Iran: 54.000 persone detenute scarcerate e ai domiciliari per impedire il contagio

(ANSA) – ISTANBUL, 3 MARZO

Le autorità iraniane hanno stabilito il trasferimento di 54 mila detenuti agli arresti domiciliari per evitare i rischi di diffusione del contagio da coronavirus (Covid-19) nelle carceri. Lo ha annunciato il portavoce della magistratura di Teheran, Gholamhossein Esmaili, spiegando che il relativo ordine è stato firmato la scorsa settimana dal responsabile della magistratura Ebrahim Raisi.

Di questa notizia non si trova traccia né nessun commento sui giornali. Eppure potrebbe essere un buon insegnamento per gli stati occidentali. A me non piace il regime teocratico iraniano, ma il popolo persiano, forse il più antico ancora esistente delle grandi culture del passato, ha dato spesso prova di grande apertura mentale.  Sarebbe opportuno che quegli stati sempre pronti a giudicare e condannare, questa volte seguissero l’esempio iraniano.

Mauro Palma: “Carceri dimenticate nell’emergenza coronavirus”– estremeconseguenze.it, 3 marzo 2020  –  Dei detenuti interessa poco in tempi normali, figuriamoci in questi giorni. “Non c’è nessun provvedimento nazionale in atto – dice il Garante nazionale dei detenuti Mario Palma – e questo è un problema. Stiamo aspettando in queste ore, finalmente, una prima linea comune. C’è più rigore per i colloqui con i parenti, ovviamente, ma è sempre consentito consegnare dei pacchi al detenuto. Non abbiamo notizie di tamponi a campione nelle varie carceri. Non abbiamo notizia di misure sanitarie specifiche. Al momento quello che notiamo è una maggior “chiusura” di tutte le attività. Questo significa anche che i detenuti in semilibertà sono costretti a stare 24 ore al giorno in carcere, e questa in pratica è anche una violazione della Costituzione.

Carceri e coronavirus: non toccate i diritti dei detenuti  –  L’amministrazione penitenziaria ha diramato Linee guida, ma nessuna indicazione sulle visite dei familiari. Così che alcuni istituti hanno chiuso le porte agli esterni. In modo ingiustificato. [Stefano Anastasia  sul Il Riformista, 3 marzo 2020]

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Una risposta a Iran: 54.000 persone detenute scarcerate e ai domiciliari per impedire il contagio

  1. contromaelstrom ha detto:

    CORONAVIRUS E CARCERI:
    AMNISTIA COME MISURA IMMEDIATA DI PROFILASSI
    Roberto Amabile, 29 febbraio 2020

    L’epidemia da infezione COVID-19 causata dal nuovo coronavirus sta portando a verifica tante letture della società che sono state accantonate con approssimazione e arroganza nel dibattito pubblico. La cartina al tornasole più evidente è la totale assenza di considerazione della popolazione carceraria e delle operatrici/operatori che lì lavorano. Quello che succede dietro le sbarre scompare dalle preoccupazioni politiche. Si dimostra una volta di più — definitivamente — che per questo “Stato” il carcere è una discarica sociale, e che lavorarci è ammortizzatore sociale.
    E visto che il carcere è lo specchio della società, abbiamo il coraggio di guardarci dentro e traiamone le conseguenze!

    LE CARCERI NON SONO ATTREZZATE PER LE EMERGENZE

    In caso di calamità naturali e emergenze sanitarie, la situazione per la popolazione carceraria è rimasta invariata: tutti, sistemicamente — a cominciare dal ministero della giustizia —, antepongono la prevenzione dell’evasione alla salvaguardia della salute. Vale per il terremoto, vale per le epidemie.
    Il Sindacato Polizia Penitenziara (SPP) da settimane denuncia il totale disinteresse delle catene di governo. Va pur detto che la proposta del SPP di «bloccare ogni contatto con l’esterno», ammantata — pure questa — «di buon senso ma anche scientifica», ha effetti ancora più repressivi e paradossalmente giustificati dal proverbiale paternalismo sui “bravi detenuti”: pare vogliano più repressione mentre sono sotto il ricatto di evitare il contagio di massa. Non sta a me scrivervi che il “buonsenso” è una costruzione ideologica che fa appello a una presunta autorità popolare, e che non è la scienza ma la politica — possibilmente scientificamente fondata — a decidere che fare delle nostre esistenze.
    Il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP, sotto il ministero della giustizia) si era già attivato nelle zone dei primi focolai per sospendere i colloqui familiari, ma senza incrementare quelli telefonici. Il DAP dispone l’esenzione del servizio del personale penitenziario e il divieto all’accesso di personale esterno come insegnanti e volontari, aumentando di fatto la repressione in questo stato di limitazione della libertà personale: a parità del resto (detenuti, strutture, regolamenti, ecc.), meno personale vuol dire meno opportunità di rieducazione. Inoltre, per la popolazione detenuta e il resto del personale, non ci si cura del fatto che «le persone entrano in carcere tutti i giorni e a tutte le ore», mettendo a repentaglio la vita di tutti dentro gli istituti penitenziari.

    SPAZIO VITALE E EPIDEMIA

    In assenza di emergenza sanitaria, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) nella sentenza pilota Torreggiani ed altri v. Italia del 2013 (pagina 21 del documento pdf) ritiene non “conforme” (cioè inumano e degradante di per sé, articolo 3 Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo) uno spazio vitale di 3 metri quadri (mq) e “raccomandat[o]” uno spazio di 4 mq.
    Il Comitato di Prevenzione della Tortura (CPT) del Consiglio d’Europa ha pubblicato il mese scorso un rapporto sulle condizioni delle carceri in Italia (rapporto completo, riassunto, risposta del governo). Il CPT richiama il decreto n.190/75 del Ministero della Salute al cui articolo 2 si prevedono stanze da letto singole di almeno 9 mq e doppie di almeno 14 mq. Eppure, nel rapporto (pagina 9) sul suo sopralluogo del 2019, il CPT ha rilevato circa 13.800 persone detenute con spazio vitale fra i 3 e i 4 metri quadri, cioè fra la soglia degradante e la soglia “raccomandata” per giurisprudenza CEDU.
    Questi dati sono una sottostima rispetto alla distanza raccomandata dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) per evitare l’infezione da nuovo coronavirus. L’OMS infatti prevede almeno 1 metro fra persona e persona. Considerando una persona di larghezza media di mezzo metro, vuol dire un cerchio di 1+1+0,5 metri = 2,5 metri di diametro, oppure un quadrato di 2,5 metri di lato per un impacchettamento quadrato. Si tratta di almeno 2,5*2,5 mq, cioè almeno 6 mq per persona in qualsiasi momento, e sarebbe una sottostima perché: si considerano le persone “immobili” nella propria cella; non sono considerati i corridoi e gli spazi comuni (ad es. docce); la distanza va mantenuta anche da detenuti a operatori e fra operatori stessi.

    LA “GIUSTIZIA” È INUMANA SECONDO LA “GIUSTIZIA”

    È evidente come le strutture carcerarie non siano attrezzate per un’emergenza epidemiologica di queste dimensioni. Il decisore politico è obbligato quantomeno ad evacuare le strutture, a tutela della salute delle persone detenute e degli operatori/operatrici, perché — si suppone — animato da un principio precauzionale, di proporzionalità e di bilanciamento di ogni misura che restringe le libertà fondamentali, anche e soprattutto in casi di eccezionale emergenza. L’omessa tempestiva adozione di tali misure si configurerebbe come una violazione dei più elementari principi di profilassi, mettendo a repentaglio la salute della popolazione carceraria. Insistere sulla limitazione della libertà personale in luoghi per niente adeguati a fronteggiare un’emergenza epidemiologica è un trattamento quanto più lontano alla rieducazione del condannato, contrario al senso di umanità e tale da configurarsi come una violenza fisica e come trattamento inumano o degradante come previsto dall’articolo 3 già citato della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

    AMNISTIA COME SOLUZIONE POLITICA DI EMERGENZA

    Tanto prevederebbe la giustizia borghese, ma nella pratica sappiamo che la carta è un “falso ideologico”. Saranno pur diversi gli effetti di un governo M5S-Lega o M5S-PD, ma le logiche a cui risponde una classe politica in crisi nera di credibilità sono le stesse. In continuità ai precedenti governi, si risponde ai problemi sociali col populismo penale — funzionale al populismo politico — e si risponde a un’epidemia con populismo sanitario, per poi rimangiarsi le parole perché ce lo chiede l’economia. Il capitalismo troverà un modo per profittare anche da questa sua crisi.
    È una situazione a rischio esplosione: quale galera può garantire uno spazio di 1 metro intorno ad ogni persona? Se il contagio arriva nelle galere, si può sperare solo che le persone detenute e il personale abbiano un sistema immunitario di cemento armato, altrimenti faranno la fine dei topi in trappola come in un terremoto. Eppure, secondo il SPP, «un detenuto su due è malato con patologie che ne fanno un rischio per sé e per gli altri e che ci sono circa 2.600 detenuti con più di 70 anni», cioè le categorie più vulnerabili secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
    Non penso abbiamo le forze per abolire le galere come obiettivo a brevissimo termine durante un’emergenza sanitaria. Quello che invece è accessibile in un’emergenza è pretendere l’amnistia come misura immediata non solo di profilassi. Organizziamoci.

    Roberto Amabile

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