandato, cioè non si trattava di noi che non volevamo. Avevamo prima di tutto il problema di venire a conoscenza delle cose. Dentro non ricevevamo gli articoli, erano tagliati dalla censura.. Le visite, quando riuscivamo ad averne, si svolgevano in condizioni estreme , non offrendo così possibilità di parlare apertamente. Una volta abbiamo rimediato una mezza pagina di AK[118] e poteva andar d’accordo con tutto. Si poteva aver l’impressione che saremmo dovuti rimanere fuori da questa contrapposizione. La cosa è riuscita.

Non era piuttosto il proseguimento   della muto confronto tra guerriglia e parte della sinistra legale ,nel quale quest’ultima adesso era riuscita a fare qualcosa e prendere l’iniziativa?

“Prendere l’iniziativa suona un po’ altisonante. Alcune di persone hanno scritto qualcosa, non impegnativo e senza il minimo interesse che da lì si ottenesse qualcosa. Il fatto poi che non se ne sia parlato con noi lo trovo prima come dopo mostruoso e caratteristico. Chiedere l’amnistia senza chiedere che cosa vogliono quelli se si tratta dell’ impunità o del rilascio. Fare una campagna scavalcando gli interessati è una cosa alla quale i prigionieri, e noi pure, reagiscono sensibilmente.

Ci trovavamo comunque in una situazione nella quale potevamo far trapelare e diffondere difficilmente le nostre posizioni. Al tempo apprendevamo ciò di cui si discuteva una volta ogni sei mesi. Le nostre lettere e visite furono criminalizzate come raramente era stato fatto prima. La campagna per l’amnistia dentro a ciò…..

Avreste potuto immaginarvi di intraprendere una discussione su un progetto comune con la gente impegnata per l’amnistia?

Non c’è stato seriamente un pensiero del genere.

Neppure tra di voi?

No. La domanda è pure sbagliata perché sottintende che ci fossero delle comunanze e non che fosse stata trascinata [119]     da un’azione maldestra. I sostenitori dell’amnistia non sono stati inetti , non volevano aver nulla a che fare con noi. Per loro si trattava solo della loro politica. Noi avevamo altri problemi poi che confrontarci con loro. Volevamo urgentemente chiarire e discutere qualcosa tra di noi.

Non avevate la possibilità di discutere qualcosa tra  voi. La pressione politica contro di voi fu aumentata. La conseguenza fu che dovevate fare ciò in cui c’era un consenso minimo tra voi?

Detta così , suona come se noi avessimo portato la cosa alla stagnazione. Le cose però non stavano così. In questo periodo, all’inizio degli anni 80, abbiamo iniziato nuovi progetti. Prima di tutto si trattava di mobilitare proteste contro le nostre condizioni carcerarie al livello di ONU e diritti umani. I nostri avvocati ed affiliati hanno discusso parecchio per criticare   le nostre condizioni carcerarie come violazione dei diritti umani.

Di fronte allo sviluppo nella sinistra legale di allora, prima la stasi, poi l’impegno massivo in gruppi orientati al parlamentarismo come le liste alternative o i Verdi, avete avuto l’impressione che fosse conseguenza della vostra politica? Vale a dire che attentati e sequestri avessero provocato uno sviluppo lontano dalla politica militante?

Ci furono anche altri sviluppi in questo periodo , come quello delle case occupate che ha occupato in tutto il paese centinaia di case. Questi non erano certo persone che avevano partecipato ai gruppetti comunisti incazzandosi con noi. Gli occupanti di case erano per noi un movimento molto importante che noi abbiamo seguito con molta attenzione perché loro volevano veramente vivere in un altro modo non identificandosi in una politica di risoluzioni, rilevamento di posizioni e comunicati. Le basi dell’impegno , il fatto che ci fossero energie e voglia di vivere era per noi la cosa più importante. Ci ha dato poi coraggio che la cosa rinascesse in questo modo.

Questo però non risponde alla domanda. Cos’è successo con quella parte di sinistra che aveva fatto un pezzo di strada con voi, che era più vecchia del movimento delle case occupate, che aveva più esperienza e per la quale il 1977 fu un bivio, nella misura in cui presero congedo dall’’opposizione al sistema e alla politica militante, perchè sostenevano che portasse ad un vicolo cieco. Ci fu la sensazione che voi, come RAF, aveste avuto responsabilità anche per questo sviluppo, poiché avete creato lo sviluppo per un’escalation del genere?

Il congedo da una politica militante fu  una libera scelta.  Noi l’abbiamo vista così. Non si sono congedati dai nostri obiettivi, questi obiettivi li avevano loro stessi. Di questo non siamo noi i responsabili, ma loro.

Ma voi avete messo in moto un’escalation che ha cambiato parecchio le condizioni di una militanza politica: ci furono molti morti, la polizia era armata, il clima sociale era diventato aggressivo.

Ciò non dipese da noi. Noi fummo naturalmente responsabili delle condizioni che cambiammo, ma ciononostante  alla gente rimasero molte possibilità di agire in maniera diversa, di rapportarsi con queste condizioni. Per questo non puoi accollare a noi la responsabilità per un dietro front verso il parlamentarismo.

Prima hai detto che bisogna  trovare sempre il punto giusto per un’azione, di essere sempre chiari con i propri obiettivi. Io direi che il 1977, con  l’inasprire del confronto che fu portato avanti dalla RAF, portò Ad un esito sbagliato e neppure ben determinato che…..

non lasciò abbastanza spazio ad altri. Ma ciò non significa che noi siamo stati responsabili di ciò che è successo. Suona così se domandi le “responsabilità”

La domanda sulle responsabilità non la trovo interessante a differenza di quella sulle cause. Io penso che la RAF abbia reso a molti più facile la via al riformismo.

Di sicuro abbiamo condeterminato l’agire della sinistra nella RFT. Ma non è vero che abbiamo distrutto le possibilità di fare politica rivoluzionaria perché abbiamo attirato la repressione ed abbiamo soffocato l’atmosfera di partenza. In questo modo si parlava volentieri negli anni ’70 , ma con le condizioni reali ha poco a che fare. Anche senza di noi i gruppetti non avrebbero certo scritto una storia rivoluzionaria . Il fatto che lo stato colpisca in maniera massiccia non dipende da noi ma dal fatto che questo stato mantiene il suo potere e reagisce con la repressione , ogni volta che i gruppi extraparlamentari hanno troppo esito ed attaccano il suo monopolio del potere. Non dipende da noi che abbiano proceduto contro occupanti di case e oppositori al nucleare con un esercito di sbirri, ma dal fatto che questi gruppi hanno toccato un punto sensibile.

Avete valutato molto positivamente l’attività degli occupanti di case perché si trattava di progetti di vita e lotta differenti. Hai visto il movimento degli occupanti di case come il proseguimento di impostazioni degli anni ‘70 ? Avevate la speranza che si allacciassero a qualcosa che era molto importante per voi?

No, non si sono riferiti a noi o all’ APO (opposizione extraparlamentare). Si sono basati su loro stessi e questo ci è piaciuto. Era appunto un nuovo inizio/slancio. Loro stessi non si sono pronunciati su questa questione.

Noi però parlammo della carta di maggio. Lì si parla di cambiamenti e nuovi inizi , ma tutto rimase nebuloso. Quello che racconti suona come se, in galera, vi avesse incoraggiato a sviluppi concreti

Nella carta di maggio si situava il fulcro della discussione sull’analisi dei rapporti internazionali, su ciò che è cambiato al livello globale. Era pure questo importante. Ma era solo una parte. Trovo sbagliato fissarsi così sui documenti. Se estrapoli da “guerriglia urbana e lotta di classe” o anche dalla “carta di maggio “ e da lì interpreti come se si trattasse di una poesia di Goethe, non ricavi nulla della politica della guerriglia. I documenti sono sempre soluzioni d’emergenza. Devi dichiarare qualcosa, vuoi comunicare qualcosa e non hai possibilità di parlare direttamente con le persone, così scrivi un documento. Esso però è solo un brano di una discussione e non certo una verità fissa. Questo vale anche per la “carta di maggio”

Nonostante ciò casca all’occhio che la “carta di maggio” ci fornisce questo brano: Ci sono  analisi globali che dicono molto sulla lotta di guerriglia contro lo stato ma poco sullo sviluppo nella società . Proprio questa posizione frontale di    “guerriglia e stato” è a mio giudizio un motivo per il quale sviluppi sociali hanno trovato così poca ripercussione  nel pensiero e politica della RAF.

Sicuramente molti aspetti sono stati dissolti dal tipo delle azioni che la RAF ha fatto. Nel complesso poi lo sviluppo successivo degli anni ’80 ha portato a questa strozzatura.

Quanto eravate consapevoli di questo dilemma nei ’70?

Ci eravamo confrontati col problema. Eravamo però convinti che il Fundus (base) di esperienze che ci portavamo dietro dalla vita nella legalità, sarebbe bastato a lungo per evitare il pericolo di non cogliere più la sua essenza.

A causa dei rapidi arresti, non eravamo più in clandestinità, così che il problema non si è praticamente posto in questo modo e quindi non abbiamo più cercato nuove soluzioni.

Io però penso che il problema sia un altro: Come guerriglia non puoi risolvere i problemi in una volta.

Nuova formazione   e lotta per la riunione dei prigionieri (158)

omissis

La nuova fase dopo il 1984/5 (161)

Come avete accolto dopo la pubblicazione della carta di maggio del 1982 lo sviluppo che ha portato ad una nuova costituzione della RAF?

Abbiamo avvertito che fuori c’era un vero e proprio slancio. Il linguaggio dei volantini, le attività in loco, le lettere che noi, dentro, abbiamo ricevuto, tutto era una partenza. Nel 1983 c’era una campagna, “ l’azione di saluto” che venne iniziata da quelli che erano fuori, che ci volevano includere in questa partenza. Ci hanno quindi raccontato delle loro attività, dei progetti che stavano sviluppando. Ci hanno procurato materiale informativo e libri e si sono impegnati affinché anche altri lo facessero, così che in poco tempo, abbiamo ricevuto un sacco di posta. Molta fu trattenuta dalla censura del carcere, ma la cosa ci doveva essere in ogni caso comunicata, così che lo sapevamo che qualcosa si stava movendo. Era anche diverso dalle occupazioni di case perché in questo caso potevamo anche partecipare invece di stare solo a guardare. Infatti da dentro era difficile dare una valutazione su come fosse davvero sostanziale questo nuovo impegno e quali prospettive avesse. In ogni caso comunicava una sensazione di nuova vitalità- e per noi ciò era molto.

Che effetto fanno lettere e cartoline? Ne siete stati contenti e avete detto” che bello che c’è” oppure potevate anche confrontarvi con le posizioni di chi vi scriveva?

È molto più che un sostegno morale, per quanto esso stesso sia importante nell’isolamento. Attraverso i racconti delle singole azioni, delle alleanze che venivano stipulate o meno, i pensieri che qualcuno ha scritto sulla RAF potevamo farci un idea di che succedeva fuori. Questo per i prigionieri politici è d’importanza vitale. Inoltre ci ha interessato ogni approccio possibile attraverso il quale ci si organizzasse in resistenza, a prescindere completamente dal fatto di ciò che si pensasse della RAF. Volevamo sapere quali fossero le contrapposizioni con noi, per cosa si mobilitassero, cosa avessero imparato, quali passi ed esperienze avessero fatto.  Era difficile dire qualcosa dalla galera, cosa che però si aspettavano molti di quelli che ci scrivevano. Io per esempio ero gia dentro da 10 anni, questo implica che la realtà fuori mi fosse estranea. In questa situazione si è portati a sopravvalutare le cose o a riporvi troppe speranze. Ma questa sensazione di non essere completamente tagliata fuori, mi ha cambiato molto allora. Essa riesce a mobilitare nuove forze ad a renderti vitale.

Non sono condizioni degne di nota? Vi scrivono persone che non vi conoscono e delle quali non conoscete altro che il nome che sta in calce alla lettera?

È vero. Inoltre avevamo poche possibilità di conoscerli. Potevamo ricevere solo una visita al mese dietro il vetro divisorio. Ho tentato di riceverli un paio di volte e ci si trova improvvisamente davanti qualcuno che non si è mai visto e loro sono molto imbarazzati perché hanno appena visto l’apparato repressivo in azione: consegnare le carte, passare dalla stretta chiusa ,lasciarsi perquisire, e poi c’è il vetro divisorio nel quale tutto si riflette, l’acustica è distorta. Si vede poco, si sente con difficoltà e non si capisce nulla, inoltre accanto al visitatore siede uno sbirro del LKA (polizia regionale) che annota tutto, mentre accanto a me uno della prigione. Si ha bisogno di molto tempo per superare l’imbarazzo. Rimangono così solo un paio di minuti , nei quali si può parlare davvero.

Nonostante ciò rimane qualcosa di impresso , anche se è solo un’idea vaga. Per noi prigionieri era anche importante perché così noi non diventavamo spettri.

Quest’azione di saluto ha avuto conseguenze a lungo termine?

Ho notato che le visite in queste condizioni non bastano a rendere possibile una relazione fissa. In quel periodo non potevo scrivere lettere, anche se non l’ho mai fatto volentieri. A lungo tempo non è rimasto molto, ma nel periodo stesso fu un’iniziativa importante per noi.

 

Al tempo hai ricevuto visite di altre persone?

Sì, venni visitata regolarmente dall’inizio del 1982 da una donna di Amburgo. Ci piacevamo e mi ha fatto tantissimo piacere ogni volta che l’ho vista. Questa simpatia reciproca creò una base sostenibile.questo contatto continuativo era per me più importante che ricevere continuamente nuove visite , perché sapevo che non si poteva sviluppare nulla di profondo.

Com’erano le possibilità di comunicazione tra di voi?

Difficili come sempre. C’erano possibilità, ma la censura era rigida. Il 1983 fu l’anno nel quale fu introdotto contro di noi un nuovo paragrafo del 129° del codice di procedura penale per “l introduzione di un sistema informativo illegale”. Noi di Lubecca non potevamo scrivere per nulla ad altri prigionieri della RAF perché noi, secondo una sentenza del tribunale , l’avremmo usata come mezzo per scambio di notizie vietate. Eravamo severamente isolati. Le cose sono cambiate per prima dal 1989, ciò non significa che dopo quell’anno siano state buone. Chi è dentro oggi ha in principio gli stessi problemi. Non sono questioni delle quali si può parlare come se si trattasse del passato.

Quali sviluppi da fuori vi ha impegnato al massimo?

Un ambito molto importante era quello della solidarietà all’america latina che allora impegnò molti. Ci fu questa campagna “armi per il Salvador” della TAZ[120]. Molti hanno discusso sul perché una guerriglia deve lottare proprio con le armi e se una rivoluzione possa essere non violenta. Allora furono create le brigate per il Nicaragua dove i sandinisti hanno rovesciato il regime di Somoza e dove ancora avevano bisogno di sostegno. Ciò ci ha impegnato molto.

Ci furono in questo periodo numerose azioni militanti nella RFT: attentati a ditte edili che partecipavano alla costruzione di Startbahn West o alle centrali nucleari, contro banche o consolati turchi. In molti comunicati, per quel che ricevemmo noi allora, c’erano passaggi che si contrapponevano alla RAF, che ci criticavano con una certa consapevolezza e che hanno sviluppato criteri propri di politica militante. Io lo trovavo positivo.

Mi stupisce. Con voi non avevo a che fare ma con i gruppi antimperialisti che simpatizzavano con voi  sì, e lì le critiche alla RAF e ai prigionieri erano accolte piuttosto sfavorevolmente…

Si ce ne siamo accorti anche noi dentro. Fu sicuramente un errore grave il fatto che noi non avessimo detto nulla. Allora per noi era importante più di ogni altra cosa non dare pretesti al nemico. Abbiamo temuto che qualora ci fossimo immischiati in questa contrapposizione gli avremmo fatto un favore. Così invece ci siamo legati le mani da soli.

Lo sciopero della fame 1984-85

Siete entrati in sciopero della fame nel dicembre 1984. Nel vostro comunicato avete scritto “Richiediamo le condizioni minime previste dalla convenzione di Ginevra. Contro l’istituzionalizzazione di tortura e criminalizzazione nelle democrazie della NATO questa è la richiesta politica per la quale i prigionieri di guerra lottano assieme. La nostra lotta si unisce a quelle dei prigionieri di guerra in Francia , Irlanda, Turchia, Spagna, Italia e Palestina occupata e ne apre di nuove.  Essa è integrata nel compito che pone l’intera sinistra rivoluzionaria: o lotta come avanguardia nella prassi della resistenza per un autentico processo rivoluzionario, nella misura in cui essa è soggetto della lotta per la liberazione, oppure può solo commentare da opposizione marginale i crimini dell’imperialismo  e la via nello stato fascista  di polizia  strutturato attentamente. “ In questo modo avete polarizzato fuori la contrapposizione sulle vostre condizioni carcerarie e la riunione dei prigionieri ed avete collegato molto strettamente l’appoggio alle vostre richieste con l’assenso alla vostra politica.

Non eravamo dell’idea che si dovesse trovare giusta la politica della RAF per sostenere le nostre richieste. Le richieste certamente si doveva trovarle giuste per sostenerle. Alcuni erano dell’idea che dovessimo confluire nelle carceri normali, noi eravamo aspramente contrari, e penso sia comprensibile che i prigionieri stessi decidano quello che vogliono  e non la gente fuori , sulla base di ciò che pensano sia migliore.

Il nodo della controversia fuori era meno la questione “ carcere normale o riunione”, che quella sullo status di prigioniero di guerra” che voi avete richiesto. Il presupposto di riconoscere che foste partito di guerra e che si fosse condotta guerra fino ad allora, era vista come una sopravvalutazione di voi stessi da parte di molti della sinistra radicale.

Non era così, tutt’altro. . La convenzione di Ginevra, che conteneva un trattato sul trattamento dei prigionieri di guerra, era stata integrata. Il concetto di “conflitto internazionale” fu allargato, in modo che in futuro anche le lotte di liberazione e quelle di guerriglia godessero di una determinata protezione. Moeller pag 167

Questo sviluppo fu stimolato e imposto da più movimenti di liberazione che avevano vinto nei loro paesi e che ora disponevano di seggi e voti negli  organi internazionali. Noi sapevamo che questi ex gruppi di guerriglia volevano sostenere con tali cambiamenti anche i gruppi come noi. Dato poi che ci siamo intesi in relazione a tutti questi movimenti combattenti, giudicavamo evidente, tanto più che ci appariva la possibilità che si potesse impedire di rimanere senza diritti in uno stato come la RFT, che continuamente le modificava a nostro svantaggio

Ma voi per il modo d’approccio non eravate un movimento di liberazione nazionale.

No, l’abbiamo anche detto. Ma eravamo la guerriglia qui.

Una guerriglia senza guerra civile.

Non si tratta di questo. C’erano norme nel diritto civile che dovevano garantire ciò di cui avevamo bisogno: difesa della nostra integrità fisica, niente isolamento-tortura e possibilità di comunicazione. Il diritto della RFT non ce l’aveva più permesso. Volevamo così essere trattati secondo il diritto internazionale, soprattutto perché eravamo un gruppo armato. Non si trattava di darsi delle arie[121] o di un riconoscimento astratto di noi come partito armato, ma in maniera molto pratica di migliorare materialmente la nostra condizione.

Il punto di partenza era però inservibile. Nella contrapposizioni e discussioni nella sinistra fuori, in questo momento era molto importante la questione “Come valutare la RAF?”. Per la maggioranza non eravate proprio nessun movimento di liberazione di un qualche altro terreno, bensì un gruppo che compiva attentati che loro non trovavano buoni. Nonostante ciò volevano aiutarvi nella lotta per cambiare le condizioni carcerarie. Con questa richiesta di riconoscervi come “prigionieri di guerra” si è spostato l’ago della bilancia. Lo status ed il significato della RAF assumevano un ruolo centrale e le condizioni carcerarie apparsero improvvisamente quasi  solo una questione tattica attraverso la quale si voleva la rivalutazione della RAF come il partito della guerra civile. Fuori fu presa diversamente da come avevate pensato.

Ma allora in che modo volevate cambiare le  nostre condizioni carcerarie. A cosa volevate riferirvi per ottenere la riunione dei prigionieri, se non al diritto internazionale?

Al diritto fondamentale della RFT che, per lo meno in principio doveva valere anche per i prigionieri. Il problema mi sembrava lo stesso che quello di appellarsi alla convenzione di Ginevra. Devi richiedere che si applichi un diritto per il  quale governo e giustizia non hanno interesse indipendentemente se ti richiami al diritto civile fondamentale o penale.

Per me è troppo pragmatico. Le nostre condizioni carcerarie non erano risultato solo delle riflessioni del governo tedesco . Questo a metà anni 70. Mentre la politica di europaizzazione andava avanti, uno dei primi provvedimenti fu lo stipulare una convenzione antiterrorismo. Anche negli organi politici della NATO si discuteva il da farsi contro la guerriglia. Le proposte furono approvate come leggi in ambito nazionale. C’era cioè una dimensione sovrastatale della lotta contro di noi. Inoltre valse sin da subito la dottrina della NATO, di non accordarci cioè nessuna motivazione politica anche in apparenza.

Ammesso fosse così , il fatto che gli organi internazionali fossero in guerra contro di voi e gli altri gruppi europei di guerriglia, non cambiava il fatto che voi non avete scatenato nessuna guerra civile in Europa occidentale o nella RFT, dove siete contrapposti voi e lo stato e l’opposizione extraparlamentare non conta nulla perché non ha raggiunto l’alto livello della contesa , ma persevera nell’ambito legale. Per me questa richiesta della RAF rispecchia ancora una volta la vostra comprensione politica : Qui siamo noi e là c’è lo stato. Nei fatti invece si trattava di una contrapposizione interna con molti più partecipanti con posizioni differenti nel quale una gerarchizzazione secondo il motto” Qui sono i partiti della guerra e la gli altri “ non era fissata.

Per noi non era solo una contrapposizione interna della società. Certamente abbiamo lottato nella RFT e questo era anche importante. Ma se avessimo pensato che solo qui sta il nostro nemico e solo qui stanno le nostre forze, sarebbe stato completamente presuntuoso iniziare qualunque cosa. Ci siamo sempre visti come parte di una forza internazionale. Questo valeva anche per il 1984/85. Il concetto frontista non ha cambiato i fatti. La relazione con le forze di liberazione mondiali era la base della RAF.

Questa corrispondenza l’abbiamo sempre vista ma mai accettata così. Nicaragua, El Salvador, Palestina,Irlanda RFT. Per noi quest’ultima non era una lotta per questo non potevamo avere una posizione univoca sulla sensatezza di richiedere lo status di prigionieri di guerra.

Voglio però aggiungere qualcosa sul fato che siamo stati criticati dalla sinistra per il fatto che non chiedevamo l’integrazione nel carcere normale. A questo dibattito, che ha giocato un ruolo non trascurabile, trovavamo irritante che la maggioranza della gente che volevano tirarci  in quella direzione, non avevano idea di cosa fosse il carcere normale. Non era certo un obiettivo attrattivo neppure per gli altri prigionieri. Non volevamo certo il trattamento di lusso rispetto agli altri prigionieri come sempre si è volentieri sostenuto, volevamo condizioni che ci permettessero di sopravvivere come soggetti politici. Per questo dovevamo essere assieme, poter parlare liberamente e non essere soli, schiacciati in questi ingranaggi carcerari di interdizione, lavori forzati e strutture repressive. Tanto più che le condizioni in carcere, i prigionieri e le strutture sono pure cambiati durante gli anni.

In che senso?

Quando Andreas e Gudrun erano prigionieri per l’incendio del 1968 , erano nel carcere normale ed hanno anche potuto mettere i bastoni tra le ruote. Prima c’era nelle carceri una comprensione di base che portava a rifiutare il sistema, non ci si rapportava bene coi guardiani, ma si era solidali con gli altri prigionieri. Anche negli anni ’70 era così, per questo fummo isolati. L’altro motivo era la voglia dello stato di annientarci. Anche questo oggi è dimenticato. Non abbiamo chiesto noi le condizioni carcerarie pesanti , ma è lo stato che ci ha costretto fin dall’inizio. Negli anni 80 e 90 la situazione nelle carceri è cambiata. Attraverso i piani di isolamento e il cosiddetto “penitenziario di cura”[122] i prigionieri sono messi continuamente sotto pressione per comportarsi in maniera non  solidale, di modo da migliorare un po’ la loro situazione. Per ogni adattamento c’è ricompensa , per ogni forma di resistenza la punizione. Chi vuole l’uscita o la possibilità di far la spesa, o la prospettiva di qualche altra agevolazione carceraria deve cooperare e ,abbastanza spesso, denunciare. Non l’ho vissuta personalmente, ma l’ ho sentita spesso da altri e le loro esperienze erano pesanti…..

Ci sono stati  poi altri prigionieri della RAF, Stefan Wisniewski per esempio, che su questo punto ha preso una strada completamente diversa. È comprensibile che si potesse vedere la situazione del carcere normale anche in altro modo. (pag 171 inizio)

Stefan ha fatto delle ottime esperienze decidendosi così di rimanere assieme agli altri nel confronto. È stato tenuto per molto tempo in isolamento (cfr 1978-81) ed ha subito processi per aver incitato gli altri prigionieri a ribellarsi . Quando hanno capito che voleva stare nel carcere normale gliel’hanno reso impossibile. Per il resto non è  che interessasse a molti se noi chiedevamo integrazione o riunione,

Come andò lo sciopero del 1984-5?

Ci fu una massiccia campagna mediatica contro di noi , così che vedemmo difficoltà per le nostre richieste. Il loro dibattito se ci dovessero nutrire a forza o meno ha spinto questi temi in secondo piano. Seguimmo anche un dibattito alla radio su una legge che venne approvata nel Febbraio 1985.

Fu molto strano perché  sentimmo dire ai deputati della CDU che l’alimentazione forzata era tortura. Era certamente vero, ma gli serviva per condurre a termine la loro perfida soluzione.  Dovevamo essere nutriti a forza quando cadevamo in coma e non ci potevamo più difendere.

Knut Folters fu il primo a cui toccò quest’esperienza. I sanitari aspettarono per giorni davanti alla sua cella . Appena svenne lo portarono subito in ospedale attaccandolo alla flebo. Appena si riprese gli dissero la loro tecnica del ping pong. Adesso lei si ribella, ma appena sviene iniziamo d’accapo e lo facciamo finchè lei non molla. Fuori dissero che lui aveva smesso volontariamente e si era sottoposto alle loro cure, questo  mentre bloccavano i suoi contatti. Anche la sua avvocatessa venne allontanata. Chiese un procedimento d’urgenza per vederlo , ma il giudice l’ha ignorata. Tutta la procedura deve essere stata una tortura per Knut. Naturalmente il loro scopo non era quello di rapportarsi alle nostre richieste , ma quello di annientarci.

Vi eravate preparati ad uno sviluppo del genere prima dell’inizio dello sciopero della fame?

CI eravamo accordati di resistere all’ alimentazione forzata , ma non avevamo previsto che le cose si sarebbero messe così . Lo iniziammo tutti assieme e alla fine fu “stretta”(eng). Christian  Klar è quasi caduto in coma e molti di noi erano allo stremo. Volevamo però resistere  fino a che le nostre richieste non fossero passate.

Hai messo i conto di poterci morire con quello sciopero della fame? Ci si pensa prima o durante lo sciopero?

Certo (173). S’inizia solo se si è decisi tutti e collettivamente, altrimenti è meglio lasciar perdere. Noi abbiamo iniziato solo quando era chiaro che tutti lo volevano in prima persona.

Suona molto da democrazia di base. Ma può anche esserci un’ enorme coercizione di gruppo

Questa premessa è assurda. Eravamo in una situazione insostenibile e tutti l’abbiamo capito. Non ci fu nessuno che disse “  non duro più di due anni,  aspettiamo ancora un po”. La parola che hai usato è terribile, una costruzione marcia[123] di chi non capisce che ci si può relazionare collettivamente perché è importante e fa parte della nostra lotta. Inoltre venne inculcato nell’opinione pubblica per rifiutare le nostre richieste, poi alcuni singoli furono gehindert[124] all’ abbandono.

Com’era un giorno di digiuno? . Che facevate in quelle 24 ore?

Si ha più tempo, io ho avuto la sensazione di avere molto tempo a disposizione del solito. Si nota quanto tempo ci voglia a preparare, mangiare e rimettere tutto a posto.

Vi è costato molta energia resistere?Potevi far altro (musica , leggere..)?

All’inizio quando il corpo si deve abituare ci si sente diversamente da quando sono passate settimane. L’adattarsi[125] è pesante. Poi c’è una fase nella quale si hanno tantissime energie e dove si può leggere e pensare bene. Poi però finisce  e si entra nella fase che siamo fiacchi e stanchi.

Non ti posso rispondere così in generale . Dipende da quante riserve hanno i prigionieri quando iniziano. Alcuni erano già stati indeboliti dagli scioperi della fame precedenti quando iniziammo.

Com’è quando si inizia a sentirsi male e fiacchi?ti viene la paura di non farcela?

Non ho avuto questa paura. Ero impegnata con i problemi quotidiani. Quando si è da tanto in sciopero della fame non si riesce più a bere perché non si trattengono i liquidi. Nonostante lo sforzo che costa, mi sono ingegnata per bere senza vomitare. Inoltre non volevo dormire molto e volevo muovermi molto perché così si resiste meglio. Mi sono concentrata per riuscirci al meglio.

Arrivaste ad un punto dove era chiaro che non avreste raggiunto i vostri scopi?

Ce ne furono diversi durante lo sciopero. Nel 1985 la RAF da fuori ha preteso che smettessimo. Durante lo sciopero c’era gia stato l’attentato alla Shape School[126]. Poi ,il 1 Febbraio, il giorno nel quale smettemmo, il presidente dell’industria aerea e spaziale  Zimmermann fu ucciso . Nel 1989 abbiamo smesso di nostra iniziativa. Riflettemmo sulla questione: che succede se uno di noi muore e noi continuiamo, abbiamo possibilità di sopravvivere? Dato che non eravamo sicuri di riuscirci abbiamo smesso.

Ci si confronta con la morte durante uno sciopero della fame? Si pensa che sia qualcosa da mettere in conto oppure si considera come non più grave delle condizioni carcerarie?

Non ti posso dire cosa “si” pensa. Io ero pronta anche a morire perché volevo cambiare anche le nostre condizioni e pensavo “beh anche se muoio ,forse ciò aiuterà gli altri nelle loro richieste”. Per questo mi ci sono impegnata. Non ero rassegnata , avevo un obiettivo positivo. Mi immaginavo come sarebbe stato essere in cella con gli altri, parlare assieme e riabbracciarsi. Ne avevo una voglia matta. Per questo fu orribile il rendersi conto che non ce l’avremmo fatta e interrompere lo sciopero.  Sapere che le cose sarebbero rimaste immutate era molto peggiore della paura della morte.

Posso immaginarmi che tu avessi uno scopo positivo da perseguire e che ciò ti abbia dato forza; ma è difficile credere che non ci siano stati momenti nei quali ci sia stata disperazione e paura.

Paura di non farcela certo.

MA anche paura di morire…

Certo che avevo anche paura di morire, ma le altre sensazioni erano più forti. Capisco che per chi non sta in galera sia difficile immaginarsi come sia importante essere assieme ad altre persone. Non volevo rimanere anni in questa condizione di essere detenuti in tre. Volevo stare in cella con Brigitte (Mohnhaupt) ed Adelheide (Schultz)[127]

Quando hai iniziato a raccontare di Stammheim hai detto di non poterti immaginare di vivere là per molto tempo. Come fu il 1984? Vi eravate rassegnati a rimanere in cella per altri 10 o più anni?

Non ci ho più pensato a quanto dovesse durare il carcere.

Come avete saputo che da fuori vi ordinavano di smettere?

Ci fu un comunicato della RAF stampato dai giornali.[128] Quando dichiarammo che prendevamo in considerazione di smettere ci permisero di telefonarci. Così abbiamo chiamato da una prigione all’altra ed abbiamo deciso di smettere.

Questo è molto grottesco da immaginare.

Ma è così (ride) .

A chi hai telefonato?

Ho parlato con Brigitte. Era nell’ufficio del direttore . C’era un altoparlante alla parete ed attorno a me sedevano guardiani e sbirri.

Quant’è durata la telefonata?

Forse 10 minuti. Brigitte ha telefonato a Kurt ,che era ancora in clinica, e con Christian che era in carcere a Hohen Asberg (carcere in Renania). Fu molto triste quando dovetti interromperla; mi aveva fatto molto piacere per lo meno parlare con chi non si vedeva da molto tempo.

Quali furono i risultati dello sciopero del 1985?

A Differenza di quello del 1981 non riuscimmo ad ottenere nulla.

Cosa avevate ottenuto nello sciopero del 1981?

Quello fu uno sciopero molto lungo che durò da Febbraio ad Aprile. Allora Sigurd Debus[129] venne assassinato. Durante l’alimentazione forzata fu sottoalimentato sistematicamente , così che ricevette invece delle 1700 calorie vitali , solo 1500. Mancavano le vitamine che dovevano essere aggiunte nella flebo e per motivi non chiariti gli venne un emorragia cerebrale. Come risultato di questo sciopero i prigionieri sono stati raggruppati in 2 piccoli gruppi: Lutz Taufer, Knut Folkerts e Karl Heinz Dello a Celle ed Hanna Krabbe raggiunse Cristine Kuby e me a Lubecca.

Non vi ha dato da pensare il fatto che nonostante il clima di ricrescita fuori, non potevate ottenere nulla? Non pensavate di aver giudicato gli avvenimenti “fuori” in maniera errata? Si nota anche che il comunicato della RAF era molto più critico che la vs dichiarazione sullo sciopero della fame.

A noi ha mostrato innanzitutto come fosse importante per loro non lasciarci vivere. Questo era fondamentale nella nostra riflessione e come gli inculcati rapporti di forza potessero cambiare.

Avete visto la situazione come una sconfitta?

No. Volevamo continuare finchè ci fossero le possibilità di vittorie o sconfitta. Si trattava di trovare un modo che aumentasse le probabilità di esito per la prossima volta. In questo periodo sono stati fondati i comitati di difesa internazionale, nei quali si sono ritrovati e coordinati tra loro avvocati di USA, Palestina, e diverse altre regioni per cercare di migliorare le condizioni dei prigionieri. Ci furono anche contatti con i prigionieri USA e le relazioni con i prigionieri dell’Europa occidentale divennero più strette. Al momento era un importante punto d’inizio che volevamo sviluppare. Non è che ce ne stavamo depressi in cella a dirci: “ Gesummaria[130] non ce la faremo mai”.

Non avete avuto l’impressione che con lo sciopero della fame, uno strumento nel quale si mette la vita in gioco, non si otteneva nulla se lo stato si rifiutava di accettare le vs richieste.

Non avevamo altro mezzo. Senza di esso avremmo ceduto all’impotenza. Per questo non avemmo questo pensiero. Che altro puoi fare se sei prigioniero ed isolato?

Come erano a quel tempo le condizioni carcerarie a Lubecca?

Eravamo in tre nella sezione speciale che constava di 10 celle. Non potevamo vedere nessun’ altro. Poi nel 1988 giunse una donna , condannata per una manifestazione pro riunione. L’ accusa era “fiancheggiamento di banda armata” perché noi in carcere secondo la procura “continuavamo ad essere la RAF”. La donna era del Palatinato e chiese di essere riunita a noi , ma non gli fu permesso. Due volte la settimana potevamo aver l ‘ora d’aria giù in cortile assieme all’ altra detenuta. Ogni volta ci facevano una perquisizione minuziosa e ci tenevano sotto stretta sorveglianza. Era come se avessimo varcato una frontiera immaginaria (magica) e fossimo arrivate in una terra magica, che era vicinissima a noi , ma che non avevamo mai varcato. In seguito cambiò il governo regionale e i nuovi ministri SPD ci domandarono se volevamo dei piccoli cambiamenti. Improvvisamente ci venne concesso di accendere e spegnere da soli la luce. Che conquista! Ma per noi era importante perché almeno potevamo leggere quando volevamo.

Come erano gli incontri con le altre donne? Ci sono stati degli effetti per voi?

Venivano tenute lontano da noi quando arrivavamo. Potevamo prendere contatti solo con l’unica prigioniera politica. Quando eravamo da lei c’erano tre guardiane che sorvegliavano che nessuno passasse di lì o che ci dicesse qualcosa. Eravamo severamente schermati. Era come un esperimento coraggioso il cui esito era guardato con paura. Temevano che succedesse qualcosa di terribile. Questo la  dice lunga sul clima che c’era.

All’inizio del 1989 ottenemmo il permesso di passare l’ora d’aria assieme alle prigioniere. L’ abbiamo anche fatto e fu un’esperienza IRRE(confusa, pazza folle, incedibile). Mi ricordo bene che avevano uniformi lunghe e strette e che camminavano solo a piccoli passi, cosa a cui loro stesse non facevano più caso. Noi non eravamo abituate a muoverci a piccoli passi non certo trotterellando. A loro facevamo l’effetto di persone di un’ altro pianeta. Prima di allora giravano solo voci su di noi, non ci avevano mai viste. Improvvisamente eravamo là e dietro di noi, dietro i reticolati, ci sorvegliava la sbirraglia. Un paio di donne hanno iniziato a parlare con noi e il giorno dopo ci hanno pure raccontato di esser state messe sotto pressione per rivelare che cosa ci eravamo dette. Con alcune abbiamo avuto contatti amichevoli , ma la maggioranza erano intimidite.

Il contatto con loro ha cambiato qualcosa anche in voi, per esempio di aver un’altra percezione della realtà?

Quelle donne e le loro esperienze non erano certo rappresentative della realtà fuori. Quelle con cui avevamo a che fare , che erano cioè le più irriverenti, erano per lo più tossicomani. Loro ci hanno raccontato le loro esperienze vissute fuori, e come la situazione si sia brutalizzata in certi ambiti sociali nel frattempo. Erano racconti di un mondo a noi estraneo. Negli anni 70 di tossicomani ce n’erano ancora pochi. Inoltre non potevamo sapere da loro molte cose che c’ interessavano. Molte discussioni erano sulle condizioni carcerarie e sul perché noi ci difendevamo e loro no. Una frase standard era “Tra voi c’è solidarietà tra di noi no”. Si sentivano abbandonate e sole di fronte all’ apparato statale.

I rapporti con la RAF (180)

 

I rapporti con la RAF (180)

Come erano in questo periodo le vostre relazioni con la RAF? Con gli arresti 1982-84 si era creato un nuovo gruppo che non conoscevate.

È vero.

Ma per lo meno negli obiettivi, le azioni di ora si riallacciavano a quelle dei primi anni settanta. Infatti venivano colpiti obiettivi USA. Avevi pero detto che trovavi giusto che si scegliessero altri obiettivi, non più militari ma economici. Avete visto questa fase come una regressione?

Direi che era solo un ritorno alle origini.

In pratica?

Non vorrei illustrare nei dettagli i cambiamenti in Europa e nella NATO , dato che non siamo stati noi a scegliere gli obiettivi. Ma all’inizio degli anni ’80 nella NATO  c’era una fase di militarizzazione e di riarmo.  Nello stesso periodo avveniva l’intervento sempre più massiccio degli USA in America Latina, soprattutto in Salvador. C’erano quindi buoni motivi per mirare a tali obiettivi.

Nell’ambito dell’azione contro l’ Air Base venne ucciso il soldato E. Pimentel. La RAF l’ ha prelevato da una discoteca e poi abbattuto perché aveva bisogno della sua carta d’ identità per poter parcheggiare un autobomba nella base di Rhein  Main.[131] Il cadavere fu trovato dopo l’attentato e per un periodo ci fu una speculazione da parte della sinistra ma anche di polizia e magistratura sul fatto che gli autori potessero essere neonazisti che in quel periodo compivano attentati simili[132]. Pensaste che fosse possibile che la RAF l’ avesse abbattuto?

Per noi era da escludersi. Quando si trovò il comunicato si pensò fosse un falso. Ci siamo gridate dalle finestre di Lubecca “Questa è un’ azione di contro insorgenza”. Quando poi si seppe che non era una contro azione non potevamo capacitarcene. Eravamo inorriditi. Non abbiamo rilasciato comunicati, ma discusso tra di noi, sul perché era impossibile accettarlo. Nel settembre 1985 ci fu un intervista e dopo un comunicato nella quale la RAF lo descrisse come un errore . Ne fummo risollevati, per quanto il loro testo non apparisse così conseguente.

Ma se l’agire della RAF rappresentava una rottura ai vstri occhi avreste dovuto dirlo pubblicamente. C’era il pericolo che potesse succedere ancora, che la RAF si evolvesse nella direzione che per voi era sbagliata.

Weavamo contenti che ci fossero critiche, anche da parte degli altri gruppi militanti . Noi non volevamo parlare perché sarebbe stato come colpirli alle spalle. Sarebbe stato visto come rinuncia della solidarietà e non lo volevamo assolutamente. Oggi lo vedo come un errore, ma allora non ci pareva possibile.

Cosa c’era in questo omicidio che vedevate come una rottura nei confronti dei concetti iniziali?

In quel caso un semplice soldato fu funzionalizzato e ucciso solo per la sua carta d’identità. Era arbitrario e a piacere , inoltre cancellava la divisione tra quelli contro cui lottiamo e chi non rappresenta un obiettivo. Era un modo d’agire brutale.

Ma la funzionalizzazione di persone c’è stata nei precedenti attentati. La RAF non ha mai indietreggiato per la paura , se doveva eliminare scorta ed autista di chi voleva rapire. Nel caso di Schleyer vennero messi in conto 4 morti

Questa è un’altra situazione. Essi non sono stati funzionalizzati dal commando, semmai dallo stato. Dovevano rischiare la loro vita per Schleyer, era il loro lavoro. Funzionalizzazione è quando tu elimini qualcuno che con l’azione non c’entra nulla solo perché è in una birreria e qualcuno ha bisogno della sua carta d’identità.

Quando uccidi un autista per rapire il suo capo….

Non è stato scelto a caso il giorno prima. Lui è in quella macchina e sa il rischio che corre se fa questo lavoro. Non vedi la differenza?

Nessuna sostanziale. Infatti Schleyer aveva una possibilità di sopravvivenza, l’autista no. La RAF ha poi scritto che anche il soldato sapeva per chi lavorava.

Certo ma non l’hanno assalito per questo ma per la carta d’identità. Quel comunicato lo trovo orripilante.

Avevate da prigionieri la possibilità di informarvi sull’attentato?

Abbiamo preso contatti anche con gli altri prigionieri e nessuno trovava giusta la cosa. A tutti si sono rizzati i capelli.

Si era già visto che c’erano diverse posizioni sulla lotta armata?

Non in maniera così estrema. La situazione non era ancora decisa. Si poteva proseguire in varie direzioni. Così ci fu il congresso antimperialista a Francoforte nel 1986[133]. Abbiamo ricevuto documenti del congresso e ci è stato raccontato come si svolse. Ci sembrava un buon sviluppo.

In che senso?

Il congresso era diretto in maniera internazionalistica ed accentuava un aspetto della “Carta  di Maggio” che a noi era giunto in secondo piano: che ci dovesse essere non solo un fronte interno ma uno in tutta l’Europa occidentale. Avevamo la speranza che  potesse collegarsi qualcosa a questo congresso e che ci fosse una ripercussione anche nella prassi.

Ma il congresso antimperialista non era un incontro dove si portava avanti movimento ed azioni , ma , secondo me una manifestazione piuttosto dogmatica ed esclusivamente antimperialista che ha sortito pochi effetti oltre a quello dell’ indignazione dell’ opinione pubblica borghese che ci potesse essere un incontro del genere). Non era un incontro plurale delle sinistre. Io non ci sarei andato.

Da dentro non l’abbiamo vista così. Era ed è un problema di tutti i prigionieri politici: sono costretti a fidarsi delle poche informazioni che avevano per farci un idea delle cose. Non potevamo farci un idea da soli.

Come avete avuto le informazioni del congresso e i testi?

Tramite le visite e per posta, quello che è filtrato.

Pensavate che gli attentati che seguirono: omicidio del presidente dell’associazione industriali dell’energia atomica Karl Heinz Beckurts e al capo della sezione politica del ministero degli esteri Gerold Von Braunmǘhl  e in seguito al portavoce della Deutsche Bank Alfred Herrhausen,  non avessero a che fare con quei principi politici?

Non si può dire così. Ma l’uccisione di BraunmǖL  fu sbagliata. Non ha portato progressi, solo ha sortito l’effetto di un’azione punitiva: devi morire perché sei il capo. In questo modo la RAF non è entrata in qualche contrapposizione politica, il motivo era enormemente astratto e sforzato. È sempre un segno d’allarme quando nei comunicati non emerge chiaramente che si vuole qualcosa e che si hanno obiettivi concreti, bensì si fanno dichiarazioni molto generali su strutture e strategie. Uccidere qualcuno dell’apparato dello stato per poter scrivere un comunicato su come si vede lo stato , non ha molto a che fare con la politica della guerriglia. La stessa analisi l’ avrebbero potuta fare allo stesso modo anche senza uccidere B. Con Herrausen fu diverso..

Perché?

L’attentato avvenne nel periodo nel quale il capitale, dopo lo scioglimento della DDR , senza che nessuno se ne accorgesse veramente si era pappato tutto. Contemporaneamente avvennero processi di conversione del credito che avrebbero dovuto rendere dipendenti per sempre i paesi della Tricontinentale. Nonostante ciò era evidente che non si sviluppava più nulla, che mezzi e fine contrastavano.

Prima hai parlato di azione punitiva: prima c’era già stata per esempio contro il giudice Buddenberg o il procuratore generale Buback. Perché ci furono critiche a questa ulteriore azione punitiva?

Non si tratta della singola azione , quanto del contesto, dell’orientamento politico della lotta armata.

Se tutto ciò si esaurisce in attentati che hanno il carattere di azioni punitive non c’è più via d’uscita. Nessuno l’avrebbe più associato con una liberazione.

Il nostro dilemma in carcere era che neppure noi potevamo dire nulla. È difficile dire “ vreste dovuto farlo”. Non volevamo una critica aperta perché avevamo paura che crollasse tutto, e noi volevamo continuità. Una fine senza esiti della RAF la vedevamo una cosa grave. Quando poi nell’89/90 il blocco dell’est si sciolse e la Germania si riunificò, questa crisi crebbe. Non si poteva far a meno di vedere che la cosa non poteva continuare e nemmeno noi avevamo idee concrete su come dovesse evolversi. La nostra situazione non era molto diversa da quella della sinistra fuori, era solo più estrema perché noi eravamo dentro e non potevamo percepire esattamente e non avevamo nessuna possibilità di discussione.

Quando aveste la percezione che il concetto di lotta armata proposto dalla RAF era giunto alla fine?

La prima volta che ci furono riflessioni fu dopo l’uccisione di Von Braunmǖhl nel 1986. Furono però presto accantonate.

Le reazioni dell’opinione pubblica, prima tra tutte quella del fratello, hanno pesato in qualche modo?[134]

All’ inizio ho pensato che i fratelli non esistessero e che fosse opera del Verfassungsschutz. Improvvisamente era irreale leggere  nella TAZ che i familiari volessero un dialogo.

Cos’hai pensato; perché il VS avrebbe dovuto farlo?

Per creare un clima morale ostile alla RAF. Era troppo perfetto per essere vero, il fatto che una famiglia comparisse e volesse discutere. Questo dopo un attentato che ha ucciso una persona dell’apparato che non era ancora conosciuta e che ha creato comunque problemi.

Quando fu chiaro che erano davvero i fratelli si è smosso qualcosa per voi?

Era davvero una famiglia, e lo trovo condivisibile che abbiano idee e domande. Allo stesso tempo era però chiaro che le lettere erano concordate con alcuni settori dell’ apparato. Se è quello che intendi non ci siamo smossi per cercare un dialogo con loro. Di cosa avremmo dovuto parlare poi?

Della RAF per esempio. Anche se si dice che i prigionieri non appartengono alla RAF era chiaro che c’era comunque una relazione.

Ma io non posso mettermi li a parlare della politica del commando con i familiari. A prescindere da come la consideri. Non l’avrei fatto in nessun caso.

Perché lo consideravi in solidale?

No, perché non avrei detto niente di mio. Anche una critica politica , che da noi sarebbe dovuta venire in quel momento, avrebbe percorso un’ altra strada. Non avremmo potuto svilupparla in un colloquio con i fratelli Von Braunmǖhl .

Quando ripensi alla situazione di allora, cosa avrebbe reso più pesanti i dubbi del 1986?

Premessa sarebbe stata che fosse realizzato ciò per cui lottavamo, cioè che fossimo raggruppati tra noi. Eravamo un collettivo, all’interno di esso si doveva parlare e scambiarsi esperienze perché si potesse sviluppare qualcosa. Da soli non funziona. Avremmo dovuto confrontare i pensieri che ci venivano in mente o ciò che dichiaravamo. Devi capire che per noi era molto importante la nostra storia e comprensione. Non si accantona tutto con un paio di discorsi superficiali. Invece di ciò abbiamo usato le nostre energie per difenderci dalle rappresaglie quotidiane.

A posteriori si può dire che sarebbe stato urgente, ma allora la vedevamo diversamente. Nelle nostre condizioni poi ci potevamo muovere poco: fisicamente e soprattutto mentalmente era difficile. Pensa a tutte le persone con le quali parli e a quanto a lungo lo fai per decidere una cosa importante, tutto questo noi non lo potevamo fare.

Se vi foste raggruppati il risultato sarebbe stato quello di una critica allo sviluppo della RAF?

Da una parte non avrebbe dovuto suonare come “incontratevi 3 ore al giorno e fate una critica alla RAF per favore”. Voglio dire che un raggruppamento doveva significare la possibilità di parlare a nostro piacimento. Questo sicuramente avrebbe significato un’ iniziativa politica da parte nostra, dato che molti di noi sentivano il disagio per  quello che accadeva fuori.

A Lubecca eravate in 3. Non avreste potuto riflettere in maniera basilare? Oppure tali dubbi ciascuno li aveva per se, ma non si voleva farne tema comune?

Certo che ne abbiamo parlato. Ma avevamo sempre l’insormontabile problema che non si poteva sapere ciò che esattamente  accadeva fuori. Era anche difficile formulare ciò che sentivamo. Quel che si poteva dire era sempre astratto e rimaneva insoddisfacente anche per noi stessi.

Si trattava anche del fatto che non  si poteva collegare esperienze concrete con il mondo fuori?

Questo era un motivo importante . Le nostre riflessioni astratte non avrebbero potuto aiutare nessuno fuori. Nessuno può dire in principio la guerriglia dovrebbe attenersi a questo o a quel principio. Sarebbe ridicolo.

Avevate l’impressione che la RAF fuori potesse giudicare meglio perché seguiva meglio le cose di voi?

Ciò valeva specialmente per noi a Lubecca, perché eravamo quelli che eravamo dentro da più tempo. Era sempre stato che decideva che era fuori e non i prigionieri. Presupponeva una grossa fiducia, ma in altro modo non sarebbe funzionata. Nonostante tutto eravamo fiduciosi che gli illegali si rendessero conto che negli spari a Pimental o Braunmǖhl c’era qualcosa che non si doveva ripetere.

Il punto nel quale ci si rese conto anche da fuori che qualcosa stava cambiando fu lo sciopero della fame del 1989, che aveva un altro carattere e scopo di quello del 1984/85. Nell’89 vennero coinvolti nelle attività di sostegno anche i gruppi antimperialisti sin da principio. Come si arrivò a questo cambiamento?

Un ruolo fondamentale l’ha svolto  la campagna per l’assegnazione dell’ Hafenstasse ad Amburgo.[135]

Questi gruppi hanno fatto si che anche con raccolte di firme e azioni ci si interessasse alla situazione di noi prigionieri, molto più di quello che si era riusciti a fare sin ad allora. Questo fu possibile perché venne da diversi gruppi e in maniera non ideologica. Sono riusciti a superare anche questa spaccatura tra pro riunione e pro carcere normale. Era quindi qualcosa del tutto nuova. Era inoltre molto tempo che la gente  si impegnava così in assenza di uno sciopero della fame.

Sul piano internazionale era anche molto importante che attraverso la politica di Gorbaciov si mettesse in moto qualcosa. Su dove portasse , ci sembrava questione ancora aperta. C’erano anche segni di crollo ma anche di speranza. Questo sviluppo era caratterizzato internamente da una sorta di catastrofico equilibrio. Dopo un lungo periodo di stagnazione questo ci ha dato la possibilità di riprendere fiato. Volevamo in ogni modo cambiare la nostra politica e ci siamo adoperati perché si mettessero in moto alcune discussioni , volevamo ricevere anche nuove visite.

Come l’ hanno presa quelli che vi visitavano sino ad allora? L’ hanno presa come un segno di diffidenza?

Alcuni sì, altri no. Alcuni ci hanno accusato di fare una svolta a 180°. Quelli che visitavano me capirono che volevamo ricevere anche altre visite interessate a scambi di idee. In questo periodo abbiamo anche ottenuto di poter ricevere visite in gruppi e non solo da singoli. Abbiamo anche richiesto di colloquiare più a lungo che una ora da dietro il vetro. A Lubecca e Celle l’abbiamo ottenuto alla fine del 1989, altrove no. Questa differenziazione fu disastrosa. L’apparato con queste ingiustizie mirate ,puntava a creare tensioni e  divisioni interne.

L’iniziativa sui colloqui che ci fu nel 1988 aveva diverse ragioni. C’era chi voleva discutere apertamente, altri volevano  fare i missionari [136]

Abbiamo deciso comunque di partecipare alla condizione che fosse permesso a tutti i prigionieri di partecipare ai colloqui in modo tale da non sottoscrivere un’ ingiustizia. Quando l’ abbiamo formulato , i propugnatori dell’iniziativa, che volevano concluderla con una piccola iniziativa in Renania Vestfalia, hanno fatto rapidamente marcia indietro. Quindi non facevano sul serio. D’altro canto che chiudessero  non era solo prova della loro viltà , ma manifestava anche un clima sociale preciso: c’erano musicisti, artisti politici ed intellettuali che erano pronti a sostenerla.

Aveste colloqui con gli iniziatori?

In maggioranza per scritto. Ci fu un incontro ta Helmut Pohl e H.M. Enzensberger[137] (finire nota)

Perché vi siete decisi adesso che qualcosa si metteva in moto ad utilizzare un vecchio e problematico metodo come quello dello sciopero della fame?(192)

Contrapposizioni al momento della cesura (195).

Postscriptum: dopo lo scioglimento della RAF (217).

Documenti (226)

                    note

[52] angezischt

[53] Dany il rosso, figlio d’ebrei tedeschi, fu dichiarato straniero indesiderato dal governo Francese che gli nego il transito. A Francoforte fondò “Pflasterstrand “ (spiaggia di lastricato; Pflasterstein  = sampietrino.).  Fini parlamentare dei verdi fu promotore dell’amnistia per la RAF e nel programma per gli “Aussteiger”(dissociati) collaborò anche con il Verfassungsschutz  (servizio segreto tedesco).

[54] Al congresso del Vietnam, per discutere le strategie dell’opposizione extraparlamentare e la formazione di un fronte nelle metropoli. Krahl, (SDS) disse” il passo da protesta a resistenza politica si può  realizzare solo se tentiamo di ottenere le condizioni organizzatorie per lottare contro la NATO in Europa (.). Se porteremo a termine azioni contro  l’industria degli armamenti in Europa. Si tratta di distruggere l’apparato del potere statale e militare dei paesi tardo capitalisti con azioni di solidarietà.

[55] Rolf Heissler si salvò solo perché, intuendo il pericolo,  si coprì la testa con una valigetta che deviò il proiettile

[56] Era, dopo “il concetto di guerriglia urbana” il 2  grosso testo della RAF. Si confrontava con il viaggio di Brandt in Persia dallo Scià e si soffermava sui contatti della RFT con i regimi fascisti di Spagna Grecia e Turchia . Sull’ esempio dello sciopero dei lavoratori del settore chimico del 1971si analizza da una parte la debolezza del movimento operaio e la forza del capitale, dall’’altra la reazione dello stato alla RAF è vista come la preparazione di una dura lotta di classe “Per lo stato si tratta di tener lontane dalla classe operaia tutte le idee di lotta di classe con tutta  la violenza di cui è capace. Non siamo noi gli impazienti, è il capitale che è nervoso…”l’isteria del sistema non rende sbagliate le nostre tecniche e strategie(.). Si analizzano inoltre il significato delle dichiarazioni di Ruhland per la RAF.

[57] Per esempio il Dreierschlag a Berlino (1 Blues)

[58] Hochburgen

[59] Ricercare articolo

[60] Auflauern = appostare ( ma lui o gli sbirri??) v pag 60.

[61] settembre 1974-febbraio 1975. Holger Meins mori in questo sciopero della fame il 9/11/74.

[62] Nell’’ Info-System del 22 settembre , dopo che era stata tolta l’acqua ad un prigioniero si legge “Riguardo all’acqua: è chiaro che smettiamo tutti di bere se tolgono l’acqua a uno. È anche la situazione dove ci si deve difendere con le unghie e coi denti se iniziano con l’alimentazione forzata mentre a uno gli hanno tolto l’acqua e noi siamo in sciopero della sete.

[63] Uno psichiatra aveva redatto una perizia sull’incapacità di intendere e volere della Meinhof. Con la motivazione che un tumore al cervello gli  era stato esportato nel 1962, un giudice inquirente della corte federale  voleva autorizzare un operazione di verifica al cervello  sotto narcosi. Per le dure proteste il progetto fu abbandonato.

[64] Per una storia dettagliata della SPK vedere l’opuscolo ……(Bologna). Altri membri confluiti nella RAF furono Hanna Krabbe, Knut Folkerts , Lutz Taufer, Klaus Jünschke, Bernhard Rössner e Sieglinde Hoffmann

[65] la sua autobiografia è stata purtroppo tradotta anche in italiano dalla derive e apprrrrrrodi.

[66] Schmid aveva tentato di fermare una donna ed una coppia nella notte del 22/11/71 con un collega. Il collega riconobbe dalle foto Müller come l’assassino e Irmgard Möller come presente . Margrit Schiller che fu arrestata nelle vicinanze  secondo perizie non avrebbe sparato, accusò più tardi nel processo di Stammheim il pentito Müller

[67] si riferisce al fatto che erano stati divisi i passeggeri ebrei dagli altri. Era stata richiesta la liberazione di 53 prigionieri politici detenuti in vari stati tra i quali 6 nella RFT:Werner Hoppe, Jan Karl Raspe, Ralf Reinders, Inge Viett, Fritz Teufel,Ingrid Schubert .

[68]   “Nel febbraio 1977 grande scalpore suscitò nell’ opinione pubblica tedesca il caso del fisico Walter Traube, socialdemocratico collaboratore di una società di costruzione di centrali nucleari, che fu licenziato dopo un anno di controlli telefonici da parte del Verfassungsschutz per i suoi contatti con attivisti anti nucleare

[69] Anche Raspe disse lo stesso al processo pochi giorno dopo “Non ho molto da dire, credo che Ulrike sia stata giustiziata”.

[70] Siegfried Hausner era un militante della RAF che morì nel viaggio di ritorno in Germania, dopo che era stato ferito gravemente durante l’ assalto delle truppe speciali tedesche all’ ambasciata di Stoccolma (26 aprile 1975) occupata dal commando- RAF Holger Meins. Nell’ azione morì un altro membro della RAF, Ulrich Wessel, che darà il nome ad un commando RAF attivo nel 1992, e due diplomatici svedesi in ostaggio. Gli altri del commando; Hanna Krabbe , Karl Heinz Dellwo e Bernd Roessner vennero catturati.

[71] Corrispondente alla Confindustria italiana

[72] Il Commando Siegfried Hausner era composto da: Sieglinde Hofmann, Peter-Juergen Boock, Stefan Wisniewski, Willy Peter Stoll (esecutori materiali del sequestro e omicidi della scorta) Rolf Clemens Wagner (telefonista): Christian Klar, Knut Folkerts. Rolf Heissler, Adelheid Schulz, Monika Helbing, Silke Maier- Witt, Susanne Albrecht, Angelika Speitel, Sigrid Sternebeck e altri (Logistica). Sulla vicenda cfr anche AAVV Libro bianco sul terrorismo tedesco. Da Schleyer a Mogadiscio. Ciarrapico editore Roma 1978,  ,  Stefan Wisniewski “Fummo terribilmente conseguenti”(autotradotto, disponibile in tedesco e spagnolo (virus editorial).

[73] Boock riferisce che Abu Hani propose l’ azione per sdebitarsi con la RAF che aveva partecipato ad un azione in Kenya conclusasi con la cattura di 3 membri della RAF da parte del Mossad e la segreta incarcerazione in Israele di due dei tre , ammessa solo anni dopo sotto pressione di un avvocato israeliano cfr Boock op cit pp 132-133.

[74] La lista , oltre a prigionieri politici palestinesi detenuti in Turchia, comprendeva Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan Karl Raspe, Irmgard Moeller, Ingrid Schubert , Verena Becker, Werner Hoppe, Karl Heinz Dellwo, Hanna Krabbe Bernd Roessner

[75] La versione ufficiale filtrata sui giornali, cioè che i prigionieri avessero avuto le armi dai loro avvocati, contrasta con il fatto che essi venivano sottoposti a minuziose perquisizioni corporali (così come i detenuti) prima e dopo ogni colloquio.

[76] Merkl nota che ” c’ erano , dal punto di vista dei simpatizzanti, precedenti di simili esecuzioni di prigionieri : l’ assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht nel 1919 ” . Peter Merkl: West Germany left terrorism: in AAVV Terrorism in context. A cura di M. Crenshaw. Pennsylvania State University Press. USA 1995. Nella sinistra tedesca e più in generale nell’ opinione pubblica, le valutazioni sullo svolgimento reale della sanguinosa vicenda e le sue implicazioni politiche, provocarono intensi dibattiti. Una testimonianza del disorientamento della sinistra extraparlamentare legale, travolta dallo scontro tra la RAF e Stato ,è data dall’ articolo della fanzine underground  Pflasterstrand del novembre 1977 “Dopo Stammheim, cazzi  amari per la sinistra tedesca. Suicidio o omicidio? Chi vuole che la lotta armata continui dice omicidio ( “i simpatizzanti”), chi vuole che la lotta armata cessi dice Suicidio ( i “garantisti”). Le versioni ufficiali diventano sempre più assurde, contraddittorie, false, e , parallelamente, sulla stampa tace, raggelata la libertà di dubitare. La cosiddetta stampa libera, sembra essere libera solo nell’ atto di una volontaria uniformazione. Proprio quell’ opinione pubblica che dice “chi parla d’ assassinio legittima nuovi atti di terrorismo”, non capisce che è essa stessa a farlo, sopprimendo il dubbio ed impedendo il dibattito aperto. Nella RFT non si può più parlare di opinione pubblica critica. Per essa infatti, la tesi del suicidio si adatta magnificamente alla sua ideologia di appoggio incondizionato allo stato, e si meraviglia delle virgolette sulla stampa straniera. I cosiddetti suicidi sono un mezzo per allontanare ogni responsabilità dallo stato, in particolare per tacere sulle condizioni carcerarie disumane. Rifuggiamo però la tesi dell’ assassinio che, quali che siano i dettagli della cosa, ha conseguenze maledettamente serie. Noi non ne sappiamo niente. Conosciamo solo frammenti di giornali, per esempio che nella cella di Baader furono sparati 4 colpi e che un secondino ne udì solo uno, “non dandosene pensiero”. Sappiamo del colpo alla nuca, sappiamo che l’ ora del decesso perentoriamente avanzata non è dimostrabile, che non furono trovate impronte digitali sulle pistole. E qualcuno  ci dovrebbe anche spiegare come sono arrivate là quelle pistole. Come , nonostante tutto, dopo il divieto dei contatti e l’ ordine di cambiargli cella, le armi abbiano potuto arrivare nelle mani dei detenuti. Sappiamo che la perquisizione degli avvocati era assoluta e minuziosa già da molto tempo prima , che erano adoprati metal detector e che tutte le visite avvenivano alla presenza di guardie e conosciamo anche la dichiarazione di Irmgard Moeller che lei non ha tentato nessun suicidio. Sappiamo anche che queste informazioni hanno trovato poco spazio nei mass media locali, a differenza che all’ estero.

[77] Lo sciopero fu preceduto da un violento scontro provocato dai guardiani del 7 piano del carcere di Stammheim. La erano rinchiusi oltre a Baader, Ensslin, Raspe, Möller, Schubert, anche Wolfgang Beer, Helmut Pohl, e Werner Hoppe. Il gruppo fu nuovamente diviso dopo questa inscenata scaramuccia. Per questo i prigionieri iniziarono uno sciopero della fame e della sete. Solo in Stammhaeim vennero fatti rinvenire con infusioni, negli altri posti si procedeva all’alimentazione forzata. La sezione occidentale di Amnesty International sotto la direzione del vescovo Frenz  tentò di mediare tra i prigionieri e le autorità. Dopo un colloquio tra la Ensslin e Frenz il ministero della giustizia del Baden Württemberg sostenne che lei avesse minacciato azioni terroristiche nel caso un prigioniero muoia nello sciopero della fame. Un affermazione che Frenz sostenne essere falsa. Lo sciopero venne sospeso il 2 settembre.

[78] Lo sciopero, iniziato il 29/3/77 , aveva come richiesta il trattamento minimo previsto dalla convenzione di Ginevra (art 3 , 4 , 13, 17 e 130)

[79] Siegfried Buback fu chiamato dall’’ allora procuratore generale Güde, nella procura federale e nominato nel 1963 procuratore di stato nella corte suprema federale. Il suo capo e promotore, era l’allora procuratore generale federale Ludwig Martin contro di cui protestò il segretario generale del consiglio centrale degli ebrei Van Dam. Martin , membro dell’istitutione nazista Rechtswahrerbundes  ma non della NSDAP fu ordinato nel 1939 all età di 30 anni collaboratore tecnico del tribunale di Lipsia e prestò il suo servizio nell’’esercito. Il suo predecessore Wolfgang Fränkel aveva dovuto abbandonare il posto dopo che era stata resa nota la sua attività di accusatore nei tribunali nazisti durante la seconda guerra mondiale.

[80] l’articolo 120 del codice dell’ordinamento giudiziario fu cambiato nel 1974 prevedeva che, per reati perseguiti dalle corti d’appello e dai tribunali speciali (STAATSSCHutzkammern) le  istanze competenti siano i primi Ciò assicurava la particolare affidabilità politica dei giudici che prendevano la decisione. .

[81] nel testo del comunicato si legge: “Buback era responsabile diretto della morte di Holger Meins, Ulrike Meinhof, Siegfried Hausner. Impediremo che i nostri combattenti nella RFT vengano assassinati perché la procura ha il problema che loro non smettono di lottare e non lo risolve nient’altro che liquidandoli. (Bakker Schut pag 640)

[82] Non siamo soliti rilasciare lunghi comunicati quando procura e servizi massacrano i prigionieri. Su Ponto e i colpi che lo colsero al petto diciamo che non ci era abbastanza chiaro che tipi del genere, che nel terzo modo provocano guerre e sterminano i popoli, davanti alla violenza , se la devono affrontare in casa propria rimangono sconcertati. Il testo era firmato da Susanne Albrecht che poi apparterrà ai fuoriusciti della RAF che nei primi anni 80 andranno in clandestinità nella DDR. vennero arrestati nel 1990 e fecero numerose dichirazioni alle autorità ottenendo sconti di pena.

[83] Il ministero della giustizia dichiarò pubblicamente due volte , durante e dopo l’occupazione dell’ ambasciata a Stoccolma1975 e dopo l’arresto dell’avvocato Siegfried Haag (1976/77) che i colloqui a Stammheim erano intercettati. Nel complesso almeno 7 celle furono dotate di microspie dal BND e Verfassungsschutz  (servizi tedeschi)

[84] Il giudice inquirente della corte suprema federale Kuhn aveva deliberato un eccezione al blocco dei contatti che riguardava gli avvocati perché la reputava illegale. Stessa decisione della corte d’appello di Francoforte. Kuhn concesse il lasciapassare ad un avvocato che nonostante ciò non fu ammesso ne gli fu data possibilità di procedere legalmente. In breve tempo (gia il 29 settembre) il provvedimento fu legalizzato con procedura d’urgenza dal parlamento ed è ancor’oggi in vigore. Solo 4 membri del parlamento votarono contro il provvedimento e nessuno di loro è oggi (nel 1994 nota del traduttore) parlamentare.

[85] Alfred Klaus era attivo nel gruppo per la sicurezza a Bonn. In precedenza aveva condotto i procedimenti contro l’illegale KPD (partito comunista tedesco). Dal 1971 era a capo della commissione speciale che concentrava il suo lavoro sulla RAF. Klaus sorvegliava le visite, controllava lettere e analizzava il sistema d’informazione (Info System)

[86] Stefan Aust ,el suo libro basato su documenti polizieschi e della procura, ha raccontato che un guardiano trascrisse ciò che si erano gridati e che di coseguenza inasprirono i provvedimenti di isolamento applicando pannelli antisuono davanti alle porte. Il 13 settembre Andreas Baader venne spostato dalla cella 719 alla cella 715 e Irmgard Möller alla cella 725. in questo modo ottennero che e nessun prigioniero avesse un compagno nella cella adiacente.

[87] Vedi nota 50 (nota tedesca omessa perchè ripete quanto gia detto)

[88] verqualte Lustiges

[89] nel corso del processo RAF , vennero compiute molte intromissioni nel procedimento che avevano lo scopo di escludere i difensori, di vietare la difesa collettiva e più in generale, di limitarne le attività. Sempre più avvocati  vennero perseguiti e incarcerati per appoggio alla RAF. Nel 1977 gli avvocati Müller e Newerla furono incarcerati per presunta consegna di armi e condannati a diversi anni di prigione.

[90] il parlamento regionale del Baden Württemberg istituì una commissione per far luce sugli avvenimenti che , al momento di rispondere alla domanda decisiva di come le armi fossero giunte in carcere si baso su “conoscenza accentrata “ della procura. Vennero sentiti 79 tra testimoni ed esperti, senza che fossero interrogati i membri dell’unità di crisi. Su come lavorasse “ad hoc” la commissione è testimoniato anche dal fatto che nessuno domandò se le celle nel 1977 erano ancora provviste di microspie. Per proclamare la tesi del suicidio non venne neppure atteso che fossero compiute le perizie tecniche.

[91] Piet Bakker Schut: “Todesschüsse, Isolationshaft, Eingriffe in das Verteidigungsrecht, Hamburg 1995 ; (Verlag Rote Säge Berlin 1995)pp 287-297

[92] si intende tutto quello che viene trattenuto nel corso della prigionia.

[93] Le lettere furono rese pubbliche nell’’ “ID Nachrichtendienst” per  divulgazione notizie inedite gennaio 1978

[94] attore e autore televisivo, scrittore fu attivo negli anni 70 nei comitati contro la tortura. Nel 1988 pubblicò Kamalatta “di gran lunga la più grande contrapposizione letteraria con la lotta armata nella RFT”

[95] bundesgrenzschutz???

[96] knobelbechern= bussolotti per i dadi?????

[97] Karl Heinz Roth: storico e medico di Amburgo, visse in prima persona l’esperienza del carcere preventivo , essendo stato ferito e catturato il 9/5/75 a Colonia assieme a Roland Otto (Werner Sauber rimase ucciso nella sparatoria). Roth sopravvisse grazie alle sue conoscenze di medico. Dopo un sensazionale processo fu assolto nel 1977.

[98] “Anni di piombo (“Die bleierne Zeit”) di Margarethe von Trotta racconta la storia delle sorelle Ensslin

[99] Komplex= insieme ma anche complesso

[100] Nel libro di Karl Heinz Weidenhammers “Suicidio o omicidio?”(Selbstmord oder mord) nel quale l’avvocato del procedimento di accertamento sulle cause della morte cita, basandosi sui documenti del processo, che anche se questo sistema avesse funzionato sarebbe stato possibile solo sentire colpi o graffi al padiglione del telefono

[101] sigla per 1)onde ultracorte2)modulazione di frequenza

[102] non viene però menzionato chi abbia fatto una scoperta del genere.

[103] Le posizioni finali furono Baader 719, Ensslin 720, Raspe 716, Möller 725. Baader fu in cella 715 (13 sett 4 ottobre) dove fu trovato un nascondiglio di un eventuale arma che Baader avrebbe però dovuto portare con se il 4 ottobre. Secondo le indagini deve aver usato il giradischi che fu sequestrato dal 6 al 20 settembre. Raspe che si trovava nella 718 fu spostato il 4 ottobre nella 716 dove non aveva alloggiato nessun prigioniero della RAF dalla ricostruzione della primavera 1977. qui la commissione sostiene di aver trovato un nascondiglio per armi che non fu trovato nelle precedenti minuziose perquisizioni. Una terza arma fu ritrovata nella cella 723 dove aveva alloggiato dal 6 luglio al 12 agosto Helmut Pohl e poi nessun altro. L’autore domanda se l’arma fu portata da Pohl,che  legato e perquisito corporalmente, raggirò i controlli da Amburgo a Stammheim

[104] um drei Ecken zu denken

[105] TAZ intervista 16/6/92

[106] L’avvocato dei prigionieri Peter Bakker Schut così lo descrive (Stammheim pag 501): consegnare tutte le borse, svuotare tasche di giacca e  pantaloni, consegnare la giacca per un controllo che avveniva anche per tutto il corpo comprese le zone intime. Controllo delle scarpe tolte, con metal detector e piegandole, controllo di tutti gli oggetti singoli (es svitare le penne, controllo sigarette al tatto, consegna di tutti i fogli e raccoglitori che venivano sfogliati mentre le copertine erano sollevate. Controllo del raccoglitore al metal detector. Inoltre il contenuto dei raccoglitori era sparpagliato e controllato in fogli.

[107] Una terza versione non compatibile è data da Klein (ex delle RZ e pure lui pentito) che dice di aver sentito che loro avessero armi dal 1975

[108] Baader in una lettera del 7 ottobre al tribunale di Stoccarda scrisse” Riferendomi ai provvedimenti in atto da sei settimane e  ad un paio di attenzioni dei guardiani si trae la conclusione che l’amministrazione-o i servizi che stazionano permanenti al 7 piano , abbiano la speranza di provocare uno o più suicidi o di renderli plausibili in ogni caso. Al  riguardo preciso che nessuno di noi , per quel paio di parole che abbiamo potuto scambiarci alle porte e per le discussioni negli anni passati, ha il proposito di uccidersi. Se ci dovessero ritrovar morti ciò rientra nei provvedimenti giudiziari e politici di questo processo”. Anche questa lettera fu considerata parte della strategia di preparazione al suicidio.

[109] begierig

[110] La competenza in prima istanza della corte d’appello per i processi per 129a , che doveva assicurare un’ unificazione fu compiuta con la riforma dell’articolo 120 del codice ordinamento giudiziario.

[111] Il processo contro Irmgard Möller iniziò il 6 maggio 1978 e fu interrotto. il 20 maggio dopo tre sedute. Allo stesso tempo vennero esonerati gli avvocati di fiducia. La stessa Irmgard M. venne tradotta a forza dopo essere stata spogliata e perquisita da personale maschile. Il 16 marzo subì un collasso circolatorio causato dai maltrattamenti e dovette essere portata in ospedale. Un medico riconobbe lesioni interni ed avvertì del pericolo di un’embolia. Irmgard fu dichiarata inabile al processo. Nonostante ciò fu convocata e gli furono imposte misure coercitive contro, così che fu condotta ammanettata ed in sedia a rotelle al processo.

[112] Christine Kuby fu arrestata nel 1978 e condannata per tentato omicidio (aveva ferito un poliziotto) all’ergastolo. Angelika Speitel fu arrestata a Dortmund nel 1978 . nell’’occasione Michael Knoll fu ucciso dalla polizia e Werner Lotze che a sua volta uccise un poliziotto e che riuscì a fuggire rifugiandosi poi nella DDR. quando , dopo la riunificazione fu scoperto divenne pentito ottenendo un sostanzioso sconto di pena e fu in seguito rilasciato.

[113] Nel 1977 il Portogallo, liberatosi dal fascismo nel 1974, chiese di entrare nella UE. Questa richiesta fu molto avversata. In particolare la RFT fece pressione sul governo di minoranza presieduto dal socialista Soares , perché installasse una funzionale economia di mercato , e limitasse la sinistra radicale che era per espropri e riforma agraria

[114] ricercare (oltre a Tolmein)

[115] Il Concetto di fronte ha caratterizzato la politica degli anni 80 sia legale che illegale. Il fronte antimperialista doveva attraverso il “ lottare assieme ” raggruppare “diversi gruppi militanti contro l’offensiva reazionaria.”. Contro questo orizzonte il fronte sta in posizione centrale. Il suo effetto non è da misurarsi solo nell’’impedimento o meno del singolo progetto antimperialista, poiché ciò che raggiunge lo ottiene come parte della lotta , e solo da questa tonalità di confronto imperialismo – liberazione si possono ottenere i rapporti di forza che rendono possibile la rivoluzione sociale.

[116] Tra il 1982 e 84 furono arrestati Brigitte Mohnhaupt, Helmut Pohl, Adelheid Schulz, Christian Klar, Christa Eckes,  Stefan Frey, Ingrid Jakobsmeyer , Barbara Ernst ed Ernst Volker Staub.

[117] Amnistia fu il tema del secondo “numero zero” della TAZ dove si legge “ Amnistia si rivolge allo stesso modo contro una logica del potere statale che è pronta a camminare su cadaveri, così come contro i propagandisti della lotta armata rivoluzionaria. Un amnistia potrebbe aprire l’orizzonte per nuovi pensieri. Ad essa dovrebbero rivolgersi quelli pronti ad ammettere il fallimento della lotta armata.

[118] AK: ricerca

[119] zum Tragen gekommen=

[120] la campagna fu iniziata il 3 novembre 1980 da una maggioranza della redazione. Gia nel  primo anno la redazione potè consegnare ai comandanti del FMLN oltre 2 milioni di Marchi. Negli anni seguenti la campagna fu molto osteggiata dopo che la comandante Ana Maria  fu assassinata da un gruppo rivale. Nel 1992 la campagna terminò dopo aver raccolto quasi 5 milioni di marchi. Nell’articolo di chiusura della campagna si legge “Dopo la firma della pace sono stati consegnati gli ultimi soldi che rimanevano sul conto…la lotta con le armi è fortunatamente alla fine.sarà un argomento sul quale si litigherà ancora a lungo se i milioni raccolti hanno portato alla sopravvivenza di movimenti di liberazione ed agli accordi di pace o ad ulteriori spargimenti di sangue , se il denaro è stato usato per il popolo o è stato sprecato .

[121] Schattenbox

[122] Behandlungsvollzug

[123] verquaelte

[124] ???

[125] Umstellung

[126] Il 18/12/84 il Commando Jan Raspe aveva piazzato una bomba nelle vicinanze della suddetta scuola ufficiali che però fu disinnescata prima della detonazione.

[127] Mohnhaupt appartiene alle prime 2 generazioni della RAF . Illegale già dal 1971 fu arrestata nel Giugno 1972 e liberata nel 1977. Nuovamente in clandestinità , partecipa agli attentati del 1977. Viene nuovamente arrestata e condannata a 5 ergastoli e 15 anni di isolamento. È in regime di semilibertà dal  Marzo 2007. Schulz partecipò alle azioni Ponto e Schleyer oltre ad essere stata accusata di una sparatoria alla frontiera olandese. Venne liberata nel 1998 per le sue precarie condizioni di salute ed amnistiata definitivamente nel 2002.

[128] In suddetto comunicato si legge: “Ai prigionieri rivoluzionari: vi preghiamo di interrompere lo sciopero; ciò che potevate raggiungere al livello di mobilitazione lo avete raggiunto.  L’esperienza insegna che il fronte antimperialista nel suo sviluppo fino ad oggi non ha espresso il necessario  livello politico,pratico ed organizzatorio per porre un limite all’interesse distruttivo dello stato.  I prigionieri scrissero nel loro comunicato d’interruzione: “Abbiamo interrotto il 1 febbraio il nostro sciopero della fame perché la lotta per le condizioni dei prigionieri si è spostata fuori: il salto qualitativo della lotta rivoluzionaria negli stati della NATO nella sua dimensione europea occidentale ha scavalcato lo sciopero. La politica della guerriglia nella metropoli ha raggiunto una breccia verso la quale si era orientata la lotta degli ultimi anni.

[129] Fu arrestato durante una rapina in banca nel 1974. Sigurd Debus non apparteneva alla RAF (per quanto fosse nella lista dei prigionieri dell’azione di Stoccolma e la RAF dopo la sua morte gli dedicasse un commando).  Ci fu un’azione dei servizi segreti (VS aiutati dai corpi speciali GSG9) che simularono una suo tentativo di evasione per tentare di infiltrare una spia nella RAF. LA manovra fallì ma servì sempre come propaganda anti RAF. CFR “Artikel zu Sigurd Debus aus: So oder So – Die Libertad!-Zeitung -Nr. 6 / März 2000

  • Christa Ellersiek/ Wolfgang Becker: Das Celler Loch. Die Hintergründe der Aktion Feuerzauber. Verlag am Galgenberg, Hamburg 1987,

[130] herrje (ironico)

[131] L’attentato fu rivendicato dal Commando Georg Jackson l’ 8 agosto 1985 (RAF e Action Directe assieme)

[132] Soprattutto nella seconda metà del 1982 i neonazisti avevano compiuto attentati contro le istallazioni americane a Rhein Main.

[133] Il congresso “Resistenza anticapitalista e antimperialista in Europa” si tenne dal 31 Gennaio al 4 Febbraio.  Ci furono diversi tentativi di proibire il congresso o di farlo bloccare dalla polizia. Le manovre fallirono perché il tribunale di Kassel autorizzò il raduno al quale parteciparono 700 persone.

[134] Il 7/11/86 il quotidiano TAZ pubblicò una lettera nel quale i fratelli dell’ucciso rispondevano al comunicato del “Commando Ingrid Schubert” invitando a cessare il fuoco. In una seconda , del 22/11/86 si confrontavano con le risposte che venivano dalla scena autonoma e antimperialista. Questo dibattito provocò le solite reazioni isteriche dei giornali conservatori che videro una possibile legittimazione ad una discussione con la RAF.

[135] Questa iniziativa era nata per mobilitarsi a favore dell’ Hafenstrasse (casa occupata) ad Amburgo. Era un insieme di singoli e gruppi provenienti da ambienti della sinistra verde, comunisti, femministe, sindacati antidogmatici ecc.

[136] Si riferisce alla teologa Antje Vollmer(Verdi) che proponeva soluzioni pacifiche del conflitto.

[137] Enzensberger scrisse al suo interlocutore: il senso di tutto deve essere in prima linea una verifica della realtà. Nel corso degli anni l’immagine che un prigioniero si può fare dell’esterno (così come  da fuori dei prigionieri)è diventata insoddisfacente. Ci vuole prima di tutto un contatto senza ordini del giorno. In che misura lo si può fare apparirà dal confronto stesso. (continua)

[traduzione di Sergio Rossi]

 

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Margrit Schiller

Fu una lunga lotta per i miei ricordi

Un racconto all interno della RAF (selezione)

 indice: (Il n. delle pag si riferisce al testo originale)

1)Arresto ad Amburgo (9)

2)Rottura (riassunto) (p 20)

3)Commiato dalla mia vita sino ad allora (30)

4)Incontro con la RAF (40)

5)I primi passi nell’illegalità (59)

6)Il TG mi dichiara membra della RAF(65)

7)In galera (riassunto) (75)

8) Apprendimento in galera e l’offensiva di Maggio(r.)

9)Il primo processo (102)

10Nuovo orientamento in libertà (109)

11)Nuova organizzazione della RAF (121)

12)Nel braccio morto (137)

13)Sciopero della fame e morte (144)

14)Deprivazione sensoriale (158)

15)La morte di Ulrike Meinhof ed una minaccia di morte (166)

16)Buback, Ponto, Schleyer (180)

17)Nel carcere normale (195)

18)Epilogo (211)

 Capitolo 1

 Arresto ad Amburgo

21 ottobre 1971. Erano 4 settimane che stavo chiusa giorno e notte  in quell appartamento per nascondermi dalla caccia all uomo. Il 25 settembre in una piazzola di sosta dell autostrada presso Friburgo c era stata una sparatoria con la polizia. Io mi trovavo là, ma non avevo sparato. Nonostante la caccia fosse iniziata subito mi era riuscito con fatica di ritornare ad Amburgo. Qui vivevo da poco in clandestinità.

Questo 21 ottobre doveva tenersi un incontro di alcuni membri della RAF in un altro appartamento . Volevamo discutere questioni politiche e le prossime azioni. Anche su di me doveva essere discusso. Io stesso non sapevo più se volevo rimanere nella RAF. C erano altre alternative?

Amburgo era diventata una città pericolosa per la RAF.

A Maggio avevano arrestato Astrid Proll ed a Luglio in una sparatoria  Petra Schelm era stata uccisa e Werner Hoppe arrestato. Ogni giorno poteva succedere lo stesso con ognuno di noi. Dalla sparatoria di Friburgo poi la caccia a me andava a pieno regime.

Per l incontro dovevo lasciare per la prima volta il mio nascondiglio. Per essere sicura di non farmi riconoscere avevo tagliato I miei capelli rossi tingendoli di nero . Portavo un vestitino rosso con sopra  un mantello nero al ginocchio. In questo modo mi sentivo come travestita. Però nel manifesto segnaletico c era scritto che portavo solo pantaloni lunghi. Mi truccai per nascondere gli zigomi marcati e far sembrare un po diversi I miei occhi. La pistola che avevo da poco la nascosi nella borsetta. Non avevo ancora sparato un colpo in vita mia.

Con l arma mi sentivo piu sicura ma speravo di non doverla utilizzare. Avevamo deciso di mettersi in marcia  in serata quando i lavoratori staccavano per non dare nell’occhio. Era già buio quando ci radunammo nello appartamento prestabilito , presso il centro commerciale Alstertal. Facevamo dei lunghi giri, cambiavamo piu volte la metropolitana ed osservavamo attentamente I dintorni per essere sicuri che nessuno ci seguisse. L ultimo pezzo dalla S bahn Alstertal lo facemmo separati. Nell appartamento si radunarono poco a poco Ulrike Meinhof, Jan Karl Raspe, Irmgard Möller, Manfred Grashof, Holger Meins, Klaus Jünschke ed altri tre o quattro. Non mi ricordo piu se Andreas Baader e Gudrun Ensslin vennero piu tardi o rimasero a Berlino quella notte.

L appartamento era come tutti gli altri covi della RAF: un paio di materassi di lattice con coperte, un telefono due apparecchi radio, un paio di borse e valigie , attrezzi armi munizioni ed esplosivo. Le finestre erano tappate da  teli di stoffa con feritoie per tener d occhio I paraggi.

Tutti quelli che arrivavano posavano le armi da una parte. Anch io misi la mia borsetta ad una parete. Tutti valutavano il mio modo di presentarmi. Una delle radio era sintonizzata con la frequenza della polizia che uno ascoltava sempre con attenzione. Se succedeva qualcosa alla radio tutti si avvicinavano per sentire bene. Era stato stabilito di rimanere per la notte nell’appartamento e di andarsene alla spicciolata il giorno dopo.

Era già passata mezzanotte e Holger, che non vedevo da settimane , mi chiese com era andata la storia di Friburgo. Iniziai a raccontare quando mi interruppe e mi domandò piuttosto aggressivo” e perche tu non hai sparato?”. Mi fermai, ero del tutto sorpresa, divenni rossa e non proferii parola. Nessuno me l’ aveva ancora domandato , neppure io stessa. Piu che altro ebbi la sensazione che il compagno che era con me aveva sparato troppo e troppo in fretta. Non risposi. Quella domanda mi martellava anche quando Holger aveva iniziato a parlare del progetto di una rapina in banca.

Poi venne Ulrike” Io devo telefonare” “Tu vieni con me” Disse rivolta a Gerhard Müller. Si guardo attorno alla stanza , mi indicò e disse “Su, vieni pure tu”.

Ulrike si sentiva particolarmente in pericolo ad Amburgo  perche in questa città aveva vissuto gran parte della sua vita ed era molto conosciuta.

Nel nostro appartamento c era un telefono ma noi non telefonavamo mai a qualcuno dal nostro appartamento. Eravamo sicuri che I telefoni erano sorvegliati a tappeto e Ulrike voleva andare ad una cabina telefonica.

Lasciammo l appartamento in tre e ci separammo al portone: Ulrike andò avanti da sola mentre io e Gerhard   la seguivamo a distanza ma in vista. Il caseggiato che lasciammo formava una L col centro commerciale e c erano due grossi parcheggi, dai quali si arrivava alla   Heegbargstrasse . Ulrike traversò la Heegbargstrasse  e noi proseguimmo dalla parte del parcheggio nella sua stessa direzione. Arrivati all altezza del secondo parcheggio Gerhard mi sussurrò :”Attenta a quella Ford coi fari spenti. Ci sono due tipi dentro ; sono sicuramente sbirri. Anche Ulrike sembrò averla notata , sparendo dietro due cespugli che stavano davanti ad un edificio basso. Noi proseguimmo. Dopo uno o due lunghi minuti Ulrike riapparve sul marciapiede dall’altra parte dell hangar. Attraversammo subito la strada per esserle piu vicino. La ford chiara si mosse lentamente , stavolta a fari accesi dal parcheggio. Al primo incrocio Ulrike piegò a destra nel viale Saseler attraversando la carreggiata mentre noi rimanemmo fermi fino a che non venne il verde. Poi proseguimmo ma non dietro Ulrike bensi diritto nella Heegbarg. La Ford , l unica auto nei paraggi non segui´´ noi ma girò nella Seseler dov’ era Ulrike. All’ improvviso ci fu rumore: risuonano passi , fischiano pneumatici. Rimaniamo li e ci giriamo. Ulrike corse verso di noi e gridò “merda ci sono gli sbirri”. La Ford arrivò a manetta dall’angolo, superò Ulrike tentò di sbarrargli la strada mettendosi sul marciapiede di traverso. Lo sportello accanto al posto guida si apri´´ e un uomo in borghese saltò fuori gridando : alt polizia non muovetevi””Ulrike fu piu veloce, scartò allo improvviso l’ auto e gridò “Via di qui” precipitandosi nella Heegbarg. Gerhard le corse subito dietro , la raggiunse rapidamente entrambi fuggirono in una via lungo una fila di casa. Un poliziotto li segui´´. Ero come bloccata ad assistere alla scena. Il poliziotto si avvicinava sempre di piu ad Ulrike fiino ad afferrarle la borsa, inciampò per un momento riuscendo però a divincolarsi. Gerhard che era davanti a Ulrike si fermò, si girò con l arma in mano e sparò . Una volta, due , molte. Il poliziotto cadde e il collega che inseguiva il terzetto si gettò a terra. Udii altri spari, poi Ulrike e Gerhard sparirono nel buio.

Vidi ciò che era successo e non ci potevo credere: ancora una volta la stessa situazione di 4 settimane prima a Friburgo.

Quando ci fu silenzio mi ripresi. Vidi la macchina civetta vuota. Le porte erano aperte a bloccare la strada e sentivo il noto  gracidio della radio della polizia. In pochi passi ero all auto, vidi che c erano le chiavi cosi´´ mi misi al volante e partii. Senza auto -pensai- non possono seguire Ulrike e Gerhard Usare l auto per la mia fuga non mi venne in mente. La parcheggiai nella successiva viuzza e proseguii a piedi.

Pensai a cosa potevo fare. Non mi veniva a mente nulla.  La mia testa era come in una morsa. I miei pensieri si muovevano come I miei piedi: lentamente, fermandosi, insicuri. Dovevo chiamare gli altri nell’appartamento ed avvertirli? Troverei il numero se mi ricordassi il nome dell affittuario? Potrei tornare nell’altro appartamento dove mi ero nascosta per settimane? Li avrei trovati?

Avevo la testa vuota. Mi martellava solo l idea della telefonata. Che gli amici nell’appartamento sentivano la radio della polizia e avrebbero saputo la cosa da soli non mi passò per la mente . Proseguii per la strada molto lentamente sulla quale mi vennero incontro pattuglie con luci blu e sirene.

Sapevo che era la fine. Sarei stata arrestata.

Entrai esitante in una cabina telefonica. Sfogliai l ‘elenco. Presi il ricevitore  e riattaccai. Non mi ricordavo nessun nome nessuna strada, niente.

Un auto fermo accanto alla cabina. Usci un uomo con la pistola e mi disse “polizia documenti”. Presi la borsetta per cercare I documenti, lui me la strappò e scopri´´ la pistola.

Cosí´divenne febbrile. Lo sbirro in civile mi tastò tutto il corpo alla ricerca di armi . Dopo avermi ammanettato mi spinse nel sedile posteriore dell auto e mi portò al commissariato piu vicino. Fui portata in una stanza e sorvegliata da due poliziotti pistole spianate. Uno mi perquisì di nuovo e alle mie proteste rispose “Qui non hai proprio niente da dire”. La porta si apriva di continuo e venivano uomini in divisa e in borghese. Dicevano “ questa è quella che ha assassinato il nostro collega”. Cosí seppi che quello che aveva quasi preso Ulrike era morto e l altro ferito lievemente. Cosí era morto qualcuno. Sapevo che sarebbe potuto succedere. Dopo qualche ora mi trasportarono in questura . L andirivieni di sbirri continuò per tutta la notte. Per la prima volta nell’ancora breve storia della RAF era stato ucciso un poliziotto. Anche se fu subito chiaro che dalla mia pistola non avevo sparato, fui accusata dell omicidio. Il provvedimento di custodia cautelare nei miei confronti recitava “omicidio e tentato omicidio”.

Subito dopo il mio arresto specularono dalla mia statura che io dovessi essere la ricercata Margrit Schiller. Li sentii dire che I miei genitori avrebbero dovuto aiutarli nell’identificazione , cosa che fecero, non mi aspettavo altro da loro.

Gli sbirri mi lavorarono per ore cercando di rendermi insicura con l accusa di omicidio e farmi parlare: Chi erano gli altri due? Chi aveva sparato? Da dove venivo dove erano I miei complici? Mi dicevano “sei una ragazza carina e gentile, certamente ti e successo per le cattive compagnie. Dicci chi sono e dove li troviamo e a te non ti succede nulla, sei subito fuori. Piu parlavano con me e mi domandavano le cose e piu che mi sentivo tranquilla . Ero sveglia, mi sentivo capace d agire. Qualunque cosa avessero combinato con me , non avrei parlato. Ad ogni costo. Pensai di farmi 10 anni o l ergastolo. Non mi terrorizzava. I miei amici della RAF avevano parlato spesso dell arresto e della galera. Mi avevano raccontato ciò che sapevano dell esperienza dei Tupamaros in Uruguay   con la prigione e la tortura; sulla tortura psichica e l impiego di droghe come il Penthotal per far parlare il prigioniero. Con tutto questo per la testa , non avevo potuto farmi un idea di come avrei vissuto l’arresto, di come avrei reagito a torture. Non avevo idea di cosa fosse, starsene per anni in galera. Adesso ero stata arrestata ma non avevo paura. Mentre gli sbirri mi gironzolavano attorno febbrili per bombardarmi di domande, rimasi fredda e zitta. Interiormente sentivo quiete e serietà.

Cosa avevo da perdere? Non c’erano dei piani che il mio arresto avesse stroncato, non mi opprimeva neppure la sensazione di aver sbagliato tutto.

Però dovevo riflettere su molte cose: gli avvenimenti dell ultima settimana mi avevano travolto , erano più grandi di me.

Ad un certo punto avevo fatto un passo falso che mi aveva fatto perdere l’equilibrio.

Nella borsetta avevano trovato un documento. Solo la sua foto era vera. Quando gia sapevano chi ero volevano       farmi esaminare dalla polizia scientifica: foto, impronte digitali. Mi era chiaro che gli sarebbe stato utile per scoprire dov ero stata e chi erano i miei amici. Decisi di oppormici con tutti i mezzi, anche perche dopo la lunga notte di tensione rischiavo di stancarmi, avevo bisogno di questo confronto per rimanere sveglia, per chiarire I fronti e prepararmi all’avvenire. Diversi poliziotti mi trascinarono ad un lavandino. Mi difesi con tutte le forze, tanto che si ruppero alcune mattonelle. I poliziotti cercarono di spezzare la mia resistenza , mi presero alla gola, mi tirarono I capelli, volevano aprirmi il pugno. Visto che non ce la facevano gli prese una rabbia che quasi mi strangolarono. Loro stessi se ne spaventarono lasciandomi.

Anch io ne avevo abbastanza e non opposi piu resistenza attiva. Nelle foto facevo boccacce per rendere irriconoscibile il mio viso. Anche se scattarono foto utili per le successive ricerche, la polizia amburghese escogitò un piano per fare foto migliori.

Al mattino presto I miei sorveglianti si ritirarono improvvisamente. La porta si aprì e rotolò dentro un grassone schifoso sulla cui pelata sventolavano gli ultimi capelli biondi.” Buon giorno, mi chiamo Rollmann sono parlamentare ed amico dei suoi genitori”. Si presentò cosí. Era avvocato ed I miei genitori lo avevano pregato di aiutarmi. Lui non difendeva terroristi ma per amicizia dei miei e continuò a cianciare…

Dunque I miei non avevano niente di meglio da fare mettermi al culo uno dei loro amici democristiani! Interruppi il suo discorso fiume “Non mi faccio scegliere l avvocato dai miei genitori. Se ne vada”. Il mio tono brusco gli fece capire che ogni altra parola sarebbe stata inutile. Afferrò la sua 24 ore e spari´´.

In mattinata iniziarono strani preparativi. Li osservai diffidente.  Mi portarono in ascensore all ultimo piano del palazzo della polizia a Berliner Tor. I poliziotti attorno a me erano nervosi. Aspettavano qualcosa. Dopo circa 10 minuti mi riportarono un piano piu sotto.

Si aprì la porta in un salone. Uomini con macchine fotografiche e telecamere mi furono addosso. Io mi lasciai cadere. Gli sbirri che mi stavano a destra e sinistra non se l aspettavano. Tirarono su tutto ciò che poterono afferrare. Con una stretta alla gola mi tirarono per braccia, gambe e capelli. Scalciai selvaggia ma mi trascinarono come un sacco in una sala nella quale c erano ancora piu fotografi e cameramen. Le foto di questa “esibizione pubblica” furono mostrate in tutti i TG e il giorno dopo sui giornali.

Il piano del capo della polizia di Amburgo Günter Redding era quello di mostrarmi dal vivo e a sorpresa cosi da ottenere col loro aiuto buone riprese utili per le indagini. Il fatto che gli avessi mandato a monte il piano rafforzo di molto la mia autocoscienza.

Per la mia resistenza interruppero velocemente l esibizione. Un medico della polizia venne a vedere se ero rimasta ferita durante il trattamento della scientifica.

Dopo mi lasciarono in pace sino a che nel corso del giorno mi portarono nel carcere di Holstenglacis.

Varcai la prigione con I polsi ammanettati dietro la schiena, con dei pantaloni e una camicia troppo corti; I miei vestiti avevo dovuto lasciarli.

Era un vecchio ed alto edificio con una schiera di guardiani/e in uniforme, un lungo corridoio verde, molti portoni una scalinata a salire e di nuovo un altro  lungo corridoio verde con , molti portoni pesanti. La colonna si fermò davanti ad uno quasi alla fine della corsia.  La direttrice del reparto femminile, coi tacchi alti ed un vestito elegante e colorato e col viso truccato  quasi come per un ricevimento mi apri´ la porta con una delle sue molte chiavi ed io entrai in cella. Si chiuse la porta dietro di me, la chiave girò nella toppa e con un rumore forte scattò la chiusura. Mi guardai intorno. La porta di fronte era una finestra con le sbarre fissate in cima. La nicchia della finestra mostrava come fossero spessi I vecchi muri. Era un bunker. La cella era spoglia. C erano una sedia , un tavolo un letto. C’era un lavandino ed un cesso. Era tutto. Sentii un forte fastidio, stanchezza. Ma anche quiete. Qui dunque  avrei passato I prossimi giorni, mesi , anni.

Respirai profondamente.  Profumava d autunno. Da 25 anni mi coglie ancora una forte oppressione quando sento quest aria autunnale.

Capitolo 2

Rottura (riassunto)

Magrit lascia la casa familiare ed il pestilenziale ambiente conservatore alla maggiore età (1966). Lavora tre mesi in un ospedale prima di iscriversi alla facoltà di Psicologa di Bonn. Partecipa a dimostrazioni pur continuando la vita da studentessa. Leggere i rapporti Kinsey[1] le fa scoprire la sua sessualità. Nel frattempo si guadagna da vivere assistendo una signora paralizzata. Nel vivere il biennio dell agitazione studentesca è  sempre accompagnata da tristezza esistenziale e di ricerca di un senso della vita. Visita tutti gli incontri dei gruppi studenteschi senza esito. Poi trova per caso un volantino della SPK in terra e inizia a frequentare così il nuovo ambiente trovandosi in sintonia con esso.

 

 Capitolo 3

Dopo alcune settimane di vita intensiva nel Release mi resi conto che non poteva continuare per me. Farsi le pere non era mai stata una sensazione per me, quella roba non mi interessava per nulla . Però vedevo come gli amici con i quali avevamo iniziato nel Release col progetto di far smettere I tossici iniziavano a bucarsi. Il concetto si era ribaltato: I tossici non smettevano e loro cadevano nella tentazione.

Molti membri del release facevano parte anche della SPK. Era nato come gruppo di auto-aiuto di medici e pazienti che doveva servire a cambiare la statica relazione tradizionale medico- paziente ed attaccavano la pietrificata gerarchia universitaria. La SPK si vedeva come parte di una nuova psichiatria:

l’ antipsichiatria.

Gli istituti psichiatrici erano sino agli anni 70 una sorta di strutture di custodia nei quali I malati di menti erano tenuti buoni con farmaci oppure anche legati. Non c era nessun rispetto umano dei pazienti, poche terapie senza psicofarmaci e l elettroshock era un metodo diffuso di cura.

L antipsichiatria cercava di predere sul serio i malati e le proprie malattie e di scoprire le cause sociali delle malattie psichiche. Invece di demotivare e scoraggiare I malati, l antipsichiatria voleva comunicargli una nuova dimensione. L esempio era il lavoro di Franco Basaglia in Italia il quale, in qualità di direttore di una grossa clinica psichiatrica con l aiuto di medici e pazienti dissolse passo passo questa istituzione. I medici scesero dal loro podio, e I pazienti riottennero pezzo dopo pezzo la responsabilità della loro vita, in un processo collettivo che coinvolse tutta la città.

La SPK vedeva l esistenza dei manicomi come un modo della società con il quale le persone che vivevano al di fuori della cosiddetta normalità venivano scartati ed annientati.  A ciò la SPK si opponeva con lo slogan “e il sistema sociale che e malato”. La pietra angolare era che la malattia era una reazione umana ad un sistema che rendeva malati e che la soluzione era nella distruzione di questo sistema. Un pensiero che con la semplificazione della malattia come forza rivoluzionaria decisiva provocò una velocissima radicalizzazione all interno della SPK. Con volantini e alle manifestazioni la SPK attaccava il passato nazista degli psichiatri e la politica reazionaria della lobby della medicina e della farmacia. Il governo regionale del Baden Württemberg e il suo presidente l ex giudice nazista della marina Hans Filbinger (CDU) portarono il conflitto all apice. La SPK venne bandita dall’università, la struttura di auto-aiuto di dottori studenti e pazienti doveva essere distrutta.

Quando andai per la prima volta alla SPK con la mia amica Gabi, che avevo conosciuto nel release si doveva fare I conti con lo sgombero dell edificio che si trovava proprio di fronte alla centrale della polizia di Heidelberg. L edificio era osservato tutto il giorno.

L edificio era coperto di slogan. Nel corridoio erano appesi grossi cartelloni con manifesti riguardanti temi ed appuntamenti della SPK e gruppi di lavoro. Con un vecchio ciclostile si stampavano volantini. Gabi mi spiegò che succedeva nella SPK e che mi aspettava in una  manifestazione, gruppo di lavoro o di colloquio. C era un gruppo di lavoro su Marx, uno su Hegel , uno sull’antipsichiatria ed uno sull’analisi della società della nuova sinistra. Mi iscrissi subito ad un colloquio individuale che nella SPK si chiamavano “agitazioni individuali”.(…….)

Doveva essere il febbraio 1971 quando Bernd un amico dell’università e del Release mi interpellò.

Mi disse di avere contatti con gente che aveva problemi con la polizia ma di cui aveva fiducia. Avevano bisogno di passaporti per sfuggire ai controlli. Tra di loro c era una donna della mia stazza.  Potevo dargli il mio passaporto senza denunciare lo smarrimento? Non esitai un attimo, non posi domande. Per il modo in cui mi chiese il favore capii che il documento non era per una tossica. Conoscevo Bernd  poco però il mio intuito al quale mi sono sempre affidata mi disse che non era ne una spia ne un delatore della polizia ne un chiacchierone.

Non domandai nulla ma pensai che quel passaporto fosse per qualcuno che si era organizzato per la lotta armata. Di ciò avevo poche aspettative ma la cosa mi incuriosiva e mia attirava.

Lo stato definí la RAF, allora sprezzantemente banda Baader Meinhof, cosi´pericolosa da istituire alla fine del 1971 una commissione speciale all interno della polizia. In essa lavoravano specialisti che dovevano rendere l apparato poliziesco onnipresente negli anni a venire. Nella caccia alla RAF nel 1970/71 furono controllate decine di migliaia di persone ed innumerevoli appartamenti. Ci furono blocchi stradali, controlli d ogni genere e appelli alla caccia su tutti i media. Tutto questo non impressionò molti giovani. Un quarto dei cittadini della mia età, secondo un sondaggio del 1971 si disse pronto a mettere in conto conseguenze giudiziarie pur di nascondere dalla polizia uno di loro . Manifesti segnaletici erano in tutti gli edifici pubblici e in molti negozi. Quando spuntarono anche ad Heidelberg uscimmo di notte per andare a spaccare le vetrine di quelli che li esponevano.

Una decina di giorni dopo il nostro primo colloquio ritornò Bernd. La gente che aveva il mio documento lo mandava a chiedere se potevano stare un paio di giorni nel mio appartamento. In questo periodo dovevo dormire altrove. Risposi ancora di sí senza far domande, anche se questa volta non mi riuscì cosi facile. Questo andava oltre, e poteva mettermi in pericolo. Se il mio documento veniva scoperto nelle mani della RAF avrei sempre potuto dire che l avevo perduto o mi era stato rubato; ciò non sarebbe piu stato possibile se mettevo a disposizione il mio appartamento. Ma la mia paura era molto minore dell interesse a conoscere persone che decidevano la loro vita in maniera diversa da come sino ad ora conoscevo e le loro lotte.

La prima notte che mi spostai per permettere agli sconosciuti di stare indisturbati in casa mia , vomitai dalla tensione. Stavo rompendo norme e valori centrali della mia educazione. Mi era stato inculcato che criminalità e violenza fossero “cattive” in se e che non si dovessero sostenere I fuorilegge ma consegnarli alla polizia. Non avevo un idea precisa di cio  in cui mi stavo avventurando. Ma avvertii chiaramente che si avvicinava qualcosa che avrebbe caratterizzato la mia vita in maniera decisiva. Iniziai a congedarmi dalla vita che avevo condotto sino ad allora.

Questa prima notte dormii da Bernd. Era buono e premuroso. “capisco bene che tu vomiti. Fä venire le vertigini aver a che fare con la guerriglia dall’oggi al domani. Reagirei con piacere anch io come fai tu, invece di rimanere impassibile all esterno, come se fosse tutto normale”. Bernd mi raccontò che non mi doveva dire per chi mi aveva chiesto l appartamento, ma che pensava fosse meglio che non lo sapessi. Parlammo su cosa potesse significare per ognuno di noi far entrare la RAF nelle nostre vite. Bernd aveva un lavoro che gli piaceva e che non voleva mollare in nessun caso. L illegalità era per lui fuori questione, e se poi si veniva a sapere che aveva contatti con la RAF gli sarebbe costato il posto. Avevo iniziato a dubitare delle prospettive dei miei studi. Che ne avrei dovuto fare? Passare la vita intera a grufolare sui problemi degli altri? “riparare” le persone

cosi´´ da rimandarle al lavoro, che per me era solo sfruttamento? Avevo la sensazione di poter raggiungere di piu con altri mezzi per un futuro degno d essere vissuto.

Dopo un paio di giorni e notti di vagabondaggi, un po nel Release, un po da Gabi ; dissi a  Bernd che volevo tornar a casa mia.

Capitolo 4 pag 40  –   Incontro con la RAF

Quando arrivai a casa, trovai Ulrike Meinhof , Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Carl Raspe. Giorni prima li avevo guardati bene su un manifesto segnaletico ma ora non riconoscevo nessuno di loro.

Gudrun aveva una bella pettinatura Afro che si intonava al  viso scarno e agli occhi grandi. Ulrike sembrava piccola e graziosa, portava un foulard in testa e fumava una sigaretta dietro l altra, trafficando continuamente qua e lä. Andreas aveva capelli biondissimi molto vistosi, nei quali si notava già la ricrescita nera. Jan, un tipo lungo e secco con un giovane viso serio se ne stava appoggiato alla parete mentre gli altri erano sul mio lettone, sdraiati o seduti. Tutti e quattro erano pallidi come se non avessero mai visto il sole. Mi sogghignarono: “Beh, cosa vuoi sapere?”. Mi sentii a disagio, non avevo domande concrete. “ecco, cosa fate; vi volevo solo conoscere”. Mi domandarono se sapevo chi fossero e se li avessi riconosciuti. Scossi la testa. Chiesero pure se avrebbero potuto riusare il mio appartamento. Annuii. Cosi´questi erano coloro contro I quali c era la piu grossa caccia all uomo nella storia della RFT, le cui foto apparivano di continuo sulla stampa e riguardo ai quali si parlava cosi` tanto. Mi sentivo intimidita ma anche importante grazie a loro.

Andreas, che sino ad allora era stato zitto disse “per motivi di sicurezza è meglio se non ci conosci piu da vicino . Se gli sbirri dovessero sapere che siamo stati qui  è meglio per te se sai il meno possibile”. Quando Andreas parlava aveva un effetto determinante, carico di energia. Poi domandarono se sapevo che stessero impiantando la guerriglia urbana, in che situazione fossero e che l avere contatti con loro avrebbe potuto aver conseguenze per me come arresto e galera.

Ero timida ed arrogante allo stesso tempo, non fui capace di  rispondere esattamente alle loro domande ma insistetti “dunque, se io vi do il mio appartamento voglio sapere con chi ho a che fare”. Li volevo conoscere volevo sapere per quanto possibile cosa pensassero.

Mi mandarono fuori della stanza per discutere tra loro . Dopo un po mi richiamarono e mi dissero che erano d accordo. A condizione però che sparissi quando dovevano parlare di cose che non mi riguardavano. Non dovevo neppure provar a sapere chi tra loro era chi..  Ognuno di loro aveva un nome di copertura, ciò era sufficiente.  L importante  è cosa uno fa , non come si chiama o da dove viene. Veniamo tutti dalla stessa pattumiera, per questo ci siamo decisi a lottare. Non  è il singolo che  è importante bensi´´ il gruppo.

La nostra vita personale con la scelta della lotta nell’illegalità  è diventata in funzione della lotta . Ciò che eravamo prima non conta piu.

Mi raccontarono che negli anni 60 in America latina gruppi di guerriglia rurale avevano dato vita alla guerriglia urbana in Uruguay. Lä era cosí´che I membri dei commando si conoscessero solo per nomi di copertura. Se uno fosse stato arrestato non avrebbe potuto rivelare sotto tortura I nomi dei compagni sotto tortura. Da allora fino a giugno 71 ,i 4 e Holger Meins vennero regolarmente nel mio piccolo interrato nella Uferstrasse . Raramente apparivano tutti e 4, in maggioranza da soli , in due o in tre per leggere scrivere e parlare. Studiavano piani tecnici e cartine, pulivano le armi o si rilassavano semplicemente,riposandosi e ascoltando musica. Discutevano ridevano e scherzavano tra loro. Per esempio sul fatto che Ulrike nonostante fosse quella che piu di tutti aveva passato la vita davanti ad una macchina da scrivere, fosse la piu abile e veloce a fottere auto. Tutti amavano I giornaletti di paperino, li leggevano assieme e ridevano come bambini.

Gudrun e Andreas potevano scazzare e cianciare assieme come bambini. Quando erano in 4 o 5 ed avevano tempo , cucinavano. Una volta Ulrike fece un arrosto all agro; era uno dei suoi piatti preferiti. Era molto stupita che non conoscessi quel modo di cucinare la carne, Venivo dalla Renania dove l arrosto all agro era di casa- osservò. Lei beveva raramente alcool, preferiva l hashish. Diceva che era molto meglio e poteva interrompere subito l effetto quando era necessario. Qualche volta uscivo per comprargliene un bel  tocchetto da amici. Persone come lei non le avevo mai conosciute. Quasi tutto ciò che facevano e come lo facevano era una novità per me: le loro discussioni politiche, il loro modo di agire con le armi, le loro battute, come parlavano e si trattavano tra loro. Ciò non lo avevo ancora vissuto, ne nel relais ne nella SPK. Sembravano avere un feeling comune , la stessa lunghezza d onda, quasi una  testa in comune. Ero esclusa dalla loro energia, ma la loro comunanza mi attirava un sacco.

Mentre erano impegnati mi sedevo alla mia macchina da scrivere e compilavo documenti per lo schedario dell istituto di psicologia dell università . Andreas si avvicinò incuriosito a guardar quel che scrivevo: “perche fai sta merda?”. “   è il mio lavoro. Di qualcosa devo pur vivere” “Non potresti cercarti qualcosa di meglio?””pensate forse di pagarmi uno stipendio?”.Ad Andreas scappò da ridere. Da allora mi rispettò senza dire una parola quando mi mettevo a lavorare allo schedario. Ad Andreas piaceva provocare e prendere per il culo gli altri. Godeva del ricevere una risposta degna e diretta. Se invece qualcuno chinava il capo, si incazzava.

Naturalmente sapevano che dall’inizio dell anno frequentavo regolarmente la SPK collaborandoci. Una volta, appena fummo soli, Jan mi stressò di domande sulla SPK. Cosa facessi, come mi sentissi,perche fossi finita la e che ne pensassi. Poi mi raccontò molto di se, delle sue esperienze nel movimento studentesco e il suo lavoro in uno dei primi giardini d infanzia antiautoritari a Berlino. Fu uno dei pochi lunghi colloqui che tenni con uno di loro nelle prime settimane.

Ad un certo momento mi dissero che erano venuti  ad Heidelberg per prendere contatti con la SPK. Ciò doveva naturalmente avvenire in maniera nascosta e senza dar nell’occhio. Mi chiesero se volessi aiutarli. “Avevano gia pensato nel mandare Ulrike con occhiali neri e pezzuola direttamente dalla SPK di Huber. Ma sarebbe una cosa che scotta. Tieni presente che Ulrike  è ricercata e passa davanti alla caserma degli sbirri per entrare nel luogo più osservato di Heidelberg. Sarebbe proprio temerario. Sarebbe meglio se potessi farlo tu visto che vai e vieni ogni giorno. Il problema e se Huber ti crede se gli dici quello che vuoi. Che ne pensi? “Avevo fatto la mia “agitazione individuale” da Huber e mi ero intesa con lui. Volevo provare.

Nella primavera 1971 il processo di radicalizzazione nella SPK era gia a buon punto. Avevano la concezione che la organizzazione contro stato e capitale fosse legittima cosí come l impiego della violenza. Però non avevo idea che nella SPK ci fosse gia un gruppo in procinto di preparare azioni militanti.

Al mio successivo incontro con Wolfgang Huber portai prudentemente il discorso dove volevo. Parlai a lungo dell argomento fino ad arrivare al punto, cioè se la SPK volesse contatti con la RAF? Huber xxxxxxx[2] mi fece un gesto di non dire altro ed indicò il telefono accanto a noi. Era convinto che dentro ci fosse una cimice per spiarli. Poi prese un foglietto e scrisse: scrivi ciò che vuoi dirmi e nel frattempo parla di qualcos’altro. Divenni diffidente: scrivere?che aveva in testa? Mi sembrava molto piu pericoloso che parlare. Scarabocchiò sul foglietto che tutto ciò che scrivevamo lo avremmo bruciato assieme nel posacenere. Ciò mi  cosí scrivemmo le nostre domande e risposte sul foglietto passandocelo mentre Huber parlava della malattia e delle sue cause sociali.

Settimane dopo disse che proprio per la mia reazione ingenua ed emozionale, di essere diffidente verso lo scrivere,credette al fatto che gli stessi portando una notizia della RAF. Come il contatto avvenne nei particolari non lo seppi mai. Visto che la radicalizzazione della SPK aveva incrementato l interesse della polizia verso tutte le persone che visitavano la SPK. Per questo I miei nuovi amici mi pregarono di essere riservata. Se mi avessero controllato , sarebbe stato impossibile per loro continuare ad usare il mio appartamento.

Non sapevo mai se e quando uno dei miei 6 ”coinquilini”si faceva vivo a casa. Non avevano le chiavi. Non le volevano cosi se uno di loro veniva arrestato non saltava assieme a loro. Per questo avevamo pattuito che venissero a sera o in nottata, cosí che quasi sicuramente mi trovassi in casa. Loro erano cosi prudenti nel visitare o lasciare l appartamento  nella Uferstrasse che il mio locatore non si accorse della presenza dei miei nuovi e saltuari ospiti. Però non potevo invitare piu amici a casa mia.

Mi risultò particolarmente difficile con Gabi. Lei dissi “hey ho della gente da me a cui non piacerebbe…” Gabi notò che stavo cambiando nella mia vita . Le era chiaro che non le  volevo nascondere una qualche  nuova storia amorosa. Non domandò nulla ma sapevamo entrambe che sapeva in quale direzione mi stavo muovendo. La questione di una organizzazione illegale era all ordine del giorno nella SPK. Lei mi chiarì che non lo voleva e che ne aveva paura. Lo rispettai e non cambiò nulla della nostra amicizia.

Un giorno Gudrun mi chiese di Gabi. Aveva notato che io avevo una relazione particolare con lei. “siete tenere assieme  voglio dire anche corporalmente”. Quando turbata e titubante annuii, Gudrun mi raccontò che anche tra le compagne della RAF c erano relazioni lesbiche e che ciò stava bene a tutti. Con la rivolta studentesca e la prima auto organizzazione delle donne c era stato il tentativo di un altra vita con altri valori ed altri concetti. Disse che le  donne molto spesso erano piu avanti degli uomini ad accettare I propri sentimenti e a viverseli e che si erano sviluppate nuove forme di auto organizzazione e di immagine si se stessi. Il modo aperto di Gudrun di parlare mi lasciarono a bocca aperta e mi piacquero molto. Mi sentii rassicurata nei mie sentimenti ed esperienze.

I giornali , in particolare la Bild Zeitung facevano a gara a pubblicare articoli diffamatori sulle donne della RAF. Secondo loro erano virago impazzite, autoritarie, esuberanti con le armi, lesbiche, dure, senza sentimenti  e succubi di Andreas. Su Ulrike venne persino diffusa la bugia che fosse morta di cancro al cervello e anche che si fosse uccisa per differenze all interno del gruppo. Le loro trovate erano seza fine, maligne, incredibili. Non avevano però nulla a che fare con le persone nel mio appartamento. Loro erano molto differenti. Perche l odio era cosi´grande proprio  nei confronti delle donne?

Ne parlai con Gudrun ed Ulrike. “Se le donne si rivoltano e lottano in maniera conseguente, il sistema gli  strappa il terreno sotto I piedi: le donne sono la base della sua riproduzione. Le donne devono essere passive, arrendevoli, docili e disponibili. Per loro non possono esserci  donne che evadono, che si rifiutano e  prendono persino un arma in mano. Per questo ci odiano cosi tanto.

Ulrike si infuriò leggendo la notizia che si sarebbe uccisa per differenze all interno del gruppo” Questi luridi porci! Queste sono loro proiezioni. Cosi funziona da LORO! Nessuno degli sporchi trucchi dell armamentario della CIA è troppo stupido per loro per minacciare la nostra esistenza. Utilizzano lo stesso schema in tutto il mondo per screditare i rivoluzionarie dichiararli pazzi.”

Sapevo poco di ciò che facevano quando non erano nel mio appartamento. Avevo un idea vaga dei loro scopi ; il conquistare una società giusta e del tutto diversa che si poteva conquistare solo con metodi illegali. Per questo avevano armi, rubavano auto, rapinavano banche e non potevano essere scoperti ed arrestati in nessun modo dalla polizia. Non tentavano di convincermi ad unirmi alla loro lotta coi loro mezzi. Ma mi domandarono se ero pronta ad affittare per loro un appartamento in un altra città. Ero d accordo. La RAF allora  viveva soprattutto in appartamenti affittati da persone insospettabili. La polizia nel ricercare “la guerriglia” verificava a tappeto se le persone che affittavano appartamenti fossero  registrate a norma di legge. Gudrun e Andreas rimasero nel mio appartamento per occuparsi del mio cane. Non gli andava per niente bene, ma che ne avrei dovuto fare? Andai in treno ad Amburgo. Holger Meins mi prelevò alla stazione e mi portò in un alberghetto. Comprammo un pacco di giornali con gli annunci immobiliari. Mi spiegò che per i loro scopi gli appartamenti in grattacieli. Li nessuno stava a guardare a chi gli passava davanti. In tali caseggiati c era gente che andava e veniva senza che a nessuno interessasse. Tra gli appartamenti che avevamo selezionato ne trovammo uno a Mexicoring nella City nord, una città satellite dove stavan tirando su palazzi pieni di  uffici ed edifici.

“Questo andrebbe proprio bene” Ghignò Holger. Qui Ulrike ed Andreas possono stare senza travisamenti  nell’ascensore accanto ai manifesti segnaletici senza che nessuno li riconosca. Tutti pensano solo allo stress sul lavoro , o coi vecchi e I marmocchi a casa.” Il suo umore secco e la sua arte di arrivare al punto mi piacevano molto.”Bene , chiama l agenzia  e digli che vuoi vedere l appartamento”.

Il giorno dopo, erano I primi di marzo del 1971, andai all agenzia. Portavo una gonna , mi ero truccata e raccolti I capelli in una brava treccia. “Non devi dare nell’occhio, apparire noiosa come una segretaria appunto” mi aveva detto Holger, dandomi I soldi. Con uno dell agenzia andammo a Mexicoring. Raccontai di avere un lavoro da Aprile e che per questo dovevo trasferirmi da Heidelberg sull’Elba. Mentre andavamo la guardavo sempre se la polizia ci seguiva o se c era qualcosa di strano, come mi aveva raccomandato Holger. Mi sembrava assurdo far caso ad un eventuale osservazione. Se un auto civetta si attaccava a noi non li avrei di certo riconosciuti. L appartamento era un piccolo monolocale. Firmai il contratto ed assicurai che l affitto sarebbe stato pagato per vaglia ogni mese. Andai all anagrafe  con i miei documenti per registrare il domicilio ad Amburgo. In quell appartamento vi entrai solo una volta, 4 mesi dopo quando bruciai I documenti e le carte personali e andai in clandestinità.

Holger venne un paio di volte solo ad Heidelberg e rimase tutta la note. Stavamo bene assieme. Gia dalla prima volta che ci eravamo incontrati nel mio appartamento avevo visto dai suoi occhi che gli piacevo. Allora pensai” Già proprio come tutti gli altri, va pazzo solo per l aspetto esteriore”. Poi scoprii che si preoccupava per me come nessuno degli altri e cercava di capire chi fossi e di cosa avessi bisogno. Era una persona che riusciva a vedere piu in la degli altri[3]   com una capacità di concentrarsi sul momento. Sentivo con lui una libertà sino ad allora sconosciuta. Se ero con lui stavo bene, ma se non c era non ne sentivo la mancanza. Lui sapeva che io avevo altre relazioni amorose, ma non mostrava tracce di gelosia o pretesa di appartenenza. Ciò mi piaceva. Odio la gelosia, e odio quando qualcuno pensa che gli appartenga.

Ciò che mi attirava dei compagni della RAF era la loro assoluta serietà. Vivevano quello che dicevano, non giocavano. Il loro parlare ed agire erano in armonia. La dimensione politica  del loro convincimento non la potevo ancora cogliere ma mi affascinava come si applicavano alle loro cose. Gudrun piu tardi lo definí “La profondamente sentita libera volontà”.

Piena di meraviglia guardavo a come si litigavano tra loro o lottavano per se o per ciascuno di loro in un modo che mi era sconosciuto.

Un pomeriggio arrivarono in casa assieme Andreas, Gudrun e Jan . Stavo leggendo ed ascoltando musica. I tre erano tesi. Si erano allenati a sparare in un bosco. Ciascuno di loro aveva un compito: Andreas era responsabile dell auto rubata e dei mitra, che durante il viaggio dovevano essere a portata di mano. Jan era responsabile dell’osservazione e della sicurezza del “poligono di tiro” e Gudrun doveva badare a che non fosse dimenticato nulla dopo l esercitazione.

Quando erano in casa ed avevano svuotato le borse Gudrun vide che mancava la pistola di Andreas. L avevano dimenticata nel bosco. Andreas si arrabbiò. Disse che adesso sarebbero dovuti ritornare sul posto a recuperare l arma che magari era stata scoperta da qualcuno. Gudrun era responsabile di ciò e non era buona a niente. “Sei l ultima stronza, ma per cosa ce l hai la testa?. Se adesso incappiamo in un blocco stradale posso solo farmi impallinare”. Gudrun era molto calma. Andreas continuò a infuriare e temevo che in ogni momento potesse colpire Gudrun. Gudrun non disse nulla, coprendosi  solo dalle sue cannonate di insulti e I gesti minacciosi.

Questa scena mi scioccò e presi molto male le grida e le minacce di Andreas. Solidarizzai subito con Gudrun ed affrontai Andreas “Lasciala finalmente in pace”. Dopo Gudrun mi prese da parte. “Anche Andreas ha fatto cazzate, per prima cosa perche è il primo responsabile delle sue armi. Poi quella scenata, beh veramente superflua. Però sai la cosa peggiore è che ho sopportato tutto, avrei dovuto rispondergli per le rime[4], per lo meno questo. E stato veramente laido da parte mia , chinare il capo cosi e non reagire. Capisci?”

Inizialmente non capii.

Quando Andreas pensava che qualcuno avesse sbagliato poteva essere molto caustico ed offensivo. Viveva secondo il giudizio in base al quale criticava e per questo tutti nel gruppo accettavano la sua mordacità ed I suoi attacchi d ira. Allora non potevo ancora immaginarmi come avrei dovuto inghiottire le sue critiche taglienti.

Una notte venne Andreas assieme ad un altro del gruppo nell’appartamento. Erano andati in giro a rubare auto. Mentre ne stavano scassinando una apparve improvvisamente un poliziotto con l arma in mano. Andreas che era rimasto nell’auto per osservare e coprire le spalle, scese silenziosamente, strisciò con la pistola spianata dietro al poliziotto lo minacciò ed urlò all altro “Svelto, scappa!”. Entrambi andarono all auto. Il primo pezzo Andreas lo fece all indietro. Poi si buttarono nell’auto e partirono a tutta velocità. Non era stato sparato un colpo.

Adesso erano li   ansimanti e col cuore in gola nel mio appartamento. Andavano di continuo alla finestra . Andreas era arrabbiato. Accusava l altro di essersi arreso”Perche non hai tirato fuori il pezzo?” o non ti sei buttato dietro l’auto? Oppure entrambe le cose?” E poi rivolto a me “   è rimasto li impalato come un imbecille ad aspettare che lo ammanettasse” poi ancora rivolto a lui “Che ti succede? Vuoi lottare o cosa? Lo sbirro avrebbe potuto impacchettarti. Come ci si può fidare di uno cosi che nel momento decisivo ritira l uccello? Devi chiarire che cosa ti succede”. Andreas si sedette e saltò su di nuovo con rabbia. L altro si accendeva una sigaretta dietro l altra senza dire nulla. Doveva sentirsi proprio di merda.

Cerano state sempre discussioni sulle armi.  Quand e contro di chi si sarebbe potuto sparare? Le discussioni iniziarono dopo che nel maggio 1970 un uomo era rimasto gravemente ferito dopo la liberazione di Andreas Baader. In particolare Ulrike  nel dibattito pubblico analizzò la questione  dei limiti dell impiego della violenza. Nel primo scritto “Il concetto della guerriglia urbana” scritto essenzialmente da Ulrike rispose un chiaro No alla questione spesso posta , se la liberazione di Baader sarebbe avvenuta lo stesso prevedendo il ferimento o la morte di estranei.

Ma questo scritto apparse 11 mesi dopo l azione, cosi´che molte persone di sinistra avevano gia dato il loro giudizio sulla RAF, cosí come avevo appreso io nella discussione tra il mio ragazzo e Armin Golzem.[5]

A quest ultimo come a molti altri era rimasto impresso un comunicato che Ulrike aveva inciso in un nastro tre settimane dopo la liberazione nel quale diceva” gli sbirri sono maiali, noi sosteniamo che il tipo in uniforme e un maiale e no  un uomo e ci regoliamo di conseguenza. Significa che non abbiamo niente da dirgli, è sbagliato proprio parlare con questi uomini e naturalmente si può sparare.”

Un giorno arrivò Ulrike da sola e aveva con se la sua macchina da scrivere e un mucchio di libri e carte. Si sedette a scrivere. Lavorava giorno e notte quasi senza dormire. Fumava una sigaretta dietro l’altra e trincava litri di caffè  Mi impressionava l’irrequietezza con la quale batteva a macchina pagina dopo pagina. ´non ero mai riuscita a lavorare e neppure conoscevo nessuno che voleva portare a termine un lavoro con quella decisione e concentrazione. Mi dette un paio di pagine da leggere “voglio sentire che ne pensi”. Il titolo era “il concetto della guerriglia urbana” e mi afflissi a leggerlo. Mi costò una gran fatica capire ciò che c era scritto. Una volta finito lo restituii e le dissi “Lo trovo davvero buono”.

Ulrike era arrabbiata. “non voglio sentir complimenti, cazzo, voglio sentir il tuo parere!”. No ne ero però capace.

Ulrike ed Andreas discutevano per ore sul testo, litigavano ma ridevano anche tra loro. Divertiva entrambi misurare le loro forze. Discutevano pesantemente. Se Ulrike si sentiva attaccata pesantemente da Andreas diceva con rabbia” Beh allora scrivilo tu”. Lui sorrideva” sai benissimo che non so esprimere bene le cose come te”. Io ho u idea di  cosa deve starci ma nessuno sa scriverlo meglio di te”. Quando gli amici discutevano era pesante come in una lotta. Si pungolavano vicendevolmente su riflessioni piu acute e formulazioni piu precise. In particolare Andreas era senza pace , era sempre alla ricerca e  aveva sempre lo slancio  con la testa piena di idee.

Domandai ad Ulrike su quel capoverso sulla liberazione di Andreas” Sì, disse Ulrike, ci doveva essere una risposta alla domanda che spesso  ci veniva posta .” e che era stato un errore finire il comunicato con la frase “… e naturalmente si può sparare” senza che se ne fosse discusso ulteriormente. Nel testo “il concetto della guerriglia urbana” c erano frasi che mi piacevano in particolare come:

“ciò che dette la consapevolezza al movimento studentesco non fu le lotta di classe spiegate, ma la consapevolezza di essere parte di un movimento internazionale con lo stesso nemico di classe…ed avere a che fare con gli stessi Vietcong, con la stessa tigre di carta, con  gli stessi porci” e “non ci collochiamo nella mobilitazione spontanea antifascista attraverso terrore e fascismo e non consideriamo la legalità come corruzione. Sappiamo altresi che la nostra attività fornisce pretesti…. perche noi siamo comunisti ed   è da questo , se i comunisti si organizzano o meno , che dipende se il terrore e la repressione provocano solo paura e rassegnazione oppure resistenza , odio di classe e solidarietà se qui avviene tutto liscio nel teatrino oppure no. Perche dipende se I comunisti sono cosí scemi da lasciarsi fare tutto oppure se utilizzano la legalità ecc per organizzare il piano illegale invece di feticizzarla tra loro.

C erano piu riferimenti alle Black Panther nel testo e visto che nei discorsi tra loro era Gudrun che li rammantava piu spesso, le domandai, una volta che eravamo sole in casa, quale fosse la loro importanza.

Gudrun mi raccontò che c era una rete di solidarietà nella RFT per I soldati neri americani nella quale aveva collaborato negli anni 60. Si preoccupavano di case, documenti, soldi, passaggi illegali di frontiera per i soldati che disertavano la guerra in Vietnam. In questo modo eran venuti in contatto con soldati neri delle Back Panther che tentavano di organizzare la resistenza all interno dell esercito USA. Nelle discussioni con queste black panther che producevano una rivista clandestina, seppero di piu sopra la storia e le idee delle organizzazioni nere negli USA. Dallo sfascio delle Black Panther ne era nata una guerriglia nera : Il Black Liberation Army. Inoltre c era un altra organizzazione di guerriglia gli Weathermen che , come la RAF si erano sviluppati dal movimento studentesco e dalla protesta contro la guerra in Vietnam. Gudrun disse che pensava di volare negli USA per incontrarsi con gli Weathermen. “Pensiamo che il loro sviluppo la, sia molto simile al nostro”. Noi e gli Weathermen siamo arrivati ad idee e prassi molto simili perchè le condizioni nei due paesi sono molto simili. RFT ed USA sono due  dei centri industriali piu sviluppati con una forte aristocrazia operaia ed una elite sindacale corrotta. Qui e lä, nuovo fascismo, terrore del consumo e signoria dei media sono  diffuse al massimo.

Da Gudrun seppi che in Europa  la piu intensa discussione era con I compagni italiani dei quali molti erano usciti dal forte partito comunista ed una parte aveva iniziato a far politica armata. Le loro idee erano orientate prima di tutto alla radicalizzazione dell ampio movimento operaio italiano esistente. Quelli che si riferivano ad un contesto internazionale come noi della RAF rifiutavano l inizio delle azioni armate attraverso la guerriglia urbana in quel momento. Questo era stato un colpo duro per loro. Gudrun, Ulrike ed Andreas parlarono spesso del loro viaggio in Italia, dove avevano avuto molte discussioni. Non riesco però a ricordare nulla dei contenuti poiché allora con gran fatica capivo solo parte della discussione .

Mi piaceva anche un altro passaggio dello scritto della RAF dove alla citazione di Lenin “il fatto che le masse lavorative si erano svegliate molto per la bassezza delle condizioni di vita russe ci fa riflettere non solo sul fatto di raccogliere ogni goccia dell agitazione popolare…” veniva paragonata la realtà della RFT “ogni goccia d’infamia del popolo tedesco sino ad ora è stata raccolta dal complesso Springer che alimenta nuove infamie.”

Il pomeriggio del 30 Aprile 1971 vennero Jan e Holger con una pila di scritti “il concetto della guerriglia urbana” con un grosso simbolo della RAF che splendeva, le tre lettere sotto un mitra. Il testo adesso era stato stampato. Mi piacque molto. I due erano raggianti di contentezza e orgoglio. Jan mi disse che il documento doveva essere diffuso il giorno successivo, alla manifestazione del 1 maggio. “pensi di poterne distribuire un pacco senza che nessuno ti veda? Non devono esserci assolutame tue impronte digitali sopra. Meglio se li avvolgi in carta di giornale e quando li hai posati tiri via la carta prudentemente. Nello stesso momento altri lo distribuiranno altrove.

Perche nessuno possa essere beccato deve avvenire tutto nello stesso momento. Non devi sgarrare di un minuto”. Ne ero cosi contenta come se lo avessi scritto io”. Il primo era per me. A sera mi misi a rileggerlo in pace. Naturalmente lo volevo distribuire. Al mattino uscii eccitata con il pacco di stampe in un sacchetto di plastica. Arrivai in anticipo all università. Feci qualche giro, il cuore mi batteva forte, le mie dita iniziarono a tremare. Alla fine potei posar il pacco. Indugiai. Dovevo rimanere nei pressi a veder che succedeva? La mia eccitazione vinse. Avevo la sensazione che tutti dovevano avermi visto posare un pacco di giornali proibiti. Feci un mezzo giro, poi tornai a casa.

Frequentai ancora la SPK , il gruppo sul lavoro per discutere e sostenere la lotta contro l imminente divieto della SPK. Partecipai alle sentinelle notturne, che dovevano evitare un rapido sgombero a sorpresa. Discutemmo per notti sul sistema imperialista e sulle sue conseguenze devastanti. Scoprii che le truppe USA conducevano una guerra atroce non solo in Vietnam perche credevano di avere il diritto di decidere come gli altri popoli dovessero vivere e pensare.

La storia delle invasioni mondiali USA era lunga, al riguardo ne sapevo poco sino ad allora. Perche ne sapevo cosi poco? Perche contro c era da sempre e sempre piu resistenza?. Per motivare l’invasione di 30000 soldati USA a San Domingo il presidente Johnson aveva dichiarato: “Non possiamo tollerare  e non permetteremo l insediamento di un altro governo comunista nell’emisfero occidentale”. Portavano sempre a spasso la parola democrazia , ma quando si trattava di interessi economici e  politici arrivavano con bombe, carri armati e torturatori. Notai come si sviluppassero odio e rabbia. Mi era stato mentito per tutta la vita. Adesso scoprivo cause e relazioni e contro di cio volevo fare qualcosa.

Dalla sofferenza sviluppare la forza per la lotta. In questo potevo riconoscermi. Sollevare la pietra della mia solitudine e scagliarla contro le sue cause. La causa era   l ordine sociale capitalista. La malattia lo consideravamo un concetto centrale delle aspettative rivoluzionarie. “Fare della malattia un arma” era il nostro slogan. Al termine di  una manifestazione contro la guerra in Vietnam e l invasione della Cambogia, un oratore dopo l altro parlava della situazione in Vietnam, della lotta dei Vietcong e dei crimini delle truppe USA, cosi agguantai il microfono e dissi “e la lotta da noi? Perche chiacchierate solo degli altri e non della rivoluzione in Europa?”. Il linguaggio dei nostri volantini divenne sempre più aspro. La rivoluzione si doveva fare oggi e chi non lo capiva era uno stupido o uno sfruttatore. Disprezzavamo tutti quelli che non la pensavano come noi.

Attraverso la SPK e la RAF avevo conosciuto un altra vita in breve tempo. C erano molte cose delle quali non potevo parlare per non mettere in pericolo qualcuno. Andreas, Gudrun  Ulrike e Holger mi raccomandavano prudenza se pensavano che avessi degli atteggiamenti sbadati. Loro erano I “criminali” piu ricercati nella RFT e andavano e venivano dal mio appartamento . Nessuno poteva venire da me, perche io non sapevo mai se e quando sarebbero venuti. Dovevo esser diffidente verso tutte le persone nuove che conoscevo. Possibilmente non avrei dovuto dire a nessuno come mi chiamavo e dove vivevo. Mi tenevo alla larga dal mio affittuario, davanti alla cui finestra di cucina dovevano passare tutti quelli che volevano venire in casa da me. Mantenere queste misure di sicurezza mi risultava difficile. Mi sentii limitata nella mia libertà da loro, ma riconobbi la necessita di queste regole rispettandole. Non solo Gabi, ma anche altri che mi conoscevano piu da vicino capirono cosa mi stava muovendo. Un amico di studi, a cui volevo in particolare bene, mi sorprese con una proposta di matrimonio “sposiamoci, terminiamo gli studi e abbiamo bambini”. Era proprio cio che non volevo e una volta che aveva nominato I suoi tre desideri, mi fu chiaro come non mai. Allora il mio nuovo percorso, quello che avrei intrapreso , mi era gia piu vicino. Non sapevo dove mi avrebbe portato, poteva finire con la galera o la morte, ma era la prima volta che avevo la sensazione di vivere nel modo giusto.

Non mi rimaneva molto piu tempo per riflettere ponderatamente. Giorno dopo giorno si susseguivano i colpi. Alla fine di giugno 1971 ci fu una sparatoria nei boschi di Heidelberg con la polizia. Numerosi membri della SPK furono arrestati. Organizzammo la nostra ultima manifestazione nella quale chiamammo alla lotta armata. L arresto di 8 membri  lo vedemmo come arbitrio della polizia e per dimostrarlo strappammo le foto dei nostri documenti incollando al loro posto foto del Che o di Ho Chi Min. Urlavamo “, Mahler, Meinhof und Baader das sind unsere Kader[6]” e a questa manifestazione propagammo la formazione di strutture illegali”. Dal “concetto della guerriglia” della RAF leggemmo:” l analisi di classe di cui abbiamo bisogno non puo accadere senza iniziativa rivoluzionaria”. Gridavamo questi slogan rivoluzionari nello auditorium dell università, senza aver idea di cio che propagandavamo. Il processo di radicalizzazione della SPK era avvenuto molto rapidamente. La nostra voglia di agire, la convinzione che il personale ed il politico non erano divisi trovava la sua diretta espressione nello slogan” Distruggete cio che vi distrugge “ e “gettate i calcoli contro le banche”.

A luglio ci fu la seconda ondata di arresti. La SPK fu smantellata. Improvvisamente davanti al mio appartamento c’era un auto civetta. I miei amici della RAF si erano congedati da me  già alcuni giorni prima della sparatoria.

Riflettei la mia situazione. Finire gli studi mi parve senza senso. La SPK era sciolta , la gente che mi piaceva era andata in clandestinità oppure era stata arrestata. Sarebbe potuto succedere anche a me se si fosse scoperto che avevo affittato ad Amburgo un appartamento per la RAF. Da un controllo avrebbero scoperto la mia seconda residenza che risultava dai documenti. Non avevo voglia di starmene ne mio appartamento ad aspettare l arresto. Avevo tracciato una linea di demarcazione con il mio passato, i miei genitori, amici, la mia vita sino ad allora.  Adesso c era solo la RAF.

Andai da Bernd e gli dissi che volevo rompere I ponti con la vita sino ad allora condotta ed andare nella RAF. Dubbioso, insicuro ma anche rispettoso della mia decisione tentò di trattenermi: “Non hai proprio paura? Ci sono anche altre possibilità di fare qualcosa. Se gli sbirri scoprono la storia di Amburgo ti becchi un paio di mesi di prigione. Certo che è una merda, ma non riesci a vedere ciò che succederebbe altrimenti? Le sparatorie, gli arresti, lunghe pene detentive. è questo che vuoi?paura? Non l avevo come lui. Invece di ciò sentivo una forza sconosciuta sino ad allora.

Parlai con Gabi. Ci accordammo che sgombrasse il mio appartamento senza dare nell’occhio e che poi dicesse al mio padrone di casa che io avevo avuto un incidente e non sarei mai piu tornata. Gabi ed io bruciammo tutte le foto, lettere e ricordi nel cesso. Gabi era triste, io no. Sapevo dove mi portava la mia strada: Ad Amburgo, nell’appartamento a Mexicoring.

Primi passi nell’illegalità (58)

Lo stesso giorno venne Holger nello appartamento di Mexicoring. La RAF non lo utilizzava più da un po di tempo. I compagni non eran piu sicuri se fossi stata controllata ed arrestata.  Per questo stavano per sgomberare l appartamento. Holger mi porto in un altro appartamento. Dopo un po’ vennero Andreas Baader e Gudrun Ensslin per parlare con me. Le tendine erano chiuse da teli di stoffa neri, cosi che stavamo nella penombra. I due mostrarono di non aver gran contentezza di vedermi ed Andreas venne subito al punto:”Beh, spara! Cosa vuoi? Perche hai deciso di apparire qui da noi?”. Raccontai della pattuglia e di aver fatto I conti con un possibile arresto. Disse che gli sembrava un motivo accettabile ma che voleva sentire di piu da me. “Cosa ti immagini di fare da noi? Pensi a qualche possibile azione da fare?”. No, non avevo niente in mente. “Allora dicci cosa pensi di noi politicamente. Qual è la tua analisi della situazione, racconta”. Quando vide he non mi uscivano piu di due frasi, Andreas si incazzò di brutto. Camminava su e giù per la stanza fumava sigarette ed imprecava: “stupida capra, pensavi di poter apparire cosi da noi come se niente fosse?Per chi ci hai preso? Pensi che sia un giochino da bimbi ciò che facciamo?Non è possibile che tu non abbia niente in zucca!. Ma era proprio cosi ; io non mi ero data altri pensieri , e dopo che al seguito di un girellare qua e la fu chiaro disse stressato e incazzoso:”Se non fosse vero che possono beccarti ti rispediremmo oggi stesso ad Heidelberg. Che ne dobbiamo fare di te porca madonna? Non ci puo essere come problema.

Aveva ragione, ma allora non potevo ancora rendermene conto.  Rimasi un paio di giorni nell’appartamento sino a che Holger mi venne a prendere. Andammo in auto sino a Francoforte. Vivevamo in casa di una donna legale che collaborava con la RAF. Io e Holger uscimmo la notte e lui mi fece vedere come si cercavano le auto da fottere. Dovevano essere parcheggiate nella penombra. Non ci potevano essere caseggiati nelle vicinanze da dove si poteva osservare il furto e chiamare gli sbirri e neppure caserme dalle quali potevano  essere velocemente sul posto. Inoltre si doveva osservare a quale ora le pattuglie facevano il giro del quartiere.  Holger mi mostrò l attrezzo col quale si scassinavano le auto. Era una specie di cavatappi sul quale erano saldate due filettature convergenti. Una volta nell’auto si ficcava nell’accensione e lo si girava in fuori , velocemente e senza tanto dispendio d energia.

Parlammo del fatto che Holger avesse un arma ed io no. Non trovava buono essere in giro in queste condizioni. Io però non volevo avere armi. Per adesso no. Holger mi raccomandò di gettarmi a terra senza muovermi qualora fossimo incappati in un controllo. In quel modo sarei stata arrestata ma piu che un paio di mesi di galera non mi potevano dare. Non avevo il coraggio di portare un arma.

Dopo un paio di giorni tornammo ad Amburgo. Lä seppi da Ulrike Meinhof che c erano altre tre persone della SPK di Heidelberg che erano andate via da Heidelberg  perche volevano lavorare nell’illegalità.  Ulrike propose che io e questi tre formassimo un gruppo. Anche gli altri della SPK non avevano piu esperienza di me. La RAF trovava meglio che noi sviluppassimo le nostre cose. Ci avrebbero comunque dato una mano. I tre li conoscevo , ma sino ad allora non avevo avuto molto a che fare con loro.  Ci dettero un appartamento dove vivevamo in 4.  Era piccolo, eravamo pigiati e non sapevamo bene dove iniziare. Nessuno di noi aveva un idea chiara di come si dovesse andare avanti. Eravamo “illegali legali”. Andavamo in giro con i nostri documenti. I compagni della RAF avevano sperato che potessimo iniziare qualcosa. Venivamo si tutti e 4 dalla SPK ma ci conoscevamo poco e una volta che ci ritrovammo in questa situazione non si sviluppò molto. Noi tre donne trovavamo il tipo piuttosto vomitevole ma ciò non ci fece crollare. Vennero da noi Ulrike e Carmen Roll[7]. Ulrike ci dette del denaro e disse: “questi sono soldi della rivoluzione e voglio sapere esattamente quanto e per cosa lo usate, non dovete scialacquare. Ulrike era severa, determinata ed impaziente. Con Carmen I rapporti erano più sciolti perchè la conoscevamo già dalla SPK. Era una persona rotonda, piena d’energia, impertinente e divertente. Loro due ci consigliarono di girare sistematicamente la città con l’ aiuto delle cartine per conoscere la città dove ci muovevamo. Ulrike ci propose di iniziare a scassinare auto, spiegandoci quali posti e quartieri erano migliori.

Così ci spostavamo alternativamente a gruppi di due camminando sino a spellarci I piedi per trovare auto facili da fare. Ulrike ci portò il “cavatappi”, ci mostrò come funzionava con un blocchetto dell’ accensione e come si metteva in moto dopo,[8] andavamo in cerca di un “doppione” di un auto che volevamo rubare: un auto della stessa marca , colore, modello e anno di costruzione. Una volta trovato dovevamo indagare sui dati del proprietario. Chiamavamo l’ ufficio di immatricolazione dicendo dio essere dell ufficio controllo veicoli e che ci dovevano comunicare tutti i dati del proprietario. I dati ci servivano per I documenti dell’auto. Ulrike dette un’occhiata al posto che avevamo scelto per vedere se non avevamo sbagliato a valutare. Avevamo bisogno di un posto tranquillo , meglio un garage dove lasciare subito l’auto rubata. Serviva anche un’altra auto per fuggire in caso qualcosa fosse andato storto. L’auto ce la “prestò” la RAF. Con quella sentivamo anche la radio della polizia per sapere subito se qualcuno ci scopriva e chiamava la polizia. Per l’azione c’eravamo procurati guanti fini di stoffa coi quali si lavorava bene e non si lasciavano impronte. Una volta pronti , uscimmo in tre nella notte ed eravamo terribilmente agitati. Due di noi strisciarono all’auto prescelta- l’unica che rubammo in quel periodo, mentre l’auto di fuga era visibile nelle vicinanze. Mi sembrò che durasse un’eternità prima che aprissero il finestrino laterale con un filo metallico. Improvvisamente passò un’auto e I due dovettero buttarsi dietro la nostra auto all’ultimo momento. Una volta dentro andò tutto in fretta. Andarono avanti sino al posto convenuto, un vicoletto tranquillo in un altro quartiere, metre io seguivo a ruota. Svitammo la targa e la sostituimmo con un altra che avevamo preso da un altra auto. Il giorno dopo comprammo un blocchetto dell’accensione nuovo, ed una volta osservato che non era osservata lo montammo. Lo spostavamo tutti I giorni perchè non attirasse l’attenzione. Anche dopo la nostra prima azione le cose andavano avanti in maniera strascicata. Non si sviluppava nessuna discussione, non avevamo idee su ciò che volevamo fare assieme e non avevamo idee per un’azione comune. Una volta ci riunimmo con Jan Carl Raspe. Si trattava di come procurarsi denaro “è chiaro che non riceverete denaro da noi in eterno. Dovete camminare sulle vostre gambe. Ci avete pensato?. Ci sono varie possibilità: furgoni portavalori, casseforti dei supermercati, Banche” Disse Jan. “Dovete guardare a ciò che pensate di poter fare e dove pensate che può andare”. Ci propose di cercare nella provincia di Hannover, eventualmente Hildensheim. La la RAF aveva già iniziato a verificare quali possibilità ci fossero e poteva darci un paio di dritte. “Fa lo stesso per cosa decidiate, si deve sempre lavorare con la cartina. Dovete sapere dov’è la caserma più vicina, di quanto tempo hanno bisogno per arrivare a voi se scatta l’allarme. La cosa più importante è la via di fuga, dove si può parcheggiare , come scomparire subito dalla vista, dove cambiare l’auto di fuga senza dar nell’occhio e dove fermarsi col denaro.”. Queste erano le prime regole base per un’azione di reperimento del denaro .

Così visitammo Hildensheim a turno in due.

Partivamo la mattina presto col treno . Ci era stato detto di  cambiare più volte e gettare subito i biglietti, così in caso di arresto non potevano sapere da dove eravamo venuti. Così cambiavamo a Amburgo Harburg poi proseguivamo sino alle vicinanze di Hannover o verso una stazione intermedia, poi da lì verso Hildesheim. Era un caldo  mezzogiorno di fine estate  quando arrivammo là. Come prima cosa ci prefiggemmo la cassa centrale di un grande magazzino. Tentammo di scoprire se c’era regolarità nel trasporto degli incassi. Jan ci aveva detto che spesso gli incassi della cassa centrale spesso  erano portati  a mezzogiorno in banca e il fattorino prendeva sempre una certa scalinata che dal reparto personale portava in strada. Uno di noi doveva mettersi discretamente dall’altra parte della strada dirimpetto all’entrata da dove si potevano vedere le scale ed aspettava un quarto d’ora. Di più non potevamo stare per non destare sospetti. Lo facemmo in diversi giorni ma non scoprimmo nulla. Così non potevamo continuare, sia per il lungo viaggio sia perchè a Hildesheim non conoscevamo nessuno che potesse darci una dritta. L’osservazione dalla strada era a lungo andare troppo vistosa e quindi pericolosa. Così iniziammo a controllare le banche. Molte volte presi il treno al mattino tornando a casa la sera stanca e frustrata. Alla fine trovammo una banca che ci sembrava adatta per una rapina. Aveva una cassa di vetro bassa che si poteva saltare facilmente e sicuramente c’erano un sacco di soldi nella cassa dello sportello; la caserma non era troppo vicina e c’erano varie vie di fuga. Raccontammo delle nostre osservazioni e qualcuno della RAF andò a Hildesheim a vedere se avevamo tralasciato qualcosa. Il passo successivo era affittare una casa. Per questo andai più volte con una del nostro gruppetto a Hildesheim a visitare agenzie immobiliarie e a cercare annunci nei giornali locali. Viaggiare così tanto in treno era faticoso. Spesso mi sentivo stanca, masticavo gomme di continuo e ciò mi rovinava i denti. Non riuscivo a trovare un obiettivo per il quale il nostro agire aveva un senso. Avevo la testa vuota, senza fantasia. Tutto rimaneva grigio.

Nel frattempo andavamo nella nostra città d’origine per riprendere contatti con gli amici e  cercare sostegno per un’ organizzazione illegale. Andai a Bonn dai miei genitori così che non mi cercassero ad Heidelberg. Rividi anche dei vecchi amici ma sapevo che nessuno avrebbe intrapreso la mia strada. Domandai quello che facevano ma non li ascoltavo attentamente. Di me non raccontai nulla e ripartii quasi subito.

Il telegiornale mi dichiara membro della RAF(65)

Nell estate del 1971 la polizia aveva arrestato diversi membri della RAF e aveva scoperto alcuni covi. Dai documenti trovati nei covi avevano ricavato che la RAF si muoveva soprattutto nella Germania del Nord, a Ovest e a Berlino Ovest. Così gli amici escogitarono un piano: per sviare da una concentrazione delle indagini a Amburgo, Berlino, e la Ruhr si dovevano lasciare tracce false nel resto della RFT. A metà settembre si doveva parcheggiare un’auto rubata con le impronte di Andreas Baader e Ulrike Meinhof vicino Friburgo proprio perchè la RAF non era lì in quel periodo. La BMW doveva essere scortata da un’ altro veicolo per portare al sicuro l’autista dopo l’abbandono dell’auto. Per la BMW si cercò un compagno che aveva caratteristiche simili alle mie e viveva in un’altra città. Mi domandarono se volevo guidare  l’auto di scorta, una Volkswagen affittata sotto falso nome . A nessuno sembrò un problema portare un auto legale perchè l’azione era vista così semplice.: Due auto vanno in un posto, una viene parcheggiata come per una panne e le due persone spariscono anonime con la seconda auto. A tutti sembrava routine, così che alcune regole base furono trascurate. Una volta che mi fu spiegato il mio compito , risposi di sì. Ma dovevo portare una pistola nel caso che fossimo incappati in un controllo. Nascosi l’arma anche se non ne avevo mai avuta una in mano. Mi fu solo spiegato come si usa, cioè come togliere la sicura. La misi nella borsetta accanto ai documenti che tenevo sempre nel borsello. A nessuno, neppure a me, venne l’idea che dovessi avere dei documenti falsi nel caso di un controllo. Non ero nella lista ufficiale dei ricercati , ma per la storia della SPK ero nella “lista dei simpatizzanti” della polizia e da Agosto ero “illegale” cioè  non più registrata da nessuna parte.

Partimmo nel tardo pomeriggio del 25 Settembre 1971 e raggiungemmo dopo la mezzanotte il posto, l’area di servizio Bremgarten sull’autostrada Francoforte Basilea. Il compagno davanti a me parcheggiò l’auto a sinistra della carreggiata. Era previsto perchè era in contravvenzione e doveva essere notata dalle pattuglie.

Fermai l’auto una quindicina di metri dietro la BMW , anch’essa in contravvenzione senza pensarci.

Avevo spento la macchina da poco quando vidi che si avvicinavano dei fari da dietro. La porta laterale si aprì ed uscì uno in divisa. Si avvicinò lentamente a me e si fermò dietro la mia macchina. “Oh merda!” pensai. Non avevamo avuto bisogno nemmeno di un minuto per parcheggiare l’auto e sparire e proprio in quel minuto erano venuti gli sbirri.

Con una torcia in mano il poliziotto era accanto alla portiera “Favorisca patente e documenti. Avete una panne, sennò perchè siete dalla parte sbagliata?”. Avevo tirato giù il finestrino, balbettai qualcosa , misi le mani nella borsa e frugai accanto alla pistola alla ricerca dei miei documenti e glieli porsi dal finestrino. L altro della pattuglia proseguì oltre “Qui qualcosa non quadra, c’è qualcuno anche dentro la BMW. Perchè nessuno dei due ha le luci?”. Dei momenti successivi non ho ricordi precisi.

So solo che il poliziotto accanto a me urlò qualcosa e risuonarono spari che me lo strapparono dalla vista. Attorno a me andarono in frantumi dei vetri. Una pallottola mi aveva mancato per pochi centimetri. Il parabrezza e il lunotto erano andati in frantumi. Si aprì la portiera e il mio accompagnatore gridò „vieni dobbiamo andare via“. Corsi dietro a lui nel parcheggio. Ci riparammo dagli spari e ci precipitammo tra i cespugli. In vita mia non ero ancora corsa così velocemente e così a lungo. Camminammo per campi e boscaglie in un’ area che non conoscevamo e nella quale non potevamo orientarci nell’oscurità. Quando vedevamo dei fari ci buttavamo a terra. Il cuore mi correva a mille e in testa mi ronzava di tutto. Non ero capace di parlare. Dopo aver girovagato per un’ ora sentimmo elicotteri e vedemmo coni luminosi mentre dappertutto risuonavano sirene. La caccia contro di noi andava a pieno regime. Dovevamo andarcene il più rapidamente possibile da quei paraggi prima che circondassero il posto. Corremmo ancora, mi sembrava un’eternità. Improvvisamente vedemmo un’ auto in sosta con una coppia ed una terza persona che viveva in una casa isolata  li vicino, nell’atto di congedarsi. Ci avvicinammo all’auto e chiedemmo se ci potevano portare al paese più vicino. I due non fecero obiezioni. Montammo. Raccontammo una qualche storia che spiegasse cosa ci avesse spinto nell’oscurità . Non sembrarono diffidenti e non si insospettirono.

Arrivati al villaggio escogitammo un piano: io dovevo nascondermi in un andito buio e il mio compagno doveva cercare una cabina telefonica. Da là doveva prenotare sotto falso nome un taxi per quell’indirizzo dov’ ero io. Eravamo fradici per la nostra fuga attraverso cespugli,campi,pozze e fango. Dopo la chiamata, tesi , ci nascondemmo entrambi nell’andito buio. In ogni momento avrebbero potuto scoprirci. Dopo un’eternità arrivò il taxi, ci sforzammo di montare lentamente e tranquilli, raccontammo qualcosa di una panne all’auto e che volevamo andare a Friburgo. Il taxi si diresse in direzione dell’autostrada. All’ entrata c’era una pattuglia. Divenni di pietra. A questo non avevamo pensato. Fermavano ogni auto e proprio il nostro taxi riuscì a passare. A Friburgo successe lo stesso: tutte le auto dovevano fermarsi, solo il nostro taxi no. Temevamo durante tutto il viaggio che il tassista potesse insospettirsi. Dalla sua autoradio sentivamo di continuo  gli appelli alla caccia e le ricerche di una coppia. Nell’ auto calda i nostri vestiti iniziarono a puzzare, ma il tassista non divenne diffidente. La chiamata ad un indirizzo concreto dove ci aveva incontrato lo avevano impedito. Scendemmo a Friburgo decidemmo rapidamente che fare e ci dividemmo convinti di dare nell’occhio in due. Divisi ci riuscì arrivare alla stazione. Era mattino presto, iniziava il traffico dei pendolari. Comprammo biglietti per Stoccarda, la cambiammo e ci dirigemmo a Francoforte dove prendemmo il treno che doveva portarci direttamente ad Amburgo. Rimanemmo divisi per tutto il viaggio anche se ci tenevamo a portata di sguardo per assicurarci che anche l’altro fosse al sicuro.

Verso mezzogiorno, già sulla via per Amburgo, sedevo in uno scompartimento pieno. Mi sentivo distrutta ma ancora sveglia. Al posto vicino al finestrino sedeva un uomo che aveva una radiolina sul tavolinetto che emetteva musica a basso volume. Improvvisamente la trasmissione fu interrotta da un annuncio della polizia: annunciarono della sparatoria sulla piazzola dell’autostrada con due poliziotti feriti. Mi aspettavo che dicessero come durante il viaggio in taxi: sono ricercati un uomo e una donna sui venticinque. Accadde di peggio: L’annunciatore disse nome e cognome, taglia, lunghezza e colore dei miei capelli e disse com’ ero vestita.

Divenni di giaccio e bollente a fasi alterne. Chiusi gli occhi. Pensavo che in quello scompartimento mi fissassero tutti e che ammiccassero „Eccola là“. Visto che nulla si mosse provai ad osservarli uno dopo l’altro con  gli occhi socchiusi. Si eran modificati i tratti del viso o le loro pose? Uno dei presenti avrebbe lasciato lo scomparto? Non successe nulla. Tutto era come prima. Nessuno parlò di quel comunicato . Alcuni sonnecchiavano, altri continuavano i loro discorsi, l’uomo con la radiolina si lasciò inondare dalla musica. A nessuno era saltato all’occhio che io ero quella che collimava perfettamente con la descrizione in ogni dettaglio. Dopo un po mi tranquillizzai.

La polizia aveva trovato nel parcheggio tutti i miei documenti. Erano tutti nella borsa che mi era caduta a terra, tranne la patente che avevo dato loro prima degli spari. Dopo seppi che erano stati dai miei genitori e loro avevano dato una descrizione precisa di com’ero nella mia ultima visita a loro, appena una settimana prima.

I miei genitori non sapevano nulla dei cambiamenti nella mia vita. Dalla mia prima visita al Release non avevo raccontato più nulla che potesse portare a liti. Nulla delle mie nuove esperienze e riflessioni. Sapevo che non sarebbe servito a nulla e che avrebbero respinto tutto. Si identificavano con lo stato tedesco federale così per come esso secondo le loro convinzioni democristiane doveva essere. Mio padre non era mai stato nè propenso nè capace a condurre una discussione con noi bambini nella quale noi lo contraddicessimo. Che loro aiutassero la polizia a cercarmi non mi meravigliò ma mi fece male.

Lasciai lo scompartimento. Al cesso mi tolsi la giacca, la ficcai in borsa , mi tirai i capelli su avvolgendomi un foulard in testa. Poi andai in fondo al treno e sperai che mi vedesse meno gente possibile. Ad Amburgo nell’appartamento  c era Irmgard Moeller ad attendermi. Sapeva già da radio e TV che la nostra azione era fallita. Raccontai ciò che era successo e come eravamo riusciti a scappare. „Perchè hai lasciato i documenti in macchina?“ E perchè poi te li sei portati? „. Non parlammo del fatto che a nessuno fosse venuto in mente di come fosse assurda e irresponsabile la combinazione di armi e documenti veri. Lei disse solo „adesso sei nella lista come noi tutti.“.

Ciò che era lo appresi dal TG delle 20. La sparatoria era una delle prime notizie. La mia foto mi fissava dal teleschermo, sentii di nuovo la mia descrizione e mi sembrò che qualcuno uscisse dal televisore per indicarmi. In un colpo ero una diventata una personalità pubblica il cui nome stava dal giorno dopo sui giornali „Magrit Schiller membra della RAF“. Non riuscivo ad afferrare la portata di tutto ciò e non vi ero preparata.

Gli amici della RAF mi portarono in un altro appartamento grande e mi consigliarono di non uscire le settimane seguenti, perchè per la mia altezza di 1.84 gli occhi grandi e gli zigomi alti ero una persona che si notava anche se cambiavo i miei connotati. Tagliai i capelli e li tinsi di nero. Imparai a truccarmi. Adesso ero lì e non sapevo che pesci pigliare. Avevo iniziato da poco  la nuova vita e già ne ero prigioniera. L’appartamento era soprattutto un’officina per falsificare passaporti. Là conobbi anche Manfred Grashof . Era sempre amichevole e paziente, ma anche chiuso e assente. Era triste per la sua ragazza Petra, che era stata uccisa a giugno. Durante una grossa operazione contro la RAF il 15/6/71 era finita in un controllo stradale. Provando a fuggire sparando fu uccisa dalla polizia. In un certo senso non avevo il coraggio di parlargli al riguardo.

Dovevo imparare a fare dei“veri“  documenti falsi. Per il lavoro di falsificazione c’era un grosso tecnigrafo sul quale erano ordinati tutti gli attrezzi e i materiali necessari. C’era una pila di lastre tipografiche sulle quali erano riprodotti  tutti i timbri di uffici molte città ,province e regioni. C’era il macchinario per togliere foto dai passaporti e sostituirle con altre. Per quest’operazione sii utilizzava la punzonatrice di un ciabattino. C’erano timbri in varie tonalità e pellicole sulle quali si marcavano i timbri e poi si applicavano nella giusta grandezza alla nuova foto sostituita nel documento. Per non rovinare un passaporto o una patente era necessario un po d’allenamento.

Un paio di giorni dopo di me venne una donna da Berlino Ovest. Lei conosceva tutti nell’appartamento perchè aveva già avuto molti contatti che ora erano nella RAF. Era curiosa di me come un bimbo, ma non sapeva come fare con me, era reciproco. In ogni caso imparammo in due la falsificazione e ci impratichimmo con delle ristampe inutilizzabili. Mi risultava molto difficile concentrarmici.

Quando non potevo più lavorare provavo a leggere, ma non funzionava molto. Mi era difficile star sempre in casa. Ma non osavo neppure uscire. La caccia mi faceva paura. Premeva su di me come un fardello che qualcuno mi aveva posato sulle spalle e che mi schiacciava. Dovevo parlare con qualcuno, ma non c’era nessuno.

Nell’appartamento c’era un continuo andirivieni, solo io rimanevo la come murata. La mia testa divenne sempre più vuota. Stavo là, fissavo nel vuoto davanti a me, mi lambiccavo il cervello mentre il tempo passava[9]. Ulrike mi brontolava „ehi ma non fai proprio nulla!“ e se n’era andata prima che potessi dire alcunché. Ma tra lei ed un’ altra donna del gruppo era iniziata da poco una relazione e il poco tempo che avevano per loro lo passavano in una stanza a porte chiuse. L’altra donna talvolta si sedeva brevemente accanto a me „Lo so che ti va proprio di merda. Dobbiamo parlare di tutto con calma. Abbi comprensione però, adesso non posso. Vedi come corriamo qua e la, ci sono un sacco di cose da fare. Ulrike non si ferma un attimo. Vuole fare tutto in una volta e subito, non si gode mai una pausa. E quando c’è una pausa vogliamo godercela assieme“. La capivo. Annuii sorridendo stanca. Ma i loro bisogni non si conciliavano per nulla con ciò di cui avevo bisogno. Così qualche volta ero incazzata con loro.

Una volta venne Ulrike con un paio di teli di stoffa che aveva comprato. Li stese sui materassi e li mise come tendine alle finestre. „avrò tempo per vivere in brutte celle. Non c’è bisogno che tutto sembri come in carcere“. Per se stessa non era per niente vanitosa, con la più grande naturalezza indossava dei brutti vestiti scuri che non si intonavano per niente tra loro.

Mi sentivo sempre sola e non sapevo come uscire sola dal mio buco. Dopo che avevo smesso di sperare che Holger capitasse per sua volontà in questo appartamento, chiesi che venisse. Sperai che mi potesse aiutare a ritrovare il terreno sotto i piedi. Gli altri respinsero la mia richiesta. Holger serviva altrove con urgenza. Inoltre non dovevo iniziare a far risolvere i miei problemi da un compagno col quale ero stata a letto. Ero indignata, ma rimasi zitta. Questa risposta mi ferì molto. Volevo Holger non per andarci a letto.  Volevo parlare con lui. Sapevo che lui aveva un idea di me e della mia condizione. Mi sembrava l’unico con il quale potessi parlare di ciò che avrei fatto. Ma la mia disperazione non mi agitava solo la mia attuale condizione, di ricerca di un’esistenza perduta qui nell’appartamento. Mi martellava anche il pensiero della sparatoria a Friburgo. Non ero stata istruita a sparare ma avevo un’arma con me. Non avevo sparato ma si era sparato per causa mia e a me. Tutti gli spari erano stati terribili. Una tremenda brutalità. La scena mi compariva sempre davanti e ogni volta mi tormentava di più. Il compagno aveva puntato la pistola allo sbirro e aveva svuotato il caricatore , così per lo meno mi appariva. Nel mio Schock non avevo visto esattamente. Sapevo però che non avrei potuto dimenticare quelle immagini e il fischiare degli spari.

Dopo 4 settimane venne Ulrike con la notizia: „Ci incontriamo in un altro appartamento. Devi venire pure tu perchè dobbiamo decidere come andrà avanti per te“. Andai con qualcuno che era nell’appartamento in un centro commerciale vicino e comprai un vestito, un mantello, scarpe e collant. L’incontro di cui Ulrike parlava era quello del 21 Ottobre 1971 che finì con la sparatoria successiva e il mio arresto.

Capitoli 7( riassunto)

In galera

Magrit si ritrova in carcere il 23/10/71 in regime di totale isolamento con solo mezz’ora d’aria in un cortiletto circondato dalle mura del carcere e sorvegliata a vista dai guardiani. Anche in cella viene sorvegliata continuamente. Viene informata dagli avvocati che queste attenzioni fanno parte del trattamento speciale, usato per i prigionieri che si ribellano e per quelli della guerriglia: manette anche nell’ora d’aria, illuminazione perenne della cella,privazione di tutti gli oggetti d’arredamento della cella, sequestro dei vestiti personali e dotazione di divise carcerarie che sono ritirate alla sera. Ogni reclamo degli avvocati relativo ai maltrattamenti durante l’arresto e alle condizioni di detenzione sarà respinto. Persino prima e dopo le visite degli avvocati deve subire per parecchie settimane una perquisizione corporale. Le altre detenute le mostrano simpatia e curiosità ma più che qualche saluto da lontano non le è possibile ricevere.

Tutto il trattamento mira ad “ammorbidire” il prigioniero ed infatti dopo qualche giorno si presentano un paio di volte dei  poliziotti ma Magrit li caccia via.

Viene così trasferita con un teatrale impiego di mezzi ed uomini ad Aichach (presso Augusta in Baviera) in un vecchio chiostro riadattato a carcere. Dopo aver nuovamente rifiutato colloqui con gli sbirri M. apprende il motivo del trasferimento: un confronto farsa (doveva essere mostrata solo lei e il poliziotto aveva già dichiarato che LEI era la persona in questione) con il poliziotto ferito nella sparatoria in autostrada. Così dopo una settimana viene trasferita a Friburgo nel carcere maschile dove tentano vari trucchi per sottoporla al confronto, ma la manovra fallisce .Magrit viene riportata in treno ad Amburgo.

 

Apprendimento in galera e offensiva di Maggio(86)

Dopo un bel po’ M. ottiene il permesso di avere libri in cella. La direttrice del carcere Heinemann mostra la disponibilità a smorzare I contrasti( le presta libri ecc). Però quando lo scontro si acuirà non ci sarà più spazio per lei.

  1. approfondisce la storia del nazismo ,argomento taciuto nelle scuole. La versione ufficiale dei suoi genitori era “io non ne sapevo nulla”. Sua madre chiede di vederla e le scrive ma M. rifiuta ogni rapporto perchè avevano collaborato con la polizia. Lei inizia la corrispondenza con i prigionieri politici in particolare con Werner Hoppe, col quale diventa amica , e con numerosi militanti esterni, apprendendo così situazioni politiche che le erano sconosciute, in particolare quando riceve le prime visite in carcere. Un paio di guardiane le mostrano simpatia portandole cose in carcere; una sarà trasferita una volta scoperta.

Apprende per radio della morte di Tommy Weissbecker e della cattura di Carmen Roll , che sarà narcotizzata per prendergli le impronte e rischierà la vita.

Mentre M. è intenta allo studio dei classici del terzomondismo e dell’antimperialismo avviene  l’offensiva di maggio della RAF. Pur trovando giuste le azioni non se la sente di esultare essendo incapace di impiegare la violenza.

Lo stato utilizza tutte le provocazioni possibili come il finto allarme bomba annunciato a fine maggio per il 2 Giugno a Stoccarda. La smentita della RAF viene taciuta.

Tra giugno e luglio vengono arrestate quasi tutte le figure di primo piano della RAF. Ulrike finisce nel braccio morto di Colonia, diverso dall’isolamento di M. per il perfetto isolamento acustico.

Gli avvenimenti di settembre nero la inducono ad approfondire la questione palestinese.

IL primo processo (102)

Si avvicinava l’inizio del processo contro di me. Il giudice competente per la convalida

dell’ arresto venne scambiato col giudice penale e cambiò qualcosa nelle condizioni detentive. Persone che prima erano state respinte ricevevano ora permesso di visita. Eravamo contenti di vederci e ridevamo per quanto la situazione non fosse divertente nelle cellette in mezzo alla prigione con quelli della sezione politica che spiavano ogni gesto ed ogni parola. Mi ricordo che potevano venire persino due amici contemporaneamente. Era una festa, ci sentivamo come fuori.

Il mio isolamento verso l’interno della prigione venne un po allentato. Per prima cosa mi furono concesse due ore di TV assieme alle altre detenute. Dovevo sedere però in disparte con una guardiana accanto. In seguito potei anche andare una mezz’ora in cortile con le altre . “L’ora libera” la chiamavano. Già da prima quando osservavo alla finestra , avevo visto una giovane turca che passeggiava da sola. Parlando la sera da cella a cella seppi che era accusata di omicidio. Aveva accoltellato suo marito. Dato che era arrivata da poco in Germania non parlava una parola di tedesco. Piangeva molto, lo si vedeva dal  viso, però mostrava un orgoglio che notai subito. In cortile l’avvicinai, ci trovammo simpatiche e tentammo di comunicare con dita, mani e occhi. Iniziai a insegnarle un po di tedesco. Ci fu concesso di proseguire le lezioni un’ora al giorno in una cella vuota. La cosa era complicata perchè Fatima non sapeva scrivere. Col tempo imparò a leggere e scrivere tedesco, io imparai un po di turco ed ordinai un dizionario tedesco turco.

Iniziai a prepararmi al processo. Il mio secondo difensore era Armin Golzem, che avevo conosciuto nel 1970 assieme al mio ragazzo d’allora. Aveva una buona reputazione di difensore con la parlantina nei processi politici, sempre pronto a cogliere le contraddizioni e ad attaccare.

Ottenni di vedere gli atti. Erano 5/6 grossi volumi che iniziai a studiare pagina per pagina. Volevo sapere ciò che la magistratura sapeva. Cercai errori e contraddizioni per segnalarli all’ avvocato. Ci accordammo sulle richieste da fare e su quale strategia processuale intraprendere.

All’inizio del 1972 la magistratura aveva annullato il provvedimento di custodia cautelare per omicidio e tentato omicidio. Non mi sembrò importante perchè pensavo che avrebbero trovato un qualche cavillo per darmi almeno 10 anni.

L’accusa era : fiancheggiamento di associazione a delinquere secondo il paragrafo 129, porto illegale d’arma, falsificazione di documenti e concorso in tentato omicidio per la sparatoria nella piazzola di sosta di Bremgarten.

Per me era chiaro che non avrei fatto dichiarazioni riguardanti l’accusa. Partivo dal presupposto che al livello di magistratura il giudice e il PM avevano il potere decisionale e questo era imosto sulla base di criteri ideologici e politici. La “giustizia” era una giustizia di classe. Con la mia tenuta al processo volevo dimostrare ciò che pensavo di questa “giustizia”: Che con la sua tradizione nazista e la sua prassi oggi , essa non aveva il diritto di giudicarmi. Nessun giudice del periodo nazista era stato condannato , molti rimasero in carica e proprio al periodo di Hitler risaliva il paragrafo 129, secondo il quale ero accusata.

Preparai la dichiarazione per il processo. Una volta pronta, volevo sapere cosa ne pensavano I prigionieri della RAF. Gliela spedii attraverso il mio avvocato. La reazione di Andreas fu “La dichiarazione è una merda, del tutto apolitica” Gudrun disse”Lasciala stare, lei è proprio così”. Horst Mahler propose un paio di cambiamenti, mentre dagli altri non udii nulla.

Il processo iniziò il 15 Novembre 1972 . Non si svolse nel tribunale accanto alla sezione in attesa di giudizio ma ad Amburgo Wandsbek. La sicurezza l’aveva ritenuta più sicura e l’aveva ampliata all’uopo. Con grande impiego di poliziotti mi condussero là al mattino. Tesa e nervosa entrai nell’aula, piena di stampa e persone delle quali quasi nessuno conoscevo. Molti mi salutarono a pugno chiuso e gesti di simpatia. La sala piena di persone era come una doccia fredda dopo tanto tempo in solitudine, ma mi dette anche forza.

Mentre gli avvocati ed il tribunale, una corte d’assise con tre giudici togati e due popolari conducevano una prima scaramuccia di richieste riguardo al trasferimento a Wandsbek e alla limitazione di spettatori al processo, osservai gli spettatori. Alcuni mi facevano furtivi segni di solidarietà , altri avevano portato fiori. Poi lessi la mia prima dichiarazione processuale: “ 4 mesi orsono il mio fratello Werner Hoppe è stato condannato a 10 anni di isolamento e lavori forzati. Dopo 33 giornate processuali la violenza/autorità è stata dichiarata diritto. Questa sentenza bomba come l’ha definita la stampa liberale, ha reso evidente che l’astratto stato di diritto ed il tribunale sottoposto allo stato sono cose secondarie. Gli incubi del giudice Schmidt sono diventati prove. La cosa più importante è che una tale bomba viene piazzata in silenzio tutti i giorni in tutti i tribunali così da sembrare un infortunio sul lavoro. La colpa è di colui che riceve questo strumento, colui che non può reagire in altro modo alla violenza, che lo distrugge quotidianamente, che dirigendola contro se stesso, trasmetterla incoscientemente o respingerla. Il giudice Schmidt ha buttato la bomba per lo meno 4 volte nella prigione dove sono rinchiusa quest’anno, sradicando 10 anni della vita di una persona….

La mia solidarietà di intellettuale rivoluzionaria con chi è reso  sfruttato,oppresso e incapace di vivere deriva dalla consapevolezza che la vita in questa società è possibile solo a spese dei malati, sfruttati ed oppressi, che ognuno di noi è una parte della violenza e dello sfruttamento e che non ci possiamo sottrarre. Ognuno in questa società racchiude la contraddizione di essere o uno strumento di dominio o dominato e sfruttato  lui stesso. Vale a dire deve decidersi! Contro la violenza dei dominatori c’è solo la violenza e la solidarietà degli sfruttati!

Se si rifiuta la violenza-ed io la violenza la odio! Allora non si può far altro che sbarazzarsi quest’odiata violenza.[10] Il potere dominante è inumanità  e sfruttamento , la violenza contro di esso è la violenza contro la disumanità e l’oppressione, cioè violenza umana e liberatrice. La nostra paura inculcata ed impotente di fronte all’uso della violenza dobbiamo combatterla e vincerla perchè paralizza solo noi, non il capitale e I suoi guardiani..”.

Il giorno successivo i Tg federali e regionali parlavano della prima sessione processuale. Molti giornali riportavano la mia foto. Anche durante le 24 giornate successive il processo ebbe un’ ampio riscontro sulla stampa.

Da allora un cellulare mi portava su e giù tre volte la settimana con una bella scorta di gazzelle e auto in borghese che sfrecciavano davanti a blocchi stradali e semafori rossi.

Il tribunale era sigillato da una truppa di poliziotti con gli elmetti. Ogni visitatore doveva mostrare i documenti. Dopo 13 mesi di isolamento ogni sessione processuale rappresentava per me un grosso sforzo sia fisico che psichico, per quanto stessi solo seduta senza dir niente. La presenza di così tante persone  I loro rumori e odori, il concentrarsi sulle parole di altri, a tutto ciò non ero più abituata. Mi costava tutte le forze. Quando nel tardo pomeriggio o la sera mi riportavano a casa cadevo tremante sul letto non ero più capace di fare una qualsivoglia attività. Non riuscivo neppure a leggere un giornale.

Le  sessioni processuali passavano tra le deposizioni di testi e periti, letture di prove, richieste degli avvocati e decisioni del tribunale. Apparve una donna a testimoniare che io non avevo mai visto. Raccontò di come era capitata nella RAF , come aveva vissuto là e perchè alla fine fosse tornata in famiglia. Aveva più o meno la mia età, la sua storia mi ricordava la mia , nessuno l’aveva costretta quando si era unita ai compagni berlinesi della RAF. Come poteva aver  stima di se stessa essendo ritornata nelle braccia della famiglia e diventata “pentita” per lo stato? Era certamente possibile che qualcuno non potesse o volesse più continuare ma pure  diventare traditori ? Fare dichiarazioni contro i propri compagni per salvarsi? Per una tale scelta potevo provare solo disprezzo. Non diciarai mai nulla riguardo alle accuse ma feci diverse dichiarazioni, soprattutto su ciò che accadeva nel carcere di Amburgo, sulla situazione dei prigionieri politici  e dell’escalation del  processo. C’erano spesso tumulti tra gli spettatori. Il tribunale li faceva espellere.

Il 17 Gennaio 1973 I prigionieri della RAF iniziarono il primo  sciopero della fame che coinvolse senza eccezioni la sessantina di prigionieri politici che la subivano. Quando seppi dell’inizio dello sciopero della fame divenni insicura. Nessuno mi aveva mai detto nulla al riguardo sino ad allora e neppure io ci avevo mai riflettuto sul farne uno. Dovevo partecipare nonostante il processo in atto oppure no? Uno sciopero della fame era pericoloso? Ci si poteva ammalare o morire? Si poevano assumere liquidi? Avevo in cella molto cibo della spesa settimanale, che ne dovevo fare? Metterlo sul letto, oppure fuori della cella?

Quando comunicai alla guardiana che avrei partecipato allo sciopero della fame venne la dottoressa del carcere dopo pochi minuti. Mi disse che uno sciopero della fame era estremamente pericoloso, che sarei stata esclusa dal processo e che in ogni caso se avessi insistito con lo sciopero della fame avrei dovuto assumere molto tè zuccherato. Niente di quello che mi disse era vero. Questo però lo appresi dopo. Avrei rovinato la mia salute se avessi seguito I suoi consigli e assunto zucchero.

L’amministrazione carceraria si rifiutò di ritirare i miei viveri, così li misi sotto il letto. Già dal primo giorno mi vennero I capogiri e disturbi della concentrazione maggiori dei precedenti. Sentivo la fame e la cassa stava sotto il letto. Mangiai qualcosa. Dopo tre giorni di tiramolla con me stessa mollai.

Al processo lessi un comunicato di solidarietà con lo sciopero della fame con le richieste “fine dell’isolamento” e “Ulrike fuori dal braccio morto” poi volevo farmi escludere dal processo e non parteciparvi più. Ma il tribunale non mi escluse. Così iniziai aparlare a voce alta ed a disturbare sino a che non fu ordinato il mio allontanamento coatto. I parteciapanti al processo solidarizzarono con me e tutto finì in una mega rissa.

Il 5 febbraio 1973 fu annunciata la sentenza: due anni e tre mesi. La pena venne sospesa in quanto già scontata. Non ero più andata al processo , e quando vennero a dirmelo ero nella vasca da bagno. Le guardiane picchiarono alla porta “Signora Schiller, lei è stata rilasciata”. Non me lo aspettavo. Ma come spesso accade nei momenti decisivi, rimasi calma e mi concentrai a ciò che sarebbe successo ora. Mi asciugai in fretta e mi portarono in cella dove gettai tutte le mie cose in un grosso sacco di plastica. Poi vennero i miei avvocati e mi accompagnarono a una uscita laterale.

Davanti al portone del carcere c’erano i giornalisti con le loro telecamere e macchine fotografiche. Mi aspettava anche un piccolo gruppo di amici e compagni e tra loro la madre del cantante Wolf Biermann[11]. Viveva ad Amburgo ed era amica del mio avvocato. Con le bandiere andammo in corteo verso in una birreria greca nei pressi. Un bicchiere di vino e già mi girava la testa.

Quello che volevo fare ancora non lo sapevo.

 NUOVO ORIENTAMENTO IN LIBERTA’

Il giorno del mio rilascio, il 9 febbraio 1973 iniziò a Karlsruhe uno sciopero della fame di 3 giorni di solidarietà di avvocati e parenti dei prigionieri della RAF,che già erano in sciopero della fame. Teatro della protesta era l’animata via davanti agli edifici del tribunale federale,che decideva nella maggioranza dei casi sulle condizioni carcerarie. Lo sciopero era una delle prime azioni dei parenti contro la tortura dell’isolamento. Decisi di unirmi alla protesta. Con il mio avvocato Kurt Groenewold ed un suo collega andai il giorno dopo ad Heidelberg. Là due avvocati ci caricarono in auto ed andammo a Karlsruhe. Era già sera, e ci intrattenemmo sulla situazione dei prigionieri, le mie esperienze e quelle dei prigionieri. Mi raccontarono come andava ai prigionieri che io personalmente conoscevo. Nel bel mezzo del discorso mi sentii stanca morta. Perchè mi si chiudevano improvvisamente gli occhi proprio quando c’era tanto da sentire,vedere e odorare?

Mi opposi con tutte le forze a questa inspiegabile stanchezza fino a che la superai. Guardai l’ orologio. Erano le 22 in punto.

Per un anno e mezzo la luce si era spenta a quest’ora e questo condizionamento mi perseguitava anche adesso in libertà. La galera non era ancora passata.

A Karlsruhe conobbi i parenti che appoggiavano i loro figli e parenti in prigione: Wienke la sorella di Ulrike Meinhof, Christiane sorella di Gudrun Ensslin, Nina la madre di Andreas Baader. Là rincontrai anche Gabi ed altri amici della ex SPK che mi avevano visitato in prigione. Discutemmo anche con della gente molto giovane che avevano iniziato ad interessarsi della situazione dei prigionieri e della lotta della guerriglia e che guardavano con gli occhi spalancati quando io “vecchia” raccontavo. Vivevano nei pressi del tribunale e a noi dello sciopero della fame ci facevano dormire da loro.

Di giorno stavamo con gli striscioni davanti al tribunale. Gli avvocati indossavano le toghe nere e i passanti cercavano di attaccar discorso con noi. Anche se si litigava spesso, non sentivo un rifiuto aggressivo. Quello ci sarebbe stato più avanti.

Dopo questo sciopero della fame di 3 giorni, Gabi mi dette del denaro per il primo periodo. Andai in treno a Bonn da mio fratello malato, del quale non avevo più notizie da tanto. Volevo sapere che gli era successo e se potevo aiutarlo. Andai a casa sua ma gli inquilini mi dissero che di giorno seguiva una terapia in ospedale.

Lo trovai in un reparto aperto di psichiatria in un grosso edificio della clinica universitaria. Al vedermi, reagì appena. I suoi movimenti erano lenti ed il suo viso impassibile. Era chiaramente sotto l’effetto di sedativi . Gli chiesi se aveva voglia di vedermi. Annuì, ma dovetti aspettarlo due ore. Non aveva ancora finito la terapia di gruppo. Al tardo pomeriggio andammo in bus a casa, facemmo spesa e cucinammo assieme. Gli domandai della terapia e dell’anno trascorso. Mi rispose in maniera più esauriente e rilassata di ciò che mi fossi aspettata.

Il giorno successivo litigammo di brutto. Gli avevo domandato della sua ragazza di lunga data e della sua separazione da lei. Iniziò a gridare e infuriare, tanto da farmi temere che sarebbe uscito completamente fuori dai gangheri. Senza immaginarlo, avevo toccato il suo punto debole. Da lì non era più possibile parlare con lui. Avevo paura non volendo di provocare delle altre reazioni del genere. Visto che a Bonn non volevo vedere nessun’altra persona rientrata agitata  e triste ad Amburgo. La stavo in un piccolo seminterrato in casa del mio avvocato.

Una volta alla settimana avevo la firma nella questura di quartiere ad Amburgo. Era una misura della condizionale. Quando volevo viaggiare, dovevo fare previa richiesta alle autorità competenti. Se ricevevo il loro benestare dovevo poi firmare nel posto dove andavo.

Nella settimana successiva al mio rilascio si palesarono le conseguenze dell’isolamento. Dopo mesi di innterrotta solitudine , la vita fuori mi metteva di continuo sotto pressione. Interiormente ero molto inquieta e dormivo male. Mi risultava molto difficile concentrarmi e impossibile scrivere. L’ulcera, che già era iniziata durante la prigionia, divenne cronica.

Con l’arresto mi erano andate via improvvisamente le mestruazioni per tutto il periodo di detenzione. Nella settimana successiva al mio rilascio ripresero di colpo.

Chiaramente erano avvenuti in me dei cambiamenti ormonali. La pillola del giorno dopo, che prima potevo prendere senza problemi, non la sopportavo più. Sapevo che ero cambiata ma non sapevo esattamente come.

Vedevo anche che il mondo fuori era cambiato in mia assenza. Dovetti raccogliere tutte le forze per ristabilire relazioni tra questo mondo fuori che era mutato e me.

Mi dette da fare anche il fatto che improvvisamente ero un personaggio pubblico. La mia notorietà era stata creata soprattutto dalla stampa , non come risultato di ciò che effettivamente avevo fatto. Non potevo più andare semplicemente ad ascoltare da qualche parte. Ero vista e trattata come qualcuno di speciale. Ciò rafforzò la distanza che la prigione aveva creato con il mio nuovo ambiente. Dovunque andassi, mi si conosceva. Le massaie con la borsa della spesa mi sorridevano nella metropolitana perchè conoscevano la mia foto dalla BILD ZEITUNG . La gente in strada salutava o ammiccava. Tutti erano amichevoli, nessuno reagiva aggressivo.

Andai ad Augusta da Helma che mi aveva scritto dopo che mi avevano trascinato a forza davanti alla stampa ad Amburgo e da lì si era sviluppata una intensa corrispondenza. Mi aveva anche visitato e inviato regali per compleanno e Natale,dichiarandosi anche mia madre adottiva. Ad Augusta viveva con suo marito e il figlio in un appartamento molto modesto. Era stata malata per molti anni ,quasi paralizzata e in questa città conservatrice si sentiva sola. Attraverso la nostra amicizia aveva riacquistato forza vitale.

Quando attraverso gli spessi occhiali mi fissava con la domanda, sottintesa ma non posta, su cosa avrei fatto ora dopo il rilascio, potevo solo abbracciarla amorevolmente.

Andai anche dal mio ex che adesso viveva con la sua donna a Muenster. Entrambi mi avevano visitato in prigione e mi volevano aiutare. Mi dettero del denaro così che avessi tempo per guardarmi intorno. Ad ogni passo, in ogni viaggio avevo “compagnia”. Quando tornai ad Heidelberg , l’osservazione della commissione speciale del Baden Wuerttemberg era massiva e minacciosa. Mi venivano dietro con l’auto anche nelle zone pedonali e dimostrativamente mi venivano dietro ovunque. Una sera venivo da una casa con Gabi, dove avevamo incontrato alcuni amici ex SPK. Cercammo subito l’auto civetta ma in strada non si vedeva. “Vieni, guardiamo dove stanno” dissi a Gabi. All’incrocio successivo vedemmo in un posto libero, una delle auto che spesso ci aveva seguito. Ci accucciammo pigiandoci contro il muro delle case e strisciammo sino all’auto. Saltammo su accanto a essa . Nell’auto c’erano due sbirri sdraiati sui sedili abbassati, che appena ci videro saltarono su, chiusero i bottoni degli sportelli e partirono a tutto gas. Rimanemmo basite: avevano avuto paura di noi!.

Ad Amburgo l’osservazione era molto più nascosta e mi allenavo a distinguere nella massa di persone e auto attorno a me, quelle che mi seguivano e osservavano. Imparai alla svelta e notai che avevo sviluppato un sesto senso. Persone o auto che più di una volta incrociavano il mio cammino, occhi che apparentemente non fissavano niente di preciso e invece osservavano esattamente movimenti che si svolgevano attorno a me o che si riferivano a me.

La prigione, e in particolare l’isolamento fa crescere un forte bisogno di calore umano e tenerezza. Nell’ultima settimana mi innamorai di Kay. Mi visitò in cella e dopo il mio rilascio divenne il ponte tra dentro e fuori. Kay era più giovane di me ed aveva poche esperienze politiche. Conobbi la sua cerchia di amici. Erano giovani, politicamente interessati ,ma non avevano voglia dei gruppetti ML gerarchici e duri che si erano formati.

Il mio arresto e la prigionia mi resero possibile compiere quelle tappe politiche  che mi mancavano o  avevo bruciato prima di esso. Pensai di unirmi ad uno di quei gruppi coi quali mi ero impegnata dalla cella.

Nell’aprile 1973 ci fu a Francoforte un incontro di avvocati, intellettuali di sinistra, ex prigionieri, parenti dei prigionieri politici. Si doveva fondare un comitato per la difesa dei prigionieri politici. L’idea proveniva da Andreas, Gudrun e Ulrike che avevano preparato un documento al riguardo.

All’incontro ci furono accese discussioni sul concetto di “prigioniero politico”. Era un concetto che divideva i prigionieri o riguardava quelli che erano divenuti criminali per convinzioni politiche?. Io ero contraria al concetto di “prigioniero politico” perchè mi sembrava provocare una divisione con gli altri prigionieri. In seguito capii che la divisione non c’era perchè si chiamavano con dei nomi delle divisioni reali. Nei giorni successivi all’incontro ricevetti una dura critica da Andreas “ Ma cos’hai in testa, di disorientare e bloccare l’incontro perchè non pensi a dove si vuol andare a parare? Chiudi il becco e impara un po!”

Accanto a molti gruppetti, c´ erano allora due grosse organizzazioni che non erano dei partitini dogmatici : Ad Amburgo il Fronte Proletario (PF) con Karl Heinz Roth[12] e a Francoforte il gruppo “Lotta rivoluzionaria”(RK) con Daniel Cohn Bendit e Joschka Fischer. Avevo letto i giornali di questi due gruppi e avevo corrisposto con Stefan e Christiane che vi appartenevano.

Quando andai per la prima volta ad Amburgo ad un incontro del fronte proletario, si svolgeva un’assemblea plenaria. Roth aprì l’assemblea presentandomi e chiedendo di dire qualcosa. Non me lo aspettavo. Ero colta alla sprovvista e soverchiata da quella richiesta. Non avevo esperienze nel tenere discorsi pubblici. Ero andata lì per ascoltare, quindi rifiutai di dire qualcosa. Karl Heinz lo rifidi spesso. Discutemmo sulla situazione dei portuali, tra i quali il PF faceva il suo lavoro politico. In prigione avevo tenuto corrispondenza con un portuale che mi aveva scritto dopo il mio arresto e col quale avevo scambiato molte lettere. Era importante per me parlare con Karl Heinz perchè era uno che la sapeva lunga e voleva anche sapere qualcosa di me. Lui faceva il medico e scriveva libri politici. La sua capacità di lavoro era enorme. Era un intellettuale che voleva trasformare il pensiero in azione.

Poche settimane dopo il mio rilascio ricevetti la notizia per vie traverse che qualcuno della RAF voleva vedermi: Nello “sganciarmi”, così si indicava il seminare chi ti seguiva, dovevo farmi aiutare, così da essere sicuri che nessuno mi seguiva. La notizia mi confuse. In un certo senso pensavo che la RAF dopo gli arresti del 1972 non ci fosse più. Chi era rimasto? Cosa potevano volere da me? Non avevo messo in conto di essere richiesta ad un incontro. Ma non esitai ad accettare. Era lo stesso chi fossero e cosa volessero. Erano miei compagni.

Mi misi al tavolo con Kay a studiare la carta della città ed elaborare un piano. Patrimmo molte ore prima dell’incontro. Andammo in giro con un’auto prestata da amici per individuare le auto civetta e tenerle a distanza. Mi truccai. Ad un posto senza visibilità scesi all’improvviso, camminai spedita in uno stretto passaggio verso la S Bahn ,mentre indossavo un mantello ed una pezzuola. Avevo studiato prima gli arrivi e studiato un piano nel quale non dovevo aspettare a lungo. Cambiai più volte per la U bahn e il Bus con un piano perfettamente elaborato, senza mai aspettare a lungo. Al punto di ritrovo, un paese nei pressi di Amburgo mi sedetti ad una certa pizzeria.

Dieci minuti dopo si sedette al mio tavolo un giovane  alto, magro  con capelli neri, pizzetto e occhiali da sole . Il segno di riconoscimento era “Le Monde”. Abbozzò un sorriso e si tolse gli occhiali. Non lo conoscevo. Voleva sapere come era stata per me la galera, cosa sapevo degli altri prigionieri e ciò che pensavo della situazione politica, se magari conoscevo altri che volevano entrare e avrei dovuto procurare il contatto, se volevo incontrarmi qualche volta con lui. Era chiaramente stanco e nervoso. Guardava spesso agli tavoli e fuori per vedere se eravamo osservati. Ci separammo dopo un’ ora.

Ad Amburgo un eterogeneo gruppo di giovani, tra i quali gli amici di Kay, occuparono un edificio vuoto nella Eckhoffstrasse. Gli occupanti volevano farci un centro giovanile, ma la polizia li sgomberò molto rapidamente ed in maniera brutale. La pesante reazione di polizia e sentato di Amburgo provocò tra molti giovani partecipanti una radicalizzazione. Alcuni di loro entrarono in seguito nella RAF.

Dovo aver conosciuto il Fronte Proletario di Amburgo volevo dar un occhiata anche a Lotta Rivoluzionaria a Francoforte. Arrivata là, Cohn Bendit mi invitò nel suo appartamento. Accettai e rimasi un paio di giorni là.

Viveva con Fischer e altri in un grande vecchio edificio. Feci colazione con loro e a tarda sera andammo per le birrerie. Era difficile discutere concentrati con Cohn Bendit su una questione , perchè per tutti quelli che arrivavano e lo salutavano montava su un teatrino. Non rifiutava a priori la lotta armata a priori in Germania, voleva più che altro discutere il quando e il come. Fischer invece era assolutamente contrario. Alla ragazza di Cohn Bendit interessava di più parlare dell’atteggiamento del suo ragazzo e della sua lotta contro i mulini a vento contro di ciò. Non si sentiva presa sul serio da lui, che faceva le grosse discussioni con gli altri uomini e lei andava bene per il letto e la bua, per quanto appartenesse anche lei al gruppo.

Conobbi molti di Lotta Rivoluzionaria, del gruppo di fabbrica della OPEL e di quello delle donne. Una di loro mi aveva scritto in carcere e io presi parte alle discussioni sulle occupazioni di case. Si trattava di stabilire se le case dovessero essere difese in maniera militante e quale confronto con la polizia si dovesse cercare. C’erano appena stati scontri per una casa occupata.

         note

[1]             I rapporti Kinsey sono due libri sul comportamento sessuale dell’essere umano: Sexual Behaviour in the Human Male (Il Comportamento Sessuale nel Maschio Umano; 1948) e Sexual Behaviour in the Human Female (Il Comportamento Sessuale nella Femmina Umana; 1953), scritti dai Dott.ri Alfred Kinsey, Wardell Pomeroy e altri. Kinsey era un biologo presso l’Università dell’Indiana e il fondatore del Kinsey Institute for Research in Sex, Gender and Reproduction.I risultati del suo lavoro ebbero un’enorme risonanza presso la gente comune e furono immediatamente considerati controversi e sensazionalistici. Essi sfidavano le conoscenze convenzionali sulla sessualità e si occupavano di argomenti che in precedenza erano considerati tabù. La credenza che l’eterosessualità e l’astinenza fossero la norma, sia statisticamente che eticamente, non erano mai stati messi in discussione prima di allora sulla base di una ricerca statistica e scientifica di quelle dimensioni.

[2]    Funkelt mich an

[3]    Augenmensch = lett persona-occhi termine intraducibile. Goethe ad esempio definiva se stesso “Augenmensch“, l’ uomo per il quale “l’ occhio era l’ organo con cui piu’ che con tutti gli altri concepiva il mondo”

[4]    Zurückrotzen (gehörig Bescheid sagen?)

[5]    Avvocato di sinistra primo difensore di Andreas Baader. Negli anni 80 partecipa a „Pflasterstrand“ il giornale di Cohn Bendit a Francoforte scrivendo articoli contro la RAF

[6]             …Questi sono i nostri quadri

[7]    Militante della RAF fu arrestata il 2/3/72. In quell occasione fu ucciso Tommy Weissbecker a cui sarà dedicata una occupazione ancor oggi esistente come progetto politico culturale  nella Wilhelmstrasse 9 a Berlin Kreuzberg.

[8]    kurzschloss

[9]    vergruebeln

[10]  Occorre ricordare per i lettori anarchici che il termine Gewalt qui tradotto nella sua accezione di „violenza“ significa anche Autorità, potere controllo dominio. Es „ potere /violenza dominante

[11] Cantante emigrato nella DDR nel 1953 (il padre era stato trucidato ad Auschwitz) ne fu espulso nel 1976 per le sue critiche al regime. Questo gli da possibilità di far ben presto carriera in Germania Ovest ed negli ultimi anni al pari di noti pennivendoli “ ex tutto” ha difeso gli interventi NATO in Jugoslavia (1999) e Irak (2003) a

[12] 1968 presidente regionale della SDS  ad Amburgo. La crescente pressione statale lo costringe nel 1969 a  sei mesi all’illegalità. Dopo lo scioglimento della SDS si concentra al lavoro rivoluzionario di fabbrica. In questo periodo ad Amburgo nasce il Fronte Proletario. Nel 1975 viene fermato a Colonia assieme ai ricercati Otto Roland e Werner Sauber. Sauber viene ucciso da diverse pallottole della polizia. Roth finisce in galera gravemente ferito, però sopravvive perchè è un dottore e può curarsi nei limiti del possibile. Nel 1978 , dopo un processo durato mesi, viene assolto dall’accusa di tentato omicidio. Nel 1979 Roth inizia la sua collaborazione al mensile teorico della sinistra Autonomie. Oggi collabora con il gruppo “Wildcat”.

  [traduzione e riassunti a cura  di Sergio Rossi]
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