Perché l’isolamento carcerario?

      …perché l’isolamento carcerario…

«[…] Nel 1790, sotto l’influenza diretta dell’ambiente quacchero, fu inaugurata a Filadelfia la prigione di Walnut Street dove furono internati in solitary confinement i condannati a pena detentiva. La nuova disciplina carceraria si fondò sull’isolamento cellulare continuo dei reclusi, sull’obbligo del silenzio, sulla meditazione e sulla preghiera. In realtà questa forma di esecuzione penitenziaria, che permetteva di ridurre drasticamente le spese di sorveglianza, non fu del tutto originale: la Maison de force istituita in Belgio e il modello del “Panopticon” di Bentham in Inghilterra già preannunziavano l’introduzione del carcere cellulare.

Nell’organizzazione del carcere di tipo filadelfiano le formulazioni più estremistiche del pensiero protestante trovarono piena attuazione. Secondo i riformatori, il solitary confinement era in grado di risolvere ogni problema penitenziario; esso impediva la promiscuità fra i detenuti e permetteva, attraverso l’isolamento continuo, il silenzio e la preghiera, quel processo psicologico di introspezione che veniva ritenuto il veicolo più efficace per il ravvedimento. La religione costituì lo strumento privilegiato per educare alla soggezione e riformare i devianti.

Il sistema filadelfiano fu imitato da numerosi Stati americani ed europei; introdotto in America nel 1796 a Newgate nello Stato di New York, nel 1804 a Charleston nel Massachusetts e a Baltimora nel Maryland, e nel 1803 a Windsor nel Vermont.

 […] Malgrado fosse considerato il sistema di imprigionamento più umano e civile, il tasso crescente dei suicidi e della pazzia tra gli internati, quale effetto diretto dell’isolamento continuo, generarono dubbi e perplessità circa l’efficacia e la capacità rieducativa del sistema. Fu comunque il mutamento nel mercato del lavoro, con un sensibile aumento della domanda ed un conseguente rialzo del livello salariale, che determinò la crisi definitiva dell’esperienza filadelfiana.  Il solitary confinement, infatti, non solo privava il mercato di forza lavoro detenuta, ma attraverso l’imposizione di un lavoro antieconomico, quale era il lavoro svolto dai detenuti all’interno delle singole celle, diseducava e privava gli internati delle loro originarie capacità lavorative.

L’isolamento dei detenuti garantiva l’esercizio di un potere assoluto nei loro confronti, un potere che non poteva essere bilanciato da nessun’altra influenza; la solitudine era infatti la condizione prima della sottomissione totale.  Questa tecnica quacchera, fondata sulla solitudine e sulle cure spirituali ed applicata con successo in America, fu sperimentata anche in Europa ed il cattolicesimo la recuperò presto nei suoi discorsi. Gustave De Beaumont e Alexis de Tocqueville, inviati dal governo francese a visitare e studiare le prigioni statunitensi, individuarono il vantaggio incontestabile del carcere degli Stati Uniti, nella sua capacità di garantire l’isolamento e la separazione dei detenuti.» [da Valentina Panzani, L’Assistenza Religiosa in Carcere. In L’Altro Diritto.

«Il ‘continuum’ temporale che vige in carcere, sganciato com’è dalle scadenze reali significative (emotive, affettive, istituzionali), crea nei soggetti delle reazioni innaturali ad ogni evento. Reazioni di odio, di aspettativa e di ansia assolutamente immotivate rispetto all’avvenimento cui si rivolgono. Pensiamo al colloquio: si attende tutta la settimana per vivere mezz’ora in parlatorio, dove l’ingorgo delle emozioni creerà una situazione irreale e dove si va non solo per consumare pochi minuti in compagnia di persone care, ma per accumulare sensazioni da rivivere per l’intera settimana successiva.

Il meccanismo di fondo utilizzato dall’istituzione è, secondo Masi, quello dello stress. Si fa il vuoto più o meno assoluto nell’individuo e poi lo si riempie di stimoli «esplodenti». E’ la classica goccia d’acqua che cade nel silenzio totale: ogni volta sembra un colpo di maglio. Esiste un legame stretto fra stress e modificazione della “percezione del tempo“. Già i benedettini, con la tipica scansione del tempo monastico, avevano tenuto conto del pericolo di quella che possiamo definire “malattia del tempo”. Alla fantasticheria mistica alternavano infatti il lavoro, il gioco, l’attività libera e anche la socialità, forse più mondanizzata e «aperta» di quanto si sia disposti a ritenere. La sofferenza legale si può considerare perciò non semplicemente malattia delle sbarre, ma malattia del tempo: «La menomazione dello spazio genera senza dubbio ansia, angoscia, senso di soffocamento, che possono sfociare nell’asma, nella stanchezza cronica, nell’astenia; ma la menomazione temporale, a mio avviso, è più grave. La mente, immersa in una dimensione del tempo innaturale, reagisce in modo imprevedibile. C’è chi non esce più dalla cella, neppure durante l’aria. Chi guarda la televisione di notte e dorme di giorno. Chi rifiuta di pensare e chi pensa troppo. Senza considerare le lacerazioni che non sono visibili e che si manifesteranno più tardi, dopo la scarcerazione.»

(da Ermanno Gallo – Vincenzo Ruggiero, Il Carcere Immateriale, -La detenzione come fabbrica di handicap- Ed. Sonda 1989)

«Gettato nella solitudine, il condannato riflette. Posto solo, in presenza del suo crimine, impara ad odiarlo, e se la sua anima non è ancora rovinata dal male, è nell’isolamento che il rimorso verrà ad assalirlo»  (Foucault)

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7 risposte a Perché l’isolamento carcerario?

  1. La solitudine

    io vengo da un altro mondo, da un altro quartiere, da un’altra solitudine.
    Oggi come oggi, mi creo delle scorciatoie. Io non sono più dei vostri.
    Aspetto dei mutanti; Biologicamente me la cavo con l’idea che
    mi sono fatto della biologia: piscio; eiaculo; piango. Innanzi tutto
    noi dobbiamo lavorare le nostre idee come se fossero
    dei manufatti.
    Io sono pronto a procurarvi gli stampi. Ma…

    la solitudine…

    Innanzi tutto le lavanderie automatiche, agli angoli delle strade, sono imperturbabili così come il rosso o il verde dei semafori. I poliziotti del detersivo vi indicheranno dove vi sarà possibile lavare ciò che voi credete sia la vostra coscienza e che non è altro che una succursale di quel fascio di nervi che vi serve da cervello. E pertanto…

    La solitudine…

    La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo “felicità”, perché le parole che voi adoperate non sono più “parole”, ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto. Ma…

    la solitudine…

    Del Codice Civile ne parleremo più tardi. Per ora, io vorrei
    codificare l’incodificale. Io vorrei misurare il pozzo di
    San Patrizio delle vostre democrazie.
    Vorrei immergermi nel
    vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità. La lucidità me la tengo
    nelle mutande.

    Leo Ferrè

  2. contromaelstrom ha detto:

    Grazie Donatella per il bellissimo commento!

  3. Pingback: Perché l’isolamento carcerario? | controappuntoblog.org

  4. sergiofalcone ha detto:

    *

    La mia gratitudine a Donatella, per la citazione, che mi riporta ai miei giorni a Parigi, più felici di quelli che sto vivendo. A Parigi ci son le docce di quartiere, dove mi son lavato accanto a chiunque. Venti minuti di acqua calda, gratis. Ognuno vivendoli nel proprio spazio chiuso. Poveri cristi e viandanti qualunque. Figli di Dio. E c’ero pure io.

    La mia simpatia a Donatella, per la sensibilità. Sensibilità. Virtù rara oggidì. Virtù rara anche tra i compagni. Vivono nella società umana, cinismo e disincanto e fredda ragione. Vivono e prosperano, e si alimentano ovunque. E nessun ambiente ne è immune.
    Sensibilità vuole dire sentire, e sentire nel profondo del proprio animo ed accorarsi per le brutture del mondo.
    Parlo in questo modo, e c’è già qualcuno a dirmi prontamente: “Non ti capisco. Te la prendi per cose che non hanno valore alcuno”. Ed io: “Per te, non avranno valore. Per me son ferite profonde”. Chiodi nella carne.

    Léo Ferré, La solitude

    Je suis d’un autre pays que le vôtre, d’un autre quartier, d’une autre solitude.
    Je m’invente aujourd’hui des chemins de traverse. Je ne suis plus de chez vous.
    J’attends des mutants. Biologiquement je m’arrange avec l’idée que je me fais de la biologie: je pisse, j’éjacule, je pleure.
    Il est de toute première instance que nous façonnions nos idées comme s’il s’agissait d’objets manufacturés.
    Je suis prêt à vous procurer les moules. Mais…

    La solitude…

    Les moules sont d’une testure nouvelle, je vous avertis.
    Ils ont été coulés demain matin.
    Si vous n’avez pas dès ce jour, le sentiment relatif de votre durée, il est inutile de regarder devant vous car devant c’est derrière, la nuit c’est le jour. Et…

    La solitude…

    Il est de toute première instance que les laveries automatiques, au coin des rues, soient aussi imperturbables que les feux d’arrêt ou de voie libre.
    Les flics du détersif vous indiqueront la case où il vous sera loisible de laver ce que vous croyez être votre conscience et qui n’est qu’une dépendance de l’ordinateur neurophile qui vous sert de cerveau. Et pourtant…

    La solitude…

    Le désespoir est une forme supérieure de la critique. Pour le moment, nous l’appellerons “bonheur”, les mots que vous employez n’étant plus “les mots” mais une sorte de conduit à travers lesquels les analphabètes se font bonne conscience. Mais…

    La solitude…

    Le Code civil nous en parlerons plus tard.
    Pour le moment, je voudrais codifier l’incodifiable.
    Je voudrais mesurer vos danaïdes démocraties.
    Je voudrais m’insérer dans le vide absolu et devenir le non-dit, le non-avenu, le non-vierge par manque de lucidité.
    La lucidité se tient dans mon froc.

    *

  5. sergiofalcone ha detto:

    *
    Isolamento.
    Per quanto grave sia stata la sua colpa, chi ha il diritto di imporre a un altro essere vivente la sua distruzione?
    Lo stesso vale per la violenza.
    Io mi rifiuto di essere violento come chi detiene il Potere. L’altrui sofferenza, non la sopporto.
    Si dirà che ho perduto il senso della realtà, che vaneggio. Ma non voglio fare del male a nessuno. Nemmeno “a fin di bene”.
    Siam tutti poveri figli di Madre natura. E dei nostri limiti. Enormi.

    “La violenza è il vitello d’oro della rivoluzione”, Julian Beck, The Living Theatre.

    *

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