A diciassette anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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Strage di piazza Fontana, 12 dicembre 1969

12 dicembre 1969 – Milano strage di Piazza Fontana

Erano le 16,30 circa di venerdì 12 dicembre 1969. Nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano si stavano svolgendo le contrattazioni dei fittavoli e dei coltivatori diretti, allorché vi echeggiò il fragore dell’esplosione di un ordigno di elevata potenza. Quasi contemporaneamente il rinvenimento di una borsa piena di esplosivo alla Banca Commerciale, questa non riesce a esplodere. Poi la scena si sposta a Roma: alle 16,55 alla Banca Nazionale del Lavoro, alle 17,22 è la volta dell’altare della Patria, una esplosione alla base del pennone alzabandiera del monumento, una seconda esplosione alle 17,30 sui gradini della porta di accesso al Museo del Risorgimento.

Il Corriere della Sera del 15 dicembre commenta: “ Che tutti questi atti terroristici siano opera di un’unica organizzazione sembra fuori di dubbio”. E più avanti riferendosi agli attentati di Roma: “A meno che gli attentatori l’abbiano attuato proprio per sviare e complicare le indagini”. Un ragionamento sensato che dura soltanto lo spazio di una mattinata. Subito dopo arrivano le indicazioni dall’alto, molto in alto, deve partire la campagna stampa della “caccia all’anarchico” con l’assassinio la notte stessa di Giuseppe Pinelli. È il primo tassello dell’opera di criminalizzazione a tutto campo del movimento e di vasti settori, non irregimentati, del movimento operaio.

Le bombe del 12 dicembre non furono una sorpresa per nessuno. Dall’ottobre 1969 al gennaio 1970 le denunce a seguito delle lotte durante l’autunno caldo sono state 13.903, di cui 3.325 per occupazione illegale di azienda, terreni o edifici pubblici; 1.712 per violenza privata; 1.610 per occupazione di binari ferroviari; 1.376 per interruzione servizio pubblico. Oltre 60 i tipi di reato contestati, offerti alla repressone dal codice fascista, ben conservato e tuttora in vigore.

Dopo le bombe di Stato, quel tormentato e straordinario ’69 si chiuse con la firma dei contratti di lavoro. Il 23 dicembre ’69 venne firmato il contratto dei metalmeccanici. L’8 dicembre era stato siglato quello delle aziende a partecipazione statale. Il 24 dicembre toccò a quello dei braccianti, il 31 dicembre a quello degli edili. Conclusi i contratti, e con la conflittualità in discesa, si pensava vi sarebbe stato un allentamento della repressione. Successe il contrario. Una «revanche» padronale ben coadiuvata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Una vera e propria vendetta postuma o probabilmente per cercare di mettere la parola fine alla crescita delle lotte.

Picchetti ai cancelli, cortei interni, assemblee improvvisate nei reparti, qualche azione di sabotaggio, tutto questo diventava crimine. Una sorta di pacchetto sicurezza Salvini cinquant’anni prima. Il crimine era aver infranto l’ordine della produzione capitalistica, aver trasgredito la disciplina di fabbrica, aver contrastato i soprusi dei guardioni. E dire che le manifestazioni dell’autunno caldo nel ’69 erano state abbastanza tranquille.

«Lelio Basso del Psiup spiegò l’autunno caldo senza incidenti con il fatto che la polizia non si era fatta vedere e le organizzazioni sindacali hanno potuto assicurare esse l’ordine pubblico. Luigi Anderlini della Sinistra indipendente ricordò in Parlamento che durante una manifestazione di 60.000 a S. Giovanni non il più piccolo incidente […]. E quale è stata una delle ragioni del senso di responsabilità dei giovani? L’assenza della polizia […]. Così vanno le cose in Italia quando non c’è la polizia». [Donatella Della Porta, Herbert Reiter, Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla Liberazione ai «no global», 2004]

Il controllo della conflittualità aveva due strategie. Quella del Pci, Psi e sinistra Dc voleva concedere ai dirigenti delle confederazioni il tempo e la tranquillità necessarie per riportare la base tumultuosa e i settori operai ribelli all’interno del quadro di compatibilità capitalistiche, con qualche concessione normativa ed economica, sospendendo i provvedimenti repressivi da attuare semmai in un secondo tempo.

L’altra strategia faceva perno su Psdi, Pri, destra Dc e Confindustria e puntava a colpire subito le avanguardie operaie, la parte ribelle della classe e ridurre lo spazio delle confederazioni sindacali. Ciò che preoccupava i padroni era la crescita in fabbrica di una forza organizzata operaia che contrastava punto per punto l’ordine produttivo. La denuncia e il controllo della nocività di alcune lavorazioni era la nuova frontiera della lotta, a partire dai poli chimici come Porto Marghera. Si scopriva la nocività nascosta di gran parte della produzione, fino ad affermare che «nocivo è il lavoro salariato», il lavoro in regime capitalistico. Era uno slogan oppure coscienza di classe? Sta di fatto che la lotta contro la nocività costringeva per la prima volta i padroni a non cavarsela con quattro soldi per pagare la nocività o mettere l’aspiratore, ma imponeva riduzioni di orario, la quinta squadra per le lavorazioni a ciclo continuo, l’ingresso in fabbrica di tecnici non di nomina padronale ecc. E questa era coscienza di classe.

«Con piazza Fontana abbiamo perso l’innocenza». Questa la frase di alcuni sociologi o politologi che hanno interpretato quella strage come l’inizio di una nuova fase. Ma non è stato così!

Innanzitutto il problema dell’innocenza non era stato per nulla posto, in quegli anni. Non ne avevamo vista nelle nostre strade di innocenza. Avevamo visto le costanti repressioni delle lotte operaie e proletarie, le stragi che hanno segnato la nascita della Repubblica “democratica” e il suo percorso, l’apparato statale fascista traghettato indenne nella «Repubblica democratica », il connubio Stato-mafia che aveva stroncato nel sangue il movimento dei braccianti e dei contadini. Erano innocenti le fucilate sulle manifestazioni? Erano innocenti le galere tenute in condizioni identiche al fascismo? Era innocente aver mantenuto un codice penale che portava e porta ancora la firma di Benito Mussolini? In questo paese e in tutta Europa non c’era traccia di innocenza.

Dopo il massacro della guerra il capitalismo occidentale ci presentò l’altro scenario, quella della ricostruzione composta da arrivismo egoistico, accaparramento senza timore, profitto sui morti, borsa nera, affamamento e il supersfruttamento, arricchimento sulla pelle altrui, la religione asservita ai ricchi e ai massacri, il moralismo bigotto. Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote.

Ci hanno raccontato in famiglia, in parrocchia, nella scuola e alla tv, che noi italiani eravamo «brava gente» anche quando i nostri baldi giovanotti in divisa, tricolore in testa, erano andati a portare la «civiltà» in Libia, in Somalia e in Etiopia, l’Abissinia la chiamavano, ci hanno raccontato che andavamo a costruire scuole e strade e a insegnare la coltivazione, non come gli altri colonialisti che sfruttavano e schiavizzavano. Tutte falsità, massacri (100mila solo in Libia un paese di nemmeno 800mila abitanti). Al pari del colonialismo criminale della civile Francia che per mantenere schiavizzata l’Algeria l’elettricità non la portava nelle campagne ma l’attaccava alle gengive e ai testicoli dei combattenti algerini che si battevano per l’indipendenza. Per non parlare del terrore inglese in India e altrove o di quello spagnolo o portoghese oppure olandese con l’apartheid in Sudafrica.

Non era un problema di innocenza; il potere cercava la nostra complicità. Ci invitava a sederci a una tavola che cominciava a essere ben imbandita ma sempre imbrattata di sangue, di degrado, di squallore e di sfruttamento. Parte della giovane generazione di allora ha accettato l’invito, come sembra accettarlo anche oggi, barattando la propria dignità con una vita fatta di senso dello stato e obbedienza, di assenza di pensiero critico, vacanze e auto super tecnologiche, di carriera e di arroganza. In quegli anni, una parte di quella generazione, ha detto no! quella tavola l’abbiamo sovvertita!

È bastato qualche anno di lotta per riconoscere nell’uso della forza l’unico strumento valido per avere voce. L’insubordinazione operaia questo insegnava. È questa la spiegazione comprensibile soprattutto alle nuove generazioni, quella che si trova nella lotta tra le classi, aspra in quegli anni. Una lotta che cominciava a cambiare i rapporti di forza tra le classi e prospettava un cambiamento dei rapporti di produzione e dei rapporti sociali. È comprensibile che le classi dirigenti e il ceto politico, che si nutrivano di quello sfruttamento, non volevano accettare il cambiamento, e provarono a schiacciare il movimento che lo praticava. Hanno usato tutti i mezzi a disposizione: bombe, stragi, arresti, fucilazioni per strada e dentro le case; processi speciali, carceri speciali e tribunali speciali, condanne altrettanto speciali e torture quelle consuete e quelle straordinarie per ottenere la delazione, il pentimento, pestaggi e lusinghe per ottenere la dissociazione, e pene infinite.

È questo l’armamentario della lotta di classe nelle mani dei padroni, perché stupirsi? Lo usano i regimi dittatoriali quotidianamente, ma anche i regimi democratici, soprattutto quando vedono avanzare un movimento che ha l’obiettivo di rivoluzionare il presente.

Dunque la strage di Piazza Fontana non arriva come un fulmine a ciel sereno:

Il 2 dicembre ’68, ad Avola, la polizia aprì il fuoco contro una manifestazione di braccianti, sotto i colpi della forza pubblica rimasero uccisi Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, centocinquanta le denunce.

Il 9 aprile ’69, a Battipaglia, in provincia di Salerno, la polizia caricò una manifestazione di operai e braccianti e poi iniziò a sparare uccidendo Teresa Ricciardi e Carmine Citro di 19 anni, rimasero feriti molti altri manifestanti. Su richiesta del prefetto erano stati inviati a Battipaglia 120 carabinieri e 160 agenti di Ps; alla fine della giornata i carabinieri erano 300 e gli agenti 700.

L’11 aprile ’69 scoppiò rivolta all’interno del carcere Le Nuove di Torino. I detenuti chiesero l’abolizione del regolamento penitenziario del regime fascista, Ps e carabinieri stroncarono violentemente la protesta e, con le armi da fuoco, ribadirono la legittimità delle norme fasciste.

Il 25 aprile ’69 due bombe esplosero a Milano, una alla stazione centrale e l’altra alla Fiera, allo stand della Fiat.

Il 12 maggio ’69 tre ordigni esplosivi, due a Roma e uno a Torino. La polizia aggredisce una manifestazione a Torino contro il caro affitti e arresta una trentina di persone e ne ferisce una settantina.

Il 25 luglio ’69 a Milano scoppia bomba al Palazzo di giustizia.

Nella notte tra l’8 e il 9 agosto vengo effettuati otto attentati ferroviari.

Il 25 ottobre ’69 «l’Unità» riferisce di proteste degli agenti di Ps, con il titolo: «Hanno scioperato a Torino gli operai del reparto manganelli ».

In conclusione possiamo affermare che nulla è cominciato e nulla è finito quel 12 dicembre 1969. È stato un episodio criminale e terroristico interno alla lotta di classe, uno dei tanti perpetrato dalle classi dirigenti per fermare l’avanzata di un movimento rivoluzionario. In continuità con i 91 proletari uccisi (dal ’47 al 2011), 674 proletari feriti, 44.325 operai uccisi in fabbrica dal ’51 al ’66, uno ogni mezz’ora di lavoro. 15.677.070 operai infortunati sul lavoro.

Con quelle stragi e quel terrore NON hanno fermato un bel niente!

Quello scontro è durato oltre un decennio. Compito di oggi è dare nuova vita al conflitto con le innovazioni necessarie.

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No al TASER, No ai TSO

NO AL TASER! NO AI TSO CON LE SCOSSE ELETTRICHE!!!

Dal 5 settembre 2018 in Italia il Thomas A. Swift’s Electronic Rifle ( TASER ) è in fase di sperimentazione in dodici città italiane: Milano, Torino, Padova, Reggio Emilia, Bologna, Genova, Firenze, Napoli, Caserta, Catania, Palermo e Brindisi.

La pistola elettrica è stata usata la prima volta il 12 settembre a Firenze dai carabinieri per fermare un giovane musicista turco di 24 anni disarmato in stato di agitazione. Il ragazzo, in seguito al fermo, è stato ricoverato in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) presso il reparto di psichiatria dell’Ospedale S. Maria Nuova di Firenze.

Il Taser è considerato un dispositivo utile a garantire la sicurezza degli agenti. L’arma spara due dardi collegati alla pistola da cavi sottili. Quando il dardo colpisce il bersaglio, una scarica di corrente elettrica a impulsi provoca una paralisi neuromuscolare che concede agli agenti alcuni secondi per immobilizzare il soggetto. La pistola può anche essere premuta contro il corpo, causando dolore intenso. Le pistole in dotazione ai carabinieri non hanno bisogno di essere ricaricate e quindi possono sparare due colpi, ossia quatto dardi.

La dotazione del Taser viene giustificata dalla non mortalità dell’arma, nonostante venga considerata dall’ONU uno strumento di tortura. Il Governo Italiano per mantenere la sicurezza dei cittadini, piuttosto che ridurre i casi di applicazione della violenza, preferisce dare alle forze dell’ordine la possibilità di sparare di più facendo meno vittime. Il Ministro dell’Interno Salvini, nel DDL Sicurezza ha inserito l’estensione dell’arma anche ai vigili urbani e alla Polizia ferroviaria oltre che alle altre forze di Polizia.

Nella ricerca “Shock tactics” della Reuters, su 1005 casi di morte legati all’uso del Taser, ben 257 vengono ricondotti all’uso dell’arma su soggetti con “disturbi psichiatrici e malattie mentali”; mentre in 153 casi il Taser è indicato come causa o come fattore che ha contribuito alla morte.

Il fatto che il primo uso della pistola elettrica in Italia sia stato su una persona in stato di agitazione è perfettamente in linea con le intenzioni dell’azienda produttrice dell’arma, Taser International, ora AXON, che già nel 2004 riteneva la pistola elettrica “lo strumento più adatto a gestire persone emotivamente disturbate”.

Ci preoccupa e allarma molto il fatto che si cominci ad usare il Taser su persone in difficoltà, in stato di agitazione o di crisi, per poi ricoverarle nei reparti psichiatrici. Ad oggi il TSO è un metodo coercitivo che obbliga il soggetto ad un trattamento farmacologico pesante e sradica la persona dal proprio ambiente sociale, rinchiudendola in un reparto psichiatrico, ignorando la complessità delle relazioni umane e sociali e molto spesso ledendone i diritti.

Noi ci opponiamo a tutto ciò! Il superamento delle crisi individuali passa attraverso un percorso comunitario e non attraverso l’utilizzo di metodi repressivi e/o coercitivi che risultano dannosi alla dignità dell’individuo. Ci chiediamo perché non viene attribuito alla rete sociale il giusto valore.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

antipsichiatriapisa@inventati.org artaudpisa.noblogs.org

335 7002669 via San Lorenzo 38 56100 Pisa

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Cinquant’anni fa la strage di Avola

I braccianti scrollatisi di dosso il controllo della mafia e dei caporali intensificano la lotta per affermare i propri interessi. Lo stato risponde con la strage.

Il 2 dicembre 1968, ad Avola, la polizia aprì il fuoco contro una manifestazione di braccianti, sotto i colpi della forza pubblica rimasero uccisi Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, circa 50 i feriti da arma da fuoco e centocinquanta le denunce.

Avola una cittadina, a pochi chilometri da Siracusa, è una zona ricca di orti e di agrumi. Conosciuta per la qualità delle mandorle, le migliori.

Da tempo era iniziata la protesta dei braccianti, rivendicavano l’aumento della paga giornaliera dalle 3.110 alle 3.480 lire come percepivano i braccianti della zona A. In quell’Italia latifondista, democristiana e mafiosa le aree erano divise in “gabbie salariali” con paghe diverse. La provincia di Siracusa era divisa in due zone: la zona A, che comprendeva i comuni di Lentini, Carlentini e Francoforte e la zona B, con Siracusa e i restanti comuni della provincia, in cui la paga era inferiore e l’orario di lavori più lungo di mezzora. La logica delle “gabbie salariali” riguardavano tutto il territorio nazionale, serviva a favorire gli investimenti di capitale e i profitti conseguenti e indeboliva la compattezza della forza lavoro, frantumata dalle differenze salariali. Ci sono voluti i possenti scioperi del 1968-69 per spazzare via le “gabbie”, oggi rinate sotto altre forme.

I braccianti agricoli aderenti alle organizzazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) da due anni avevano intrapreso una grande lotta, con numerose proteste e scontri come quelli verificatisi a Lentini con feriti e arresti, per ottenere un aumento del 10 per cento sulle paghe per equipararle a quelle della zona A.

Gli agrari si arroccarono sul NO e rifiutarono perfino l’incontro con le rappresentanze sindacali. Gli scioperi si intensificavano, il 25 novembre veniva indetto uno sciopero generale per sbloccare la situazione, oltre 30.000 lavoratori agricoli entrarono in sciopero, proprio nelle giornate in cui maturavano le arance. La lotta si allargò e si inasprì, coinvolse anche i sindaci dei paesi che partecipavano ai cortei.

Il 2 dicembre venne indetto ancora uno sciopero generale per la vertenza dei braccianti. Loro avevano l’appoggio della popolazione e degli studenti e in massa dilagarono nelle strade provinciali, ostruendole con mucchi di pietra. A questo punto il governo, sollecitato dagli agrari, attivò i prefetti perché ordinassero ai sindaci di far rimuovere i blocchi, ma il sindaco di Avola, Giuseppe Danaro rispose «andrò a unirmi agli scioperanti per presentarmi alla polizia e intimarle di abbandonare il paese».

I braccianti si erano scrollatisi di dosso il controllo della mafia e dei caporali ed erano lì ad affermare i propri interessi, non restava allo stato che tirar fuori i militari: arrivarono nove camionette cariche di agenti, per complessivi novanta militari col mitra, il tascapane pieno di bombe lacrimogene e l’elmetto da guerra. Questi iniziarono lanciando quantità enormi di bombe lacrimogene cui risposero grandinate di pietre proletarie, anche il vento si ribellò e scelse da che parte stare rimandando il fumo in faccia ai militari. Altri braccianti accorsero a ingrossare il blocco. lo stato non volle cedere e ordinò la fucilazione di massa, che scompaginò il blocco di scioperanti.

Due ammazzati con i mitra, tanti i feriti da arma da fuoco, oltre 50 arrestati e 150 denunciati. I militari dopo il massacro se ne andarono velocemente, temevano che dai paesi la rivolta li sommergesse.

Restarono sulla strada oltre due chili di bossoli, carcasse di due automezzi della polizia dati alle fiamme., chiazze di sangue. Sulle motociclette e motorini dei braccianti i militari avevano sparato sui serbatoi per sfregio, per vendetta, per vigliaccheria, per impedire di spostarsi. Lo stile dei militari riproduce esattamente quello mafioso, se ti ribelli devi essere punito, non si trasgredisce l’ordine e, con le armi si ribadisce a tutti qual’è l’ordine del potere: l’alleanza capitalisti, stato, mafia non ammette ribellioni.

Saputo della strage di Avola, in ogni posto di lavoro si attuarono fermate dal lavoro e manifestazioni.

Sindacati e sinistra moderata chiesero il “disarmo della polizia”, per poi dimenticarsene e diventare, dopo qualche anno, questurini.

Le assemblee cittadine e di fabbrica analizzarono i motivi della strage. Era tutto terribile ma chiaro! L’apparato di potere aveva detto la sua con decisione: l’ordine capitalistico-mafioso è immodificabile; le briciole del “boom economico” verranno offerte alle masse solo in cambio della totale sottomissione.

La strage di Avola e quelle successive (il 9 aprile eccidio di stato a Battipaglia) ha dato uno scossone al movimento del ‘68,  per far capire che la polizia di stato può sparare. Difatti sparerà anche nelle manifestazioni studentesche, come la notte del Capodanno del ‘68 durante una contestazione a Viareggio degli studenti contro i frequentatori del lussuoso e squallido locale notturno “La Bussola”: Soriano Ceccanti rimarrà paralizzato dai colpi di arma da fuoco e continueranno

Avola, con la sua rivolta, contrastata dallo stato con la strage, ha segnato uno spartiacque per tutto il decennio successivo: non più subire, rilanciare l’offensiva di classe contro questo sistema marcio da rivoluzionare dalla fondamenta.

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Aumentano le morti in carcere e nei posti di lavoro!

I luoghi cardine di quest’ordine sociale: Carcere e fabbrica (posto di lavoro) producono sempre più MORTI.

Morti in carcere : al 25 Nov 2018,  60 suicidi e un totale di 134 di morti per cause da accertare

– lo scorso anno, alla stessa data: 47 suicidi e un totale di 115 per cause da accertare, il  27% in crescita i suicidi!

Perché si muore in carcere?

Morti sul lavoro: al 31 agosto 2018 sono 713  i morti sui luoghi di lavoro il 6,4% in più dello scorso anno

Perché si muore sul lavoro?

Dunque le morti crescono e le tensioni aumentano, aggiungendo alle morti gli atti di autolesionismo in carcere, intorno ai diecimila, e le 641.000 denunce di infortunio nei posti di lavoro nell’anno scorso, con 571 menomazioni fisiche.

Ancora e sempre Carcere e Fabbrica. Le due strutture intorno a cui ruota l’ordine produttivo del sistema capitalistico.

La fabbrica, o posto di lavoro, esprime la sudditanza ai dogmi del presente capitalista, il mercato, la crescita, il debito, lo spread, l’impresa, la produttività, ecc. Le persone che lavorano nelle fabbriche, chiamiamoli anche posti di lavoro, producono tutto quello che è intorno a noi e che utilizziamo per vivere e anche per morire. Ma sono anche quelle che pagano sulla loro pelle il mantenimento di questo schifoso ordine.

Il carcere, esprime la necessità del sistema capitalista di ammaestrare le persone e modellarle in sintonia con un ordine immutabile e una rigida disciplina. Queste le condizioni per essere riammesse nel consorzio sociale, con lo status di persona sfruttata, sottomessa e, come tale, accettata.

Alcuni/e obietteranno: ma il carcere e la fabbrica sono cambiati!

Sono cambiati i nomi, le definizioni, gli aggettivi: ad esempio: stanza di pernottamento invece di cella; collaborazione invece di subordinazione, ecc., ma è un cambiamento per farli restare tali e quali nelle loro funzioni essenziali.infortuni, atti di auto

Ciò che succede in questi due mondi così connessi, Carcere e Fabbrica, possono essere un indice della condizione dell’intero ordine sociale. E ne viene fuori una condizione disastrosa e insopportabile.

Perché ancora sopportare?

Perché non imprimere alle tensioni, che pure si esprimono, una direzione conflittuale in grado di imporre un cambiamento nel senso degli interessi strategici delle persone sfruttate e sottomesse.

Dobbiamo farlo! Non c’è più tempo per aspettare!

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Il carcere uccide – tutte/i a Velletri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Morti per Suicidio in carcere dal 1 gennaio al 15 novembre 2018 sono  =58=

su un totale di =128= morti per carenza cure mediche o per cause da accertare.

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4 novembre, ma quale vittoria?

4 Novembre, ma quale vittoria?

Ne hanno fatte di commemorazioni, cerimonie, inni cantati, bandiere sventolate e discorsi ufficiali per ricordare con enfasi un orribile grande massacro: circa 37 milioni, tra cui più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili. Uno sterminio, superato soltanto dal successivo grande massacro della seconda guerra mondiale (le cui motivazioni furono le conseguenze di quel primo grande massacro). Una carneficina di persone innocenti causate dalla stupida grettezza dei generali e dalla avidità dei politici, convinti che sul tavolo della spartizione finale del bottino, un gran numero di vittime in combattimento consentiva di richiedere più territori.

Hanno detto tante cose inutili e dannose, ma hanno dimenticato di ricordare il vero motivo della fine della guerra. Non è stata “l’eroico sacrificio” dei ragazzi diciottenni mandati a morire inutilmente; né l’opera di diplomazie accorte e capaci, né la consapevolezza di leader politici cui piaceva continuare l’affare guerra.

La parola FINE all’infamia della “grande guerra” è stata messa dalla rivoluzione dei marinai, soldati e operai in Germania.

Nazionalismi, senso di appartenenza, patria, simboli e bandiere hanno solo contribuito a generare il massacro. La coscienza della classe proletaria l’ha fatto cessare. Questa è la verità. Il resto sono chiacchiere miserevoli!

Questi i fatti:

Nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 1918 iniziò la grandiosa rivolta dei marinai tedeschi, che mise fine al primo massacro mondiale.

Nonostante i quattro anni di guerra già trascorsi che avevano massacrato e affamato gran parte del proletariato europeo, i vertici militari drogati di un nazionalismo fascistoide in combutta con la frenesia di imprenditori, banchieri e politici che volevano continuare a fare affari sulla sporca guerra.

Dalle fila della classe operaia più cosciente, attiva e organizzata d’Europa, dopo quella russa, partì un secco rifiuto alla continuazione di quella porcheria omicida. Il massacro, di cui erano corresponsabili i dirigenti dello stesso movimento operaio (socialdemocratici) avendo votato i crediti di guerra e appoggiato la borghesia dei rispettivi stati nazione per rilanciare l’economia in crisi con lo sterminio di vite e di ambienti umani, doveva cessare.

Così gridarono i marinai in quella notte della fine di ottobre del 1918.

Sulle navi da battaglia del Primo Squadrone la “Thuringen” e la “Helgolandsi verificarono veri e propri atti di ammutinamento e sabotaggio.

La mattina del 4 novembre gruppi di rivoltosi si mossero per la città coinvolgendo le numerose caserme del territorio. Karl Artelt organizzò il primo consiglio dei soldati, cui presto ne seguirono altri. I soldati e i lavoratori presero il controllo delle istituzioni civili e militari di Kiel. Il governatore della base della marina Wilhelm Souchon si vide costretto a negoziare e ritirare le accuse ai marinai imprigionati.

Le truppe mandate dai comandi militari per reprimere la rivolta, furono intercettate dagli ammutinati, i soldati dell’esercito in parte si ritirarono, in gran parte si unirono al movimento dei rivoltosi.

Così la sera del 4 novembre 1918 Kiel era saldamente nelle mani di circa 40.000 marinai, soldati e lavoratori ribelli e organizzati in Consigli.

Nelle stesse ore, a Berlino i Delegati Rivoluzionari delle grandi industrie avevano progettato un sovvertimento per l’11 novembre, ma erano stati colti di sorpresa dagli eventi rivoluzionari iniziati a Kiel. La sera del 9 novembre questi operai occuparono il Reichstag e formarono un parlamento rivoluzionario.

La rivolta operaia covava da tempo. Nelle fabbriche di armamenti la produzione si riduceva continuamente per la non-collaborazione della classe operaia che, da un po’ di tempo, era passata a veri e propri atti di sabotaggio. Crescevano consigli operai in tutte le fabbriche tedesche.

Delegazioni dei consigli dei marinai, dei soldati e degli operai si recavano in tutte le maggiori città tedesche. Il 6 novembre Wilhelmshaven era nelle loro mani; il 7 novembre la rivoluzione abbracciava città come Hannover, Braunschweig, Francoforte e Monaco di Baviera. A Monaco un consiglio dei soldati e dei lavoratori costrinse l’ultimo re di Baviera, Ludovico III, ad abdicare. La Baviera fu il primo stato dell’Impero ad essere proclamato repubblica da Kurt Eisner della USPD. Nei giorni seguenti anche negli altri stati tedeschi tutti i principi reggenti abdicarono, l’ultimo il 22 novembre fu Günther Victor dello Schwarzburg-Rudolstadt.

Intanto il 9 novembre 1918 Karl Liebknecht, da poco rilasciato dal carcere e tornato a Berlino per rifondare la Lega Spartachista, proclamava la Repubblica socialista, da un balcone del Castello di Berlino. Due ore prima Philipp Scheidemann, vice presidente della socialdemocrazia, non volendo lasciare l’iniziativa agli Spartachisti, si affacciò su un balcone del Reichstag e con mossa molto astuta e contro la volontà dichiarata dello stesso Ebert – davanti ad una folla di dimostranti proclamò la fine dell’impero e la nascita della Repubblica.

Intanto il 28 ottobre 1918 la costituzione del 1848 era stata emendata per rendere il Reich una democrazia parlamentare contrariamente a quanto previsto dalla costituzione del 1871. Nasceva il “Consiglio dei Commissari del Popolo” (Rat der Volksbeauftragten), composto da membri della MSPD e della USPD.

Poi la rivoluzione venne sabotata dalla leadership socialdemocratica; e le guerre, lo sfruttamento e l’oppressione continuarono.

Per leggere l’andamento di quei giorni vai qui  

quiquiquiqui  e  qui

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Concerto contro le pene capitali

2 Novembre 2018

P RIMO CONCERTO CONTRO LE PENE CAPITALI

Ergastolo e Pena di Morte

Roma, Auditorium Via di Santa Croce in Gerusalemme, 55. Ore 18

La cooperativa Sensibili alle foglie e Spin Time Labs si fanno promotori di questo evento contro le pene capitali nel mondo. Anche se in Italia la pena di morte è abolita, vige tuttavia la pena dell’ergastolo che non ne costituisce un’alternativa, in quanto essa stessa è “pena fino alla morte”.  Pena di morte ed ergastolo sono due istituti penali che inducono l’agonia in chi vi viene condannato, decretando la morte della persona ad ogni prospettiva sociale e il suo lento “vivere morendo”.

L’intento del concerto è quello di favorire uno spostamento narrativo, arricchito dal linguaggio musicale, che collochi con decisione l’ergastolo fra le pene capitali. E’ stato scelto simbolicamente come data il due novembre, giorno dei morti, per consentire a quelle parti di società, attente a questi temi, di raccogliersi per celebrare il proprio lutto in relazione all’esistenza di una morte sociale da pena capitale, esplicitando la propria umana sofferenza e la propria indisponibilità al fatto che delle istituzioni, che agiscono in nome del popolo italiano, possano condannare e condannino persone all’agonia fino al sopraggiungere della morte. Nello spirito di promuovere una cultura abolizionista delle pene capitali sono stati invitati alcuni musicisti a comporre uno o più brani intorno al tema dell’ergastolo e della pena di morte e le associazioni attive contro le pene capitali, a sostenere il concerto con la loro adesione. La risposta è stata positiva: 15 i musicisti che hanno accolto l’appello e che eseguiranno complessivamente 25 brani. Dieci le associazioni che sostengono il concerto e che saranno presenti con materiale informativo.

Con questa lettera si invitano le persone con una aspirazione abolizionista e i cittadini tutti a non mancare all’appuntamento testimoniando in tal modo la loro indisponibilità alle pene capitali e l’esistenza di una umanità in cammino e non in trincea.

L’ingresso al concerto prevede una offerta minima di 5 euro, che consentirà di far fronte alle spese di organizzazione.

Per ulteriori informazioni

Nicola Valentino, nicolavalentino1954@gmail.com

Giulia Spada, dr.ssagiuliaspada@gmail.com

Paolo Perrini, paoloperrini@hotmail.com

Sensibili alle foglie facebook

Spi Time Labs facebook

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Libertà di opinione contro i ricatti aziendali

Lettera aperta. Libertà di opinione contro i ricatti aziendali

Vi chiediamo di aderire (individualmente o collettivamente) e di diffondere questa lettera contro i licenziamenti politici e i ricatti delle aziende contro delegati sindacali, lavoratori e precari in lotta.

Per la libertà di opinione e organizzazione nei posti di lavoro e ovunque.

Per costruire una rete di solidarietà mutualistica a sostegno di delegati e precari che si mobilitano sotto il ricatto aziendale.

Augustin Breda, operaio Electrolux RSU; Riccardo De Angelis, RSU TIM spa; Dante De Angelis, Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Ferrovie; Gian Paolo Adrian, Rsu operaio Fincantieri

Per adesioni via mail: lavoratoriautoconvocati@gmail.com

Sono sempre più frequenti i provvedimenti disciplinari da parte delle aziende contro lavoratori/trici e delegati sindacali che esprimono opinioni pubbliche dentro e fuori i luoghi di lavoro che concernono le condizioni lavorative, le vertenze le ristrutturazioni o sui problemi di sicurezza e appalti.

Diventano più frequenti anche le sentenze con cui la magistratura conferma la legittimità del cosiddetto “obbligo di fedeltà” nei confronti dell’azienda.

L’articolo del codice civile che ne parla è il 2105. Il titolo di questo articolo è infatti proprio “Obbligo di fedeltà”. Il testo dell’articolo però elenca precisamente i casi in cui varrebbe questo obbligo. Infatti, esso così recita: “Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio”.

Questo articolo, tante volte richiamato per giustificare licenziamenti individuali di lavoratori, non impone un generico dovere di fedeltà verso il datore di lavoro, ma si limita a stabilire per i lavoratori e le lavoratrici il divieto di concorrenza ed il divieto di divulgazione delle notizie riguardo l’organizzazione dell’impresa. Ossia vieta comportamenti che possono pregiudicare la competitività dell’azienda sul mercato a vantaggio del lavoratore stesso o di una specifica impresa concorrente. Non c’è traccia di limitazione della libertà di opinione né tanto meno di quella sindacale (garantite tra l’altro dalla Costituzione). E’ evidente quindi come la stragrande maggioranza dei licenziamenti che si appellano al presunto “obbligo di fedeltà” siano licenziamenti politici e atti di intimidazione contro chi intendesse mobilitarsi attivamente contro lo strapotere aziendale.

DA PARTE DELLA CASSAZIONE VI E’ STATA QUINDI UNA INGIUSTA E IMMOTIVATA INTERPRETAZIONE ESTENSIVA DI QUESTA NORMA CHE AUSPICHIAMO SIA AL PIU’ PRESTO SOTTOPOSTA AL GIUDIZIO DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE.

Il metodo del defunto Marchionne, santificato solo poche settimane fa, non ha lasciato solo schemi organizzativi di produzione che “portano a valore” anche i tempi perduti per i bisogni fisiologici, ma la totale supremazia degli interessi del profitto, perfino sul pensiero di chi lavora.

L’OBBIETTIVO SEMBRA ESSERE QUELLO DI STERILIZZARE ANCHE LE CAPACITA’ DI RIFLESSIONE, DI ELABORAZIONE CRITICA DEI MODELLI PRODUTTIVI E FINANCHE LA POSSIBILITA’ DI DISCUSSIONE TRA I LAVORATORI.

L’idea che si esca dalla “crisi”, dando mano libera agli interessi di impresa, è il presupposto per cui tutto deve contribuire agli utili. Tutto, compreso il “welfare”, deve portare profitto alla stessa.

La motivazione che viene anche usata come giusta causa nei provvedimenti disciplinari, è che niente deve disturbare la creazione del profitto, nulla deve nuocere.

Denunciare l’organizzazione del lavoro di una azienda che si ingegna ogni giorno per strappare quote sempre più marginali di profitto tanto da compromettere la salute dei dipendenti è quindi …lesiva!

Criticare a torto o a ragione le condizioni in cui versano i lavoratori è “denigratorio e lesivo dell’immagine aziendale”, mentre risulta sempre più accettabile che si possa sottopagare un lavoro, non applicare i contratti, appaltare e sub appaltare, non rispettare le leggi su sicurezza igiene negli ambienti di lavoro ecc… Il fine ultimo non è il benessere dei cittadini (come hanno tentato di farci credere per anni con la formuletta profitto=sviluppo=benessere) bensì prima gli utili…altro che prima gli italiani!

Perciò, in questo schema autoritario, un dipendente, in quanto tale non può esprimere la sua opinione se non VUOLE incappare sempre più spesso nella repressione padronale, volta non solo a tacitare la voce stonata CON ATTI SANZIONATORI ma ‘PIEGARE’ E SOTTOMETTERE ANCHE SOTTO IL PROFILO PSICOLOGICO QUALSIASI ESPRESSIONE, PENSIERO O COMPORTAMENTO RITENUTO OSTILE ALLE ASPETTATIVE AZIENDALI.

E’ PARADOSSALE CHE IN TEMA DI LIBERTA’ FONDAMENTALI, QUALI QUELLO DI PENSIERO E DI PAROLA, IL CITTADINO ‘DIPENDENTE’ SIA SOTTOPOSTO A UN REGIME RIDOTTO – BEN OLTRE IL CONTENUTO DELL’ARTICOLO 2105 – RISPETTO AI DIRITTI RICONOSCIUTI ALLA GENERALITA’ DEI CITTADINI.

Viceversa anche quando il tema sono i morti sul lavoro: si può far esprimere liberamente nelle interviste dei TG nazionali un padrone, o un caporale, i quali ci spiegano perché “siano costretti” ad avvalersi di lavoro nero, sottopagato e senza alcuna tutela immediata e posticipata, in quanto altrimenti non avrebbero abbastanza margine per essi stessi, se a parlare e denunciare è il lavoratore allora è leso l’obbligo di fedeltà.

Questa è la sintesi di una dicotomia che si espande in ogni ambito nella società con il principio “prima di tutto i profitti”. Chi come noi invece denuncia da tempo la sottovalutazione delle conseguenze di tale principio, non si RASSEGNA ALLA strage perpetua DEI 13.000 morti sul lavoro in 10 anni, ai disastri ferroviari, ai ponti che cadono, ai tetti delle scuole o delle chiese che crollano MA VUOLE INCIDERE SULLA REALTA’ ANCHE CON LA VOCE CHE ARRIVA DIRETTAMENTE DAI LUOGHI DI LAVORO perché SIAMO PIENAMENTE CONSAPEVOLI E viviamo tutti i giorni questa politica in cui non si investe sulla sicurezza, sul benessere, sulla salute delle persone SE NON dove si possa attendere una remunerazione e UN PROFITTO.

Questa non è una qualsivoglia società civile, ma barbarie!

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Indagine su un’epidemia: ingente uso degli psicofarmaci

Presentazione di “INDAGINE SU UN’EPIDEMIA”, di e con R. Whitaker

Sala Ovale, Parco delle Energie –  Roma, Via Prenestina 175

Una recensione sul libro di Whitaker “Indagine su un’epidemia” QUI

Alcune segnalazioni su giornali e riviste: QUIQUIQUI  e  QUI

Per ascoltare la registrazione di un’intervista a Robert Whitaker sul suo libro, fatta a radio Wombat dal collettivo antipsichiatrico di Pisa, Artaud, clicca QUI

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Arrestato il sindaco di Riace

La comunità di Riace colpita slealmente

Un’altra ignominia compiuta dalla giustizia italiana grazie all’applicazione della legge che punisce il “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Arresti domiciliari per il sindaco di Riace Domenico Lucano e il divieto di dimora per la sua compagna Tesfahun Lemlem.

Il piccolo comune di Riace, grazie all’opera del sindaco e all’attivazione della comunità, con le molteplici attività di accoglienza e integrazione, è diventato il comune più esaltato nel mondo e punto di riferimento per smentire tutte le sciocchezze che si urlano sul fenomeno migratorio.

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti, le accuse contestate, ma il Gip di Locri ha smussato molto le accuse della Procura della Repubblica di Locri, rigettando le più pesanti.

Ricordiamo tutte e tutti, lo spero, che la legge su cui si è basata la Procura della Repubblica per le accuse contro il sindaco di Riace è la famigerata Legge del 30 luglio 2002, n. 189, nota come la legge Bossi-Fini, del governo Berlusconi, che ha disciplinato l’immigrazione modificando in senso fortemente repressivo e punitivo la normativa  esistente in materia (Decreto legislativo 25 luglio 1998, del governo Prodi, anch’esso inadeguato a comprendere il fenomeno migratorio che già aveva avuto inizio e mettere in atto politiche dell’accoglienza e meccanismi e strutture adeguate). È inutile ricordare la personalità “integerrima” dei due firmatari, Bossi e Fini, ne sono piene le cronache.

Va ricordato invece che i primi tempi dell’operare di questa legge ha visto l’incriminazione di numerosi comandanti di navi per aver salvato e portato a bordo persone che stavano per affogare in mare. Una delle più indegne figuracce fatte dal ceto politico italiano che ha messo davanti all’incolumità delle persone la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, facendo diventare  “reato” penale una norma secolare, accettata da tutte le civiltà marinare che intimava di salvare in mare chiunque (anche nemici) a rischio di annegamento.

Svegliamoci!!!!!!!!!! 

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