A diciotto anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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Domenica 20 ottobre presentazione del libro “Esclusi”

Prima presentazione al “Nido di Vespe” al Quadraro, domenica 20 ottobre del libro “Esclusi“. In Via dei Ciceri, 131 – Alle 18,30

Chi non l’avesse ancora scaricato gratuitamente, può cliccare qui

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Strage nel carcere di Stammheim 42 anni fa

17 ottobre 1977, «verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta.   (il dirottamento del Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo era avvenuto il 13 ottobre da parte di un commando palestinese del PFLP/SC per chiedere la liberazione di una lista di prigionieri politici, la stessa che la Raf chiedeva in cambio della vita di Hans Martin Schleyer sequestrato dalla Raf il 5 settembre 1977 a Colonia. Dopo il sequestro Schleyer il governo attuò il blocco totale dei contatti di 41 prigionieri della RAF con esterni, familiari e perfino avvocati).

La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas BaaderJan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller fu ferita gravemente da quattro coltellate al petto.

Ecco la sua testimonianza di quanto avvenne in quella notte:

[continua a leggere]

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La solerzia di giornaliste e giornalisti

Sono solerti, sono attenti e sono preparati gli addetti alla cronaca, giornaliste e giornaliste di tutte le testate (più o meno), che seguono meticolosamente le manifestazioni di Hong Kong.

Pensate un po’, qualche giorno fa hanno scoperto che, in quella provincia cinese, è fatto divieto nelle manifestazioni, coprirsi il volto. Tutte e tutti scandalizzati giustamente, vituperando tale restrizione delle autorità contro le “manifestazione per la democrazia”, ma che vergogna!, questa Cina non rispetta i canoni elementari della democrazia!

D’altronde i solerti giornaliste e giornaliste ci hanno spiegato che quel movimento di Hong Kong, osservato con attenzione, è molto differente dalle manifestazioni sovversive e quasi terroristiche che avvengono in Europa come i No-Tav, i Gilets jaunes.

Lì a Hong Kong le bottiglie incendiarie le tirano i manifestanti, altroché! Le tirano, ma sono bottiglie democratiche, niente a che vedere con le bottiglie sovversive dei movimenti qui in Europa. Rompono le vetrine e bruciano cassonetti e macchine a Hong Kong, ma sempre per la democrazia, e allora che volete di più…

Mica come le contestazioni ai vertici in Europa, qui è il piombo e i manganelli della polizia ad essere democratici, come Genova 2001, tanto per ricordarne una, appunto. Carlo Giuliani ucciso dal piombo, ma democratico, delle forze dell’ordine; centinaia di feriti e altrettante e altrettanti sottoposti a tortura, ma democratica, e poi tanta galera, anch’essa democratica, e tutto il resto.

Bene!, operatori e operatrici dei media. Un applauso! L’attenzione e la preparazione è il vostro forte!

Soprattutto la memoria.

Un po’ negligenti, un po’ sbadati, ma se la spremete la memoria vi tornerà alla mente che 44 anni fa in questo bel paese, un governo e un parlamento di allora, democratico, vararono questa legge:

Legge 22 maggio 1975, n. 152, recante «Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico», all’articolo 5, dispone che «È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. Il divieto si applica anche agli indumenti. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.
Il contravventore è punito con l’arresto da
uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro”.

Definizione più esatta non poteva trovarla l’abate Stoppani, è proprioil bel paese”.    E daje!!

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Enrico se ne è andato via!

Enrico Villimburgo, un compagno e amico carissimo, si è suicidato buttandosi dalla finestra. Era a Parigi, da oltre trent’anni esule, rifugiato, perseguitato da quella “giustizia italiana” che non dispensa tregue, ma solo persecuzioni infinite a chi non si assoggetta passivamente al suo ordine feroce, ma si ribella.

Enrico si è ribellato, è stato uno di quella consistente parte della generazione che è insorta contro le infamie di questa classe dirigente e di questo sistema capitalista che ha fatto dello sfruttamento e dell’oppressione i suoi dogmi.

Enrico era un compagno di Roma, quartiere Centocelle, ha fatto parte della Colonna romana delle Brigate Rosse. Arrestato e condannato all’ergastolo, insieme a molti e molte altre, è riuscito ad allontanarsi dalla “caccia” spietata dei gendarmi italiani e rifugiarsi in Francia.

Enrico, negli ultimi anni, ha dovuto combattere anche contro un cancro che lo andava devastando.

Due nemici, il cancro e la persecuzione che non danno pace, Enrico l’ha trovata chiudendo i conti con questo mondo.

Enrico, non ti dimenticheremo, resterai nei nostri pensieri, per continuare…

Vedi anche: qui e qui

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1969 – Esplode l’autunno, scioperi a singhiozzo

Fiat 1969 – un altro passo avanti: lo sciopero a singhiozzo o a scacchiera

Il mese di settembre stava per finire e le trattative per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici languivano. Gli scioperi esterni avevano bloccato nei giorni prestabiliti la produzione alla Fiat, le adesioni dei lavoratori erano state elevate ma la direzione dell’azienda pareva aver sopportato benissimo quei colpi e prospettive immediate di chiusura del contratto non se ne vedevano.

Occorreva cercare altre forme di lotta, più incisive, capaci di “colpire di più il padrone” danneggiando meno gli operai, questa l’idea che cominciava a trovare sempre più consenso tra i lavoratori del gruppo torinese.

Voleva dire, in pratica, riportare lo sciopero dentro le officine mediante fermate improvvise, di poche ore, articolate per reparti. Non scioperare tutti assieme, ma scioperare a scacchiera, bloccando la produzione ora in questa ora in quell’officina. In questo modo si creavano ingorghi produttivi. I sindacati torinesi guardavano con diffidenza perché era ancora vivo il il timore che si ripetesse l’esperienza delle lotte di primavera, quando quei tipi di scioperi per officina, improvvisi e articolati, erano risultati incontrollabili per loro.

I sindacati sapevano che lo scontro sarebbe diventato più duro, la lotta dei lavoratori avrebbe conosciuto momenti di maggiore tensione che poteva sfociare in denunce, sospensioni, richiesta di cassa integrazione; un po’ come era avvenuto in occasione della lotta all’Officina 32.

Sul finire di settembre nelle Officine 26, 27, 52, 53, 54, 55 di Mirafiori presero il via una serie di scioperi spontanei, autonomi, proclamati dai lavoratori sul luogo di lavoro. Il 1° ottobre si verificarono altre fermate spontanee contro gli straordinari all’Officina 54. Il 2 ottobre si fermarono altri reparti di Mirafiori, mentre lo sciopero a scacchiera si estendeva anche allo stabilimento Lancia, per protestare contro la richiesta di straordinari e all’Officina 73 di Rivalta.

Stavolta i sindacati torinesi non corsero ai cancelli a condannare quelle forme di lotta non indette da loro, anzi li legittimarono coinvolgendo nell’organizzazione di essi anche i delegati, eletti un mese prima.

Il 3 ottobre, 300 delegati di reparto si riunirono in assemblea alla Camera del lavoro e, assieme ai rappresentanti dei sindacati, decidevano, nel corso di una vivacissima discussione, di passare a forme di lotta articolata. Il 5 ottobre questa decisione veniva avallata dalle segreterie nazionali dei sindacati metalmeccanici, con forti divergenze interne, che decidevano di estendere a tutte le fabbriche italiane forme articolate di astensione dal lavoro.

L’8 ottobre i quattro sindacati, Fiom, Fim, Uilm, Sida proclamarono il primo sciopero articolato di 4 ore per ogni turno. Il volantino distribuito giorni prima, oltre le ragioni dello sciopero, invitava a utilizzare le 4 ore per “assemblee nei refettori” dentro i vari reparti, per decidere forme di lotta sempre “più incisive”, per approfondire le rivendicazioni della piattaforma contrattuale ed eleggere in ogni reparto di tutte le officine i delegati come era avvenuto nello sciopero dell’8 ottobre.

Il primo turno a Mirafiori iniziava alle 6 di mattina; immediatamente si formavano cortei interni da un’Officina all’altra, con assemblee volanti. Sono circa 10.000 a sfilare, alla testa bandiere rosse, cartelli e fischietti insieme a tute blu e marroni degli operai, ai grembiuli neri e alle tute candide dei magazzinieri e dei collaudatori, ma anche colletti bianchi di tecnici e impiegati e tailleur delle impiegate. Il corteo si dirige verso la Palazzina degli uffici di fronte alla quale è schierata una doppia fila di guardie Fiat. Urla “fuori, fuori!”, sassate alla vetrate che vanno in frantumi. Fuori dai cancelli vicequestore e l’ufficio politico alla testa di un folto schieramento di polizia, osservavano impotenti, dalla palazzina escono impiegati e funzionari costretti a passare in mezzo al corridoio ricavato nel corteo, ricevendo monetine, sputi, urla di “crumiri”.

Questo subbuglio continua fino alle 15,00 ora di inizio del secondo turno, ma molti del primo non se ne sono andati a casa, sono rimasti. Riprendono i cortei interni e alle 16 la Palazzina è circondata. Stavolta entrano forze di polizia per far sgombrare il piazzale. Lo scontro è all’interno e all’esterno, un giovane operaio viene arrestato e rinchiuso in un cellulare, che viene assaltato da gruppi di operai e studenti fino a liberarlo e portarlo dentro la fabbrica protetto da migliaia di operai.

Alle 18,30 gli operai rientravano in fabbrica e si dirigevano verso il refettorio al grido di “Assemblea, Assemblea” e “Fiat occupata”, si decideva di continuare lo sciopero e l’occupazione fino alle 23,00.

I quattro sindacati, per non perdere i contatti operai denunciavano la polizia di essersi mossa su indicazione della Fiat sconfitta dagli scioperi, ma allo stesso tempo attaccano i gruppi di estrema sinistra, in particolare “Lotta Continua” (si riferiva alla sigla con cui venivano intestati i volantini dell’Assemblea operai studenti, il giornale si formerà a novembre 1969) per i loro atteggiamenti che “collimano con gli intendimenti provocatori della Fiat, devono essere isolati e respinti con la massima decisione”.

Lo stesso giorno alla Pininfarina gli operai avevano imposto l’uscita dei crumiri e degli impiegati, ma anche alla Fausto Corello; alle Fonderie Westinghouse gli operai avevano invaso il cortile interno; stessa cosa a Settimo Torinese alla Fram; alla Easton Livia di Rivarolo la direzione faceva uscire i lavoratori per impedire che invadessero la fabbrica; alla Olivetti di Ivrea il palazzo degli uffici veniva circondato e impedito l’ingresso; stessi episodi alla Spa Stura, a Rivalta e alla Lancia.

Il quotidiano La Stampa Sera del 10 ottobre 1969 portava un comunicato dell’Unione Industriale nel quale denunciava i gravi incidenti avvenuti nelle fabbriche e le pesanti violenze, accusava la polizia di passività e minacciava la serrata nel caso simili episodi si fossero nuovamente verificati.

GasparazzoIl frutto di queste giornate fu la produzione, a livello operaio, di un grande entusiasmo e partecipazione, ma anche una polemica dentro l’Assemblea Operai Studenti proprio sul fatto che una parte si era appropriata della testata dei volantini dell’Assemblea: “Lotta Continua”, per fare un giornale di una parte dell’Assemblea, non di tutta.

Si riparte con uno sciopero nazionale il 17 ottobre …..

Quelli che arrivavano dal meridione, portavano una freschezza di autonomia che si era andata affievolendo nel vecchio tradizionale corpo operaio torinese in parte deluso, sconfitto e perseguitato nel corso dei decenni precedenti. [Gianni Alasia, un esercito di “terun” invase Torino]

vedi “inizio autunno caldo
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Presentazione del libro: Esclusi dal Consorzio Sociale”

Ecco la prima presentazione del libro finito di scrivere qualche giorno fa, scaricabile e leggibile gratuitamente qui

Fate girare!

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Allegoria di un gradasso

Moltissime l’hanno riconosciuto subito, molti se ne sono convinti di lì a poco, l’appellativo di gradasso era il più adeguato.

Gradasso nelle parole e nelle movenze, con quel tot di spavalderia che curva verso l’insolenza nei confronti di ogni diversità da se. Insomma un coatto, per dirla alla romanesca.

Va pur detto che non è stata una sua creazione, questo atteggiamento, divenuto poi un modello. è stato molto presente nella politica italiana, e non solo, si è però affermato o, se volete, riaffermato, nei tempi recenti.

Esempi se ne possono fare tanti, basta scorrere le cronache della politica di palazzo. Il modello si è costruito nella scia dei più famosi decisionisti, quelli che privilegiano le proprie decisioni in opposizione alla riflessione e al confronto con gli altri, quelli che fanno prevalere la propria volontà su ogni altro criterio.

Messa ai margini la conoscenza, il decisionista, il gradasso tende a trascurare ogni valutazione più ampia e ogni analisi attenta dei fatti, non presta attenzione alle condizioni e alle circostanze che le proprie scelte possono scompaginare.

Fino a qui ci siamo! Ben si identifica il personaggio; è però assente quel “passare rapidamente all’azione” che ne completa la definizione nei dizionari della lingua italiana che chiariscono il significato di decisionista.

Azioni ne abbiamo viste poche, oltre quella di chiudere i porti in faccia alle persone devastate da giorni di navigazione difficoltosa e ad alto pericolo, provenienti da guerre, eccidi, carestie. Non l’abbiamo visto affrontare vis a vis quei vertici europei ritenuti responsabili, per cambiare le quote di accoglienza per la politica dell’immigrazione.

Alcuni speravano di vederlo litigare con loro, anche sbattendo le porte e i tavoli; pensavano: se vuoi fare il coatto, fallo bene! Fallo in ambienti dove è costumanza la cortesia e le buone maniere, per costringerli a cambiamenti positivi. Macché, speranza disattesa, nessuna frequentazione di questi luoghi. Il gradasso è fuggito di fronte alle responsabilità, mai una volta ha insultato in faccia quei leader europei, li ha ingiuriato solo quando si era sistemato a ragguardevole distanza. Quando, raramente, si è avvicinato ai potenti lo si è visto inchinarsi.

Il gradasso si è accanito soltanto contro gli ultimi, i disperati, gli sfortunati, quelli che non possono reagire, perché proprio non possono farlo. Oggi no, ma domani può darsi!

Un po’ come fa un vero pusillanime che si impegna nel calpestare l’aiuola di un giardino per protestare contro chi, proprietario di quell’aiuola, non ha accettato le sue proposte o l’ha insultato, non avendo il coraggio di affrontarlo a viso aperto.

Gradasso nelle parole e pusillanime negli atti che da quelle parole dovevano scaturire. In sintesi: volgare nell’esprimersi e codardo nell’agire, ma con molti seguaci, che forse si sono riconosciuti proprio in queste caratteristiche di persone angosciate dal non poter fare alcunché se non obbedire, ma rosi dal malessere della prolungata inettitudine di fronte a problemi che necessitano l’agire. E sono tanti, forse più di quanto immaginavamo.

Ma può succedere, e anche stavolta è successo, che il coatto si infetti del morbo dell’eccesso, dell’abuso di quella sfrontatezza che gli ha regalato consensi, persuaso che i limiti non lo riguardino e che ha il potere di costringere con la forza, con minacce oppure con l’imposizione obbligatoria, ogni scelta. L’eccesso lo ha illuso che potesse imporre coattivamente, perché coatto, le sue decisioni a chi non le condivideva.

Succede spesso perché il gradasso, a un certo punto della sua carriera, si convince di essere imbattibile, infallibile e va oltre, tropo oltre la miseria di cui si è circondato … e fa cilecca!

È la fine del percorso dello sbruffone, fine inevitabile di chi è stato allevato e cresciuto nell’ambiente del celodurismo della Lega Nord.

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NO Elettroshock

 SABATO 19 Ottobre a MONTICHIARI (BS) – alle ore 15 c/o ingresso reparto Via G. Ciotti 154, PRESIDIO INFORMATIVO CONTRO L’USO DELL’ELETTROSHOCK E CONTRO GLI ABUSI NEI REPARTI PSICHIATRICI STOP ELETTROSHOCK, STOP ABUSI E MORTI NEI REPARTI !

Vorremmo chiamare a sostegno dell’iniziativa tutte le realtà che h
Il 13 agosto, nell’ ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, divampa un incendio. A seguito di ciò muore una ragazza di diciannove anni, legata ad un letto di contenzione. Il suo nome è Elena. La direzione sanitaria si affretta, attraverso gli organi di stampa, a giustificare la contenzione come forma di tutela esercitata proprio “a beneficio” della paziente, rea di aver precedentemente tentato il suicidio.
La morte di Elena, è sicuramente un dramma personale che esige cautela nell’ affrontarlo. Rispettando soprattutto il dolore di chi l’ha amata. Tuttavia non si può neppure considerare un episodio isolato.
Vorremmo ricordarli tutti e tutte. Nome per nome. Ma la lista di quanti e quante hanno perso la vita in reparto in circostanze, per certi versi analoghe, è interminabile. Le morti in spdc (Servizi psichiatrici diagnosi e cura) esprimono realisticamente lo stato dell’ arte della democratica psichiatria post manicomiale a più di 40 anni dall’ entrata in vigore della legge 180. La mesta continuità con cui si verificano evidenzia la contraddizione di una presa in carico giustificata dalla cura del paziente, che passa attraverso la coercizione, la disumanizzazione, il panottismo.
Come mai una pratica, che la legge contempla come eccezione e rispetto alla quale ha elaborato protocolli d’ applicazione, viene esercitata con sistematicità e in modo assolutamente “discrezionale” ? I reparti ospedalieri restano non luoghi di rimozione della coscienza collettiva. Universi concentrazionari dove si consuma ferocemente la separazione fisica e concettuale tra sani e malati. La segregazione a cui i/le pazienti sono sottoposti/e registra quanto ancora sia in voga il paradigma manicomiale. Quanto la psichiatria declini il proprio intervento in chiave custodialistica. Quasi a voler ancora salvaguardare le relazioni sociali dalla contaminazione con lo stato morboso.
Inoltre, in nome della tanto sbandierata sicurezza, ogni stanza è dotata di telecamera, collegata ad un pannello situato in un luogo centrale del reparto. Dietro al monitor si presume esserci un infermiere/sorvegliante. Viene da chiedersi: come mai la tecnologia a disposizione del personale si è rivelata inefficace circa lo scopo per la quale è stata impiegata? Perché non ha messo in sicurezza i pazienti? In verità dietro alle lenti si rifrange l’occhio clinico, programmato per registrare quei comportamenti “utili” all’economia delle diagnosi. Proprio le pratiche che sussistono nei reparti rivelano i motivi economico politici a suffragio dei neo manicomi. Non luoghi deputati a dar visibilità alla malattia mentale. A dargli un nome che rientri nella tassonomia diagnostica. Il tema della sicurezza è una scusa per aggirare la normativa sulla privacy. Un alibi utile ad accreditare l’ associazione tra comportamento deviante e valutazione clinica.
Ciò che viene comunemente percepito come una misura di tutela, si rivela così un buon strumento per definire con più enfasi, il profilo patologico del paziente. D’altronde, quest’ ultimo potrà impugnare le riprese video a crimine già avvenuto, quando è ormai vittima conclamata di un abuso. La storia di Mastrogiovanni dice forse qualcosa?
La 180 è una rivoluzione tradita. Oggi dei suoi principi ispiratori non resta che la retorica. Eppure, dalla lettura del presente, emergono le stesse contraddizioni di sempre!
La triste vicenda di Elena non può esser archiviata come un incidente o un episodio di malasanità. Fermare le morti in spdc vuol fare i conti con i diritti negati, con lo stato d’ abbandono che vivono i/le pazienti. Una deprivazione che si esprime ad un livello fisico, affettivo, quanto giuridico.
“…E dunque, non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te” .
La morte di Elena è un fatto che riguarda tutti. Per questo viene spontaneo scandire, anche con rabbia, due parole: verità e giustizia.
La morte di Elena è un ulteriore crepa, nel muro di menzogne e complicità, che la psichiatria clinica erige intorno alle proprie pratiche e alla propria cultura.
BASTA MORTI NEI REPARTI PSICHIATRICI!!
Alcune persone di Bergamo – il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa
anno a cuore la libertà della persona nel poter disporre della propria vita, dei propri ricordi e dei propri pregi e difetti. Per dare continuità al presidio di Giugno scorso a Pisa riproponiamo il testo informativo sulla TEC/ELETTROSHOCK dove si spiega bene in cosa consiste questa pratica: ”L’elettroshock oggi viene chiamato TEC (terapia elettroconvulsiva) ma rimane la stessa tecnica inventata nel 1938 da Cerletti e Bini. Si tratta di corrente elettrica che passando dalla testa e attraversando il cervello produce una convulsione generalizzata.          
Migliorandone le garanzie burocratiche, così come introducendo alcune modifiche nel trattamento, vedi anestesia totale e farmaci miorilassanti, non si cambia la sostanza della TEC. A più di ottanta anni dalla sua invenzione, possiamo affermare che l’elettroshock è l’unico trattamento, che prevede come cura una grave crisi organica dei soggetti indotta a tale scopo, mai dichiarato obsoleto.
Perché questo trattamento medico – che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo – è stato utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia e dalla scienza?
È sufficiente praticare un’anestesia totale per rendere più umana e dignitosa la sua applicazione? Basta chiamarla terapia per renderla legittima?
Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento? Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?
In Italia, sul finire degli anni novanta, i presidi sanitari dove era possibile praticare l’elettroshock erano nove – sei pubblici e tre privati. Venne presentata una campagna, “Sdoganare l’elettroshock”, dai più illustri psichiatri organicisti aderenti all’AITEC (Associazione Italiana Terapie Elettroconvulsive), che principalmente chiedeva due cose: un aumento dei presidi autorizzati tale che si potesse coprire la richiesta di una struttura ogni milione di abitanti e la promozione di iniziative culturali tese ad una rivalutazione di quella che era la percezione pubblica dell’elettroshock. Fu così che gli apparati politici italiani intervennero in materia predisponendo, per la prima volta, un percorso teorico e normativo che identificasse delle linee guida condivise tra apparati istituzionali pubblici e privati e le richieste della psichiatria.
In Italia negli ultimi anni si tende a incentivare l’utilizzo delle terapie elettroconvulsive, non solo come estrema ratio ma anche come prima scelta. Per esempio nel trattamento delle depressioni femminili entro i primi tre mesi di gravidanza, poiché ritenuto meno pericoloso degli psicofarmaci nei primi periodi di gestazione umana. Anche per quanto riguarda ipotetici problemi di depressione post partum la TEC viene addirittura pro-posta quale terapia adeguata e meno invasiva per le neo mamme rispetto agli psicofarmaci o ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Nel 2011 le strutture ospedaliere coinvolte, cioè quelle che hanno eseguito almeno una TEC in un anno, erano 91. Nel triennio che va dal 2008 al 2010, 1.406 persone sono state sottoposte a elettroshock. La maggioranza dei trattamenti riguarda le donne, 821 contro 585 uomini, e la fascia d’età va in media dai 40 ai 47 anni. Nel 2008 i pazienti over 75 che hanno subito la TEC erano 21, l’anno dopo 39.
Oggi i centri clinici dove si fa l’elettroshock sono 16 e i pazienti all’incirca 300 l’anno.
I meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e dei meccanismi recettoriali) siano correlate all’effetto terapeutico» (G. B. Cassano, Manuale di Psichiatria). Ma per chi subisce tale trattamento la perdita di memoria e i danni cerebrali sono ben evidenti e possono essere rilevati attraverso autopsie e variazioni elettroencefalografiche anche dopo dieci o venti anni dallo shock.
Ciò che resta di certo, quindi, è la brutalità, la totale mancanza di validità scientifica e l’assenza di un valore terapeutico comprovato.
Ci teniamo, quindi, a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una terapia invasiva, una violenza, un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. Il percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche deve essere portato avanti e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.”

COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO CAMUNO – CAMAP camap@autistici.org                             COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD PISA – antipsichiatriapisa@inventati.org COLLETTIVO SENZANUMERO – ROMA – senzanumero@autistici.org

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CRIMINI di PACE: ELENA 19 ANNI ARSA VIVA IN UN REPARTO PSICHIATRICO

Il 13 agosto, nell’ ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, divampa un incendio. A seguito di ciò muore una ragazza di diciannove anni, legata ad un letto di contenzione. Il suo nome è Elena. La direzione sanitaria si affretta, attraverso gli organi di stampa, a giustificare la contenzione come forma di tutela esercitata proprio “a beneficio” della paziente, rea di aver precedentemente tentato il suicidio.
La morte di Elena, è sicuramente un dramma personale che esige cautela nell’ affrontarlo. Rispettando soprattutto il dolore di chi l’ha amata. Tuttavia non si può neppure considerare un episodio isolato.
Vorremmo ricordarli tutti e tutte. Nome per nome. Ma la lista di quanti e quante hanno perso la vita in reparto in circostanze, per certi versi analoghe, è interminabile. Le morti in spdc (Servizi psichiatrici diagnosi e cura) esprimono realisticamente lo stato dell’ arte della democratica psichiatria post manicomiale a più di 40 anni dall’ entrata in vigore della legge 180. La mesta continuità con cui si verificano evidenzia la contraddizione di una presa in carico giustificata dalla cura del paziente, che passa attraverso la coercizione, la disumanizzazione, il panottismo.
Come mai una pratica, che la legge contempla come eccezione e rispetto alla quale ha elaborato protocolli d’ applicazione, viene esercitata con sistematicità e in modo assolutamente “discrezionale” ? I reparti ospedalieri restano non luoghi di rimozione della coscienza collettiva. Universi concentrazionari dove si consuma ferocemente la separazione fisica e concettuale tra sani e malati. La segregazione a cui i/le pazienti sono sottoposti/e registra quanto ancora sia in voga il paradigma manicomiale. Quanto la psichiatria declini il proprio intervento in chiave custodialistica. Quasi a voler ancora salvaguardare le relazioni sociali dalla contaminazione con lo stato morboso.
Inoltre, in nome della tanto sbandierata sicurezza, ogni stanza è dotata di telecamera, collegata ad un pannello situato in un luogo centrale del reparto. Dietro al monitor si presume esserci un infermiere/sorvegliante. Viene da chiedersi: come mai la tecnologia a disposizione del personale si è rivelata inefficace circa lo scopo per la quale è stata impiegata? Perché non ha messo in sicurezza i pazienti? In verità dietro alle lenti si rifrange l’occhio clinico, programmato per registrare quei comportamenti “utili” all’economia delle diagnosi. Proprio le pratiche che sussistono nei reparti rivelano i motivi economico politici a suffragio dei neo manicomi. Non luoghi deputati a dar visibilità alla malattia mentale. A dargli un nome che rientri nella tassonomia diagnostica. Il tema della sicurezza è una scusa per aggirare la normativa sulla privacy. Un alibi utile ad accreditare l’ associazione tra comportamento deviante e valutazione clinica.
Ciò che viene comunemente percepito come una misura di tutela, si rivela così un buon strumento per definire con più enfasi, il profilo patologico del paziente. D’altronde, quest’ ultimo potrà impugnare le riprese video a crimine già avvenuto, quando è ormai vittima conclamata di un abuso. La storia di Mastrogiovanni dice forse qualcosa?
La 180 è una rivoluzione tradita. Oggi dei suoi principi ispiratori non resta che la retorica. Eppure, dalla lettura del presente, emergono le stesse contraddizioni di sempre!
La triste vicenda di Elena non può esser archiviata come un incidente o un episodio di malasanità. Fermare le morti in spdc vuol fare i conti con i diritti negati, con lo stato d’ abbandono che vivono i/le pazienti. Una deprivazione che si esprime ad un livello fisico, affettivo, quanto giuridico.
“…E dunque, non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te” .
La morte di Elena è un fatto che riguarda tutti. Per questo viene spontaneo scandire, anche con rabbia, due parole: verità e giustizia.
La morte di Elena è un ulteriore crepa, nel muro di menzogne e complicità, che la psichiatria clinica erige intorno alle proprie pratiche e alla propria cultura.
BASTA MORTI NEI REPARTI PSICHIATRICI!!
Alcune persone di Bergamo – il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa
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Un libro è qui, potete scaricarlo e leggerlo!

Ho finito di scrivere un libro e lo regalo a chi vuole leggerlo.

Il libro lo pubblico su questo Blog,  di seguito a questa premessa e alla copertina, se lo volete in pdf cliccateci sopra,  se lo volete in word, cliccateci sopra e buona lettura.
È  una mia scelta in sintonia con l’idea che ho de libro e che condivido con tante e tanti altri, come opera umana libera e da condividere agevolmente, che non è né può essere una merce da scambiarsi sul mercato in cambio di denaro.
Questo libro parla di carcere. Tanto altro potete trovare di carcere su questo Blog, ci sono notizie storiche e attuali sulla detenzione, però in questo libro la parola va alle persone detenute. Immaginate di aver messo in una cella, nei corridoi e nei passeggi di un carcere dei microfoni, per ascoltare in diretta le parole che tra loro si scambiano le persone prigioniere. Sono parole sconosciute da chi sta dall’altra parte del muro; sono parole che rispecchiano e comunicano idee, tensioni, emozioni, insomma quello che provano le persone recluse.
Pubblicare il libro sul Blog perché?
Non voglio certo criticare né demonizzare gli editori, soprattutto le piccole case editrici. A loro un plauso e il mio affetto perché, tra mille difficoltà, aumentate dalle restrizioni dei governi, propongono tantissime opere che altrimenti non sarebbero conosciute.
Penso però che, ogni tanto, un passo avanti si possa fare. D’altronde con le tecnologie digitali quanti scritti vengono diffusi attraverso blog, social network e siti vari, ci sono interessanti raccolte di racconti, di poesie e di analisi politiche e sistemiche; è tanto il materiale da leggere su internet che, a volte, non abbiamo tempo per farlo. Ci sono anche molti libri pubblicati oltre che in versione cartacea, anche in quella digitale.
A me piace immaginare che, in questo modo, ciò che scrivo venga letto da più persone. Forse mi sbaglio, ma lasciatemi provare. Dunque, dopo i libri pubblicati in cartaceo (Maelstrom e Cos’è il carcere, entrambi editi da DeriveApprodi, e il libro di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi edito da Bordeaux) questo lo pubblico sul Blog.
Il libro si intitola esclusi dal consorzio sociale”; è questo il termine con cui il regolamento fascista del 1931 definiva le persone incarcerate, e non mi pare, purtroppo, che il sentire comune sulle persone incarcerate si sia allontanato molto da questa definizione, nonostante la Costituzione dica il contrario. Dunque leggetelo, se vi va, non è lungo, 62 schermate in word o in pdf.
Scaricatelo, stampatelo, prendetene parti e utilizzatele come volete. Potete farci ciò che desiderate, spero soltanto che ne vorrete indicare la provenienza.
Se vi piace e vi interessa, ma anche se lo ritenete un obbrobrio o per qualsiasi altra ragione, sono contento se lo divulgate.

Le critiche e le opinioni, se volete, potete scriverle direttamente sul Blog.   Buona lettura!

Anche in versione epub

Copertina finale

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Leonard Peltier

Domani, 12 settembre, Leonard Peltier compirà 75 anni.

Chi è Leonard Peltier? E’ un nativo americano, un pellerossa, da ben 43 anni  in carcere negli Stati Uniti.
E’ in carcere perché ha lottato nell’American Indian Movement, il  movimento che negli anni ’70 i nativi avevano organizzato negli Usa per resistere ancora una volta ai soprusi del colonialismo americano.
E’ in carcere perché faceva e fa parte di quel popolo che sapeva certo convivere con la natura meglio di come abbia fatto l’uomo bianco-occidentale nella storia.

Leonard Peltier è l’unico rimasto in carcere per la rivolta dei pellerossa a Wounded-Knee nella riserva indiana di Pine Ridge nel Sud Dakota nel 1973 [ vedi  qui ]. Leggi una sua lettera qui .

Facciamo girare queste informazioni e il grido della LIBERTA‘ per Leonard Peltier, in un paese che non conosce vergogna per quello che ha fatto. Ricordiamo per tutte e tutti, poiché né i media, né la scuola, in pratica nessuno parla del più grande sterminio fatto nella storia dell’umanità: si tratta della strage compiuta dai colonizzatori europei  nei confronti delle popolazioni amerinde. Una strage che supera i 50 milioni di persone appartenenti alle popolazioni amerinde  (che vivevano da millenni nelle americhe). Sono state massacrate dagli eserciti di questi paesi: Spagna, Portogallo, Inghilterra, Olanda, Francia. La più grande strage dell’umanità!

Non dimentichiamo
LIBERTA’ PER LEONARD PELTIER.
Grazie Leonard di resistere.

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