Le stragi poliziesche e… il rapido cambio di posizione della sinistra istituzionale

2 dicembre 1968 – Avola (provincia di Siracusa)

E’ l’alba del 2 dicembre 1968, è sciopero generale. Da quindici giorni l’agitazione va avanti ma gli agrari rifiutano ogni trattativa. Il fronte reazionario agrario siracusano va dalla Confagricoltura nazionale, al Prefetto legato agli agrari, al Ministro dell’Interno Franco Restivo, siciliano e uomo degli agrari.  I braccianti vogliono mettere in discussione le “zone” salariali che dividono la provincia nella zona Nord, quella dell’agrumeto, attorno a Lentini, classificata “A”, con un salario giornaliero di 3.480 lire per sette ore e mezza di lavoro, e la zona Sud, quella dell’ortofrutta, attorno ad Avola, classificata “B”, con il salario di 3.110 lire per otto ore di lavoro.     No alla “gabbia” salariale e aumento della paga del 10%, circa 350 lire giornaliere.  Al centro della vertenza però è l’eliminazione del “caporalato“.

Da Catania arriva il reparto Celere, per disperdere il blocco stradale. I gipponi della Celere sono sulla superstrada e stanno per arrivare. Il funzionario di polizia intima: il blocco va tolto “costi quel che costi”. Gli armati di stato si schierano: prima fila in ginocchio con i lacrimogeni innestati ai moschetti, seconda fila in piedi con fucili e mitra. Iniziano con le bombe lacrimogene, i braccianti rispondono con lanci di pietre, poco dopo parte la fucileria e le raffiche di mitra. I braccianti fuggono e si disperdono nei campi, cercando riparo dietro i muri a secco gli alberi di ulivo, la polizia organizza una feroce caccia all’uomo. Angelo Sigona, 25 anni da Cassibile, viene inseguito, braccato tra gli alberi, fucilato davanti ad un muretto. Raccolto in un lago di sangue da due compagni, morirà dopo due interventi all’ospedale di Noto e di Siracusa. Giuseppe Scibilia, 47 anni da Avola, inseguito a trecento metri dal luogo degli scontri e fucilato a freddo in pieno petto. Una diecina sono i feriti gravi da colpi di arma da fuoco.

Ascolta qui la canzone di Infantino, Del Re e Dario Fo fatta in occasione della “strage di stato” di Avola.

Dopo il massacro di Avola,  su l’Unità dell’8 dicembre 1968:

«…non è un mistero che in certe caserme della Celere, dai tempi di Scelba, sono stati creati dei veri e propri corsi di ‘studio’ il cui scopo è soltanto di istillare nella mente di ogni poliziotto il ‘dovere’ di picchiare operai, manifestanti, di fare piazza pulita a ogni costo. Una scuola dove si insegna soltanto a odiare.[…] E ancora non è un mistero che durante l’addestramento per i ‘caroselli’ delle camionette agli autisti  si fa capire di non andare tanto per il sottile».  

Sullo stesso giornale Terracini scriveva un artocolo dal titolo Disarmatela!:

«“La polizia come strumento di salvaguardia e repressione della criminalità deve evidentemente figurare nell’organizzazione del nostro Stato, ma adeguatamente ridimensionata da quel massiccio organico che essa oggi ha sotto specie di forze di combattimento civile e opportunamente riattrezzata ai suoi scopi essenziali, il che significa largamente disarmata».  

La Cgil indisse uno sciopero per il disarmo della polizia cui parteciparono dodici milioni di lavoratori.

Dopo Avola, Battipaglia: il 9 aprile ’69, a Battipaglia, in provincia di Salerno, la polizia caricò una manifestazione di operai e braccianti e subito iniziò a sparare uccidendo Teresa Ricciardi e Carmine Citro di 19 anni, rimasero feriti molti altri manifestanti. Su richiesta del prefetto erano stati inviati a Battipaglia 120 carabinieri e 160 agenti di Ps; alla fine della giornata i carabinieri erano 300 e gli agenti 700.

Però a Battipaglia la massa della popolazione reagiva alle cariche della polizia; non indietreggiava, ingaggiava una battaglia accanita, furibonda, dava alle fiamme il municipio e la questura, qua e là sorgevano barricate ….

Dopo Battipaglia, Lelio Basso alla Camera dei Deputati:

«…l’intervento della polizia è già di per sé una vera e propria provocazione perché si dimostra che la mentalità dei nostri governanti non è mutata dai tempi passati. Essi continuano a considerare lo sciopero un fattosedizioso».

Più in là si spinge Lucio Libertini alla Camera nel dicembre ’69: 

«Da quando l’ondata di lotte è cominciata, da quando questo movimento civile di rinnovamento del paese è cominciato, la polizia ha fatto di tutto, in tutte le occasioni, per drammatizzare … per esasperarle». 

Dopo l’omicidio del compagno Saverio Saltarelli, ucciso a Milano da un candelotto lacrimogeno sparatogli in pieno petto a pochi metri di distanza, durante una manifestazioni a un anno dalla strage di stato di Piazza Fontana il 12 dicembre ’70, in un documento della Cgil si legge:

«…i lavoratori italiani non assisteranno passivi a questa violenza poliziesca che si scatena sempre contro chi lotta per la libertà».    

L’Unità denunciava collusioni tra neofascisti e forze di polizia in particolare a  Milano.

Nel dibattito alla Camera sui comportamenti polizieschi, dai banchi del Pci

«…è bene che si sappia con chiarezza questo, ditelo alla vostra polizia: non si illuda  che possa continuare quest’opera di violenza e di aggressione senza che gli operaie i giovani rispondano, perché non sono pecore, sono uomini e difendono la loro dignità»

Poi…avviene qualcosa: la svolta

…a partire dal 1973 la strategia del “compromesso storico” spinse il Pci a cercare legittimità tra gli ex-avversari. Proprio nel ’73 Natta sembrò voler smentire tutto quanto affermato in precedenza e, tra gli applausi dei liberali e democristiani, aveva proclamato l’impegno dei comunisti nel difendere la Costituzione contro «i fatti criminali con cui dal 1969, e ora con virulenza nuova, si è cercato di sconvolgere il quadro democratico della vita e della lotta politica, di colpire il movimento operaio e popolare, di scuotere la funzione, l’autorità dello Stato democratico e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni” concludendo “Sia chiaro: c’è un solco che divide noi comunisti da ogni manifestazione teorica e pratica di estremismo….clima di tensione, di paura, di smarrimento, di sfiducia tra la gente  e, ormai, tra le forze dell’ordine».

A Milano il 16 aprile ’75 veniva assassinato dai fascisti il compagno Claudio Varalli, diciassette anni, militante del Mls (Movimento Lavoratori per il Socialismo); il giorno dopo, il 17 aprile, il movimento scendeva in piazza per una manifestazione antifascista di protesta, un camion dei carabinieri travolgeva e uccideva Giannino Zibecchi. Il deputato del Pci Tortorella sottolineò il dovere del governo di «far rispettare la legge e far valere l’ordine democratico” appellandosi alla “unità tra tutte le forze che hanno dato vita al patto costituzionale».

In poco tempo il Pci aveva ribaltato completamente i toni e i contenuti. Nel 1976, il 14 marzo, in occasione di una manifestazione antifranchista sotto l’ambasciata spagnola in Piazza di Spagna a Roma, la polizia sparava e uccideva un passante (Mario Marotta, un anziano signore), nel dibattito parlamentare che ne seguì, il Ministro degli interni  dava atto della “coraggiosa lealtà” della sinistra (Pci) poiché riconosceva che la responsabilità degli avvenimenti era di coloro che avevano lanciato le bombe incendiarie (molotov), ribadendo che, data «l’eccezionale grave situazione di guerriglia urbana… non deve innescarsi un’affrettata polemica sul delicato problema dell’uso delle armi da parte delle forze di polizia»

Nel Pci la svolta era compiuta, e che svolta! Dal disarmo della polizia a giustificare l’assassinio per sostenere il regime franchista. E come succede ai parvenù che vogliono entrare nel salotto buono, quelli delle botteghe oscure, scavalcarono perfino i questori e i prefetti nel giustificare le forze dell’ordine accusate dell’assassinio di Giorgiana Masi; chiesero l’intervento della polizia durante la cacciata di Lama dall’Università di Roma nel febbraio  1977, «i covi dei provocatori devono essere chiusi” e, dopo la morte del compagno Francesco Lorusso a Bologna, ucciso l’11 marzo del ‘77 dal piombo dei carabinieri,  «non pensiamo che in una situazione così difficile si possano mettere troppi argini all’intervento delle forze dell’ordine».

Da allora in poi, la discesa della “sinistra” è stata inarrestabile! 

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4 risposte a Le stragi poliziesche e… il rapido cambio di posizione della sinistra istituzionale

  1. Marco Pacifici ha detto:

    11 aprile 1969:manifestazione a Roma per i nostri morti a Battipaglia:assaltiamo il commissariato in trastevere: il mio primo arresto :a 15 anni all’Aristide Gabelli detto Porta Portese:ottima scuola di Vita :come da Antagonista diventare INCOMPATIBILE ED iRRIDUCIBILE.

  2. sergiofalcone ha detto:

    Chi dice che la politica è una “cosa sporca” non è affatto un qualunquista. Egli dice semplicemente la verità. La bassa politica istituzionale è l’arte, rivoltante come la peste e il tifo, della mediazione, della medietà e dell’intrallazzo.
    Noi, nati a noi stessi nel 1968, la bassa politica l’abbiamo sempre rifiutata, essendo il marxismo, l’anarchismo ed il pensiero critico tutto, in tutte le sue varianti, critica della politica e dell’economia politica. E della vita quotidiana tout court.
    Tutte le organizzazioni storiche e non del movimento operaio hanno subito la stessa involuzione, tradendo i presupposti e le finalità per le quali erano nati. Diventando fatalmente altro. Sostegno feroce d’una nuova burocrazia e di una nuova dominazione di classe.
    Su questo è necessario riflettere. Se siamo ancora in grado di riflettere liberamente.

  3. gianni ha detto:

    Ottima la scaletta offertaci da contromelstrom dal 1968 al 1980 circa il comportamento di una certa “sinistra” di origine marxista-stalinista ed a pagare sono stati sempre gli operai e gli oppositori in generale, ma si potrebbe andare ancora più indietro nel prendere in esame il comportamento dei politici, come mediatori dello scontro di classe nei vari paesi: Kronstad 1921, Spagna 1936, Ungheria 1956, Italia 1943 ed anni seguenti. La scusa è sempre stata la stessa pur di restare al “potere politico” nel gestire lo scontro tra chi ha in mano la finanza e chi non ce l’ha: la “coesistenza pacifica” ai tempi del guevarismo, la ricostruzione dell’Italia dopo il fascismo, “salvare il socialismo (di Stalin) in un solo paese”, lo spettro di un colpo di Stato in Italia…”un passo alla volta, un passo alla volta compagni, anche Roma non fu fatta in un giorno!”; con queste scuse, con queste minacce, con questo plagio delle coscienze, con queste alchimie politiche hanno voluto farci credere che avremmo mescolato l’acqua con l’olio e cioè gli interessi dei padroni con quelli degli sfruttati. I politici non sono mai serviti a nulla se non ad arricchirsi e perpetuarsi, gli Stati invece di estinguersi si sono sempre più rafforzati privilegiando investimenti nelle armi, in ricerca non finalizzata al benessere ed alla salute, facendoci credere che la competizione, anzichè la solidarietà, sia il sale della vita, dell’economia.
    Un tempo, ormai lontano, Lenin diceva: “Solo i mascalzoni o gli imbecilli possono credere o farci credere che il proletariato prenderà il potere sotto il giogo della schiavitù salariata e delle elezioni politiche!!”(Non sono certo che siano le testuali parole di Lenin, ma il senso è quello e vale oggi come allora; Lenin fu tacciato di aver usurpato il trono a Bakunin, ma comunque aveva ragione).
    “Che fare” allora? Rinboccarsi le maniche e riprendere la strada già tracciata nel passato da tanti compagni/e onesti/e, sinceri e concreti, senza compromessi, senza deviazionismi, senza tanti cerebralismi intellettuali, senza attendere “situazioni” (il riferimento al situazionismo è voluto, cari Vaneigem e Debord) e momenti favoravoli ad uno scontro rivoluzionario, e ricordiamoci, come diceva Pisacane, che le idee nascono dai fatti e non questi da quelle!! Gianni Landi

  4. Marco Pacifici ha detto:

    Condivido le parole (come naturalmente ho spedito ovunque questo “articolo” di Salvo) di Gianni:soprattutto sul “Situazionismo” consigliando di andare a vedere cosa scrivevano sul Suicidio:per conto mio quando non avro’ piu voglia di vivere una Vita che ne è valsa la Gioia di esser vissuta, gia mi sono oranizzato(sono biochimico): me ne porto dietro (o davanti…) quanti piu potro’ di infami . Bella la Vita…

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