A diciotto anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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BASTA SEGREGAZIONE, CONFINI E SFRUTTAMENTO!

Di seguito il comunicato sullo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici delle campagne dello scorso venerdì 6 dicembre, a Foggia e a Gioia Tauro.

LA PAURA NON CI APPARTIENE: CHE LA LOTTA DELLE CAMPAGNE  TROVI ECO IN TUTTA ITALIA.

BLOCCHIAMO IL PAESE!

Bloccare in contemporanea, per ore, i varchi di uno dei porti commerciali più importanti d’Italia e una zona industriale strategica, in un Paese come quello in cui viviamo, è una scelta ben precisa e ponderata. In un contesto in cui le leggi razziste e fasciste reprimono con sempre maggior forza le forme di conflittualità tipiche di quelle lotte che negli ultimi anni hanno fatto tremare il paese; in un tempo in cui ci si indigna, ci si dichiara antirazzisti e si parla, dai palchi e sugli schermi, di opposizione al DL Salvini, per chi è costretto a vivere segregato in ghetti e campi l’unica arma efficace per farsi ascoltare è bloccare i flussi di merci che alimentano il sistema che ci strozza.

Lo sanno bene le centinaia di lavoratori e lavoratrici dell’agroindustria che nella grande giornata di lotta del 6 dicembre, a Foggia ed in Calabria, hanno scelto di mettere in gioco i propri corpi, il proprio cuore, il proprio coraggio perché consapevoli che il tempo delle chiacchiere è finito: non si può attendere oltre. Lo hanno fatto nonostante la giornata sia stata segnata da molti momenti estremamente gravi. Sono riusciti a trasformare la rabbia, per i compagni investiti a Gioia Tauro – un gesto razzista di estrema arroganza, intrapreso per forzare il blocco – e per un altro picchiato e portato via dalla polizia a Foggia, in forza per continuare. Hanno tramutato in determinazione le aggressioni subite nelle cariche, con le annesse manganellate e lacrimogeni.

Lo hanno fatto nel periodo prenatalizio, in cui la macchina capitalista che gestisce la circolazione di merci, denaro e persone secondo i suoi interessi e per il profitto si mostra in tutta la sua imponenza e ferocia. Hanno scelto di bloccare dei colossi dal valore non solo materiale, ma altamente simbolico. Un importante porto di transhipment nel Mediterraneo, un luogo che è anche una frontiera e che come tale è un emblema di ciò che ci opprime e ci divide, e che il giorno prima aveva ricevuto la visita del patron di MSC (multinazionale con sede in Svizzera…alla faccia del prima gli italiani) Aponte a sottolineare quanto cruciale sia il progetto della ZES e l’investimento sull’aumento dei volumi di scalo – mentre molti lavoratori portuali, a cui va la nostra solidarietà, sono ancora in attesa di essere riassunti. Dall’altro uno snodo stradale che dal casello della A14 porta alla zona industriale di Foggia, in cui sono presenti, oltre alle fabbriche di trasformazione del pomodoro, anche la divisione aerostrutture di Leonardo SPA, gigante della produzione ed esportazione di quelle armi che giocano un importante ruolo nel determinare flussi migratori, povertà e distruzione, e uno dei centri commerciali più grandi del sud Italia, il GrandApulia, tempio dello shopping consumistico soprattutto in questo periodo dell’anno.

Come sempre, alla determinazione, al coraggio, alla fermezza delle rivendicazioni dei lavoratori le istituzioni hanno risposto da un lato con indifferenza e vaghezza, continuando a ignorare la necessità urgente di regolarizzazione per tutti e la cancellazione degli ultimi due decreti, dall’altro mostrando la forza e utilizzando tutta la violenza dell’apparato repressivo. Di sicuro le istituzioni non hanno gradito l’ingente perdita economica che il blocco di questi due punti cruciali ha provocato: 4 km di camion in fila davanti al Porto, fino allo svincolo autostradale, e la mancata distribuzione di merci per lo shopping natalizio al GrandApulia.

Il bilancio finale è di quattro denunce, tra cui quella al lavoratore che è stato investito davanti al Porto di Gioia Tauro, il quale ha ricevuto cure sommarie e un trattamento decisamente ostile, a differenza dell’investitore che si è tranquillamente allontanato dal blocco, e quella al lavoratore picchiato dalla polizia, trattenuto per ore in Questura a Foggia e poi rilasciato grazie alla determinazione del presidio creatosi in solidarietà davanti ai cancelli della stessa questura. Nonostante una costola rotta, è stato costretto dal personale del Pronto Soccorso di Foggia ad attendere ore per farsi visitare. In entrambi i casi, il personale ospedaliero si è dimostrato complice della repressione, cercando in tutti i modi di ostacolare non solo le cure ma l’attestazione della verità di quanto accaduto.

Non diversamente, d’altronde, hanno fatto i pennivendoli delle varie testate giornalistiche al servizio del potere. L’immagine della giornata che emerge dai resoconti mediatici e dalle bocche di chi rappresenta il potere è ancora una volta distorta ad arte per far passare chi scioperava come un violento manipolato da forze oscure. Non si parla di lotte autorganizzate, perché, si sa, gli africani non sono capaci di ribellione autonoma, e c’è sempre qualche bianco ‘figlio di papà’ che li pilota; ancora una volta si mente sulla violenza della polizia, non scrivendo dell’attacco deliberato e immotivato alle persone che stavano manifestando ma inventando inesistenti lanci di pietre da parte dei lavoratori, associando in ogni articolo la questione immigrazione a quella della sicurezza e dell’ordine pubblico come d’altronde ci hanno abituato a sentire e leggere da decenni a questa parte. Abbiamo imparato a non stupirci della vigliaccheria e del razzismo di molti giornalisti, non ci impauriscono le loro bugie e diffamazioni: arriverà il tempo in cui vi faremo pagare tutto.

Dulcis in fundo, le dichiarazioni di CGIL e PD hanno superato a destra anche i partiti fascisti e razzisti, gettando fango sulla lotta dei lavoratori, delegittimandone l’enorme importanza, affermando accuse gravissime che vanno a braccetto con quelle di Fratelli d’Italia e Lega. A quanto pare le leggi ingiuste si possono violare solo in alcuni casi, quando a farlo sono i rappresentanti italianissimi dell’accoglienza degna su cui si pensa di poter capitalizzare alle urne, e l’antifascismo va bene solo nella versione edulcorata e di facciata di piazze mute e disciplinate, mentre si attaccano lavoratori che resistono perché non accettano di essere presi in giro. Si cantano canzoni partigiane, si fa un gran parlare di quanto ingiusto sia il DL Salvini, ma quando i diretti interessati decidono di protestare contro la legge razzista e fascista, ecco che li si colpisce con la violenza e la vigliaccheria tipiche di chi è abituato a giocare con la vita degli altri per ottenere un tornaconto di visibilità e carriera. Gli avvoltoi, da sempre, sono quelli che approfittano e lucrano sulle lotte per i loro sporchi interessi: non certo i lavoratori che si organizzano da soli per cambiare l’esistente, per fare in modo che tutti, non solo gli immigrati, possano avere una vita migliore. Non paghi delle becere accuse lanciate, CGIL e USB, quegli stessi sindacati che con tanta energia amano definirsi in prima linea a fianco dei lavoratori migranti, non hanno esitato nei giorni successivi alla manifestazione a minacciare e intimidire biecamente coloro che hanno partecipato alla giornata di lotta, dimostrando, una volta in più, la loro complicità con il razzismo istituzionale e il suo apparato repressivo.

Ciò che giornali e politici hanno evitato di riportare sono le concrete rivendicazioni che gli scioperanti hanno portato ai due blocchi: l’abrogazione delle ultime leggi immigrazione e sicurezza e la reintroduzione del permesso umanitario; i permessi di soggiorno per chi non ce li ha; l’apertura di canali di ingresso e transito per lavoro e ricerca lavoro oltre che per motivi di carattere umanitario; l’abolizione della residenza come requisito per il rinnovo e per l’accesso ai servizi essenziali; la creazione di un permesso di soggiorno unico europeo che permetta alle persone di muoversi liberamente in Europa; lo smantellamento dell’attuale sistema di accoglienza, detenzione e rimpatri, e il superamento del sistema dei centri d’accoglienza, delle tendopoli e dei campi di qualsivoglia natura in favore dell’accesso alle case. Tutte proposte con le quali chi pretende di essere un difensore dei diritti dovrebbe concordare.

Siamo disgustate da tanta ipocrisia, falsità, violenza. Ancor di più questo ci convince che quella che stiamo percorrendo è la strada giusta e la solidarietà che ci arriva da chi in altri luoghi d’Italia e d’Europa lotta per i documenti e sul lavoro ci scalda il cuore e ci fa sentire meno sole, più forti.

Ne siamo sempre più convinte, se ci impediscono di vivere liberi da sfruttamento e repressione, dove e con chi vogliamo, bloccare il serpente che ci stritola è l’unica cosa da fare. Sempre di più, in maniera sempre più diffusa e pervasiva, alla vostra violenza risponderemo  con unione, coraggio e determinazione.

BASTA SEGREGAZIONE, CONFINI E SFRUTTAMENTO! DOCUMENTI  PER TUTTI E TUTTE!

VIVA LE LOTTE AUTORGANIZZATE!

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Dozza residence? Contro il “nuovo” padiglione carcerario

Non si affronta il sovraffollamento patologico costruendo nuovi “contenitori”

CON UN APPELLO PER UNA POLITICA DI DE-CARCERIZZAZIONE

di Vito Totire (*)

Si progetta di aprire a breve a Bologna una nuova struttura ricettiva. Boom turistico? No, nuovo padiglione carcerario voluto dai governi e dalle amministrazioni locali, soggetti privi di progettualità adeguata alla portata delle contraddizioni sociali e incapaci di pensare a una società con il più basso tasso di carcerazione possibile. Gli epidemiologi (Michael Marmot in primis) hanno dimostrato come i tassi di carcerazione non siano indipendenti dalle scelte socio-economiche e politiche dei singoli Paesi. Il potere politico ed economico decide i tassi di carcerazione: lo possiamo asserire senza ombra di dubbio, ormai sepolti Cesare Lombroso e lo scientismo positivista (a parte qualche rigurgito).

La situazione delle carceri è “strana”: di solito i governi lanciano appelli (quanto siano sinceri è argomento da non affrontare adesso) alla “partecipazione” dei cittadini e nel caso delle carceri – nessuna sorpresa trattandosi di una “istituzione totale”- è come se dicessero: le prigioni sono cosa nostra, non vogliamo interferenze.

Noi abbiamo chiesto a un primo referente pubblico di accedere al progetto edilizio di Bologna. La risposta: «non dovete chiedere a me, ma alla direzione del carcere», la quale ha risposto «non dovere chiedere a me ma al …» e il terzo soggetto – indicatoci dalla direzione carceraria – per la precisione il Provveditorato regionale della amministrazione penitenziaria, interrogato non risponde…

Il primo novembre 2019 sono trascorsi 30 giorni dall’invio della istanza (via pec) per conoscenza recapitata anche alla Prefettura di Bologna.

La “partecipazione” dei cittadini dunque non è gradita; in materia di istituzioni totali (in modo particolare) lo Stato preferisce fare da sé. Il che era prevedibile ma ugualmente disdicevole, visti gli antefatti specifici e peculiari del carcere di Bologna;

dal 2003, ogni sei mesi, in occasione del commento al rapporto semestrale della Ausl di Bologna, gridiamo la realtà ai 4 venti e anche alle istituzioni che sono passate dalla ipoacusia alla completa sordità (non si tratta di handicap fisico ma di disturbo psicosomatico-politico) cioè gridiamo che il carcere della Dozza è illegale e che deve essere dichiarato inagibile dal punto di vista delle elementari norme di igiene edilizia in vigore nel nostro Paese (**).

leggi ancora
(*) Vito Totire è portavoce del coordinamento Chico Mendes e Centro Francesco Lorusso
(**) Da anni le osservazioni di Totire sono tutte in “bottega”. Se volete leggerle digitate “rapporti semestrali” (in “cerca” sul colonnino di sinistra)
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La strage di Avola inaugura il 1968 !!!

I braccianti scrollatisi di dosso il controllo della mafia e dei caporali intensificano la lotta per affermare i propri interessi. Lo stato risponde con la strage.

Il 2 dicembre 1968, ad Avola, la polizia aprì il fuoco contro una manifestazione di braccianti, sotto i colpi della forza pubblica rimasero uccisi Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, circa 50 i feriti da arma da fuoco e centocinquanta le denunce.
Avola una cittadina, a pochi chilometri da Siracusa, è una zona ricca di orti e di agrumi. Conosciuta per la qualità delle mandorle, le migliori.
Da tempo era iniziata la protesta dei braccianti, rivendicavano l’aumento della paga giornaliera dalle 3.110 alle 3.480 lire come percepivano i braccianti della zona A. In quell’Italia latifondista, democristiana e mafiosa le aree erano divise in “gabbie salariali” con paghe diverse. La provincia di Siracusa era divisa in due zone: la zona A, che comprendeva i comuni di Lentini, Carlentini e Francoforte e la zona B, con Siracusa e i restanti comuni della provincia, in cui la paga era inferiore e l’orario di lavori più lungo di mezzora. La logica delle “gabbie salariali” riguardavano tutto il territorio nazionale, serviva a favorire gli investimenti di capitale e i profitti conseguenti e indeboliva la compattezza della forza lavoro, frantumata dalle differenze salariali. Ci sono voluti i possenti scioperi del 1968-69 per spazzare via le “gabbie”, oggi rinate sotto altre forme.
I braccianti agricoli aderenti alle organizzazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) da due anni avevano intrapreso una grande lotta, con numerose proteste e scontri come quelli verificatisi a Lentini con feriti e arresti, per ottenere un aumento del 10 per cento sulle paghe per equipararle a quelle della zona A.

Gli agrari si arroccarono sul NO ….   leggi ancora

Nei posti d lavoro ci furono fermate, scioperi improvvisi. La pressioni dal basso costrinsero sindacati e partiti a chiedere “IL DISARMO DELLA POLIZIA nei conflitti del lavoro” e ci si arrivò vicini.
Inizia con questa strage il 68 proletario, quattro mesi (9 aprile 69)  scoppiò la rivolta di Battipaglia (vedi qui) 2 morti , 200 feriti e i primi Comitati di base nelle fabbriche del nord. Nell’estate del 69 esplode in anticipo e incontrollato, l’autunno caldo.
L’ordine capitalistico-mafioso non poteva tollerare una ribellione di questo tipo che pretendeva un cambiamento rivoluzionario del sistema! così si preparò la risposta dello stato e dei padroni con la manovalanza fascista: la strage di Piazza Fontana e le altre stragi.
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Zehra Dogan: «Avremo anche giorni migliori»

Zehra Dogan: «Avremo anche giorni migliori»

Opere dalle carceri turche, una mostra a Brescia fino al 6 gennaio
di Benigno Moi

 

 

 

 

Il 16 novembre scorso è stata inaugurata a Brescia la prima mostra italiana delle opere di Zehra Dogan, l’artista e giornalista curda che ha passato oltre 31 mesi nelle carceri turche con l’accusa di essere una sostenitrice del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan fondato da Ocalan (a sua volta in carcere dal 1999). Il fatto scatenante che portò all’arresto fu la realizzazione di un dipinto che denunciava il massacro delle popolazioni curde nella Turchia sudorientale.

(in bottega se n’è parlato quiquiqui e qui ecc.)

La mostra – curata da Elettra Stamboulis per il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei, con la collaborazione del Web magazine Kedistan, che ha curato il salvataggio e il trasporto delle opere – sarà visibile al Museo di Santa Giulia sino al 6 gennaio 2020. (https://www.bresciamusei.com/nsantagiulia.asp?nm=176&t=Informazioni).

Zehra Dogan, nata a Diyarbakyr (Amed in curdo), nel1989, oltre che essere un’artista brillante e originale, è anche una giornalista e attivista della causa curda, fondatrice e direttrice di Jinha, un’agenzia di stampa femminista, composta da sole donne.

Nel 2016, dopo il feroce bombardamento e l’invasione della città curda Nusaybin da parte dell’esercito turco, Zehran Dogan realizza ad acquerello un dipinto che, rielaborando una foto dell’invasione, denuncia la mostruosità dell’intervento repressivo di Ankara. L’opera, diffusa via web (da questo fatto deriva l’accusa di propaganda pro PKK) mostra la città distrutta e fumante su cui incombono le bandiere turche, con i tank in primo piano che diventano allegoricamente mostri famelici che divorano la popolazione.

la mostra “Avremo anche giorni migliori – Zehra Do?an. Opere dalle carceri turche

 

 

 

 

 

 

 

Nel febbraio del 2017, pur decadendo le accuse più gravi, Dogan viene condannata a 2 anni, 9 mesi e 12 giorni di carcere.

Carcere che non la doma e dove continua a dipingere nonostante le gravi restrizioni cui è costretta, utilizzando ciò che può procurarsi nella sua cella e nelle sue condizioni – dal sangue mestruale agli avanzi di cibo – usando dita e capelli, e riuscendo a far uscire all’esterno le foto dei lavori tramite il compagno Onur Erdem.

la mostra “Avremo anche giorni migliori – Zehra Do?an. Opere dalle carceri turche

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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GIA’ FANTASMI PRIMA DI MORIRE

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80 persone più ricche detengono la stessa ricchezza di 3,5 miliardi degli ultimi!

Tumultuose manifestazioni scuotono diverse regioni del mondo. Regimi di tutti i tipi vengono scossi da rivolte e proteste. Non c’è angolo di questo pianeta che non sia investito da quest’onda di scontri impetuosi, violenti, intensi. A un osservatore superficiale potrebbe sembrare una campagna di sollevazione sociale preparata e diretta da qualche centrale politica.
Invece no! La caratteristica dei conflitti oggi è la marcata diversità che li contraddistingue: per provenienza da settori di classe diversi, per diversa composizione, diversi per età, diversi per obiettivi immediati.
I contenuti di queste proteste esprimono una forte critica contro regimi sociali che fanno riferimento a diverse ideologie, a volte opposte. Le proteste si scatenano contro l’ordine esistente in quel momento e in quell’area, quale esso sia; puntano a cambiamenti sostanziali; anche questi molto diversi tra loro, con una prospettiva spesso opposta di cambiamento ancorata a un diverso progetto che a volte è assente.
Dovrà pur esserci un filo rosso che tiene insieme tutti questi tumulti? Oppure no?
Riflettere sugli obiettivi immediati, quelli esplicitati e quelli taciuti, per poi soffermarsi sugli aspetti di più lungo termine, non è facile. Come non lo è trovare punti in comune, se non elementi di una profonda insofferenza e di un malessere esplicitato nel linguaggio di cui ciascun conflitto si dota, spesso non in maniera pacifica, né ordinata, né prevista. Un malessere addebitato alle scelte che quel regime ha fatto e a ciò che non ha fatto.
Un dato però salta agli occhi: le forme di questi conflitti sono, più o meno, le stesse. Quasi tutti veri e propri tumulti o rivolte e ci costringono a riflettere. Allo stesso modo fa riflettere il tentativo delle polizie di fermarli o almeno arginarli con metodi e tattiche molto simili. Qualcosa vorranno dire questi elementi comuni? Se non altro cancellano la sensazione diffusa che l’ordine esistente non sia scalfibile, e cacciano via il senso di impotenza prodotto dalla sfiducia instillata nell’azione collettiva.
Pur nella marcata diversità, sono convinto che cercar di capire le cause di questi conflitti, le loro origini e il percorso che stanno facendo è compito non rinviabile. Il conflitto è un’azione di massa che toglie i veli che coprono le contraddizioni e le mettono a nudo, cancellando le certezze sull’ordine ormai consolidato.
I media a nulla ci aiutano a capire. Spesso aumentano la confusione con racconti ideologizzati, squallidi e infelici come e più di prima. Quelli succubi dell’ideologia anticomunista, ad esempio, attribuiscono alle sommosse di Hong Kong un significato di “movimento per la democrazia” così alle sommosse in Iran, al contrario si definiscono come sfasciacarrozze o Black Block quei movimenti dentro l’area europea come i Gilet Gialli e i No Tav . Anche se poi fanno le stesse cose. Come si fa ad attribuire ad alcune bottiglie molotov, o bombe incendiarie o sampietrini la qualifica di “democratici” e ad altri no? Imponendo loro una definizione contraria? E ancora, come si fa a stupirsi per la polizia che rudemente sgombera una università occupata, quando di questi sgomberi, nei nostri lidi, ne abbiamo visti a dozzine; oppure stupirsi del divieto a manifestare col volto coperto quando in questo felice paese esiste fin dal 1975?: [“Chi, nel corso di un corteo, indossa sciarpe, cappucci o caschi in modo da coprire in tutto o in parte il volto commette reato” (Art. 5 L. n. 152/1975.)]. Ma anche da parte nostra non dobbiamo giudicare né definire rigidamente i movimenti, poiché sono spesso aggregati eterogenei. Né ignorare quei movimenti che riteniamo contrari ai nostri progetti, ricordiamo quanto è costato all’Unidad Popular di Allende nel Cile del 1973 aver sottovalutato gli scioperi dei camionisti e i cazerolados delle signore della borghesia cilena che chiedevano a piena voce un golpe, che poi c’è stato.
I media condannano il contegno riservato dalla polizia ai manifestanti, in un certo paese ed esaltano lo stesso contegno nei paesi le cui classi dirigenti sono in sintonia con le classi dirigenti di qua. Eppure, lo ripetiamo, questi comportamenti sono molto simili. Noi da queste parti ne abbiamo fatti e visti di scontri con la polizia, utilizzando tutto quello che si poteva utilizzare; ne abbiamo occupate di università, ne abbiamo visti di drappelli di poliziotti circondarci per stanarci da quegli edifici, abbiamo visto anche la polizia sparare e torturare come a Genova nel 2001.
Lasciamo da parte, dunque, le stupidità dei media e scrutiamo attentamente queste tumultuose manifestazioni per capire a cosa potranno portare, pur avendo progetti opposti. È questo un compito imprescindibile di oggi per le compagne e i compagni.
Una cosa la possiamo dire: ecco, di nuovo, esplodere la lotta tra le classi in maniera ben visibile, nel suo ambiente di elezione: la piazza! In maniera violenta perché tali sono i rapporti tra le classi. La ripresa del conflitto di classe e le forme accese del conflitto oggi lo rendono osservabile, nonostante lo sforzo dei media di nasconderlo o snaturarlo.
Vediamole in modo sintetico:
Bolivia – In Bolivia proseguono le proteste della popolazione che si oppone al golpe della destra appoggiata dagli Usa. Il bilancio provvisorio di arresti e feriti è in continua crescita, così anche le morti. La Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) ha affermato che l’alto numero di vittime, in prevalenza indigeni, è frutto della “repressione combinata di forze di polizia e dell’esercito”.
Cile – L’emblematica Plaza Italia, nel cuore della capitale, è stata nuovamente teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. La contestazione sociale è entrata nel secondo mese e non accenna a diminuire.
Libano – Morti e feriti, ponti e strade bloccate, cassonetti di immondizia e copertoni di auto incendiati, sotto attacco è il governo ma si notano volontà di un cambiamento radicale.
Francia – Il 17 novembre, a un anno dal loro inizio, sono ripresi gli scontri a Parigi fra gilet gialli e polizia, qualche barricata e transenne in fiamme a place d’Italie Assaltata a Parigi una sede della banca Hsbc, in avenue d’Italie, da un gruppo di manifestanti. Le forze dell’ordine hanno lanciato gas lacrimogeni per disperdere i violenti.
Iran – Le proteste scaturite dal caro benzina, si sono estese in molte città. La polizia ha sparato, ucciso e arrestato.
Iraq Dallo scoppio delle proteste contro il governo, al quale vengono rinfacciati corruzione, carenza di lavoro, servizi disastrati e politiche repressive, sono oltre 320 i morti.
Cina – Da mesi la protesta non cessa a Hong Kong e i manifestanti “pro-democrazia” si sono scontrati molto violentemente intorno al Politecnico di Hong Kong (comunemente chiamato PolyU); la polizia ha fatto irruzione: scontri nel campus e nei dintorni.
Myanmar – Scontri violentissimi tra ribelli della minoranza musulmana Rohingya e forze di sicurezza birmane.
Pakistan – Violenti scontri in Pakistan, dopo l’intervento della Polizia per mettere fine alle manifestazioni tra Islamabad e Rawalpindi per chiedere le dimissioni del Ministro della Giustizia, Zahid Hamid. La violenza, diffusasi anche in altre città, ha costretto il Governo a ricorrere all’intervento dell’Esercito. Si è riaccesa la rivolta del Kashmir, ancora in pieno svolgimento nonostante le incoraggianti iniziative di pace, è iniziata nel 1989 ed ha sempre rappresentato una guerra per procura tra i due colossi asiatici Pakistan e India (che dispongono anche di testate atomiche).
Burkina Faso –Da una parte nel paese africano ci sono le proteste sociali contro il governo, ultime quelle contro l’aumento del prezzo del carburante (+12%), con i protestanti ribattezzati “camicie rosse” sulla scia dei gilet gialli francesi.
Curdi – Dopo la dura battaglia per sconfiggere l’Isis, i curdi del Rojava si sono visti aggredire dall’esercito turco, che vuole ricacciarli indietro di molti chilometri. Il ritiro dell’aviazione Usa ha consentito alla Turchia di avere mano libera.
Sud Sudan – Il cessate il fuoco non tiene e la situazione è ormai fuori controllo nella capitale Giuba e nelle altre zone del Sud Sudan che sono in guerra da dicembre 2013.
E altri come: Ecuador, Haiti, Honduras, Argentina, Perù, Puerto Rico, ecc. ecc.
Movimento Femminista – La ripresa dcl movimento femminista, ancorato alla battaglia contro la violenza che le donne subiscono dagli uomini, si propone di abbattere la cultura patriarcale, di cui si ciba il capitalismo. È quindi un movimento esplicito contro il capitalismo e l’attuale ordine; un movimento che è sempre più presente in ogni angolo della società e in ogni parte del mondo.
Conflitti mai cessati
Aceh è una provincia autonoma dell’Indonesia, situata nell’estremità settentrionale dell’isola di Sumatra. Dal 1976 è teatro di una guerra tra i ribelli del Movimento Aceh Libero (GAM) e l’esercito indonesiano. I morti, secondo le fonti più accreditate, sono almeno 12mila, ma altre fonti parlano di 50mila, o addirittura 90mila.
Afghanistan Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Twin Towers ed il Pentagono. La reazione degli USA i dei loro alleati è stata di abbattere il regime del Mullah Omar e dei Talebani, accusati di nascondere Bin Laden. Nonostante la morte del leader talebano, il conflitto procede da 17 anni, e i morti sono più di 110.000, la maggior parte dei quali civili.
Burundi – Non è cessata la guerra tra le due maggiori componenti etniche del Burundi, i Tutsi e gli Hutu, iniziato nel 1993, ha provocato almeno 300.000 morti ed un milione di sfollati. Dopo un’interruzione nel 2004, sono ricominciate le guerre civili etniche.
Colombia – Da quasi quarant’anni la Colombia è sconvolta da una sanguinosa guerra civile tra governo, paramilitari e gruppi ribelli di estrema sinistra. All’origine di questo conflitto (300.000 morti) vi è una enorme disparità sociale tra classi dirigenti e popolazione che ha riproposto lo scontro nonostante la tregua recente.
Congo R.D. – Una “Guerra Mondiale Africana”, come è stata definita, che vede combattere sul territorio congolese gli eserciti regolari di ben sei Paesi per una ragione molto semplice: il controllo dei ricchi giacimenti di diamanti, oro e coltan del Congo orientale. Almeno 350mila le vittime dirette di questo conflitto, 2 milioni e mezzo contando anche i morti per carestie e malattie causate dal conflitto.
Filippine – Dal 1971 i musulmani di Mindanao hanno iniziato una lotta armata per l’indipendenza dell’isola. La guerra tra l’esercito di Manila e i militanti del Fronte di Liberazione Islamico dei Moro (MILF) ha causato fino ad oggi 150mila morti.
Yemen – La situazione politica dello Yemen, attualmente il Paese più povero del mondo, è molto complessa. Da una parte, vi è un conflitto  tra i ribelli sciiti Houthi e il governo di Abed Rabbo Mansour Hadi, appoggiato dall’Occidente e dell’Arabia Saudita (sunnita) per evitare che una vittoria dei ribelli possa portare a un rafforzamento della minoranza sciita nel territorio saudita.
Israele-Palestina – Un lungo conflitto, che affonda le sue radici nel dopoguerra, il 14 maggio del 1948, quando Ben Gurion dichiarò l’indipendenza di Israele, dopo la decisione delle Nazioni Unite di dividere la Palestina in uno Stato arabo e in uno Stato ebraico. Dopo oltre mezzo secolo di guerre e di patti storici falliti, di atti terroristici e di speranze di pace andate in fumo, la colonizzazione dei coloni israeliani di territori palestinesi continua senza sosta.
Libia – Nel 2014 è scoppiata una seconda guerra civile tra due coalizioni. I morti sono più di tremila, e la guerra civile non sembra fermarsi.
Nepal – I guerriglieri del Nepal sono in lotta contro la monarchia costituzionale del re Gyanendra (creduto l’incarnazione del dio Visnhu) dal 1996. Sono 8.000 le vittime in tutto l’arco del conflitto. Scontri a fuoco, rapimenti, attentati e estorsioni avvengono quotidianamente.
Siria – Dal 2011 la Siria è dilaniata da una guerra civile con diverse forze in campo, tra cui l’Isis e la Turchia.  Secondo alcune stime, i morti finora sarebbero molti più di 300.000.
Somalia – Dopo l’uscita di scena del presidente Siad Barre nel 1991, è iniziata una violentissima guerra di potere tra i vari clan del Paese, guidati dai cosiddetti “signori della guerra”. Una spirale di violenze che, fino ad oggi, ha provocato quasi mezzo milione di morti
Considerazioni:
Molti si erano illusi che, dopo il grande massacro della 2° guerra mondiale, le società avrebbero potuto vivere in pace. Credevano che la coesione sociale prodotta dalla democrazia potesse produrre una convivenza pacifica per far morire la dinamica sociale. Invece il conflitto si sta riprendendo il suo ruolo centrale sia nelle democrazie così come nei regimi autoritari. Il conflitto è il motore di ogni società e della storia nel suo complesso; ha in se l’energia vitale che tiene viva una nazione. Una società a lungo senza conflitto, muore!
Il Novecento ci ha presentato il conflitto in uno scenario privilegiato nel mondo del lavoro; come teatro la fabbrica, in particolare la grande fabbrica in cui si è consumata l’era della produzione di massa e si è affermato il mito del fordismo. Le condizioni di lavoro, la remunerazione del lavoro, le gerarchie e i rapporti di potere, erano la posta in gioco. La sospensione del lavoro e l’interruzione della produzione era lo strumento con cui questi conflitti venivano combattuti. Il conflitto in fabbrica era nel contempo causa ed effetto di un processo di socializzazione che aveva al centro il processo lavorativo e le esperienze di condivisione e di riconoscimento che in esso si generavano. Poi, a seguito dell’offensiva del capitale, appoggiata dalle burocrazie statali e istituzionali, il conflitto è stato gradualmente espulso dalla scena fino a non essere più l’evento campione della dinamica sociale. Venuta meno la dimensione collettiva, gli individui si sono ritrovati soli con le loro scelte di vita, spenta la fiducia nella possibilità di poter modificare collettivamente la realtà sociale secondo un disegno condiviso. il battage mediatico ha fatto sembrare irraggiungibili gli obiettivi di cambiamento sociale che la mobilitazione collettiva di ingenti masse di lavoratori si era proposta.
Dal secondo dopoguerra le centrali capitalistiche e finanziarie hanno posto le basi di un’egemonia culturale che avrebbe dovuto estirpare dal corpo delle società occidentali l’obiettivo dell’abbattimento dello sfruttamento e della disuguaglianza sociale. Hanno imposto il neoliberalismo come risultato della distruzione sistematica di tutti gli spazi e gli organismi collettivi che si erano formati nella società. Ma il conflitto, condotto anche con forme estreme, fa parte del normale metabolismo sociale, attraverso cui la società divisa in classi, trova, di volta in volta, i propri equilibri anche se parziali e transitori. Si è cercato di programmare un conflitto “regolato”. Ha funzionato finché le istanze rivendicate sono state in parte soddisfatte. Quando questo non è avvenuto il conflitto è fuoriuscito dalle “regole”, conquistando il ruolo di indicatore di problemi e contraddizioni sociali che la politica non è in grado di interpretare e dare risposta. Da tempo il sistema della rappresentanza ha perso la capacità di leggere le dinamiche sociali prodotte dai nuovi soggetti che si presentano sulla scena sociale con richieste e bisogni non previsti.
L’esplosione di conflitti forti come quelli attuali dimostra che questa ripresa è possibile in qualsiasi società, purché la condizione di vita siano vissute come insopportabili insieme alla convinzione che l’azione collettiva può cambiarle, scontrandosi con quelli che sono i difensori dell’ordine presente. Non lo impedisce il cambiamento delle basi economiche e della riproduzione sociale, più che altro sono di intralcio le basi culturali costruite sotto l’influenza dei media liberisti nelle quali gli individui costruiscono il loro progetto di vita, il loro modo di stare nella società. Questa cultura e marchingegni giuridici hanno prodotto una grande frammentazione, oggettiva e soggettiva, della società, gli individui si sono ritrovati confinati nel loro microcosmo e, poco a poco, sono stati relegati nell’egoismo individuale diventando ostili a progetti collettivi. Una cultura che ha saputo e sa nascondere la disuguaglianza dei redditi, in crescita esponenziale, dietro l’inganno che il possesso di massa di quelle merci che un tempo erano prerogativa dei possidenti, abbia avvicinato le classi. Al contrario!, il divario di classe è invece aumentato, sia durante le fasi di crescita economica, sia durante le fasi di crisi. Nella maggior parte dei paesi, tra cui l’Italia, la forbice tra ricchi e poveri è la più alta da 30 anni a questa parte. Tanto che oggi siamo arrivati che l’1% della popolazione mondiale (circa 70 milioni di individui) è più ricca di tutto il resto dell’umanità messa insieme.  80 persone si accaparrano l’equivalente di ciò che hanno i 3,5 miliardi più poveri (la metà della popolazione del globo). Per il 99% della popolazione Usa, ad esempio, la diminuzione è di 15 punti rispetto al 1980. Un trasferimento dal lavoro al capitale pari a 1.800 miliardi dollari che riporta la fetta di valore che spetta ai salariati al livello del 1920 (dati Ocse). E qualche imbecille parla di “progresso”!

Non c’è altra strada che sviluppare anche qui conflitti forti e decisi!

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Bologna: suicidio al carcere Dozza

L’ennesima vittima… non fa quasi notizia. Politiche di prevenzione all’anno zero

di Vito Totire (*)

Un giovane di 27 anni, Costantin Fiti, è l’ennesima vittima della assenza totale di una politica di prevenzione.

Un quotidiano di Bologna informa, il 23 novembre, del suicidio. Stando al monitoraggio di Radiocarcere sarebbe il 43° suicidio nelle carceri italiane del 2019 a fronte di un numero totale di 114 persone decedute.

I commenti registrati dalla stampa sono nel segno della rassegnazione e dell’impotenza. Parrebbe, da alcuni commenti, che la prevenzione fondi soprattutto – o eslusivamente – sulla vigilanza fisica che ovviamente è molto difficile con gli indici di affollamento delle carceri italiane; oppure che la prevenzione si basi solo sulla capacità di capire se e quando privare la persona di lacci e lenzuola. Nel caso dell’ultimo suicidio (prima di questo) abbiamo inviato un esposto alla Procura della Repubblica di Bologna che non ha ritenuto di sentirci sulla vicenda né ha probabilmente aperto alcun fascicolo sul filone di indagine che abbiamo proposto.

^leggi ancora

(*) Vito Totire è portavoce del coordinamento Chico Mendes e del Centro Francesco Lorusso

Per seguire i morti per suicido e per altri fattorinelle carceri italiane puoi andare  qui,   pagina sempre aggiornata.

NOTA: chi segue questo blog avrà notato che l’analisi che faccio sulla terribile esperienza delle morti in carcere per suicidio (senza sottovalutare le altre morti in condizione detentiva), è un po’ diversa da questa che pure con passione e sincerità viene posta da Vito Totire che ringrazio.

A causa della lunga frequentazione delle prigioni, da carcerato, ritengo che il suicidio sia l’estremo tentativo umano di sottrarsi alla galera, quando si verifica che altre fughe non sono possibili. Non ritengo, quindi, che una tecnica preventiva possa funzionare, giacché è proprio il sistema carcere non accettabile dalle dimensioni umane. In particolare la propensione al suicidio viene accentuata quando nei discorsi o programmi dei “politici” di governo si lanciano “speranze” poi frustrate, oppure si prospetta una linea di chiusura totale a ogni “speranza” per qualche piccola variante, ad esempio le misure alternative. Il responsabile delle morti è il carcere e chi lo esalta nella sua criminale funzione. La soluzione è costruire un Movimento per ABOLIRE IL CARCERE.

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“On est là”- Siamo qua – Note d’oltralpe sui Gilet gialli –

In Francia un anno fa, il 17 novembre 2018 prima giornata di mobilitazione con centinaia di blocchi su rotatorie e strade. si parla di 282mila manifestanti e 788 iniziative, contro l’aumento del prezzo della benzina e la politica sociale e fiscale del governo.
Alcuni compagni in Francia hanno scritto queste riflessioni.

^*^*^*^*^

“On est là”- Siamo qua
Gilets jaunes: il movimento tenace della Francia invisibile
Note d’oltralpe sui Gilet gialli

Note d'oltralpe sui Gilet gialli_
17 novembre. Ad un anno esatto dall'inizio delle mobilitazioni dei gilet
gialli francesi, vi inviamo la presentazione di un libretto che vuole
raccontare questo lungo movimento di lotta. Sono note per cercare di
capire meglio la composizione sociale e la determinazione di chi da 12
mesi rende la Francia un paese dove la conflittualità si diffonde.

I Gilets Jaunes (GJ) hanno aperto uno squarcio nella sensazione di
immobilità, di depressione e di impossibilità che spesso ci portiamo
dentro nel guardare le situazioni attuali. Uno squarcio che ci ha
permesso di intravedere alternative possibili.

Quello che è successo negli ultimi mesi in Francia ha fatto tremare
almeno un po' il governo e il suo sistema di governance, l'ha costretto
a riorganizzarsi e rendere ancora più esplicito il suo apparato
repressivo.

Molti tra coloro che sono coinvolti da tempo nelle lotte sociali hanno
incrociato e attraversato l'esperienza dei GJ rimanendovi impressionati
e respirandone fino in fondo la novità e creatività, ricevendo una
boccata d'aria fresca in un contesto altrimenti marcato da repressione.

Anche noi, che abbiamo avuto questa opportunità, abbiamo sentito il
bisogno di condividere esperienze, riflessioni e discussioni per
chiederci come l'esperienza dei GJ potesse contribuire attivamente anche
alle lotte fuori dal perimetro esagonale dove sono nati.

Per questo abbiamo deciso di raccontare pezzetti di quanto abbiamo
vissuto e visto. Proponiamo un'analisi "di pancia", che non ha la
pretesa né di essere esaustiva né di essere una teoria politica della
ricomposizione antagonista. Il nostro è uno sguardo soggettivo che prova
rispondere a delle semplici domande sul movimento: chi sono? Come
organizzano le loro lotte? Cosa vogliono?

Si tratta di note, che a qualche mese di distanza dalle incendiarie
giornate d'inverno, vogliono alimentare la riflessione sui gilet gialli,
non per proporre modelli da seguire, ma per diffondere degli spunti per
un confronto con chi vive nell'urgenza delle lotte sociali.

Perché i Gilets Jaunes sono appunto uno spazio di incontro, convergenza,
condivisione e conflitto, che ci dà da riflettere sulle prospettive
comuni.

Il testo in licenza Creative Commons, è disponibile in .pdf e .epub per
leggerlo, scaricarlo, stamparlo e diffonderlo liberamente.

                     Lo trovate qui: onestlagiletgiallihome.wordpress.com
                               Aiutaci a farlo circolare e a discuterne!
Per contatti:
Social: On est là - note d'oltralpe sui gilet gialli
Mail: on-est-la_gilet-gialli@riseup.net
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Tristi e drammatici i dati nelle Carceri – Aboliamole al più presto!

Morti in carcere al 12 novembre 2019: 113 morti di cui 41 suicidi

  • 49 donne in carcere con  52  bambine e bambini al di sotto di 3 anni

Detenuti presenti: totale 60.985, di cui donne 2.676; di cui stranieri 20.149 (donne straniere 958) su una capienza di 50.474  = Sovraffollamento di 10.511 unità

a Roma:

*Rebibbia femminile 361 presenza su 269 posti di cui straniere 156

*Rebibbia Nuovo complesso (giudiziario) 1.602 presenze su 1.164 posti disponibili (di cui 470 stranieri);

*Rebibbia Casa di Reclusione: 314 presenze su 443 posti (di cui 59 stranieri)

*Rebibbia Terza Casa: 81 presenza (di cui 13 stranieri) su 172 posti

*Regina Coeli: presenze 1.048 (di cui 535 stranieri) su 616 posti

*Detenuti usciti dagli Istituti Penitenziari ex L.199/2010 (consente di  scontare presso la propria abitazione una pena detentiva non superiore a 18 mesi) dall’entrata in vigore fino al 31 ottobre 2019 –  26.545   (di cui stranieri 8.431)

Uffici di Esecuzione Penale Esterna -Soggetti in Carico –  al 15 ottobre 2019:

maschi 90.952 femmine 11.374 totale 102.326

Carceri  minorili

Centri di prima accoglienza = presenti 8, maschi 8

Istituti penali per i minorenni = presenti 369, maschi 345, femmine 24

Comunità ministeriali = maschi 20, totali 20

Comunità private = maschi 983, femmine 88, totale 1.071

Totale presenti al 15 ottobre 2019 = maschi 1.356, femmine 112, totali 1.468

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E’ caduto il muro di Berlino! Chi si è fatto male?

Molti giorni prima del 9 novembre la grancassa ha cominciato a battere. Praticamente tutti i media hanno iniziato i festeggiamenti e le analisi per il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e la costruzione di tanti, troppi altri muri.

Tra le tante chiacchiere inutili somministrate, un giornale tedesco il Der Spiegel ha intervistato la cancelliera tedesca Angela Merkel che al tempo era cittadina dell’est, membro del movimento giovanile socialista Libera Gioventù Tedesca e ha studiato Fisica all’Università di Lipsia. L’intervista è (qui)

Ecco alcuni brani dell’intervista:

DER SPIEGEL: la Germania celebra il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Immagina, se vuoi, che il muro non era mai caduto e la Germania dell’Est (RDT) stava celebrando il 70 ° anniversario della sua fondazione questo autunno. Cosa pensi che sarebbe diventato di te?

Merkel: Certamente non saremmo qui a parlarci. Questo è chiaro.

DER SPIEGEL: E cosa faresti?

Merkel: Avrei potuto almeno realizzare il mio sogno. Nella Germania orientale, le donne andavano in pensione a 60 anni, quindi avrei ritirato il mio passaporto cinque anni fa e avrei viaggiato in America. I pensionati potevano viaggiare al di fuori della Germania orientale. Quelli che non erano più necessari come operai socialisti erano autorizzati a uscire.

In queste poche righe vengono sfatati alcuni pregiudizi:

1- non è che il muro fosse lì per impedire la “libera circolazione delle persone” ma per evitare che alcune persone dopo aver studiato nelle ottime università dell’est, gratuite, poi andassero a impiegarsi nelle aziende dell’ovest. Un fenomeno che si incrementava, cui i dirigenti dell’est risposero, stupidamente, con la costruzione del muro.Difatti, finita l’età lavorativa, si poteva andare dove si voleva.

2 – le lavoratrici andavano in pensione a 60 anni. Mentre nelle libere democrazie, come da noi, le lavoratrici sono costrette ad aspettare fino a 67 anni di età. Chissà cosa ne pensano le lavoratrici del mondo “libero”?

Operatori e operatrici dei media avrebbero potuto soffermarsi su queste cose, loro che sono avvezze/i a scovare ogni piccolo particolare, invece silenzio totale, bah!!!

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