A quindici anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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dal CIE di Roma Ponte Galeria

dal Blog Hurriyahurriya

Roma – CIE di Ponte Galeria: lo Stato risponde alla violenza di genere con le deportazioni

Riceviamo e diffondiamo. Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

Retate nelle strade, stupri, soprusi e continue violenze nei centri di detenzione: questa è la quotidianità che lo stato offre alle donne migranti. Uno stato fascista e razzista fondato su machismo e cultura dello stupro; al di là dei propagandati progetti della polizia in difesa delle donne contro la violenza di genere, questo è uno stato che dice di proteggerti e nella realtà, al contrario, si trasforma in un ulteriore pericolo per la tua libertà e la tua vita.
Questo è ciò che è successo a Olga (nome di fantasia), una delle tante donne che spesso trovano il coraggio di liberarsi dalle loro relazioni violente. Olga è una donna ucraina che, nel momento in cui si è rivolta alle forze dell’ordine per denunciare le violenze agite da quello che era il suo compagno, è stata rinchiusa nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria, da dove la deporteranno a breve, perché la sua condizione di “irregolare” ha prevalso sulla sua richiesta di aiuto. Non si tratta di un caso isolato: ogni giorno le migranti devono vivere sulla propria pelle gli effetti di questo stato che le umilia, le sfrutta, le criminalizza e imprigiona per perpetuare poi le stesse violenze all’interno delle mura infami di un CIE.
Ogni giorno le donne migranti portano avanti le loro resistenze a questo sistema razzista fatto di confini e galere.
Non chiediamo allo stato di difenderci dalla violenza che esso stesso produce e di cui si nutre.
Quello che vogliamo è continuare a sostenere le lotte di chi a tutta questa brutalità si ribella, di chi resiste nei CIE, di chi si oppone alle deportazioni.
Quello che vogliamo è la libertà per tutte le donne recluse.

nemiche e nemici delle frontiere

Qui di seguito la trascrizione della telefonata con la donna detenuta nel CIE di Ponte Galeria. A causa di difficoltà di comprensione dell’audio, alcune parti sono mancanti e alcune sono state integrate tra parentesi per facilitare la lettura.

Prima cosa: siccome io sto qui già [per] la seconda volta, no?

[La] prima volta com’è successo?

Io [sono] stata fermata, come tutti. Una ragazza ha accoltellato un ragazzo – non lo so con che cosa, non lo so. Sono venuti i carabinieri e hanno chiesto chi ha visto quello che è successo – perché subito è venuta l’ambulanza che ha preso quel ragazzo, perché lui [era] svenuto, e l’ha portato via.

[Dunque] sono venuti i carabinieri [e hanno chiesto] ‘chi ha visto?’ [alle] persone [presenti se qualcuno aveva visto qualcosa]. Hanno chiesto a tutti ‘puoi dare il numero di telefono, può darsi che serve’, e pure io ho dato [il] mio numero.

[Dopo] una settimana o non so quanti giorni, [sono stata chiamata] dai carabinieri e mi hanno chiesto “[parte mancante] e io ho detto “si” “puoi venire qui con un documento?”. Mi hanno detto che quel ragazzo ha fatto l’intervento e [che lei] con le forbici gli ha fatto un buco nei polmoni – e dunque se potevo andare lì. Io [ho detto] “come? non lo so, non ho documenti, ho solo il passaporto”, [e loro] “va bene, non fa niente”.

Io ho preso il passaporto e sono andata lì ho fatto vedere il passaporto, loro hanno guardato il computer e hanno visto che ho espulsione. Espulsione. Espulsione per cosa io ce l’ho? Espulsione io ce l’ho perché non [parte mancante] il permesso di soggiorno, quando mi è venuto il permesso di soggiorno io sono stata in Ucraina. Sono stata in Ucraina [parte mancante] perché è morto mio padre. E quindi io non [parte mancante] permesso di soggiorno

Quando sono tornata la signora era morta e io non sapevo [????] il permesso di soggiorno e quindi quello di espulsione io avevo.

E allora mi hanno portato qui al CIE, però io sono stata venerdì, sabato e domenica. Lunedì avevo l’udienza io uscita e lunedì mi hanno fatto uscire. Questo è successo due anni fa.

Quindi io avevo il foglio per andare via. Trenta giorni avevo per andare via.

E adesso cos’è successo? Mi ha menato il mio ragazzo, quello che ti ho raccontato sono tornata al mio lavoro e ha cominciato a menarmi il mio ragazzo.

Lui [frase poco comprensibile].

A lui l’hanno fatto uscire, e a me mi hanno chiuso qui.

Questo è tutto.

Io non l’ho denunciato, però loro sono venuti lì. Io ho chiamato da sola, hanno visto tutto, mi hanno portato qui, perché hanno visto che io ho il foglio di via e mi hanno portato qui.

Ora sto qui già dal 18 [gennaio] – un mese. E mi hanno detto che mi rimandano al [mio] Paese.

Mi hanno detto che mi mandano via perché io non devo stare in Italia 5 anni.

Io ho detto, perché, io tutta la mia vita – io ho già quarant’anni, ho passato tutta la mia vita, da quando sono in Italia, ho lavorato. Ho anche aiutato una signora anche senza soldi e senza niente, perché aveva bisogno di me, perché non aveva soldi. Non li aveva e mi ha detto: “ti do l’alloggio e ti do da mangiare perché io non ti posso pagare lo stipendio”. Io ho lavorato da lei e l’ho aiutata.

Prima lavoravo con una signora che ora è morta – perché io sto qui da 11 anni

[parte mancante]

Io ho detto: ma perché una donna che viene qui per lavorare, per aiutare persone. Ma scusa, anzi, e poi quello che prendo di stipendio io lo lascio qui in Italia, perché io pago l’affitto.

Ma perché è così la legge? Perché?

[frase poco chiara]

Io ho detto: meglio morta che qui [nel CIE] – però non voglio andare in Ucraina – io non ho nessuno, non ho casa, non ho niente. Ho detto: datemi [almeno] la possibilità che esco, prendo i miei vestiti, dalla signora lo stipendio. Perché io sto adesso con una signora che sta malata con il cancro.

Ieri io ho chiamato e lei [è stata portata] all’ospedale sant’Andrea, perché ha sentito ‘Ponte Galeria’ [e si è chiesta] che cos’è questo posto?

Io non ho manco preso lo stipendio e non c’è nessuno che mi porta i soldi e che mi porta i miei vestiti.

Io ho chiesto, ho detto ‘ma io così parto?’ e mi hanno risposto ‘parti cosi’. Mi hanno detto ‘cerca qualcuno che ti porta i vestiti’ ma io gli ho detto ‘chi mi porta i vestiti? Nessuno!’

Adesso che c’è io sono stata alla prima udienza, il giudice è stato bravissimo, e voleva che io vado fuori, che io esco però quelli che stanno seduti vicino a lei, quelli dell’ufficio immigrazione. Uno sta seduto vicino al giudice, non so chi è quello, io penso che è dell’ufficio di immigrazione.

Io ho chiesto che vado da sola, e il giudice ha detto che va bene, ma loro hanno detto ‘no, e perché da sola? Noi ti compriamo il biglietto e tu vai’.

Non mi hanno [dato nessuna spiegazione], non mi hanno detto niente, soltanto mi hanno detto “noi ti compriamo il biglietto, perché devi andare da sola?”

In quei giorni tanta gente è stata rimandata al [proprio] Paese [d’origine].

Io assolutamente posso raccontare basta che vado via [dal CIE] perché io non ce la faccio, non ce la faccio proprio e anzi, ho anche paura, non è soltanto che… Perché io non lo so, il giorno [del rimpatrio] è vicino, e io non ci voglio pensare perché ho ancora la pressione alta. E lo zucchero [=glicemia] oggi è a duecentoventi.

Non so, speriamo.

[frase mancante]

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Ecco il “Daspo urbano”. Ma non è una novità! Conosciamo da dove viene e dove va a parare: al controllo territoriale!

(Ansa 11 Feb) Daspo urbano e norme contro ‘movida selvaggia’: ecco le misure:

 Dopo quello negli stadi, arriva il Daspo urbano: i ‘vandali’ che deturpano zone di pregio delle città non potranno più frequentarle per un periodo di 12 mesi. E’ una delle misure contenute nel decreto sulla sicurezza urbana, presentato dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, ed approvato dal Consiglio dei ministri. Il testo, 18 articoli, concede ai sindaci il potere di ordinanza – “ma non ci saranno sindaci-sceriffo”, ha puntualizzato Minniti – ed è stato condiviso con l’Anci. La linea guida del provvedimento, ha spiegato il ministro, “è un grande patto strategico tra Stato e poteri locali”.
NASCE COMITATO METROPOLITANO …         ALLONTANAMENTO FINO 48 ORE PER CHI LEDE DECORO – Vengono introdotte sanzioni amministrative da 300 a 900 euro con l’ allontanamento fino a 48 ore per chi leda il decoro urbano …       DASPO URBANO – E per chi si è ripetutamente reso protagonista di lesioni al decoro urbano scatta il Daspo urbano, l’ allontanamento fino a 12 mesi. Stessa misura, ma per un periodo da 1 a 5 anni, per chi spaccia droga nelle discoteche e locali di intrattenimento.
CHI SPORCA CITTA’ DOVRA’ RIPULIRLA – E sempre nell’ottica di avere città più vivibili e pulite, il dl affida al giudice la possibilità di disporre il ripristino o la ripulitura dei luoghi o risarcimento, per chi deturpa o imbratta beni immobili o mezzi di trasporto pubblici o privati.
ANCI, ARMA IN PIU’ PER I SINDACI …

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(Sole 24 ore 11 Feb) Non ci sono nuovi reati né aggravanti di pena ma misure come la possibilità di applicare in modo più ampio quello che si applica nelle manifestazioni sportive: davanti a reiterate violenze sportive c’è il daspo, di fronte a reiterati elementi di violazione di alcune regole sul controllo del territorio le autorità possono proporre il divieto di frequentare il territorio in cui sono state violate le regole». Lo ha detto il ministro Marco Minniti illustrando il decreto sicurezza approvato in cdm. Sulla sicurezza delle città oggi «abbiamo preso decisioni di un certo rilievo», ha sottolineato il premier Paolo Gentiloni, dopo il consiglio dei ministri, spiegando che il provvedimento sulla sicurezza è stato preso d’intesa con l’Anci.

Sicurezza, più potere ai sindaci … Rafforzati i poteri di ordinanza dei sindaci […]  Più servizi di controllo sul territorio…  Sicurezza e degrado nelle città: la sfida più difficile da vincere  … Se il fatto è commesso su beni immobili o su mezzi di trasporto pubblici o privati, si applica la pena della reclusione da uno a sei mesi o della multa da 300 a 1.000 euro. Se il fatto è commesso su cose di interesse storico o artistico, si applica la pena della reclusione da tre mesi a un anno e della multa da 1.000 a 3.000 euro.
Nei casi di recidiva per le ipotesi di cui al secondo comma si applica la pena della reclusione da tre mesi a due anni e della multa fino a 10.000 euro.             Writer e vandali al lavoro gratis per risarcire i danni alle città       Condanna a pulire per chi sporca la cittàMisure per prevenire l’occupazione di immobili

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NON E’ UNA NOVITA’, da tempo ne parlavamo su questo Blog e negli interventi nelle assemblee di movimento. I nuovi strumenti della repressione erano comprensibili, altrettanto chiaro era ed è il punto di arrivo: PORTARE SEMPRE PIU’ IL CONTROLLO NEI TERRITORI, operando una separazione netta tra territori da tutelare e territori da abbandonare per relegarci le “classi pericolose”.

… ecco un articolo dell’Aprile dello scorso anno: Il controllo repressivo territoriale:  il Daspo cittadino

… e alcune riflessioni su quale sarà l’impatto con le realtà di lotta e di movimento:  Repressione, attualità e tendenze: come difenderci

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La Corte Costituzionale ritiene legittimo il divieto di ricevere libri e riviste per chi è recluso/a in 41bis

Da Repubblica di oggi 9 febbraio 2017

Ieri 8 febbraio 2017 la Corte Costituzionale nella sua sentenza ha ritenuto “non fondata” la questione di legittimità del divieto sollevata da un magistrato di sorveglianza di Spoleto dopo il reclamo di un detenuto di un istituto di pena di Terni, ed ha ribadito la legittimità del divieto di ricevere – e spedire – libri per i detenuti sottoposti al 41 bis, il regime di carcere duro riservato a mafiosi e terroristi. Al termine di un’udienza a porte chiuse, relatore il giudice Franco Modugno, avvocato dello Stato Maurizio Greco, i giudici in serata hanno ritenuto “non fondata” la questione, di cui l’Alta corte era stata investita a seguito dell’ordinanza trasmessa a Palazzo della Consulta dal magistrato di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi, chiamato a pronunciarsi sul reclamo presentato da un detenuto nell’istituto di pena di Terni.
In particolare, la questione di legittimità riguardava l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui consente al Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), attraverso circolari, di adottare “tra le misure di elevata sicurezza interna ed esterna volte a prevenire contatti del detenuto con l’organizzazione criminale di appartenenza” il divieto riguardante libri e riviste da o verso l’esterno del carcere. Il magistrato di sorveglianza aveva sollevato dubbi di legittimità della norma, in relazione ai principi contenuti negli articoli 15 (libertà e segretezza della corrispondenza), 21 (diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero), 33 e 34 (diritto all’istruzione) e 117 (che recepisce la Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul “trattamento inumano e degradante”) della Costituzione. Tesi non condivise dalla Consulta, le cui motivazioni arriveranno nelle prossime settimane.
Il giudizio della Consulta è stato accolto positivamente dal deputato del Pd Davide Mattiello, componente delle Commissioni Giustizia e Antimafia. “La sentenza della Corte è un respiro di sollievo per l’efficacia del 41 bis – dichiara -. Nessuno mette in discussione la possibilità del detenuto anche in regime di 41 bis di leggere e studiare, ma la possibilità che ciò avvenga anche attraverso la possibilità di ricevere dall’esterno o spedire all’esterno libri e riviste. Ma ci immaginiamo a quale mostruoso lavoro sarebbe stata costretta diversamente la Polizia Penitenziaria che avrebbe dovuto garantire che in nessun modo questo via vai di testi potesse contenere messaggi nascosti volti a mantenere in funzione la relazione criminale? Si pensi ai sodali che spediscano al boss detenuto Guerra e Pace“.

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Per approfondire il problema si può ascoltare la trasmissione “La Conta” su RadiOndaRossa di ieri 08.02.2017 tutta dedicata al 41 bis, le sue origini, la sua storia, il suo reale significato, il suo stravolgimento. Ascolta qui

Note sul 41bis e sul meccanismo concentrazionario su cui si è modellato il carcere.

Di carcere si parla oggi. Spesso a sproposito, a volte con lo spirito lamentoso, quanto stanno male i carcerati!, a volte reclamando diritti per chi sta in carcere come richiedono le norme internazionali, a volte per dire di chiudere le celle e buttare le chiavi, ecc., ecc., l’unico aspetto del carcere di cui non si parla e non si può parlare è il regime di isolamento del 41bis.

Parlare criticamente del 41bis significa tirarsi addosso l’accusa di “fare il gioco della mafia”. È un ricatto che suona come una minaccia terroristica che azzera il dibattito in una società in cui lo spazio critico dei media e degli intellettuali diminuisce ogni giorno di  più.

Eppure se vogliamo capire la funzione del carcere oggi, il suo ruolo distruttivo per chi vi è rinchiuso e per chi, da fuori, subisce la minaccia di finirci, proprio da lì dobbiamo partire: dal 41bis e dall’ergastolo, ancor di più l’ergastolo ostativo.

Sono circa 680 le persone detenute in 41bis e circa 1.600 quelle condannate all’ergastolo, e allora, dirà lo scettico, possibile che la condizione di così poche persone ci dovrebbe interessare più di quella delle oltre 55.000 persone detenute e dei 70-80.000 che ogni anno varcano le soglie del carcere?

                                                 Non è possibile, è certo!

Facciamo un passo indietro, agli anni immediatamente successivi al più grande macello mondiale, chiamato per pudore storico “2° guerra mondiale”. In quegli anni le intelligenze più attente e sensibili, in particolare chi aveva conosciuto l’orrore, esterrefatte di fronte a tanta feroce crudeltà espressa dagli stati moderni e “civili”, cercarono di analizzare ciò che di più mostruoso era all’interno, ossia il “campo di concentramento”.

Il risultato sconvolse gli stessi ricercatori, poiché si manifestò come il “campo di concentramento” e il suo trasformarsi in “campo di sterminio” non era altro che la “naturale prosecuzione estremizzata” del meccanismo concentrazionario espresso dal sistema penitenziario vigente da diversi secoli negli stati del mondo moderno e democratico.

Il “campo di sterminio” non era altra cosa dal sistema carcerario moderno, era esattamente la sua estrema conseguenza. I campi di concentramento difatti sono stati prodotti dagli stati europei (non che gli altri stati siano stati esenti da mostruosità) ma i campi vedono la triste luce la prima volta nelle guerre Anglo-Boere (la prima tra il 1880 e 1881 e la seconda tra il 1899 e 1902) per il controllo del Sud Africa, successivamente compaiono nella repressione francese della lotta di indipendenza algerina e poi esplodono nella Germania nazista alla metà degli anni Trenta del secolo scorso. Il nazismo inizialmente ci rinchiudeva gli Asozialen (asociali), quelli da troppo tempo disoccupati o che avevano commesso piccoli reati contro il patrimonio o le persone che si prostituivano o perché avevano malattie considerate ereditarie o anche portatori di invalidità gravi o per comportamenti sessuali “irregolari” o, infine, perché avevano assunto atteggiamenti di protesta, antagonisti o sovversivi. Esattamente lo stesso tipo di motivazioni che portarono al “grande internamento” per la creazione dell’esercito di salariati funzionale all’industrializzazione nell’Europa tra la fine del XVI e il XVII secolo. Internamento continuato fino ad oggi poiché le stesse motivazioni mantengono rinchiusi/e in carcere circa dieci milioni di donne e uomini negli stati di tutto il mondo, con punte di 2.600.000 nei soli Stati Uniti d’America.

Il sistema penitenziario ancor oggi esplica le sue funzioni originarie: quella espurgatoria, ossia estromettere dalla società i soggetti improduttivi; la funzione di diversione, ossia colpire il crimine bagatellare (di piccola entità) per distogliere l’attenzione dai crimini strutturali propri del sistema capitalistico; la funzione simbolica, penalizzare un piccolo gruppo di attori dai quali la società prende le distanze per riaffermare il proprio ordine produttivo.

Gli intellettuali che analizzarono la genesi e lo sviluppo dei campi di concentramento arrivarono alla conclusione di dover porre fine rapidamente al sistema penitenziario in quanto quel meccanismo è sempre sul punto di assumere il suo vero ruolo di macchina devastatrice, di macchina di sterminio sociale. Da questa consapevolezza, questi intellettuali assunsero la definizione di “abolizionisti” (con l’obiettivo di abolire il carcere) mutuando il nome dai movimenti abolizionisti della schiavitù della fine del XVIII secolo, poiché il campo di concentramento e il carcere esercitano le funzioni di ridurre la persona rinchiusa in schiavitù.

Possiamo dire, per analogia con l’analisi degli abolizionisti, che il 41bis e l’ergastolo e soprattutto quello ostativo, ben rappresentano l’essenza del carcere oggi? Certo!, lo possiamo dire, anzi lo dovremo urlare forte! Del 41bis e dell’ergastolo il carcere conserva i pilastri essenziali: distruggere, annientare la personalità dei reclusi e delle recluse, azzerare la loro identità e volontà, renderli totalmente succubi del potere esistente.

I regimi democratici hanno ripreso, senza alcuna modifica sostanziale, le leggi e gli ordinamenti del sistema penitenziario e punitivo dei regimi fascisti e nazisti, in particolare nei punti più feroci dell’annientamento carcerario, ossia l’isolamento e l’assenza di speranza, che spesso portano al suicidio, molto alto in carcere. Il carcere rimane comunque una fabbrica di handicap e di devastazioni umane anche per detenzioni brevi.

In questa fase storica di pesante ristrutturazione dell’ordine capitalistico, non potendo fare concessioni alle masse proletarie per comprarne l’acquiescenza, il sistema capitalistico e gli stati fanno ricorso sempre più alla repressione e al carcere, cercando di portare il controllo sulle attività delle “classi pericolose”  nel territorio, per schiacciare ogni antagonismo.

Il carcere oggi annienta,come ieri e più di ieri, distrugge personalità, annichilisce la capacità, l’inventiva e la creatività, riduce uomini e donne a zombi, li rende ancor più emarginati là dove afferma, con falsa sicumera, di voler “risocializzare”. Come pensare che un sistema, il carcere, che separa, isola e annienta possa restituire soggetti sociali migliori di quelli che sono entrati in carcere? Soltanto menti perverse possono coniugare termini come risocializzazione e segregazione. La radicalizzazione di detenuti in carcere che porta ragazzi arrestati per piccolissimi reati, dopo aver ingoiato tanta sofferenza e rabbia a scegliere l’adesione al combattentismo dell’Isis o altre formazioni, dovrebbe aprire gli occhi.

Il 41bis è tortura, l’ergastolo è tortura, l’isolamento è tortura. E non solo perché lo affermano le agenzie internazionali che monitorano le numerose violazioni dei diritti umani (Amnesty, corti internazionali a tutela dei diritti umani, ecc.) ma soprattutto perché queste particolari forme punitive (41bis, ergastolo e isolamento) sono state introdotte dallo Stato italiano con il precipuo scopo di imporre sofferenza e terrore al fine di avere in cambio “delazione”. Carcere di scambio è la mostruosità che si sta affermando oggi! Per uscire da quelle sofferenze devi incolpare e mandare in galera altri al tuo posto: devi fare la spia!

Se andiamo a leggere come l’Onu definisce nella Convenzione contro la tortura il reato di tortura (che il parlamento italiano da decenni si ostina a non inserire nella propria legislazione): all’Art-1: il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni…,”  Inoltre la Convenzione vieta che confessioni estorte siano valide nei processi… per la giustizia dello stato italiano significherebbe annullare la gran parte dei processi basati su confessioni estorte.

C’è un solo modo per uscire dal 41bis oppure per evitare l’ergastolo ostativo per chi è in quell’inferno: consegnare un altro corpo nelle mani del carnefice, per mezzo della delazione. È lo stesso scambio come quello che avveniva ad Aushwitz dove la ricompensa per chi aiutava il carnefice a distruggere i corpi di altri carcerati era la carica di “kapo”.

In conclusione, va detto con estrema chiarezza, se non ci si schiera esplicitamente contro il 41bis e le altre forme di isolamento e contro l’ergastolo ostativo, se non si critica realmente e con la pratica il sistema della reclusione, si rischia di essere conniventi con il sistema dell’annientamento e della tortura, né si riuscirà ad apportare alcuna modifica sostanziale all’universo penitenziario.

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Tra il “giorno della memoria” e il “giorno del ricordo” si cerca di occultare i crimini del colonialismo italiano

Tra il giorno della memoria e il giorno del ricordo i revisionisti cercano di occultare i crimini del colonialismo italiano

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale fissata per il 27 gennaio di ogni anno, come giornata in commemorazione delle vittime dell’Olocausto.  È stato così designata dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale dell’Onu il 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria.   

Il Giorno del ricordo è una ricorrenza nazionale, fissata per il 10 febbraio di ogni anno, con la legge 30 marzo 2004 n. 9, detta anche “delle foibe” e che si propone di falsificare ciò jugoslavche è avvenuto ai confini est dell’Italia, alla fine della seconda guerra  mondiale, cercando di far passare gli eserciti italiani invasori e colonialisti per vittime delle formazioni partigiane jugoslave che difendevano la loro terra. È stato da sempre un obiettivo dell’estrema destra, ma poi è stata fatta propria anche dalla cosiddetta “sinistra”. Così recita: all’Art 1:  «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».  La proposta di legge venne firmata da parlamentari di Alleanza nazionale e Forza Italia, dell’UDC, ma anche della Margherita/Ulivo.

Qui la registrazioni di alcune trasmissioniche ho tenuto su Radio Onda Rossa su questi argomenti:

 

14Gen 2009Occupazione italiana in Jugoslavia e un documentario della BBC del 1989 di Ken Kirby              (1 ora e 6 min)

 

23Lug 2008Presentazione del libro di Davide Conti, “Occupazione italiana dei Balcani” e dibattito con l’autore  (1 ora e 44 min)

 

11Feb 2009Intervista dello storico Santi Wolf sulle falsificazione in merito alle Foibe. Testimonianze partigiani Jugoslavi. (55 min)

 

18Feb 2009Intervista allo storico Davide Conti sulle foibe, la verità storica di  quei fatti    (1 ora e 1 min)

 

21Gen2008Aggressione italiana all’Etiopia: la sconfitta di Adwa 01.09.1896   (52 min)

 

 

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40 anni fa: il 2 febbraio 1977 esplode il Movimento del 77

L’anno 1977 iniziò un mese prima, il 3 dicembre ’76, quando Franco Maria Malfatti, ministro ell’istruzione, gettò sul tavolo le sue carte: la famigerata circolare che limitava la reiterazione degli esami, con l’aumento delle tasse, soprattutto per i fuoricorso, si definivano per la prima volta i tre livelli di laurea (diploma, laurea, dottorato di ricerca), la reintroduzione del numero chiuso, ecc.

Il 24 gennaio ’77 a Palermo gli studenti occuparono la facoltà di Lettere, il 31 gennaio bloccate le attività didattiche presso le facoltà umanistiche di Torino, Cagliari, Sassari, Salerno. A Bologna, Milano, Padova, Firenze, Pisa si tenevano manifestazioni, cortei, assemblee.

 

 

2 febbraio ’77

all’Università La Sapienza di Roma una settantina di fascisti aggredirono un’assemblea di studenti. Respinti esplosero colpi di arma da fuoco. Guido Bellachioma venne gravemente ferito alla testa. L’indomani un corteo uscì dall’università, a via Solferino, nei pressi di via Sommacampagna, un gruppo di compagni si separò dal corteo e andò ad attaccare la sede del Msi da cui erano partiti gli aggressori il giorno prima. In piazza Indipendenza, da una 127 senza contrassegni scesero alcuni poliziotti con le pistole in pugno. Cominciò una sparatoria tra i poliziotti e due compagni, Paolo e Daddo e un poliziotto rimasero feriti gravemente.

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Paolo e Daddo liberi!!!

Il dirigente del partito comunista Ugo Pecchioli rilascio al quotidiano «la Repubblica»: «Il raid dei fascisti all’università e le violenze dei provocatori cosiddetti autonomi sono due volti della stessa realtà […] la matrice fascista è comune, analoghe le finalità. La polizia e la magistratura facciano il loro dovere chiudendo i covi». Il movimento rispose con una grande manifestazione di 30.000 persone che invase le strade della città.

Il 17 febbraio, di giovedì, Luciano Lama, segretario generale Cgil, all’università di Roma per ricondurre i ribelli all’ordine.

Nei giorni precedenti la tensione era salita grazie ai tentativi degli studenti del Pci e dei loro alleati di impossessarsi con la forza delle Facoltà.
Il 17 febbraio ’77 era giovedì. Arrivati al lavoro, io e altri compagni ci apprestammo a chiedere un permesso di un paio d’ore per andare all’Università. Sorpresa: trovammo un ordine del giorno della direzione-ufficio sindacale che consentiva due ore di permesso a tutti i delegati eletti per recarsi al comizio di Lama. Si era realizzata finalmente la «grande unità» tra direzione aziendale e direzione sindacale. Bene, ma c’era però un piccolo particolare che né la direzione aziendale né quella sindacale immaginano: la gran parte dei delegati eletti nei vari posti di lavoro non stava con Lama, piuttosto era vicina al movimento. In quegli anni per essere eletto delegato non era necessaria la tessera sindacale e si votava senza
lista, chiunque poteva essere eletto. Quel metodo durò poco, ma allora in ferrovia venivano eletti molti compagni del comitato politico, e altri che condividevano le nostre posizioni. Stessa cosa succedeva negli altri posti di lavoro.
Il pomeriggio del giorno prima, nel movimento si era discusso come accogliere Lama. L’assemblea all’Università era numerosissima.
Cosa fare? Farlo parlare? Fischiarlo? Cacciarlo? L’assemblea alla fine decise di presenziare al comizio, subissarlo di fischi ma evitare lo scontro fisico. Una soluzione che andava bene a tutti e non creava problemi al movimento in una fase di crescita.
Dopo l’assemblea, riunione dei servizi d’ordine. Tutti d’accordo, ma… non ci stavano gli «indiani metropolitani»; non ci stavano in quelle riunioni e non ci stavano ad accettare decisioni comuni. Loro volevano muoversi in piena autonomia, anche dal movimento, e stavano preparando un pupazzone di cartapesta molto alto pieno di tanti slogan ironici: «Più lavoro meno salario»;
«Lama è mio e lo gestisco io»; «Vogliamo un affitto proletario il 100% del salario» (quella ironia, purtroppo, si è poi rivelata del tutto realista».
Arrivai sul piazzale della Minerva con i compagni delegati ferrovieri che non andarono di certo a dar manforte al servizio d’ordine di Lama. Il camion del comizio sindacale era circondato da un servizio d’ordine di un centinaio di persone ben attrezzate. A qualche metro di distanza tutti gli altri: studenti, lavoratori, molti visi conosciuti. Fino a una certa ora, nel raggruppamento del movimento i lavoratori risultavano superiori agli studenti che arrivavano alla spicciolata. Tra i due schieramenti c’era un corridoio di tre metri, una «terra di nessuno» tenuta sgombra grazie a una fila di servizio d’ordine del movimento che cercava di evitare il contatto col servizio d’ordine di Lama, così com’era stato deciso nell’assemblea del giorno prima. Cinque-sei metri indietro c’era il pupazzone con intorno gli indiani metropolitani la cui consistenza numerica andava man mano aumentando.
Come andò a finire oggi si sa bene, anche per i successivi «pentimenti» e confessioni di alcuni che facevano parte del servizio d’ordine di Lama, poi usciti dal Pci. Furono gli slogan urlati da una quantità crescente di voci, non solo «indiani», che fecero saltare i nervi ai militanti del servizio d’ordine di Lama, ossessionati dalla vista di nemici e provocatori ovunque. Alcuni slogan erano molto divertenti e intonati a più voci acquistavano un effetto dissacrante:
«È ora, è ora: miseria a chi lavora»; «Potere padronale»; «Andreotti è rosso Fanfani lo sarà»; «Più baracche meno case».
Poteva anche finire così: in un intreccio non-comunicante di due linguaggi opposti e ostili ma non in guerra. Avremmo dato modo ai sociologi di dilettarsi in analisi bizzarre e linguistiche. Invece no, quelli del Pci e del sindacato erano convinti che eravamo al soldo della Cia, e così ci insultarono definendoci fascisti. Il servizio d’ordine del movimento aveva un bel da fare a tener fermi i compagni che non ne potevano più.
Poi arrivò il lancio di palloncini ripieni di colore verso il camion.
I militanti del servizio d’ordine di Lama impugnarono gli estintori e si lanciarono contro le prime fila del servizio d’ordine del movimento che a stento riuscivano a trattenere quanti premevano indignati. Il cordone del movimento cedette consentendo agli «indiani» di partire alla controffensiva e arrivare a contatto con gli aggressori. Dietro c’erano tutti gli altri. A quel punto il parapiglia fu inevitabile. Il movimento incalzò il servizio d’ordine sindacale che arretrò fino a uscire dall’università.
Alle 11.00 di una tiepida mattina di febbraio era tutto finito. Si era consumato un difficile passaggio, duro da digerire, ma necessario.
La retorica del «rosso», delle canzoni comuni, delle radici comuni, Gramsci, la Resistenza, il luglio ’60, non servivano più a tenere insieme ciò che ormai era diviso, anzi contrapposto, sul crinale della condizione di classe e dello sfruttamento capitalistico.
Fin lì c’erano state solo litigate, qualche spintone e qualche ceffone durante le manifestazioni per il Vietnam del ’66-67, dieci anni durante i quali lo scontro nei posti di lavoro era stato durissimo verso chi voleva imporre il dictat dei vertici sindacali collaborazionisti.
Si era cercato di mantenere quei contrasti all’interno di una convivenza, ma il momento della verità doveva arrivare, e arrivò.
Quel pomeriggio del 17 febbraio il Pci perse più iscritti che in tutta la sua storia. La sera stessa la Cgil convocò Cisl e Uil per proporre uno sciopero contro le provocazioni, ma i due sindacati si resero conto che sarebbe stato un flop e optarono per una settimana di assemblee nei posti di lavoro. Anche lì ne uscirono scornati, le assemblee venivano disertate dai lavoratori, oppure là dove erano partecipate ai burocrati venivano indirizzati tanti di quei fischi da farli pentire di averle convocate.
Il giorno dopo, venerdì 18, nella facoltà di Economia si tenne un’affollata assemblea del movimento che approvò un documento sui fatti del giorno prima:
Nei giorni precedenti la tensione era salita grazie ai tentativi degli studenti del Pci e dei loro alleati di impossessarsi con la forza delle Facoltà.
«Nella mattinata il servizio d’ordine del Pci […] ha dato il via a gravissimi incidenti nel tentativo di schiacciare l’autonomia del movimento. Questa manovra è fallita per la reazione di massa degli studenti che hanno cacciato il servizio d’ordine del Pci e sono rimasti padroni dell’Università. […]
Nel pomeriggio Cossiga, favorito dalla situazione, ha fatto prendere d’assalto l’Università da un imponente schieramento di Ps, riuscendo così a fare, grazie al Pci, quello che non gli era stato possibile nei giorni scorsi. […] Per quanto riguarda la lotta, il movimento non intende rinunciare ai suoi obiettivi centrali che sono: 1) ritiro del progetto Malfatti e di quello del Pci; 2) sciopero generale nazionale contro il governo per aprire un fronte di lotta nuovo e di massa sull’occupazione. Il movimento sa che questi obiettivi significano il rifiuto della politica dei sacrifici, della logica della compatibilità capitalistica rispetto alla crisi […]. Per queste ragioni l’assemblea generale decide: di intimare al governo lo sgombero dell’Ateneo, che deve funzionare come luogo di aggregazione autonoma dei giovani e l’allontanamento definitivo della polizia; di fare un manifesto cittadino che chiarisca le posizioni del movimento; di indire per sabato 19 febbraio, alle ore 17 a piazza Esedra, una grande manifestazione cittadina e di massa, che verrà garantita dalle strutture di movimento; di invitare tutte le Università in lotta a un confronto nazionale sabato e domenica 26 e 27 febbraio a Roma».    [Dario Paccino, Sceemi, il rifiuto di una generazione, 1977]
Quel 17 febbraio il sole non fece in tempo a tramontare sull’università occupata che la polizia sgomberò. Anche quel nuovo movimento si cimentò con le occupazioni e con gli sgomberi, stavolta più duri, scoprì un’università diversa. Corridoi, aule, scale, pareti con le scritte di un decennio, consunte dal tempo ma ancora ben visibili: «Johnson boia. Panagulis libero»; «Vietcong vince, morte ai colonnelli greci». Le scritte sbiadite segnavano il tempo passato, ma quelle ragazze e quei ragazzi vi scoprirono una rabbia simile alla loro. E scoprirono le falsità dei giornali che raccontavano
i fatti a modo loro.
Il «Corriere della Sera» intervistò Lama.
È nuovo fascismo, perché anche il fascismo ebbe all’inizio, specie tra i giovani, radici demagogiche e irrazionali simili a queste. Poi c’è il qualunquismo dell’ostilità dei partiti, alla politica concreta, ai meccanismi della democrazia. C’è lo svuotamento dei simboli, la irrisione nichilista esemplificata da slogan quali «Meno ferie più sfruttamento» o «Potere dromedario». E naturalmente c’è la scelta del nemico: i sindacati, i comunisti.
Da cos’altro si riconosce il fascismo? 

[da Maelstrom, scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia (1960-1980). Ed DeriveApprodi 2011, pag. 365 e seg.]

L’11 marzo1977 aBologna, durante una manifestazione, la polizia uccise Francesco Lorusso, di 25 anni. Il 12 marzo il movimento invase Roma con una imponente e numerosa manifestazione nazionale, con un susseguirsi di scontri lungo tutto il percorso, assalti a sedi di istituzioni, negozi di armerie, simboli della ricchezza e del potere.

Dopo la «cacciata di Lama», e ora con gli scontri in piazza, i residui dei gruppi, Lc, Pdup, Ao, ormai marginali, si dissociavano «dalle azioni degli “autonomi” ai margini blindati-a-bologna-77della manifestazione».

A Bologna, il 23 marzo, venne chiusa Radio Alice e qualche giorno dopo venne sgomberata l’Università di Bologna con l’uso di mezzi blindati. Cossiga ordinò il divieto di manifestare a Roma.

Da questo divieto scaturì l’assassinio poliziesco il 12 maggio 1977 della compagna Giorgiana Masi.

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Comunicato SiCobas sull’arresto del compagno Aldo Milani

SECONDO COMUNICATO SULL’ARRESTO DEL COORDINATORE NAZIONALE DEL SICOBAS, ALDO MILANI

QUANDO I PROLETARI CHIEDONO UN SALARIO DIGNITOSO “ESTORCONO”

Da stamattina presto, 27 gennaio, mentre i nostri legali non avevano ancora avuto la possibilità di parlare con Aldo e di vedere le carte, sui media italiani è passata la notizia che DUE esponenti nazionali del SICOBAS erano stati arrestati perché avrebbero secondo la Polizia estorto dei soldi attraverso l’esercizio degli scioperi, alla nota azienda Levoni di lavorazione delle carni, azienda che per peso politico e giro d’affari è un vero e proprio gigante del settore. Dopo quest’opera di lurido sciacallaggio mediatico, in tarda mattinata le tessere del mosaico inquisitorio hanno iniziato a comporsi in maniera limpida. Dai video pubblicati dalla stessa Questura di Modena in conferenza-stampa è infatti emerso che: * Il personaggio in questione, tal Piccinini, presentato dai media come esponente del SICobas, è in realtà non solo del tutto estraneo alla nostra organizzazione, ma per di più è un consulente o intermediario forse propostosi o forse chiamato da Levoni per mediare sulla dura vertenza bel comparto-carni; in ogni caso un esponente del mondo padronale e non sindacale. * Aldo Milani risulta chiaramente estraneo al “passaggio di buste” tra Levoni e Piccinini. In sintesi, è sempre più evidente la dinamica di una vera e propria trappola pianificata accuratamente da Levoni che utilizza Piccinini, (che questo ultimo ne fosse consapevole o meno è irrilevante) per costruire una “bomba mediatica” a danno del SI Cobas!!! Ieri pomeriggio Milani è stato prelevato dalla polizia e arrestato mentre svolgeva il mestiere che porta avanti da anni: trattare col padrone la difesa e il miglioramento delle condizioni di lavoro e salariali, e facendolo non in cenette o meeting consociativi, bensì ad un tavolo di trattativa imposto dai lavoratori con dure lotte, scioperi e picchetti. Nello specifico, l’incontro col gruppo Levoni aveva come unico scopo quello di decidere le sorti di 52 lavoratori licenziati nel settore della macellazione e lavorazione carni di Modena all’indomani di una serie di scioperi caratterizzati da uno scontro durissimo tra gli operai e i padroni e da una pesante repressione da parte delle forze di polizia. La finalità della montatura della polizia è evidente: distogliere l’attenzione dalle denunce (con rilevanza civile ma anche penale) mosse dal Si Cobas contro il gruppo Levoni per appalto non genuino, interposizione illegittima di manodopera, sfruttamento del lavoro, frode fiscale ecc.; distogliere l’attenzione dagli scioperi durissimi che il Si Cobas sta portando avanti da mesi nel settore delle carni; distogliere l’attenzione dalle condizioni vergognose in cui versa questo settore che sfrutta migliaia di lavoratori e porta profitti enormi alle aziende. Quella effettuata da Levoni e dai padroni tutti del settore è l’unica e vera estorsione, fatta a danno dei lavoratori, attraverso il ricatto quotidiano del licenziamento e del mancato rinnovo del permesso di soggiorno, e a danno della collettività tutta, una estorsione praticata quotidianamente nel silenzio e nella complicità omertosa delle istituzioni. Fino ad oggi non ci hanno fermato e non ci fermeranno le minacce mafiose, le aggressioni, le denunce ed i fogli di via che abbiamo ricevuto e riceviamo quotidianamente, a cominciare da Aldo Milani, contro cui sono state fatte decine di denunce e un foglio di via per la lotta dell’Ikea di Piacenza e che fino a ieri la Polizia e la Magistratura accusavano di essere un pericoloso estremista.

ALLO STESSO MODO NON CI FERMERANNO NEANCHE QUESTE SPORCHE MONTATURE POLIZIESCHE E LA MACCHINA DEL FANGO CHE PADRONI POLIZIA STANNO RIVERSANDO SU DI NOI. NELLA NOTTE APPENA TRASCORSA SONO PARTITI IN TUTTA ITALIA DECINE E DECINE DI SCIOPERI IN SOLIDARIETA’ CON ALDO MILANI: SIAMO CONSAPEVOLI CHE L’ATTACCO PORTATO AVANTI CONTRO MILANI E’ STRUMENTALE PER ATTACCARE TUTTO IL SINDACATO E TUTTE LE LOTTE DI QUESTI ANNI. LA MOSSA POLIZIESCA E’ MOLTO INTELLIGENTE: SPARARE NELLE GAMBE DEL NOSTRO COMPAGNO O ARRESTARLO PER GLI SCIOPERI NE AVREBBE FATTO UN MARTIRE. MOLTO PIU’ UTILE – QUESTO HANNO PENSATO PADRONI E POLIZIA – CERCARE DI SCREDITARLO UTILIZZANDO CONTRO DI LUI ACCUSE INFAMANTI. MA PADRONI E POLIZIA NON HANNO FATTO I CONTI CON LA DETERMINAZIONE DI MIGLIAIA DI OPERAI CHE HANNO CAPITO SULLA PROPRIA PELLE  DA CHE PARTE SCHIERARSI.

Fino a qualche anno fa i padroni potevano illudersi che decapitando la struttura del SI Cobas potevano fermare la rabbia e la volontà di riscatto di migliaia di lavoratori: oggi possono perdere definitivamente questa illusione perché quegli operai hanno acquisito la consapevolezza che la causa della loro condizione di oppressione non sta nel singolo padrone dispotico e corrotto, bensì nel sistema capitalistico nel suo complesso, e rappresentano la direzione reale del SI COBAS, coordinata e ramificata sui singoli territori. Che non abbiamo nulla da temere e nulla da nascondere lo dimostra il fatto che proprio in queste ore è in corso un nuovo sciopero fuori ai magazzini Levoni: per noi nulla è cambiato e a dispetto di questa infame trappola abbiamo ancora 52 licenziati che gridano vendetta. DOMANI (28 gennaio) ALLE 11 INVITIAMO TUTTI A PRESIDIARE IL CARCERE DI MODENA DOVE SI TERRÀ L’UDIENZA PER LA CONVALIDA DELL’ARRESTO DI ALDO. Seguiranno altre comunicazioni non appena avremo aggiornamenti.

SEMPRE AVANTI! NON FERMERANNO LE NOSTRE LOTTE! NEL NOSTRO SITO TROVERETE:

*Il video con le riprese dell’accusa * Il video della conferenza stampa dell’avvocato del SICOBAS, Marina Prosperi (Modena, ore 13,00 del 28 gennaio) * Il video della conferenza stampa del SICOBAS (Gino Orsini, Coordinamento Nazionale; Modena, ore 13,00 del 28 gennaio) SI COBAS NAZIONALE

http://www.sicobas.org/

Aldo Milani è stato liberato oggi (28 Gen) pomeriggio;
ora ha obblighi di dimora e firma

 

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Tutti pazzi per i “detenuti a rischio terrorismo”

La trasmissione La Conta di mercoledì 25 Gennaio si può ascoltare qui

Argomenti: Gli esperti del ministero di Giustizia e del Governo hanno scoperto che il carcere radicalizza i detenuti, li fa diventare terroristi. Perché? Gli esperti rispondono perché impone una sofferenza e una devastazione della identità della persona reclusa che si traduce in rabbia di chi viene rinchiuso in galera. Forse sarebbe il caso di ripensare la galera, ma dilaga l’incomprensione del problema.

Ecco difatti un piccolo esempio dei deliri dei media:

I dati aggiornati al 30 dicembre riferiscono di 172 detenuti “monitorati“, perché accusati direttamente di reati connessi al terrorismo internazionale o ritenuti di interesse per “atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione e/o reclutamento”. Poi ce ne sono 64 “attenzionati” per via di “atteggiamenti che fanno presupporre la loro vicinanza alle ideologie jihadiste”. Infine, sul gradino più basso della presunta pericolosità, si contano 137 “segnalati“: soggetti sui quali dalle prigione sono arrivate informazioni generiche sui quali sono in corso approfondimenti. Per un totale di 373. [Giovanni Bianconi   Corriere della Sera, 6 gennaio 2017]

L’idea della Commissione, recepita ieri dalla Presidenza del Consiglio, è che anche in Italia possa essere costruito un modello di intervento da tempo diffuso in Europa (battistrada è stata l’Inghilterra nel 2003) e noto come “Cve, Countering Violent Extremism”, Contrasto all’Estremismo Violento. Un complesso di misure che dovrebbe intervenire su tre livelli.

Il primo, cosiddetto “Macro“, avrebbe quale interlocutore l’intera popolazione musulmana in Italia e il suo oggetto sarebbe la cosiddetta “contro narrativa” al messaggio jihadista. Il secondo livello, cosiddetto “Meso“, avrebbe invece come destinatarie singole comunità considerate ad alto rischio di radicalizzazione e lo strumento di “ingaggio”, in questo caso, passerebbe attraverso gli strumenti tipici del dialogo interreligioso.

Il terzo livello, cosiddetto “Micro“, contemplerebbe invece l’intervento su singoli soggetti, ma attraverso un approccio e interlocutori diversi da quelli di polizia e dunque fuori da un tradizionale circuito di prevenzione legata alla privazione della libertà o all’espulsione del singolo. Restano naturalmente aperte due questioni macroscopiche. Che hanno a che fare con i due luoghi individuati dalla Commissione come quelli di elezione nelle dinamiche di “radicalizzazione” e “auto-radicalizzazione”: le carceri e la Rete. [Carlo Bonini   La Repubblica, 6 gennaio 2017]

Terrorismo, sei combattenti Isis in Italia: in carcere 153 detenuti pericolosi – Sara Menafra    Il Mattino, 6 gennaio 2017

Il carcere, la palestra dove reclutare nuovi “martiri”  –  Karima Moual   La Stampa, 6 gennaio 2017

Bologna: barbe lunghe, preghiera, niente Coca Cola, detenuti a rischio radicalizzazione –  Andreina Baccaro    Corriere della Sera, 14 gennaio 2017

intanto…la realtà ci sbatte in faccia questi dati sulla distribuzione della ricchezza:

in Italia due terzi della ricchezza nelle mani del 20% più facoltoso Analisi Oxfam Usa:  Dopo 10 anni di crisi la povertà è raddoppiata: al 7,6% in Italia  Nel 2015 la povertà  tocca il 28,7% dei residenti. Allarme della Caritas: povertà in aumento, quasi 3 milioni in più in sette anni Povertà, Istat: in Italia 1 milione e 470mila famiglie indigenti [16 gennaio 2017]

La disuguaglianza cresce nel mondo. Ed anche in Italia. I primi 8 ‘paperoni’ del pianeta eguagliano la ricchezza dei 3,6 miliardi di poveri. Il rapporto Oxfam conferma che l’1% dei più facoltosi al mondo possiede quanto il restante 99%. E lancia l’allarme: in un contesto di crescenti contrasti la ricchezza cumulata da un’esigua minoranza di super ricchi sta crescendo a dismisura tanto che tra 25 anni potremmo trovarsi di fronte al primo “trillionario”, con una ricchezza superiore ai 1.000 miliardi di dollari. –

 

 

 

 

 

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In Germania 98 anni fa gli sgherri socialdemocratici assassinavano Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht

In Germania gli sgherri socialdemocratici assassinavano Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht

Rosa Luxemburg (5 marzo 1871 – 15 gennaio 1919)
Rivoluzionaria comunista polacca, nata il 5 marzo 1871 a Zamoshc. Da giovanissima aderì a Proletariat, formazione clandestina rivoluzionaria socialista; costretta ad abbandonare la Polonia russa per sfuggire ad un arresto, studiò economia politica e legge (1889-1896) a Zurigo, sostenendo posizioni decisamente internazionaliste fra i gruppi socialisti polacchi in esilio.
Trasferitasi a Berlino aderì al Partito socialdemocratico, prendendo posizione, assieme a Karl Kautsky, contro il revisionismo teorico di E. Bernstein e rappresentando, con Karl Liebknecht, l’ala sinistra del partito. Contro Bernstein è dedicato lo scritto “Riforma sociale o rivoluzione?” del 1899. Per la Luxemburg l’azione riformista poteva essere solo un mezzo di alcune fasi della lotta di classe, ma la strategia riformista non avrebbe fatto che appoggiare la borghesia dominante.
Prese il dottorato nel 1898 e successivamente conobbe molti socialdemocratici russi come: Georgy Plechanov e Pavel Axelrod. Epresse però forti differenze teoriche con il partito russo sulla “questione nazionale” in particolare sull’autodeterminazione polacca. La Luxemburg era convinta infatti che l’autodeterminazione potesse solo indebolire il movimento socialista internazionale, aiutando la borghesia a rafforzare il suo ruolo di classe dominante sulle nuove nazioni indipendenti. Mentre il partito russo e quello polacco erano d’accordo nel considerare legittimi i sentimenti di autodeterminazione delle minoranze nazionali all’interno dell’impero russo.
In questo periodo la Luxemburg incontrò Leo Jogiches, colui che sarà suo compagno per tutto il resto della sua vita e col quale condividerà un’intensa relazione tanto personale quanto politica. [vedi: Rosa Luxemburg, Lettere a Leo Jogiches (a cura di Lelio Basso), Feltrinelli, 1973]
Nel 1902-04 lavorò alla Gazeta Ludowa (Giornale del popolo). Nel 1904 subì la prima detenzione, di tre mesi, per lesa maestà; tornò in carcere per qualche mese l’anno successivo, quando si recò a Varsavia in occasione della prima rivoluzione russa. Nel 1905, scoppiò in Russia una rivoluzione che si espanse alla Polonia russa e a tutti gli angoli dell’impero zarista, la Luxemburg espresse il suo più pieno appoggio al partito bolscevico contro menscevichi e socialrivoluzionari e rivolse le sue attenzioni ed i suoi sforzi nell’appoggio al partito socialdemocratico di Polonia e Lituania (SDKPiL); pur non riuscendo a lasciare la Germania fino al dicembre 1905 svolse ugualmente il suo ruolo di principale analista politico del SDKPiL, scrivendo per esso un vasto numero di opuscoli; fu inoltre molto occupata dal problema di fornire un’educazione marxista di base alle migliaia di nuovi attivisti del partito, che nel giro di meno di un anno passarono da poche centinaia ad oltre 30.000. Non appena giunta a Varsavia, nel 1906, venne però arrestata.
Sempre nel 1906 scrisse “Sciopero di massa, partito politico e sindacato“, in cui esaltava l’importanza dello sciopero generale, ed attaccava con violenza il conservatorismo della burocrazia istituzionalizzata dei sindacati. A causa di questa sua visione dello sciopero di massa come il più importante strumento rivoluzionario nelle mani del proletariato, scaturì un duro conflitto nella socialdemocrazia tedesca, soprattutto con August Bebel e Karl Kautsky.
Dal 1907 al 1914 insegnò economia politica alla scuola di partito di Berlino, pubblicando una delle sue opere fondamentali, “L’accumulazione del capitale” (1913), lavoro volto a spiegare l’inesorabile movimento del capitalismo verso la sua fase imperialistica.
Trovandosi sempre più a sinistra in seno ad una socialdemocrazia tedesca, che andava sempre più accentuando il suo carattere opportunistico, finì per polemizzare, sul tema della riforma elettorale allora in discussione, col vecchio amico di un tempo, quel Karl Kautsky che era ancora considerato all’interno dell’Internazionale il rappresentante della più pura ortodossia marxista. (La rottura tra Lenin e Kautsky avviene successivamente a quella di Rosa).
Allo scoppio della prima guerra mondiale la Luxemburg si oppose ardentemente alle posizione social-scioviniste assunte dalla socialdemocrazia tedesca, che appoggiò apertamente l’aggressione tedesca e le sue annessioni. Insieme a Karl Liebknecht (l’unico parlamentare socialdemocratico che aveva spezzato la fedeltà al partito rifiutando di votare a favore della concessione dei crediti di guerra), abbandonò il partito socialdemocratico e partecipò alla formazione del Gruppo Internazionale (che presto muterà nome in Lega Spartaco) allo scopo di contrastare il socialismo nazional-sciovinista e di incitare i soldati tedeschi a rivoltare i loro fucili contro il loro governo per abbatterlo.
A causa di questa loro agitazione rivoluzionaria, la Luxemburg e Liebknecht vennero arrestati e imprigionati. In carcere la Luxemburg scrisse quella disamina del movimento socialista, nota come Junius Pamphlet (1916). Il Junius Pamphlet divenne il fondamento teorico della Lega di Spartaco.
Sempre dal carcere la Luxemburg scrisse il suo famoso libro “La Rivoluzione Russa”, nel quale critica il potere del partito bolscevico. In questo testo la Luxemburg spiega il suo punto di vista a proposito della teoria della dittatura proletaria: “Sì alla dittatura! Ma questa dittatura consiste in un modo di applicare la democrazia, non nella sua eliminazione, in un energico e risoluto attacco ai ben-consolidati diritti e relazioni sociali della società borghese, senza i quali la trasformazione socialista non può essere realizzata. Questa dittatura dev’essere opera della classe, e non di una parte che agisce in nome della classe – cioè, essa deve procedere passo dopo passo per mezzo dell’attiva partecipazione delle masse; essa dev’essere sotto la loro diretta influenza, completamente soggetta al controllo dell’attività pubblica; essa deve scaturire dalla crescente consapevolezza politica della massa del popolo“.
Pur criticando l’eccessivo potere del partito bolscevico sul governo sovietico, la Luxemburg riconobbe il fatto che, sotto le pressioni della violenta guerra civile in corso in Russia, tale atteggiamento dei bolscevichi risultava necessario: “Si chiederebbe qualcosa di sovrumano a Lenin ed ai suoi compagni se ci si aspettasse da essi che facciano apparire d’incanto, in tali condizioni, la più raffinata democrazia, la più esemplare dittatura del proletariato e la più fiorente economia socialista. Con la loro determinata posizione rivoluzionaria, la loro esemplare forza nell’azione e la loro indistruttibile lealtà al socialismo internazionale, essi hanno contribuito nel miglior modo possibile data la diabolicamente ardua situazione nella quale imperversa la Russia. Il pericolo inizia solo quando essi fanno di necessità virtù e vogliono cristallizzare in un completo sistema teorico tutte quelle tattiche che essi sono costretti a sostenere a causa di queste fatali circostanze, raccomandando così il medesimo atteggiamento al proletariato internazionale come modello di tattica socialista”.
La Luxemburg successivamente si oppose allo sforzo compiuto dal governo sovietico per raggiungere la pace a tutti i costi, sforzo ‘terminato’ con la firma del Trattato di Brest-Litovsk con la Germania.
Nel novembre 1918 il governo tedesco concesse, con riluttanza, libertà alla Luxemburg; al che ella poté riprendere immediatamente la sua attività rivoluzionaria, formando con Karl Liebknecht e Wilhelm Pieck il Partito comunista tedesco (Kpd) e ponendosi alla direzione del Die Rote Fahne (Bandiera Rossa).
Con Liebknecht e Pieck venne catturata e condotta presso l’hotel Adlon di Berlino, i corpi inermi della Luxemburg e di Liebknecht vennero trasportati lontano su una jeep militare, fucilati e gettati in un fiume, Pieck riuscì a trovare la via della fuga, era il 15 gennaio 1919. Il suo corpo, gettato in un canale, fu trovato solo alcuni mesi dopo; le autorità riuscirono a impedire che fosse sepolto a Berlino, per timore di manifestazioni e incidenti.

Karl Liebknecht (13 agosto 1871-19 gennaio 1919)
«Il nemico principale è in casa nostra!»
Nato a Lipsia, figlio di Wilhelm uno dei fondatori del Partito socialdemocratico tedesco.
Come avvocato, Karl Liebknecht spesso difese altri socialisti che venivano processati per reati come la diffusione di propaganda socialista in Russia. Divenne membro dell’SPD nel 1900 e fu presidente dell’internazionale socialista giovanile dal 1907 al 1910; Liebknecht scrisse estesamente contro il militarismo, e uno dei suoi scritti, “Militarismus und Antimilitarismus” (“militarismo ed antimilitarismo”) lo portò ad essere arrestato nel 1907 ed imprigionato per diciotto mesi a Glatz, in Slesia.
Nel 1912 Liebknecht venne eletto al Reichstag come socialdemocratico, si oppose alla partecipazione tedesca nella prima guerra mondiale e fu uno dei principali critici della più moderata leadership socialdemocratica di Karl Kautsky.
Alla fine del 1914, Liebknecht, assieme a Rosa Luxemburg, Leo Jogiches, Paul Levi, Ernest Meyer, Franz Mehring e Clara Zetkin formò la cosiddetta Spartakusbund (“Lega Spartachista“). La Lega Spartachista pubblicizzava i suoi punti di vista attraverso un giornale intitolato Spartakusbriefe (“Le Lettere di Spartaco“), che venne ben presto dichiarato illegale; Liebknecht venne arrestato e inviato sul fronte orientale durante la prima guerra mondiale, per il richiamo del gruppo agli argomenti dei bolscevichi russi per una Rivoluzione proletaria. Rifiutandosi di combattere, prestò servizio seppellendo i morti, e a causa della sua salute che si stava deteriorando rapidamente, gli fu permesso di ritornare in Germania nell’ottobre 1915.
Liebknecht venne arrestato di nuovo a seguito di una dimostrazione contro la guerra tenutasi a Berlino il 1 maggio 1916 che fu organizzata dalla Lega Spartachista, e condannato a due anni e mezzo di prigione per alto tradimento, che vennero in seguito portati a quattro anni e un mese; venne rilasciato nell’ottobre 1918, quando Max von Baden garantì un’amnistia per tutti i prigionieri politici. Dopo il suo rilascio, Liebknecht portò avanti le sue attività nella Lega Spartachista; riprese la direzione del gruppo assieme a Rosa Luxemburg e pubblicò il suo organo di partito, Die Rote Fahne (“Bandiera Rossa“). Il 9 novembre, Liebknecht dichiarò la formazione della “freie sozialistische Republik” (libera repubblica socialista) da una balconata del Castello di Berlino, due ore dopo la dichiarazione di Philipp Scheidemann della “Repubblica tedesca” da una balconata del Reichstag; il 31 dicembre 1918 / 1 gennaio 1919, partecipò alla fondazione del Partito Comunista Tedesco (KPD).
Assieme a Rosa Luxemburg, Leo Jogiches e Clara Zetkin, Liebknecht fu tra i protagonisti della Sollevazione Spartachista di Berlino del gennaio 1919. Questo tentativo rivoluzionario venne brutalmente represso dal nuovo governo socialdemocratico tedesco guidato da Friedrich Ebert, con l’aiuto dell’esercito e dei Freikorps; per il 13 gennaio, la sollevazione era stata schiacciata, e Liebknecht, assieme a Rosa Luxemburg, venne rapito dai soldati del Freikorps, portato all’Hotel Eden di Berlino dove venne torturato ed interrogato per diverse ore prima di venire ucciso, il 15 gennaio 1919.

Vedi ancora, per approfondire il periodo travolgente di acuto scontro di classe che pose fine al primo massacro mondiale e il successivo natale di sangue del 1918, fino al 14 gennaio 1919, quando banchieri e imprenditori trassero un sospiro di sollievo esclamando l’ordine regna a Berlino, in un lago di sangue operaio e comunista. Un saluto a Rosa con sue parole dalle lettere scritte dal carcere e a tutte e tutti compagne/i che hanno lottato per il comunismo!

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Libertà per Leonard Peltier, Mumia, Lopez Rivera e tutti/e i prigionieri/e politici/che

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Se il carcere radicalizza i reclusi fino a farli diventare terroristi, CHIUDIAMO TUTTE LE GALERE !!!

terrorismoIn questi giorni dalle pagine dei giornali, dalle TV, dalle parole dei politici potenti e dagli “esperti” della sicurezza emerge un solo grido: “è nelle carceri che si radicalizzano i futuri terroristi. Nelle carceri vengono contagiati dalla propaganda jihadista, ed escono pronti a compiere attentati”

Se così fosse, se le parole di questi signori rispondessero alla realtà, c’è da chieder loro: “PERCHÉ NON SI ABOLISCONO LE CARCERI?”      Ma se non si aboliscono le galere … c’è del marcio dalle vostre parti!!!  ovvio!!!

Queste riflessioni sono sviluppate nella trasmissione “La Conta- Trx contro il carcere” , in onda su Radio Ondarossa, ogni due mercoledì dalle ore 15,00 alle 16,00. Da 15 anni questa trasmissione cerca di criticare e demolire le convinzioni che consentono al carcere di esistere e continuare a devastare, annichilire, torturare e ammazzare donne e uomini reclusi.  Chi vuole ascoltare le trasmissioni precedenti può andare sul sito: archive.org e su Search scrivere La Conta per avere i podcast delle trasmissioni precedenti.

Questo il link della trasmissione di ieri mercoledì 4 Gen 2017

http://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2017/01/contro-carcere-401

E  ABOLIAMO  ‘STE  MALEDETTE  GALERE !!!

 

 

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