Ci siamo presi la libertà di lottare…

1969,  ci siamo presi la libertà di lottare

«…A sera quando cessammo ogni resistenza fummo incolonnati, ci fu impedito di prendere qualsiasi vestito od oggetto personale, dovemmo passare attraverso un cordone formato da celerini e guardie carcerarie, i quali cominciarono a percuoterci selvaggiamente con manganellate, pugni, calci, cinghiate,ed alcuni secondini con catene munite di lucchetto all’estremità. […] Il pestaggio era cieco e indiscriminato, il livore, la rabbia sadica, la vendetta si abbatteva contro tutti senza alcuna distinzione tra giovani e vecchi e malati ricoverati all’infermeria del quarto raggio. Parecchi di noi nonostante fossero caduti a terra sfiniti dalle botte, sommersi dall’acqua che fuoriusciva dalle tubazioni ed allagava il pavimento, continuarono ad essere colpiti selvaggiamente alla cassa toracica ed anche alla testa, tanto che gli stessi pompieri accorsi per spegnere il fuoco, cercarono inutilmente di impedire questi gesti inumani. C’è da dire che i pompieri a più riprese manifestarono ad alta voce la condanna delle azioni dei celerini e secondini[…] Sui camions si trovavano persino dei detenuti che indossavano solo le mutande, tutti i visi erano pesti, sanguinanti, gonfi occhi neri, costole incrinate, mal di testicoli, atroci mal di capo…nessuna visita medica.»

[lettera di un compagno dopo la rivolta di San Vittore, aprile 1969]

Pugni chiusi che diventeranno il simbolo di questa lotta portata fin nelle aule dei Tribunali che questi detenuti “comuni”, ormai soggetti politici, utilizzeranno come megafono del significato politico delle loro lotte.  Era solo l’inizio!

Chi leggerà queste righe, 40 o 50 anni dopo, forse non riuscirà a immaginare cosa intendevano i carcerati di allora per carcere fascista e perché ci lottavano contro.

        Eccolo il carcere fascista (non tanto diverso da quello di oggi):

«Nel fascismo, lo Stato incarna il bene comune, lo Stato si identifica col popolo, il delinquente è nemico dello Stato e dunque anche del popolo. La pena deve perciò avere una funzione afflittiva-punitiva e dev’essere esemplare. Il carcere di conseguenza sarà inflessibile e distruttivo nei confronti degli “incorregibili“, flessibile e attenuato per gli altri. “Occorre stabilire norme di vita carceraria che siano bensì idonee ad emendare il condannato, ma non tolgano alla pena il carattere afflittivo e intimidatorio. E perché la pratica resti ferma ed ossequiente al  pensiero del legislatore, ho riconosciuto la necessità non solo di dettare i precetti positivi, ma di formulare altresì una disposizione, che implica il divieto di ogni giuoco, festa o altra forma di divertimento che a quell’austerità possa recare offesa”. (dalla relazione introduttiva al Regolamento carcerario del 1931 predisposto da Rocco, lo stesso che un anno prima aveva firmato il Codice Penale che ancora porta il suo nome, in quanto ancora in vigore).

Nel 1936 viene approvato il Codice di Procedura Penale dove, all’Art.16 si garantiva impunità agli agenti di pubblica sicurezza per fatti compiuti in servizio e relativo all’uso delle armi o altro mezzo di coazione fisica(ricorda Genova 2001; qualcuno dirà: “ma nel 2001 non c’era il regime fascista”! Boh!)

Il Regolamento Carcerario del 1931 suddivide le carceri in tre gruppi:

a= custodia preventiva (giudiziari);       b= esecuzione della pena ordinari (reclusori);       c= esecuzione di pena speciali (le carceri speciali verranno ripristinate nel 1977 in atmosfera di Unità nazionale).   Il regime disciplinare si basa principalmente sul lavoro e sulla religione, con l’appendice dell’istruzione.

Lo stesso Mussolini, nel discorso parlamentare in occasione dell’approvazione del Regolamento Penitenziario, si accanisce contro chi, studiando le carceri, corre il rischio di “vedere questa umanità sotto un aspetto forse eccessivamente simpatico. Credo che sia prematuro abolire la parola pena e credo che non sia nelle intenzioni di alcuno convertire le carceri in collegi ricreativi piacevoli, dove non sarebbe tanto ingrato il soggiorno».

Certo Mussolini era una carogna… però questo concetto fu ribadito nel 1954 da esponenti del governo della Repubblica democratica, leggete:

«la vita del carcere non dev’essere tenuta ad un livello superiore a quella che la non elevata classe di appartenenza  può offrire nella vita libera.»

Nel frattempo era avvenuto un cambio di regime, abbattuto quello fascista, il Paese Italia era stato dichiarato Repubblica democratica antifascista. Ma nelle galere non se ne era accorto nessuno!

«Le punizioni andavano dall’ammonizione del direttore alle celle d’isolamento, ed erano previste sanzioni come il divieto di fumare, di scrivere, di lavarsi, di radersi per alcuni giorni; vi era poi l’interruzione dei colloqui, la sottrazione del pagliericcio, fino al letto di contenzione, il “balilla” (non solo nei manicomi), la camicia di forza e la cella ‘imbottita‘. Molte infrazioni avevano risvolti ‘penali’ ossia facevano scattare denunce e condanne che allungavano la pena spesso in maniera assai superiore a quella per scontare la quale si era venuti in carcere (“si allunga la cavallina“). L’entità delle punizioni era attribuita in maniera del tutto discrezionale dal personale di custodia e dalla direzione, il fine era quello di attuare un    “condizionamento comportamentale”   che  spesso causava  turbe psichiche; ma questo non preoccupava nessuno.»   

Ci sono volute numerose rivolte, costate ai detenuti botte, isolamento, anni di galera e morti per spazzare via un po’ di quella patina di fascismo che gravava sulle carceri italiane

Dopo la RIVOLTA  dell’Aprile  1969:

«…è come se un uragano fosse passato nelle sezioni travolgendo l’ordine carcerario. I cancelli delle celle erano aperti, le pesanti porte di legno scardinate, i lucchetti rotti e gettati sul pavimento. I muri anneriti dal fumo dei materassi bruciati…Altri simboli del potere penitenziario erano stati distrutti durante quella rivolta dell’aprile 1969: l’ufficio matricola, il casellario, i macchinari ai quali i detenuti lavoravano otto ore per un mercede di 350 lire al giorno”».

Quando ancora gli scontri impazzavano a Torino e Milano un’eco giunse dal Sud, da quel carcere giudiziario di Bari con oltre 500 detenuti, sovraffollato e privo dei minimi requisiti igienici. Il 15 aprile i reclusi forzarono i cancelli di tutto il corridoio centrale, appiccarono il fuoco alle lavorazioni e salirono sui tetti dopo aver forato il solaio. Ben presto, la distanza geografica tra Nord e Sud venne colmata, e in decine di carceri, in tutta la penisola e nelle isole, migliaia di reclusi protestavano.   

Le  rivendicazioni erano le stesse delle rivolte del giugno 1968 di Le Nuove, San Vittore, di Poggioreale e dell’Ucciardone…».     

continua…          
vedi anche:  qui   e   qui
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4 risposte a Ci siamo presi la libertà di lottare…

  1. pippo ha detto:

    all’inizio “1069, ci siamo presi la libertà di lottare” credo ci sia un refuso sull’anno indicato

  2. contromaelstrom ha detto:

    Grazie della segnalazione 🙂

  3. gianni ha detto:

    Aggiungerei che dopo il 1969, e prima, ci fu tutto un susseguirsi di rivolte nelle carceri italiane ed ottimo fu il lavoro di Lotta continua nell’accompagnare le rivolte con pubblicazioni come quelle sopra riportate con testimonianze di vari detenuti (Fiorentino Conti, Sante Notarnicola per citare i più conosciuti) che poi dettero luogo ad organizzazioni come i Nuclei armati proletari con l’obbiettivo di dare risonanza alle lotte carcerarie , mettere uno stop ai pestaggi, punire i responsabili-mandanti delle repressioni violente. Ricordo che nel 1979 al culmine delle varie iniziative armate il clima nei carceri di Volterra e delle Murate era accettabile ed alcuni secondini, anche graduati, cercavano una “raccomandazione” tra coloro che ritenevano collegati in qualche modo con le organizzazioni armate!!! nel 1980, quando ci fu riflusso della lotta armata, la “musica cambiò completeamente e ricominciarono i pestaggi, la repressione violenta ecc. Ricordo che l’avvocato Antonino Filastò di Firenze (poi passato al PDL, come Pecorella !!!!) mi disse: “Gianni il clima dentro al carcere di Volterra, dove sei stato, è cambiato completeamente, è arrivata una squadretta di sardi che pestano selvaggiamente e tra i detenuti cominciano a farsi strada (per la libertà!!) dissociati e pentiti (INFAMI!!) che svendono quel patrimonio che bilanciava lo strapotere nelle carceri. Traete voi le vostre conclusioni1Gianni Landi

  4. Pingback: A chi piace il codice fascista? – BUON COMPLEANNO ITALIA! A TE E AL CODICE ROCCO | controappuntoblog.org

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