A diciotto anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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Un libro è qui, potete scaricarlo e leggerlo!

Ho finito di scrivere un libro e lo regalo a chi vuole leggerlo.

Il libro lo pubblico su questo Blog,  di seguito a questa premessa e alla copertina, se lo volete in pdf cliccateci sopra,  se lo volete in word, cliccateci sopra e buona lettura.
È  una mia scelta in sintonia con l’idea che ho de libro e che condivido con tante e tanti altri, come opera umana libera e da condividere agevolmente, che non è né può essere una merce da scambiarsi sul mercato in cambio di denaro.
Questo libro parla di carcere. Tanto altro potete trovare di carcere su questo Blog, ci sono notizie storiche e attuali sulla detenzione, però in questo libro la parola va alle persone detenute. Immaginate di aver messo in una cella, nei corridoi e nei passeggi di un carcere dei microfoni, per ascoltare in diretta le parole che tra loro si scambiano le persone prigioniere. Sono parole sconosciute da chi sta dall’altra parte del muro; sono parole che rispecchiano e comunicano idee, tensioni, emozioni, insomma quello che provano le persone recluse.
Pubblicare il libro sul Blog perché?
Non voglio certo criticare né demonizzare gli editori, soprattutto le piccole case editrici. A loro un plauso e il mio affetto perché, tra mille difficoltà, aumentate dalle restrizioni dei governi, propongono tantissime opere che altrimenti non sarebbero conosciute.
Penso però che, ogni tanto, un passo avanti si possa fare. D’altronde con le tecnologie digitali quanti scritti vengono diffusi attraverso blog, social network e siti vari, ci sono interessanti raccolte di racconti, di poesie e di analisi politiche e sistemiche; è tanto il materiale da leggere su internet che, a volte, non abbiamo tempo per farlo. Ci sono anche molti libri pubblicati oltre che in versione cartacea, anche in quella digitale.
A me piace immaginare che, in questo modo, ciò che scrivo venga letto da più persone. Forse mi sbaglio, ma lasciatemi provare. Dunque, dopo i libri pubblicati in cartaceo (Maelstrom e Cos’è il carcere, entrambi editi da DeriveApprodi, e il libro di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi edito da Bordeaux) questo lo pubblico sul Blog.
Il libro si intitola esclusi dal consorzio sociale”; è questo il termine con cui il regolamento fascista del 1931 definiva le persone incarcerate, e non mi pare, purtroppo, che il sentire comune sulle persone incarcerate si sia allontanato molto da questa definizione, nonostante la Costituzione dica il contrario. Dunque leggetelo, se vi va, non è lungo, 62 schermate in word o in pdf.
Scaricatelo, stampatelo, prendetene parti e utilizzatele come volete. Potete farci ciò che desiderate, spero soltanto che ne vorrete indicare la provenienza.
Se vi piace e vi interessa, ma anche se lo ritenete un obbrobrio o per qualsiasi altra ragione, sono contento se lo divulgate.

Le critiche e le opinioni, se volete, potete scriverle direttamente sul Blog.   Buona lettura!

Anche in versione epub

Copertina finale

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Leonard Peltier

Domani, 12 settembre, Leonard Peltier compirà 75 anni.

Chi è Leonard Peltier? E’ un nativo americano, un pellerossa, da ben 43 anni  in carcere negli Stati Uniti.
E’ in carcere perché ha lottato nell’American Indian Movement, il  movimento che negli anni ’70 i nativi avevano organizzato negli Usa per resistere ancora una volta ai soprusi del colonialismo americano.
E’ in carcere perché faceva e fa parte di quel popolo che sapeva certo convivere con la natura meglio di come abbia fatto l’uomo bianco-occidentale nella storia.

Leonard Peltier è l’unico rimasto in carcere per la rivolta dei pellerossa a Wounded-Knee nella riserva indiana di Pine Ridge nel Sud Dakota nel 1973 [ vedi  qui ]. Leggi una sua lettera qui .

Facciamo girare queste informazioni e il grido della LIBERTA‘ per Leonard Peltier, in un paese che non conosce vergogna per quello che ha fatto. Ricordiamo per tutte e tutti, poiché né i media, né la scuola, in pratica nessuno parla del più grande sterminio fatto nella storia dell’umanità: si tratta della strage compiuta dai colonizzatori europei  nei confronti delle popolazioni amerinde. Una strage che supera i 50 milioni di persone appartenenti alle popolazioni amerinde  (che vivevano da millenni nelle americhe). Sono state massacrate dagli eserciti di questi paesi: Spagna, Portogallo, Inghilterra, Olanda, Francia. La più grande strage dell’umanità!

Non dimentichiamo
LIBERTA’ PER LEONARD PELTIER.
Grazie Leonard di resistere.

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11 settembre 1973- golpe fascista in Cile

Gli Usa: la tomba della democrazia!

Il violento scontro di classe interno al Cile che si scatenò quando il governo di Unidad Popular iniziò il programma di riforme che aveva promesso in campagna elettorale: la nazionalizzazione delle banche, la riforma agraria con espropri dei latifondi incolti, l’esproprio del capitale straniero nell’industria mineraria al grido di “riprendiamoci le nostre miniere”, il rame in particolare, largamente presente nel sottosuolo cileno, ma sempre rapinato da imprese nordamericane, Anaconda e Kennecott.

Più l’intervento statunitense… provocò il golpe.

Salvador Allende fu tra i fondatori del Partito Socialista Cileno nel 1933. Nel 1970 alle elezioni presidenziali risultò primo col 36,3% dei voti, alla testa di Unidad Popular una coalizione di socialisti, comunisti, radicali, e cattolici di sinistra.  Il  ballottaggio col candidato di destra Jorge Alessandri si svolse al Congresso cileno, come prevede la Costituzione cilena, che confermò Allende Presidente.

[…]

Famosa la frase di Henry Kissinger; il quale sostenne senza vergogna: “Non vedo perché dobbiamo stare a guardare mentre un paese va verso il comunismo a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli“.

[…]

a britannica Tatcher salutò Pinochet come “eroe della libertà”, dopo le oltre 130.000 persone incarcerate e torturate, in prevalenza ragazze e ragazzi, gran parte dei quali assassinati sotto tortura, non meno di 50mila militanti del movimento operaio massacrati e centinaia di migliaia di esuli. 130.000 individui vennero arrestati nei successivi tre anni.

leggi tutto  qui

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10 settembre, giornata mondiale per la prevenzione del suicidio

Oggi 10 settembre 2019 è la giornata mondiale per la prevenzione del suicidio.

Le cifre sono raccapriccianti: ogni anno 800.000 persone si suicidano e circa 20 milioni tentano il suicidio.

I suicidi in carcere sono più numerosi di quelli della popolazione esterna; tra 6 e 8 volte superiori.

In carcere, dal 2000 al 31 agosto di quest’anno sono stati 1.085, con una media di oltre 54 suicidi l’anno; l’anno scorso, il 2018, sono state 67 le persone detenute che si sono tolte la vita; su una popolazione che oscilla intorno alle 60.000 unità. Negli ultimi 3 mesi giugno, luglio e agosto del 2019 si sono avuti 16 suicidi.

C’è chi attribuisce l’alto numero dei suicidi in carcere al sovraffollamento, chi alla mancanza di lavoro, chi alle condizioni pessime delle carceri italiane, chi alla scarsa attenzione ai rapporti con la famiglia, chi ad altre complesse motivazioni.

In questo periodo storico, ha preso piede la tesi secondo cui chi pensa al suicidio e lo mette in pratica, sia persona affetta da disturbi mentali. Questa tesi è ormai diventata inoppugnabile ed è andata a sostituire quella basata sulle ipotesi eziologiche genetiste/lombrosiane. Così alcune associazioni di psichiatria dichiarano che le persone che si suicidano in carcere sono affette da infermi mentale, maturata durante la detenzione e di conseguenza propongono di imbottire i detenuti di psicofarmaci, con grande profitti di chi questi farmaci produce e vende. Difatti nelle carceri c’è stata grande diffusione di infermerie psichiatriche che propinano psicofarmaci a oltre il 60% della popolazione detenuta. Se la tesi degli psichiatri fosse corretta vorrebbe dire che lo stato italiano, per mezzo del carcere, produce infermi di mente: e c’è ancora qualcuno che dice che il carcere è necessario?

Purtroppo per gli psichiatri, non è così. Chi conosce il carcere per esserci stato, ha imparato che il suicidio, al contrario, è un atto consapevole, lungamente ragionato dalla persona detenuta che esamina l’emarginazione e la solitudine imposta, valuta l’abbandono in cui è stato gettato e verifica l’impossibilità di spezzare questa catena. Se si convince che non potrà riconquistare una vita autonoma, dopo lungo riflettere, conclude che la soluzione è il suicidio, unica fuga che può permettersi con le proprie forze. Ne sono prova le lettere scritte dalle persone che si suicidano. Ma anche le lunghe chiacchierate di notte con quei detenuti che hanno tentato il suicidio.

Tante iniziative hanno preso piede intorno alla data del 10 settembre: seminari, dibattiti, congressi, convegni cui prendono parte psichiatri, psicologi, professori di psicofarmacologia e di neuroscienze. In tutti questi appuntamenti si dice con sussiego che bisogna prevenire. Giusto!

Prevenzione, parola quanto mai adeguata, ma in questi simposi viene esaltato l’uso del litio o dei farmaci antipsicotici, della stimolazione magnetica transcranica, e ancora l’uso di nuovi farmaci: è il trionfo degli oppiacei legali.

Non è difficile intravedere la lunga mano delle multinazionali farmaceutiche.

Come in carcere, anche fuori non ha senso cercare la prevenzione in vecchi o nuovi farmaci, che possono solo peggiorare le cose, si può fare qualcosa operando sulla trasformazione delle condizioni materiali e sulla qualità delle relazioni umane. È questo un ragionamento che vale ovunque, visto che i regimi sociali, in questo periodo, costruiscono gabbie sociali molto simili al carcere, ovunque.

Per quanto riguarda strettamente il carcere, il modo di prevenire i suicidi è abolire il carcere.

 

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Colombia: una parte delle Farc riprende le armi

da  www.peacelink.it

Lo ha annunciato Iván Márquez in un video del 29 agosto

Colombia: una parte delle Farc riprende le armi

Il duqueuribismo prosegue con gli omicidi mirati contro i leader dei movimenti sociali

5 settembre 2019    di    David Lifodi

Un  video di 32 minuti, lo scorso 29 agosto, ha ufficializzato il ritorno delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc) alla lotta armata. “Annunciamo al mondo che è iniziata la seconda Marquetalia”, ha dichiarato Luciano Marín (più noto con il nome di battaglia di Iván Márquez), uno dei comandanti storici della guerriglia, richiamando il luogo dove le stesse Farc erano nate più di mezzo secolo fa. “Mai siamo stati vinti, né sconfitti ideologicamente. Siamo stati obbligati a riprendere le armi”, ha proseguito Márquez, denunciando, una volta di più, il tradimento degli accordi pace del novembre 2016, ai quali non ha mai realmente creduto nemmeno l’ex presidente Juan Manuel Santos (interessato soltanto a conseguire un affrettato e immeritato Nobel) e che poi sono stati definitivamente seppelliti dal cosiddetto duqueuribismo.

Il ritorno delle Farc, o di una parte di esse, alla guerra, come sottolineano in molti, non poteva che essere la logica conseguenza del terrorismo di stato condotto in maniera mirata contro i leader dei movimenti sociali, gli stessi guerriglieri che avevano partecipato alla smobilitazione a seguito del trattato de L’Avana, gli attivisti per i diritti umani, le comunità indigene, studenti, sindacalisti ecc… . Il paramilitarismo non è mai stato completamente debellato e da alcuni anni è tornato a fare la voce grossa, lo Stato ha negato qualsiasi minima protezione sia ai guerriglieri che avevano deposto le armi sia ai familiari delle vittime dei paras, fino al totale naufragio di un debole processo di pace al quale, comunque, Farc e istituzioni politiche avevano lavorato per almeno 5 anni.

Duque, con il beneplacito dell’ex presidente Uribe, ha volutamente boicottato gli accordi di pace, rifiutando di rafforzare la protezione per quei circa 12.000 ex combattenti delle Farc e accentuando una crisi umanitaria causata dallo sfollamento di numerose comunità. In un solo anno di presidenza, Duque, come promesso, ha fatto a pezzi gli accordi di pace, fingendo di applicarli, ma promuovendo in realtà il dialogo con il paramilitarismo, militarizzando il territorio e cercando di subordinare autorità civili e organizzazioni sociali al potere militare, a partire dall’attivazione delle Fuerzas de Tarea Conjunta e dall’istituzione delle Fuerzas Unificadas de Despliegue Rápido.

Paradossalmente, le zone maggiormente militarizzate sono quelle dove prosperano economie illegali e gli stessi paras, ma agli occhi dell’opinione pubblica viene fatto credere che si tratta dell’applicazione della cosiddetta “politica di sicurezza democratica”, imponendo inoltre una sola versione del conflitto armato colombiano, secondo la quale sono state esclusivamente le Farc a violare i diritti umani. In realtà, sotto la presidenza Duque sono stati uccisi 226 leader sociali e 55 ex guerriglieri delle Farc che avevano accettato di partecipare al progetto di smobilitazione, per non parlare dei familiari degli oppositori politici uccisi. L’attuale contesto politico-sociale colombiano sembra ricordare i primi anni Ottanta: anche allora la pace sembrava ad un passo, ma poi furono sterminate migliaia di militanti di Unión Patriótica, il partito che avrebbe dovuto fare politica in maniera legale nato per rappresentare le istanze della guerriglia in Parlamento. Per non parlare, tornando all’oggi, degli omicidi mirati contro i leader delle comunità indigene.

Per questi motivi, dalla zona del fiume Inírida, al confine con le frontiere di Brasile e Venezuela, una parte delle Farc è tornata a dichiarare guerra allo stato colombiano, promettendo inoltre di stringere un’alleanza con l’Ejército de Liberación Nacional, l’altra guerriglia del paese che aveva provato anch’essa a dare avvio a dei negoziati di pace. Nel video Mientras haya voluta de lucha habrá esperanza de vencer, Iván Márquez attacca pesantemente anche Santos, accusandolo di essersi adoperato per far deporre le armi alle Farc senza però possedere alcuna garanzia di pace, come dimostra il dilagare del neoparamilitarismo delle Águilas Negras, legate a Uribe. Insieme a  Márquez compaiono nel video altri comandanti delle Farc che da tempo avevano capito come ormai il processo di pace fosse stato tradito, poiché ravvisavano la mancanza di garanzie fisiche e giuridiche.

Eppure, dalla Colombia all’Europa, sono molte le organizzazioni della società civile che insistono affinché si riaprano i negoziati di pace, nonostante la scarsa affidabilità dell’attuale presidente Duque, anche se la guerra e la violenza politica rischiano di avere una volta di più conseguenze tragiche per il paese.

Questo articolo è realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it

Vedi anche:

Politici, leader sociali, ex combattenti delle FARC. Nell’indifferenza generale continua la mattanza in Colombia

[leggi tutto]

e:

Colombia. FARC, la rosa e il fucile  di  Geraldina Colotti

Con un lungo documento di analisi, le Farc – Ep tornano a essere Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejercito del Pueblo, e lasciano ai compagni e alle compagne che non condividono la loro scelta l’acronimo Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Comun) con il quale si erano trasformate in partito politico scegliendo il simbolo della rosa con la stella al centro, nell’agosto del 2017. Si consuma così una lunga e travagliata scissione che, a partire dal gruppo dirigente, ha progressivamente reso esplicite differenze di merito e di metodo che non hanno trovato composizione. [leggi tutto]

e anche:

COLOMBIA  IL MASSACRO DEGLI OPPOSITORI

di Aldo Zanchetta       [qui]

 

 

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LA RISPOSTA DEI DETENUTI ALLA “RIFORMA TRUFFA” del 1975

25 agosto 1975: dalle carceri un NO di rivolta alla “riforma” che non accoglie gli obiettivi del movimento dei detenuti!

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DSCN2118Nel 1975 con la legge n.354 del 26 luglio viene varata la “riforma penitenziaria” della quale si discuteva dal dopoguerra e che non avrebbe visto la luce senza le lotte e le rivolte dei prigionieri. Il testo non attua una rottura profonda con la logica fascista del regolamento penitenziario del 1931 che, al contrario, viene richiamato esplicitamente molto spesso; la gestione del carcere si muove nel senso trasgressione –uguale-punizione, senza prendere in considerazione le relazioni tra reato e la struttura politica ed economica del contesto.

Questa “riforma” non riesce a realizzare il coinvolgimento del tessuto sociale attraverso la sensibilizzazione e l’apertura dell’istituzione carceraria al territorio e alla società esterna. Il carcere continua ad essere una “cosa” separata e ignorata: una sorta di contenitore dove si cerca di cacciare a forza -e tenere in silenzio- tutti i problemi e le contraddizioni di una società che non è in grado di interrogare se stessa.

continua a leggere

Vedi altri post:  qui  e  qui

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Quando la “solidarietà” attiva fa la differenza. Vincenzo Libero!

[TRADUZIONE]
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE A ROCHEFORT-EN-TERRE (MORBIHAN), NORA MOREAU
Perseguito dalla giustizia italiana per i danni commessi a Genova durante il G8 del 2001, Vincenzo Vecchi riceve il sostegno degli abitanti del villaggio bretone dove ha rifatto la sua vita
Nelle piccole strade di Rochefort-en-Terre (Morbihan), un piccolo villaggio medievale alle porte della Loira atlantica, i turisti circolano continuamente, come ogni estate. Ma il villaggio francese preferito in 2016, molto visitato, incuriosisce ormai da diversi giorni anche per le sue scritte militanti: “Liberate Vincenzo !”; “Nè prigione nè estradizione”.
Più di 150 abitanti si sono mobilitati in seguito all’arresto del loro “vicino e amico”.
Vincenzo Vecchi, un attivista anticapitalista di 46 anni, che rischia una pena detentiva di 12 anni di sei mesi in Italia, in particolare per aver partecipato alle violente proteste del vertice del G8 a Genova nel 2001. Il quarantenne ha anche un secondo mandato d’arresto emesso dall’Italia – è stato poi condannato a quattro anni per aver portato un’arma durante una protesta anti-estrema destra a Milano nel 2006.
Vincenzo finì per fuggire dal suo paese e venire in Francia. Sono ormai otto anni che si è trasferito a Rochefort-en-Terre. Il suo porto d’attracco è il Café de la Pente (Caffé de la salita), un bar associativo e una caffetteria-concerto di solidarietà, dove ogni
giorno, tutte le forze vitali di questa città incontrano circa 600 anime.
Li’ è l’epicentro del fortissimo movimento di supporto a lui dedicato. “Ricordo il
giorno in cui è arrivato qui”, afferma Jean-Pierre, 54 anni. Andammo subito
d’accordo e gli pagai un bicchiere. Abbiamo fatto rapidamente musica insieme. In
effetti, non c’è stata una settimana nella quale non ci siamo visti almeno tre o quattro
volte. Descritto come “molto socievole”, “empatico”, “utile” e “pieno di umore”, questo
fan di cultura punk e fantascienza, “grande amante delle parole” e cinefilo, ha
continuato la sua attività di imbianchino nella regione.
OGGI SARÀ DECISA LA SUA SORTE
“Faceva parte delle mura, della stessa vita del villaggio”, dice Laurence, 71 anni.
Molto commossa dagli eventi, è indignata dal modo in cui ha avuto luogo l’arresto di
quello che considera oggi “come un secondo figlio” : “Incredibile ! Sono arrivati
dodici gendarmi per prenderlo, e in pieno agosto, con la massima discrezione“.
Attualmente incarcerato nella prigione di Vezin-le-Coquet, vicino a Rennes (Ille-et-
Vilaine), Vincenzo saprà oggi se la sua domanda di rilascio in libertà condizionale è
accettata. Ancora più importante, dovrebbe sapere di più sulla sua possibile
estradizione. Nella stessa udienza, la camera investigativa della Corte d’appello di
Rennes deciderà anche su una richiesta di ulteriori informazioni presentata il 14
agosto, in merito alle sue condanne in Italia.
Secondo altri membri del comitato di sostegno, come Nicolas, Mona o Anne-Marie,
che sono anche loro molto vicini allo “italiano del villaggio”, “il dolore che subisce è
incredibilmente sproporzionato”. “La sua colpa è stata semplicemente quello di
manifestare, afferma Jean-Pierre. Per questo, egli è sottoposto al Rocco Act del 1930
(sotto Mussolini), che è ancora in vigore per reprimere le rivolte di strada. Questo
codice prevede pene detentive da otto a quindici anni, senza dover dimostrare la
colpa dei sospetti. Per noi, è una questione personale, perché vogliano mettere in
prigione il nostro amico, che non è né un attivista né un terrorista. Ma è anche un
argomento eminentemente politico : consegnare Vincenzo alle autorità italiane è
portare un trofeo di caccia a Salvini. Per noi è semplicemente inconcepibile.
A Rochefort-en-Terre, siamo più uniti che mai sul destino di Vincenzo. Ed è “fuori
discussione abbassare le braccia”.
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Sei anni fa ci lasciava il compagno “Picchio”

Sei anni fa il compagno, il fratello “Picchio” ci ha lasciati

Erano gli ultimi giorni di agosto anche sei anni fa. Quei giorni in cui le persone tornano dalle vacanze, quei pochi giorni che possono permettersi.

In quei giorni è arrivata la terribile notizia della morte di “Picchio”. Non proprio inaspettata, sapevamo della brutta malattia che lo aveva colpito, la Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica) lo riduceva man mano a una non-vita, a non poter parlare, né mangiare, né muoversi, non si riusciva più a comunicare con lui.

Carlo Picchiura, “Picchio” se ne è andato, ma non si è spento il ricordo della sua vita, delle sue passioni, delPicchiola sua militanza comunista.

ciao Picchio

Questa fotografia è stata scattata dai familiari di Picchio quando, dopo oltre due decenni di galera, ha riconquistato la libertà ed è corso ad incontrare le sue amate “rocce”

Questa la poesia che il compagno Sante Notarnicola gli ha dedicato:

            Una storia

L’ingiustizia gli sembrò

talmente palese che decise

di non rispondere ai giudici.

Dopo una condanna fece di più:

interruppe ogni comunicazione.

 

Fu liberato tanti anni dopo…

Con fatica si avviò verso la roccia,

quella che soltanto lui conosceva,

e che stava nel punto preciso

dove nasceva il vento.

Nella valle, a tutt’oggi,

Si racconta di quell’ostinato

mutismo, del profilo possibile

di quella roccia, di quella pena,

di quel volto, di quel vento…                        il tuo amico Sante

Qui sotto le parole con cui, l’indomani della sua morte, ho salutato su questo blog, il fratello e compagno

Al compagno, all’amico al fratello Carlo Picchiura che ci ha lasciato in questi ultimi giorni di agosto.

Ciao Carlo, aspettiamo un po’; aspettiamo che il chiacchiericcio si plachi, che la cronaca vada oltre, per rivivere con te alcuni momenti dei tanti –non-liberi- passati insieme nelle carceri speciali. Che non succeda, come nel ricordare Prospero quando anche lui ci ha lasciati, che si innalzi uno schiamazzo malsano. Lor signori “democratici” ritengono disdicevole che noi, i sovversivi, i terroristi, i rivoluzionari, si ricordi con amore chi ci ha accompagnato in questa tratto di strada sconnesso e accidentato. Non sopportano che tra noi, “i cattivi” ci si possa scambiare ricordi affettuosi!

A te “Picchio” le cronache ti hanno ignorato. Non ti ritenevano un “capo”, un “comandante”, hanno deciso così. D’altronde eri proprio tu a ricordarmi di non rincorrere gli schiamazzi; eri tu quello che nella stessa cella, a Trani e poi –trasferimento punitivo- a Badu’ ‘e Carros, nel momento di massima durezza, o ancora nel super-carcere di Novara, mi dicevi di aspettare che i rumori di fondo si placassero e, con calma, pensare a cosa fare. Questo mi hai insegnato Carlo, ad essere paziente, anche quando tutto intorno c’era agitazione, nervosismo iperattivo, perché – si diceva- se non si interviene subito con una posizione politica chissà cosa penseranno questi o quelli! E tu dicevi, lascia che pensino quello che vogliono, tanto poi la realtà si muove per suoi tragitti, non da retta alle chiacchiere. Eccoci qui ancora a discutere: in questo io ti criticavo di essere un po’ troppo “determinista”. Ma tu la finivi lì la polemica e mi portavi alla finestra dove tra le sbarre si intravvedevano rettangoli di cielo azzurro attraversati dal saettare del volo degli uccelli, sempre tanti a Nuoro. Erano in prevalenza Falconiformi  che i sardi chiamavano “poiane”, ma tu mi facevi notare le differenze tra l’uno e l’altro, l’astore, il gheppio, il falco pecchiaiolo, il capovaccaio spiegandomi che per riconoscerli bisognava osservare attentamente le “remiganti”, quelle penne al termine delle ali che ne sono il settore portante. Forse non sono esatto, faccio degli errori nei nomi e nella descrizione del volo dei rapaci, ma, caro “Picchio”, le abbiamo interrotte le lezioni, non le abbiamo potute continuare da quando ci siamo lasciati alle spalle quei luridi tuguri chiamati carceri. Tu sei tornato nel tuo Veneto per poi portarti a Bologna per lavoro, io sono tornato a Roma e le regole impedivano a ciascuno di lasciare il “comune di residenza”. Poi, improvvisa e inaspettata, la malattia. Tu!, tu che eri ritenuto una “roccia”, mai un raffreddore, un’influenza, mai un acciacco, in quei posti luridi. Io, al contrario, col mal di gola frequente e un freddo, il maledetto freddo che non riuscivo a togliermi di dosso. E te ne sei andato, così! E che cazzo!!!

Chi era Carlo? Voi non lo sapete! Non lo sapete perché non sapete nulla di noi. Per voi travet dell’ordine esistente non era un “ideologo” e non gli avete dedicato nemmeno una riga in cronaca. Bravi! Ma voi che ne sapete di noi? Voi uomini e donne accondiscendenti ad ogni desiderio del potere e dei grandi media non lo potete sapere perché non avete voluto sapere nulla, di chi vi ha messo in discussione e, forse, vi ha messo anche una grande paura. Non lo sapete perché non avete voluto conoscere la nostra storia né i nostri percorsi politici e umani. Men che meno avete voluto conoscere i motivi del perché parti grandi o piccole di quelle generazioni vi si sono rivoltate contro per spazzare via il vostro sistema di sfruttamento e anche la vostra boria e le vostre malversazioni. Vi siete inventati schemi organizzativi, cattivi maestri, ideologie, leader e “comandanti”. Vi siete inventati tutto perché avevate e avete paura di guardarci da vicino, di guardarci negli occhi.

Ci avete giudicato secondo il codice penale per seppellirci sotto secoli, millenni di galera sperando che di noi non restasse nemmeno il ricordo. Noi, quelle donne e quegli uomini che avevano urlato che bisognava cambiare tutto e avevano cominciato a farlo! Poi, anche se abbiamo sbagliato molto o poco, il grido si è dimostrato puntuale e la realtà di oggi e di domani lo sbatte in faccia a tutti. Ora che i potenti hanno di nuovo acceso i motori dei loro strumenti di morte. Come dicevi tu Carlo, tanto la realtà non dà mica retta a giudici e imbrattacarte!

Ciao “Picchio” lo so, lo sappiamo tutti e due che non c’è un posto né un tempo dove rincontrarci. Dove riprendere le nostre discussioni accese sullo Sceptulin (io continuo a non essere d’accordo, lo sai! eheh”); dove ripercorrere le ore convulse della rivolta nel carcere speciale di Trani e i momenti del massacro; dove ricordare quando nel super-carcere di Novara, con mezzi di fortuna e in barba alle guardie, siamo riusciti a distillare quello schifo di vino che ci facevano comprare alla “spesa” per tirarne fuori una grappa, certamente tossica, ma che godemmo prendendo una sbronza clamorosa; dove prenderti in giro per la tua voglia di correre anche nel più angusto”passeggio” del carcere speciale, quei vasconi di cemento di pochi metri quadrati. Non volevi accettare che lo stato un giorno falco pecchiaioloti avesse legato i piedi che amavano correre sulle colline e sulle montagne venete, e tu continuavi caparbiamente ad andar su e giù su quel cemento guardando in alto gli uccelli volare. Se fossi un indiano-nativo americano ti immaginerei a correre a perdifiato per le “verdi praterie”, però nessuno mi vieta di immaginarti spiccare il volo e rincorrere quell’astore per sapere se quel rapace vola ancora sui cieli della Sardegna.

Ciao compagno “picchio” è stato bello conoscerti!

salvatore
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22 agosto 1973, in Cile le forze reazionarie preparano il terreno al golpe fascista

46 anni fa il golpe fascista in Cile viene preparato il 22 agosto

In preparazione del golpe dell’11 settembre 1973

i giorni precedenti: il 9 agosto, il generale Prats viene nominato Ministro della Difesa, ma questa decisione scatena la rabbia dei vertici militari; cedendo alle pressioni degli ambienti golpisti il 22 agosto Prats è costretto a dimettersi, non solo da quell’incarico, ma anche da quello di comandante in capo dell’esercito; Allende lo sostituisce in questo ruolo con Pinochet, sperando nella sua fedeltà.

Il 22 agosto 1973 i membri Cristiano-Democratici e del Partito Nazionale, della Camera dei deputati lanciano un appello ai militari per “porre fine immediata” a quello che descrivono come “infrangimento della Costituzione… con lo scopo di reindirizzare l’attività del governo sul percorso della Legge ed assicurare l’ordine costituzionale della nostra Nazione e le basi essenziali della coesistenza democratica tra i cileni.”

È la legittimazione che i militari golpisti attendevano per giustificare il golpe che poi sarebbe andato oltre le indicazioni dei democristiani e dei nazionalisti.

Il documento del 22 agosto lancia accuse deliranti al governo Allende, come cercare “...di conquistare il potere con l’ovvio scopo di assoggettare tutti i cittadini al più stretto controllo politicoCile-2 ed economico da parte dello Stato… [con] lo scopo di stabilire un sistema totalitario,” di aver compiuto “violazioni della Costituzione” come “sistema permanente di condotta“.

Tra gli altri particolari il governo venne accusato di:

-“…aver appoggiato più di 1.500 ‘espropri’ illegali di fattorie…”

-governare per decreto, impedendo così il funzionamento del normale sistema legislativo.

-rifiutarsi di attuare le decisioni giudiziarie contro i suoi sostenitori e “non eseguire le sentenze e le risoluzioni giudiziarie che contravvengono ai suoi obbiettivi.”

-ignorare i decreti dell’Ufficio del Controllore Generale.

Infine il governo venne accusato della creazione e dello sviluppo di gruppi armati protetti dal governo i quali… “sono guidati verso il confronto con le forze armate“. Gli sforzi di Allende di riorganizzare l’esercito e la polizia (dei quali aveva chiaramente ragione di temere la loro propensione al golpe) vennero denunciati come “espliciti tentativi di usare le forze armate e di polizia per fini di parte, distruggendo la loro gerarchia istituzionale, e infiltrando politicamente le loro file.”

Cile-3Patricio Aylwin, massimo dirigente democristiano cileno eletto l’11 marzo 1990 primo presidente del Cile cosiddetto “democratico”, dopo il passaggio “dolce” dalla dittatura, ha sempre sostenuto la tesi che Allende era ostaggio delle forze della guerriglia comunista. Le Forze Armate,  non fecero altro che anticipare quel rischio imminente”. Aylwin non smentisce le sue origini: prima di approdare alla democrazia cristiana era stato membro della Falange Nacional.

Due giorni dopo, il 24 agosto 1973, Allende rispose accusando i democristiani di “danneggiare il prestigio della nazione all’estero e a creare confusione interna“, e preannunciando che “Faciliterà le intenzioni sediziose di certi settori“. Ma Allende non fu conseguente e non accolse l’invito dei vasti settori dei lavoratori e dei proletari autorganizzati che chiedeva “armi al popolo”.

Egli denunciò il Congresso come promotore di un colpo di Stato e di una guerra civile, affermò solennemente la decisione di sviluppare la democrazia e lo Stato di diritto fino alle conseguenze ultime. Si appellò “ai lavoratori, a tutti i democratici e i patrioti” perché si unissero a lui nella difesa della costituzione e del “processo rivoluzionario“.ma, senza armi né organizzazione, l’appello si ridusse a un bagno di sangue da una sola parte. L’esercito praticò le più efferate violenze soprattutto contro ragazze e ragazzi di tale ferocia da stupire perfino i gerarchi nazisti, di cui era pieno zeppo l’esercito cileno come gli altri eserciti latino-americani.

per approfondire leggi il post qui.
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Dalla Brexit alla militarizzazione

Regno Unito: dalla Brexit alla militarizzazione totale

Una stretta sulla sicurezza e un piano anticrimine per riprendere il controllo delle strade; inoltre una ristrutturazione del sistema carcerario da 2,5 miliardi di sterline (costruzione nuove carceri e ristrutturazione di vecchie).

Primo ministro da pochi giorni, ecco cosa prepara Boris Johnson: Il tempo della pietà è finito“, ha detto riferendosi ai crescenti accoltellamenti e alle violenze perpetrate dalle gang, promettendo nuove carceri e più poteri alla polizia. Un piano, osserva il settimanale online, Mail on Sunday, con il quale il leader dei conservatori tenta di riaffermare la reputazione dei Tory come il partito della legge e dell’ordine. Johnson dice di aver scoperto che Londra è la città più violenta, (a Londra quest’anno sono stati uccise 7 persone. A Birmingham tre teenagers sono stati ammazzati nel giro di due settimane e finora sono stati denunciati 269 crimini con coltello”).
Una violenza addirittura superiore a quella di New York, queste notizie hanno pubblicato i giornali vicini ai conservatori, veri appelli allarmistici.

Che a Londra stiano crescendo gli scontri tra bande giovanili, scontri prevalentemente giocati al coltello, è cosa nota, ma nel complesso, il leader si è dimenticato di dire che in Europa i reati sono in netta diminuzione. Gli unici reati in aumento sono le violenze sessuali.

Riguardo ai giovani, sono 27.000 i ragazzi dagli 11 ai 17 anni che fanno parte di gruppi dediti a crimini, violenze e omicidi nelle gang del Regno Unito. Quasi tutti provengono da storie di povertà ed esclusione sociale.
Qualche anno fa, al sorgere di questo fenomeno sociale, i governi inglesi portarono l’imputabilità penale all’età di 10 anni (il più basso in Europa: è 14 in Italia; 13 in Francia e Spagna).
Così abbiamo visto nel Regno Unito galere stracariche di bambini, con tragedie inenarrabili, una sorta di “grande internamento” infantile con caratteristiche inimmaginabili.

Secondo alcuni analisti questo internamento infantile non solo non ha diminuito gli accoltellamenti tra bande giovanili, ma ha contribuito alla crescita dell’aggregazione di giovani in bande. Non era difficile immaginarlo: i  27.000 ragazzi tra 11 e 17 anni non vivono sulla luna, ma in mezzo a noi, nella città; quasi 400.000 altri ragazzi li conoscono e hanno o hanno avuto rapporti con loro. Tranne per gli imbecilli, era possibile per tutti capire che più ne reprimi, più ne rendi attivi su quel terreno, se non altro per solidarizzare o imitare i loro amici.

Chi produsse questa barbarie nel Regno Unito?, udite, udite!, è stato il “progressista” Tony Blair che aveva vinto le elezioni nel 1997 all’insegna dello slogan tough on crime, tough on its causes (duri con la criminalità e con le sue cause).

Anche in Italia, qualche tempo fa la Lega aveva preparato e depositato un disegno di legge che abbassava l’età imputabile dai 14 attuali ai 12 anni. E c’è chi sii accoda alla Lega. che schifo!!!!

ABOLIAMO     LE    GALERE!

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