Recensione del libro: “Esclusi dal consorzio sociale”

Ho finito di scrivere un libro e lo regalo a chi vuole leggerlo. Il libro lo pubblico su questo Blog,  di seguito a questa …

Di seguito una recensione del tuo bel libro pubblicata su Lotta Continua:

Queste pagine raccontano ciò che si svolge in un carcere senza nome, ma concreto, reale, un
carcere dei nostri giorni”; inizia così “Esclusi dal consorzio sociale”, l’ultimo lavoro di Salvatore Ricciardi, che ci conduce all’interno di un mondo trascurato eppure pulsante di vita, dando voce a chi voce non ne ha.
Il racconto si apre con un suicidio, uno dei tanti ad affliggere le carceri italiane, che segna un punto di non ritorno per i detenuti protagonisti di questa storia. L’esigenza di dare una risposta concreta a una vita spezzata dalla detenzione anima le discussioni e le azioni di Nicco, giovane militante di un centro sociale da poco in carcere, Giggi, arrestato per essere fuggito da una comunità di recupero per tossicodipendenti, Nabil, dentro in quanto promotore delle proteste dei braccianti agricoli del Sud Italia, e altri detenuti di lungo corso: Sergio e Marcello, che hanno vissuto movimento dei detenuti degli anni ’70 e ’80, Ciccio, Emilio, Er Faina e gli altri.
Attraverso le loro voci il racconto copre una settimana di vita all’interno della sezione penale del penitenziario, scandita da sveglie, conte, perquise e ore d’aria. La metodica gestione del tempo, con la sua funzione disciplinante e spersonalizzante, non riesce però a spezzare la voglia di resistenza dei detenuti, perché’ il carcere “devi affrontarlo, non puoi schivarlo” come insegnano i vecchi ai nuovi arrivati.
La differenza di età e di percorsi di vita dei protagonisti garantisce alla narrazione una polifonia che intreccia le rivolte carcerarie degli anni ’70 e le desolate periferie contemporanea, le lotte contro il caporalato dei braccianti stranieri e la questione della tossicodipendenza. La necessità di elaborare una risposta collettiva a una situazione ormai insostenibile, come tristemente sottolineato dall’ennesimo suicidio, permette ai detenuti di sentirsi protagonisti della propria storia, uscendo dal paradigma vittimario tanto caro ai “bravi cittadini [che] si indignano per le condizioni vergognose del carcere, lo criticano, ma non lo mettono in discussione. Vogliono che il carcere rimanga come spartiacque tra il mondo del giusto e il mondo dell’errore”. Non si tratta di recitare la parte dei malfattori pentiti ma di ottenere il rispetto della dignità umana che neppure la carcerazione può cancellare.
Con il procedere della storia, l’autore introduce una cartografia del mondo carcerario, fatto di
suoni da decifrare, come l’intensità della battitura mattutina, linguaggi ellittici e codici di condotta da comprendere in fretta; una vera e propria didattica carceraria, che ancora la vicenda a una realtà vissuta in prima persona da Ricciardi e magistralmente descritta a uso e consumo dei lettori.
Ed è attraverso questa lotta, elaborata attraverso il confronto continuo tra i detenuti, ognuno con la propria storia e posizione, che il suicidio iniziale diventa un punto di partenza e non un atto di resa al sistema.
Nel libro, scaricabile sul sito Contromaelstrom, vengono toccati anche altri aspetti della vita
carceraria, come l’abuso di psicofarmaci a cui vengono indotti i prigionieri nell’illusione che
l’intorpidimento della mente avvicini il momento della liberazione e il rapporto tra
psichiatrizzazione del disagio e istituzioni di controllo. Non manca poi l’analisi dell’individualizzazione dei percorsi premiali, che vengono concessi “solo a chi accetta il dogma del trattamento individuale”, in ottemperanza all’individualismo che è il cardine antropologico della contemporaneità. Viene inoltra affrontato il tema della segmentazione identitaria dei prigionieri perché, che seppur vietata dai regolamenti penitenziari viene quotidianamente utilizzata perché’ raggruppare i detenuti per provenienza geografica “crea ostilità tra i vari raggruppamenti regionali e contrasta l’unità della popolazione prigioniera necessaria per proteste e lotte”.
In filigrana, a fare da collante all’intero racconto, lo scontro incessante tra il carcere e il detenuto, attraverso cui è possibile leggere le comuni tendenze di sviluppo del modo di produzione e dei
rapporti sociali. Riprendendo Foucault, forte della propria esperienza, l’autore ci mostra come “Il terreno conteso tra il sistema carcere e il prigioniero stesso” è il corpo del detenuto. I ritmi del carcere (come quelli della produzione) plasmano il corpo del carcerato, che diventa “un campo di battaglia” sul quale si combatte per prenderne il controllo, con i prigionieri che lottano per mantenere la propria autonomia.
E in questa battaglia ci sono stati momenti, come gli anni ’70, in cui i” dannati della terra” sono passati all’offensiva, sia nel mondo dei rapporti di produzione che in quello carcerario. Come sappiamo, lo Stato è uscito vittorioso, e gli sconfitti nei caceri e nei luoghi di produzione e riproduzione hanno pagato un prezzo altissimo. Come dice Sergio, uno dei protagonisti del libro, “hanno dovuto uccidere la voglia di vivere, che poi non è altro che voglia di agire e di lottare. Sono stati frantumati i percorsi collettivi e è stato imposto l’individualismo, così c’è stata un’impennata di suicidi. Hanno pugnalato l’ironia e infestate le celle con la disperazione e la sfiducia nella lotta”.
Ma, come insegnano i protagonisti di questo bellissimo libro, c’è sempre possibilità di riscatto e ripresa!
Lorenzo
Redazione pisana di Lotta Continua

il libro è  qui

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