A diciassette anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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Il massacro del capitalismo: un morto ogni 3 minuti e mezzo sul lavoro. Ricordiamo Marcinelle e i massacri di oggi.

Il massacro del capitalismo: un morto ogni 3 minuti e mezzo sul lavoro. Così ricordiamo Marcinelle e le stragi in Puglia.

Il maggior numero di assassini nel mondo vengono provocati dal lavoro capitalista: 2milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici vengono uccisi ogni anno dallo sfruttamento capitalista; circa 6.000 al giorno. È questa la guerra più sanguinosa che dobbiamo fermare ad ogni costo. E’ da questa contraddizione capitale/lavoro che generano la gran parte delle altre guerre.

Un grande numero di queste morti sono lavoratori/trici immigrati/e.

Come è successo Sessanta anni fa a Marcinelle, qul maledetto 8 agosto 1956,  in una miniera di carbone in Belgio a 975 metri di profondità, senza un sistema antincendio. Questa migrazione nelle miniere del Belgio venne spinta dal governo italiano costituendo un ufficio per favorire le migrazioni. L’obiettivo del governo era vendere forza lavoro (50.000) in cambio di carbone.

E’ inutile lamentarsi, questo è il capitalismo e i regimi che lo tutelano e riproducono. Sta a noi continuare a subire oppure iniziare un vero percorso per liberarcene.

Sui morti lavor e su Marcinelle ascolta  qui (21 secondi);  qui ( 3 minuti)  e  qui (4 minuti)

 

 

 

 

 

 

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L’estate nelle carceri

L’estate non è mai tranquilla nelle carceri italiane (e non solo italiane, Attica 9 sett 1971, vedi qui).

Il 6 luglio 1968, prima protesta di massa organizzata dai detenuti del carcere milanese di San Vittore. L’obiettivo era, quanto mai legale, pretendere dal ministero il rispetto di una sentenza della Corte Costituzionale che definiva illegittima l’inchiesta giudiziaria svolta senza l’assistenza di un difensore per l’imputato. I detenuti pretendevano inoltre l’approvazione di nuovi codici e regolamenti in sostituzione del codice Rocco (1931) di epoca fascista, ancora in vigore. Quanta fretta!, commentavano borghesi, burocrati e giornalisti, sono passati appena 20 anni, e poi se quei codici hanno funzionato nel periodo fascista, perché cambiarli? In fondo il carcere persegue sempre lo stesso scopo: annientare, distruggere l’identità della persona detenuta, renderla sottomessa. Qualche “raro” democratico faceva notare che la Costituzione diceva cose diverse sul sistema sanzionatorio. La Costituzione non utilizza mai la parola “carcere”, intendendo che la “sanzione” deve essere un percorso più vicino possibile alla società, non separato e ghettizzato come il carcere, ma al contrario interno e relazionante per consentire il reinserimento. Quante sottigliezze, commentavano borghesi, burocrati e giornalisti, intanto facciamo capire ai “delinquenti” che loro non possono “pretendere”, né rivendicare, devono aspettare, pazientemente. che concederemo loro qualcosa. E non devono protestare.

Difatti la repressione fu brutale: oltre 4.000 poliziotti, elicotteri per bombardarli dall’alto col gas. Teste e ossa rotte. Isolamento e letto di contenzione per i più attivi.

Ma qualche giorno dopo, il 16 luglio il movimento studentesco milanese raccolse l’invito dei detenuti a solidarizzare e circondò letteralmente il carcere di San Vittore.

La rivolta si propagò ovunque:

«Tot promesse, tot rivolte»

La rivolta in carcere ha unificato il paese. Crollati i luoghi comuni sulle specificità territoriali del carcere, spazzate via le presunte «differenze culturali», ora la lotta è una sola, un unico obiettivo da raggiungere: cambiare radicalmente il carcere, fino alla sua distruzione. Un solo nemico, il governo e l’apparato statale che usano un solo linguaggio: la repressione. La nostra risposta: la rivolta. Il 15 aprile 1969 un telegramma del Ministro di Giustizia, Antonio Gava, indirizzato agli ispettorati perché lo inoltrino alle direzioni delle carceri, disponeva «assoluto divieto rilascio qualsiasi dichiarazione stampa et ogni altro organo informazione da parte personale civile et militare dipendente questa amministrazione». Il governo sceglie quindi ancora una volta la linea dell’isolamento della protesta, ignorandone i motivi. Una settimana dopo la Direzione Generale Degli Istituti Prevenzione e Pena comunicava per telefono all’ispettorato distrettuale di Firenze che «i parlamentari non possono indagare in merito ai recenti episodi di indisciplina». Qualora si fossero presentati all’ingresso delle carceri sarebbero stati «ricevuti coi riguardi dovuti al loro altissimo rango ma avrebbero avuto diritto solo ai chiarimenti che non riguardano le attuali agitazioni nelle carceri»

[Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi, 2009]

           questi i commenti della stampa:

Il «Corriere della Sera» del 7 luglio 1968: La contestazione è entrata a San Vittore:

Tutto ha avuto inizio alle 15.00 al termine della consueta ora d’«aria». Gruppi di detenuti sparsi nei diversi raggi si sono rifiutati di lasciare il cortile; il loro atteggiamento ostinato e provocatorio si è trasmesso in breve tra i compagni come un fulmineo contagio. […] Il direttore del carcere […] ha cercato quale fosse il motivo della protesta. Ed è venuto a sapere

che i detenuti intendevano chiedere l’approvazione dei nuovi codici, con l’assistenza dell’avvocato difensore nella prima fase dell’indagine giudiziaria. Si ripeteva in sostanza l’agitazione già avvenuta alle «Nuove» di Torino mercoledì scorso; anche in quel carcere i detenuti invocavano la riforma dei codici.

Così «l’Unità» del 7 luglio 1968:

«Basta con le chiacchiere, fuori i codici!» era scritto oggi pomeriggio alle 16.30 su un grosso cartello issato in uno dei cortili maggiori del carcere San Vittore.

Per tutto un periodo della protesta nelle carceri «l’Unità» e i giornali della sinistra istituzionale si pongono a metà strada: d’accordo con i contenuti riformatori della lotta, ma… Da «l’Unità» dell’8 luglio:

“Vi sono compresi alcuni pericolosi pregiudicati, ma ciò non toglie nulla alla validità della protesta” .

Verso le nove di sera polizia e carabinieri sgomberavano i passeggi dopo un pestaggio durissimo che procurava 13 feriti. I rivoltosi trasferiti nelle carceri di punizione: Volterra, San Gimignano, Porto Azzurro, Alghero, Lecce.

1969, si replica:

 Sabato 12 aprile, Milano, S. Vittore. Il Procuratore della repubblica incontra i rappresentanti dei detenuti. Nei giorni precedenti, per due volte i detenuti non erano entrati in cella dopo l’aria. Si protesta contro i buglioli, le bocche di lupo, si vuole l’abolizione del letto di contenzione, quella tremenda tortura chiamata del «balilla» e la riforma del codice penale fascista; si denuncia l’uso arbitrario della carcerazione preventiva, e della censura della posta. La protesta è pacifica. Lunedì 14. La notizia della rivolta del carcere Le Nuove di Torino si propaga al carcere Marassi di Genova,

Alle 16.30 tutto il carcere in rivolta è in mano ai detenuti. Se fino ad allora sulle proteste in carcere il potere aveva imposto il silenzio censorio, ora la tv le racconta. È uno spettacolo di immagini rassicuranti, per i benpensanti.

Polizia e carabinieri schierati con i fucili alla mano intorno alle mura del carcere. Le famiglie italiane possono stare tranquille, lo Stato sa difenderle da questa teppaglia. Si vedono in alto negli schermi, attaccati ai finestroni questi teppisti urlano, vogliono far sentire le loro ragioni. Le inquadrature televisive li mostrano come animali, eppure chi ha orecchie attente per ascoltare quelle urla riferisce che quelle rivolte sono il più grande servigio reso dal 1946 al riscatto della Costituzione repubblicana schiacciata sotto il fardello lugubre dei codici fascisti. La teppaglia se ne è fatta carico, poiché la «brava gente» aveva altro da fare, arricchirsi e sottomettersi, e il ceto politico democristiano ci sguazza nei codici fascisti. Il ringraziamento non si fa attendere, prende la forma di 2000 armati, polizia e carabinieri che entrano in carcere. Tegole, calcinacci e suppellettili da una parte; raffiche di mitra e bombe lacrimogene dall’altra. Dopo quindici ore di battaglia San Vittore è tutto un incendio. Un centinaio i feriti gravi tra cui una trentina di agenti. Le guardie carcerarie prese in ostaggio vengono rilasciate sane e salve.

Alle sette del mattino San Vittore si arrende, per ora. I detenuti con le mani in alto contro il muro, poi incatenati l’uno all’altro e, accompagnati da pugni, calci, manganellate, cinghiate e catenate, trasferiti alle carceri di punizione. Dopo una notte eccitata trascorsa a guardare le dure immagini della battaglia, i benpensanti possono rilassarsi. I nostri, nelle vesti della celere proveniente da Padova, Gorizia, Bolzano, Bologna hanno ripristinato l’ordine. Eppure, chi si fosse attardato a vedere le scene del trasferimento, della deportazione di quei corpi maciullati non avrebbe visto una congrega di piagnucolosi sottomessi, su quei volti non c’era ombra di sconfitta. Salutano festosi e urlano ancora slogan, alcuni levano in alto il pugno chiuso, per quanto glielo consente la catena di acciaio. Sono promesse di un nuovo inizio!!!

[Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, 1973]

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L’Italia repubblicana e presunta democratica continuava ad avere un atteggiamento fascista verso la detenzione, ma non è servito mettere la testa sotto la sabbia. I direttori delle carceri bombardavano il Ministero: la tensione era insostenibile. I trasferimenti punitivi, dopo ogni rivolta, portavano in giro per il paese, oltre alle sofferenze, i motivi della proteste e la conoscenza dell’organizzazione dentro le galere. In silenzio, il governo dovette cedere. Nel maggio ’69 una circolare dispose la costituzione in ogni istituto di una rappresentanza di detenuti per il controllo del vitto (non eleggibile ma estratta a sorte). Comunque uno strumento importante per permettere ai detenuti dei diversi reparti e bracci di comunicare tra loro. Con circolari successive venne disposto anche un miglioramento del vitto. Poi con l’anno nuovo il governo consentiva la circolazione della stampa politica e delle varie associazioni (fino ad allora vietata).

Il detenuto Aldo Trevini, che fu testimone a un pestaggio avvenuto a Rebibbia, ha denunciato alla magistratura di essere stato legato a un letto di contenzione dopo essersi rifiutato di firmare la rinuncia a comparire al processo, poi trasferito nel manicomio di Aversa per «incapacità di intendere e volere». Aprile 1973.

Motivi per protestare e ribellarsi in carcere ve ne sono a iosa. Ma c’è un motivo superiore a ogni altra rivendicazione: è il non riappacificarsi mai col carcere. Il prigioniero per conservarsi umano deve coltivare tutti i giorni, in cui è costretto in quella gabbia, lo stesso disprezzo, lo stesso odio che ha provato nei primi momenti in cui vi è stato gettato. Se il detenuto fa pace col carcere il sistema punitivo gli entra dentro e lui diventa carceriere di se stesso. Molti carcerati cercano e trovano ogni occasione per scontrarsi con le guardie, è un mezzo per verificare e confermare la propria identità opposta al sistema carcere. Non importa quale sia il motivo: è un esercizio a mantenersi vivi. Essere in guerra permanente col carcere è la garanzia che il carcere non ti uccida dentro. Non chiedete mai quali ragioni hanno spinto uno o più detenuti a un atto di ribellione individuale o a una rivolta collettiva. Se lo chiedete non conoscete affatto la galera. Il motivo di una ribellione, di una rivolta, è sempre, in primo luogo, l’esistenza stessa del carcere. Lo stesso ragionamento dovrebbe valere per ciascun sistema di potere: Stato, lavoro, famiglia, chiesa, coppia, scuola ecc., queste «istituzioni totali» se non le contrasti giorno per giorno ti entrano dentro, ti catturano e tu diventi parte di esse; schiavizzata/o.

…e andiamo sotto le carceri a solidarizzare con le persone recluse….

ABOLIAMO TUTTE LE GALERE!!!!!!

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1977, nascita del carcere di annientamento; le carceri “speciali”, la legalizzazione della “tortura”

Quarantuno anni fa, la notte tra il 16 e il 17 luglio 1977, in grande segretezza e con ampio spiegamento di forze e mezzi, con largo uso di elicotteri, parte l’“operazione camoscio”, questo il nome in codice del ministero. Da allora per “circuito dei camosci” si intende l’insieme delle “carceri speciali”. In quella notte vengono trasferiti nelle prime carceri speciali allestite. alcune centinaia di compagni e proletari detenuti combattivi, soprattutto quelli che avevano organizzato o partecipato a rivolte, evasioni e proteste nel ciclo di lotte precedente, ed anche quelli che avevano rapporti con l’esterno, col movimento.

Con l’istituzione delle Carceri Speciali il sistema carcerario italiano abbandona il carattere “unitario” (anche se differenze notevoli ci sono sempre state tra carcere e carcere, ma solo di fatto, non di norme diverse) che garantiva, almeno nella forma normativa, il rispetto del dettato costituzionale del carcere come percorso di rieducazione e reinserimento sociale delle persone detenute. Il sistema penitenziario repubblicno, da quell’anno, si configura quindi come un sistema a due circuiti con trattamenti molto diversi: uno “speciale” per i detenuti più combattivi e per i compagni ormai diventati molto numerosi; l’altro “normale” per la massa del proletariato prigioniero. Da allora, la legge non è più uguale per tutti la Costituzione viene rinchiusa in polverosi cassetti.

Nell’arco di tre anni entrano in funzione le seguenti Carceri Speciali: Asinara, Cuneo, Novara, Fossombrone, Trani, Favignana, Palmi, Badu e’ Carros-Nuoro, Termini Imerese, Ascoli Piceno; e per il femminile, Latina, Pisa e Messina. Inoltre vengono allestite delle sezioni speciali in tutte le carceri giudiziari delle grandi città dove rinchiudere i carcerati provenienti dal circuito speciale per processi o altro.

Alcuni operatori sanitari di Medicina Democratica dopo aver visitato le carceri speciali, così le descrivono:

Contro ogni dettame costituzionale e in particolare ignorando quello in cui si afferma che tutti i cittadini sono uguali anche di fronte alle pene detentive, viene oggi, e sempre di più, portato avanti con ottusa violenza un progetto di discriminazione tra detenuto e detenuto, destinando il detenuto politico, o anche coloro sospettati di essere tali in quanto non più recuperabili alla logica del sistema, al carcere speciale, dove con specifiche disposizioni gabellate per motivi di sicurezza, ma che con questi non hanno nulla a che fare, si concretano tecniche raffinate di sperimentata efficacia di deprivazione sensoriale al fine di esasperare il detenuto, di disgregare la sua personalità, arrecando danni talvolta irreversibili per la sua salute fisica e mentale. Le misure messe in atto … vanno dall’isolamento individuale o di piccoli gruppi 22 ore su 24, alle brusche interruzioni del ritmo sonno-veglia con perquisizioni notturne, alla eliminazione della naturale alternanza del giorno e della notte per mezzo di lampade sempre accese

pressione psicologica ai colloqui tra il detenuto e i propri familiari molto dilazionati e realizzatisi in condizioni sub-umane … per l’uso di strumenti aberranti come interposizioni di vetri insonorizzati e citofoni che alterano timbri di voce … Si tratta di un fenomeno in cui si evidenzia in modo inequivocabile una realtà di tortura psicologica  particolarmente feroce e distruttiva dell’intera struttura psicofisica del  detenuto in palese contraddizione con l’articolo 5 della “Convenzione dei  diritti dell’uomo”…

LE  CONDIZIONI  NELLE  CARCERI  SPECIALI

all’esterno

–   Vengono eseguite opere murarie: innalzamento dei muri di cinta esterni e viene rafforzato il controllo delle guardie sul muro perimetrale; vengono aggiunti numerosi cancelli  per separare le  Sezioni Speciali dalle altre aree del carcere; vengono “blindate” le celle aggiungendo la doppia porta blindata e doppie sbarre alle finestre.

–   Viene istituito il controllo fisso dei carabinieri all’esterno delle carceri, con jeep blindate e successivamente con piccole ma armatissime autoblindo.

–   TRASFERIMENTI – Il detenuto viene svegliato alle 4 di mattina dalle guardie che lo avvertono di “prepararsi la roba” perché è in partenza, non gli viene detto dove sarà destinato e non gli è permesso di salutare i suoi compagni di carcere; spesso succedeva che i familiari di quel detenuto in viaggio o in procinto di partire per fare un colloquio, dopo centinaia di chilometri percorsi in treno o in nave, dopo una notte di viaggio disagiato, sentirsi dire alla portineria del carcere che il proprio familiare detenuto è stato trasferito dall’altra parte della penisola. I trasferimenti, in gergo “traduzioni” vengono effettuati con i “cellulari blindati” ossia dei furgoni nei quali sono ricavate due piccole cellette in ciascuna delle quali vi sono due sedili, i detenuti vi sono rinchiusi ammanettati (con gli “schiavettoni”: una strumento che obbliga a tenere le mani una distante dall’altra), non vi è posto nemmeno per alzarsi in piedi e sgranchirsi le gambe durante il viaggio che spesso dura molte ore considerate le distanze tra carceri speciali.

–  COLLOQUI – I colloqui  con i familiari sono di 4 ore al mese -un’ora a settimana- se i familiari risiedono molto distante può essere concesso, a discrezione della direzione, di suddividere le 4 ore mensili in due colloqui da 2 ore da effettuare ogni 15 giorni. Per ogni richiamo che subisce il detenuto vengono sospesi i colloqui. I familiari sono anch’essi sottoposti a perquisizione personale, spesso  costretti a spogliarsi del tutto. I colloqui sono effettuati con una lastra di vetro interposta tra i detenuto e familiari e con i citofoni per potersi parlare.

–  I COLLOQUI TELEFONICI vengono aboliti o concessi solo in casi eccezionali.

–  LA CORRISPONDENZA dei detenuti in arrivo e in partenza viene sottoposta a censura. Vengono addirittura sequestrati i giornali e documenti provenienti dal movimento.

–  ASCOLTO RADIO, è vietato l’ascolto della radio sulle modulazioni di frequenza, per impedire di ascoltare le emittenti radio del movimento.

–  DISTANZE, i detenuti destinati alle Carceri Speciali vengono trasferiti negli istituti penitenziari più distanti dalla residenza della propria famiglia.

all’ interno

–  GUARDIE: aumenta il rapporto tra guardie e detenuti, ogni volta che il detenuto esce di cella viene accompagnato da almeno tre guardie;

–  MOVIMENTI dalla cella: vengono ridotti al minimo gli spostamenti del detenuto dalla cella. 4 ore d’aria al giorno in cortili che sono vasconi di cemento, nessun’altra forma di socialità, successivamente le ore d’aria giornaliere verranno ridotte a 2 e poi a 1. Nei passeggi (aria) si può stare in numero limitato: inizialmente non più di 15 poi venne ridotto a 10 e poi a 5 con l’articolo 90.

– PERQUISIZIONI  PERSONALI:  ad ogni spostamento dalla cella del detenuto, per andare all’aria, o per recarsi al colloquio con i familiari o con l’avvocato o magistrato, il carcerato viene sottoposto a perquisizione completa (spogliarello o strip-searches)

– PERQUISIZIONI IN CELLA:  avvengono di mattina, intorno alle 5,30 – 6,00, le guardie entrano nelle celle per la perquisizione. Come si svolge? Varia ovviamente da carcere a carcere, ma in genere le guardie si impegnano a buttare all’aria le poche cose che si hanno in cella; spesso vengono vuotati i contenitori dello zucchero e del sale e mescolati insieme, vengono sfogliati i libri in modo tale da rovinarli, vengono sparse sul pavimento le foto dei familiari o altri oggetti cari ….

– LIMITAZIONE DEGLI OGGETTI DA TENERE IN CELLA:   non si possono tenere più di 5 libri, un quaderno, due penne e due matite;  per gli  indumenti, una tuta, due maglioni, due pantaloni e un paio di cambi di biancheria, due paia di scarpe, un asciugamano e un accappatoio;  il materiale per radersi doveva essere tenuto in uno stipetto esterno alla cella e chiederlo alla guardia quando lo si doveva usare.

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Da allora la differenziazione del trattamento delle persone recluse si è ulteriormente accentuata al punto che oggi a partire dal punto più alto di disumanizzazione del 41bis,  si contano 6 o 7 trattamenti normativi diversi. E’ un insulto al sistema sanzionatorio previsto dai costituenti (che, tra l’altro, non scivono mai, la parola “carcere”, né le altre oscenità oggi presenti nei linguaggi dei politii e dei media), è una legalizzazione totale della tortura e dell’annientamento delle persone recluse.

C’è una sola risposta a questa barbarie galoppante: costruire un movimento abolizionista contro ogni struttura che reclude!

 

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26 giugno 2018 terzo digiuno nazionale contro l’ergastolo!

ll 26 giugno 2018 si terrà il  terzo digiuno nazionale,

nella  data in cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura, quindi  anche contro la pena dell’ergastolo.

Vai al sito dell’Associazine Liberarsi propotrice di questa iniziativa per l’abolizione dell’ergastolo: qui 

dove puoi anche sottoscrivere per aderire a questo sciopero,

e puoi anche scaricare l’opuscolo 9999 n.3

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Questo blog appoggia questa campagna ma ribadisce che:

-la lotta per l’abolizione dell’ergastolo deve essere parte di una battaglia, più ampia e complessiva, contro la galera, contro chi la utilizza e contro le dinamiche devastanti in essa contenute contro l’essere umano.

Ritengo inoltre e sottolineo che la richiesta di abolizione dell’ergastolo, non deve essere indirizzata alle istituzioni, né a personaggi interni alle istituzioni stesse, ma rivolta alle persone, alle donne e agli uomini che hanno visto e vedono l’operare del carcere da vicino, nella devastazione dei volti carcerati, nelle speranze uccise.

La funzione del carcere è quella di mantenere l’ordine esistente. Quell’ordine che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri, gli sfruttati, sempre più poveri. Il carcere è  il concentrato di tutte le violenza interne alla società. Violenza  di classe espressa nella prepotenza che le classi alte, per tutelare i propri interessi, esercitano sulle classi subalterne. Dentro il carcere è manifesta la contrapposizione di classe, ed è questa che impedisce una comunicazione tra carcerati/e  e la «società civile», molto più della censura, delle sbarre e dei muri. Il carcere e la punizione diventano una rappresentazione spettacolare della società divisa in classi, tenuta insieme dalla normativa esistente, dal complesso giuridico e dalle funzioni dello stato che ne cura la regia.

abolire il carcere!

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Mettiamoci le scarpe!

 Mettiamoci le scarpe!

 Vi domandate perché questo titolo? A cosa si riferisce? Cosa propone?

Quella frase si sente risuonare, ogni tanto, nelle carceri. È un grido che interrompe i monotoni rituali del carcere e viene gridata dalle persone detenute nelle situazioni di tensione massima.

Quando nel corridoio del reparto di un carcere echeggia il grido “mettiamoci le scarpe” vuol dire che si sono avvertiti movimenti delle guardie che si preparano a caricare per un pestaggio oppure per una perquisizione devastante o per un trasferimento improvviso.

Normalmente in cella le persone detenute stanno in ciabatte, del resto che senso avrebbe stare vestiti e calzati di tutto punto per 20 ore al giorno senza dover fare nulla? Ma quando si profila la possibilità di una colluttazione, affrontarla in ciabatte non è gradevole, molto meglio affrontarla con vestiti , meglio se consistenti e con le scarpe ben allacciate.

    Mettiamoci le scarpe è quindi un grido d’allarme, o meglio, è un appello a prepararsi per affrontare uno scontro, una lotta ed è meglio avere scarpe e vestiti adeguati.

Perché oggi lanciamo questa esortazione per chi sta dentro ma anche per chi in libertà?

Gli intendimenti delle compagini di governo e degli apparati statali, negli ultimi decenni, in questo paese, ma non solo, stanno arrivando a una prima conclusione: i decreti Minniti sul “daspo urbano” e sulla criminalizzazione del vagabondaggio, dell’accattonaggio, di chi disegna sui muri e di chiunque non rispetta l’ordine, si sono fatte più rigide. La messa a punto del Daspo ha visto coinvolti e partecipi ministri, governi e apparati statali degli ultimi vent’anni, nessuno escluso.

Il precedente governo, per mezzo del ministro della giustizia Orlando, aveva messo in moto una gigantesca girandola riformatrice su alcuni aspetti del carcere, in sostanza si voleva dare attuazione alle leggi del 2012 e 2014 che dovevano permettere l’accesso alle misure alternative (restrizioni della libertà di movimento e di frequentazione da eseguirsi fuori dal carcere, nel proprio domicilio) per chi fosse a 4 anni dal termine della pena, oppure avesse subito una condanna inferiore ai 4 anni, dando maggior potere discrezionale (nel concedere oppure no) alla magistratura di sorveglianza su ogni condanna di ciascun/a recluso/a.

Quella riforma dell’Ordinamento Penitenziario (O.P.) approvata dal Parlamento precedente (legge 23 giugno 2017, n. 103 ) con cui si delegava il governo ad emettere decreti esecutivi, in realtà non ha mai visto la luce. Lanciato il sasso, la maggioranza di allora ha nascosto la mano, preferendo dare di se un’immagine manettara per racimolare voti nelle elezioni che si prospettavano. Voti che poi non sono arrivati, per la semplice ragione che l’onda manettara, nutrita e coccolata dai media e dai politici, ha preferito premiare chi era più esplicito nel gridare “più carcere”, “più repressione”, “più militarizzazione”. Quella girandola riformatrice di Orlando possiamo catalogarla nelle rappresentazioni proprie della società dello spettacolo!

    Riforme No! Controriforme Si! È questo, in sintesi, il programma su cui i neo-governanti, manettari doc., si stanno impegnando. Il nuovo ministro della giustizia Alfonso Bonafede, ha affermato, in diverse interviste “stop alle riforme perché minano alla base il principio della certezza della pena“ (dimostrando, anche lui, di non conoscere affatto il significato di questa espressione), proponendo di:

dare impulso all’edilizia penitenziaria per costruire nuove carceri;

-ripenalizzazione dei reati lievi, come ad esempio furti e scippi, tolti da tempo dal codice penale, affiancati da aumenti delle pene per molte violazioni.

-revisione (in negativo, cioè restringimento) di tutte le misure premiali, introdotte dal 1986 con la legge Gozzini e successive.

-linee guida sul cd. 41bis così da ottenere un maggior ed effettivo rigore nel funzionamento del regime del carcere duro.

-inoltre, le limitazioni al diritto d’asilo, i respingimenti e confinamenti, le misure discriminatorie nei confronti dei rom, l’abbassamento della responsabilità penale per i minori (a 13 anni in galera?), la difesa armata sempre legittima.

Gli avvocati penalisti, per bocca del presidente dell’Unione camere penali italiane, l’avvocato Beniamino Migliucci, denunciano una “svolta giustizialista” nel contratto di governo, perché prevede aumenti di pena, costruzione di nuove carceri, più carcere per tutti e prescrizione all’infinito

Gli ultimi decenni hanno dimostrato, anche ai più scettici, che il carcere non è riformabile e che la repressione non si può mitigare.

Questa è la realtà! I tempi che i spettano non saranno piacevoli.

    Rimane la lotta! Questa sì! Partecipata, massiccia, continua! La lotta può incrinare i progetti criminali delle classi al potere. Non lotta difensiva per cercare di attenuare i colpi della repressione, anche perché l’esperienza ha dimostrato che non paga! Lotta per resistere agli attacchi repressivi e rilanciare l’offensiva!

Sul terreno della repressione e del carcere vuol dire costruire:

un movimento per l’abolizione della galera!

Un movimento che raccolga e rilanci tutte le lotte in corso dentro e fuori le carceri sui problemi scottanti (dall’abolizione dell’ergastolo, alla lotta al sovraffollamento, ai troppi suicidi, fino alle rivendicazioni specifiche di ogni Istituto penitenziario) e li rilanci nel percorso che porta all’obbiettivo dell’abolizione del carcere.

Una battaglia che deve costruire unità tra le persone carcerate tra loro e con le persone fuori dal carcere, attualmente “a piede libero”.

I luoghi di questa battaglia sono i posti di lavoro e i territori che abitiamo. Nelle strade di ciascun quartiere e di ogni borgo, vicino o lontano dal carcere, deve risuonare la volontà, sempre più diffusa, di metter fine alla vergogna della reclusione.

Abolizione di ogni carcere e ogni altro strumento che toglie la libertà: Cie, hotspot, manicomi, Rems, ecc., ecc.

Un movimento che ravvivi le relazioni vis a vis, le discussioni guardandoci in faccia, tralasciando, sempre più, gli intrattenimenti con i cosiddetti “social” che, in realtà, costringono all’isolamento, all’emarginazione, alla ghettizzazione.

 

Con le scarpe ben allacciate, portiamo i nostri piedi sulle strade! Uniamo i nostri corpi e le nostre voci e urliamo sotto le carceri a chi vi è rinchiuso e rinchiusa che siamo con loro per abolire il carcere e trasformare la società repressiva!

                              abolizione di tutte le galere!

 

 

 

 

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Dai detenuti del carcere di Ivrea

Sul rapporto tra carcere e costituzione.

Andando oltre le pareti scrostate. Seguire un corso di editoria digitale, trovandosi, a distanza di anni davanti al computer per studiare la Costituzione Italiana, è emozionante. Soprattutto quando si riesce a dare un valore intrinseco a questo percorso, sottolineando che gli argomenti trattati non si riferiscono a questa o quella struttura penitenziaria, bensì rappresentano un’analisi generale tesa ad incrementare un dibattito costruttivo sulla questione.

Qui siamo in carcere, momentaneamente esclusi da buona parte delle norme della Carta Costituzionale. I diritti, così come i doveri sono qualcosa di indefinito. Tutto dipende da qualcosa o qualcuno. Un direttore piuttosto che un altro; questa o quella politica, di apertura o di chiusura, raramente di lungimiranza, e nel rispetto dello stato dei diritti in senso lato. Nel lavoro fin qui svolto, non potevamo di certo ignorare gli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione, articoli su cui si fonda il nostro Ordinamento Penitenziario. Se da una parte, oggi, ci troviamo qui, con la possibilità di frequentare un corso di formazione professionale, lo dobbiamo proprio alla nostra Costituzione e agli articoli sopra citati, dall’altra, ci vorrebbero fiumi d’inchiostro per elencare le questioni che ancora oggi, a distanza di settant’anni non funzionano. Infatti, in questa nostra analisi non ci soffermeremo sugli elementi immediati e sui problemi di carattere strutturale quali: sovraffollamento, muri scrostati, docce rotte, celle sporche, ma cercheremo di andare oltre.

Prendiamo in esame, ad esempio, il terzo comma dell’articolo 27: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In due semplici righe è espresso un concetto di valore e spessore culturale indescrivibile. Quello che più colpisce, leggendo questo articolo, è che non troviamo la parola “carcere” dopo quella di “pene”. Tant’è che se si ragiona un momento, non può sfuggire che “il senso di umanità” entra in netto contrasto con l’idea di carcere e tutte le sue conseguenze, che , com’è noto, procurano un dolore sottile, ma nello stesso tempo spietato, non solo alla persona che si trova a scontare la pena, ma a tutta la sua famiglia che senza alcuna colpa ne paga le conseguenze. Questo per dire che i nostri padri costituenti, già all’epoca, avevano lasciato aperta la porta ad un’idea di pena differente da quella del carcere. Non a caso, negli ultimi anni si sta iniziando a ragionare sul concetto di giustizia riparativa, dove la vittima viene posta al primo posto, e a chi ha commesso il reato, viene richiesto di fare dei percorsi particolari fatti soprattutto di condotte riparative, che non hanno niente a che vedere con la vendetta sociale.

Da qui un interrogativo sorge spontaneo: le prigioni, quali prodotto di un sistema strettamente connesso alle fasi di sviluppo socio-politiche-economiche proprie del XVIII e XIX secolo, possono essere considerate valide ed attuali oggi, nel XXI secolo? Allo stato attuale, se le cose non cambieranno, la pena scontata in carcere non può che continuare ad essere una barbarie senza alcun significato autentico e funzionale, in termine di prevenzione alla legalità e alla sicurezza sociale. La storia, da duecento anni a questa parte, ci ha insegnato che la prigione è una scuola di delinquenza, di fatto, il carcere incentiva i comportamenti devianti, li stimola, proprio per quell’illegalità che nelle galere è elevata a norma di sistema. Rimanendo in tema, ci preme fare alcune considerazioni che riguardano l’ultimo comma dello stesso articolo 27 della Costituzione:“ Non è ammessa la pena di morte ”.

Nel nostro Paese esiste tuttora una pena che non può che essere interpretata come la pena di morte. Una pena di morte viva, latente, lenta e sottile, fatta di continue agonie e dove per la speranza non vi è spazio. Si tratta dell’ergastolo ostativo. Fine pena mai, 31/12/9999.

“Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educatività, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza”.(Carmelo Musumeci) Attualmente, nelle carceri italiane sono numerosi gli ergastolani che non potranno mai più uscire, anche dopo venti, trenta o addirittura quarant’anni di pena scontata. Vi sono persone che si sono laureate, che hanno fatto dei percorsi di revisione critica ineguagliabili e che in qualche modo sono cambiate, non sono più le stesse persone che erano al momento del reato. Eppure, proprio perché il reato commesso rientra in una norma piuttosto che in un’altra, ancora oggi si trovano costrette a passare il resto dei loro giorni rinchiuse all’interno di una cella. I cosiddetti “sepolti vivi”. Necessario, in questo momento storico, dove ogni giorno assistiamo alla privazione dei nostri diritti fondamentali, è la lotta per l’abolizione dell’ergastolo ostativo, pena che da emergenziale e provvisoria, ha impiantato le sue radici sul nostro ordinamento penitenziario, affermandosi sempre di più nel tempo. In questo caso la carta costituzionale è violata in più parti. Prendiamo, pertanto, in esame l’articolo 3:

“tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge..

” Come mai esistono delle pene che pur essendo uguali in termini di norma fanno distinzione tra una persona e l’altra? Forse che in carcere non si è più dei cittadini eguali davanti alla legge? O forse perché una volta entrato in questo “mondo” non ti vengono più riconosciuti i diritti fondamentali, così come gli altri cittadini “liberi”? Non dovrebbe essere così, in quanto, il carcere in realtà è un vero e proprio quartiere della città che lo ospita. Non è una realtà a sé stante. Il carcere non è un mondo a parte rispetto alla società esterna, non esiste un carcere grigio rispetto al mondo colorato che lo circonda, un carcere disumano rispetto alla società integrata e plasmata sui bi sogni dell’uomo. Le galere sono lo specchio delle società esterne, regolate da codici e leggi che sono il riflesso proporzionale all’evoluzione culturale della società stessa. La stragrande maggioranza delle persone, non riesce a cogliere questo aspetto, in quanto nella mentalità dell’opinione pubblica il carcere è considerato una discarica, “ perché li dentro trovi di tutto! ” Poi come tutte le discariche, basta alzare i muri sempre di più alti, cosi la gente di fuori non può ficcarci il naso! Citeremo di seguito il quarto comma dell’articolo 13, lasciando a voi tutti la possibilità di riflettere su queste parole:

“E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” Vorremmo concludere questa nostra riflessione collettiva evidenziando di fatto, come, nonostante le disposizione legislative e le varie riforme susseguitesi nel tempo, la prigione non può che essere definita come un’istituzione secolarizzata, cristallizzata, un istituto invalicabile il cui impianto normativo è stato solo leggermente scalfito, ma mai completamente rivisitato.

Concluderemo questo nostro lavoro riportando di seguito una citazione estratta dal libro, di Salvatore Ricciardi “Cos’è il carcere”, letto e analizzato durante il corso.

“Il carcere non si può riformare. Mai. Si può solo disprezzare, odiare, insultare, per incepparne la sua opera di distruzione umana.” Salvatore Ricciardi

Detenuti del carcere di Ivrea

Il presente testo è frutto del lavoro svolto con i detenuti della yairaihaonlus@libero.it, che hanno avuto la possibilità di frequentare il corso di editoria digitale. Lavoro nato dalla voglia, o meglio dalla necessità da parte di alcuni di loro, di far uscire fuori da quelle mura le loro testimonianze ed i loro pensieri.

Dott.ssa Annamaria Sergio

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Abolizione dell’ergastolo … e del carcere

Riporto questi documenti che hanno lanciato l’iniziativa sull’abolizione dell’ergastol, firmata dall’Associazione Yairaiha Onlus, Associazione Liberarsi Onlus, Associazione “Fuori dall’ombra”, Associazione Ristretti Orizzonti, e altre.

La riporto perché ritengo che ogni battaglia contro un singolo aspetto del carcere vada appoggiata.

Tuttavia penso e mi batto perché la lotta per l’abolizione dell’ergastolo sia parte di una battaglia, più ampia e complessiva, contro la galera, contro chi la utilizza e contro le dinamiche devastanti l’essere umano. Nel senso espresso dal convegno del 25 febbraio 2016 promosso dall’Associazione “Liberarsi” di Firenze.

Ritengo inoltre e sottolineo che la richiesta di abolizione dell’ergastolo, non deve essere indirizzata alle istituzioni, né a personaggi interni alle istituzioni stesse, ma rivolta alle persone, alle donne e agli uomini che hanno visto e vedono l’operare del carcere da vicino, nella devastazione dei volti carcerati, nelle speranze uccise.

Provo a esplicitare queste mie riflessioni:

*La funzione del carcere è quella di mantenere l’ordine esistente. Quell’ordine che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri, gli sfruttati, sempre più poveri (lo dicono i dati dell’Istat).

*Il carcere è  il concentrato di tutte le violenza interne alla società. Violenza  di classe espressa nella prepotenza che le classi alte esercitano sulle classi subalterne.

*La classe benestante, ha tutto l’interesse al mantenimento del carcere che riproduce un sistema di sfruttamento, tutela i suoi privilegi estorti e il suo status di élite privilegiata.

*Dentro il carcere è manifesta la contrapposizione di classe, ed è questa che impedisce una comunicazione tra carcerati/e  e la «società civile», molto più della censura, delle sbarre e dei muri. Il carcere e la punizione diventano una rappresentazione spettacolare della società divisa in classi, tenuta insieme dalla normativa esistente, dal complesso giuridico e dalle funzioni dello stato che ne cura la regia.

===== I documenti =====

Aderisci con la tua iscrizione al terzo digiuno nazionale fissato per il 26 giugno 2018  data a cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura, quindi  anche contro la pena dell’ergastolo

ABBIAMO UN SOGNO NOI DELL’ASSOCIAZIONE LIBERARSI ONLUS:
L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO

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La lotta per l’abolizione dell’ergastolo tra populismo penale, voglia di riscatto e Costituzione tradita.

Sono più di dieci anni che la nostra associazione, assieme a migliaia di detenuti, loro familiari e tante altre associazioni, lottiamo affinchè il mostro dell’ergastolo venga abolito. Raccolte firme, giornate di digiuno, campagne di denuncia e sensibilizzazione a livello nazionale ed europeo, hanno fin ora prodotto conoscenza e condivisione della giustezza di questa battaglia anche tra cittadini comuni.

In alcuni momenti si è persino sfiorato questo traguardo. Nel 2008 la commissione per la riforma del codice penale aboliva il carcere a vita dal nostro ordinamento. Anche oggi, nonostante il populismo penale sembra farla da padrone, si percepisce consenso riguardo all’abolizione dell’ergastolo. Diversi sono i disegni de legge abolizionisti presentati anche durante l’ultima legislatura e, per ultimo, dagli Stati generali dell’esecuzione penale era uscita la volontà di superare concretamente l’ostatività indirizzando la commissione per la riforma dell’ordinamento penitenziario verso l’abolizione sia dell’ergastolo che dell’ostatività, salvo poi annullare tale volontà nella legge delega dalla quale prende avvio la riforma dell’ordinamento, varata dal governo uscente ed ancora oggi bloccata per le note vicende politiche che stanno attraversando l’Italia. Testimonial importanti si sono schierati dalla nostra parte sia in ambito cattolico sia tra i familiari delle vittime.

E allora ci chiediamo quali siano gli ostacoli alla rimozione di un obbrobrio giuridico disumano e incostituzionale che uccide torturando lentamente il diritto e la speranza di riscatto di chi è condannato a morte fino alla morte.

Una delle risposte plausibili è la mancanza di coraggio politico in uno Stato che ha sacrificato i diritti umani, tutti, in una logica di mercato dove il profitto viene prima del benessere collettivo di ognuno e ciascuno, dove la sicurezza è argomento da talk show politici che hanno come unico obiettivo quello di intimorire la società, farla sentire più insicura, farle avere paura. Perché secondo uno schema che va sempre più consolidandosi, attraverso la paura si dominano le popolazioni. E attorno alle paure sociali, reali o indotte che siano, si ingenera la richiesta di sicurezza, di pene esemplari, di più galera per tutti mercificando i diritti e le libertà tramutando la nostra Costituzione in carta straccia. A conferma di questo basta leggere il contratto di governo sottoscritto da Lega e 5 Stelle che seppellisce definitivamente lo Stato di Diritto a favore dello Stato penale.

Negli scorsi mesi ci siamo messi in gioco sostenendo un progetto politico partito dal basso, Potere al Popolo, che ha accolto e condiviso nel programma elettorale alcune delle battaglie che da anni ormai portiamo avanti. Non era scontato che una formazione giovane ed eterogenea come questa accogliesse punti tanto spinosi e controversi. Al di là del risultato elettorale è stata una occasione costruttiva che ci ha permesso innanzitutto di sfatare la retorica securitaria ed emergenziale che da oltre un quarto di secolo impera attraverso decine di incontri formali e informali dove si è discusso di ergastolo e 41 bis fuori dai circuiti di “addetti ai lavori” che solitamente affrontano questi temi. Abbiamo avuto la possibilità di trovare nuovi interlocutori e di intessere relazioni positive per il futuro perché riteniamo che queste battaglie, per essere vinte, devono essere portate nella società. È necessario, oggi più che mai, provare a far nascere una nuova sensibilità diffusa affinchè si superi non solo l’ergastolo ma la necessità della segregazione fisica, della privazione della libertà, come dispositivo correttivo dei mali sociali. Ritornare ad essere “comunità sociale” contro lo Stato penale. Pretendere la certezza dei diritti prima della certezza della pena.

Il prossimo 26 giugno, in occasione della giornata mondiale delle vittime di tortura, assieme all’Associazione Liberarsi, a Ristretti Orizzonti e all’Associazione Fuori dall’Ombra, sosterremo la terza giornata di digiuno nazionale per l’abolizione del fine pena mai con la consapevolezza che può siamo in una fase storica e politica in cui i Diritti sembrano scomparsi. E a maggior ragione non si deve mollare.

Associazione Yairaiha Onlus

 

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Invito a una discussione

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Il controllo psichiatrico 40 anni dopo la “legge Basaglia”

40 anni dalla legge Basaglia

 Sono passati 40 anni dall’approvazione della legge 13 maggio 1978 n. 180, detta erroneamente “legge Basaglia” . La legge riguardava gli  “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. Viene ricordata come la legge che ha chiuso i manicomi, ossia 98 ospedali psichiatrici che ospitavano circa 89.000 internati. In realtà lo stesso Basaglia ritenne la legge un passo indietro rispetto alle esperienze maturate sul campo a Trieste, ma anche ad Arezzo e Perugia. E comunque la legge fu seguita da un caos normativo che non ne permise la piena attuazione. Questo perché la legge fu scritta in fretta, come succede spesso, grazie alle forti mobilitazioni di quel tempo e al clima incandescente, prodotto dal forte scontro di classe, che premeva per modifiche radicali.

Pochi mesi dopo fu approvata la legge che istituiva il “Servizio Sanitario Nazionale” (legge  23 dicembre 1978 n. 833) che, al proprio interno racchiuse aspetti della legge 180, in parte modificati in senso peggiorativo.

La chiusura effettiva dei manicomi, si è realizzata nel 1994.

La squadra che a Gorizia impostò, per la prima volta, le attività che portarono a questa svolta sono stati, in tempi diversi, Franco Basaglia; Franca Ongaro; Antonio Slavich; Lucio Schittar; Agostino Pirella; Domenico Casagrande; Leopoldo Tesi; Giorgio Antonucci ; Maria Pia Bombonato; Giovanni Jervis:; Letizia Comba Jervis.

Ma non è cessata la contenzione psichiatrica, né lo stigma che ne consegue,  poiché oggi vi sono 800.000 persone seguite dai servizi di salute mentale, metà sono maschi e metà sono donne. A queste persone vanno aggiunte quelle persone che si rivolgono alle numerose strutture private che realizzano notevoli profitti.

Per quanto riguarda le strutture pubbliche, oggi vi sono 285 Spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) con 3.623 posti letto e 22 strutture ospedaliere in convenzione con circa 1.200 posti.

Su 98.000 ricoveri annui, sono 8.000 i Tso (Trattamenti Sanitari Obbligatori), fatto esttremamente grave e che annulla il rispetto per la persona!

Oggi, in questo clima politico ultra reazionario, viene diffusa l’opinione che, le persone che subiscono traumi, ad esempio dopo il terremoti, devono essere rinchiuse in spazi separati, difatti dopo il terremoto de l’Aquila la protezione civile decise di “costruire una tendopoli dedicata ai servizi psichiatrici e ai loro pazienti, e solo a loro, ben distante dalla città”.

Così le persone sottoposte a emarginazione e ristrettezze, ad esempio le persone carcerate, diventano soggetti di disturbi mentali e quindi devono essere imbottiti di psicofarmaci e contenzione: oltre il 60% della popolazione detenuta vengono imbattiti con psicofarmaci.

La battaglia è appena iniziata, va continuata!!!

Ascolta  qui (27 minuti) e qui  (7 minuti)  un’intervista su Basaglia e le prime esperienze, con Giorgio Antonucci (deceduto il 18 novembre 2017). Nella prima intervista, fatta da RadiOndaRossa c’è  un untervento di Maria Rosaria D’Oronzo.

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Sosteniamo la lotta delle lavoratrici e lavoratori GSE

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