A quindici anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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Contro il “diritto penale del nemico”. Un libro, discutiamone!

È appena uscito un libro molto utile ai movimenti di lotta. Analisi e riflessioni necessarie per conoscere e contrastare la repressione:

Prison Break Project – COSTRUIRE EVASIONI, sguardi e saperi contro il diritto penale del nemico – Edizioni Bepress 2017

Copertina-CostruireEvasioni

Parlare, riflettere e scrivere di lotte e repressione è un esercizio arduo e spesso ingrato. Bisogna entrare nel terreno avverso, in quel perimetro composto da dispositivi linguistici o operativi che disegnano i limiti, sanciscono decisioni, attivano punizioni dannatamente reali proiettate sulle vite altrui. Ciascuno di noi è un potenziale obiettivo della repressione

[dalla quarta di copertina]

In Italia, dal 2001 in poi, la repressione rivolta ai movimenti sociali ha visto una forte accelerazione. Il fenomeno non è solo materia di tribunali, ma anche di politici e media.

È tuttavia necessario considerare anche il piano giuridico, esaminando le evoluzioni dei dispositivi più usati contro le lotte sociali. Il testo si confronta con alcune inchieste giudiziarie e con le eterogenee pratiche di lotta e resistenza messe in atto dai movimenti.

Non ci troviamo in una situazione di emergenza democratica: la guerra senza quartiere al “nemico pubblico” è la regola di qualsiasi governo. Per questo preferiamo parlare di diritto penale del nemico.

Dal basso e dal ventre dei movimenti, non vogliamo dettare la linea ma contribuire a inceppare il meccanismo repressivo.

[dalla prefazione di Salvatore Ricciardi]

Seguendo il filo di queste indicazioni, con tutte le variazioni possibili, si potrà, in poco tempo, avere un quadro, via via, più preciso delle tendenze che sta assumendo la repressione e accumulare conoscenze per non farci trovare impreparati, né colti alla sprovvista.

Avere questo libro tra le mani è importante; ancora più importante è leggerlo e discuterlo collettivamente; ma la vera sfida è quella di continuare questa riflessione sul piano pratico, senza tralasciare quello analitico.

=*=*=*=

Prison Break Project è un progetto di analisi sulla repressione dei movimenti sociali . Anima un blog (prisonbreakproject.noblogs.org) e ha autoprodotto nel 2014 il libretto “Terrorizzare e reprimere”

Il libro verrà presentato e discusso a Roma:

*Giovedì 25 maggio, ore 19 presso il bar-libreria Zazie nel metrò, via Ettore Giovenale, 16, quartiere Pigneto. Zazie 25 mag

*Venerdì 26 maggio, alle ore 19 presso B(A)M Biblioteca Abusiva Metropolitana via dei Castani, 42                       quartiere Centocelle. Informazioni su: bambibliotecaabusivametropolitana.noblogs.org  Evento Facebook

BAM EVASIONI

*Sabato 27 maggio alle ore 18 presso il CCP (Centro Cultura Popolare) in Via Capraia 81, quartiere Tufello. Informazioni su: http://www.ccptufello.org/   rassegna_etnicaDesiree

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Come non odiare galere e manicomi?

Queste istituzioni totali (e chi le mantiene) producono violenza, odio e sopraffazione

 Alcuni e alcune ricorderanno questo esperimento scientifico fatto nel 1971negli Stati Uniti (ne ho parlato spesso dai microfoni di RadioOndaRossa). Proviamo a ricapitolarlo:

 Nel 1971 a Stanford  negli Usa fu condotto un esperimento per indagare il comportamento umano in particolari contesti. Si chiese ad alcuni studenti di aderire all’esperimento e dividersi in due gruppi, alcuni avrebbero rivestito il ruolo di guardie carcerarie e altri quello di prigionieri, all’interno di un carcere simulato, che non era altro che il seminterrato dell’Istituto di psicologia della stessa università dove gli studenti studiavano. L’esperimento fu ideato e condotto da un team di ricercatori diretto dal professor Philip Zimbardo della Stanford University.

Furono prescelti 24 partecipanti maschi tra 75 volontari, privilegiando i più equilibrati, quelli più maturi e quelli meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei prigionieri o a quello delle guardie. I prigionieri indossarono ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole, simili a quelle dei penitenziari. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarli negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine.

La tesi che il professor Zimbardo voleva verificare era quella del comportamento sociale cosiddetto della deindividuazione, secondo cui gruppi coesi di persone costituendo una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza e il senso di responsabilità a favore di impulsi antisociali.

Dopo alcuni giorni, i due gruppi svilupparono eventi drammatici e un livello di odio e di scontro talmente violento tra di loro che l’esperimento dovette essere interrotto onde evitare conseguenze assai gravi.

Quella prigione finta, in poche ore, era diventata una prigione vera. I risultati arrivarono immediatamente, furono drammatici e andarono ben oltre le verifica delle tesi della deindividuazione, proponendo un conflitto talmente violento da stupire gli stessi ricercatori. Dopo solo due giorni si verificarono i primi scontri: i prigionieri si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle oltraggiando le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, per contro, le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico.

A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati e dall’altro un certo disappunto delle guardie.

Nelle valutazioni dei ricercatori guidati da Philip Zimbardo venne messo a fuoco il ruolo delle guardie, cioè di gruppi coesi di persone che assumendo una funzione di controllo su altri nell’ambito di una istituzione (in questo caso una delle più rigide e totali come il carcere), si decompone in un ruolo istituzionale, si piega ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi.

Scompare l’autonomia comportamentale che caratterizza il funzionamento psicologico delle persone. Scompare la perdita di responsabilità personale sulle conseguenza delle proprie azioni (eteronomia), si indeboliscono gli autocontrolli basati sul senso di colpa, sulla vergogna, sulla paura, e così si inibiscono le espressioni di comportamenti distruttivi. Alla diminuita consapevolezza di sé, fa da contraltare l’aumento di identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

Al di là delle intenzioni dei ricercatori, quell’esperimento fu un potente atto d’accusa verso una società in cui gli individui vengono definiti in base a criteri pregiudiziali: l’ossessione di definire, (la parola stessa “definire” contiene il termine “confine”, dal latino definire ossia limitare, deriva da finis = confine, e vuol dire rendere espliciti i limiti o i confini)

È quello che succede ogni giorno in ogni carcere del mondo, e marca come ridicoli e ingannevoli i progetti di recupero dei prigionieri a una vita rispettosa delle regole e dell’ordine societario, altrettanto insidioso il ruolo degli operatori penitenziari (non solo le guardie) a una funzione volta a rieducare e reinserire i detenuti. Una realtà che fa si che in ogni paese dove esiste il carcere si contino pestaggi, sopraffazioni, torture, uccisioni da una parte, rivolte e ribellioni, aggressioni e tentate evasioni dalla parte opposta.

Facciamola finita con il carcere!!!

Le tesi alla base di questo esperimento vengono analizzate da Zimbardo in un suo saggio del 2007 (in Italia, pubblicato nel 2008) intitolato Leffetto Lucifero.

[Questa vicenda ha ispirato anche alcuni film: La gabbia 1977 di Carlo Tuzii;  The Experiment – Cercasi cavie umane 2001 di Hirschbiegel;  The Experiment 2010 di Paul Scheuring, remake del precedente;  Effetto Lucifero, 2015 di Kyle Patrick Alvarez]

 

….. questo è uno ………….. vediamo ora un altro esperimento, del 1973:

 

L’esperimento di Rosenhan: quando i “sani di mente” vennero internati nei reparti di psichiatria

David Rosenhan, uno psicologo che insegna alla Stanford University, nel 1973 decide di intraprendere un esperimento. Voleva dimostrare non soltanto la fallacia delle diagnosi psichiatriche e l’inadeguatezza del metodo utilizzato per farle ma anche la pericolosità dell’etichettamento derivato dal ricevere una valutazione psichiatrica da parte delle istituzioni “competenti”.

Per questo selezionò otto volontari. Uno era uno studente di psicologia, già laureato, di circa venticinque anni. Gli altri sette erano più vecchi e “inseriti”. Fra di loro c’erano tre psicologi, un pediatra, uno psichiatra, un pittore e una massaia. Di questi otto pseudopazienti tre erano donne e cinque uomini.

Dopo aver fatto una telefonata all’ospedale per prendere un appuntamento, lo pseudopaziente arrivava all’ufficio ammissioni lamentandosi di aver sentito delle voci. Alla domanda di cosa dicessero le voci, rispondeva che erano per lo più poco chiare, ma per quel che poteva dire lui, gli dicevano “vuoto“, “cavo” e “inconsistente“. Le voci non gli erano familiari ed erano dello stesso sesso dello pseudopaziente. La scelta di questi sintomi fu compiuta a causa della loro apparente somiglianza con certi sintomi di tipo esistenziale.

Oltre ad inventare i sintomi e a falsificare il nome, la professione e l’impiego, non furono compiute altre alterazioni sulla storia personale o sulle circostanze specifiche. Gli eventi significativi della storia della vita dello pseudopaziente furono presentati nella forma in cui si erano in realtà verificati. I rapporti con i genitori e i fratelli, con il coniuge e i figli, con i compagni di lavoro e di scuola, purché non risultassero incoerenti con le eccezioni qui sopra menzionate, furono descritti così com’erano o com’erano stati. Furono descritti le frustrazioni e gli sconvolgimenti, così come lo furono le gioie e le soddisfazioni.

Dopo i colloqui tutti i pazienti furono ricoverati. Sette vennero bollati come schizofrenici, uno come maniaco-depressivo.

Immediatamente dopo l’ammissione nel reparto psichiatrico lo pseudopaziente cessava di simulare ogni sintomo di anormalità. In alcuni casi, si verificava un breve periodo di leggero nervosismo e ansia, dato che nessuno degli pseudopazienti davvero credeva che sarebbe stato ammesso in ospedale tanto facilmente.

Se si esclude questo breve periodo di nervosismo, lo pseudo paziente si comportò in reparto così come si comportava “normalmente”. Lo pseudopaziente parlava con i pazienti e con lo staff così come avrebbe potuto fare abitualmente. Siccome in un reparto psichiatrico ci sono poche cose da fare cercò di intrattenersi con gli altri conversando. Quando lo staff gli chiedeva come si sentisse, diceva che stava bene e che non aveva più sintomi. Rispondeva alle istruzioni che gli davano gli inservienti, alla somministrazione di farmaci (che però non venivano ingeriti) e alle istruzioni che gli erano state date quando si trovava in sala da pranzo. Oltre alle attività che gli era possibile svolgere nel reparto di accettazione, trascorreva il suo tempo a trascrivere le sue osservazioni sul reparto, i pazienti e lo staff. Inizialmente queste annotazioni venivano prese “in segreto”, ma, non appena apparve chiaro che nessuno ci faceva molta attenzione, gli pseudopazienti si misero a scriverle su normali blocchi di fogli, in luoghi pubblici come poteva essere il soggiorno. Di queste attività non si tenne alcun segreto.

Si dimostrarono educati/e e collaborativi/e e vennero trattenuti/e da 7 a 54 giorni. Nonostante fossero state scelte strutture diverse per posizione geografica, storia e orientamento del reparto psichiatrico.

Piuttosto, invece, sembra assai evidente che, una volta etichettato/a  come schizofrenico/a, sia rimasto/a intrappolato/a in questa etichetta. Per essere dimesso/a, la sua malattia doveva essere “in via di remissione” ma non era del tutto sano/a, né mai lo era stato/a dal punto di vista dell’Istituzione.

Era dunque importante vedere se la tendenza a diagnosticare malato di mente chi era invece sano potesse essere invertita. Il seguente esperimento fu messo in atto in un ospedale dove venivano svolte attività di ricerca e di insegnamento e il cui staff era venuto a conoscenza dei nostri risultati, ma non voleva credere che un errore così macroscopico potesse verificarsi nel suo ospedale.
Lo staff fu informato che, nel corso dei tre mesi successivi, uno o più pseudopazienti avrebbero cercato di essere ammessi in questo ospedale psichiatrico. Ad ogni membro dello staff fu richiesto di classificare ogni paziente che si presentava in accettazione o in un reparto a seconda delle probabilità che quest’ultimo aveva di essere uno pseudopaziente.

Si ottennero voti per 83 pazienti che erano stati ammessi per subire un trattamento psichiatrico. A tutti i membri dello staff che avevano avuto in prima persona responsabilità nei suoi confronti – inservienti, infermieri psichiatri, medici e psicologi – fu richiesto di dare il loro giudizio. Quarantun pazienti furono considerati con un alto grado di sicurezza come pseudopazienti da almeno un membro dello staff. Ventitré furono considerati sospetti da almeno uno psichiatra. Diciannove furono considerati sospetti da uno psichiatra e da un altro membro dello staff.

Per Rosenhan l’esperimento indica che la tendenza a designare malata di mente la gente sana può essere invertita quando la posta in gioco (in questo caso, il prestigio e l’acume diagnostico) è alta. Ma cosa si deve dire delle diciannove persone per le quali fu sollevato il sospetto che fossero “sane” da parte di uno psichiatra e di un altro membro dello staff? Erano davvero “sane” queste persone, o si trattava piuttosto del fatto che lo staff, per evitare di incorrere nell’errore del secondo tipo, tendeva a commettere più errori del primo tipo – definire “sano” il matto?

I due esperimenti dimostrarono l’insufficienza degli strumenti di valutazione psichiatrici, il fardello dello stigma istituzionale e sociale che ogni individuo bollato come malato deve subire per tutto il resto della propria esistenza, e il ruolo che i pregiudizi hanno nel determinare le diagnosi in questo ambito.

 L’articolo completo si trova su: http://www.ecn.org/filiarmonici/antonucci-38.html

Racconta questo esperimento e le valutazioni un buon libro:                                                  Wiley, New York 1958; trad. it. Classi sociali e malattie mentali, Einaudi, Torino 1965

Quando gli esperimenti scientifici mettono in discussione le certezze delle istituzioni non vengono considerati, come non fossero mai esistiti. È un’ennesima prova che la scienza e la tecnologia sono state piegate al servizio esclusivo del sistema capitalistico e delle istituzioni che ne consentono la riproduzione.

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Cinquecento anni fa, come oggi? La repressione del vagabondaggio

Ringrazio “zero pregi” per aver twittato questo pezzo di giornale locale:

L’invito che rivolgo a tutte e tutti è di cercare nei giornali locali dei vostri territori notizie simili, perché potranno darci un quadro preciso di ciò cui stiamo andando incontro.

Alcune riflessioni: sono passati “appena 500 anni e le leggi del capitalismo operano senza sostanziali modificazioni. Non voglio divagare e riporto alcune osservazioni storiche di chi ha analizzato il formarsi dell’ordine capitalistico, alle origini:

«… Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l’espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo. D’altra parte, neppure quegli uomini lanciati all’improvviso fuori dall’orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta l’Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio

…Enrico VIII 1530: i mendicanti vecchi e incapaci di lavorare ricevono una licenza di mendicità. Ma per i vagabondi sani e robusti frusta invece e prigione. Debbono esser legati dietro a un carro e frustati finché il sangue scorra dal loro corpo; poi giurare solennemente di tornare al loro luogo di nascita oppure là dove hanno abitato gli ultimi tre anni e « mettersi al lavoro » (to put himself to labour)…

…Elisabetta, 1572: i mendicanti senza licenza e di più di 14 anni di età debbono essere frustati duramente e bollati a fuoco al lobo dell’orecchio sinistro …

…Giacomo I. Una persona che va chiedendo in giro elemosina viene dichiarata briccone e vagabondo. I giudici di pace nelle Petty sessions (Tribunali locali.)  sono autorizzati a farla frustare in pubblico e a incarcerarla, la prima volta per sei mesi, la seconda per due anni. …

Leggi simili in Francia, dove alla metà del secolo XVII si era stabilito a Parigi un reame dei vagabondi (royaume des truands). Ancora nel primo periodo di Luigi XVI (ordinanza del 13 luglio 1777) ogni uomo di sana costituzione dai sedici ai sessant’anni, se era senza mezzi per vivere e senza esercizio di professione, doveva essere mandato in galera. Analogamente lo statuto di Carlo V dell’ottobre 1537 per i Paesi Bassi, il primo editto degli stati e delle città d’Olanda del 19 marzo 1614, il manifesto delle Province Unite del 25 giugno 1649, ecc….

Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda, veniva spinta con leggi fra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato….»

[K.Marx, Il Capitale, Libro I, Capitolo 24 – LA COSIDDETTA ACCUMULAZIONE ORIGINARIA- le evidenziature in grassetto sono mie]

Continuate la lettura, se volete, ve la consiglio perché è l’affresco veritiero (è anche in altre opere storiche valide) di un quadro storico molto semplice da capire e su cui riflettere. Soprattutto intorno alla categoria del “progresso”. È indubbio che “progresso” ci sia stato: le “frustate” non ci sono più, il “marchio a fuoco” nemmeno (c’è un marchio sociale, ma ancora non è a fuoco) e la “schiavitù“? Vorremmo dire che anch’essa non c’è più, tuttavia proposte di “lavoro gratuito” si sentono sempre più insistentemente. E che cos’è la schiavitù se non lavoro-non-retribuito?  Vediamo anche intorno a queste proposte la sinistra essere molto affascinata e chiederne la diffusione.

Insomma, per non farla lunga, possiamo affermare che, in ambiente capitalistico, il progresso esiste? Possiamo essere certi che un avanzamento inesorabile verso una civiltà luminosa sia in atto? Quanti e quante si riempiono la bocca di questa concetto?

Diteci voi, quanti passi avanti abbiamo fatto in “soli” 500 anni?

E se li lasciamo fare… ne vedremo ancora delle belle….

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24 Aprile, Foggia presidio solidarietà arrestati per Rivolta di Mezzanone

 

 

 

 

 

 

 

Per saperne di più leggi  qui

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50 anni fa il golpe fascista in Grecia

Nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, alle 2.30, un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Gheorghios Konstantopoulos occupò il ministero della Difesa. Quasi contemporaneamente, nell’oscurità della notte, una lunga colonna di mezzi corazzati, guidata dal generale Stylianos Pattakos, si assicurò il controllo della radio e dei centri di comunicazione, del Parlamento e del Palazzo reale.

Apofasisomen kai diatasomen”, ovvero “abbiamo deciso ed ordiniamo”:  queste le parole con cui iniziavano i comunicati della giunta dei colonnelli che venerdì 21 aprile 1967 prese il potere in Grecia con un colpo di Stato.

Le unità della polizia militare arrestarono nello notte più di diecimila persone, poi trasferite in “centri di raccolta”. Tra loro anche il primo ministro Panagiotis Kannellopoulos e Gheorghios Papandreu, l’anziano leader dell’Unione di centro, all’epoca il maggior partito greco. …

Il golpe venne attuato applicando il piano Prometeo, predisposto in tutti i paesi aderenti alla Nato, per fronteggiare l’eventualità di una “sollevazione comunista”……    per il resoconto leggi  qui

Nel 1973 grandi manifestazioni di piazza ad Atene al grido “Psomi, Paideia, Eleftheria” (pane, istruzione, libertà) contestarono e sfidarono apertamente il regime della giunta militare.  Le manifestazioni iniziarono il 14 novembre 1973 con la rivolta del Politecnico di Atene gli studenti proclamarono uno sciopero. Occuparono la facoltà e improvvisarono una stazione radiofonica, utilizzando l’attrezzatura dell’ateneo. Il messaggio diceva: “Qui il Politecnico! Popolo greco, il Politecnico è la bandiera della vostra sofferenza e della nostra sofferenza contro la dittatura e per la democrazia”. In breve migliaia di persone si radunarono attorno al Politecnico. Dopo tre giorni, il 17 novembre, la giunta inviò  carriarmati, che entrarono nel Politecnico alle tre di notte, uccisero 24 persone.

Carri armati dell’esercito in piazza della Costituzione, di fronte al parlamento greco, in vista del coprifuoco delle quattro del pomeriggio imposto in seguito alle proteste
(AP Photo)

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Ancora sul Decreto Minniti- Daspo urbano

Per approfondimento le origini del Decreto Minniti, incentrato nella diffusione del Controllo Territoriale, per mezzo del “Daspo urbano“, sul coinvolgimento dei Sindaci, sulle coinvolgimento delle diverse forze politiche e sui compiti del movimento di fronte a quest’attacco, puoi ascoltare la trasmissione La Conta su RadiOndaRossa qui

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Firenze- Contro il Decreto Minniti-Orlando, la vera sicurezza sono lavoro, casa, salute, istruzione!

Contro il Decreto Minniti-Orlando, la vera sicurezza sono lavoro, casa, salute, istruzione!
No alla criminalizzazione delle lotte, per la vivibilità delle nostre città!

 Il Decreto Minniti, varato dal governo di centrosinistra ed approvato recentemente dal Parlamento, è un ulteriore passaggio nel rafforzamento dello Stato Penale in costruzione ormai da anni. Lo Stato, incapace di garantire un minimo di redistribuzione e protezione sociale (lavoro, salute, istruzione, casa…) si svela e completa nella sua funzione principale di controllo e repressione.
Il restringimento delle garanzie e delle libertà, come la continua criminalizzazione dei conflitti politici e sociali, si sono affermati: limitazione al diritto di sciopero e alle libertà sindacali nei posti di lavoro, divieti e negazioni della possibilità di manifestare e gestione repressiva del dissenso e delle proteste, siano esse contro grandi opere o per l’affermazione dei propri diritti. Quanto successo a Roma il 25 marzo per il corteo contro la UE è stato esemplificativo: in un clima di intimidazione, migliaia di identificati, 150 persone fermate e 30 fogli di via giustificati con l’orientamento ideologico. Comportamento rivendicato dal governo e replicato i giorni dopo in occasione delle proteste dei precari con decine di pullman fermati e controllati uno ad uno.
Anche le aule universitarie sono diventate off limits per dibattiti o proteste, con ignobili campagne di diffamazione verso gli studenti che si mobilitano contro tornelli, caro affitti e contro l’università-azienda. Nelle scuole, professori, studenti e lavoratori ATA devono sottostare ai presidi sceriffo, che tra un cane antidroga e un colloquio con la Questura, decidono del bello e cattivo tempo; per fare un’assemblea si deve chinare la testa e semmai si azzardasse un’occupazione ecco subito la solerte Digos, ormai di casa nelle nostre scuole.

A fianco a questo, assistiamo alla marginalizzazione e criminalizzazione di interi settori sociali -immigrati, poveri, barboni- che devono essere simbolicamente e di fatto espulsi dal contesto “civile”. In particolare l’accanimento verso la popolazione immigrata, fatto di continue vessazioni, controlli estenuanti con un diritto di fatto parallelo diverso tra autoctoni ed immigrati. Non per niente si rilancia la costruzione di nuovi CIE, chiamati ora democraticamente Centri per il Rimpatrio, o CIE di centrosinistra, massimo 100 posti e vivibilità tra le sbarre assicurata!
Gli stadi inoltre sono diventati ormai da anni luoghi di repressione, sempre più soggetti a norme restrittive e di controllo sociale, luoghi dove la penalizzazione dei comportamenti sociali è pesante ed oppressiva, sia in termini di controllo che di repressione.
I corpi intermedi delle istituzioni, o anche interi settori del lavoro, vengono piegati alla logica della “penalizzazione”. Dai Sindaci ai Presidi delle scuole, dai vigili del fuoco alla polizia municipale, dagli operatori sociali delle cooperative ai controllori dei mezzi pubblici. Diventano tutti strumento della sicurezza. Si è alimentata infatti per anni la società dell’emergenza e della paura, sia a livello istituzionale che nella forma più reazionaria rappresentata dai comitati antidegrado e fascisti e leghisti vari, cui ora le istituzioni stesse si conformano; si è imposto un clima di odio ed intolleranza sociale che diventa arma di distrazione di massa dalla profonda crisi economica e culturale dell’Occidente e strumento di consenso nelle politiche dello Stato. Ed in questo pessimo ruolo hanno media e giornali, che acriticamente e per vendere copie in più continuano a bersi notizie fasulle e veline delle Questure ed a sparare nelle prime pagine servizi dove regna l’emergenza e si grida al pericolo. Il decreto del ministro dell’interno Minniti, che ricordiamo abbracciato a quel Cossiga che mandò i carri armati nel ’77 a Bologna e con cui ha costruito la sua carriera dentro gli apparati repressivi e militari italiani con la fondazione ICSA, rappresenta tutto questo.
Il Daspo urbano è la legittimazione giuridica del potere discrezionale che si dà a prefetti e, ancora peggio, ad amministrazioni pubbliche anch’esse diventate funzionali allo Stato Penale. Ed il nostro sindaco Nardella né è stato promotore e grande sponsor entusiasta; un’amministrazione che ha fatto della retorica e del populismo sulla sicurezza il suo metro di comportamento, andando a cercare consenso alimentando le paure delle persone. Non è un caso si trovi a competere con i fascisti di Casapound su questo terreno.

Come realtà politiche, sociali, sindacali e studentesche fiorentine riteniamo necessario aprire un confronto e avviare una mobilitazione contro questo decreto e contro il clima repressivo ed autoritario a cui stiamo assistendo, consapevoli che soltanto con risposte adeguate ed in un contesto nazionale possiamo incidere sui rapporti di forza e contrastare l’applicazione di questo decreto.
E consapevoli che solo vivendo le nostre città ed i nostri quartieri si può combattere odio ed intolleranza.
Invitiamo tutte le realtà politiche e sociali, le associazioni, i collettivi e i comitati a firmare questo appello e a diffonderlo per allargare l’opposizione ai decreti legge Minniti-Orlando e per mobilitarsi nelle nostre città.

Contro il decreto Minniti/Orlando, per la vivibilità dei nostri quartieri, contro la criminalizzazione delle lotte, la nostra sicurezza è libertà di avere una casa, un lavoro, scuola e sanità!

 

Venerdì 21 aprile – ore 19.00 Manifestazione serale da Piazza Santa Maria Novella verso Santo Spirito, attraversando Via Palazzuolo
CPA Firenze Sud, Collettivo Politico Scienze Politiche, ACAD – Associazione contro gli abusi in divisa, Palazzuolo Strada Aperta, Per Un’Altra Città, Cantiere Sociale K100fuegos, Rete Collettivi Fiorentini, COBAS, USB, CUB, Fuori Binario, Rete Antirazzista Fiorentina, Associazione Periferie al centro, Firenze riparte a Sinistra, CO.R.P.I – Compagnia Resistente..
Per adesioni: askatatu@hotmail.it

 

 

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Prende il via massicciamente il “Controllo territoriale”- Il Daspo cittadino

Il Consiglio dei ministri in febbraio, ha approvato un Decreto Legge (DL n. 14 del 20 Feb 2017), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (G.U. del 20.02.2017). Questo DL dovrà essere approvato dalle due camere del Parlamento entro 60 giorni. La Camera l’ha approvato il 16 Marzo con la fiducia n.83 posta dal Governo, il Senato lo ha all’ordine del giorno e anche qui il Governo metterà la fiducia. Come ogni DL è operante dal giorno successivo alla pubblicazione sulla GU.

Sicurezza urbana bene pubblico

Il decreto definisce la sicurezza urbana quale bene pubblico ed è diretto a realizzare un modello trasversale e integrato tra i diversi livelli di governo mediante la sottoscrizione di appositi accordi tra Stato e Regioni e l’introduzione di patti con gli enti locali, accordi Prefetti e Sindaci. Difatti è stato redatto per mezzo di ripetuti incontri tra il Governo e l’Anci. Dunque i Sindaci e le Sindache sono stati/e ascoltati/e, e hanno dimostrato il loro accordo, altrimenti avrebbero fatto le loro rimostranze in quella sede.

In questi giorni i media lo nominano “decreto Minniti”, perché il ministro dell’interno l’ha ufficialmente presentato. Ma noi sappiamo che questi provvedimenti hanno avuto un periodo di elaborazione assai lungo.

Il 5 marzo 2015 si tenne al Viminale una riunione tra tutti i vertici del ministero, compreso il ministro Angelino Alfano, con il numero uno dell’Associazione nazionale comuni d’Italia (ANCI). Piero Fassino. Questi, a nome di sindaci e sindache, si disse disponibile ad attivarsi per i contenuti della proposta: «La priorità è fare, delle nostre città, città più sicure» ma anche «garantire ai cittadini la percezione della sicurezza». Davanti a fenomeni come «i writer, i parcheggiatori abusivi, la contraffazione e l’abusivismo commerciale, il racket dell’accattonaggio».

E così, dopo solo 450 anni torna la guerra al vagabondaggio (il primo Vagabond Act in Inghilterra è del 1572), con l’aggiunta attuale della “guerra all’immigrazione”.   da ricordare che su questi temi, le forze politiche sono tutte d’accordo, alcune, casomai, vorrebbero provvedimenti ancora più duri!

 Portare il controllo nei territori

Già prima del 2015 i tecnici della repressione lavoravano per rendere effettiva questa tendenza; le cui linee si capivano da molto tempo. Una tendenza che si può sintetizzare con 4 parole: portare il controllo nei territori. È il modo più efficace, secondo gli stati moderni, per tenere sotto controllo, nella fase attuale, le “classi pericolose”. Un controllo territoriale che, alla luce di esperienze maturate in altri paesi, si attuerà a “due velocità”: a) più feroce e militarmente punitiva nei territori dove risiedono le “classi pericolose”; b) un altro tipo di controllo e di “ripulitura” nei quartieri “bene”, dai quali verranno espulsi i disturbatori (chi non rispetta il “decoro urbano”, writers, parcheggiatori, piccoli spacciatori, ecc.), in modo da salvaguardare una vivibilità ad alta qualità per quei quartieri; anche per tenere alto il prezzo del mattone.Non è stato difficile capire questa tendenza perché ha iniziato a operare diversi anni fa, nello stesso periodo del Daspo calcistico, sottoponendo a controllo singoli proletari o piccoli aggregati ritenuti pericolosi sul territorio dove agivano. Con questo impiantati odierno, se i disturbatori agiscono nel “loro” territorio, quello dove risiedono, le forze della repressione ne impediscono le attività e la mobilità; se operano nei territori dove non risiedono, quei territori che devono essere ripuliti, vanno cacciati, impedendo loro di rientrarvi e nemmeno di transitarvi, al fine di salvaguardarne il decoro.Il Decreto prevede forme di cooperazione rafforzata tra i Prefetti e i Comuni dirette a incrementare i servizi di controllo del territorio e a promuovere la sua valorizzazione e sono definite, anche mediante il rafforzamento del ruolo dei sindaci, nuove modalità di prevenzione e di contrasto all’insorgere di fenomeni di illegalità quali, ad esempio, le manifestazioni, il piccolo spaccio, la prostituzione, il commercio “abusivo”,  l’occupazione di aree pubbliche, il vagabondaggio, lo scrivere sui muri, ecc.

Sapevamo da tempo che stava per accadere – vedi qui,  qui,  qui e  qui.

Come movimento, in tutte le proprie articolazioni, avremmo dovuto avviare un dibattito serrato per iniziare a costruire, o potenziare là dove sono già impiantati, organismi in grado di fronteggiare, rallentare e ostacolare questa strategia repressiva. Il ragionamento è semplice: poiché queste strategie repressive convergono sul territorio, con l’obiettivo di realizzare misure di controllo atte a impedire lo sviluppo delle attività conflittuali antagoniste collettive (occupazioni, manifestazioni, ecc.), così come gli atti di ribellione individuale o di piccoli aggregati giovanili (Writers, bande giovanili, ecc.), la linea di condotta del movimento, in questa fase, dovrebbe essere quella di concentrare il massimo di energie nel costruire, nei territori, organismi proletari capaci di radicarsi, passo passo, negli strati proletari, affrontando il tema della repressione insieme agli altri temi che riguardano la condizione complessiva.

Va tenuto conto che questi provvedimenti varati dal governo, sono da tempo operanti in alcune periferie, utilizzando le leggi di pubblica sicurezza, il controllo dei soggetti pericolosi, ecc., insomma i proletari già le subiscono da tempo. Da qualche tempo anche nei movimenti è piombata la scure di questo controllo territoriale a macchia d’olio. Ciò vuol dire che se affrontiamo in loco questo problema, è possibile entrare ancora più profondamente nel tessuto proletario.  Certo, non è un lavoro agevole, né di rapida realizzazione, ma è urgente e indispensabile misurarsi con questa pratica. Certo, si poteva mettere in azione qualche anno fa, quando segnali di questo esito erano ben chiari, comunque sono convinto che questi siano i compiti.

Costruire il contropotere proletario!

Per l’Immigrazione.

Vengono istituite 26 sezioni specializzate “in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea“. Le sezioni sono competenti in materia di mancato riconoscimento del diritto di soggiorno sul territorio nazionale in favore di cittadini Ue; di impugnazione del provvedimento di allontanamento nei confronti di cittadini Ue per motivi di pubblica sicurezza; di riconoscimento della protezione internazionale; mancato rilascio, rinnovo o revoca del permesso di soggiorno per motivi umanitaridiniego del nulla osta al ricongiungimento familiare e del permesso di soggiorno per motivi familiari; accertamento dello stato di apolidia e accertamento dello stato di cittadinanza italiana.

Viene definita semplificazione, il nuovo modello processuale basato sul cosiddetto “rito camerale” che delimita i casi nei quali si prevede l’udienza orale e riduce da 6 a 4 mesi il termine entro il quale è definito il procedimento. Viene abolito l’appello, contro il decreto si può ricorrere solo in Cassazione, entro 30 giorni.

Viene attuato il potenziamento della rete dei centri di detenzione che da “Centri di identificazione ed espulsione (Cie)” diventano “Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr)”. La rete delle nuove strutture dovrà essere ampliata, in modo da assicurarne la distribuzione “sull’intero territorio nazionale“. I nuovi Cpr saranno allestiti nei siti e nelle aree esterne ai centri urbani, avranno capienza limitata da 100 a 150 posti.

Contro questa altra faccia della repressione, vale lo stesso tipo di ragionamento!

 Qui il testo completo del Decreto con le modifiche apportate dalla Camera

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Assemblea nazionale lavoratori logistica- 9 Aprile

assemblea delegati si cobaspsdDOMENICA 9 APRILE ASSEMBLEA PUBBLICA PER LA PREPARAZIONE DELLO SCIOPERO GENERALE DELLA LOGISTICA E TRASPORTO MERCI Per DOMENICA 9 APRILE 2017 ALLE ORE 11.00 è indetta un’assemblea nazionale di confronto, che si svilupperà in più città (tra le altre Roma, Torino, Padova, Vicenza, …), per la preparazione e l’organizzazione del prossimo SCIOPERO GENERALE DEL SETTORE DELLA LOGISTICA E DEL TRASPORTO MERCI. Nel momento in cui CGIL, CISL e UIL stanno trattando al ribasso con le controparti padronali il rinnovo del contratto nazionale di settore scaduto da numerosi mesi, le lavoratrici e i lavoratori organizzati nel S.I. Cobas e nell’A.D.L. Cobas decidono di intervenire con una propria piattaforma di lotta non subordinabile alle perdenti logiche della concertazione. UNA PIATTAFORMA CHE RAPPRESENTA LA MIGLIOR SINTESI DEL LUNGO CICLO DI LOTTE ORMAI DIFFUSOSI BEN OLTRE IL PERIMETRO DELLA LOGISTICA (DALLA METALMECCANICA AL DISTRETTO DELLA CARNE EMILIANO, DAL PERSONALE VIAGGIANTE DEL TRASPORTO MERCI AI BRACCIANTI); CHE TROVA ORIGINE DIRETTA NELLA MATERIALITÀ DELLE LOTTE E NELLA CAPACITÀ (E RAGGIUNTA MATURITÀ) DI CONSOLIDAMENTO DI RAPPORTI DI FORZA PIÙ FAVOREVOLI PER LA CLASSE. Una decisa inversione di tendenza in rapporti dati e considerati immutabili, non solo in termini di condizioni salariali, ma anche di lavoro e di tutela in un contesto produttivo ancor oggi dominato dal caporalato legalizzato delle cooperative e da livelli di sfruttamento elevatissimi e pressoché schiavistici. Una piattaforma che ha il pregio e l’ambizione di non ridursi al solo piano sindacale o, comunque, all’impianto del contratto collettivo di categoria in discussione. Ma che, al contrario, si pone obiettivi politici più complessivi, riproducibili e generalizzabili all’intera classe, PER LA COSTRUZIONE DELLE CONDIZIONI PER UN RINNOVATO PROTAGONISMO OPERAIO E PER L’ESTENSIONE E LA DIFFUSIONE DEL CONFLITTO DI CLASSE. Ciò con la consapevolezza della necessità di rompere la marginalizzazione cui il padronato e il sindacalismo confederale complice, intendono relegare chi si oppone al mantenimento della subordinazione agli interessi padronali. Dall’assoluto rifiuto della delega al sindacalismo concertativo (che ormai non riesce più a nascondere la sua funzione di assoluta complicità) che conduce, quindi, al superamento di quegli “accordi sulla rappresentanza” attraverso la costruzione di rapporti di forza reali che costringano il padronato all’interlocuzione riproducendo, su un piano più complessivo, ciò che già accade nei singoli magazzini e con le singole centrali della logistica (TNT, GLS, SDA, BRT, ecc.) investite negli anni dal fronte di lotta scatenato. E non semplice scelta di appartenenza a sigle sindacali conflittuali, ma REALE UNITÀ DI CLASSE DA INTENDERSI NON PIÙ E NON SOLO COME SOLIDARIETÀ TRA SFRUTTATI, MA ANCHE QUALE CAPACITÀ AUTONOMA DI RAPPRESENTARE I PROPRI INTERESSI con la forza di imporli al padronato come già praticato nella quotidianità del conflitto e nei conseguenti risultati ottenuti. Risultati e tutele ora da generalizzare. La difesa del diritto di sciopero; il superamento della figura del socio-lavoratore e la reinternalizzazione alle dipendenze delle committenti; l’adeguamento salariale; LA RIVENDICAZIONE DELLA RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO A PARITÀ DI SALARIO E IL RIFIUTO DELLA PRODUTTIVITÀ QUALE MISURA ULTIMA DELLA PRESTAZIONE LAVORATIVA; la tutela della salute e la garanzia della continuità del reddito; la previsione di clausole sociali per disarticolare i licenziamenti conseguenti ai continui cambi di appalto; il rifiuto della flessibilità; SONO INFATTI TUTTI OBIETTIVI UNIFICANTI E RIPRODUCIBILI PER UNA POSSIBILE RICOMPOSIZIONE. Ciò sebbene si stia assistendo alla progressiva recrudescenza della reazione padronale e dei livelli di criminalizzazione statale e della magistratura. IL COORDINATORE NAZIONALE ALDO MILANI DEL S.I. COBAS È ANCORA SOTTOPOSTO A MISURE CAUTELARI non revocate dal Tribunale del Riesame che, anzi, ha confermato la pretestuosa montatura e l’assurdo teorema della procura e della questura modenesi che equipara lo sciopero e la trattativa sindacale all’estorsione. I licenziamenti politici si moltiplicano, al pari della repressione poliziesca e degli sgherri assoldati dal padrone per affiancarla. Vili servi che la scorsa settimana sono arrivati a colpire con taser i lavoratori in sciopero fuori dagli stabilimenti Coca Cola a Nogara. La valenza che lo sciopero in preparazione assume, TRAVALICA QUINDI LA SPECIFICITÀ DELLA LOGISTICA E DEL TRASPORTO MERCI E RAPPRESENTA UNA MOBILITAZIONE DA SOSTENERE E DIFFONDERE PER ADEGUAMENTO SALARIALE

RILANCIARE IL CONFLITTO E FAR EMERGERE UN PUNTO DI VISTA DI CLASSE E COERENTEMENTE ANTICAPITALISTA DALL’ INTERNITÀ NELLE LOTTE CHE SI SVILUPPANO. Rigettando ogni ipotesi concertativa e rispondendo agli attacchi padronali e repressivi Invitiamo quindi tutte le realtà politiche e sindacali, i singoli lavoratori e le singole lavoratrici, all’assemblea che si terrà: DOMENICA 9 APRILE ALLE ORE 11.00 PRESSO IL CENTRO SOCIALE AUTOGESTITO VITTORIA
I compagni e le compagne del C.S.A. Vittoria

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Scomunicati!!!

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