NOTIZIE E SENTENZE SUL CARCERE

… quelle che interessano le persone detenute … o in procinto di … esserlo

2017

Non c’è aggravante, quindi niente arresto, se lo spaccio di sostanze avviene nei pressi dell’università.

Corte di cassazione – Sezione VI penale – Sentenza 1° giugno 2017 n. 27458. Lo spaccio nelle vicinanze dell’università non integra la circostanza aggravante che legittima l’arresto e la detenzione in carcere. Al più resta l’obbligo di firma. Questo in estrema sintesi l’importante principio contenuto nella sentenza della Cassazione n. 27458/2017.

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Strumenti di controllo nei posti di lavoro, senza accordo, sono vietati

Corte di cassazione – Sezione III penale – Sentenza 8 maggio 2017 n. 22149. In tema di divieto di uso di impianti audiovisivi e di altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, sussiste continuità di tipo di illecito tra la previgente fattispecie, prevista dagli articoli 4 e 38, comma 1, della legge 20 maggio 1970 n. 300 (cosiddetto Statuto dei lavoratori) e 114 e 171 del decreto legislativo n. 196 del 2003, e quella attuale rimodulata dall’articolo 23 del decreto legislativo 14 settembre 2015 n. 151 (attuativo di una delle deleghe contenute nel c.d. Jobs Act), avendo la normativa sopravvenuta mantenuto integra la disciplina sanzionatoria per la quale la violazione dell’articolo 4 citato è penalmente sanzionata ai sensi dell’articolo 38 citato.

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Anche il sindacato parte civile per reati di omicidio o lesioni colpose

Corte di cassazione – Sezione IV penale – Sentenza 20 aprile 2017 n. 19026. È ammissibile, indipendentemente dall’iscrizione del lavoratore al sindacato, la costituzione di parte civile delle associazioni sindacali nei procedimenti per reati di omicidio o lesioni colpose, commessi con violazione della normativa antinfortunistica, quando l’inosservanza di tale normativa possa cagionare un danno autonomo e diretto, patrimoniale o non patrimoniale, alle associazioni sindacali, per la perdita di credibilità dell’azione di tutela delle condizioni di lavoro dalle stesse svolta con riferimento alla sicurezza dei luoghi di lavoro e alla prevenzione delle malattie professionali.

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E’ evasione non rispondere al citofono per chi sta ai “domiciliari”

Corte d’appello di Cagliari, sentenza 1° febbraio 2017, n. 72. Commette il reato di evasione il soggetto sottoposto agli arresti domiciliari che non risponde al citofono in occasione di un controllo notturno da parte delle Forze dell’ordine. La mancata risposta al citofono per un rilevante lasso temporale, infatti, è indice dell’allontanamento senza autorizzazione dal luogo di esecuzione della misura restrittiva. Nel caso di specie, l’imputato non ha risposto a chiamate ripetute nell’arco di dieci minuti

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Chi sosta dell’auto su un parcheggio per disabili può incorrere nel reato di “violenza privata”

La Corte di Cassazione – Sezione V –  con la sentenza n. 17794 del 7 aprile 2017 ha stabilito che lasciare l’auto in sosta su un parcheggio riservato ai disabili oltre che essere un gesto incivile e imperdonabile costituisce violazione di cui all’articolo 610 del codice penaledelitto di violenza privata“.

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Fare stalking alla moglie in due periodi separati, fa scattare la recidiva

Corte di cassazione – Sezione V – Sentenza 14 aprile 2017 n. 18629. Non può “contare” sul riconoscimento di un unico reato il marito che fa stalking nei confronti della moglie in due tranche: prima della riconciliazione con convivenza e dopo una nuova rottura del rapporto: la ripresa per gli atti persecutori fa scattare la recidiva. Lo ha precisato la Cassazione con la sentenza 18629del 14 aprile scorso.

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Impossibile la sospensione di un sindaco dalle sue funzioni

Con la Sentenza 10940/2017 la Corte di cassazione ha stabilito che la sospensione dalla funzione di sindaco non è possibile. Neppure dopo la legge Severino e la ancora più recente riforma dei reati contro la pubblica amministrazione. Il Codice penale parla chiaro e vieta l’applicazione della misura per tutti gli “uffici elettivi ricoperti per diretta investitura popolare”.

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 Sorveglianza a prova di prevedibilità

di Marina Castellaneta   Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2017

Corte europea dei diritti dell’Uomo – Grande Sezione – Sentenza 23 febbraio 2017 – Ricorso n. 43395/09. Le misure di prevenzione possono essere applicate, ma a patto che la legge fissi in modo chiaro le condizioni, per garantirne la prevedibilità e per limitare un’eccessiva discrezionalità nell’attuazione. Lo ha stabilito la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza di parziale condanna all’Italia pronunciata ieri (ricorso n. 43395/09). A rivolgersi a Strasburgo, un cittadino italiano colpito per due anni da una misura di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e obbligo di soggiorno secondo la legge n. 1423/1956, poi modificata dal Dlgs n. 159/2011.
Prima di tutto, la Grande Camera, il massimo organo giurisdizionale della Cedu, ha stabilito che la misura di prevenzione della sorveglianza speciale imposta al ricorrente non era equiparabile a una privazione della libertà personale, con la conseguenza che non è stato violato l’articolo 5 della Convenzione europea sul diritto alla libertà personale. Detto questo, però, Strasburgo ritiene che l’applicazione di misure che comportano l’obbligo o il divieto di soggiorno deve essere valutata in relazione all’articolo 2 del Protocollo n. 4 sulla libertà di circolazione. È vero – scrive la Grande Camera – che le misure avevano un fondamento nella legge, ma la loro applicazione era legata a un apprezzamento in prospettiva dei tribunali nazionali tanto più che la stessa Corte costituzionale non ha identificato con certezza la nozione di “elementi di fatto” o i comportamenti specifici da classificare come indice di pericolosità sociale. Così, non è stato rispettato il requisito della prevedibilità sia con riferimento ai destinatari delle misure di prevenzione, sia per le condizioni richieste. Quello che non convince la Corte è l’applicazione di misure preventive senza che gli individui possano sapere con chiarezza quali comportamenti, ritenuti pericolosi per società, possono far scattare l’applicazione dei provvedimenti. Di conseguenza, poiché la legge in vigore all’epoca della vicenda non aveva indicato con precisione le condizioni di applicazione e, tenendo conto dell’ampio margine di discrezionalità concesso alle autorità nazionali competenti, l’Italia ha violato la Convenzione, con un’evidente ingerenza nel diritto alla libertà di circolazione. Tanto più che al ricorrente non era stato imputato un comportamento o un’attività criminale specifica perché il tribunale competente aveva soltanto richiamato il fatto che aveva frequentazioni assidue con criminali importanti. La decisione, così, è stata fondata sul postulato di una tendenza a delinquere. Di qui la conclusione che la legge in vigore all’epoca dei fatti non offriva una garanzia adeguata contro ingerenze arbitrarie. La Corte, invece, ha respinto il ricorso per violazione delle regole sull’equo processo e sull’assenza di rimedi giurisdizionali effettivi.

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Reato di evasione per chi si allontana dai domiciliari per andare in ospadale

Corte d’Appello di Roma – Sezione 3 – Sentenza del 7 novembre 2016 n. 9221. Scatta il reato di evasione per chi si allontani dalla abitazione in cui si trova costretto agli arresti domiciliari per andare in ospedale per una “banalissima visita specialistica di controllo”. Lo stabilito la Corte d’Appello di Roma, con la sentenza del 7 novembre 2016 n. 9221, respingendo il ricorso di una donna con numerosi precedenti penali, anche specifici, che aveva impugnato la decisione invocando lo stato di necessità a causa di un malore.

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Il magistrato di sorveglianza non può adottare un provvedimento disciplinare senza instaurare un contraddittorio

Corte di Cassazione. Prima Sezione Penale. Sentenza 3801 del 6 dicembre 2016. Deposito n. 7327 del 15 febbraio 2017. Il magistrato di sorveglianza non può adottare “de plano” un provvedimento disciplinare nei confronti del detenuto (5 giorni di esclusione dell’attività comune, per il rifiuto a sottoporsi ad una perquisizione corporale) senza instaurare un contraddittorio e discussione in udienza camerale

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Il risarcimento spetta al detenuto/a anche se scarcerato/a

Corte di CassazioneSentenza 5515/2017. Anche chi è stato già scarcerato può ottenere il risarcimento del danno per il trattamento disumano cui è stato sottoposto in carcere. Diverso era stato il parere del Tribunale di Sorveglianza di Roma che aveva rigettato il ricorso di un detenuto, perché nel frattempo era subentrata la scarcerazione.
Ma la Cassazione invece afferma: “Compete al magistrato di sorveglianza disporre, a titolo di risarcimento del danno, una riduzione della pena detentiva ancora da espiare pari, nella durata a un giorno per ogni dieci durante il quale il detenuto ha subito pregiudizio, oppure attraverso la liquidazione in denaro di 8 euro giornaliere“. Come stabilito dal Decreto Legge 92/2014 (convertito nella legge 117/2014), che disciplina i rimedi risarcitori in favore dei detenuti che hanno subito un trattamento in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

In particolare, come già rimarcato dalla Corte Costituzionale nel 2016 (con la sentenza 204), le sollecitazioni rivolte allo stato italiano nella pronuncia della Corte di Strasburgo hanno riguardato l’introduzione di procedure accessibili ed effettive: idonee, cioè, a produrre rapidamente la cessazione della violazione, anche nel caso in cui la situazione lesiva fosse già cessata e ad assicurare con rapidità e concretezza forme di riparazione adeguata.

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La mania di Facebook lo porta in carcere

La Corte di Cassazione, seconda sezione penale, con la sentenza n. 46874/2016 ha rigettato l’impugnazione del detenuto contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva confermato l’aggravamento della misura custodiale, da domiciliare a inframuraria (in carcere), in seguito a violazioni delle misura domiciliare ritenute gravi: i giudici di merito hanno valutato, infatti, un messaggio inviato su Facebook dall’uomo alla vittima della condotta illecita, dai connotati intimidatori.

Infatti, la prescrizione di non comunicare con persone estranee deve essere inteso nel senso di un divieto non solo di parlare con persone non conviventi, ma anche di stabilire contatti con altri soggetti, sia vocali che a mezzo congegni elettronici.

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2016

Askanews, 3 settembre 2016

Il ministro Orlando convoca gli “Stati generali della lotta alla criminalità organizzata”

“Non ci rassegniamo a una cultura omertosa ancora presente”. “Abbiamo deciso di convocare un percorso di discussione e riflessione nel quale chiameremo persone di mondi diversi a confrontarsi sul tema di cosa è oggi la mafia e come la si può contrastare: abbiamo definito questo percorso gli “Stati generali della lotta alla criminalità organizzata”.

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Dire, 5 settembre 2016

Martedì 6 settembre alle 16, presso la sala Livatino in via Arenula, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, la Garante per l’Infanzia e l’adolescenza Filomena Albano e la Presidente dell’associazione Bambinisenzasbarre onlus Lia Sacerdote sigleranno il rinnovo del protocollo d’intesa “Carta dei figli di genitori detenuti”. Parteciperanno, per il dicastero della Giustizia, il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, il capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Santi Consolo e il capo del dipartimento per la giustizia minorile e di comunità Francesco Cascini.

(per leggere la “Carta dei figli di genitori detenuti”:

http://www.bambinisenzasbarre.org/carta-dei-diritti/

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La Provincia di Biella, 3 settembre 2016

Biella: l’ex detenuto “avevo un tumore e in carcere non mi hanno curato”. Ora è morto.

“Mi chiamo Ioan Gal, sono in fin di vita e vorrei raccontare la mia storia”. Più che una storia sembra un incubo quello vissuto dall’uomo di 51 anni che ci chiede di incontrarlo mentre si trova ricoverato all’Hospice “L’Orsa Maggiore” di Biella. Vuole raccontare la sua versione dei fatti.

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cagliaripad.it, 8 settembre 2016

E’ morta Stefanina Malu la reclusa, di 83 anni, più anziana d’Italia. Aveva lasciato di recente il carcere di Cagliari-Uta a causa delle sue gravi condizioni. E una settimana fa era tornata a casa in stato di detenzione domiciliare dopo un ricovero ospedaliero. Il decesso è avvenuto nel nosocomio San Giovanni di Dio a Cagliari dove è stata portata con un’ambulanza in seguito a un malore verificatosi nella sua dimora. “Si chiude così la vicenda di ‘nonna galera’ che negli ultimi mesi aveva suscitato vivaci reazioni nell’opinione pubblica, ha sottolineato Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme, che ha appreso dalla figlia Angela la notizia….

Domandiamoci: perché in questo paese c’è un diritto che costringe una donna di 83 anni in carcere? Forse dovremo liberarci di questo diritto, non invocarlo continuamente!

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Carceri e sistema penitenziario. Permessi – Permesso di necessità – Concessione – Presupposto – Solo in caso di evento unico – Esclusione – Concessione anche nell’ipotesi di vicenda familiare particolarmente grave – Ammissibilità – Condanna per omicidio del richiedente – Irrilevanza.

Il permesso di necessità va concesso al detenuto non solo in ipotesi di evento unico, ma anche nel caso di vicenda familiare particolarmente grave e non usuale, idonea a incidere profondamente nella vicenda umana del detenuto e nel grado di umanità della stessa sanzione detentiva. Ne consegue che rientra in questa nozione anche la grave malattia che affligge la moglie di un detenuto anche se questo è stato condannato per omicidio.

  • Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 1 settembre 2016 n. 36329.

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Sicurezza pubblica a forze di polizia. Misure di prevenzione – Pericolosità sociale – Presupposto ineludibile della confisca di prevenzione – Pericolosità qualificata – Ablazione dei beni – Accertamento da parte del giudice – Accertamento del percorso esistenziale del proposto – Pericolosità limitata a un solo anno – Sopravvivenza del clan e assenza di un atto di dissociazione – Sufficienza ai fini della misura – Esclusione.

In tema di misure di prevenzione la pericolosità sociale, oltre a essere presupposto ineludibile della confisca di prevenzione, è anche misura temporale del suo ambito applicativo. Ne consegue che, con riferimento alla pericolosità generica, sono suscettibili di ablazione soltanto i beni acquistati nell’arco di tempo in cui si è manifestata la pericolosità sociale, mentre, con riferimento alla cosiddetta “pericolosità qualificata”, il giudice dovrà accertare se questa investa, come ordinariamente accade, l’intero percorso esistenziale del proposto, o se sia individuabile un momento iniziale e un termine finale della pericolosità sociale, al fine di stabilire se siano suscettibili di ablazione tutti i beni riconducibili al proposto ovvero soltanto quelli ricadenti nel periodo temporale individuato. Pertanto, a fronte di una pericolosità limitata a un solo anno, è alquanto riduttivo rapportare la pericolosità attuale del proposto alla sopravvivenza del clan e all’assenza di un atto di dissociazione.

  • Corte di Cassazione, sezione I, sentenza settembre 2016 n. 36640.

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Corte di Cassazione – Sezioni unite penali – Sentenza 1° settembre 2016 n. 36272. La messa alla prova va applicata ai reati con una pena- base massima fissata a quattro anni, senza che nel conto possano pesare le aggravanti, neppure a effetto speciale. Le Sezioni unite della Cassazione, con la sentenza 36272, dirimono il contrasto sul punto, abbracciando la tesi meno restrittiva e valorizzando il fine deflattivo di un istituto teso alla risocializzazione della persona.

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Nova, 12 settembre 2016

In occasione di Eid al-Adha, la Festa islamica del Sacrificio, il re Mohammed VI, ha graziato 698 detenuti in Marocco. Lo ha annunciato in una nota il ministero della Giustizia di Rabat. Si tratta di persone che hanno commesso reati di vario genere, molti dei quali erano però già in libertà condizionata ed hanno usufruito di uno sconto di pena mentre erano in 526 quelli in carcere che domani celebreranno la ricorrenza religiosa con le loro famiglie. Il re del Marocco oltre ad essere capo dello stato è anche un leader religioso nel suo paese e quindi può fare questo genere di concessioni in occasione delle ricorrenze religiose.

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La Tribuna di Treviso, 12 settembre 2016

I ragazzi ingoiano lamette, gridano e si azzuffano. Finiti all’ospedale, creano scompiglio nel reparto tra i pazienti.[…]  all’Istituto penitenziario minorile di Treviso, venerdì mattina, tre giovani detenuti hanno messo in atto una singolare forma di protesta che ha provocato parapiglia e caos prima all’interno della struttura per minori di Santa Bona e poi, successivamente, all’ospedale “Ca Foncello”.[…]

I protagonisti sono tre giovani reclusi nell’Istituto penale minorile di Santa Bona: un mestrino, un palermitano ed un tunisino. Tre giovani già noti per aver creato problemi in passato all’interno della struttura. Venerdì mattina, secondo le poche notizie filtrate sulla vicenda, hanno creato scompiglio e rissa all’interno della struttura. “Sono stati momenti di grande tensione e pericolo, – spiega in una nota stampa Donato Capece, segretario generale del Sappe, sindacato autonomo della polizia penitenziaria – gestiti però con grande coraggio e professionalità dai poliziotti penitenziari….

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 Corte Ue – Sentenza 165/14 del 13 settembre 2016. Stop a espulsioni automatiche e a provvedimenti di diniego al permesso di soggiorno di cittadini extra Ue, familiari di cittadini di Paesi membri, senza una valutazione del livello di pericolosità sociale dell’interessato. Solo nei casi di una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave per un interesse fondamentale dello Stato membro ospitante, le autorità nazionali possono negare il permesso di soggiorno o procedere all’espulsione di un cittadino di uno Stato terzo che ha l’affidamento esclusivo dei figli, cittadini Ue. È la Corte di giustizia dell’Unione europea a stabilirlo, con due sentenze depositate ieri (C-165/14 e C-304/14).

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Medicina penitenziaria. 5mila detenuti con Hiv, su 99.446 transitati nelle carceri nel 2015

quotidianosanita.it, 15 settembre 2016

Nel corso del 2015 sono transitate all’interno dei 195 istituti penitenziari italiani quasi centomila detenuti, per l’esattezza 99.446 individui. Sulla base di numerosi studi nazionali di prevalenza puntuale, si stima possano essere circa 5.000 gli HIV positivi, circa 6.500 I portatori attivi del virus dell’epatite B e circa 25.000 i positivi per il virus dell’epatite C. Uno dei problemi principali è che circa la metà di questi sono ignari della propria malattia, ovvero non si sono dichiarati tali ai servizi sanitari penitenziari. È scientificamente dimostrato che la trasmissione di queste infezioni (Hiv-Hbv-Hcv) è 6 volte più frequente da pazienti inconsapevoli rispetto a quelli che ne sono a conoscenza.

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L’indennizzo applicabile anche agli ergastolani

Con recente sentenza n. 2014 del 21 luglio 2016, la Consulta ha stabilito che la riparazione effettiva delle violazioni dei principi della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), resa effettiva a seguito del sovraffollamento, è applicabile anche alle persona detenute condannate all’ergastolo.

Il decreto-legge 26 giugno 2014, n. 92, convertito, con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 117 ha introdotto, come noto, una inedita previsione in seno alla disciplina dell’ordinamento penitenziario. In particolare, con l’articolo 35-ter, ha tipizzato rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nei confronti di soggetti detenuti o internati.l’articolo 35-ter.

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Vietato il controllo indiscriminato su email e internet dei dipendenti

Verifiche indiscriminate sulla posta elettronica e sulla navigazione nella rete del personale sono in contrasto con il Codice della privacy e con lo Statuto dei lavoratori. Questa la decisione adottata dal Garante della privacy con il parere n. 5408460/2016 che ha vietato a un’università il monitoraggio massivo delle attività in internet dei propri dipendenti.

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Pesaro: Eneas, suicida dopo 5 mesi in cella. Per il Gip il caso non va archiviato

Accolta l’opposizione dell’avvocato Fabio Anselmo alla richiesta del pm di chiudere il caso.

Il gip di Pesaro ha accolto l’opposizione alla richiesta di archiviazione del pubblico ministero in merito all’indagine per “istigazione al suicidio” sulla morte in carcere del 29enne Anas Zamzami. Ad annunciare la notizia è l’avvocato difensore Fabio Anselmo.
“Si tratta di una morte annunciata di uno dei tanti detenuti delle nostre carceri”, spiega l’avvocato. Infatti molti sono i decessi che non a caso vengono definiti “morti di Stato”. Si entra vivi nella sua istituzione (carcere) e se ne esce morti: quando lo Stato priva la libertà dell’uomo, per qualsivoglia motivo, è obbligato a farsi garante della sua incolumità, fisica e psichica. Se questa garanzia viene meno, lo Stato che non sa tutelare l’uomo com’è suo diritto esigere e suo dovere fare, è colpevole.
E questo vale anche per Anas Zamzami, da tutti conosciuto come Eneas, detenuto per il reato di falsa identità e resistenza a pubblico ufficiale, reati commessi nel 2011, e in relazione ai quali è stato condannato a dodici mesi di reclusione. Una condanna da scontare in carcere nonostante che la legge del 2010, “Disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi”, preveda appunto la detenzione domiciliare. Per lui non vale: è in cella da cinque mesi. Sette mesi ancora da passare. Ma Anas non ce la fa e secondo la versione ufficiale, la notte tra il 24 e il 25 settembre del 2015 si toglie la vita. Come mai?
L’avvocato Fabio Anselmo spiega perché si tratta di una morte annunciata. Anas entra in carcere il 15 aprile 2015 e presto le sue condizioni peggiorano rendendo necessari numerosi e continui ricoveri in ospedale. Finalmente il 31 agosto viene trasferito al centro di osservazione psichiatrica di Ascoli su provvedimento urgente del giudice di sorveglianza del 4 agosto. Infatti lo stesso centro clinico del carcere di Pesaro riconosce “il venir meno della compatibilità con questa casa circondariale”. Inspiegabilmente il centro di osservazione psichiatrica di Ascoli, dopo nemmeno un mese rispedisce indietro al carcere di Pesaro Anas. Sarebbe guarito. Ma Anas non vuole tornare a Pesaro, in un ambiente peraltro riconosciuto incompatibile con le sue condizioni di salute mentale.
Le lettere di Anas con le quali disperatamente chiede invano di non tornarci fanno venire i brividi. Il 25 settembre il “pacco-detenuto” Anas Zenzami – così lo definisce l’avvocato Anselmo che rende l’idea di come vengono trattati i detenuti – viene riconsegnato alla casa circondariale di Pesaro. Il 25 settembre Anas Zenzami, cittadino del Marocco, viene trovato morto impiccato nella sua cella. Ora grazie all’opposizione, l’indagine continua per altri sei mesi. Il giudice Giacomo Gasparini invita il pm a proseguire le indagini e valutare se ci sia stata effettivamente l’incompatibilità con la permanenza in carcere e, in caso positivo, quali misure non sono state intraprese per scongiurare il suicidio.

di Damiano Aliprandi  –   Il Dubbio, 17 settembre 2016

vedi post su Eneas qui qui  qui

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Detenuto tenta di impiccarsi al carcere di Regina Coeli a Roma

Nel corso della giornata di sabato 17 settembre 2016, un detenuto ha tentato di impiccarsi nel carcere di Regina Coeli. Come riferito da Massimo Costantino, segretario della Cisl-Fns, l’intervento di un agente ha evitato conseguenze peggiori e l’uomo è stato salvato. Si tratta dell’assistente capo di sezione che è intervenuto in tempo. Secondo Costantino, comunque, sono quasi mille i detenuti del carcere romano e il sovraffollamento non può più essere sostenuto.

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 Non è reato coltivare una piantina di marijuana sul balcone.

Così ha deciso la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, nella sentenza 40030 pubblicata oggi 27/9/2016.
Il tribunale di Siracusa il 16 febbraio scorso aveva deciso il “non luogo a procedere” per un signore di Siracusa trovato con una piantina di canapa indiana sul terrazzo. Per il tribunale, la concentrazione del principio attivo (il Thc era parti all’1,8%) e la presenza di un’unica pianta permettevano di escludere la diffusione della droga leggera, sufficiente per uso personale. Una decisione contro cui si è opposto il procuratore della repubblica per violazione della legge penale, in particolare degli articoli 425-428 del Codice di procedura penale. Secondo il procuratore la condotta andava sanzionata in base alla tipologia di pianta, alla quantità di principio attivo sopra i minimi di legge, al peso della piantina pari a 312 mg contro il limite dei 25 mg previsto dalla legge e al fatto che era già alta un metro pur non essendo arrivata a completa maturazione.
La sentenza – La Cassazione rigetta il ricorso ritenendo una sola piantina coltivata su un terrazzo in un contesto urbano non è in grado di incrementare il mercato delle sostanze stupefacenti. La Cassazione rigetta il ricorso perché esclude “… che da questa coltivazione possa derivare quell’aumento della disponibilità della sostanza e quel pericolo di ulteriore diffusione che sono gli estremi integrativi della offensività e punibilità della condotta ascritta”.

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corrieresalentino.it, 4 ottobre 2016

Lecce: 38enne si uccide col gas della bomboletta in dotazione ai detenuti

Il dramma si è consumato nel penitenziario di Lecce ieri 4 ottobre, Un uomo di 38 anni, Mauro Z. di Campi Salentina, si è tolto la vita nel reparto di infermeria della casa circondariale leccese di Borgo San Nicola, respirando il gas dalla bomboletta da campeggio in dotazione ai detenuti. Il suicidio è avvenuto ieri 4 ottobre durante la notte.

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Status di rifugiato a vittime di persecuzioni causa del proprio orientamento sessuale

Corte di Cassazione – Sezione VI – Sentenza 4 agosto 2016 n. 16361. Per ottenere il beneficio della protezione internazionale a causa della propria condizione omosessuale, il richiedente non può limitarsi ad esibire un racconto contraddistinto da genericità e stereotipia dovendo offrire allegazioni specifiche, concrete e chiare anche per consentire al giudice di attivare i propri poteri officiosi. La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16361 resa il 4 agosto 2016, torna ad occuparsi di onere della prova che il richiedente deve soddisfare al fine di vedersi riconosciuto lo status di rifugiato poiché persona vittima di persecuzione a causa del proprio orientamento sessuale.

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Il matrimonio e l’effettiva convivenza con una cittadina italiana non evitano la revoca del permesso di soggiorno allo straniero che commette una rapina. La Corte di cassazione, con la sentenza 19337, respinge il ricorso di un cittadino tunisino che protestava contro il provvedimento del questore che aveva “annullato” il suo permesso a restare in Italia per motivi familiari, dopo la condanna definitiva. Secondo il ricorrente il sì con un’ italiana creava un suo diritto a restare nel territorio, in nome dell’unione familiare, che poteva essere sacrificato solo se era in gioco la sicurezza dello Stato.
Per la Cassazione però le cose stanno in modo diverso. La titolarità del permesso di soggiorno – spiegano i giudici -consente a chi ne è in possesso di esercitare molti diritti, anche sociali, benefici che devono essere mantenuti rispettando le regole di convivenza civile, soprattutto in relazione alle violazioni delle norme penali. E la verifica sull’osservazione delle norme è stringente e basata sul caso concreto alla luce della condotta complessiva. La pericolosità sociale del cittadino straniero, può essere desunta anche da reati che mettono a rischio l’incolumità pubblica come la rapina, soprattutto se continuata come nel caso esaminato. A questo il ricorrente aggiungeva la mancanza di un lavoro fisso. Dalla sua il cittadino tunisino aveva una promessa di impiego non ancora concretizzata, un’attività di volontariato presso una Onlus e una donna italiana che lo aveva sposato e con la quale conviveva. Ma per i giudici prevale la pericolosità sociale.

Il Sole 24 Ore, 17 ottobre 2016

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MONSELICE. Sessantenne  ricoverato nel reparto di Psichiatria dell’ospedale Madre Teresa di Calcutta, a Schiavonia, e sottoposto a un Tso (trattamento sanitario obbligatorio), è  deceduto a poche ore di distanza.

http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2016/11/03/news/obbligato-al-ricovero-e-muore-e-giallo-1.14354503?ref=hfmppdec-4

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