A sedici anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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26 giugno 2018 terzo digiuno nazionale contro l’ergastolo!

ll 26 giugno 2018 si terrà il  terzo digiuno nazionale,

nella  data in cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura, quindi  anche contro la pena dell’ergastolo.

Vai al sito dell’Associazine Liberarsi propotrice di questa iniziativa per l’abolizione dell’ergastolo: qui 

dove puoi anche sottoscrivere per aderire a questo sciopero,

e puoi anche scaricare l’opuscolo 9999 n.3

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Questo blog appoggia questa campagna ma ribadisce che:

-la lotta per l’abolizione dell’ergastolo deve essere parte di una battaglia, più ampia e complessiva, contro la galera, contro chi la utilizza e contro le dinamiche devastanti in essa contenute contro l’essere umano.

Ritengo inoltre e sottolineo che la richiesta di abolizione dell’ergastolo, non deve essere indirizzata alle istituzioni, né a personaggi interni alle istituzioni stesse, ma rivolta alle persone, alle donne e agli uomini che hanno visto e vedono l’operare del carcere da vicino, nella devastazione dei volti carcerati, nelle speranze uccise.

La funzione del carcere è quella di mantenere l’ordine esistente. Quell’ordine che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri, gli sfruttati, sempre più poveri. Il carcere è  il concentrato di tutte le violenza interne alla società. Violenza  di classe espressa nella prepotenza che le classi alte, per tutelare i propri interessi, esercitano sulle classi subalterne. Dentro il carcere è manifesta la contrapposizione di classe, ed è questa che impedisce una comunicazione tra carcerati/e  e la «società civile», molto più della censura, delle sbarre e dei muri. Il carcere e la punizione diventano una rappresentazione spettacolare della società divisa in classi, tenuta insieme dalla normativa esistente, dal complesso giuridico e dalle funzioni dello stato che ne cura la regia.

abolire il carcere!

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Mettiamoci le scarpe!

 Mettiamoci le scarpe!

 Vi domandate perché questo titolo? A cosa si riferisce? Cosa propone?

Quella frase si sente risuonare, ogni tanto, nelle carceri. È un grido che interrompe i monotoni rituali del carcere e viene gridata dalle persone detenute nelle situazioni di tensione massima.

Quando nel corridoio del reparto di un carcere echeggia il grido “mettiamoci le scarpe” vuol dire che si sono avvertiti movimenti delle guardie che si preparano a caricare per un pestaggio oppure per una perquisizione devastante o per un trasferimento improvviso.

Normalmente in cella le persone detenute stanno in ciabatte, del resto che senso avrebbe stare vestiti e calzati di tutto punto per 20 ore al giorno senza dover fare nulla? Ma quando si profila la possibilità di una colluttazione, affrontarla in ciabatte non è gradevole, molto meglio affrontarla con vestiti , meglio se consistenti e con le scarpe ben allacciate.

    Mettiamoci le scarpe è quindi un grido d’allarme, o meglio, è un appello a prepararsi per affrontare uno scontro, una lotta ed è meglio avere scarpe e vestiti adeguati.

Perché oggi lanciamo questa esortazione per chi sta dentro ma anche per chi in libertà?

Gli intendimenti delle compagini di governo e degli apparati statali, negli ultimi decenni, in questo paese, ma non solo, stanno arrivando a una prima conclusione: i decreti Minniti sul “daspo urbano” e sulla criminalizzazione del vagabondaggio, dell’accattonaggio, di chi disegna sui muri e di chiunque non rispetta l’ordine, si sono fatte più rigide. La messa a punto del Daspo ha visto coinvolti e partecipi ministri, governi e apparati statali degli ultimi vent’anni, nessuno escluso.

Il precedente governo, per mezzo del ministro della giustizia Orlando, aveva messo in moto una gigantesca girandola riformatrice su alcuni aspetti del carcere, in sostanza si voleva dare attuazione alle leggi del 2012 e 2014 che dovevano permettere l’accesso alle misure alternative (restrizioni della libertà di movimento e di frequentazione da eseguirsi fuori dal carcere, nel proprio domicilio) per chi fosse a 4 anni dal termine della pena, oppure avesse subito una condanna inferiore ai 4 anni, dando maggior potere discrezionale (nel concedere oppure no) alla magistratura di sorveglianza su ogni condanna di ciascun/a recluso/a.

Quella riforma dell’Ordinamento Penitenziario (O.P.) approvata dal Parlamento precedente (legge 23 giugno 2017, n. 103 ) con cui si delegava il governo ad emettere decreti esecutivi, in realtà non ha mai visto la luce. Lanciato il sasso, la maggioranza di allora ha nascosto la mano, preferendo dare di se un’immagine manettara per racimolare voti nelle elezioni che si prospettavano. Voti che poi non sono arrivati, per la semplice ragione che l’onda manettara, nutrita e coccolata dai media e dai politici, ha preferito premiare chi era più esplicito nel gridare “più carcere”, “più repressione”, “più militarizzazione”. Quella girandola riformatrice di Orlando possiamo catalogarla nelle rappresentazioni proprie della società dello spettacolo!

    Riforme No! Controriforme Si! È questo, in sintesi, il programma su cui i neo-governanti, manettari doc., si stanno impegnando. Il nuovo ministro della giustizia Alfonso Bonafede, ha affermato, in diverse interviste “stop alle riforme perché minano alla base il principio della certezza della pena“ (dimostrando, anche lui, di non conoscere affatto il significato di questa espressione), proponendo di:

dare impulso all’edilizia penitenziaria per costruire nuove carceri;

-ripenalizzazione dei reati lievi, come ad esempio furti e scippi, tolti da tempo dal codice penale, affiancati da aumenti delle pene per molte violazioni.

-revisione (in negativo, cioè restringimento) di tutte le misure premiali, introdotte dal 1986 con la legge Gozzini e successive.

-linee guida sul cd. 41bis così da ottenere un maggior ed effettivo rigore nel funzionamento del regime del carcere duro.

-inoltre, le limitazioni al diritto d’asilo, i respingimenti e confinamenti, le misure discriminatorie nei confronti dei rom, l’abbassamento della responsabilità penale per i minori (a 13 anni in galera?), la difesa armata sempre legittima.

Gli avvocati penalisti, per bocca del presidente dell’Unione camere penali italiane, l’avvocato Beniamino Migliucci, denunciano una “svolta giustizialista” nel contratto di governo, perché prevede aumenti di pena, costruzione di nuove carceri, più carcere per tutti e prescrizione all’infinito

Gli ultimi decenni hanno dimostrato, anche ai più scettici, che il carcere non è riformabile e che la repressione non si può mitigare.

Questa è la realtà! I tempi che i spettano non saranno piacevoli.

    Rimane la lotta! Questa sì! Partecipata, massiccia, continua! La lotta può incrinare i progetti criminali delle classi al potere. Non lotta difensiva per cercare di attenuare i colpi della repressione, anche perché l’esperienza ha dimostrato che non paga! Lotta per resistere agli attacchi repressivi e rilanciare l’offensiva!

Sul terreno della repressione e del carcere vuol dire costruire:

un movimento per l’abolizione della galera!

Un movimento che raccolga e rilanci tutte le lotte in corso dentro e fuori le carceri sui problemi scottanti (dall’abolizione dell’ergastolo, alla lotta al sovraffollamento, ai troppi suicidi, fino alle rivendicazioni specifiche di ogni Istituto penitenziario) e li rilanci nel percorso che porta all’obbiettivo dell’abolizione del carcere.

Una battaglia che deve costruire unità tra le persone carcerate tra loro e con le persone fuori dal carcere, attualmente “a piede libero”.

I luoghi di questa battaglia sono i posti di lavoro e i territori che abitiamo. Nelle strade di ciascun quartiere e di ogni borgo, vicino o lontano dal carcere, deve risuonare la volontà, sempre più diffusa, di metter fine alla vergogna della reclusione.

Abolizione di ogni carcere e ogni altro strumento che toglie la libertà: Cie, hotspot, manicomi, Rems, ecc., ecc.

Un movimento che ravvivi le relazioni vis a vis, le discussioni guardandoci in faccia, tralasciando, sempre più, gli intrattenimenti con i cosiddetti “social” che, in realtà, costringono all’isolamento, all’emarginazione, alla ghettizzazione.

 

Con le scarpe ben allacciate, portiamo i nostri piedi sulle strade! Uniamo i nostri corpi e le nostre voci e urliamo sotto le carceri a chi vi è rinchiuso e rinchiusa che siamo con loro per abolire il carcere e trasformare la società repressiva!

                              abolizione di tutte le galere!

 

 

 

 

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Dai detenuti del carcere di Ivrea

Sul rapporto tra carcere e costituzione.

Andando oltre le pareti scrostate. Seguire un corso di editoria digitale, trovandosi, a distanza di anni davanti al computer per studiare la Costituzione Italiana, è emozionante. Soprattutto quando si riesce a dare un valore intrinseco a questo percorso, sottolineando che gli argomenti trattati non si riferiscono a questa o quella struttura penitenziaria, bensì rappresentano un’analisi generale tesa ad incrementare un dibattito costruttivo sulla questione.

Qui siamo in carcere, momentaneamente esclusi da buona parte delle norme della Carta Costituzionale. I diritti, così come i doveri sono qualcosa di indefinito. Tutto dipende da qualcosa o qualcuno. Un direttore piuttosto che un altro; questa o quella politica, di apertura o di chiusura, raramente di lungimiranza, e nel rispetto dello stato dei diritti in senso lato. Nel lavoro fin qui svolto, non potevamo di certo ignorare gli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione, articoli su cui si fonda il nostro Ordinamento Penitenziario. Se da una parte, oggi, ci troviamo qui, con la possibilità di frequentare un corso di formazione professionale, lo dobbiamo proprio alla nostra Costituzione e agli articoli sopra citati, dall’altra, ci vorrebbero fiumi d’inchiostro per elencare le questioni che ancora oggi, a distanza di settant’anni non funzionano. Infatti, in questa nostra analisi non ci soffermeremo sugli elementi immediati e sui problemi di carattere strutturale quali: sovraffollamento, muri scrostati, docce rotte, celle sporche, ma cercheremo di andare oltre.

Prendiamo in esame, ad esempio, il terzo comma dell’articolo 27: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In due semplici righe è espresso un concetto di valore e spessore culturale indescrivibile. Quello che più colpisce, leggendo questo articolo, è che non troviamo la parola “carcere” dopo quella di “pene”. Tant’è che se si ragiona un momento, non può sfuggire che “il senso di umanità” entra in netto contrasto con l’idea di carcere e tutte le sue conseguenze, che , com’è noto, procurano un dolore sottile, ma nello stesso tempo spietato, non solo alla persona che si trova a scontare la pena, ma a tutta la sua famiglia che senza alcuna colpa ne paga le conseguenze. Questo per dire che i nostri padri costituenti, già all’epoca, avevano lasciato aperta la porta ad un’idea di pena differente da quella del carcere. Non a caso, negli ultimi anni si sta iniziando a ragionare sul concetto di giustizia riparativa, dove la vittima viene posta al primo posto, e a chi ha commesso il reato, viene richiesto di fare dei percorsi particolari fatti soprattutto di condotte riparative, che non hanno niente a che vedere con la vendetta sociale.

Da qui un interrogativo sorge spontaneo: le prigioni, quali prodotto di un sistema strettamente connesso alle fasi di sviluppo socio-politiche-economiche proprie del XVIII e XIX secolo, possono essere considerate valide ed attuali oggi, nel XXI secolo? Allo stato attuale, se le cose non cambieranno, la pena scontata in carcere non può che continuare ad essere una barbarie senza alcun significato autentico e funzionale, in termine di prevenzione alla legalità e alla sicurezza sociale. La storia, da duecento anni a questa parte, ci ha insegnato che la prigione è una scuola di delinquenza, di fatto, il carcere incentiva i comportamenti devianti, li stimola, proprio per quell’illegalità che nelle galere è elevata a norma di sistema. Rimanendo in tema, ci preme fare alcune considerazioni che riguardano l’ultimo comma dello stesso articolo 27 della Costituzione:“ Non è ammessa la pena di morte ”.

Nel nostro Paese esiste tuttora una pena che non può che essere interpretata come la pena di morte. Una pena di morte viva, latente, lenta e sottile, fatta di continue agonie e dove per la speranza non vi è spazio. Si tratta dell’ergastolo ostativo. Fine pena mai, 31/12/9999.

“Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educatività, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza”.(Carmelo Musumeci) Attualmente, nelle carceri italiane sono numerosi gli ergastolani che non potranno mai più uscire, anche dopo venti, trenta o addirittura quarant’anni di pena scontata. Vi sono persone che si sono laureate, che hanno fatto dei percorsi di revisione critica ineguagliabili e che in qualche modo sono cambiate, non sono più le stesse persone che erano al momento del reato. Eppure, proprio perché il reato commesso rientra in una norma piuttosto che in un’altra, ancora oggi si trovano costrette a passare il resto dei loro giorni rinchiuse all’interno di una cella. I cosiddetti “sepolti vivi”. Necessario, in questo momento storico, dove ogni giorno assistiamo alla privazione dei nostri diritti fondamentali, è la lotta per l’abolizione dell’ergastolo ostativo, pena che da emergenziale e provvisoria, ha impiantato le sue radici sul nostro ordinamento penitenziario, affermandosi sempre di più nel tempo. In questo caso la carta costituzionale è violata in più parti. Prendiamo, pertanto, in esame l’articolo 3:

“tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge..

” Come mai esistono delle pene che pur essendo uguali in termini di norma fanno distinzione tra una persona e l’altra? Forse che in carcere non si è più dei cittadini eguali davanti alla legge? O forse perché una volta entrato in questo “mondo” non ti vengono più riconosciuti i diritti fondamentali, così come gli altri cittadini “liberi”? Non dovrebbe essere così, in quanto, il carcere in realtà è un vero e proprio quartiere della città che lo ospita. Non è una realtà a sé stante. Il carcere non è un mondo a parte rispetto alla società esterna, non esiste un carcere grigio rispetto al mondo colorato che lo circonda, un carcere disumano rispetto alla società integrata e plasmata sui bi sogni dell’uomo. Le galere sono lo specchio delle società esterne, regolate da codici e leggi che sono il riflesso proporzionale all’evoluzione culturale della società stessa. La stragrande maggioranza delle persone, non riesce a cogliere questo aspetto, in quanto nella mentalità dell’opinione pubblica il carcere è considerato una discarica, “ perché li dentro trovi di tutto! ” Poi come tutte le discariche, basta alzare i muri sempre di più alti, cosi la gente di fuori non può ficcarci il naso! Citeremo di seguito il quarto comma dell’articolo 13, lasciando a voi tutti la possibilità di riflettere su queste parole:

“E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” Vorremmo concludere questa nostra riflessione collettiva evidenziando di fatto, come, nonostante le disposizione legislative e le varie riforme susseguitesi nel tempo, la prigione non può che essere definita come un’istituzione secolarizzata, cristallizzata, un istituto invalicabile il cui impianto normativo è stato solo leggermente scalfito, ma mai completamente rivisitato.

Concluderemo questo nostro lavoro riportando di seguito una citazione estratta dal libro, di Salvatore Ricciardi “Cos’è il carcere”, letto e analizzato durante il corso.

“Il carcere non si può riformare. Mai. Si può solo disprezzare, odiare, insultare, per incepparne la sua opera di distruzione umana.” Salvatore Ricciardi

Detenuti del carcere di Ivrea

Il presente testo è frutto del lavoro svolto con i detenuti della yairaihaonlus@libero.it, che hanno avuto la possibilità di frequentare il corso di editoria digitale. Lavoro nato dalla voglia, o meglio dalla necessità da parte di alcuni di loro, di far uscire fuori da quelle mura le loro testimonianze ed i loro pensieri.

Dott.ssa Annamaria Sergio

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Abolizione dell’ergastolo … e del carcere

Riporto questi documenti che hanno lanciato l’iniziativa sull’abolizione dell’ergastol, firmata dall’Associazione Yairaiha Onlus, Associazione Liberarsi Onlus, Associazione “Fuori dall’ombra”, Associazione Ristretti Orizzonti, e altre.

La riporto perché ritengo che ogni battaglia contro un singolo aspetto del carcere vada appoggiata.

Tuttavia penso e mi batto perché la lotta per l’abolizione dell’ergastolo sia parte di una battaglia, più ampia e complessiva, contro la galera, contro chi la utilizza e contro le dinamiche devastanti l’essere umano. Nel senso espresso dal convegno del 25 febbraio 2016 promosso dall’Associazione “Liberarsi” di Firenze.

Ritengo inoltre e sottolineo che la richiesta di abolizione dell’ergastolo, non deve essere indirizzata alle istituzioni, né a personaggi interni alle istituzioni stesse, ma rivolta alle persone, alle donne e agli uomini che hanno visto e vedono l’operare del carcere da vicino, nella devastazione dei volti carcerati, nelle speranze uccise.

Provo a esplicitare queste mie riflessioni:

*La funzione del carcere è quella di mantenere l’ordine esistente. Quell’ordine che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri, gli sfruttati, sempre più poveri (lo dicono i dati dell’Istat).

*Il carcere è  il concentrato di tutte le violenza interne alla società. Violenza  di classe espressa nella prepotenza che le classi alte esercitano sulle classi subalterne.

*La classe benestante, ha tutto l’interesse al mantenimento del carcere che riproduce un sistema di sfruttamento, tutela i suoi privilegi estorti e il suo status di élite privilegiata.

*Dentro il carcere è manifesta la contrapposizione di classe, ed è questa che impedisce una comunicazione tra carcerati/e  e la «società civile», molto più della censura, delle sbarre e dei muri. Il carcere e la punizione diventano una rappresentazione spettacolare della società divisa in classi, tenuta insieme dalla normativa esistente, dal complesso giuridico e dalle funzioni dello stato che ne cura la regia.

===== I documenti =====

Aderisci con la tua iscrizione al terzo digiuno nazionale fissato per il 26 giugno 2018  data a cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura, quindi  anche contro la pena dell’ergastolo

ABBIAMO UN SOGNO NOI DELL’ASSOCIAZIONE LIBERARSI ONLUS:
L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO

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La lotta per l’abolizione dell’ergastolo tra populismo penale, voglia di riscatto e Costituzione tradita.

Sono più di dieci anni che la nostra associazione, assieme a migliaia di detenuti, loro familiari e tante altre associazioni, lottiamo affinchè il mostro dell’ergastolo venga abolito. Raccolte firme, giornate di digiuno, campagne di denuncia e sensibilizzazione a livello nazionale ed europeo, hanno fin ora prodotto conoscenza e condivisione della giustezza di questa battaglia anche tra cittadini comuni.

In alcuni momenti si è persino sfiorato questo traguardo. Nel 2008 la commissione per la riforma del codice penale aboliva il carcere a vita dal nostro ordinamento. Anche oggi, nonostante il populismo penale sembra farla da padrone, si percepisce consenso riguardo all’abolizione dell’ergastolo. Diversi sono i disegni de legge abolizionisti presentati anche durante l’ultima legislatura e, per ultimo, dagli Stati generali dell’esecuzione penale era uscita la volontà di superare concretamente l’ostatività indirizzando la commissione per la riforma dell’ordinamento penitenziario verso l’abolizione sia dell’ergastolo che dell’ostatività, salvo poi annullare tale volontà nella legge delega dalla quale prende avvio la riforma dell’ordinamento, varata dal governo uscente ed ancora oggi bloccata per le note vicende politiche che stanno attraversando l’Italia. Testimonial importanti si sono schierati dalla nostra parte sia in ambito cattolico sia tra i familiari delle vittime.

E allora ci chiediamo quali siano gli ostacoli alla rimozione di un obbrobrio giuridico disumano e incostituzionale che uccide torturando lentamente il diritto e la speranza di riscatto di chi è condannato a morte fino alla morte.

Una delle risposte plausibili è la mancanza di coraggio politico in uno Stato che ha sacrificato i diritti umani, tutti, in una logica di mercato dove il profitto viene prima del benessere collettivo di ognuno e ciascuno, dove la sicurezza è argomento da talk show politici che hanno come unico obiettivo quello di intimorire la società, farla sentire più insicura, farle avere paura. Perché secondo uno schema che va sempre più consolidandosi, attraverso la paura si dominano le popolazioni. E attorno alle paure sociali, reali o indotte che siano, si ingenera la richiesta di sicurezza, di pene esemplari, di più galera per tutti mercificando i diritti e le libertà tramutando la nostra Costituzione in carta straccia. A conferma di questo basta leggere il contratto di governo sottoscritto da Lega e 5 Stelle che seppellisce definitivamente lo Stato di Diritto a favore dello Stato penale.

Negli scorsi mesi ci siamo messi in gioco sostenendo un progetto politico partito dal basso, Potere al Popolo, che ha accolto e condiviso nel programma elettorale alcune delle battaglie che da anni ormai portiamo avanti. Non era scontato che una formazione giovane ed eterogenea come questa accogliesse punti tanto spinosi e controversi. Al di là del risultato elettorale è stata una occasione costruttiva che ci ha permesso innanzitutto di sfatare la retorica securitaria ed emergenziale che da oltre un quarto di secolo impera attraverso decine di incontri formali e informali dove si è discusso di ergastolo e 41 bis fuori dai circuiti di “addetti ai lavori” che solitamente affrontano questi temi. Abbiamo avuto la possibilità di trovare nuovi interlocutori e di intessere relazioni positive per il futuro perché riteniamo che queste battaglie, per essere vinte, devono essere portate nella società. È necessario, oggi più che mai, provare a far nascere una nuova sensibilità diffusa affinchè si superi non solo l’ergastolo ma la necessità della segregazione fisica, della privazione della libertà, come dispositivo correttivo dei mali sociali. Ritornare ad essere “comunità sociale” contro lo Stato penale. Pretendere la certezza dei diritti prima della certezza della pena.

Il prossimo 26 giugno, in occasione della giornata mondiale delle vittime di tortura, assieme all’Associazione Liberarsi, a Ristretti Orizzonti e all’Associazione Fuori dall’Ombra, sosterremo la terza giornata di digiuno nazionale per l’abolizione del fine pena mai con la consapevolezza che può siamo in una fase storica e politica in cui i Diritti sembrano scomparsi. E a maggior ragione non si deve mollare.

Associazione Yairaiha Onlus

 

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Invito a una discussione

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Il controllo psichiatrico 40 anni dopo la “legge Basaglia”

40 anni dalla legge Basaglia

 Sono passati 40 anni dall’approvazione della legge 13 maggio 1978 n. 180, detta erroneamente “legge Basaglia” . La legge riguardava gli  “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. Viene ricordata come la legge che ha chiuso i manicomi, ossia 98 ospedali psichiatrici che ospitavano circa 89.000 internati. In realtà lo stesso Basaglia ritenne la legge un passo indietro rispetto alle esperienze maturate sul campo a Trieste, ma anche ad Arezzo e Perugia. E comunque la legge fu seguita da un caos normativo che non ne permise la piena attuazione. Questo perché la legge fu scritta in fretta, come succede spesso, grazie alle forti mobilitazioni di quel tempo e al clima incandescente, prodotto dal forte scontro di classe, che premeva per modifiche radicali.

Pochi mesi dopo fu approvata la legge che istituiva il “Servizio Sanitario Nazionale” (legge  23 dicembre 1978 n. 833) che, al proprio interno racchiuse aspetti della legge 180, in parte modificati in senso peggiorativo.

La chiusura effettiva dei manicomi, si è realizzata nel 1994.

La squadra che a Gorizia impostò, per la prima volta, le attività che portarono a questa svolta sono stati, in tempi diversi, Franco Basaglia; Franca Ongaro; Antonio Slavich; Lucio Schittar; Agostino Pirella; Domenico Casagrande; Leopoldo Tesi; Giorgio Antonucci ; Maria Pia Bombonato; Giovanni Jervis:; Letizia Comba Jervis.

Ma non è cessata la contenzione psichiatrica, né lo stigma che ne consegue,  poiché oggi vi sono 800.000 persone seguite dai servizi di salute mentale, metà sono maschi e metà sono donne. A queste persone vanno aggiunte quelle persone che si rivolgono alle numerose strutture private che realizzano notevoli profitti.

Per quanto riguarda le strutture pubbliche, oggi vi sono 285 Spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) con 3.623 posti letto e 22 strutture ospedaliere in convenzione con circa 1.200 posti.

Su 98.000 ricoveri annui, sono 8.000 i Tso (Trattamenti Sanitari Obbligatori), fatto esttremamente grave e che annulla il rispetto per la persona!

Oggi, in questo clima politico ultra reazionario, viene diffusa l’opinione che, le persone che subiscono traumi, ad esempio dopo il terremoti, devono essere rinchiuse in spazi separati, difatti dopo il terremoto de l’Aquila la protezione civile decise di “costruire una tendopoli dedicata ai servizi psichiatrici e ai loro pazienti, e solo a loro, ben distante dalla città”.

Così le persone sottoposte a emarginazione e ristrettezze, ad esempio le persone carcerate, diventano soggetti di disturbi mentali e quindi devono essere imbottiti di psicofarmaci e contenzione: oltre il 60% della popolazione detenuta vengono imbattiti con psicofarmaci.

La battaglia è appena iniziata, va continuata!!!

Ascolta  qui (27 minuti) e qui  (7 minuti)  un’intervista su Basaglia e le prime esperienze, con Giorgio Antonucci (deceduto il 18 novembre 2017). Nella prima intervista, fatta da RadiOndaRossa c’è  un untervento di Maria Rosaria D’Oronzo.

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Sosteniamo la lotta delle lavoratrici e lavoratori GSE

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Si muore nei manicomi interni alle carceri!

Le condizioni disumane della reclusione in carcere continuano a mietere vittime.

Al 18 aprile 2018 sono 31 le morti in carcere di cui 11 suicidi.

Cifre drammatiche, su cui nessuno batte ciglio, come le morti sul lavoro. Sono donne e uomini che appartengono alle classi subalterne. La condizione di queste classi è notevolmente peggiorata negli ultimi decenni a causa dell’offensiva liberista e privatista del capitalismo. Offensiva a cui, finora, non è stato risposto con una lotta adeguata.

Oggi vogliamo soffermarci su uno degli ultimi suicidi avvenuto nelle carceri italiane per le particolarità che presenta, da analizzare dettagliatamente.  Questa la notizia:

Firenze, 9 aprile 2018 – Suicidio di un detenuto nel carcere di Sollicciano. E’ successo ieri. “Nel primo pomeriggio (di ieri 8 aprile), un detenuto di origine marocchina ubicato al Reparto assistiti si è impiccato alla finestra del bagno della cella dove era allocato. L’intervento del personale di polizia penitenziaria ha consentito l’invio del detenuto al pronto soccorso dell’ospedale cittadino, dove è deceduto in ospedale. Il detenuto era in attesa di giudizio ed era stato ubicato al reparto degenza per problemi psichici. E` deceduto in ospedale alle 17.45″.

Un comunicato troppo stringato per una vita distrutta. I giornali di Firenze riportano il  comunicato della polizia penitenziaria, che segnala il suicidio soltanto per reclamare aumenti di organico nella Polizia Penitenziaria e un loro miglior trattamento.

Da altre fonti abbiamo saputo l’età di questo ragazzo, 26 anni, non sappiamo per quali violazione di legge era stato arrestato e tenuto in custodia cautelare in attesa del processo e della sentenza. Ma soprattutto non sappiamo per quali motivi era stato rinchiuso in un “Reparto degenza per problemi psichici”.

È un dramma nella tragedia: aver bollato questo ragazzo del marchio di “infermo di mente”, cioè folle, matto, probabilmente ha molto a che vedere con la sua decisione di por termine alla propria vita. Dopo aver subito il trauma dell’arresto, si è visto appioppare lo stigma di matto, un marchio che sappiamo non è facile cancellare e non ha retto alla duplice esclusione: delinquente e per di più pazzo.  Hamed (si chiamava Hamed Benhouira), non trovando altri modi per sfuggire a quella emarginazione è evaso nel solo modo concesso a chi non può contare su appoggi e aiuti, il suicidio.

Alcune domande si pongono con estrema urgenza : quale autorità affibbia con tanta leggerezza lo stigma di “persona con problemi psichici”?

Chi ha l’autorità, indiscussa e non appellabile, di rinchiudere delle persone nei reparti  per matti presenti nelle carceri italiane?

Come mai si sta diffondendo la presenza nelle carceri italiane di questi reparti affiancati da infermerie psichiatriche? Sembra la volontà, subdola, delle associazioni psichiatriche di ripristinare i manicomi a 40 anni dalla loro chiusura?

Queste associazioni hanno dichiarato, recentemente in sontuosi convegni, che la gran parte delle persone detenute, a causa della reclusione, diventano “insane di mente”, “matte”. Ben oltre il 60% delle persone recluse, affermano.  Dopo questa dichiarazione, le persone sensate si sarebbero aspettate una durissima battaglia di queste associazioni per far chiudere le carceri, perché nessun essere umano può accettare che lo stato di cui è cittadino/a, può tenere attive delle strutture che costringono le persone ivi recluse a diventare pazzi! Sarebbe un crimine contro l’umanità. Invece no, con nonchalance  queste associazioni hanno concluso il loro convegno richiedendo allo stato e al governo di insediare nelle carceri dei piccoli manicomi.

Traete voi la conclusione di questa orribile situazione. Se non si vuole essere complici del peggior crimine dell’umanità, facciamo qualcosa. Subito!!!

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80 anni fa l’esercito italiano fece ampio uso di armi chimiche

Uso delle armi chimiche da parte dell’esercito italiano

Gli aggressivi chimici furono utilizzati per la prima volta durante la Grande Guerra. […] I morti causati da questa condotta della guerra furono moltissimi, soprattutto all’inizio del conflitto, quando i soldati non avevano una dotazione individuale per la difesa.

[…]I paesi membri della SdN (Società delle Nazioni) il 17 giugno 1925 sottoscrissero il Protocollo per la proibizione dei gas asfissianti, tossici o di altri gas, e degli strumenti di guerra batteriologici. Nonostante questa limitazione, gli eserciti non smantellarono i reparti chimici e continuarono a fare studi sui procedimenti, prodotti e armi. Addetti militari, tecnici, alti ufficiali dei diversi eserciti si scambiavano informazioni e organizzavano esercitazioni congiunte.

Etipia[…] l’impiego delle armi chimiche da parte delle forze armate italiane, aggiornato e fatto con documentazione d’archivio, in merito alla guerra d’Etiopia grazie alle ricerche svolte da Angelo Del Boca, Giorgio Rochat e Roberto Gentili, le informazioni più importanti sono note, anche se rimarrebbe ancora molto da scrivere. La tematica è ampia e complessa, non si limita alla storia militare ma tocca nodi importanti della storia l’Italia, come i rapporti tra industria, mondo scientifico, regime e forze armate.

Il Servizio chimico militare, che dal 1926 era ridotto a 5 compagnie di corpo d’armata e a 2 battaglioni di 2 compagnie, crebbe notevolmente in vista della campagna d’Etiopia. Il 28 luglio 1935 ad Asmara fu costituito un apposito ufficio chimico composto da 43 ufficiali, 71 sottufficiali, 1.487 soldati, con a disposizione 270 tonnellate di aggressivi. Anche i reparti lanciafiamme erano di competenza del Servizio chimico, ma il loro impiego fu limitato perché le apparecchiature erano pesanti e pericolose.

Gli aggressivi chimici nel corso della guerra furono impiegati dall’aeronautica, dall’artiglieria e da reparti appiedati del Servizio chimico. Tra il gennaio 1936 e la fine della guerra, a Massaua furono inviate – stando ai dati riportati da Giorgio Rochat – decine di migliaia di proietti per artiglieria da 105/28caricati ad arsine. Questi colpi furono sparati nel corso del conflitto solamente durante la battaglia dell’Amba Aradam l’11, il 12 e il 15 febbraio 1936, poi furono lasciati nei depositi.

L’aeronautica fu la forza armata che utilizzò la quasi totalità degli aggressivi chimici. Era dotata di due tipi di bombe: C500T da 280 kg caricate a iprite (212 kg), che esplodevano a circa 250 metri dal suolo vaporizzando il liquido e contaminando un’area di 500-800 metri per 100-200, e le C100P caricate ad arsine (100 kg). In Eritrea e Somalia furono inviate 540  C100P,  3.300   C500T e diverse migliaia di bombe da 21, 31 e 40 kg caricate a iprite e fosgene, in parte già presenti in colonia. Sul fronte nord Badoglio fece sganciare un migliaio di C500T, in Somalia l’aeronautica sganciò un totale di 30.500 kg di bombe all’iprite e 13.300 kg di bombe al fosgene. Badoglio fu il primo a fare ricorso agli aggressivi chimici, il 22 dicembre 1935, nella battaglia dell’Endertà contro gli armati di ras Immirù; sul fronte sud l’aeronautica utilizzò il gas per la prima volta due giorni dopo, contro la località di Areri. Da fine dicembre 1935 e per tutto il resto della guerra, il lancio di gas diventò una pratica di routine … Graziani proseguì anche in aprile e maggio.

Etipia-1I gas furono utilizzati nelle operazioni di polizia coloniale anche dopo la proclamazione dell’impero del maggio 1936….Seppure in maniera ridotta, l’aeronautica proseguì con i gas fino al 1939… L’artiglieria , oltre che sull’Amba Aradam, utilizzò i colpi ad arsine almeno una seconda volta, nello Scioa, nel villaggio di Zeret nell’aprile del 1939.

[Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero, Laterza 2008, pag 33 segg]

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 «Fu uno spettacolo terrificante. Io stesso sfuggii per un caso alla morte. Era la mattina del 23 dicembre, ed avevo da poco attraversato il Tacazzè, quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani. Il fatto, tuttavia, non ci allarmò troppo, perché ormai ci eravamo abituati ai bombardamenti. Quel mattino però non lanciarono bombe, ma strani fusti che si rompevano appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore. Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia fra i miei uomini erano rimasti colpiti dal misterioso liquido ed urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in una agonia che durò ore. Fra i colpiti c’erano anche contadini, che avevano portato le loro mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini».

[Testimonianza del ras Immirù, in Angelo Del Boca, La guerra d’Abissinia  1935-1941, Feltrinelli, 1965, pag 74]

IL NEMICO PRINCIPALE E’ SEMPRE IN CASA NOSTRA!!!

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Antipsichiatria a Firenze

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