A quindici anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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In Germania 98 anni fa gli sgherri socialdemocratici assassinavano Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht

In Germania gli sgherri socialdemocratici assassinavano Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht

Rosa Luxemburg (5 marzo 1871 – 15 gennaio 1919)
Rivoluzionaria comunista polacca, nata il 5 marzo 1871 a Zamoshc. Da giovanissima aderì a Proletariat, formazione clandestina rivoluzionaria socialista; costretta ad abbandonare la Polonia russa per sfuggire ad un arresto, studiò economia politica e legge (1889-1896) a Zurigo, sostenendo posizioni decisamente internazionaliste fra i gruppi socialisti polacchi in esilio.
Trasferitasi a Berlino aderì al Partito socialdemocratico, prendendo posizione, assieme a Karl Kautsky, contro il revisionismo teorico di E. Bernstein e rappresentando, con Karl Liebknecht, l’ala sinistra del partito. Contro Bernstein è dedicato lo scritto “Riforma sociale o rivoluzione?” del 1899. Per la Luxemburg l’azione riformista poteva essere solo un mezzo di alcune fasi della lotta di classe, ma la strategia riformista non avrebbe fatto che appoggiare la borghesia dominante.
Prese il dottorato nel 1898 e successivamente conobbe molti socialdemocratici russi come: Georgy Plechanov e Pavel Axelrod. Epresse però forti differenze teoriche con il partito russo sulla “questione nazionale” in particolare sull’autodeterminazione polacca. La Luxemburg era convinta infatti che l’autodeterminazione potesse solo indebolire il movimento socialista internazionale, aiutando la borghesia a rafforzare il suo ruolo di classe dominante sulle nuove nazioni indipendenti. Mentre il partito russo e quello polacco erano d’accordo nel considerare legittimi i sentimenti di autodeterminazione delle minoranze nazionali all’interno dell’impero russo.
In questo periodo la Luxemburg incontrò Leo Jogiches, colui che sarà suo compagno per tutto il resto della sua vita e col quale condividerà un’intensa relazione tanto personale quanto politica. [vedi: Rosa Luxemburg, Lettere a Leo Jogiches (a cura di Lelio Basso), Feltrinelli, 1973]
Nel 1902-04 lavorò alla Gazeta Ludowa (Giornale del popolo). Nel 1904 subì la prima detenzione, di tre mesi, per lesa maestà; tornò in carcere per qualche mese l’anno successivo, quando si recò a Varsavia in occasione della prima rivoluzione russa. Nel 1905, scoppiò in Russia una rivoluzione che si espanse alla Polonia russa e a tutti gli angoli dell’impero zarista, la Luxemburg espresse il suo più pieno appoggio al partito bolscevico contro menscevichi e socialrivoluzionari e rivolse le sue attenzioni ed i suoi sforzi nell’appoggio al partito socialdemocratico di Polonia e Lituania (SDKPiL); pur non riuscendo a lasciare la Germania fino al dicembre 1905 svolse ugualmente il suo ruolo di principale analista politico del SDKPiL, scrivendo per esso un vasto numero di opuscoli; fu inoltre molto occupata dal problema di fornire un’educazione marxista di base alle migliaia di nuovi attivisti del partito, che nel giro di meno di un anno passarono da poche centinaia ad oltre 30.000. Non appena giunta a Varsavia, nel 1906, venne però arrestata.
Sempre nel 1906 scrisse “Sciopero di massa, partito politico e sindacato“, in cui esaltava l’importanza dello sciopero generale, ed attaccava con violenza il conservatorismo della burocrazia istituzionalizzata dei sindacati. A causa di questa sua visione dello sciopero di massa come il più importante strumento rivoluzionario nelle mani del proletariato, scaturì un duro conflitto nella socialdemocrazia tedesca, soprattutto con August Bebel e Karl Kautsky.
Dal 1907 al 1914 insegnò economia politica alla scuola di partito di Berlino, pubblicando una delle sue opere fondamentali, “L’accumulazione del capitale” (1913), lavoro volto a spiegare l’inesorabile movimento del capitalismo verso la sua fase imperialistica.
Trovandosi sempre più a sinistra in seno ad una socialdemocrazia tedesca, che andava sempre più accentuando il suo carattere opportunistico, finì per polemizzare, sul tema della riforma elettorale allora in discussione, col vecchio amico di un tempo, quel Karl Kautsky che era ancora considerato all’interno dell’Internazionale il rappresentante della più pura ortodossia marxista. (La rottura tra Lenin e Kautsky avviene successivamente a quella di Rosa).
Allo scoppio della prima guerra mondiale la Luxemburg si oppose ardentemente alle posizione social-scioviniste assunte dalla socialdemocrazia tedesca, che appoggiò apertamente l’aggressione tedesca e le sue annessioni. Insieme a Karl Liebknecht (l’unico parlamentare socialdemocratico che aveva spezzato la fedeltà al partito rifiutando di votare a favore della concessione dei crediti di guerra), abbandonò il partito socialdemocratico e partecipò alla formazione del Gruppo Internazionale (che presto muterà nome in Lega Spartaco) allo scopo di contrastare il socialismo nazional-sciovinista e di incitare i soldati tedeschi a rivoltare i loro fucili contro il loro governo per abbatterlo.
A causa di questa loro agitazione rivoluzionaria, la Luxemburg e Liebknecht vennero arrestati e imprigionati. In carcere la Luxemburg scrisse quella disamina del movimento socialista, nota come Junius Pamphlet (1916). Il Junius Pamphlet divenne il fondamento teorico della Lega di Spartaco.
Sempre dal carcere la Luxemburg scrisse il suo famoso libro “La Rivoluzione Russa”, nel quale critica il potere del partito bolscevico. In questo testo la Luxemburg spiega il suo punto di vista a proposito della teoria della dittatura proletaria: “Sì alla dittatura! Ma questa dittatura consiste in un modo di applicare la democrazia, non nella sua eliminazione, in un energico e risoluto attacco ai ben-consolidati diritti e relazioni sociali della società borghese, senza i quali la trasformazione socialista non può essere realizzata. Questa dittatura dev’essere opera della classe, e non di una parte che agisce in nome della classe – cioè, essa deve procedere passo dopo passo per mezzo dell’attiva partecipazione delle masse; essa dev’essere sotto la loro diretta influenza, completamente soggetta al controllo dell’attività pubblica; essa deve scaturire dalla crescente consapevolezza politica della massa del popolo“.
Pur criticando l’eccessivo potere del partito bolscevico sul governo sovietico, la Luxemburg riconobbe il fatto che, sotto le pressioni della violenta guerra civile in corso in Russia, tale atteggiamento dei bolscevichi risultava necessario: “Si chiederebbe qualcosa di sovrumano a Lenin ed ai suoi compagni se ci si aspettasse da essi che facciano apparire d’incanto, in tali condizioni, la più raffinata democrazia, la più esemplare dittatura del proletariato e la più fiorente economia socialista. Con la loro determinata posizione rivoluzionaria, la loro esemplare forza nell’azione e la loro indistruttibile lealtà al socialismo internazionale, essi hanno contribuito nel miglior modo possibile data la diabolicamente ardua situazione nella quale imperversa la Russia. Il pericolo inizia solo quando essi fanno di necessità virtù e vogliono cristallizzare in un completo sistema teorico tutte quelle tattiche che essi sono costretti a sostenere a causa di queste fatali circostanze, raccomandando così il medesimo atteggiamento al proletariato internazionale come modello di tattica socialista”.
La Luxemburg successivamente si oppose allo sforzo compiuto dal governo sovietico per raggiungere la pace a tutti i costi, sforzo ‘terminato’ con la firma del Trattato di Brest-Litovsk con la Germania.
Nel novembre 1918 il governo tedesco concesse, con riluttanza, libertà alla Luxemburg; al che ella poté riprendere immediatamente la sua attività rivoluzionaria, formando con Karl Liebknecht e Wilhelm Pieck il Partito comunista tedesco (Kpd) e ponendosi alla direzione del Die Rote Fahne (Bandiera Rossa).
Con Liebknecht e Pieck venne catturata e condotta presso l’hotel Adlon di Berlino, i corpi inermi della Luxemburg e di Liebknecht vennero trasportati lontano su una jeep militare, fucilati e gettati in un fiume, Pieck riuscì a trovare la via della fuga, era il 15 gennaio 1919. Il suo corpo, gettato in un canale, fu trovato solo alcuni mesi dopo; le autorità riuscirono a impedire che fosse sepolto a Berlino, per timore di manifestazioni e incidenti.

Karl Liebknecht (13 agosto 1871-19 gennaio 1919)
«Il nemico principale è in casa nostra!»
Nato a Lipsia, figlio di Wilhelm uno dei fondatori del Partito socialdemocratico tedesco.
Come avvocato, Karl Liebknecht spesso difese altri socialisti che venivano processati per reati come la diffusione di propaganda socialista in Russia. Divenne membro dell’SPD nel 1900 e fu presidente dell’internazionale socialista giovanile dal 1907 al 1910; Liebknecht scrisse estesamente contro il militarismo, e uno dei suoi scritti, “Militarismus und Antimilitarismus” (“militarismo ed antimilitarismo”) lo portò ad essere arrestato nel 1907 ed imprigionato per diciotto mesi a Glatz, in Slesia.
Nel 1912 Liebknecht venne eletto al Reichstag come socialdemocratico, si oppose alla partecipazione tedesca nella prima guerra mondiale e fu uno dei principali critici della più moderata leadership socialdemocratica di Karl Kautsky.
Alla fine del 1914, Liebknecht, assieme a Rosa Luxemburg, Leo Jogiches, Paul Levi, Ernest Meyer, Franz Mehring e Clara Zetkin formò la cosiddetta Spartakusbund (“Lega Spartachista“). La Lega Spartachista pubblicizzava i suoi punti di vista attraverso un giornale intitolato Spartakusbriefe (“Le Lettere di Spartaco“), che venne ben presto dichiarato illegale; Liebknecht venne arrestato e inviato sul fronte orientale durante la prima guerra mondiale, per il richiamo del gruppo agli argomenti dei bolscevichi russi per una Rivoluzione proletaria. Rifiutandosi di combattere, prestò servizio seppellendo i morti, e a causa della sua salute che si stava deteriorando rapidamente, gli fu permesso di ritornare in Germania nell’ottobre 1915.
Liebknecht venne arrestato di nuovo a seguito di una dimostrazione contro la guerra tenutasi a Berlino il 1 maggio 1916 che fu organizzata dalla Lega Spartachista, e condannato a due anni e mezzo di prigione per alto tradimento, che vennero in seguito portati a quattro anni e un mese; venne rilasciato nell’ottobre 1918, quando Max von Baden garantì un’amnistia per tutti i prigionieri politici. Dopo il suo rilascio, Liebknecht portò avanti le sue attività nella Lega Spartachista; riprese la direzione del gruppo assieme a Rosa Luxemburg e pubblicò il suo organo di partito, Die Rote Fahne (“Bandiera Rossa“). Il 9 novembre, Liebknecht dichiarò la formazione della “freie sozialistische Republik” (libera repubblica socialista) da una balconata del Castello di Berlino, due ore dopo la dichiarazione di Philipp Scheidemann della “Repubblica tedesca” da una balconata del Reichstag; il 31 dicembre 1918 / 1 gennaio 1919, partecipò alla fondazione del Partito Comunista Tedesco (KPD).
Assieme a Rosa Luxemburg, Leo Jogiches e Clara Zetkin, Liebknecht fu tra i protagonisti della Sollevazione Spartachista di Berlino del gennaio 1919. Questo tentativo rivoluzionario venne brutalmente represso dal nuovo governo socialdemocratico tedesco guidato da Friedrich Ebert, con l’aiuto dell’esercito e dei Freikorps; per il 13 gennaio, la sollevazione era stata schiacciata, e Liebknecht, assieme a Rosa Luxemburg, venne rapito dai soldati del Freikorps, portato all’Hotel Eden di Berlino dove venne torturato ed interrogato per diverse ore prima di venire ucciso, il 15 gennaio 1919.

Vedi ancora, per approfondire il periodo travolgente di acuto scontro di classe che pose fine al primo massacro mondiale e il successivo natale di sangue del 1918, fino al 14 gennaio 1919, quando banchieri e imprenditori trassero un sospiro di sollievo esclamando l’ordine regna a Berlino, in un lago di sangue operaio e comunista. Un saluto a Rosa con sue parole dalle lettere scritte dal carcere e a tutte e tutti compagne/i che hanno lottato per il comunismo!

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Libertà per Leonard Peltier, Mumia, Lopez Rivera e tutti/e i prigionieri/e politici/che

peltier-italiaPARTECIPATE!!!!!!      DIFFONDETE!!!!!!!!

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Se il carcere radicalizza i reclusi fino a farli diventare terroristi, CHIUDIAMO TUTTE LE GALERE !!!

terrorismoIn questi giorni dalle pagine dei giornali, dalle TV, dalle parole dei politici potenti e dagli “esperti” della sicurezza emerge un solo grido: “è nelle carceri che si radicalizzano i futuri terroristi. Nelle carceri vengono contagiati dalla propaganda jihadista, ed escono pronti a compiere attentati”

Se così fosse, se le parole di questi signori rispondessero alla realtà, c’è da chieder loro: “PERCHÉ NON SI ABOLISCONO LE CARCERI?”      Ma se non si aboliscono le galere … c’è del marcio dalle vostre parti!!!  ovvio!!!

Queste riflessioni sono sviluppate nella trasmissione “La Conta- Trx contro il carcere” , in onda su Radio Ondarossa, ogni due mercoledì dalle ore 15,00 alle 16,00. Da 15 anni questa trasmissione cerca di criticare e demolire le convinzioni che consentono al carcere di esistere e continuare a devastare, annichilire, torturare e ammazzare donne e uomini reclusi.  Chi vuole ascoltare le trasmissioni precedenti può andare sul sito: archive.org e su Search scrivere La Conta per avere i podcast delle trasmissioni precedenti.

Questo il link della trasmissione di ieri mercoledì 4 Gen 2017

http://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2017/01/contro-carcere-401

E  ABOLIAMO  ‘STE  MALEDETTE  GALERE !!!

 

 

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28 dicembre 1980, inizia la rivolta nel carcere speciale di Trani.

Il 28 dicembre 1980, alle ore 15,20 inizia la rivolta nel carcere speciale di Trani.

vedi  quiquiqui,

gis-arivolte

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Rivota nella prigione di Port Elizabeth

Sudafrica, rivolta nella prigione di Port Elizabeth. 3 morti e 26 feriti.

Nel carcere St. Albans, appena fuori Port Elizabeth, teatro della rivolta, sono arrivati elicotteri, ambulanze e veicoli di emergenza. I dati diffusi finora dalle autorità parlano di 3 morti e 26 feriti, ma non sappiamo quanti detenuti tra questi.

Nella stessa prigione, nel settembre 1977, Stephen Biko, leader del movimento anti-apartheid – il Black Consciousness Movement (“movimento per la coscienza Nera”), un movimento sorto dalla frustrazione degli africani colti, che vedevano preclusa dall’apartheid ogni tipo di libertà. Il BCM si articolava in tre organizzazioni: un’associazione politica (Black Peoples’ Convention), una centrale sindacale (Black Allied Workers’ Union) e una lega studentesca (South African Students’ Organisation). biko

Il 18 agosto 1977, Biko era stato arrestato e rinchiuso nel carcere di Port Elizabeth per un mese e sei giorni. Durante la detenzione era stato sottoposto a interrogatori e torture dolorose e umilianti. Aveva subito anche una grave lesione al cranio, colpito con una spranga di ferro più volte. L’11 settembre 1977 la polizia aveva deciso di trasferirlo al carcere di Pretoria, che aveva una struttura sanitaria. Con una frattura al cranio, Biko non resse. Il giorno seguente, il 12 settembre 1977, dopo aver viaggiato per 1100 km nel baule di una Land Rover, morì poco dopo l’arrivo per lesioni cerebrali, ma la polizia sostenne che la morte era stata causata da un prolungato sciopero della fame. La successiva autopsia stabilì che la morte era conseguenza delle numerose contusioni e delle lesioni massive alla testa. I giornalisti che indagarono sull’assassinio furono costretti a scappare dal Sud Africa a causa delle persecuzioni della polizia e nessuno dei due poliziotti colpevoli delle percosse fu mai processato dal governo bianco, né dal successivo governo “democratico”. Al suo funerale parteciparono decine di migliaia di persone.

Port Elizabeth è una delle principali città portuali del Sudafrica situata nella Provincia del Capo Orientale, sulla costa meridionale (Oceano Indiano), distante 800 km da Città del Capo a Ovest e 800 km da Durban a Est.  Durante la Seconda Guerra Boera (1899-1902), gli inglesi costruirono a Port Elizabeth un campo di concentramento per i prigionieri boeri.

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… e se andasse così ….

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stella-rossa… e se andasse così ..                                           

… in attesa che venga la polizia a sfrattare…

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Dove sta il falso?

Sul giornale di Torino “La Stampa” di ieri 20 dicembre 2016

La solerzia della procura torinese è sconcertante, attenti e solleciti a tutto ciò che è collegabile al movimento NoTav. C’è però da segnalare un problema linguistico che notavriguarda la comprensione della lingua italiana: se l’ex deputato europeo Vattimo ha presentato Nicoletta Dosio e Luca Abbà come “consulenti per i movimenti sociali”  ha detto il vero. Cosa è il movimento NoTav se non un movimento a carattere sociale? E le attiviste e gli attivisti di quel movimento possono certamente essere definiti “consulenti per i movimenti sociali”, sicuramente per un movimento, il NoTav e lo possono testimoniare centinaia di migliaia di persone.

DOVE  STA IL  FALSO ???  A voi l’ardua sentenza!                                                                 

…ma facciamoci anche due risate!

Torino: visitò il carcere con due No Tav,                        chiesti 10 mesi per l’ex eurodeputato Vattimo

La Stampa, 20 dicembre 2016

All’ingresso disse che erano due “consulenti per i movimenti sociali”. La condanna a dieci mesi di reclusione per un reato di falso è stata chiesta oggi a Torino per il filosofo Gianni Vattimo, processato in tribunale per una questione legata al movimento No Tav.
Nel 2013, quando era parlamentare europeo, Vattimo visitò il carcere delle Vallette facendosi accompagnare da due attivisti dalla Valle di Susa che intendevano incontrare dei loro compagni agli arresti: all’ingresso presentò entrambi come “consulenti per i movimenti sociali”, cosa che secondo il pm Antonio Rinaudo non corrispondeva al vero. Quanto agli altri due imputati, il magistrato ha proposto nove mesi per Nicoletta Dosio  (che accompagnò Vattimo in due occasioni) e sette mesi per Luca Abbà.

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Lega e Forza Italia contro i mendicanti

dal Corriere della Sera del 14 dicembre 2016

Gli accattoni, le multe e i doveri verso i poveri

          di Gian Antonio Stella

Il sindaco forzista di Trieste Roberto Dipiazza e il suo vice leghista hanno fissato una multa da 150 a 900 euro perfino per chi fa l’elemosina, anteponendo gli inviti evangelici a quelli securitari. “L’abbietto mestiere dell’accattone è una piaga sociale che è sempre esistita sin dal tempo delle repubbliche greche. (…) I legislatori hanno sempre cercato di risanare questa piaga, tentando di porre un argine all’accattonaggio nell’interesse della pubblica decenza, del buon costume e della pubblica sicurezza…”.

Lo scriveva l'”Enciclopedia di polizia”, di Luigi Salerno, “Ad uso dei funzionari e impiegati di P.S., ufficiali e sottufficiali dei carabinieri, degli agenti di polizia e della guardia di finanza, magistrati, avvocati, sindaci e segretari comunali”, edizioni Hoepli, 1952. Erede del fascismo, citava il rischio, lasciando in giro i questuanti, di “una menomazione del decoro nazionale”.

Ecco, il sindaco forzista di Trieste Roberto Dipiazza e il suo vice leghista Pierpaolo Roberti, decisi a mostrare i muscoli vietando la pubblica carità e fissando una multa da 150 a 900 euro perfino per chi fa l’elemosina, anteponendo gli inviti evangelici a quelli securitari, potrebbero trarre ulteriori ispirazioni dalla lettura del codice Rocco e dell’enciclopedia citata, la quale liquida la “plebaglia” che “spesso non ha camicia addosso, né scarpe ai piedi, né tetto sotto cui riparare” spiegando che “il risparmio e la previdenza le sono sconosciuti”. Se poi volessero andare fino in fondo, i guardiani del decoro triestino potrebbero fare un esposto contro Bergoglio Jorge Mario, extracomunitario, nato a Buenos Aires, alias Papa Francesco, per “istigazione recidiva all’elemosina”. Nell’udienza giubilare del 9 aprile 2016, infatti, dopo aver ricordato che “elemosina, deriva dal greco e significa proprio misericordia”, ha detto: “Il dovere dell’elemosina è antico quanto la Bibbia. Il sacrificio e l’elemosina erano due doveri a cui una persona religiosa doveva attenersi”. E insistito che è un dovere verso “il bisognoso, la vedova, lo straniero, il forestiero, l’orfano…”.

Non bastasse, ha detto che sì, “dobbiamo distinguere tra i poveri e le varie forme di accattonaggio che non rendono un buon servizio ai veri poveri”, ma non è accettabile fare di ogni erba un fascio: “Quanta gente giustifica se stessa per non dare l’elemosina dicendo: “Ma come sarà questo? Questo a cui io darò, forse andrà a comprare vino per ubriacarsi”. Ma se lui si ubriaca, è perché non ha un’altra strada! E tu, cosa fai di nascosto, che nessuno vede? E tu sei giudice di quel povero uomo che ti chiede una moneta per un bicchiere di vino?”. Conclusione: “Non distogliere lo sguardo da ogni povero e Dio non distoglierà da te il suo”. Ma si sa, il Papa non deve raccattare voti…

=*=*     mendicanteNon è una novità; i signori leghisti non hanno molta fantasia, né conoscenze storiche. La persecuzione dei vagabondi e mendicanti e renitenti al lavoro super sfruttato è vecchia; segna la nascita della modernità capitalistica: 13 o 14 ore di lavoro al giorno dentro le nascenti fabbriche: ambienti insalubri, poco illuminati, con un altissimo numero di incidenti quotidiani e malattie contratte in giovane età che portavano alla morte o all’invalidità permanente.

Il Francia, un testo del 1717 del gesuita Andrea Guevarre, affronta il tema della “mendicità” per farla scomparire, individuando in queste masse diseredate il potenziale formarsi delle “classi pericolose”.  Andrea Guevarre si adoperò quindi per la reclusione dei poveri in modo da sopprimere la mendicità. Un’opera che lo stesso continuò nel regno Sabaudo a Torino tra il 1720 e il 1724 dirigendo l’Ospedale della Carità.

Col suo saggio del 1717, dal titolo “La mendicità sbandita col sovvenimento de’ poveri”, più volte ristampato nello stato sabaudo, offrì lo strumento a Vittorio Amedeo II per mettere in pratica una riforma sulla mendicità. L’individuazione dei poveri come “classi pericolose”, non solo da assistere ma da controllare.

-*- l’articolo completo è qui:

https://contromaelstrom.com/2013/06/07/poveri-come-classi-pericolose-fin-dal/

-*- ma il problema era emerso qualche secolo prima:

da: Karl Marx, Il Capitale – Libro I, Sezione VII – Il Processo di Accumulazione del Capitale

Capitolo 24 –La cosiddetta Accumulazione Originaria

2. Espropriazione della popolazione Rurale e sua Espulsione dalle Terre.

«[…] Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l’espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo. D’altra parte, neppure quegli uomini lanciati all’improvviso fuori dall’orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta l’Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. I padri dell’attuale classe operaia furono puniti, in un primo tempo, per la trasformazione in vagabondi e in miserabili che avevano subito. La legislazione li trattò come delinquenti «volontari » e partì dal presupposto che dipendesse dalla loro buona volontà il continuare a lavorare o meno nelle antiche condizioni non più esistenti.

In Inghilterra questa legislazione cominciò sotto Enrico VII.

Enrico VIII, 1530: i mendicanti vecchi e incapaci di lavorare ricevono una licenza di mendicità. Ma per i vagabondi sani e robusti frusta invece e prigione. Debbono esser legati dietro a un carro e frustati finché il sangue scorra dal loro corpo; poi giurare solennemente di tornare al loro luogo di nascita oppure là dove hanno abitato gli ultimi tre anni e « mettersi al lavoro » (to put himself to labour). Che ironia crudele! Enrico VIII, viene ripetuto lo statuto precedente, inasprito però da nuove aggiunte. Quando un vagabondo viene colto sul fatto una seconda volta, la pena della frustata deve essere ripetuta e sarà reciso mezzo orecchio; alla terza ricaduta invece il vagabondo deve essere considerato criminale indurito e nemico della comunità e giustiziato come tale.

Edoardo VI: uno statuto del suo primo anno di governo, 1547, ordina che se qualcuno rifiuta di lavorare deve essere aggiudicato come schiavo alla persona che l’ha denunciato come fannullone».

«[…] Elisabetta, 1572: i mendicanti senza licenza e di più di 14 anni di età debbono essere frustati duramente e bollati a fuoco al lobo dell’orecchio sinistro, se nessuno li vuol prendere a servizio per due anni; in caso di recidiva e quando siano al di sopra dei diciotto anni debbono esser.., giustiziati, se nessuno li vuol prendere a servizio per due anni; ma alla terza recidiva debbono essere giustiziati come traditori dello Stato, senza grazia.

Giacomo I. Una persona che va chiedendo in giro elemosina viene dichiarata briccone e vagabondo. I giudici di pace nelle Petty sessions (Tribunali locali.)  sono autorizzati a farla frustare in pubblico e a incarcerarla, la prima volta per sei mesi, la seconda per due anni. Durante l’incarceramento sarà frustata quante volte e nella misura che i giudici di pace riterranno giusta… I vagabondi incorreggibili e pericolosi debbono essere bollati a fuoco con una R sulla spalla sinistra e messi ai lavori forzati; se vengono sorpresi ancora a mendicare, debbono essere giustiziati, senza grazia. Queste ordinanze, che hanno fatto legge fino ai primi anni del secolo XVIII, …

Leggi simili in Francia, dove alla metà del secolo XVII si era stabilito a Parigi un reame dei vagabondi (royaume des truands). Ancora nel primo periodo di Luigi XVI (ordinanza del 13 luglio 1777) ogni uomo di sana costituzione dai sedici ai sessant’anni, se era senza mezzi per vivere e senza esercizio di professione, doveva essere mandato in galera. Analogamente lo statuto di Carlo V dell’ottobre 1537 per i Paesi Bassi, il primo editto degli stati e delle città d’Olanda del 19 marzo 1614, il manifesto delle Province Unite del 25 giugno 1649, ecc.

Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda, veniva spinta con leggi fra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato».

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Basta morti in carcere!

Due iniziative per ricordare la morte di Eneas nel carcere di Pesaro il 25 settembre 2015

Perché il carcere non uccida più!  Perché il carcere non rubi la vita!

Sulla morte di Eneas vedi   qui   quiqui 

iniziativa-bam

LUNEDI’ 19 DICEMBRE – AL D.A.P. DIPARTIMENTO DELL’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA

Il D.A.P. Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è l’organo che nomina e gestisce tutto il personale all’interno delle carceri per garantire la massima sicurezza e il massimo controllo.

Gestisce tutti i detenuti e le detenute sia in carcere che in misure alternative e stabilisce le norme applicative di tutti i regimi speciali.

In sintesi non avviene niente nel carcere di cui il DAP non sia direttamente responsabile.

Il 19 dicembre andiamo davanti al DAP per denunciare:

  • La morte di Eneas e tutte quelle morti di stato che sono avvenute ed avvengono quotidianamente;
  • Il regime di tortura in cui sono tenuti i prigionieri e le prigioniere nel 41 bis, questo trattamento inumano è responsabilità di chi lavora al DAP, gente con le mani pulite e la coscienza sporca;
  • I maltrattamenti che avvengono nelle carceri sotto il beneplacito dei dirigenti del DAP che delegano il lavoro sporco ad altr* lasciando mano libera alla violenza per supplire alla pessima organizzazione.

Noi andremo al DAP per evidenziare le schifezze che avvengono nel carcere. Non vogliamo migliorarlo ma vogliamo dimostrarne la crudeltà e l’inutilità, per far sì che nel mondo non ci siano più galere.

Andremo al DAP anche per fare gli auguri di Natale a tutti i lavoratori e le lavoratrici che da dietro una scrivania decidono della vita e della morte dei carcerati e delle carcerate.

LUNEDI’ 19 DICEMBRE

APPUNTAMENTO ALLE ORE 14.00

AL D.A.P. DIPARTIMENTO DELL’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA

LARGO DAGA

(Metro A fermata Cornelia e poi bus 889 (direzione Mazzacurati) fermata Bravetta Consolata

Per andare insieme APPUNTAMENTO ORE 13 STAZIONE TRASTEVERE

Amici e amiche di Eneas

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Roma, 26 novembre 2016: un nuovo movimento occupa la scena!

Roma, 26 novembre 2016: un nuovo movimento occupa la scena?

Noi siamo le nipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare

 Non si vede spesso, di questi tempi, un corteo di 200.000 persone attraversare la città. Un corteo di donne, non-una-di-meno, contro la violenza degli uomini sulle donne. Un corteo che, oltre il numero eccezionale, ha portato con se alcune inconsuetudini che ci presentano l’interrogativo sopra riportato. Ossia: sta crescendo un movimento con caratteristiche nuove, non raffigurabile con le categorie usuali, che non si può collocare negli schemi interpretativi del linguaggio politico-sociale vigente?

La violenza degli uomini sulle donne non è un problema nuovo. Da sempre le donne e le compagne hanno messo in atto iniziative, battaglie culturali, proposte economico-sociali, conflitti di ogni tipo, per liberare le donne da queste aggressioni.

Come ha espresso con grande efficacia il movimento femminista degli anni Settanta, stregheè questo un punto centrale nel percorso di liberazione della donna. Lo abbiamo letto nella miriade di striscioni, di cartelli e di cartoncini vergati a pennarello, l’abbiamo sentito risuonare nelle grida gioiose e/o rabbiose che hanno smascherato l’oppressione che proviene dall’ambito familiare, da quello imprenditoriale, governativo e istituzionale, per far arretrare le donne dai punti di forza conquistati nei decenni passati, e comunque fermarne l’avanzata.

A ciò si aggiunge un disinteresse colpevole delle formazioni della politica, anche quelle di sinistra, anche di estrema sinistra, reso più grave dai preoccupanti segnali provenienti dalla stessa realtà sociale, schiacciata dalle difficoltà di vita e dalla cultura dominante tesa all’arrivismo egoistico e alla prevaricazione.

Provo a mettere a fuoco alcuni elementi per rispondere all’interrogativo del titolo.

Nel recente passato abbiamo conosciuto movimenti innovativi che hanno segnato una discontinuità, spesso una rottura col passato. Quei movimenti ci hanno insegnato come identificarne uno nuovo osservando le caratteristiche che lo contraddistinguono, con quelle messe in atto in rottura con l’esistente clima politico. Le abbiamo viste anche il 26:

-il ritrovarsi accomunate in un forte sentimento di identità collettiva al di là delle appartenenza delle singolarità. Le tessere di adesione politica e sindacale, differenti tra loro, che ciascuna/o aveva in tasca, non hanno modificato in nulla l’espressività di quel corteo;

-accomunate in una identità non dipendente da ideologie, ma costruita dal reticolo di una miriade di aggregati di donne presenti in molte parti del territorio, attive e responsabili, dalla rete dei centri antiviolenza e tanto altro.

-un muoversi lungo un cammino che prevede azioni del tutto indipendenti dalle dinamiche istituzionali e dal quadro politico, senza interesse per il colore dei governi, lontane dagli inciuci parlamentari, dai compromessi sindacali, ecc., nella consapevolezza che c’è qualcosa di più profondo da cambiare che non sia un equilibrio di governo;

-unite e consapevoli di provocare mutamenti sociali attraverso cambiamenti di comportamenti, rotture della cultura esistente e determinazione a produrne altra, con la forza della mobilitazione, delle azioni, di un percorso di lotta per spazzar via i ruoli e iniziare una profonda rivoluzione culturale segnata da una ancor più profonda discontinuità politica;

-nei cartelli e nelle grida non si trovava una rivendicazione specifica, isolata, da trasformare in legge, non una richiesta alle istituzioni delegate a “fare” le scelte concrete;

-emergeva, al contrario, il portato antistituzionale che, se pur affermato dall’appello di convocazione, veniva esplicitato dal modo di porsi della gran parte delle manifestanti, in particolare delle giovanissime;

-non si trovava traccia, nel corteo, di voler produrre aggregazione partitica o sindacale o altro, comunque interna al campo istituzionale, per portare avanti la battaglia delle donne. Non la si notava da nessuna parte. Si coglieva con chiarezza la volontà di scegliere un’altra strada, di fare altro. Cosa? Noi non possiamo saperlo. È certamente dentro lo spirito combattivo delle partecipanti e lo esprimeranno nel cammino di questo movimento. Intanto hanno preso parola coloro alle quali era negata. L’hanno presa e urlata, per una partecipazione diretta, senza delega, non mediata da niente e da nessuno. Da quelle grida si coglieva nettamente la scelta che se l’ordine deve essere quello esistente, preferiamo il caos!

Queste e molte altre novità segnano la fisionomia, non ancora definita ma in rottura con le convenzioni esistenti, di un nuovo movimento che si sta facendo strada. Ci è sembrato leggerci alcune similitudini con la collocazione dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta, in totale frattura con il quadro politico-sociale esistente. A queste se ne è aggiunta un’altra, di grande importanza che marca l’antistituzionalità di questo movimento in maniera indelebile: è l’assenza del formarsi, anche embrionale, di un ceto politico.

La formazione di un tale ceto o di una leadership, è stato l’unico punto di continuità col movimento operaio precedente, dei movimenti che genericamente si definiscono “il 68” o “il 68 strisciante”. Movimenti che su altri terreni si sono posti in forte discontinuità e rottura col passato, producendo straordinarie innovazioni. Nessun movimento, in quel ciclo di lotte, è rimasto immune dalla formazione piramidale con al vertice una leadership che ne ha segnato la involuzione o la fine.

Il 26 novembre in piazza San Giovanni abbiamo visto, all’arrivo del corteo, l’altra grande novità. Forse per la prima volta nella storia dei movimenti, una manifestazione di tale portata e consistenza, è terminata senza il palco e senza il comizio finale. Questa caratteristica ha una valenza rivoluzionaria di grande portata. Se verrà consolidata nel percorso di questo movimento, ciò segnerà, con vitalità, la nascita di un nuovo movimento che potrà aprire una stagione di ribaltamento del presente.

Queste “novità” le leggiamo anche nel disorientamento e nell’incredulità del silenzio dei media. Oltre la cialtroneria, più volte segnalata, dei media italiani, incapaci di leggere la realtà per ciò che è, va colto lo sbigottimento delle direzioni dei media che ha impedito loro di raccontare una realtà non raccontabile con i criteri abituali. L’indifferenza ostentata si illudeva di nascondere la preoccupazione nei confronti di qualcosa che non riescono a capire, loro e i potenti che li finanziano.  Una realtà che non sanno come collocare negli schemi interpretativi e che, per tale ragione, gli ha messo addosso tanta di quell’inquietudine e apprensione che a me e a tantissime/i altre/i ha fatto sbellicare dalle risa. Il loro silenzio, di prammatica per chi è abituato a copiare le veline, cercava di esibire la certezza del prossimo naufragio di questo movimento che non ha sponde solide nel quadro politico e nelle istituzioni; ma non è riuscito a nascondere il timore, che può diventare paura, per qualcosa di nuovo che sta sorgendo.

Qualcosa di inconoscibile che può procedere, nonostante siano tutti lì a produrre scongiuri, una realtà in movimento e in rottura che non riusciranno a governare, né a controllare. “Noi siamo le nipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare”, ho letto su un cartello. Poi c’era molto altro ancora, molto, e non mancheranno di manifestarlo. E allora:

Avanti novelle streghe, siamo con voi, al vostro seguito! Andremo lontano!

Altre riflessioni. Probabilmente la dimensione della “donna ribelle” che smette di subire, segnerà i prossimi anni, come il “giovane ribelle” espressione dei movimenti passati ha segnato più di un decennio. Su quest’ultimo il capitale ha riplasmato la sua produzione, indirizzandola verso beni di consumo di massa a beneficio del giovane ribelle, per convincerlo, dopo i carri armati, le carcerazioni di massa e le leggi speciali, che questa società è capace di ridefinirsi intorno ai bisogni di chi si fa sentire. Ma il capitale può offrire, insieme allo sfruttamento, solo merci, e ne ha offerte tante. Un consumo di massa a carattere giovanilistico ha corrotto alcune generazioni. Finora!

Quale merce potrà corrompere o fuorviare, la donna ribelle? Quale ridefinizione della produzione di massa? Considerato che molta produzione è già indirizzata ai falsi “bisogni” della donna relegata in ruoli sempre più imposti! Cosa escogiteranno gli equilibri del sistema? Lo vedremo, ma soprattutto vedremo, ed è ciò che ci interessa e ci appassiona, streghe libere percorrere strade sconosciute ed entusiasmanti!

s.

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