A diciassette anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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Sabato 25: presidio al carcere di Viterbo

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Crimini antipopolari: la legge Reale

Il 22 maggio prossimo, dopodomani, saranno 44 anni dall’approvazione della famigerata “legge Reale”, Legge 152 del 22 maggio 1975, che ha come titolo “Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico”.

Ordine pubblico, quanti crimini sono stati compiuti nel tuo nome! Non sarebbe meglio chiamarlo col suo vero nome: ordine capitalista?! Questa legge è ricordata col nome del suo principale promotore, Oronzo Reale ministro della giustizia del IV governo Moro, tra il novembre del 1974 e il febbraio del 1976.

Nato a Lecce nel 1902, Reale fece parte del Partito d’Azione durante la Seconda guerra mondiale e, a conflitto finito, aderì al Partito Repubblicano, diventandone segretario. Ricoprì diverse volte l’incarico di ministro negli anni Sessanta e Settanta.

La legge sanciva il diritto delle forze dell’ordine a utilizzare armi da fuoco, quando strettamente necessario, per mantenere l’ordine pubblico; il concetto “strettamente necessario” è sempre stato molto elastico e fu esteso a ogni situazione al punto che, nel periodo della vigenza della legge, fino al giugno 1989, si contarono 625 colpiti da arma da fuoco delle forze dell’ordine, di cui 254 furono uccisi e 371 gravemente feriti. Nel 90% dei casi le vittime non possedevano nemmeno un’arma da fuoco al momento del confronto con le forze dell’ordine. In aggiunta va considerato il rilevante “numero oscuro” dei manifestanti feriti dai colpi delle forze dell’ordine che non si sono recati negli ospedali, onde evitare possibili e quasi certe conseguenze penali. Solo la metà del restante 10% sono casi in cui la vittima possiede un’arma considerata come tale nel codice penale. Nei restanti casi le vittime possiedono o armi improprie o oggetti che non sono considerati armi.

L’altro punto della legge è il ricorso alla custodia preventiva – misura prevista in caso di pericolo di fuga, possibile reiterazione del reato o turbamento delle indagini – che veniva estesa anche in assenza di flagranza di reato (misura che ha portato l’Italia ad avere il primato in Europa di persone incarcerate senza una condanna definitiva, con picchi del 44% e oggi al 32,9%). Al 31 dicembre 2018 i detenuti in custodia cautelare in carcere erano 19.565, pari a una percentuale di detenuti in attesa di sentenza definitiva del 32,8%, quasi un terzo della popolazione carceraria complessiva. La custodia cautelare in carcere colpisce maggiormente i soggetti socialmente più deboli, perché la differenza la può fare un buon avvocato ben pagato. Difatti per i detenuti stranieri la percentuale di custodie cautelari si alza al 38%, tra le donne straniere addirittura al 40,3%. Per i soli detenuti italiani essa è pari al 30,2%. Si può dire che il razzismo lambisce le aule di giustizia.

La legge Reale dava la possibilità alle forze dell’ordine di effettuare un fermo preventivo di quattro giorni, entro i quali il giudice doveva poi decretare una convalida da parte dell’autorità giudiziaria. Più indietro della Magna Charta Libertatumdi che, secoli or sono,  imponeva tre giorni! Infine, veniva ribadito che non si potevano utilizzare caschi o altri elementi che rendessero non riconoscibili i cittadini, salvo specifiche eccezioni.

I provvedimenti previsti dalla legge Reale, modificati dalla L.533 – 8 agosto 1977, furono contestati da molti, che li ritenevano eccessivi, e sottoposti a referendum abrogativo: si votò nel giugno del 1978 e il 76,5 per cento dei votanti decise di non abrogare la legge, istupidire da un battage dei media che prospettavano l’apocalisse. Nel 1989 per effetto dell’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale, alcune disposizioni di diritto processuale contenute nella legge n. 152/1975 furono soppresse. Col Decreto-legge 27 luglio 2005 n. 144, convertito in legge 31 luglio 2005 n. 155, la cosiddetta “legge Pisanu“, misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”, furono introdotte ulteriori modifiche alla Reale, peggiorative in tema di riconoscibilità nei luoghi pubblici delle persone ed espulsioni all’estero.

Un’altra annotazione riguarda i firmatari di quella legge: da una parte c’era la firma di Oronzo Reale, dall’altra parte la firma di Aldo Moro presidente del consiglio di quel governo! Tanto per non dimenticare.

*Le forze che annoverarono più esecuzioni.

Carabinieri: 123 uccisioni; 155 ferimenti gravi; totale = 278

Polizia: 103 uccisioni; 167 ferimenti gravi; totale = 270

Guardie private, metronotte, vigilantes: 13 uccisioni; 12 ferimenti gravi; totale = 25

Vigili: 6 uccisioni; 22 ferimenti gravi; totale = 28

*di questi agenti, quelli fuori servizio: 19 uccisioni; 29 ferimenti gravi; totale = 48

quelli in borghese: 38 uccisioni; 54 ferimenti; totale = 92

*le situazioni o i contesti in cui gli agenti hanno aperto il fuoco:

Posto di blocco o intimazione alt: 153

Inseguimento: 255

Colluttazione: 25

Fermo, arresto, controllo, perquisizione: 68

Manifestazione: 18

Altri: 106

*aree metropolitane (città + provincia)

Roma 49 uccisioni; 94 ferimenti gravi

Napoli 37 uccisioni; 53 ferimenti gravi

Milano 20 uccisioni; 47 ferimenti gravi

Torino 17 uccisioni; 23 ferimenti gravi

Palermo 9 uccisioni; 20 ferimenti gravi

*Infine, le armi in possesso delle persone uccise o ferite:

Pistola 26; fucile 2; bottiglia incendiaria 1; i rimanenti avevano armi improprie o proprio nulla.

Come vedete Salvini non ha inventato niente! E’ un banale esecutore, nella continuità, della repressione antipopolare. La differenza è che prima molte ragazze e ragazzi, uomini e donne lottavano contro queste infamie. Oggi, si lotta molto poco!

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Evasione nel carcere di Cosenza

Evaso detenuto dal carcere di Cosenza                                                                                     È un 20enne extracomunitario, posti di blocco in tutta la città

Dall’Agenzia ANSA di oggi 19 maggio 2019, ore 10,35:

(ANSA) – COSENZA, 19 MAG – Un detenuto è evaso dal carcere di Cosenza nella prima mattinata. Secondo le prime notizie si tratta di un ragazzo di 20 anni extracomunitario che sarebbe arrivato nell’istituto penitenziario di Cosenza proprio stamani, proveniente da Reggio Calabria. Dopo l’allarme è scattata una caccia all’uomo con posti di blocco in tutta la città da parte di carabinieri e polizia.
L’evaso sarebbe vestito con un paio di pantaloncini ed una maglietta. Ancora da chiarire le modalità dell’evasione. Il giovane sarebbe riuscito a infilarsi tra le sbarre del perimetro esterno del carcere ma non è chiaro se la fuga sia stata attuata durante le fasi dell’arrivo in carcere.
Carabinieri e polizia, oltre ai posti di blocco, stanno operando vaste battute in varie zone di Cosenza.

Casa Circondariale di Cosenza- Capienza: 218;  Presenze al 31.03.2019: 262;  di cui immigrati: 60

[fonte: DAP]
Nell’Istituto sono presenti due circuiti: media e alta sicurezza (AS3). Tre piani detentivi sono per quest’ultima; quattro piani sono invece per la media sicurezza. C’è poi il piano dell’isolamento e quello dei semiliberi. L’istituto è unicamente maschile.

[Fonte: Antigone]

 

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Un quesito inopportuno: chi ci sta in carcere?

È una domanda che non rivolgiamo né a noi stessi né ad altri perché siamo convinti che la risposta sia scontata: in carcere ci stanno i “delinquenti”. Ma chi sono?

Oggi 16 maggio, il ministro della giustizia Alfonso Bonafede del M5s ha esclamato: «Rilevo che in Italia c’è una emergenza corruzione … i cittadini italiani devono sapere che lo Stato è dalla loro parte». Anche al suo insediamento, un anno fa, si era indignato perché i detenuti per i «reati dei colletti bianchi» erano soltanto lo 0,6 per cento del totale delle persone recluse.

Che stranezza!, stupirsi per un dato che da sempre conosce chi vuol conoscerlo e che è nei tantissimi testi di analisi che spiegano la nascita del carcere e la sua funzione.

La popolazione reclusa si modifica, cresce o diminuisce, aumentano alcuni gruppi sociali reclusi, oggi sono gli immigrati, ieri erano i tossicodipendenti, ma permangono alcune costanti fondamentali. Una di queste risiede nell’immagine che la gente comune ha del carcere e di chi vi è rinchiuso. Un’immagine non basata sulla conoscenza reale, ma imposta da quanto viene quotidianamente propagandato dai media. Oggi, come ieri, la propaganda mediatica è insistente e chiassosa, quando tratta le numerose inchieste riguardanti il malaffare, il mondo della corruzione, gli appalti truccati, i fondi illeciti ai partiti, ecc. ecc. Tutto questo convince la popolazione che la macchina punitiva dello Stato operi in prevalenza nei confronti di chi è colpevole di questi importanti illeciti penali.

Menzogna più grande non è mai stata detta! È un’ennesima prova dell’ignoranza del ceto politico, di quello imprenditorale-finanziario, dei media, ecc. I numeri confermano un’altra “verità” che molti non vogliono accettare. Una “verità” che ci dice che in carcere ci stanno e ci vanno le persone appartenenti alle classi subalterne, nei momenti in cui le loro condizioni di esistenza si complicano, ci vanno per essere educati ad accettare la propria “sorte” di proletari operosi e rispettosi dell’ordine capitalista anche se affamati. Il carcere ha una funzione classista!

Le società esistenti in area capitalista hanno nel carcere, comunque la si pensi, un’ossatura e un dispositivo disciplinante, essenziale al mantenimento dell’ordine produttivo ed esistenziale della società stessa.

Siamo tutte e tutti plasmati dal carcere, non solo chi sta “dentro”. Anche noi che stiamo “fuori” ne siamo condizionati anche se non ce ne rendiamo conto!

Diciamocela tutta: ci dà “fastidio” chi non si conforma ai nostri “stili di vita”, chi è diverso da “noi”, noi produttori, noi consumatori, noi obbedienti. Ci danno “fastidio” i nomadi, i mendicanti, i rom e i sinti, i senza fissa dimora, quelli sporchi e fannulloni, quelli che vivono di piccoli furti e tanti, tanti che riteniamo “diversi”. Quel “fastidio” è forte e razzista per chi è dominato da un’ideologia reazionaria e nostalgica; è un fastidio leggero per chi è progressista, decisamente democratico e molto di sinistra, quel “fastidio” viene combattuto. respinto, rimosso, attenuato… ma c’è!

È vero che i reati commessi dai cosiddetti “colletti bianchi” non sono ben definiti. Sono dati che si deducono dalla quantità di persone detenute per tipologia dei reati commessi e la percentuale di individui nelle carceri di ciascun paese oscilla secondo la definizione di questi reati.

Il senso più diffuso definisce “reati dei colletti bianchi” quelli commessi da soggetti con incarichi pubblici o privati di vertice. I reati sono, ad esempio, la corruzione, la bancarotta, il falso in bilancio, la frode, l’appropriazione indebita, la truffa, ecc. La definizione che ne ha dato il criminologo e sociologo statunitense Edwin Sutherland è quella più condivisa. Li ha elencati in un trattato: Il “Crimine dei Colletti Bianchi, 1949 secondo cui, sono illeciti quelli che può compiere soltanto chi è posto a un elevato status sociale e chi esercita quelle professioni che garantiscono loro opportunità negate a tutti gli altri.

Sutherland, riferendosi alle grandi società commerciali statunitensi e ai reati da esse compiuti nel corso della Seconda Guerra Mondiale, scriveva: «[…] Nel corso di una guerra in cui era messa in pericolo la civiltà occidentale, le grandi società non hanno sacrificato i propri interessi né hanno partecipato di buon animo alla politica nazionale ma, al contrario, hanno cercato di sfruttare la situazione di emergenza come un’occasione per straordinari arricchimenti a spese altrui. Ma se queste imprese non ebbero riguardo per il benessere sociale in una situazione di particolare pericolo per l’intera civiltà, a maggior ragione esse saranno incapaci di dare un contributo alla politica nazionale in tempi normali. A muoverle è l’interesse egoistico e il desiderio di avvantaggiarsi sugli altri, il che le rende costituzionalmente inidonee a cooperare alla vita sociale del paese». [da Il Crimine dei Colletti Bianchi 1949]

I numeri sono questi:

Al giugno 2018, nelle carceri italiane sono state contate 370 persone che rispondono alla definizione sopra indicata. Ossia lo 0,6 per cento del totale delle persone detenute che a quella data ammontavano a circa 59.000.

Secondo i dati Istat, queste 370 persone erano detenuti per “peculato, malversazione e altri delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione”. Questo in Italia.

Vediamo nel resto d’Europa:

*il rapporto “Statistiques Pénales Annuelles du Conseil de l’Europe”, pubblicato periodicamente dal Consiglio d’Europa ha elaborato una media tra i 27 paesi membri del Consiglio d’Europa, delle persone detenute per la stessa tipologia di reati che, nell’anno 2017 è del 6,3 %.

Bella differenza con lo 0,6%, no????

Eppure non in tutti i paesi si strilla lo slogan “mandiamo i corrotti in galera”. Evidentemente più si grida meno si opera nella realtà. Vale per tutti i problemi che attanagliano le società moderne. Altri paesi hanno una percentuale di “colletti bianchi” nelle carceri superiore alla media europea, la Germania il 13,2% e la Francia il 5,8%, ma non si parla di corruzione come qui da noi!

Tutti gli altri che affollano le carceri italiane, chi sono? qualcuna/o domanderà (lo spero vivamente, anche se oggi le domande scarseggiano)? Eccoli qua: il 30% dei detenuti è punito per violazione della legislazione sulle sostanze stupefacenti, consumatori e piccoli spacciatori anche di sostanze innocue come la marijuana, in Europa la media è il 15%. Al 30 aprile 2019 le persone nelle carceri italiane sono 60.439, di cui 20.324 straniere, il 33%. Una percentuale altrettanto grande per reati contro il patrimonio. In Germania il numero di detenuti per reati in materia di droghe è pari a quello dei detenuti per reati economico-finanziari, entrambi il 13,2%.

Vediamo le presenze in carcere da un altro punto di vista: tra le persone recluse, 505 hanno la laurea; 4.125 hanno diploma di scuola media superiore o professionale; 21.793 hanno la licenza di scuola media o la licenza elementare; il resto nessun livello di scolarità.

Un’ulteriore conferma ci viene dalla lunghezza della condanne da scontare. Sul totale delle persone detenute, circa diecimila hanno avuto una condanna inferiore a tre anni e addirittura ventimila hanno un residuo pena ancora da scontare inferiore a tre anni. Tutti quelli che invocano la “legalità” ci dovrebbero spiegare perché queste persone rimangono in carcere nonostante la legge 21 febbraio 2014, n. 10 (Conversione in legge del decreto 23.12.2013 n.146 “Riduzione controllata della popolazione carceraria”), renda possibile l’avvio alle “misure alternative”, quindi al di fuori del carcere, per chi ha una pena residua di 3 anni e anche 4 in alcuni casi particolari.

Nella loro freddezza, i numeri ci ricordano che, al di la di tante chiacchiere ideologiche, utili a dirottare le paure e il malessere della popolazione, il carcere continua a funzionare con lo stesso congegno che ha sempre avuto dalla sua origine: incarcerare la povertà, deportare il disagio sociale – rinchiudendolo – penalizzare l’emarginazione e la difficoltà di inserimento sociale. Tutto ciò in omaggio alla conservazione dell’attuale ordine produttivo e distributivo capitalista.

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50 anni fa… “L’autunno caldo” inizia alla Fiat a maggio

L’autunno caldo” inizia alla Fiat a maggio.

La ripresa di mobilitazioni operaie sul finire degli anni 60 ha riguardato gran parte dell’Europa e del Nord America. Lo sviluppo industriale accelerato degli ultimi 20 anni aveva creato nuovi rapporti di forza che i vari movimenti operai stentarono a far valere nei confronti del padronato e della politica. Fu inevitabile che in molte situazioni questa consapevolezza fu attivata dalla classe operaia.

In Italia il ‘68

Fiat maggio 1969 (dal 1965 al 1968 la produzione di autovetture della Fiat aumentò di oltre il 70% da 994.000 a 1.750.000)

Officine Ausiliarie di Mirafiori – il punto sono i “Passaggi di categoria”. Questi reparti avevano subito una pesante riorganizzazione produttiva dell’azienda tesa a liquidare il vecchio nucleo degli operai di mestiere. Si trattava di lavoratori qualificati, che negli anni ‘50 erano stati trasferiti all’esterno della fabbrica producendo una moltiplicazione di piccole e medie imprese satelliti. Negli anni ‘60 in alcune lavorazioni gli operai vennero sostituiti dalla macchine, in altre aumentò la specializzazione di singole lavorazioni producendo un mutamento della composizione interna. Dopo questo processo quelli delle Ausiliarie non erano più l’aristocrazia operaia, ma venivano trattati come gli altri e anche peggio, ad esempio non avevano il premio di produzione.

L’11 aprile si era svolto lo sciopero per i fatti di Battipaglia, dove la polizia aveva sparato su lavoratori in sciopero contro la chiusura della manifattura tabacchi, uccidendone due e ferendone 200. Fu l’occasione per riunirsi e discutere su come organizzarsi per la richiesta del passaggio in massa di categoria, dalla terza alla seconda.

Officina 27 (sala prova motori della Meccanica) entrava in agitazione con brevi fermate interne e otteneva la seconda categoria per tutti.

La Commissione interna i primi di maggio apre la vertenza per le Ausiliare: abolizione terza categoria e passaggio di categoria automatico; regolamentazione dei superminimi e aumento inversamente proporzionale alle attuali paghe di fatto; elezione del delegato di reparto. Quest’ultimo obiettivo circolava anche in altre fabbriche torinesi (Castor, Singer).

Il 13 maggio i sindacati proclamarono il primo sciopero di un’ora interno alle Ausiliarie, ma gli operai lo prolungano di un’altra ora con assemblee partecipate, nelle quali molti si esprimono per un’intensificazione della lotta.

Fiat 69 Si aprono vertenze analoghe alle Grandi Presse (Officina 5) e per i carrellisti.

A partire dal 18, 19 maggio l’andamento degli scioperi fu tutto in crescendo, arrivando in pochi giorni a creare le prime serie difficoltà all’organizzazione della produzione.

Spesso gli scioperi venivano prolungati oltre i tempi stabiliti; altre volte operai di altri reparti si univano alle lotte di quelli in lotta prima ancora che il sindacato proclamasse lo sciopero. Spesso si formavano cortei interni per bloccare tutto. Comparvero cartelli con su scritto: “vogliamo lavorare di meno e guadagnare di più” e slogan come “potere operaio”.

Il dibattito partecipato e permanente fece emergere l’obiettivo di 50 lire l’ora di aumento e 80 lire per chi faceva il turno di notte.

Gli scioperi si estesero coinvolgendo anche le officine di Carrozzeria e di montaggio. Una mobilitazione in espansione e incontrollabile dal sindacato.

Erano in prevalenza operai assunti da poco, molto giovani e prevalentemente immigrati meridionali, impiegati in lavorazioni generiche, chiamati con disprezzo “avvitabulloni”.

Alle linee di montaggio (fase finale della produzione) iniziarono già dal 27 maggio, mentre era in corso il caos degli scioperi delle Presse, delle Ausiliarie e dei carrellisti, che alle Carrozzerie e al montaggio si avvertiva per la mancanza di materiale lavorato a “monte”.

Così mentre il 28 e 29 maggio il sindacato otteneva i primi risultati per le Ausiliarie, Presse e carrellisti che sospendevano gli scioperi, la mobilitazione si allargava a “valle”.

Il 28 e 29 maggio entrarono in sciopero operai delle linee di Carrozzerie e di montaggio. Il 30 l’intera produzione era bloccata, comprese le Fonderie (Officina 2) che chiedevano un aumento di 200 lire l’ora per equiparare le loro paghe a quelle del settore Siderurgico. Gli obiettivi si accavallavano, ogni settore ne richiedeva di nuovi. Se si fermava un settore, si fermavano anche gli altri, con forme di lotta innovative, anche se non avevano una rivendicazione specifica.

Più che vertenze rivendicative esprimevano una carica di ribellione impensabile solo alcuni mesi prima.

Fu un caos produttivo, ogni fermata ne spronava altre e man mano anche gli obiettivi cominciarono a uniformarsi intorno ai nodi nevralgici: la categoria; il sabato festivo; le ferie.

Era iniziato l’“Autunno caldo” …. continua nei prossimi post

Nota: Nei quattro anni dal 1966 al 1969 la Fiat ha assunto: 15.878; 15.930; 22.078 e 22.478, considerando le dimissioni, il saldo attivo più 10.000 nel ‘66; 8.000 nel ‘67; 12.000 nel ‘68 e più di 14.000 nel ‘69.
Alcuni testi per approfondire la conoscenza di questo periodo e di questi avvenimenti:
G. Polo, I tamburi di Mirafiori. Testimonianze operaie attorno all’autunno caldo alla Fiat, Torino Cric 1989
R. Gobbi, Quattordici mesi di scioperi alla Mirafiori (maggio 1969 – luglio 1970), Contropiano n.2, 1970
Diego Giacchetti e Marco Scavino, La Fiat in mano agli operai, l’autunno caldo del 1969, BFS edizioni Pisa
Diego Giacchetti, Il giorno più lungo. La rivolta di corso Traiano (Torino, 3 luglio 1969), BFS edizioni Pisa
E. Pietropaolo, Pirelli ‘68: contro l’organizzazione capitalistica del lavoro e per la democrazia diretta, in Classe: quaderni sulla condizione e sulle lotte operaie. n. 22 febbraio 1970
R. Lumley, Dal ’68 agli anni di piombo. Studenti e operai nella crisi italiana, Giunti Fi. 1998
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Ulrike Meinhof

 1976 lo stato tedesco suicidava la compagna Ulrike Meinhof

Erano le 7,39 del mattino del 9 maggio 1976. In una prigione di massimo isolamento dello stato della Germania Ovest viene suicidata la compagna Ulrike Meinhof, militante della RAF. La Rote Armee Fraktion Attiva in Germania Ovest dal maggio 1970 al 1993.

Ulrike Meinhof  fu arrestata il 15 giugno 1972 a Langenhagen vicino a Hannover. Da qui cominciò il lungo calvario di isolamento di Ulrike e delle altre e altri prigionieri della Raf.

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Tentativo di psichiatrizzare Ulrikequi

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Sull’uso politico della vittima

Questo è il secondo articolo, anche questo è stato scritto circa un anno fa sul blog di un mio carissimo amico:  lapattumieradellastoria


Sull’uso politico della vittima

Nefasti della memoria
I «fasti del quarantennale», cioè le celebrazioni in ricordo del sequestro di Aldo Moro nel 1978, hanno mostrato il carattere nefasto delle ricostruzioni memorialistiche, che, proprio poiché capaci di bypassare il tempo trascorso e le ricostruzioni storiche, anziché sollevare interrogativi provocano ed alimentano sentimenti.
Interamente nelle mani di politici e giornalisti, nell’assordante silenzio degli storici e nell’assenza integrale degli ex-brigatisti, il discorso pubblico, incentrato sulle vittime del terrorismo, ha raggiunto rapidamente toni da campagna d’odio. Giornalisti di fama si sono lasciati andare ad insulti, scrivendo di voler sputare addosso agli ex-brigatisti, e scatenando così i tanti giustizieri dell’internet, sdoganati nella rincorsa a chi propone le peggiori umiliazioni e punizioni. Perché sembra che quei fatti siano appena avvenuti, ieri o l’altroieri, e l’emergenza sia in corso.
Davanti ad immagini di cadaveri e di sangue, basta gridare quello è l’assassino e non importa più che in quattro decenni il paese sia cambiato, la storia abbia fatto il suo corso, e che gli autori condannati abbiano fatto in tempo a scontare le massime condanne nelle peggiori condizioni possibili.
Tra le rarissime voci critiche, spicca per importanza l’articolo di Ilenia Rossini, dedicato a ‘L’indicibilità della critica della vittima’: lo prendiamo come punto di partenza per quanto segue, un contributo al dibattito nato inizialmente come commento.
Quelle ‘Note sulle polemiche del quarantennale’ vanno dunque lette, così come il saggio a cui fanno riferimento, ‘Critica della vittima’ di Daniele Giglioli, (che chi vuole può leggere qui per decidersi a comprarlo).

Il paradigma vittimario in azione
L’articolo su Zapruder, che osa prendere di petto la censura andando al centro della questione tabuizzata della ‘vittima’, ricostruisce alcuni passaggi dell’affermarsi del paradigma vittimario. Qui si vorrebbe contribuire richiamando alcuni aspetti non menzionati, seguendo l’idea che il capire ‘come funziona’ possa aprire a una lettura più ampia.
L’esposizione al pubblico -attraverso un medium qualsiasi- di una vittima -una persona, un gruppo o una collettività che soffre per subire o aver subito una forza, sia essa naturale o umana, senza disporre di mezzi per controllarla o affrontarla- provoca principalmente emozione in chi la recepisce. Un pathos, una com-passione dell’essere umano verso suoi simili, le cui condizioni riconosce come drammatiche. Benché lo schema si applichi anche ad altro (si pensi ad esempio ad immagini di animali brutalizzati), fin qui siamo al senso comune (del sentire comune). Questo pathos condiviso è il primo passo verso la sedimentazione di un valore morale che motiva la messa in opera di ciò che Boltanski chiama ‘programma d’azione’.
Il programma d’azione, spesso già insito nella forma di esposizione della vittima al pubblico, può orientarsi verso la carità o verso il suo opposto, la giustizia. Si vuole portare aiuto alle vittime, lenire il loro dolore, o prendersela con chi di quella sofferenza è responsabile. Qui siamo già nel politico, quindi questo è solo lo schema di partenza dell’elaborazione dei programmi d’azione, che si possono combinare e sviluppare, stante che gli orientamenti restano nella prospettiva del ‘bene’.
Si vedano come esempio le guerre che già vent’anni fa venivano vendute come ‘umanitarie’, scatenate esplicitamente in nome delle vittime, ed il loro pendant, la mobilitazione del soccorso umanitario ai rifugiati, alle vittime del conflitto. La guerra umanitaria è portatrice di ‘giustizia’, poiché pretende fermare i carnefici, punirli, e ristabilire un ordine ‘giusto’, poco importa che i bombardamenti producano inevitabilmente altre vittime, saranno categorizzate come danni collaterali. Il programma d’azione orientato alla giustizia presuppone l’esistenza, la costituzione o l’adesione ad un collettivo dotato del potere simbolico di perseguire il colpevole delle disgrazie delle vittime.
È forse il più in auge, poiché come dispositivo si fonda su una struttura solida e vicina al senso comune. La sua base è la categorizzazione della coppia vittima-carnefice; inscindibile, poiché non c’è vittima senza un carnefice, e viceversa. La terza figura necessaria è quella del ‘giudice’, che si forma come autorità capace di fare giustizia, e quindi di punire il carnefice. Il modello si completa con la figura del denunciatore o accusatore, tradizionalmente ammantato di una certa neutralità in quanto ‘testimone’ od ‘esperto’.
Applicato alla comunicazione pubblica, lo schema mostra tutta la sua efficacia: la narrazione dei media mostra le vittime ed indica il colpevole, il giornalista prende il ruolo dell’accusatore e attribuisce il ruolo di giudice agli spettatori. (Dai processi televisivi sappiamo poi che lo spettatore-giudice scruta le espressioni dell’accusato per trovar conferma alla colpa, ma restando in termini generali, il messaggio produce quel sentimento d’indignazione che può portare alla mobilitazione).
Questo dispositivo ha inoltre la qualità di potersi sviluppare, anche applicandosi ‘contro sé stesso’, senza modificarsi. È nel gioco dell’inversione di ruoli, che si sviluppa la forma ‘affaire’ (sempre Boltanski), il cui archetipo è l’affaire Dreyfuss. Con la pubblicazione del suo famoso «J’accuse!» (nel 1898) Emile Zola pone lo sfortunato Capitano, detenuto all’Isola del Diavolo, nel ruolo della vittima, perché innocente, denuncia nel ruolo di carnefice il sistema che l’ha condannato, e, rivolgendosi al pubblico, provoca la costituzione di un collettivo che si sente simbolicamente incaricato di (ri-)stabilire giustizia. Naturalmente la cosa non si ferma lì, la controversia cresce con contro-accuse (che attaccano per esempio il ruolo di denunciatore) e sviluppa scontri politici, ma alla base resta sempre determinante chi ricopre quale ruolo.

Il potere di mobilitazione del paradigma
L’esposizione pubblica di vittime e carnefici non genera solo ‘propaganda politica’ come nel caso delle guerre umanitaire di cui s’è detto, dove il dispositivo serve ad ottenere consenso per un programma d’azione -giustizia e aiuto- comunque condotto dall’autorità del governo o dello Stato.
Se il sentimento di vicinanza alle vittime è sviluppato fino all’identificazione con esse, fino al sentirsi potenziali vittime di una minaccia non scongiurata, e se l’indignazione può cristallizzarsi contro uno ‘scandalo’, si può assistere a straordinarie mobilitazioni di massa.
Nel 1996 in Belgio prese forma la «Marche blanche» attorno al caso Dutroux, autore di rapimenti, abusi e omicidi di bambini. Le dimensioni della manifestazione (tra i 300′ e i 600’000 partecipanti secondo le stime) ed i suoi tratti (silenzio, colore bianco in segno di neutralità) la resero senz’altro un episodio unico, ciononostante significativo. La mobilitazione attorno alle famiglie colpite da crimini tanto odiosi traversò tutte le divisioni tradizionali del paese (operai e borghesi, walloni e flaminghi, credenti e liberi pensatori) e fu orientata contro il disfunzionamento degli apparati statali. L’omaggio alle povere vittime -questo l’intento dichiarato della manifestazione- mirava quindi ad estendere il ruolo del carnefice verso i suoi possibili complici. Sul bastardo assassino non c’era dubbio né questione possibile, ma chi aveva permesso che venisse scarcerato, chi direttamente o indirettamente l’aveva aiutato? Il sospetto -al di là della legittimità delle domande, facendo astrazione dal caso- di trovarsi di fronte ad una forma di intrigo o di complotto, all’esistenza segreta di altri attori ed interessi, forse tanto potenti da non poter essere rivelati, può aumentare la pietà per la vittima ed essere quindi fattore di mobilitazione, ma si risolve in genere in una maggiore stigmatizzazione del carnefice.
Quid: e i delitti senza vittima? Possono essere senz’altro vettori di mobilitazione di massa.
Qui ci troviamo nel simbolico -appunto non c’è una vittima in carne ed ossa- e quindi è una pacchia per la politica. L’esempio tipico è la corruzione, dove l’identificazione della vittima passa per un costrutto etico-giuridico (la ‘teoria del terzo escluso’, Meyer-Bisch, Borghi et al.) che lascia di fatto il ruolo senza un corpo. Niente di più facile nel discorso pubblico che il ruolo di vittima venga assunto dal ‘popolo’. Basti ricordare lo slogan «Ladri! Ladri!» indirizzato a corrotti e corruttori: la vittima di un ladro è la persona derubata, e se chi mi governa e mi amministra ruba, la vittima sono io. In quanto tale sono parte di un collettivo che ha il potere simbolico di esprimersi pubblicamente -cosa che in quanto semplice cittadino non ho.
L’Italia ha conosciuto ‘Mani Pulite’, ma la storia internazionale è costellata da mobilitazioni contro la corruzione, tutte rese possibili da una strategia di occupazione del ruolo simbolico di vittima. Per ricordare come queste non conoscano frontiere culturali o ideologiche, valga menzionare che già 30 anni fa, le manifestazioni nella Repubblica Democratica Tedesca che portarono alla caduta del muro di Berlino come pure le famose giornate della Piazza Tiananmen a Pechino, furono mobilitazioni di massa proprio contro la corruzione.
E probabilmente proprio l’efficacia del semplice sistema d’identificazione simbolica nel ruolo (non occupato) di vittima, permette che dei programmi d’azione dai tratti assai radicali vengano messi in opera: tra il 1984 ed il 1997, non meno di 23 colpi di stato, ammutinamenti e ‘putsch bianchi’ sono stati tentati in altrettanti paesi, tutti in nome della lotta alla corruzione.

Politiche vittimarie
Nei paesi usciti da conflitti interni, a partire da quelli scoppiati nella seconda metà del secolo scorso, si sono sviluppate diverse forme di giustizia transizionale. Per fare i conti col passato, ogni paese s’è dotato di organismi e strumenti giuridici diversi, spesso facendo ricorso all’istituzione di Commissioni intitolate alla Verità, alla Giustizia, alla Riconciliazione e alla Riparazione.

Quattro valori che peraltro entrano in concorrenza, e danno luogo a diverse combinazioni (con per esempio comitati specifici orientati all’uno o all’altro valore), tutte incentrate sulla figura della vittima.
E c’è di che, se si pensa che in Argentina v’erano tra le 10’000 e le 30’000 persone scomparse. Con decine di migliaia di famiglie che non sapevano più nulla dei propri cari, la ricerca della verità riguardava le domande di base: dove sono, che fine hanno fatto?, come in un’inchiesta quando il reato è ancora in corso. Del resto proprio le madri e nonne dei desaparecidos, riunendosi silenziosamente di giovedì, con foulards bianchi, sulla Plaza de Mayo, avevano permesso al mondo di aprire gli occhi sulla drammaticità della repressione prodotta dalla crociata anticomunista. La prima Commissione, la CONADEP, si dedicò a quella ricerca, pubblicando i risultati nel famoso volume ‘Nunca màs’.
In Sud Africa, la Commissione s’intitolò alla Verità e alla Riconciliazione, usando un sistema di amnistie individuali per favorire le confessioni pubbliche dei carnefici di fronte ai familiari delle vittime, che spesso non sapevano nulla di quanto fosse realmente accaduto. Tentò così di integrare dei procedimenti di giustizia riparativa, sollevando anche l’opposizione di alcune famigle di vittime, tra cui quella di Steve Biko, che però venne respinta perché l’orientamento principale della Commissione era di conoscere la verità dei fatti e poter fornire un quadro d’insieme. Le vittime, erano quelle di entrambe le parti, dei torturatori come dei terroristi.
Si può continuare, il Cile, il Brasile (dove non vi sono confessioni di torturatori), il Perù (dove la maggioranza delle vittime erano dovute a Sendero Luminoso), c’è un lungo elenco di paesi e situazioni (oltre 30), non facilmente comparabili e ancor meno riassumibili in poche parole, che hanno ricorso alla giustizia transizionale. In generale, si può dire che condividano la verità come orientamento primario, poiché questa è considerata come condizione necessaria sia per la giustizia che per la riconciliazione.
La giustizia di transizione è usata per legittimare il nuovo regime, permettendogli di alleggerirsi del fardello di sofferenze per la memoria del conflitto, facendo fronte ai conflitti di memorie e al potere conservato dai membri del regime precedente, producendo una memoria ed una politica memoriale. È perfettamente coerente ad una tale fase storica che si possa aspirare ad una riconciliazione, intesa come un processo tra due parti, già in conflitto, che tende a ristabilire dei vincoli pacifici e di rispetto reciproco tra i membri di una comunità nazionale divisa; un processo che abbia la forma dell’accordo diretto, e che permetta alle parti in causa di uscire dal ruolo, sia quello di aggressore, terrorista, torturatore, vittima o carnefice.
Per Amnesty International, in un suo manuale sul come si fa una Commissione, i valori sono solo tre: Verità, Giustizia e Riparazione, e, per quest’ultima, con slancio normativo, precisa le forme: la restituzione, l’indennizzazione, il riadattamento, la soddisfazione e la garanzia di non ripetizione. La riconciliazione no, poiché non può essere imposta da un autorità, quasi che la verità invece sì. Ne risulta una impostazione marcatamente vittimo-centrica.
Osserva Paul Gready che la giustizia transizionale è diventata un’industria -lo dice sia come complimento che come allarme- sicché un paese che esce da una crisi interna troverà sul mercato i prodotti necessari, guide (come quella di Amnesty), coaching, un settore di studi con tanto di rivista, strumenti e chiarimenti normativi.
D’altra parte, anche la vittimologia s’è sviluppata offrendo le categorizzazioni che distinguono le vittime dai sopravvissuti, e le vittime primarie da quelle secondarie e terziarie.
E il diritto umanitario internazionale delimita l’attribuzione dello status di vittima, e dei diritti che l’accompagnano, secondo i crimini subiti.

Non dappertutto s’è seguito questo genere di percorso. Nei paesi che sono emersi dilaniando la Repubblica Federale di Jugoslavia, la figura della vittima ha giocato un ruolo assai importante per la costruzione della Nazione, e non solo.
Nella sua tesi del 2001, Bruce Mac Donald spiega come le élites nazionaliste sia di Serbia che di Croazia abbiano dapprima usato la paura di essere vittime di un genocidio per spingere i loro popoli ad una guerra di ‘autodifesa’: Slobodan Milosevic inventando una ‘Serbofobia’ alla luce della quale rileggere la storia dei Serbi come la tragedia di un susseguirsi di episodi di persecuzione e vittimizzazione ad opera di forze negative esterne; quasi simmetricamente, Franjo Tudjman agitava lo spettro della ‘Grande Serbia’ fino a farlo divenire una sorta di anti-semitismo contro i Croati. Fu così che le vittime immaginarie si dedicarono a campi di concentramento, pulizie etniche e barbarità varie che produssero vittime vere.
La costruzione della mitologia nazionale rilesse gli episodi della seconda guerra mondiale e poi il conflitto appena vissuto in termini di genocidio, sia Serbi che Croati modificando le quantificazioni delle vittime ‘a proprio favore’. La propaganda vittimo-centrica come motore della nation-building, calcata sul modello di Israele con la Shoah, è risultata produttiva.

Essere visti come vittima

Quid: e nei paesi dove non ci sono guerre civili, terrorismo, stragi, conflitti e nemmeno catastrofi? Basti un esempio dall’attualità. Erano chiamati Verdingkinder i bambini che in Svizzera venivano ‘dati in affidamento’, spesso ad agricoltori -si parla di un secolo, fino agli anni 1960-, o internati in manicomi e carceri, e molto spesso in condizioni orribili, di abuso, anche sessuale, maltrattamenti, fame, freddo, sfruttamento, depredamento, violenza, senz’ombra di affetto o calore umano. Riuscire a raggiungere la maggior età e ‘liberarsi’ da quella vera e propria forma di schiavitù -molti si suicidavano- significava poi tacere a vita perché non erano creduti. Per ripulire la brutta macchia sull’immagine di un pase sempre politically-correct, il governo decise di offrire a quelle vittime una riparazione, in denaro s’intende.
Con decine di migliaia di casi, gli esperti si attendevano 20’000 richieste, ne sono arrivate appena 4’400. Il perché, è ben riassunto nel titolo di un quotidiano: ‘Vittima una seconda volta? No grazie!’ Ritornare in quel ruolo, non è solo riaprire vecchie ferite, è soprattutto essere ridotti a vittime, perché considerati e narrati solo come tali, e non come persone che hanno una vita in cui è successo anche quello. Cittadini, lo sono solo perché lo Stato vuole che riempiano un formulario, che al punto B3 dice: «Descriva brevemente perché si considera una vittima ai sensi della legge», e a quello successivo chiede l’elenco delle prove. A gente che già davanti ai ricercatori, che chiedevano di validare le carte di legge (tipo protezione dei dati), aveva rivissuto la condizione traumatica di non essere creduta: ma le mie parole non valgono nulla, devo firmare?

Qualche anno fa una rivista tedesca intervistò una vittima famosa che negli anni ’70 era stata sequestrata e poi rilasciata in cambio di un riscatto, ed in seguito s’era tenuta in disparte. Il signor Oetker, figlio di ricchi industriali, era stato trattato brutalmente, chiuso in una cassa e sottoposto a scariche elettriche, e ne uscì con menomazioni a vita. Diceva: ciò che mi fa più male non sono i danni fisici che ho ricevuto, è lo sguardo degli altri.
La riduzione a vittima, è la raffigurazione di un essere sofferente, indifeso, innocente, passivo, perdente, impotente, incapace di prendere in mano il proprio destino.
Così vediamo -così si sente vista- una persona quando la categorizziamo secondo quel ruolo, il nostro sguardo stigmatizza la vittima con la stessa facilità con cui lo fa per il suo carnefice, i cui attributi sono ovviamente altri (colpevolezza, cattiveria, potere, arroganza, disumanità…).
C’è da chiedersi se il nostro sguardo sulla vittima, che ne riafferma la condizione, riattivandola e prolungandola nel tempo, non sia il prolungamento dell’opera del carnefice, che quella condizione ha iniziato.
Il fatto è che la inchiodiamo lì, in quel ruolo, a quella sofferenza originaria.

In Italia, alcuni familiari di vittime ripetono: Si può essere ex-brigatisti, ma non si può essere ex-assassini. Una frase ad effetto, letteralmente lapidaria, lanciata come uno slogan incontrovertibile (e nessuno replica, neppure con una parabola di un testo sacro). Anche da morto, l’assassino resterà tale, e qualche giornalista dirà di voler sputare sulla sua tomba.
Ma dicendo che un assassino non può mai essere ex-assassino, non si dice anche che la sua vittima non potrà mai essere ex-vittima?
Carnefice in eterno, vittima in eterno.
[Per garantire il ‘mai’, i figli delle vittime dovranno prendersela con i figli dei carnefici: lo slogan è quello della faida, propone l’odio come eredità. Se il desiderio di vendetta è un sentimento umano, e si riconosce come naturale che la vittima lo viva, è altrettanto umano e di buon senso che si plachi prima che produca una nuova vittima. La faida non ha questo buon senso, e consiste nello scambio, ripetuto in eterno, dei ruoli di vittima e carnefice tra due collettivi, che siano due gruppi famigliari o altro.]
Come ogni singola vittima gestisca la sua sofferenza o il rapporto col carnefice non è in discussione. Probabilmente non è neppure discutibile, si tratta della sfera intima dei sentimenti. Non accetto che il mio torturatore venga umanizzato da quel film, diceva una militante della lotta armata il cui corpo era stato straziato riducendola ad un oggetto; si riprese fisicamente, in libertà, ma mai psichicamente, la violenza le aveva devastato anche quella sfera intima, che permette di vivere.
Quando si parla del paradigma vittimario, di quel prototipo di rapporti simbolici che tanto piede ha preso negli ultimi anni, non si tratta dei singoli individui, ma dei collettivi e delle relazioni sociali che esso produce.

Organizzazione e memoria
I due esempi fatti prima, a proposito del potere di mobilitazione delle vittime, lo sono anche per la loro capacità di creare un’organizzazione. Il movimento della ‘Marcia bianca’ si sviluppò vertiginosamente nel giro di poche settimane, e creò centinaia di sedi locali in tutto il Belgio. Al suo apice, avrebbe potuto provocare una gravissima crisi interna, e l’aveva raggiunto, ottenendo l’attenzione costante dei media e configurando un problema sociale di primo rango (il sogno di tutti i populisti). È vero che le sedi locali scomparvero nei due anni successivi, ma fece scuola, si diffuse in altri paesi, ed è ancora un label che permette iniziative politiche e di lobbying nel campo della violenza sui minori, a cominciare dall’esecuzione pena dei pedofili.
Le ‘Madres de la Plaza de Mayo’ sono probabilmente anche le madri delle associazioni di vittime, se non altro simbolicamente, per notorietà e per coraggio. Furono infiltrate, sequestrate, torturate ed uccise, nella logica del ‘togliere l’acqua in cui nuota il terrorista’. Una logica di sterminio, giustificata come parte di una crociata anticomunista mondiale ed applicazione di una dottrina di counter-insurgency.
Le Madri argentine sono ancora attive, ma anche frazionate. Un tema che le divide è la memoria: alcune vogliono che i figli siano ricordati per quello che erano, dei militanti. Persone coscienti, impegnate, che avevano scelto di lottare e di prendere le armi, legando il proprio destino a quello dei loro compagni. Non degli sfortunati che avevano subito impotenti un tragico fato. Non innocenti, ma neppure martiri o eroi, l’altro estremo che si può raggiungere via la narrazione di un comportamento esemplare, fino al sacrificio per la causa.

Una memoria focalizzata sul momento della tragedia finale, corrisponde ad una narrazione di sentimenti ancorata alla morte, alle sofferenze e al rifiuto della violenza, e produce una verità di tipo morale; dice questa è la vittima -l’essere umano attinto nei suoi diritti umani- e ciò è quanto le è accaduto -per colpa del carnefice, se c’è-, per gridare ‘mai più!’.
Una memoria focalizzata sulle persone, corrisponde ad una narrazione di ricordi, orientati alla vita passata, fatta di relazioni e di idee, di passioni e di ragioni, di conflitti e di condivisioni, e produce una verità di tipo storico o testimoniale; dice questa è la persona, con ciò che ha fatto e in cui ha creduto -in relazione ai suoi simili- fino a che è scomparsa, e questi i fatti -le loro dinamiche- che hanno portato al tragico evento. Fornisce gli strumenti di conoscenza perché ‘mai più’ si ripetano le condizioni che hanno determinato il dramma.

Il legame organizzativo, l’associarsi, rende il gruppo un attore sociale che ha diritto di parola nello spazio pubblico (cosa che il semplice cittadino non ha) e che produce una memoria collettiva.
Molto più che la memoria individuale, che pure sceglie cosa dimenticare, quella collettiva stipula ciò che va ricordato e come va ricordato, la narrazione che ne va fatta, sapendo che si confronterà con altre narrazioni alla ricerca di un consenso pubblico più vasto.

Vittimizzatori
Non c’è solo questo movimento ‘dal basso’, spontaneo, che crea un collettivo, le persone colpite dalla stessa atroce catastrofe che si ritrovano per affrontare il male comune e ottenere ascolto.
La vittimizzazione ‘dall’alto’ consiste di strategie di reclutamento indirizzate a gente cui viene offerto il ruolo simbolico di vittima: si propone loro un’identità generatrice di diritti.
La chiave di queste strategie risiede sempre nella categorizzazione del ‘carnefice’, e più precisamente nella definizione di vittima ‘di cosa’ o ‘di chi’, spesso poi seguite, soprattutto nelle definizioni di legge che ne statuiscono i diritti, dalle qualificazioni soggettive delle vittime, per esempio se si tratti di ‘cittadini incolpevoli’ o no.
Lo si può notare già nell’associazionismo, le definizioni subiscono un processo di semplificazione, di sfumatura, di estensione o di ‘bridging’, ciò che consente alla categoria di includere un numero maggiore di coinvolti.
A titolo d’esempio, l’Associazione internazionale delle vittime del terrorismo comprende anche le vittime ‘di odio religioso, razziale e di atti di sangue nel mondo, generati da un gesto di intolleranza a causa delle differenti ideologie politiche’.
L’appiattimento allo status di vittima produce un calderone di cuori neri e cuori rossi -ma senz’altro anche verdi e d’altri colori- tutti uniti nel sangue e nella sofferenza e sordi alle differenze.  Oblio sulle storie politiche che le hanno generate, quelle ‘vittime’. Damnatio memoriae sui caduti non classificabili come vittime, finché un collettivo non li includerà nella sua memoria, magari come eroi.
C’è una critica di destra alla vittimizzazione.

Lo statunitense Bruce Bawer, col suo pamphlet del 2012, mette all’indice lo sviluppo, nel mondo accademico, degli ‘identity studies’. Causa del vittimismo imperante sarebbe la visione ‘marxista’ che fonda Women’s, Black, Queer, e Chicano Studies, tanto per cominciare.
Sul banco degli accusati troviamo il Fanon dei Dannati della terra, il Freire della Pedagogia degli oppressi, il Gramsci dei Quaderni dal carcere per il concetto di egemonia e quello di subalternità ripreso da Spivak, fino al Said di Orientalismo, tutti uniti nell’imporre una visione politica del mondo incentrata sulla contrapposizione tra vittime e carnefici. Il tutto a detrimento della ‘nazione più libera e più prospera della storia dell’umanità, l’America’ (gli Stati Uniti).
Il britannico David G. Green (2006) ritiene che il diffondersi del vittimismo sia incompatibile con il liberalismo, ed esamina l’affermarsi, grazie alla vittimizzazione come strategia di acquisizione di potere politico, dei gruppi sociali protetti. Contando i membri delle categorie -donne, gay, disabili, minoranze etniche- cui è attribuito lo statuto di vittima, calcola che in Gran Bretagna coprano tra il 73% ed il 106% della popolazione.  È il ‘collettivismo settario’, che va oltre l’associazionismo -che punta ad ottenere riparazioni- per chiedere il riconoscimento politico di uno stato permanente di vittima capace di attribuire ai gruppi una protezione speciale ed un trattamento preferenziale usando i mezzi coercitivi dello Stato, a mettersi in contrasto con il liberalismo. Nato con i movimenti per i diritti civili degli anni ’60, e dotato di varianti tra le quali l’odierno multiculturalismo è la più dannosa, il collettivismo settario rappresenta una  pericolo per la democrazia, ché ne mina valori quali l’uguaglianza morale.

In realtà non è difficile vedere come la destra usi con nonchalance la propaganda vittimaria, si pensi alle ‘vittime del comunismo’ che fu tema portante nella Guerrra fredda e che continua ancora oggi. Oltre ai diversi memoriali costruiti negli ultimi anni (a Washington, Ottawa, Mosca, Praga, Bucarest…), nel novembre 2017, in occasione del centenario della Rivoluzione russa, Donald Trump ha istituito la giornata nazionale per le Vittime del Comunismo.
Eppure la critica di destra è una riprova di quanto il problema sia esteso ed aperto, vede la dimensione politica del paradigma vittimario (status di vittima come produttore di diritti speciali permanenti) e mette il dito su piaghe effettive (eccessi della vittimizzazione dall’alto e derive discorsive nei gruppi ‘vittimizzati’).
Tanto che vien da chiedersi, sarà che tocca rivedere i fondamentali? Che magari Marx ed Engels abbiano aperto Il manifesto dei comunisti con una sfilata di vittime?
No, non è così, neppure nelle espressioni di disprezzo verso il sottoproletariato si tratta di ‘vittime dell’oppressione’, al contrario le categorie di oppressori ed oppressi descrivono le classi sociali in lotta, viste come motore dello sviluppo storico. E dovrebbe essere superfluo ricordare la differenza tra una classe ‘in sé’ -la sua mera descrizione socioeconomica- e una classe ‘per sé’, cosciente di esserlo e del proprio ruolo storico.
L’idea di autodeterminazione di oppone alla posizione di vittima. Così Lenin: Uno schiavo che non ha coscienza di essere schiavo e che non fa nulla per liberarsi, è veramente uno schiavo. Ma uno schiavo che ha coscienza di essere schiavo e che lotta per liberarsi già non è più schiavo, ma uomo libero. Neppure il principio di solidarietà si declinava, nella tradizione comunista e rivoluzionaria, in termini vittimari: Creare due, tre, molti Vietnam, slogan e dottrina del Che Guevara, significava l’esatto contrario contrario di correre con azioni cavalleresche a sostegno delle vittime dell’imperialismo.

Vittima 2.0 e post-vittimismo
Oggi si tematizzano le vittime dello schiavismo, del colonialismo, del neo- e post-colonialismo, e così via, coprendo di nebbia la storia, e anche i movimenti legati al principio di autodeterminazione sembrano essere sempre più attinti dalle politiche fondate sul paradigma vittimario.
Il movimento femminista ci porta un esempio d’attualità con la campagna #MeToo contro molestie e violenze sessuali subite dalle donne. Con quell’hashtag quale ognuna può dire ‘io sono la vittima e questo è il mio predatore’ rendendo immediatamente pubblica la sua denuncia. In quanto forma di discorso pubblico, il suo precedente più noto è ‘Je-Suis-Charlie’, slogan di identificazione con le vittime del terrorismo di Charlie Hebdo (2015), poi declinata in ‘Je-Suis-Paris’ e decine di altre varianti per altrettanti successivi attentati con vittime, tanto da determinare una macabra concorrenza e comunque una saturazione. Prima, in reazione agli attentati dell’11 settembre 2001, c’era stato il ‘Nous sommes tous Américains’, dal titolo dell’editoriale, firmato dal direttore di Le Monde, Colombani, che probabilmente nessuno ha davvero letto o ricorda: la sua interpretazione come ‘siamo tutti vittime’ bastò a farne uno slogan politico importante.
Più indietro nell’albero genealogico, ancora due espressioni famose, prive però della prosepttiva vittimaria: il ‘nous sommes tous des juifs allemands’ del maggio 1968, risposta beffarda ai commenti del segretario del PCF Marchais sul movimento; e il ‘Ich bin ein Berliner’ pronunciato da John Fitzgerald Kennedy nel 1963 davanti al muro a Berlino Ovest, discorso anticomunista privo di retorica vittimistica.
#MeToo rappresenta la maggiore evoluzione del paradigma vittimario nel discorso pubblico: la persona assume il ruolo di vittima in modo diretto e immediato, assieme a quello del denunciatore, designa chi è nel ruolo del carnefice, condivide col pubblico il ruolo di giudice e quello di esecutore della pena -nella misura in cui si consideri pena la gogna pubblica cui è esposto il carnefice via l’internet- e lo fa come parte di un gruppo sociale. Un carico di potere simbolico davvero notevole, reso probabilmente possibile dall’uso di un social media qual’è Twitter. La campagna ha avuto il successo di ‘evento virale dell’anno’, contando milioni di tweets, estendendosi e replicandosi in un centinaio di paesi, (#moiAussi in Canda, #YoTambién in Spagna, #QuellaVoltaChe in Italia e il più esplicito #BalanceTonPorc in Francia), riuscendo ad imporre il tema all’agenda mediatica ed a affermarlo, in misura diversa secondo i paesi, come un problema sociale attuale, che quindi provoca la reazione delle istanze politiche.
Quella di Donald Trump, via Twitter, è focalizzata sulle vittime DI #MeToo -cioè sui predatori denunciati le cui vite sono sconvolte e distrutte da semplici accuse-, secondo lo schema Dreyfuss, e rifonda il quadro attribuendo il ruolo di vittima all’accusato. Ma è ovvio che critiche e reazioni sono andate ben oltre il richiamo dei principi di presunzione d’innocenza e di equo processo. Per esempio seguendo un altro grande schema classico (Blaming the victim, di W. Ryan, è del 1970), quello che questiona l’innocenza della vittima. Una vittima non-innocente può essere stata concausa del proprio male, non è credibile, e il suo stesso ruolo di vittima è dubbio. O ancora questionando il metodo, che appare come un ‘disumanizzare il disumanizzatore’, cioè di fare al carnefice qualcosa di analogo a ciò che egli ha fatto.
Il punto però è che #MeToo nasce nell’ambito del movimento femminista, che si è sviluppato sui principi dell’autocoscienza e dell’autodeterminazione delle donne, che vanno nel senso opposto alla vittimizzazione. Se v’è chi lo legge come una tecnica di autodifesa femminista, la contraddizione è però apparsa più evidente e sentita: ‘Com’è difficile sottrarsi all’industria delle vittime’, scrive in proposito Guia Soncini.
Che la contraddizione non fosse nuova era già evidente a molte altre, tra le quali spicca Nicoletta Poidimani, per il lavoro iniziato da qualche anno attorno all’idea di un approccio ‘post-vittimistico’.
C’è da augurarsi che quella ricerca continui e si trasmetta ad altri movimenti, nessuno essendo immune al paradigma vittimario e al suo portato di innovazione sociale che ha i tratti, per usare l’espressione di Fassin e Rechtmann, di una ‘riconfigurazione dell’economia morale contemporanea’.

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L’indicibilità della critica della vittima

I due articoli che seguono sono altri contributi che analizzano l’affermarsi di un  mito:  “la vittima è l’eroe del nostro tempo” [Daniele Giglioli, critica della vittima, p.9]

Questo  articolo  è  stato  pubblicato  dalla storica Ilenia Rossini, circa  un  anno  fa,  su: Zapruder: storie in movimento


Alcune note sulle polemiche del quarantennale del sequestro Moro

di Ilenia Rossini

La critica della vittima, scrive Daniele Giglioli in un bel saggio di qualche anno fa, «presuppone sempre un certo coefficiente di crudeltà» (Critica della vittima, 2014, p. 12). E non si può che partire da questa considerazione se si vuole mettere nella giusta prospettiva la “polemica” montata intorno alle parole di Barbara Balzerani, che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 fu militante e dirigente delle Brigate rosse, in un momento storico in cui – secondo i dati del ministero dell’Interno – erano attive oltre 250 sigle armate, 36.000 cittadini furono inquisiti per banda armata e 6.000 di essi condannati a decenni di carcere, e si registrarono 7.866 attentati alle cose e 4.290 alle persone. Barbara Balzerani non si è “pentita” – pentimento che, non dimentichiamo, è solo una discutibile categoria giuridica, perché non possiamo sapere quanto pensino lei, i suoi compagni e le sue compagne dentro loro stessi e loro stesse – né “dissociata” dalla lotta armata: lotta armata che, pure, ha dichiarato chiusa con Mario Moretti e Renato Curcio nel 1988 (trent’anni fa), in una celebre intervista allo Speciale Tg1.

Barbara Balzerani è oggi una donna di 69 anni, libera dopo aver scontato 26 anni di carcere, che non ha conti in sospeso con la giustizia. Scrive romanzi (ne ha scritti, al momento, sei, tutti pubblicati o ripubblicati da DeriveApprodi), alcuni riguardanti anche la sua esperienza nelle Brigate rosse e la successiva detenzione, altri no (come l’ultimo). Tranne che in occasione del documentario di Loredana Bianconi Do you remember revolution. Donne nella lotta armata (1997), non ha partecipato negli ultimi anni a trasmissioni televisive né ha rilasciato interviste sui principali media sull’esperienza delle Br. Qual è la colpa per cui è appena risalita agli “onori” delle cronache? Aver partecipato alla presentazione del suo ultimo romanzo, presso il centro sociale Cpa-Firenze sud, il 16 marzo, giorno del quarantennale del sequestro Moro (di cui fu fra gli autori e le autrici). Dopo essere stata già criticata, a gennaio, per un post sul proprio profilo facebook (!) che giustamente prevedeva le polemiche che si sarebbero addensate nei mesi successivi, la presentazione al Cpa non poteva che essere un’occasione ghiotta per i media. Una giornalista di Matrix si è dunque recata all’iniziativa e, di nascosto, ha registrato l’evento, riportando alcune parole di Balzerani che hanno fatto scalpore: «C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano il diritto a dire la loro, figuriamoci, ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te».

Questa frase ha scatenato una ridda di polemiche, accompagnata dall’approvazione quasi unanime al Consiglio comunale di Firenze di una richiesta di sgombero del Cpa, dall’annuncio del figlio di Lando Conti, ucciso dalle Br nel 1986, della decisione di querelare Balzerani (per cosa?) e da vesti stracciate per il fatto che l’ex brigatista abbia parlato “senza contraddittorio”. Come se ci fosse bisogno di un contraddittorio per parlare del proprio libro all’interno di un centro sociale occupato, neanche fossimo nello studio di Mentana in regime di par condicio durante la campagna elettorale.

Ma facciamo un passo indietro. Come mai Balzerani si è espressa in questo modo? Pochi giorni prima, la trasmissione di La7 Atlantide, condotta da Andrea Purgatori, aveva mandato in onda due puntate dedicate al rapimento Moro – ma comprendenti anche un’ampia contestualizzazione storica dell’Italia del tempo –, contenenti alcuni spezzoni di un film-documentario di Mosco Levi-Boucault prodotto nel 2011 dalla tv franco-tedesca Arte, che riprendeva le testimonianze rese quasi dieci anni prima da alcuni brigatisti rossi, presenti il 16 marzo 1978 in via Fani: Mario Moretti, Prospero Gallinari (morto cinque anni fa), Raffaele Fiore e Valerio Morucci. Non è la prima volta, ovviamente, che vediamo dei brigatisti in tv, sia sufficiente pensare al magistrale La notte della repubblica (1989-90), nel quale Sergio Zavoli intervistò numerose/i ex brigatiste/i (ma anche i terroristi neofascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti). Come non è stata la prima volta che gli/le ex brigatisti/e hanno preso parola: pensiamo al libro Noi terroristi. 12 anni di lotta armata ricostruiti e discussi con i protagonisti, scritto da Giorgio Bocca nel 1985. Niente di strano, dunque?

No, qualcosa di fondamentalmente diverso c’è, perché dagli anni ’80-’90 a oggi è cambiato il paradigma narrativo entro cui si ritiene legittimo di poter parlare di alcuni eventi. Se, come illustrato in un articolo su «Contemporanea» del 2009 dallo storico Emmanuel Betta, si partiva da una condizione di «decisa prevalenza di un punto di vista scarsamente attento all’esperienza delle vittime» in cui veniva «messo in discussione soprattutto il ruolo e il peso della parola degli ex militanti della lotta armata nella costruzione della conoscenza e della memoria della violenza politica», nel 2018 la situazione si talmente ribaltata che la trasmissione di Purgatori è stata considerata un’«anomalia», scatenando polemiche e provocando biasimo. Esso è provenuto non solo dal capo della polizia Franco Gabrielli – che, in modo forse inedito, ha detto la sua su chi ritiene possa e non possa andare in tv, definendo «oltraggio» il fatto di aver mandato in onda un’intervista ad alcuni ex brigatisti di dieci anni fa – ma soprattutto, appunto, dei familiari delle vittime. Tra essi si è distinta, tra gli altri, Rita Dalla Chiesa che, non paga di twitter, ha rilasciato un’intervista in cui ha affermato, dicendosi amareggiata – e presentandosi pure lei come “vittima”, nonostante suo padre sia stato ucciso dalla mafia – che gli ex brigatisti «non hanno diritto di raccontare quei tempi». Alla faccia della nota “massima di Voltaire” che Voltaire non ha mai detto, secondo la quale «non sono d’accordo con le tue idee ma darei la vita per fartele esprimere».

In una situazione in cui, nei fatti, nessuno e nessuna tra gli e le ex militanti delle Br – tra quelli/e non pentiti/e e non dissociati/e – ha rilasciato alcuna intervista, da più parti – e in particolare dai familiari delle vittime – è venuta la richiesta di togliere la parola a persone che non avevano pronunciato parola alcuna. A ben vedere, l’unica ex brigatista comparsa in tv è stata Adriana Faranda, dissociata, intervistata nella webserie Cronache di un sequestro da Ezio Mauro, ex direttore e firma importante della «Repubblica» (sul cui sito la webserie è presentata e promossa), cioè di uno di quei giornali che ritengono uno scandalo l’aver dato voce ai brigatisti, diretto per di più dalla «vittima del terrorismo» Mario Calabresi. Un cortocircuito narrativo che ha del grottesco.

Ma – al di là di ogni polemica – è in realtà proprio sul contenuto delle parole di Balzerani che ritengo indispensabile interrogarci: perché Balzerani – sembra quasi banale dirlo – ha ragione, le vittime non possono avere il monopolio della parola. Del resto, chi può averlo? È un’affermazione crudele, come prospettato da Giglioli? Forse sì, ma è necessaria per ricostruire una genealogia del paradigma vittimario che ha condotto alla situazione in cui una polemica come questa appare scontata. Perché se Balzerani ha ragione sul fatto che le vittime non possano avere il monopolio della parola, è a mio avviso riduttivo pensare che le polemiche che mirano a censurare le parole dei protagonisti della lotta armata siano solo una «spada di Damocle che questi signori intendono mettere sulle lotte attuali». Non è una situazione limitata all’Italia e non è una situazione circoscrivibile alla narrazione della lotta armata degli anni ’70 e ’80, infatti.

A partire dagli anni ’80, l’elaborazione del passato ha sempre più visto il conflitto della «coppia antinomica storia/memoria», come definita dallo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Era il periodo dell’affermazione della memoria, che è sempre soggettiva e poco attenta alle comparazioni e alla contestualizzazione (p. 18). Era il trionfo della cosiddetta «era del testimone», secondo la celebre espressione di Annette Wieviorka: il testimone, però, è finito negli ultimi trent’anni per sovrapporsi prima e per essere soppianto poi dalla «vittima», termine con contenuto religioso che rimanda alla sofferenza e al sacrificio. E a questo concetto, infatti, è irrimediabilmente legato quello del «perdono», richiesto alla vittima per la «riabilitazione pubblica» o la «condanna» del carnefice: basti pensare, in Italia, alle polemiche sulla richiesta di estradizione di Cesare Battisti e all’onnipresenza mediatica di Alberto Torregiani, figlio del gioielliere che Battisti, secondo le risultanze processuali, avrebbe ucciso nel 1979.

A partire dalla metà degli anni ’80, dunque, il paradigma vittimario ha imposto la sua egemonia ovunque nel mondo occidentale. Si è partiti, negli Stati Uniti, con la teorizzazione della giustizia riparativa e del victim-oriented approach, cioè di un approccio basato sulle vittime, inizialmente pensato per i reati comuni (e i dubbi sul fatto che si potesse applicare anche alla violenza politica erano numerosi): la vittimologia (victimology) è oggi una disciplina riconosciuta, branca della criminologia, mentre la vittima ha trovato una nuova centralità in tutti i sistemi penali. Ma si è passati, soprattutto, per alcune iniziative delle Nazioni Unite che hanno fatto scuola: se nel 1985 il termine «vittima» entrava per la prima volta a far parte del vocabolario di questa istituzione internazionale, è del settembre 2008 un’iniziativa organizzata a New York dall’Onu in cui si sono state chiamate a raccolta cinquanta vittime di atti terroristici avvenuti in tutto il mondo (incluso, per l’Italia, Mario Calabresi, nonostante sia complicato ricondurre a un generico «terrorismo» la morte di suo padre). Senza discernere il diverso contesto in cui erano avvenuti tali attentati.

La vittima si è, quindi, gradualmente imposta sul modo in cui viene pubblicamente ricostruito il passato. Le caratteristiche che ovunque accomunano la memoria che deriva dalla centralità delle vittime, secondo lo storico Giovanni De Luna, sono «il familismo, innanzitutto, il prepotente riaffacciarsi delle famiglie e dei singoli individui in uno spazio pubblico colonizzato dal lutto e dal dolore. E poi una fortissima carica rivendicativa […]. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione» (La Repubblica del dolore, p. 16). «In questa competizione vittimaria», aggiunge De Luna, «la storia scompare e sulla scena restano solo vittime e carnefici» (p. 97).

Se questo è vero in generale, in Italia l’adozione di questo paradigma vittimario non è passata per alcuna riflessione epistemologica e si è intrecciata, inoltre, con la specificità italiana determinata dal rapporto difficile con le sue «memorie divise», con il particolare sistema televisivo e il suo legame strettissimo con le forze politiche, con la superficialità e la pigrizia – se non la vera e propria ignoranza – di coloro che scrivono articoli di giornali e servizi televisivi che, ad esempio, hanno condotto pochi giorni fa gli autori dello Speciale Tg2 ad affermare che le Brigate rosse sarebbero state responsabili dell’omicidio di Valerio Verbano (militante di sinistra ucciso da alcuni neofascisti), di Mario Amato (magistrato ucciso dai neofascisti dei Nar) e di Emilio Alessandrini (magistrato ucciso da Prima linea… almeno in questo caso si parla di una formazione di sinistra!). Secondo De Luna, che riprende un articolo su «Liberazione» di Paolo Persichetti del 2008, in Italia negli ultimi anni il riferimento alle vittime ricorre talmente tanto spesso da poter essere visto come un «tentativo di tenere insieme la Resistenza e i “ragazzi di Salò”, le foibe e i lager, il terrorismo delle Br e la mafia attraverso la costruzione, nel segno della compassione per le vittime, di “una memoria avvinta dall’emozione e assorbita dalla sofferenza”» (p. 83).

Una lucida ricostruzione storica, partendo da questi presupposti, appare quasi impossibile. A questo proposito, Vanessa Roghi ha giustamente parlato di memoria disarmata delle vittime, «anche da un punto di vista interpretativo: […] niente può spiegare, in una dimensione privata, perché un padre, un marito, un fratello abbiano perso la vita. […] A prevalere è lo sguardo “disarmato” che diventa disarmante quando alla voce del testimone non si affianca nessun tentativo di racconto storico, e la retorica della memoria si sostituisce al racconto della storia».

Se già nel 2004 il presidente della Repubblica Ciampi attribuì una medaglia ai parenti delle vittime del “terrorismo”, il caso Moro ha finito con il costituire, in un certo senso, il fulcro delle politiche della memoria che danno corpo al tentativo di nation-building della nuova Italia “postideologica” dell’ultimo ventennio: non è un caso se il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo è stata fissata, nel 2007, al 9 maggio, data dell’omicidio di Aldo Moro, che ha così “battuto sul campo” quella – concorrente – del 12 dicembre, anniversario della Strage di piazza Fontana del 1969. Si tratta, ovviamente, di un chiaro segnale interpretativo su cosa, nella «competizione tra vittime» di cui parla De Luna, sia giusto ricordare per dar vita a una nuova “tradizione inventata”.

Questo giorno della memoria è stato poi suggellato da alcune iniziative – politiche – di cui è stata principalmente fautrice la presidenza della Repubblica. Ad esempio, nel volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, da essa curato nel 2008, compaiono 378 nomi, tra vittime delle stragi, vittime delle Brigate rosse, ma anche militanti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra uccisi nel corso di manifestazioni di piazza o in seguito a singoli episodi che – francamente – poco hanno a che vedere con la categoria di “terrorismo”, anche laddove si attribuisca a essa una valenza euristica che è ancora oggetto di dibattito storiografico, rappresentando al momento piuttosto uno stigma morale. Le celebrazioni della giornata del 9 maggio del 2009, invece, sono state suggellate dall’incontro tra le vedove di Pino Pinelli e Luigi Calabresi davanti al presidente della Repubblica: si tratta della stessa modalità d’azione adottata in Italia nei confronti della memoria della Resistenza e della guerra civile del 1943-45, con la promozione dalla fine degli anni ’40 di incontri pubblici tra ex partigiani ed ex repubblichini. Solo che in quel caso protagonisti ne erano i “combattenti” non le “vittime” (e, in questo caso, i superstiti delle vittime), coloro che avevano fatto delle scelte, non coloro che le avevano subite: il paradigma narrativo è, negli anni, irrimediabilmente cambiato e oggi «la vittima è l’eroe del nostro tempo» (Giglioli, p. 9).

Ma come avvenuto, appunto, per la Resistenza – riguardo la quale sembra ormai essersi perso il valore della lotta antifascista in nome del «buoni e cattivi stavano da entrambe le parti» –, sembrano ormai essersi attenuate anche le specificità di ogni singola esperienza degli anni ’70-’80: in questa narrazione appiattente, le Br sono diventate uguali ai Nar, non c’è più differenza tra uccidere un obiettivo che si identifica come “nemico” e mettere una bomba in una stazione ammazzando decine di persone, non ci sono più differenze – in realtà abissali – tra le posizioni ideali dell’uno e dell’altro. In quanto “vittime”, tutte le “vittime” – i morti e i loro superstiti, vittime in quanto private dell’affetto dei loro cari – sono uguali: e da qui un fiorire di proposte come quella dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno di istituire un «giardino dedicato a tutte le vittime degli anni piombo» o quella del Pd, sempre a Roma, di costituire «una consulta cittadina sugli anni di piombo composta dai familiari di tutte le vittime romane».

Proprio per quanto riguarda la memoria e la storia lotta armata, è del 2015 la pubblicazione del Libro dell’incontro, che raccoglie l’esperienza di un gruppo di confronto di cui hanno fatto parte «vittime e responsabili della lotta armata degli anni settanta», poggiandosi sull’esperienza delle Commissioni verità giustizia del Sud Africa. Esperimenti come questi hanno indubbiamente un valore terapeutico: ma sono utili alla ricostruzione storica? Può cambiare la storia d’Italia, come recita la scheda del libro, un racconto che finisce simbolicamente con una preghiera, con il rifugio nella fede, che tutto appiana? Sicuramente no.

Bisogna tenere in considerazione, inoltre, le modalità secondo le quali viene attribuito lo status di vittima, se è vero che, come scrive Giglioli, «chi controlla una macchina mitologica […] tiene in mano le leve del potere» e che «l’ideologia vittimaria è oggi il primo travestimento delle ragioni dei forti» (p. 10), è un instrumentum regni (p. 12). Le vittime (tanto i “martiri” quanto le persone vittime della loro perdita) quasi non possono più essere soggette a critica o a biasimo: i parenti delle vittime hanno sempre ragione, mentre Aldo Moro è diventato una specie di santo e nessuno sembra potersi e volersi assumere – oggi – il coraggio che già nel 1980 aveva solo il dio di Giorgio Gaber, l’unico a poter dire, in un testo che oggi sarebbe forse censurato, «che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana/è il responsabile maggiore/di vent’anni di cancrena italiana./Io se fossi Dio/un Dio incosciente, enormemente saggio/c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera/ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora/quella faccia che era».

La stessa narrazione riguarda anche la contestata categoria di “terrorismo” alla luce del fatto che, come scrive Giglioli in un altro volume (All’ordine del giorno è il terrore, 2007), «il terrorismo è la violenza degli altri». L’attribuzione dell’etichetta e di “vittima” e di quella di “terrorismo”, amplificate dai media, finiscono così per diventare – separatamente, ma ancora più quando si presentano in coppia come nell’accezione di “vittima del terrorismo” – strumenti di legittimazione/delegittimazione nella scena pubblica: come scritto da Girolamo De Michele nel romanzo Con la faccia di cera, ad esempio, «se un operaio uccide un padrone è terrorismo, se un padrone uccide cento operai di tumore è normale amministrazione, è il prezzo del benessere, è schiuma ai bordi del fiume del progresso. […] Le medaglie alle vittime del terrorismo le hanno esaurite, e comunque sul petto degli operai non stanno bene: gli operai sono sporchi, puzzano di fatica e sudore. E i ministri hanno ben altro da fare che stringere le mani alle vedove e ai figli» (p. 120).

Sul piano politico-culturale – e, in questo, Balzerani non ha torto – il paradigma della vittima ha un effetto depotenziante nell’organizzazione delle lotte: come fa notare De Luna, infatti, «quando l’ammirazione di cui godono coloro che lottano per far riconoscere il proprio statuto di vittime diventa più grande di quella che si tributa a persone che hanno il coraggio di mettere a repentaglio la propria vita per difendere la libertà o la giustizia, si delinea un effettivo incoraggiamento alla costruzione di altrettanti recinti chiusi sulle proprie rivendicazioni, necessariamente in concorrenza gli uni con gli altri, sovradeterminati da una particolare esperienza dolorosa personale, così che tutto quello che scaturisce dalla centralità delle vittime, sembra comunque voler trasformare lo Stato in una “federazione” di interessi particolari» (De Luna, pp. 98-99).

Ma lo storico non può non interrogarsi anche sugli effetti per la sua disciplina dell’affermazione del paradigma vittimario. Se il testimone – come ad esempio dimostrato da opere magistrali come L’ordine è già stato eseguito di Sandro Portelli – era interrogato appunto per la sua capacità di «testimoniare» qualcosa di utile per la ricostruzione e l’elaborazione del passato, rappresentando spesso il punto di vista dei subalterni (cioè di coloro che non producevano le “fonti ufficiali”), il racconto della vittima è invece ridotto a una questione sentimentale: la vittima ha ragione perché ha subito e, quindi, è intoccabile e, scrive Giglioli, «chi sta con la vittima non sbaglia mai» (p. 9). Mentre un tempo chiunque poteva parlare in quanto “testimone” (quindi anche le/gli ex brigatiste/i, nel caso specifico), anche se non se ne condividevano le posizioni, ora la vittima ha sempre ragione e spetta a essa stabilire chi può parlare e chi no degli eventi che l’hanno resa tale: il passaggio successivo è quindi quello di togliere la parola agli autori delle azioni armate, censurare la loro presenza pubblica. Spogliarli, insomma, del ruolo di “testimoni” che indubbiamente hanno: molto di più, tra l’altro, dei superstiti delle vittime, che possono essere testimoni di un dolore, non di un evento.

Il paradigma vittimario non è privo di conseguenze anche sul piano della narrazione storica: che storia è quella delle vittime? Persichetti, nell’articolo già citato, afferma giustamente «sprovvisti dello statuto di vittime, vinti e subalterni spariscono nuovamente dalla storia, eclissati e inghiottiti dall’oblio. Sembra, infatti, che per poter lasciare traccia resti solo la triste via della competizione vittimaria, […] quasi a voler sancire che se non c’è vittima non c’è storia».

Alla fine non resta che chiedersi se un approccio del genere e, in generale, il modo in cui si sta affrontando il quarantennale del sequestro Moro – polemiche su chi può parlare e chi no, centralità delle vittime, diffusi accenni complottistici a presunti “misteri” ancora da scoprire e fantasiose accuse di “omertà” per i/le ex militanti che non avrebbero detto tutto (parlano troppo o parlano poco? Viene da chiedersi…), classifiche delle capacità narrative dimostrate o meno dai brigatisti e dalle brigatiste nei libri di cui sono autori e autrici o dibattiti sul buono o cattivo gusto di Balzerani nel fare quelle affermazioni, tenuti con lo stesso tono degli articoli sull’appropriatezza del look di Meghan Markle davanti alla regina – aggiunge davvero qualcosa a quello che ci potevamo dire fino al 15 marzo? Abbiamo imparato qualcosa di più? Abbiamo maggiori strumenti di comprensione? E anche per quanto riguarda il rapporto tra brigatisti/e, scena pubblica e media, cosa è cambiato rispetto a un anno fa? Sembra più che altro un gioco di ruolo il cui copione si ripete di volta in volta sempre uguale a se stesso.

Non sarebbe meglio – passati quarant’anni – «guardare con fiducia alla conoscenza storica» (p. 18), come ha scritto De Luna nel volume citato, e magari adattarsi ai tempi della ricerca che non sono esattamente gli stessi degli anniversari? Gli storici, del resto, sono pressoché gli unici che non hanno detto nulla e a cui non è stato chiesto nulla o quasi nelle numerose ricostruzioni del sequestro presentate da giornali – cartacei e online – e programmi televisivi. Eppure, negli ultimi anni, di ricerche accurate e importanti ne sono uscite, da La lotta armata a Genova di Davide Serafino (Pacini 2016) al fondamentale Brigate rosse. Dalle fabbriche alla campagna di primavera di Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elisa Santalena (DeriveApprodi 2017). Eppure, nonostante i tanti appelli alla «verità», convegni storici sul sequestro Moro come quello organizzato l’anno scorso presso i locali del Senato (Il caso Moro: la politica, la ricerca, la storia) vengono annullati perché i relatori chiamati a intervenire considerati troppo poco compiacenti. Forse si potrebbe partire da qui.

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Un contributo sul “Paradigma vittimario”

Lotta armata. Storia, memoria e paradigma vittimario

di   Silvia De Bernardinis

1.

Il mio intervento verte sul paradigma vittimario, che lega e confonde memoria dominante – presentata come memoria condivisa – e storia, nell’approccio allo studio della lotta armata in Italia negli anni ’70 e ’80. Come giustamente scrivono gli organizzatori del convegno, è difficile parlare degli anni Settanta in Italia senza rischiare di sollevare anatemi e provocare tensioni.

269 formazioni armate, 7 866 attentati a cose e 4 290 a persone, 36 mila cittadini inquisiti e oltre 6 000 condannati a decenni di carcere1, centinaia di ergastoli, ricorso alla tortura (in modo sistematico nel corso del 1982) e leggi di eccezione in 18 anni di storia. Per dare la dimensione dell’ampiezza del fenomeno, è interessante notare come, in tempi di dittatura fascista, tra il 1926 (anno di costituzione del Tribunale Speciale) e il 1943, furono deferiti al Tribunale speciale 15 806 antifascisti ; ne furono processati 5 620, in base alle denunce dell’Ovra, e condannati 4 5962. Questi sono alcuni dei dati che ci restituisce la Storia, ma sembra non bastino – così come sembra non bastino i 40 anni che ci separano dalla fine di quel ciclo di lotte sociali delle quali la lotta armata è stata una delle manifestazioni – a liberare il terreno, alimentato dalla politica e dai media ma assecondato anche da buona parte della storiografia, da una serie di luoghi comuni che ne restituiscono un’immagine e un senso deformati. La lotta armata in Italia ha avuto origine in un preciso contesto storico, durato circa venti anni, dal 1969 alla seconda metà degli anni ’80. Un periodo cruciale della storia italiana e internazionale, che prende per intero il periodo di transizione dal fordismo al post-fordismo, una fase cioè di cambiamenti epocali che hanno trasformato e ridisegnato il mondo, i suoi scenari economici, politici e sociali. Un sommovimento provocato dalle stesse dinamiche del capitale in trasformazione. Figlia di un periodo in cui processi rivoluzionari e di insubordinazione all’esistente si manifestavano in tutte le aree del pianeta allora diviso in due, quelle sotto il controllo atlantico e quelle sotto il controllo socialista. Figlia di un periodo che ha fatto emergere soggettività fino ad allora invisibili o marginali trasformandole in protagoniste di processi di emancipazione politica. La lotta armata appartiene storicamente a questo contesto, nasce nella fabbrica fordista, dove il rifiuto del lavoro aveva generato un movimento classista che per alcuni anni, in Italia, nessuno riuscì a governare, dai sindacati ai partiti, alle forze dell’ordine ; ad un processo di rottura irreversibile tra sinistra istituzionale e sinistra rivoluzionaria : Non c’è vittoria, non c’è conquista senza il grande partito comunista, gridava e rilanciava nelle manifestazioni di piazza il PCI. Uno slogan che voleva significare direzione e controllo sulle lotte in fabbrica e nella società, ma anche monopolio del dissenso secondo cui non erano previste né ammesse altre forme di espressione di dissenso e di lotta a sinistra del PCI, né soggetti che lo potessero interpretare. Gli anni del ’68 ne sono stati la concreta smentita, anche se questo non ha significato incapacità del partito di capitalizzare e appropriarsi, successivamente, di quelle lotte che guardava con sospetto, che non avrebbe voluto e che ha contribuito a smorzare, un intralcio sul cammino della costruzione di una « rispettabilità e affidabilità democratica » che lo avrebbero irreversibilmente mutato.

La distanza temporale è uno degli elementi che permettono la storicizzazione, ma non il solo. Si storicizza un periodo concluso e proprio la mancanza di una chiusura politica sembra costituirne l’impedimento principale, lasciandolo sospeso, in una sorta di terra franca dove va in scena una guerra di significati che passa oggi attraverso il campo della memoria. Come scrisse Agamben venti anni or sono motivando la necessità di un’amnistia per i reati politici di quel periodo, « ciò che dovrebbe essere oggetto di indagine storica viene trattato come un problema politico di oggi3 ». E a ventidue anni di distanza dalle parole di Agamben, la situazione è addirittura peggiorata, con la caccia ai « pericolosi assassini » oggi ultrasessantenni che hanno vissuto gli ultimi quarant’anni in un esilio molto meno dorato di quanto, senza la minima prova, venga spacciato dai media. Può essere letta in questa prospettiva, in parte, la scarsità del corpus storiografico prodotto sino ad oggi, e cioè, come schiacciamento sul presente, su una dimensione cronachistica che per molti anni ha fatto sì che non lo si percepisse come oggetto di indagine storica. Allo stesso modo non è difficile identificare il peso del presente sul passato se si osservano i termini usati per delimitare l’oggetto « lotta armata », il cosa e il come, le sue interpretazioni.

È significativo, per esempio, che attorno alla lotta armata esista un atteggiamento di condanna morale che, se non ne ha precluso lo studio, lo ha condizionato e continua a condizionarlo, impedendo un atteggiamento laico da parte degli studiosi, tanto da far sì che alcuni si sentano in dovere di dichiarare la loro riprovazione morale verso l’oggetto di studio, o di darne una connotazione negativa in termini morali nei loro testi4, rimanendo entro il solco tracciato dalla politica per cui la lotta armata è fenomeno criminale ed ingiustificabile, incomprensibile nel quadro di un sistema democratico. Una questione, dunque, che investe la coscienza piuttosto che la conoscenza. Ed è altrettanto significativo il fatto che la storiografia abbia assunto acriticamente il vocabolario politico-mediatico costruito attorno agli anni Settanta, ed in particolare alla lotta armata, senza interrogarsi sulla validità, in termini storiografici, di categorie interpretative che, piuttosto che produrre conoscenza e comprensione storica, finiscono per riprodurre senso comune. A cominciare dai termini centrali usati, come terrorismo, o violenza, il più usato, una specie di spauracchio agitato all’occorrenza. Non viviamo di certo in un mondo meno violento oggi, ma la violenza degli anni ’70 viene narrata come la più feroce. La mostrificazione creata ad hoc sui protagonisti dell’ultimo scontro di classe del XX secolo – dai folli omicidi isolati dalla società, agli infiltrati, agli sciocchi eterodiretti – serve a coprire il vero nervo scoperto di quel periodo storico, e cioè, la messa in discussione, pratica e teorica, del monopolio della violenza dello Stato da parte delle classi subalterne. La violenza degli anni ’70 è indicibile perché fu violenza dei dominati verso i dominanti.

Chi studia la storia delle formazioni armate, e delle Brigate Rosse in particolare, sa che deve restituirne prima di tutto l’autenticità, stretta, nel corso degli ultimi 30 anni, tra due paradigmi dominanti : quello dietrologico volto ad inficiare l’autenticità di un percorso politico, e quello vittimario, volto ad assegnare il monopolio della parola e della storia alle vittime della lotta armata. Proprio questi due paradigmi rappresentano i due maggiori ostacoli, non tanto nel fare la storia di quel periodo, cosa che negli ultimi anni di fatto sta avvenendo ma, soprattutto, nel farla emergere rispetto ad una narrazione ufficiale che ha poco a che fare con la Storia e che è invece il risultato dell’affermazione di una memoria dominante, a sua volta indicativa degli attuali rapporti di forza.

2.

Che tipo di memoria si è consolidata sulla lotta armata ? Da quando e in che contesto l’ideologia vittimaria si è imposta ? Nel quadro di ridefinizione di un nuovo patto simbolico fondativo della II Repubblica che aveva portato all’istituzione di diverse giornate della memoria, nel 2006 vengono presentati diversi disegni di legge per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime del terrorismo. La discussione è centrata sulla data più appropriata da scegliere. E l’attenzione si concentra sul 12 dicembre, data della strage di piazza Fontana a Milano del 1969, riconosciuta come inizio della « strategia della tensione », sulla quale ad oggi non esiste una verità giudiziaria, e sul 9 maggio, data dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle BR, per il quale sono stati celebrati cinque processi ed emesse le rispettive sentenze. La proposta che passerà sarà la seconda, presentata da Sabina Rossa, senatrice del PD, figlia di Guido, dirigente sindacale CGIL ucciso a Genova dalle BR nel 1979. La discussione sulle due date evidenziava, in sede di dibattito parlamentare, la riproposizione delle letture e interpretazioni consolidate negli anni precedenti sui fatti che attraversarono la fine degli anni ’60 e arrivarono ai primi anni ’80. Dalla tesi dello scontro tra opposti estremismi, alla follia omicida, alla teoria del doppio stato, alla tesi della « degenerazione » del 1968, un 1968 salvabile e separabile da ciò che è avvenuto dopo, un fenomeno di costume e generazionale con eccessi estremistici dettati da esuberanza giovanile poi diligentemente rientrati. O, dalla prospettiva opposta, del 1968 come origine del male e della violenza. Vi trovò spazio anche uno dei teoremi più volte proposti da esponenti del movimento dell’epoca, e cioè quella del « terrorismo » di sinistra come causa della crisi dei movimenti, che si ritrovarono stretti tra la violenza delle organizzazioni armate e la repressione dello Stato5. Non si parlò del carattere politico del fenomeno, né di responsabilità delle forze politiche in quel conflitto. Benché non esistesse unanimità riguardo alla data, molti degli intervenuti nel dibattito, pur individuando nel 12 dicembre la data più corretta – perché data periodizzante della storia italiana – nell’ottica di favorire la costruzione di una « memoria condivisa », optarono per il 9 maggio, data indicata nella proposta di legge come simbolo dell’unione di tutti i partiti politici e della società contro il terrorismo, che passò con il voto favorevole di tutti i partiti, l’astensione di Rifondazione Comunista e Partito dei comunisti italiani ed un voto contrario.

Le parole di Olga D’Antona, moglie di Massimo D’Antona, ucciso a Roma dalle Nuove Brigate Rosse nel 1999, sintetizzavano la posizione espressa dalla maggioranza :

L’auspicio è che la giornata della memoria possa costituire l’opportunità per dare voce finalmente a coloro che sono stati vittime di quegli atti di terrore. È tempo di dare voce a coloro le cui vite sono state devastate per sempre e che, nella maggior parte dei casi, sono stati condannati all’oblio e al silenzio. È tempo che la nostra storia di terrorismo sia raccontata non solo dai terroristi e che finalmente ci si accorga di che cosa sia successo dall’altra parte, dalla parte di quei cittadini innocenti e indifesi che ne sono stati vittime6.

La centralità delle vittime, il dar loro voce ed occuparsene concretamente, divengono da quel momento, per ragioni che hanno in realtà poco a che fare con il rispetto delle loro memoria, prisma di lettura dominante sulla storia degli anni ’70.

Inizialmente e durante gli anni ’90 i familiari dei caduti negli scontri con le organizzazioni armate chiedevano allo Stato, attraverso il riconoscimento del loro status, un risarcimento economico7. Per contestualizzare e capirne l’origine, bisogna ritornare alla metà degli anni ’80, alla fase di « uscita dall’emergenza del terrorismo ». Le organizzazioni armate sono state smantellate, il progetto ed il soggetto politico che le aveva generate nelle grandi fabbriche del Nord alla fine degli anni ’60, è stato sconfitto politicamente – l’ordine e la ristrutturazione produttiva sono passati nelle fabbriche –, grande parte dei militanti arrestati e processati o con processi in corso. Lo Stato italiano doveva far fronte a migliaia di condanne per reati politici. Era, come evidenzia Sommier8, un caso unico in Europa e nelle democrazie occidentali, con un altissimo numero di prigionieri politici e la necessità di chiudere e normalizzare un lungo periodo di conflitto sociale. Le leggi di eccezione e la sola offensiva militare non erano state sufficienti a scardinare il tessuto sociale dal quale traevano forza le organizzazioni armate, a dimostrazione di quanto esso fosse radicato e diffuso. Da ciò, la necessità di intervenire non solo sul piano repressivo, ma di trovare una sorta di soluzione politica per mettere fine al conflitto sociale e armato di quegli anni. La decisione della politica fu di depoliticizzarlo, delegandolo alla magistratura ed in seguito all’apparato penitenziario. Nasce così l’istituto della dissociazione e la figura del « dissociato », favorito dal mutato contesto sociale, politico e economico. In questa situazione, gli appartenenti alle organizzazioni armate in carcere, prendendo le distanze dalla lotta armata di cui erano stati protagonisti, proponevano una collaborazione con le istituzioni, l’abiura della loro storia in cambio di una riduzione della pena. Lo fa prima di tutti Toni Negri nel 1982 rivolgendosi direttamente a Domenico Sica al quale propone di combattere insieme i « terroristi », e sarà seguito poco dopo da Prima Linea, che assumerà la dissociazione come posizione unitaria dell’organizzazione, e dalla maggioranza dei membri della Colonna Walter Alasia. Gli effetti di questa posizione furono devastanti per le organizzazioni armate e si rivelarono come uno dei più potenti meccanismi della loro dissoluzione, attaccandone la solidarietà interna e rimuovendone la storia.

Occuparsi più dei terroristi che delle vittime significò quindi dare priorità, attraverso la dissociazione e il pentitismo, alla risoluzione di un conflitto politico-sociale, « normalizzarlo », un problema che per lo Stato era più urgente e pressante rispetto alle richieste di risarcimento che contemporaneamente venivano dai familiari delle vittime e che di fatto per diversi anni rimasero inascoltate. L’AIVITER (Associazione Italiana Vittime del Terrorismo e dell’Eversione contro l’ordinamento costituzionale dello Stato) si costituisce nel 1985 proprio con lo scopo di sollecitare interventi legislativi di tipo risarcitorio a favore dei caduti nello scontro con le organizzazioni armate. E proprio sulla dissociazione, che diverrà legge nel 1987, ma che iniziò ad essere praticata già da prima, si innescò la prima polemica dell’associazione delle vittime del terrorismo. Maurizio Puddu, consigliere provinciale della DC, una delle vittime delle BR, e presidente dell’Associazione, dichiarava che bisognava rispettare la legge, ma che

il diritto non va stravolto in questo modo. Negli articoli del provvedimento non si richiede neanche il pentimento, ma soltanto la dissociazione. Si poteva almeno includere una postilla con la quale ai terroristi si imponeva di chiedere perdono alle vittime9.

In realtà, contrariamente all’interpretazione di Puddu, la dissociazione era il vero atto di pentimento : diversamente dal « pentito » (la tradizionale figura del delatore), l’ex « terrorista dissociato » prendeva atto dei suoi errori, abiurava il suo passato e si impegnava per il futuro a non usare più la violenza come metodo di lotta politica. Collaborava attivamente a smontare i fondamenti della sua organizzazione e a mettere in crisi anche le altre, prestando allo Stato un lavoro molto più efficiente del delatore e per il quale riceveva l’indulgenza dello Stato, cioè una riduzione della pena. Una pratica molto simile ai processi condotti secoli addietro dalla Chiesa contro gli eretici e lontana dal diritto che in questo senso, sì, ne usciva stravolto, e non solo per le riduzioni di pena concesse in base al « ravvedimento ». In seguito, alla fine degli anni ’90, la richiesta di Puddu – la postilla che imponesse al detenuto di chiedere esplicitamente perdono alle vittime – venne accolta. Infatti, benché non fosse contemplato in alcuna legge, i giudici di sorveglianza, a loro discrezione, imposero come ulteriore requisito per l’ottenimento della libertà condizionale il contatto scritto tra detenuti e vittime o familiari delle vittime, facendo di nuovo carta straccia del diritto10, di qualche secolo di storia del diritto. L’intera lotta al terrorismo fu condotta, del resto, diversamente da quanto affermavano allora i partiti e le istituzioni, e da quanto reiterano oggi, con strumenti non contemplati dallo « Stato democratico e di diritto ».

La polemica da parte delle vittime crebbe quando, tra il 1987 e il 1988, si iniziò ad ipotizzare la possibilità di un indulto per i non dissociati e non pentiti, in seguito alla proposta di soluzione politica avanzata dai principali dirigenti delle BR : prendendo atto dell’esaurimento di un ciclo di lotte e dell’irripetibilità delle esperienze che lo avevano caratterizzato, ponevano la necessità di un « oltrepassamento », senza abiure e pentimenti rispetto alla propria storia, e la necessità di un’amnistia per i prigionieri politici e per gli esuli. Non un atto di pacificazione, ma un provvedimento politico che, considerando chiusa un’epoca, permettesse una riflessione storico-politica e non giudiziaria, con un confronto esteso a tutte le parti coinvolte. La proposta suscitò un dibattito in seno ai maggiori partiti, in primo luogo DC, PCI e PSI, trovando al loro interno, seppur tra i distinguo, disponibilità all’apertura di un dialogo. Minore disponibilità, sin dall’inizio, fu espressa da parte delle vittime e di grande parte della stampa. Fu Maria Cristina Tarantelli, sorella di Ezio, ucciso dalle BR, a rispondere dalle pagine de La Repubblica – il quotidiano più impegnato sul fronte del no alla soluzione politica – attaccando lo Stato, immobile davanti alle richieste di sostegno economico per le vittime, scettica verso i pentimenti e le dissociazioni11. Fino a questo momento, da parte dei familiari e delle associazioni delle vittime, la questione continuava a ruotare essenzialmente attorno alla richiesta di risarcimento. Fu il fronte contrario, presente trasversalmente all’interno dei partiti, di fronte alle aperture, ad agitare strumentalmente proprio la questione del rispetto delle vittime per bloccare la discussione12, che venne comunque avviata. Ci furono una serie di incontri in carcere tra rappresentanti di tutti i partiti e alcune cariche istituzionali e militanti BR che avevano aderito alla proposta della soluzione politica. Il confronto si interruppe quando, nel 1988, militanti BR ancora attivi, contrari alla prospettiva di superamento della lotta armata, in un’azione uccisero Ruffilli. Per i prigionieri politici non pentiti e non dissociati, il cui numero era alto e costituiva per lo Stato un problema, il mondo politico scelse una « via d’uscita individuale », delegando, questa volta all’apparato penitenziario, la ricerca di una soluzione, dando ai prigionieri politici che non avevano aderito alla dissociazione la possibilità di accedere ai benefici previsti per i detenuti comuni nella legge Gozzini. Non rispondendo ad una legge e ad un programma generale, tutto dipendeva dagli orientamenti dei direttori di carcere, dei giudici di sorveglianza, i quali decidevano, caso per caso, la concessione di permessi, l’accesso al lavoro esterno e l’iter seguente per l’ottenimento della libertà condizionale. I tentativi di trovare una soluzione continuarono a più riprese, non più come confronto tra prigionieri politici e rappresentanze istituzionali, ma come iniziative di partiti o singoli parlamentari. Nel 1989 fu presentata una proposta di legge il cui intento, chiaro dal tenore degli articoli che la componevano, proponeva una soluzione giudiziaria, ponendo la questione del riequilibrio delle pene, che per i prigionieri politici erano state maggiori rispetto a quelle dei detenuti comuni perché aggravate dalle leggi speciali. Benché non si trattasse dunque di « perdono », il dibattito, soprattutto sulla stampa, assunse quei contorni. Il giorno seguente alla presentazione della proposta di legge, il quotidiano La Repubblica – in piena campagna contro l’amnistia/indulto – dava spazio di nuovo a Maria Cristina Tarantelli, ospitando una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica dai toni molto duri, con i quali si reiterava la disparità di attenzione esistente tra vittime, ancora in attesa di una legge che le risarcisse, e « carnefici », verso i quali lo Stato si muoveva in fretta per il loro reinserimento sociale13. Per circa due anni si alternarono interventi attraverso dibattiti pubblici, tra chi riteneva maturo chiudere definitivamente un capitolo della storia italiana e chi, al contrario, riteneva che qualsiasi provvedimento fosse da considerarsi come un tardivo riconoscimento politico accordato alle formazioni armate, alle BR in primo luogo.

In questo contesto la figura della vittima comincia ad assumere una dimensione pubblica, diviene il nuovo veicolo attraverso cui la politica, dopo aver depoliticizzato lo scontro sociale degli anni ’70 delegando la gestione dell’emergenza alla magistratura e di fatto politicizzando le funzioni di quest’ultima, cercherà di depoliticizzarlo sul piano della memoria e della storia.

Il tipo di discussione, centrato inizialmente su questioni specifiche di carattere politico che avrebbero dovuto portare alla chiusura politica di quel conflitto storicamente esauritosi, formalizzandola sul piano legislativo, assunse una connotazione che atteneva del tutto alla sfera morale e che giocava strumentalmente sulla questione del rispetto delle vittime. Il piano privato, il dolore e il rancore, come anche la disposizione al perdono di chi fu personalmente colpito dallo scontro di quegli anni, va via via monopolizzando la sfera pubblica, della politica, con poche voci critiche rimaste a contrastare. Franco Fortini, in particolare, aveva colto con lucidità il terreno su cui si stava scivolando e che avrebbe poi costituito il fondamento dell’ideologia vittimaria quando, nel 1988, scriveva :

Che cosa sia poi quell’uomo, quell’essere umano di cui parlate, quando a quello sia tolta la dimensione dell’azione comune per la solidarietà, la giustizia, la libertà e l’eguaglianza, io non riesco davvero a immaginarmelo. Che cos’è un uomo ridotto alla mera dimensione dell’interiorità morale ? Ho dalla mia, per non nominare i massimi cristiani, Marx, Nietzsche, Freud e Sartre. Essi mi rassicurano : deve trattarsi di una canaglia. O di una vittima. E che cosa vogliono infatti da noi i custodi della eticità di Stato se non fare di noi delle canaglie o delle vittime ?14

Gli anni 90 saranno scanditi dallo stesso tipo di polemica, in occasione della proposta di Cossiga di concessione della grazia a Renato Curcio15, dei primi permessi concessi ai nomi più noti della lotta armata, in tutte le occasioni di esposizione pubblica dei « terroristi ». Sullo sfondo, da un mondo politico distratto e alle prese nel frattempo con le altre strutturali « emergenze », dalla mafia a Tangentopoli, di tanto in tanto riemergeva la questione dell’indulto, la cui discussione fu di nuovo dibattuta nella Commissione Giustizia della Camera nel 1997 per concludersi in un nulla di fatto, e sul quale le associazioni dei familiari delle vittime si espressero di nuovo in modo contrario. Nel frattempo continuava con lentezza anche l’iter legislativo a favore delle vittime del terrorismo, proceduto dal 1980 al 2000 attraverso una serie di normative, e che solo nel 2004 diventerà legge16.

Proprio in quest’ottica dove predomina la sfera morale, si andava consolidando nel dibattito mediatico l’indignazione verso gli « irriducibili », i « terroristi non pentiti né dissociati » che iniziavano ad accedere ai primi benefici della legge Gozzini. Al di là della carica religioso-morale che i termini evocano, si « dimenticava » che si trattava esclusivamente di categorie giuridiche. E la categoria di « irriducibile » raccoglieva, al di là delle diverse posizioni assunte poi dai singoli rispetto alla propria storia, tutti quelli che non rientravano, secondo la legislazione d’eccezione, nelle categorie di pentito o dissociato. Essere non pentiti e non dissociati equivale dunque ad aver scontato pene più lunghe rispetto a chi ha usufruito dei benefici previsti dalle leggi dello Stato.

A contrastare la chiusura politica fu poi sempre presente, è importante sottolinearlo, un altro fattore : si chiedeva ai brigatisti di raccontare « tutta la verità » sul caso Moro, che nel frattempo si alimentava con inchieste sensazionalistiche prive di rispondenze fattuali, che davano vita ad un inesauribile filone di letteratura dietrologica, i « misteri del caso Moro », in una sorta di riproposizione della politica della fermezza che passava ora sul piano storico-politico, per allontanare ogni discussione sulle responsabilità dei suoi principali fautori, DC e PCI in primo luogo. Acquistava forza in questo senso la lettura del PCI, che riteneva non esaustive le sentenze dei tribunali dei vari processi Moro, e leggeva la storia italiana del Secondo dopoguerra come una lunga trama eversiva ai danni della democrazia – e del partito –, dalla strage di Portella della Ginestra allo stragismo degli anni ’70 e ’80, alla lotta armata comunista. Avocando a sé un monopolio del dissenso che non prevedeva né ammetteva altre forme di espressione alla sua sinistra, tanto meno soggetti « autentici » che lo potessero interpretare, il PCI ha fatto ricorso, nel corso dei decenni, alle teorie del complotto, dei provocatori e delle infiltrazioni ai danni del partito, un argomento che, a livello di propaganda, soprattutto nella sinistra, trovava terreno fertile anche per la forza dell’anticomunismo all’interno della società italiana.

3.

È nei primi anni 2000 che, accanto al paradigma cospirativo, si configura compiutamente quello vittimario. Del mondo che aveva generato la lotta armata non era rimasto più nulla se non i militanti delle formazioni armate, scomparse da ormai circa venti anni, che ancora continuavano in carcere. I partiti avevano cambiato i loro nomi, altri ne erano nati e governavano. I « ragazzi di Salò » erano celebrati in parlamento da Luciano Violante, magistrato e dirigente PCI-PDS-DS impegnato in prima linea contro i « terroristi ». Il Novecento esaurito e le sue rivoluzioni, imperfette ma che avevano comunque emancipato milioni di esseri umani fino a prima invisibili, sconfitte, e con esse anche il concetto di conflittualità come forza motrice della storia, che veniva ricacciato dall’orizzonte politico contemporaneo e dalla Storia. Il neoliberismo trionfante e la sua ideologia, che avanzava parlando di « fine della storia », se ne sbarazzava in fretta : il Novecento diventa il secolo degli orrori, dei genocidi, dei totalitarismi. La storia viene egemonizzata dalla memoria e confusa con essa, come se ne fosse sinonimo. La memoria narrante che racconta il Novecento è memoria di dolore, è il testimone degli orrori dei totalitarismi del secolo breve, della Shoah su tutto. Ed emerge come protagonista centrale la vittima. La vittima è posta come modello ideale cui ispirarsi : è la passivizzazione dell’esistente, il subire che si impone sull’agire, il non fare, il non sporcarsi le mani come valore supremo della società pacificata nell’unanime consenso liberale17.

Il racconto personale, la dimensione intimista e familiare, e cioè la dimensione privata, occupa lo spazio pubblico. La Storia con i suoi processi non lineari, contraddittori, con le sue conflittualità scompare. Le rinnovate classi dirigenti italiane esprimono con un linguaggio solo in parte nuovo, perché già presente ma non ancora pienamente strutturato, la narrazione degli « sciagurati anni di piombo ». Questa volta il vuoto della politica istituzionale viene riempito con il dolore privato delle vittime, ed in particolare delle vittime della lotta armata, dei nemici dello Stato democratico. Non potrebbero esserlo le vittime delle stragi, prive di verità giudiziaria oltre che storica, in una zona rimasta opaca. Lo dice chiaramente Giorgio Napolitano nel suo discorso nella celebrazione della prima Giornata della memoria delle vittime del terrorismo, quando dichiara la predominanza, nella storia italiana degli anni ’70, delle « trame eversive » della « sinistra estremista e rivoluzionaria », ed in particolare del « dilagare del terrorismo delle Brigate rosse » su quelle della « destra neofascista […] con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato ». Non c’è opacità sul fatto che le Brigate rosse combatterono contro lo Stato. Riguardo alle connivenze e alle responsabilità di apparati dello Stato negli attentati che hanno provocato stragi, al contrario, le tante zone di opacità non sono state dissipate. C’è poi da precisare, secondo i dati che ci restituisce la storia, che non fu la lotta armata a fare il numero più alto di vittime18. Ma il paradigma vittimario non ha bisogno della Storia per la sua narrazione, si nutre di una sola memoria dominante che si vorrebbe divenisse « memoria condivisa ».

Il segno dei nuovi tempi era stato anticipato in modo esemplare dal cinema qualche anno prima, con il film di Mimmo Calopresti La seconda volta (1995), un artificiale tentativo di confronto tra un’ex terrorista e la sua vittima che si rivela impossibile, perché non è previsto, nel film e nella realtà, che al « carnefice » sia data la parola se non per esprimere e confermare le verità dei vincitori. Domina il sovrastante monologo della vittima che non ha da ascoltare, convinto dell’assoluta estraneità e casualità di ciò che gli è accaduto, ignaro e immemore di un contesto sociale e politico del quale ha fatto parte e nel quale anche con le armi si faceva politica19. Il cambiamento di paradigma è visibile anche e soprattutto nel giornalismo televisivo, che inaugura, usando la definizione di De Luna, la « Tv del dolore ». Nel 1989 Enzo Biagi, rispondendo alla vedova del magistrato Terranova ucciso dalla mafia, che esprimeva critiche e rincrescimento verso la scelta del giornalista di intervistare Luciano Liggio, diceva : « Condivido la pena della signora Terranova e del figlio del maresciallo Mancuso. Ma non tocca ai famigliari delle vittime stabilire quello che è giusto o non giusto fare in televisione20 ». 18 anni dopo, nel 2007, Corrado Augias accoglieva l’appello dei familiari dei caduti in Via Fani e di Giorgio Napolitano, « inorriditi21 » per un’intervista trasmessa in tv all’ex brigatista dissociato Alberto Franceschini girata in Via Fani. Una televisione in cui neanche Sergio Zavoli, autore de La notte della Repubblica, troverebbe più spazio.

Sempre nella prima celebrazione della giornata dedicata alle vittime del terrorismo, l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che attraversò per intero e fu protagonista di primo piano della politica degli anni ’70, dichiarava la necessità di « dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l’ha subita22 ». Se stiamo al periodo indicato da Napolitano, e cioè dal 1969 alla metà degli anni ’80, i dati della memoria condivisa e quelli della Storia divergono. Per la Storia, difficilmente si potrà affermare che le formazioni armate abbiano scatenato la violenza terroristica, tanto più se si tace sul contesto politico e sociale che è all’origine della loro nascita. L’evento che accelera la formazione dei gruppi armati, stando alle dichiarazioni di chi vi militò e ad una consolidata storiografia, è la strage del 12 dicembre 1969 che, va ricordato, cadde alla fine di un anno che registrò il più alto numero di ore di sciopero (250 milioni in totale, considerando tutte le categorie) ed un livello di conflittualità operaia che né sindacati, né partiti della sinistra riuscivano a contenere. La prima vittima per mano di un gruppo armato avviene a Genova nel 1971, nel corso di una rapina ad opera della Banda XXII Ottobre. Il primo omicidio politico è quello del commissario di polizia Calabresi (1972), ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, defenestrato dal commissariato mentre veniva interrogato come sospetto autore della strage di piazza Fontana. L’uccisione di Calabresi, che non è mai stata rivendicata, sarà molti anni dopo attribuita da un tribunale a Lotta Continua. Il primo omicidio pianificato e rivendicato dalle Brigate rosse è del 1976.

Ma Napolitano dice anche dell’altro : « Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali23 ». Per il paradigma vittimario, il « carnefice » non torna, una volta scontata la sua pena, nelle modalità regolate dalle leggi dello Stato democratico, ad essere un libero cittadino, sussistendo per lui un permanente obbligo al silenzio, per responsabilità morali inestinguibili, e che dunque indicano uno svuotamento delle regole del diritto. Lo afferma la giustizia riparativa, usando forme apparentemente più aperte e conciliatrici rispetto a quelle giustizialiste espresse soprattutto dalle associazioni delle vittime e amplificate dal sistema mediatico che vorrebbero una sorta di ergastolo politico per i « carnefici » della lotta armata, ma in realtà più insidiose per i risvolti che presenta. La giustizia riparativa afferma, ponendo le basi per lo svuotamento e il superamento della terzietà del diritto, che l’espiazione di una condanna penale è risposta insufficiente al lutto delle vittime, non ne esaudisce la domanda di giustizia, non permette l’integrazione nel seno della comunità e la rieducazione che l’articolo 27 della Costituzione attribuisce alla pena come finalità. Per questo è necessario l’incontro e il dialogo tra « vittime » e « carnefici », dove è riconosciuto e legittimato a parlare chi si è pentito ed ha scontato la sua pena, dove la vittima domina nella sua innocenza assoluta, «nella solenne celebrazione della forza della democrazia24 », come scrive Luigi Manconi. In questo spazio è concessa la parola, è permessa la riabilitazione, riprendendo un’espressione usata da Giancarlo Caselli, a coloro che hanno «preso coscienza della loro insensatezza ». Possono parlare usando parole autorizzate in uno spazio autorizzato, o per meglio dire, in un nuovo spazio incarcerato, all’interno di una narrazione diretta a riaffermare quella lettura secondo la quale parte di una generazione, guidata da follia omicida e da un’ideologia sanguinaria, ha messo in rischio, per un momento, la tenuta dello « Stato democratico ». Sia nel primo che nel secondo caso, oltre allo svuotamento del diritto, siamo di fronte ad un percorso clerico-penitente e a un’operazione di costruzione di memoria condivisa, il cui obiettivo è quello di negare ed espungere il piano politico conflittuale iscritto nella storia. Un approfondimento ulteriore rispetto ai risvolti insiti nella dissociazione, dove lo scambio tra revisione della pena e revisione ideologica è adesione attiva alla memoria condivisa, con l’effetto di condizionare e falsare la lettura della storia.

Si costruiva tassello dopo tassello, tra il 2006 e il 2009, il monopolio della parola, e della storia, delle vittime della lotta armata, negando legittimità di esistenza alle memorie della lotta armata, e non solo di quelle non conformi alla memoria condivisa. Non avevano diritto a scrivere, e soprattutto ad essere pubblicati e discutere in spazi pubblici, i principali protagonisti della lotta armata, tuonava l’intellighenzia italiana dalle pagine dei principali quotidiani25. Agli ex combattenti si contrapponevano, in una grande campagna mediatico/pubblicitaria, e soprattutto ideologica, dalle pagine dei maggiori quotidiani, le pubblicazioni dei figli « famosi » delle vittime, da Tobagi a Calabresi, a Rossa, i cui libri diventavano il nuovo parametro per poter parlare degli anni ’70. Nomi che occupano posizioni di rilievo nel mondo politico e giornalistico, che dispongono di associazioni, che sono stati trasformati nei consegnatari autorizzati della narrazione degli « anni di piombo », proprio in virtù della loro identità di familiari di vittime del « terrorismo ». Quando alla vittima viene attribuito il potere di censura ed il monopolio della parola, dismette la sua identità di vittima. La vittima diviene esercizio di un mestiere censorio, protetto dall’involucro di una presunta morale superiore.

Vittima e familiare della vittima, sacralizzati nel rito ufficiale della giornata della memoria, istituzionalizzati dal discorso pubblico, spettacolarizzati mediaticamente, sono infatti arrivati ad incarnare una superiore moralità. La loro parola, indipendentemente dal fatto di essere corretta rispetto ai fatti o alle persone di cui si parla, e la loro posizione che esprime sofferenza assoluta pubblicamente esibita, diventa inattaccabile, la critica diventa ingiuria. Basta molto meno della critica, basta oggi il solo porre un discorso altro che si sottragga alla retorica del dolore e della condanna del male, perché scatti la censura e la riprovazione pubblica mediaticamente indotta, e addirittura l’apertura di fascicoli – ed anche senza ipotesi di reato – da parte delle procure, le denunce ai tribunali da parte delle associazioni delle vittime del terrorismo26. Anche la partecipazione al funerale di un brigatista si configura come potenziale reato e costa l’accusa di istigazione a delinquere. È un’irritazione stizzita quella espressa da Benedetta Tobagi, in occasione della morte di Prospero Gallinari, nel 2013 – al cui funerale parteciparono non solo i suoi compagni, ma alcune centinaia di persone, tra cui molti giovani – per la « consacrazione a protagonista della Storia », per le « enclave che resistono ad un terreno di valori condivisi27 ». È comprensibile, umano soprattutto, da parte di chi abbia subito lutti o sofferenze personali, una reazione di indignazione e di protesta di fronte al responsabile della morte di un suo familiare. L’espressione di odio, vendetta, rancore si comprendono ed hanno la loro ragion d’essere in quanto manifestazioni, personali e private, del dolore di ciascuno. Appartengono appunto alla sfera privata. Ed è altrettanto evidente che il dolore privato, trasposto nella sfera pubblica e istituzionalizzato, si trasforma in esercizio di potere censorio che nulla ha a che fare con il « rispetto per le vittime » e per la memoria delle vittime, ma molto con una sorta di moderno tribunale politico-mediatico dove i « valori condivisi » sono i valori dominanti, senza possibilità di espressione di critica e dissenso. Lo aveva espresso con chiarezza Franco Fortini :

Qualsiasi forza intellettuale e politica si organizzi come avversa ai modi già costituiti di espressione degli interessi e delle volontà viene immediatamente denunciata come complice o apologeta o imitatrice del terrorismo. Qualsiasi riflessione storica o teorica sul ruolo e sul significato della violenza nella storia umana che non si concluda con la celebrazione e l’esaltazione del regime di democrazia parlamentare quale supremo vertice della umana convivenza (e con la condanna della ricerca di ogni altra via) è riprovata come opera di corruzione28.

È evidente che è dai rapporti di forza politici, dai ruoli sociali, da chi ha vinto e da chi ha perso, che si accede allo status di vittima, perché le vittime non sono tutte uguali. Dai rapporti di forza politici dipende la differenziazione tra vittime deboli e vittime forti, vittime subalterne e vittime dominanti, e di conseguenza tra memorie subalterne e memorie dominanti. Fin troppo banale – ed in fondo è proprio sulla semplificazione, sull’infantilizzazione della lettura e della comprensione storica che si basa l’ideologia vittimaria – affermare che dalla prospettiva che si assume avranno un peso diverso i tanti eccidi proletari che costellano la storia repubblicana, le fucilate delle forze dell’ordine sui manifestanti nelle piazze, le stragi – quando ancora le BR erano lungi dall’esistere – e i caduti in divisa dello Stato per mano delle BR. Una logica che finisce per inghiottire al suo interno anche quanti criticano il meccanismo vittimario, nel momento in cui pongono e contrappongono vittime a vittime, dandogli alimento e riconoscimento come categoria interpretativa e valoriale che porta all’identico risultato di congelare il senso e la comprensione storica e politica. Ci sono vittime e assassini laddove non si riconosce un conflitto. E che per venti anni ci sia stato un conflitto sociale entro il quale ha trovato spazio anche la lotta armata sta scritto nella Storia, lo dicono le cifre, i morti su fronti contrapposti, le leggi speciali, il carcere speciale, la tortura, gli esili. Dimenticare che lo Stato ha fatto pagare ai familiari delle vittime della strage di piazza Fontana le spese processuali senza fornirgli nemmeno una verità giudiziaria certo non si può. E se la verità giudiziaria oggi non ha più molto senso, è importante al contrario una verità storica. Che non può essere praticata se la Storia si legge come scontro tra bene e male – dove il bene e le vittime coincidono con i valori che si impongono come dominanti, e che lo sono proprio perché risultato di rapporti di forza politici e sociali determinati dall’esito di conflitti – ; se la Storia è usata per l’istituzionalizzazione del rancore, come vendetta sociale e politica dei vincitori. Non è una specificità italiana, è la base ideologica del neoliberismo ed ha come finalità proprio quella di ricacciare la conflittualità che sta nella storia e nella politica, depoliticizzandola. Ma l’Italia ha precorso i tempi in questo caso, negando più volte la politicità di quel conflitto: durante il suo svolgimento, con la politica della fermezza ; a conclusione, con la dissociazione e con la soluzione dell’« uscita individuale », liberandosi del problema dei prigionieri politici senza assumere un provvedimento di natura politica a chiusura di un´epoca politicamente e storicamente conclusa; ed infine, in questi ultimi anni, cercando di cancellare la memoria di quel conflitto con la narrazione vittimaria e di togliergliene autenticità con quella grande « fake narration » che è la dietrologia. Togliere la parola, e la storia, a chi fu protagonista di un conflitto sociale, di cui la lotta armata è stata parte integrante, è un’operazione squisitamente ideologica, perfetta per nascondere ciò che non può essere taciuto sul piano della storia e che riemerge ogni volta che ci si avvicini alle fonti della storia. La memoria – la testimonianza diretta di chi incarnò quel conflitto – è una delle fonti per la ricostruzione della storia, e la ricerca storiografica può prescindere dalla memoria dei figli e dei nipoti delle vittime, ma non può fare a meno delle memorie dei « carnefici ». Per la Storia, l’esistenza di una pluralità di memorie, testimoni dei fatti, in conflitto tra loro, è indispensabile per ricostruire, comprendere e dare conto della complessità sociale e dei fenomeni che essa ha prodotto, dei rapporti di forza presenti in determinate circostanze ed epoche, indispensabili per la conoscenza storica. E quanto più si amplia e si approfondisce lo studio del contesto sociale del periodo, delle storie, dei percorsi politici dei militanti delle organizzazioni armate, in altri termini, quanto più si sottrae un periodo storico alla « normalizzazione » sotto cui è stato compresso, tanto più cadono i luoghi comuni entro cui tutta quella stagione di lotte – e di conquiste che oggi sono state quasi per completo cancellate – è stata stretta.

Per lo scontro tra bene e male, tra vittima e carnefice, per il paradigma vittimario, tutto questo non serve, la Storia non serve : anzi, è un problema.

Silvia De Bernardinis

1 Vedi AaVv., La mappa perduta, Roma, Sensibili alle foglie, 1994 e Steccanella Davide, Gli anni della lotta armata, Milano, Bietti, 2018.

2 De luna Giovanni, « Tribunale speciale per la difesa dello Stato », in De Grazia Victoria, Luzzatto Sergio (dir.), Dizionario del fascismo, Torino, Einaudi, 2003, vol. 2, p. 739.

3 Agamben Giorgio, « Cattive memorie », Il Manifesto, 23 dicembre 1997.

4 Gli esempi sono numerosi, ne riporto uno recente ed emblematico di Anna Maria Vinci che, riferendosi all’importanza dello studio delle fonti, così conclude : « Non pratica dunque alcuna forma di “soggettivismo brigatista” chi accede alla contorta e oscura prosa di quei movimenti eversivi : è un passaggio necessario che richiede, tra l’altro, uno sforzo critico (e di pazienza) di rilievo. Le elucubrazioni illeggibili di molte delle fonti accennate meritano, appunto, una valutazione non distratta relativa al lessico di una generazione, nella commistione e/o nel conflitto tra privato e pubblico, tra “lessico familiare” e discorso politico », Battelli Giuseppe, Vinci Anna Maria, Parole e violenza politica. Gli anni Settanta nel Novecento italiano, Roma, Carocci Editore, 2013, p. 21.

5 Discussione della proposta di legge : S. 1003 – Senatori Rossa ed altri : Istituzione del « Giorno della memoria » dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice (Approvata dalla I Commissione permanente del Senato) (A.C. 2489) ; e delle abbinate proposte di legge Ascierto ; Angela Napoli ; Zanella ed altri ; Zanotti ed altri (A.C. 1071136119952007), Seduta n. 150, 2 maggio 2007, in

http://documenti.camera.it/apps/nir/getRiferimentiNormativi.aspx?base=1&blnDea=0&strURL=http://documenti.camera.it/leg15/resoconti/assemblea/html/sed0150/stenografico.htm

6 D’Antona Olga, Ibid.

7 Secondo i dati presenti in La mappa perduta, op. cit., le vittime delle organizzazioni armate di sinistra furono 128, delle quali oltre la metà è costituita da Polizia di Stato (38), Carabinieri (21), polizia privata (10), polizia penitenziaria (8), Forze armate (2), magistratura (8), politici (6).

8 Sommier Isabelle, Pentimento e dissociazione. Fine degli anni di piombo in Italia ?, in http://www.bellaciao.org/it/spip.php?article3213

9 Patruno Roberto, « Primo sconto per i dissociati BR », La Repubblica, 12 marzo 1987.

10 Il primo caso in cui un tribunale di sorveglianza si rivolse all’Associazione delle vittime fu quello di Vincenzo Acella, dissociato BR, nel 1999.

11 Tarantelli Maria Cristina, « Vittime e carnefici », La Repubblica, 21 gennaio 1988.

12 Affermava il responsabile Giustizia del PCI, Cesare Salvi : « I familiari delle vittime non possono costituire merce di scambio. È vergognoso che lo Stato non abbia ancora adempiuto ai suoi doveri nei loro confronti, ma questo non ha niente a che vedere con le iniziative di cui si discute. Si deve ascoltare la loro voce, ma non si può scaricare sulle loro spalle ciò che spetta allo Stato », M.S., « Il PCI chiede chiarezza » , La Repubblica, 28 gennaio 1988.

13 Tarantelli Maria Cristina, « Così lo Stato tutela i terroristi ma non si occupa delle vittime », La Repubblica, 21 luglio 1989.

14 Fortini Franco, « Non è solo a voi che sto parlando », in Disobbedienze II, Roma, Il Manifesto Libri, 1996.

15 In polemica con l’allora presidente della DC, Ciriaco De Mita, e con il Ministro di Grazia e Giustizia, Martelli, Francesco Cossiga affermava : « solo chi ha combattuto la guerra può chiedere la pace », in Rizzo Renato, « Caro Martelli, non siamo ragazzini », La Stampa, 18 agosto 1991.

16 Legge 3 agosto 2004, n. 206, Nuove norme in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice.

17 Cfr. Giglioli Daniele, Critica della vittima, Milano, Nottetempo, 2014.

18 Il numero delle vittime, per il periodo che va dal 1969 al 1982, è di 351, secondo i dati riportati da Dalla Porta Donatella, Rossi Maurizio, Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi italiani, Bologna, Materiali di ricerca dell’Istituto Cattaneo, 1984. Più nello specifico della lotta armata, secondo i dati raccolti da Progetto Memoria, le vittime provocate dalle formazioni armate della sinistra sono state 128 ; di queste, 72 sono state provocate dalle azioni delle BR considerando il periodo che va dal 1970 al 1988. Se si considera il periodo 1970-1981 – dalla fondazione dell’organizzazione alla prima scissione della colonna Walter Alasia – le vittime sono 48. Nel periodo successivo, 6 morti sono stati provocati da azioni della W. Alasia (tra il 1981 e il 1983), 12 dalle BR-PG (tra l’aprile 1981 e l’ottobre 1982), 6 dalle BR-PCC (dal 1981 al 1988), cfr. La mappa perduta, op. cit.

19 Cfr. Balzerani Barbara, Compagna luna, Roma, DeriveApprodi, 1998, p. 125-133.

20 Bolzoni Attilio, « Quell’infame discorso di Liggio », La Repubblica, 23 marzo 1989.

21 Augias Corrado, « Ascoltare in tv gli assassini dei nostri cari », La Repubblica, 9 marzo 2007.

22 Napolitano Giorgio, Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo, Palazzo del Quirinale, 9 maggio 2008, in http://presidenti.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=1246

23 Ibid.

24 Manconi Luigi, Graziani Federica, « Il giusto congedo dal peso di quegli anni », Il Manifesto, 24 gennaio 2017.

25 Precursore in questo senso fu, nel 1998, Antonio Tabucchi con un intervento censorio, dalle pagine del Corriere della Sera, contro il libro di Barbara Balzerani, Compagna Luna, pubblicato da Feltrinelli, la sua stessa casa editrice, alla quale lanciò un aut-aut imponendo di scegliere tra la permanenza di Balzerani o la sua. E che si risolse a suo favore.

26 Quanto accaduto a Barbara Balzerani per aver detto che quello della vittima è un mestiere censorio in occasione della presentazione di un suo libro al Centro Popolare Autogestito (CPA) di Firenze il 16 marzo 2018. In quell’occasione tutto l’evento fu filmato senza autorizzazione, con telecamere nascoste, e poi trasmesso in un programma tv sensazionalistico.

27 Tobagi Benedetta, « Se il carceriere di Moro diventa eroe sul web », La Repubblica, 15 gennaio 2013, e Id., « Irriducibili. Perché gli ultimi terroristi fanno ancora discutere », La Repubblica, 24 gennaio 2013.

28 Fortini Franco, Non è solo a voi che sto parlando, op. cit., p. 37-38.
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Riflessioni sui riti commemorativi del 25 Aprile e 1° Maggio: la storia è già stata riscritta e revisionata

Tante le parole usate in questi riti commemorativi. Io mi ritrovo con chi ha difficoltà ad accettare tali rituali. D’accordo, lo sappiamo, i riti hanno svolto un ruolo importante nella costruzione dell’identità di chi popola le nazioni contemporanee, però…!

Abbiamo ascoltato parole consumate dagli anni e parole nuove fatte con materiali ordinari, scadenti, ma anche parole impetuose come “Quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva”; parole dette dal capo dello stato il 25 aprile, e poi, di seguito, solide parole di monito volte a condannare “interessate riscritture della storia”.

Partiamo da qui, parole di ammonimento e di esortazione; ma c’è un fatto: la storia è stata già riscritta, ci sono già state profonde e “interessate riscritture storiche” che hanno smantellato l’impianto storico su cui si reggeva la nuova repubblica, secondo gli intendimenti di chi ha fatto la resistenza e di chi ha scritto la Carta Costituzionale e che dovevano definire la nostra identità collettiva.

Non possiamo far finta di niente, sottovaluteremo la propagazione odierna di linguaggi, di atteggiamenti e di culture che stanno intensificando comportamenti razzisti. E li vediamo chiaramente! Abbiamo il dovere di precisare il periodo e gli artefici di questa riscrittura, analizzare le cause del revisionismo storico, quello che c’è stato e che si è diffuso ovunque, dalla scuola, ai media, alla comunicazione, al linguaggio, alla cultura, ecc. Dobbiamo individuarne gli artefici, i complici, ma anche chi li ha lasciati fare, chi ha chiuso un occhio e anche tutti e due. Da questa conoscenza iniziare a combattere tutto ciò per sconfiggerlo. Altrimenti è inutile mettere in fila belle parole cui è stato sottratto il senso originale e resistente.

Provo a dare qualche contributo, nella convinzione che altre e altri riprendano e amplino la ricerca per arrivare, in poco tempo, a fare chiarezza e a farla finita con l’oscurantismo capitalista.

* l’assedio revisionista è iniziato quando ha preso piede quella cultura un po’ citrulla che si è prodotta negli anni Ottanta, ben definibile da una amabile vignetta Altan: “Dopo il freddo degli anni piombo, godiamoci il calduccio di questi anni di merda“.

*oltre alla privatizzazione dei servizi, alla drastica riduzione del welfare, c’è stato anche una privatizzazione della memoria, talmente forte che quella collettiva è stata travolta dal groviglio di memorie particolaristiche.

*La pervasività dei media, quelli conosciuti come grandi costruttori di identità e di verità e quelli “minori” che si sono affiancati: i social network. Questi ultimi si sono ritagliati il ruolo attuale dimesso e vago proprio perché hanno preso piede in un periodo in cui regnava il misero ritorno ai triti e ritriti sentimenti familisti e individualisti sospinti alla banalizzazione di aspetti complessi della realtà. Questo intreccio di fattori ha piegato anche le complesse ricostruzioni storiche, fino ad allora garantite, fino a sbianchettarle, farle scomparire. Così si è prodotto un coacervo di ricostruzioni commisurate più al convenzionale e banale senso comune, alle mode propagandate dai media, agli stereotipi e luoghi comuni che non al senso dell’appartenenza collettiva. Un linguaggio qualunquistico si è dunque affermato, più simile al fanatismo sportivo, che è andato di pari passo all’affermazione di ideologie politiche altrettanto banali. Una sorta di dittatura delle banalità, un tempo patrimonio dei bar degli avvinazzati.

*La nuova moda revisionista fatta di stereotipi ha cercato prima di far velo alla ricerca storica, complessa e laboriosa per poi sostituire del tutto le ricostruzioni storiche degli avvenimenti, anche di quelli che avevano un portato tragico. Il giudizio storico è stato progressivamente soppiantato da un paradigma vittimario che si è sovrapposto al dibattito storico, anche acceso e polemico intorno a fenomeni complessi, per confezionare una strana e per certi versi imbarazzante e confusa competizione tra le vittime alla ricerca di quelle che potevano attribuirsi, con giravolte ardite, un grado di sofferenza superiore alla altre. Un garbuglio che fa titolare allo storico Giovanni De Luna un libro che mette bene in chiaro questi passaggi: “la repubblica del dolore”.

*È stato, ed è in corso, il trionfo della memorialista e il calo delle riflessioni storiche con conseguente diminuzione, fino alla loro scomparsa, delle responsabilità di governi, istituzioni, partiti e di strategie politiche per la non riproduzione della banalità del male.

*L’ideologia vittimaria ha prodotto la moltiplicazione delle associazioni dei parenti delle vittime, di tutte le vittime. Da quelle della seconda guerra mondiale con al centro la tragedia della shoah, passando per le stragi degli anni Settanta, fino ai fenomeni più recenti.

Tutto si tiene con questa ideologia: la totale assenza di un qualsiasi rapporto col passato dei grandi partiti che da allora governano questo paese (ma non solo), il partito di Berlusconi che ha iniziato il processo revisionista inserendo personaggi reazionari nei media e nelle istituzioni, il partito democratico che ha seguito pedissequamente e il movimento 5stelle che… lo vedete da voi, fino alla Lega che per inventarsi un passato ha dovuto fare un salto indietro di quasi 900 anni; alla fine è arrivata la galoppata frenetica del legislatore per istituire “giornate della memoria” o “del ricordo” di questi o di quelli:

* 27 gennaio “giorno della memoria” per le vittime della Shoah e deportazione; 10 febbraio “giorno del ricordo” per le vittime delle foibe, ribaltando la conoscenza storica faticosamente elaborata nell’immediato dopoguerra grazie alla collaborazione di chi era presente e agente, combattente e civile, in quel periodo; 9 novembre “giorno della libertà” per festeggiare l’abbattimento del muro di Berlino, dimenticando che da allora i muri si sono moltiplicati ed estesi; 9 maggio giorno delle vittime del terrorismo, senza individuare quale terrorismo, né precisare il senso di questa parola e a chi attribuirla; 12 novembre “ricordo delle vittime” militari e civili delle missioni internazionali per la pace, ma erano veramente per la pace?; 4 ottobre “giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse”, che entra clamorosamente in contrasto con quella di prima; il 2 ottobre “festa dei nonni” forse per equilibrare il “giorno della mamma” e “del papà”; e ancora la giornata delle “vittime della criminalità”; così come a quelle “della mafia”, fino alle “vittime del dovere”; non potevano mancare le “vittime dei gulag sovietici”; ma anche le “vittime del comunismo”; e perché no le “vittime dell’incuria dell’uomo e delle calamità naturali”; e ancora le “vittime della libertà religiosa” e tante altre che non ricordo, ma potranno essere aggiunte da chi ne conserva memoria. Non si è riuscito a istituire il “giorno della memoria in ricordo delle vittime africane dell’occupazione coloniale italiana”, queste no!, nemmeno in questo prosperare di giornate delle vittime, quelle del colonialismo italiano continuano a non avere voce… e così sia!

Questo è solo l’inizio di un lungo ragionamento, che spero si diffonda e interessi la gran parte delle giovani generazioni, in modo che possano affrancarsi dalla sudditanza a una evidente omologazione dei consumi e degli stili di vita, decisi da altri.

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