A quindici anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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Quale tendenza per la Repressione? Privatizzazioni delle carceri o controllo territoriale?

Qualche giorno fa ho letto questo interessante articolo su Hurriya, dal titolo “Italia – Uno sguardo sulla privatizzazione delle carcerihttps://hurriya.noblogs.org/post/2016/09/21/italia-uno-sguardo-sulla-privatizzazione-delle-carceri/

             Che si apra un dibattito serrato sulle tendenze e sugli orientamenti della repressione in questo paese è cosa auspicabile; che vi partecipi tutto il movimento è indispensabile, in quanto proprio il movimento è uno degli obiettivi della repressione (non l’unico, poiché  la repressione tiene sotto controllo e colpisce tutto ciò che si muove in contrasto con l’ordine esistente capitalista, come le micro attività extralegali assai diffuse). E dunque provo a dire la mia.

            Il carcere nasce contemporaneamente alla fabbrica così come il diritto che lo rende attivo e che sancisce la supremazia del capitale sul lavoro Il carcere è uno dei pilastri su cui si impianta il capitalismo. Le banche, le religioni, la famiglia, il moralismo, il conformismo e quant’altro è stato utile al capitalismo, avevano avuto una propria vita precedente. Il carcere nasce per assicurare la forza lavoro ai nascenti opifici della prima e delle successive rivoluzioni industriali. Compito quanto mai necessario poiché la popolazione agricola e pastorale espropriata e condotta in fabbrica ne fuggiva, non sopportando le terribili condizioni di vita e di lavoro dentro quelle manifatture. Reprimere il vagabondaggio prodotto dalla questa fuga (il Vagabond Act è del 1597 e raccoglie e unifica le molte leggi e sentenze già esistenti per reprimere ferocemente questo fenomeno) e per ammaestrare/ disciplinare i riottosi ad accettare il loro destino di forza lavoro subordinata alle esigenze della produzione capitalista, sono questi i compiti del carcere. In realtà il carcere non riesce a educare o convincere la massa proletaria della “bontà del lavoro produttivo” ma ottiene l’assoggettamento del proletario al ruolo di “non-proprietario” per mezzo del terrore repressivo. La “crisi” dell’istituzione carceraria, a tratti riproposta da analisti giuridici e sociologi, l’accompagna fin dal suo sorgere in epoca borghese: il penitenziario nasce già afflitto da questa malattia mortale, la sua storia è la storia di una riforma impossibile ed ha oscillato tra la sua scomparsa o la riattivazione come strumento di terrore. (per Foucault per mezzo dell’inserimento in carcere di una parte dell’illegalismo diffuso, il potere ha voluto selezionarne una fascia ristretta, nominandola “criminale” e identificata come “nemico”, lasciando indenne l’altro illegalismo maggioritario necessario alla sopravvivenza e alla riproduzione del sistema capitalistico. Il carcere dunque come creatore della criminalità).

Pur affiancato alla fabbrica, pur riproducendo i ritmi e la disciplina di fabbrica, pur obbligando a svolgere -a volte- il lavoro forzato, ma non sempre produttivo, il carcere ha avuto e avrà fino alla sua esistenza una funzione molto diversa dalla fabbrica. Il sistema penitenziario con l’enorme quantità di donne e uomini che contiene segregate, non serve a produrre merci di vario tipo, come avviene nelle fabbriche, ma  serve a produrre la merce per eccellenza, quella merce indispensabile al funzionamento del modo di produzione capitalistico nel suo complesso: il proletario operoso e docile! Senza il quale l’intero meccanismo crollerebbe miseramente: ed è quello che le compagne e i compagni perseguono operando in modo che il proletario operoso e docile si trasformi in proletario rivoluzionario autorganizzato.

Va pur detto che, purtroppo, fin qui l’ammaestramento/ disciplinamento è riuscito; tuttavia il capitale richiede che la repressione-carcere continui ad operare per adeguare il proletario operoso alle nuove esigenze del capitale.

Il sistema penitenziario è quindi una fabbrica di proletari operosi, non di merci.

 «L’uomo nel penitenziario è l’immagine virtuale del tipo borghese che egli deve sforzarsi di diventare nella realtà … Come – secondo Tocqueville – le repubbliche borghesi, a differenza delle monarchie, non violentano il corpo, ma investono direttamente l’anima, così le pene di questo ordinamento aggrediscono l’anima. Le sue vittime non muoiono più legate alla ruota per lunghissimi giorni e notti intere, ma periscono spiritualmente, esempio invisibile e silenzioso, nei grandi edifici carcerari, che solo il nome, o quasi, distingue dai manicomi.» [M.Horkheimer – T.Adorno,  Dialettica dell’illuminismo]
 «Il salario per il lavoro carcerario non retribuisce una prestazione; funziona invece come una macchina delle trasformazioni individuali; una funzione giuridica, perché questo (il salario) non rappresenta la “libera cessione” di forza lavoro, ma un artificio che dà efficacia a delle tecniche di correzione». [M.Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione]

             È successo, e potrà succedere di nuovo, che la sete di profitto di singoli imprenditori, in combutta con le amministrazioni pubbliche, imponga a questa massa di persone, rese schiave dalla reclusione, lavorazioni particolari per realizzare profitti, ma queste incursioni non cambiano la natura del sistema repressione-carcere. Anche in una fase di privatizzazione spinta, come quella attuale (che però grazie alle contraddizioni che ha accentuato, fa già intravvedere probabili  inversioni di tendenza), di stravolgimento delle forme giuridiche nel rapporto di lavoro e di inserimento di “nuove”, che fanno parlare di “precarizzazione”, la funzione della repressione-carcere mantiene quel compito di plasmare e ammaestrare la forza lavoro alle nuove esigenze del capitale.

            Non è stato lasciato solo il carcere a svolgere questa orrenda funzione di ammaestramento/ disciplinamento. In passato ha avuto l’ausilio della religione, della famiglia, della scuola, dei moralismi, della tradizione, dei media, ecc., oggi, oltre a questi, ha il sostegno dei media molto più potenti di prima, ma si sono aggiunti i centri commerciali e i tantissimi aggeggi che connotano lo status del consumatore.

            Il profitto dei capitalisti all’interno del sistema carcerario è sempre ricercato, come in ogni altro pezzo di realtà; soprattutto nei periodi in cui l’andamento del mercato del lavoro ha fatto salire la domanda di mano d’opera o diminuire l’offerta.

La storia del carcere, in particolare quella statunitense, per tutto un periodo è anche storia di impiego della popolazione reclusa, e ci offre alcuni esempi dei tentativi di singoli imprenditori di sfruttare la forza lavoro reclusa che si affiancava alla necessità delle amministrazioni che gestivano le carceri per ridurre i costi del mantenimento della popolazione detenuta. È nei primi decenni dell’Ottocento che la pressione di alcuni capitalisti si materializza: i detenuti vengono affittati (leasing system– inizialmente il più diffuso) o prestati (contract system che diventerà poi ancor più diffuso del leasing) a imprenditori per attività produttive. Oppure impiegati dall’amministrazione per lavori pubblici all’esterno del penitenziario per costruire strade, ferrovie, ecc. (public-works system). Con le varie forme di utilizzo della forza lavoro prigioniera come forza lavoro produttiva, ad esempio il carcere di Sing Sing viene costruito dal lavoro dei carcerati nel 1825, molte amministrazioni carcerarie grazie a questi profitti portano in attivo i loro bilanci. Ma l’interesse di alcuni imprenditori e funzionari pubblici non è la stessa cosa dell’interesse del capitalismo nel suo insieme. I profitti arrivano ma la realtà di questi aggregati di detenuti-forza lavoro è disastrosa. Cominciano quindi a schierarsi  consistenti settori di opinione pubblica contro il lavoro penitenziario, si vuole ripristinare il ruolo del carcere come produzione di proletari disciplinati e obbedienti; ci sono anche i sindacati, che vedono nel dilagare del lavoro penitenziario un abbassamento del salario medio e attraverso petizioni e addirittura scioperi puntano alla fine di questo esperimento. «I vostri funzionari hanno potuto vedere gli internati non perfettamente istruiti nelle varie discipline professionali; schiavizzati da imprenditori privati, in alcune ipotesi a salario ridotto e in altre ipotesi impiegati per il profitto dello Stato; il loro prodotto collocato sul mercato ad un prezzo di poco superiore al costo delle materie prime e tutto questo per la rovina dei liberi operai» [Storia del Lavoro negli Stati Uniti, vol I]. Soprattutto è il ceto politico che, in nome degli interessi complessivi del sistema capitalistico, si mette al lavoro per riportare il carcere alla sua funzione prioritaria: operare per il mantenimento e la riproduzione dell’ordine capitalistico. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il lavoro penitenziario, anche negli Usa, si ridimensiona fortemente, rimanendo di poco superiore alla media europea dove, l’azione dei sindacati molto più incisiva di quelli statunitensi, farà quasi scomparire la produzione penitenziaria.

            In Italia, le attività lavorative inserite nei penitenziari dopo la fine del secondo macello mondiale (Girardengo, B-Ticino, ecc.) sono durate poco grazie all’azione congiunta di sindacati e imprenditori che lamentavano una concorrenza squilibrata da parte delle imprese che sfruttavano il lavoro a basso costo penitenziario. Attualmente il lavoro di imprese esterne nelle carceri italiane è al minimo storico (poco più di 2.000 detenuti lavorano per ditte esterne nonostante il decreto del ministro Orlando 30/7/2014 conceda sgravi fiscali alle imprese che assumono lavoratori/trici detenuti/e); è diminuito anche il lavoro interno che si chiama domestico (circa 11.000 detenuti/e che perecepiscono un salario – mercede si chiama in carcere- che non raggiunge i 200 € al mese), a causa del taglio della quota del bilancio dell’Amministrazione penitenziaria e i detenuti/e si lamentano di non avere la disponibilità monetaria nemmeno per acquistare piccole quantità di generi alimentari o di conforto (sigarette, caffè, ecc.). L’Amministrazione penitenziaria sta, molto lentamente, predisponendo bozze di regolamento e iniziative per una tenue riattivazione del lavoro di ditte esterne nelle carceri, in particolare i Call-Center, ma va tutto molto a rilento e, soprattutto, rimarrà molto contenuto.

            La tendenza non è dunque nell’aumento dello sfruttamento dei detenuti/e in quanto forza-lavoro produttiva; il loro sfruttamento si manifesta attraverso la devastazione umana e intellettuale che il sistema carcere produce su di loro e per riflesso su tutto il tessuto proletario.

Il lavoro della popolazione detenuta rimarrà come attività disciplinante ma che non deve competere con la produzione delle fabbriche, dovrà servire per l’attività correzionale dei prigionieri.

            Il profitto nel penitenziario però sussiste: le mense sono appaltate; i generi alimentari vengono fornite da ditte esterne; la costruzioni delle carceri è sempre stato un grande business, fino al Project Financing, nei confronti del quale bisogna pur dire che dai roboanti disegni di 5, 6 anni fa, oggi si è ridotto a misera cosa. Questo sistema consente ai privati di gestire tutti i servizi del carcere riguardante il mantenimento, ma non possono intervenire nella gestione dei/delle detenute né nel percorso rieducativo (ammaestrante). La differenza con le carceri private Usa è proprio qui: nelle carceri private Usa le imprese appaltanti gestiscono anche il trattamento, ossia il potere decisionale di concludere positivamente il periodo di rieducazione (la condanna) e quindi mandare libero il prigioniero, oppure no e farlo restare in carcere (questa possibilità è specifica del sistema giuridico statunitense, nei paesi europei l’amministrazione non ha il potere di prolungare la detenzione). Anche negli Usa si sono sollevate molte critiche a una modalità che prolunga i percorsi rieducativi poiché per il privato il prolungamento della detenzione si trasforma in profitti in quanto lo stato per ciascun detenuto/a affidato a un carcere privato paga una retta; è intervenuto perfino Obama a criticare la rieducazione privata.

Questa è una delle grandi differenze con i CIE. La similitudine tra carceri e Cie sta solo nella ributtante brutalità terrorizzante dei due sistemi di segregazione e nella nostra volontà di distruggerli entrambi. Ma i compiti e gli obiettivi assegnati dallo Stato alle due strutture sono diversi. Nei Cie non c’è disciplinamento da imporre  ma “solo” segregare per regolamentare i flussi di forza lavoro in sintonia con le esigenze del capitale. I Cie servono altresì, in queste fasi di “emergenza”, per illudere il ceto medio locale che lo Stato sa affrontare il “fenomeno dell’immigrazione” e sa gestire l’ordine pubblico.

In conclusione, le tendenze della repressione, secondo me, non risiedono nell’aumento dello sfruttamento della popolazione detenuta in quanto forza lavoro, ma in un controllo preventivo a tutto campo. Né nella privatizzazione delle carceri. Il controllo si sposterà dal carcere altrove. È in questo altrove la tendenza della repressione reale che si incentrerà su un asfissiante controllo territoriale preventivo. Il territorio diventerà il terreno di diffusione ma anche di resistenza per l’attivazione del nuovo modello di controllo sociale. Il carcere rimarrà per la reclusione terrorizzante dei soggetti “pericolosi” a elevato indice di sorveglianza, avendo abbandonato anche una parvenza dell’utopia rieducativa e scegliendo definitivamente quella custodialistica. Il carcere resterà come simbolo terrorizzante, più ideologico che reale, per dare senso a tutta la manovra del controllo esterno territoriale necessario di fronte a una realtà sociale in ebollizione imprevedibile.

L’obiettivo del sistema oggi è quello di tenere sotto controllo quei settori della popolazione che producono “disordine sociale” (extralegalità) e relegarli in territori emarginati, sia con deportazioni militari sia con misure di polizia differenziata (se spacci o rubi in territori “perbene” la mano pesante della legge sarà più pesante, in altri territori ghettizzati, meno pesante).

Per il conflitto sociale- politico, stante la scarsa diffusione odierna e la bassa intensità della conflittualità, l’obiettivo non è distruggerlo (il potere opera per la distruzione di un movimento quando questo è maturo, forte, esteso e incontrollabile, insomma sovversivo, vedi come ha reagito il potere contro il movimento del ’77, carri armati in piazza, leggi speciali, carceri speciali, processi speciali, ecc.), l’obiettivo del potere oggi è riportare più settori possibili all’interno del conflitto “legale” quello che si svolge secondo le regole dell’ordine capitalista. Purtroppo questa ri-legalizzazione di settori di movimento rischia di riuscire se non si accresce la conflittualità.

Dunque il sistema repressivo privilegierà sempre più la prevenzione, il controllo preventivo. Vediamo quotidianamente fioccare i provvedimenti di polizia per la sorveglianza speciale (firme, daspo di piazza, obbligo di dimora, orari di rientro, non frequentazione di ambienti, e tantissime altre limitazioni della libertà di movimento e di attività). Compagni/e, attiviste/i di settori importanti del movimento reagiscono spesso rifiutando questi obblighi, ma ad oggi non c’è ancora un forte dibattito nel movimento in grado di produrre un comportamento unitario ed efficace. Realizziamolo!

 Nel blog ci sono altri post dove ho cercato di ragionare su questa tendenza:  quiquiqui  e qui

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Sciopero del lavoro nelle carceri Usa

#PrisonStrike negli Usa – Manifestazioni dentro e fuori le carceri

da http://www.chicago86.org/index.php

L’America imprigiona più persone di qualsiasi altro paese sia in termini assoluti che relativi.

Gli Stati Uniti ospitano nei loro penitenziari due milioni e mezzo di detenuti: circa 0,8 ogni 100 abitanti, 1 ogni 100 adulti, 1 ogni 31 adulti se calcoliamo tutti coloro che hanno un conto aperto con il sistema correctional (per il 60% neri o immigrati).

I prigionieri sono tenuti in condizioni disumane che includono lunghi periodi di isolamento, in violazione ai protocolli internazionali contro la tortura, e il loro lavoro viene pagato una miseria.

Per questi motivi il 9 settembre è stato organizzato uno sciopero dei prigionieri “contro la schiavitù carceraria”. Tra i gruppi che hanno supportato la protesta l’IWW Incarcerated Workers Organizing Committee, che punta al collegamento tra le lotte dei detenuti e il sindacato all’esterno.

La data dello sciopero non è casuale: si ricollega al 9 settembre del 1971, giorno della rivolta nel penitenziario di Attica, a New York, dove più di un migliaio di prigionieri neri e latinos si ribellarono a condizioni di vita insopportabili, prendendo in ostaggio decine di secondini e subendo una durissima repressione da parte dello stato.

Il #Sept9 grandi gruppi come Walmart, Starbucks e McDonald’s, che si basano sul lavoro coatto dei carcerati, sono stati oggetto di presidi e sit-in. Manifestazioni di solidarietà si sono tenute, oltre che nelle maggiori città statunitensi, a Malmö, Atene, Barcellona e in altre località europee.

L’obiettivo principale delle proteste è stato McDonald’s, una delle aziende simbolo della globalizzazione che negli ultimi anni ha visto massicce mobilitazioni operaie per l’aumento dei salari e per migliori condizioni di vita. L’account @fightfor15 ha twittato il seguente messaggio: “McDonald’s uses sub-minimum wage prison labor to make uniforms for minimum wage workers. And makes billions doing it. #PrisonStrike”

More info:
www.inventati.org/cortocircuito/2016/09/03/sciopero-nelle-prigioni-usa-il-9-settembre-prossimo/
www.radiondadurto.org/2016/09/08/usa-sciopero-nelle-prigioni-a-milano-lunedi-presidio-per-leonar-peltier/
https://itsgoingdown.org/prisonstrike-resistance-to-slavery-across-the-world/

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45 anni fa il massacro nella prigione statunitense di Attica

*Alle 8,50 di giovedì mattina, 9 settembre, i prigionieri che stavano uscendo dal “blocco A” si aprirono a forza un varco attraverso un cancello chiuso. Il sistema di congegni atto a mantenere isolate una dall’altra le quattro parti della prigione, collassò. I detenuti si riversarono nei cortili, occuparono i “blocchi”, (i reparti, cioè gli edifici delle celle), invasero la chiesa e le officine. Catturarono 38 ostaggi tra le guardie e i civili impiegati nella prigione. Il centro della vita dei carcerati si spostò dalle celle al cortile D.

37 prigionieri uccisi, 39 secondo altre fonti, di cui 10 poliziotti e 29 prigionieri. tutti furono uccisi dalle pallottole delle guardie.

Vedi la cronaca dettagliata della battaglia nella prigione di Attica

 

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Il terremoto in carcere

Quando la terra trema cosa succede alle persone recluse?

In Italia non esiste una normativa precisa di cosa fare nelle carceri nel caso di terremoto, per cercare di portare in salvo le persone detenute.  Le decisioni sono lasciate alla discrezione della direzione del carcere. E, si sa, il problema “sicurezza”, nel senso di evitare la “fuga” dei reclusi, non la loro salvaguardia, è sempre al primo posto. Ci possono essere circolari urgenti da parte del Dap che diano indicazioni diverse, ma si sa che le scosse di un terremoto non lasciano il tempo di espletare l’iter burocratico. Così tra la popolazione detenuta si è coniato il detto: “faremo la fine di topi in gabbia”. D’altronde la sensazione di intrappolamento è reale, e non solo in caso di eventi tellurici.

Dopo le recenti scosse (L’Aquila 2009, Emilia 2012) alcune circolari ministeriali hanno reso possibile aprire le celle (precedentemente questa possibilità non c’era; il 23 novembre 1980 durante il terremoto dell’Irpinia e Basilicata mi trovavo al carcere speciale di Trani e le scosse si sentirono talmente che cadde tutto ciò che era negli stipetti, eppure ci lasciarono chiusi in cella) e concentrare detenuti e detenute in aree all’aperto, in cortili o campi di calcio quando questi ci sono; ma non sempre questi spazi sono al sicuro dall’eventuale caduta di mura. Un altro punto è che le strutture carcerarie sono spesso molto vecchie e la gran parte di esse non è stata costruita secondo indicazioni antisismiche.

A volte succede come nel terremoto in Emilia il 20 maggio 2012:

(Adnkronos) – “Il grave evento sismico che ha colpito alcune zone dell’Emilia Romagna ha riguardato anche le carceri, in modo particolare quello di Ferrara, dove la polizia penitenziaria, a partire dalle quattro circa di questa mattina, e’ stata costretta ad evacuare 500 detenuti, molti dei quali hanno il divieto di incontro tra di loro, perché collaboratori di giustizia, sottoposti al regime di alta sicurezza ed altro. I detenuti sono stati portati in spazi esterni, come il campo di calcio, nel rispetto del piano di evacuazione e, soprattutto, delle norme di sicurezza”.

L’agenzia non ci dice quanto tempo dopo la scossa è stata effettuata l’evacuazione. La scossa è avvenuta alle 4 e sappiamo che è stato necessario l’arrivo dei vigili del fuoco in ausilio alla polizia penitenziaria. L’agenzia è stata battuta alle 14,32. Se il carcere avesse avuto dei cedimenti strutturali forse l’evacuazione non sarebbe stata “tempestiva”.

Alcuni giorni dopo la scossa tellurica, il ministro della Giustizia di allora emanò:

4 giu. – (Adnkronos) – In seguito al sisma “tutte le celle sono tenute aperte di giorno e di notte” all’interno delle carceri emiliane. E’ quanto ha rimarcato il ministro della Giustizia Paola Severino, intervenendo in conferenza stampa alla Dozza di Bologna. Un provvedimento messo in atto subito dopo le forti scosse dai dirigenti dei penitenziari di tutta la regione. “Non si può aggiungere al carcerato l’angoscia della claustrofobia” ha precisato il ministro, spiegando che in caso di terremoto “il detenuto sa di non poter andare da nessuna parte: e’ una situazione come capite molto angosciante.

Questo ci dice che nelle altre carceri dell’Emilia non era stata effettuata l’evacuazione come a Ferrara e che in realtà, anche con le celle aperte, se le mura cadono, anche nei corridoi si può morire.

Pochi giorni fa, il 24 agosto, le regioni Lazio, Umbria e Marche hanno subito un terribile terremoto che ha finora causato la morte di oltre 290 persone.

Alcuni sindacati delle guardie penitenziarie hanno affermato che l’evacuazione di emergenza in caso di terremoto ha funzionato perfettamente. Nel carcere di Orvieto i detenuti sono stati fatti uscire al centro di raccolta individuato dal piano di emergenza e muniti di coperte per la notte. Alle 7,00 di mattina, 3 ore e mezza dopo la scossa e mentre le scosse continuavano, sono stati fatti rientrare nelle sezioni. Un detenuto per un lieve malore dovuto alla paura per la forte scossa era stato ricoverato. Ci confermano, sempre i sindacati dei secondini, che anche per il resto di penitenziari colpiti dalla propagazione della scossa sismica tutto si è svolto a dovere.
L’associazione Antigone Marche dice cose diverse: “un primo resoconto di come si sono vissuti quei momenti negli istituti di pena della nostra regione. Procedure di evacuazione non messe in atto e di difficile applicazione. Dal Ministero e Protezione Civile nessuna comunicazione su come agire.
Si capisce dunque come sia nato quel modo di dire, “Fare la fine del topo”. Certo è che, in caso di terremoto, questa è la prospettiva per chi sta chiuso in cella.
Un altro detenuto dice: “Avrei certamente preferito che fossimo usciti nel campo, ho avuto veramente paura”. Ancora: “Uno di noi ha avuto una crisi isterica perché le crepe nella sua cella sono aumentate di dimensione”.
In alcune strutture, del resto, è anche difficile pensare ad un’evacuazione sicura perché come a Camerino non c’è un campo da calcio, ma solo piccoli cortili tra quattro mura. Inoltre, non risulta che il giorno seguente sia stato concesso ai detenuti di mettersi in contatto telefonico con le proprie famiglie per rassicurarle sulle proprie personali condizioni ed accertarsi della condizione dei propri familiari. Neanche a coloro che hanno parenti nelle Marche meridionali interessate più direttamente dal sisma”.

Ma di questo, tutti i media, prolifici in servizi, immagini e interviste non ci raccontano niente!

Leggi qui un racconto di un detenuto dopo aver subito il terremoto nel Carcere di Bologna, terremoto_norditalia_03nel maggio 2012

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Come t’intervisto il brigatista

Come t’intervisto il brigatista

di damnatio memoriae

Non perdono occasione, loro le classi al potere, per cercare quello che non possono trovare per la semplice ragione che non c’è. Non c’è nessun “mistero” da svelare. Dovrebbero invece accettare la verità storica che negli anni Settanta e Ottanta ha preso vita un movimento armato sorto all’interno di un movimento rivoluzionario più vasto di trasformazione sociale. Un movimento che è partito dalle fabbriche, dai quartieri proletari, dalle scuole, da tutti quei luoghi e strutture che organizzano e riproducono la società dello sfruttamento e della disuguaglianza.

Una semplice verità che non accetteranno impegnati come sono a imporre alle classi lavoratrici e proletarie i feticci del “mercato” e della “crescita”. Dunque eccoli ancora, con sempre meno credibilità, alla ricerca di un colpo giornalistico.

Con puntuale precisione il blog La pattumiera della Storia ha rigorosamente smentito l’ennesima intervista, che si dimostra non esserci mai stata, ad  Alessio Casimirri apparsa sulle colonne del magazine Sette, allegato del venerdì al Corriiere della Sera.

*****

Un nuovo mistero nel caso Moro
Il caso Moro è divenuto ormai quasi per antonomasia un coacervo di ‘misteri’. Malgrado i numerosi processi, che hanno condannato tutti i responsabili delle Brigate Rosse a decine di ergastoli, viene sistematicamente presentato come un ‘cold case’, un caso irrisolto e sul quale va indagato. I misteri vengono enumerati dagli ‘esperti’, che, a piacere, ne possono scegliere ed esporre pubblicamente uno secondo le necessità del momento.

Gli esperti sono un insieme di professionisti che, nel corso dei quasi quattro decenni trascorsi dal fatto, si sono profilati come conoscitori del caso, per averne scritto e discusso pubblicamente. Sono magistrati in funzione o in pensione, giornalisti, politici di ogni tendenza che hanno partecipato a Commissioni d’inchiesta o ancora ‘consulenti’.

Sotto questa élite, che sul caso ha sviluppato una piccola industria, si trovano gli aspiranti esperti, tra cui spiccano una frazione di vecchi pentiti e dissociati brigatisti – \Franceschini, Etro, Morucci, Faranda – che pur vantando conoscenze dirette, possono essere messi a tacere quando dicono cose non conformi al mantenere vivo il mistero del momento.

Del momento, perché il sistema si auto-riproduce; a turno si spara una ‘rivelazione’ sul caso, un articolo accompagnato da lanci di agenzia cui seguono i commenti dei politici. Di fatto però, quando non si tratta di vere e proprie bufale, si tratta di ri-rivelazioni, affermazioni note e fatte anni addietro, spesso più volte, ciclicamente, che sono riproposte come nuove ed amputate degli elementi che in epoche passate le avevano chiarite o contraddette. Un tale vecchiume che neppure più l’autorità giudiziaria italiana, nota per aprire inchieste con la massima facilità, prende in considerazione.

Alla base della piramide c’è però un vasto pubblico, una massa crescente di gente affascinata da complotti di ogni genere, cui l’internet facilita l’illusione di poter dire la loro e di partecipare a svelarli, con il solo risultato di moltiplicare la produzione di misteri e di hoaks. Una cultura che si estende rapidamente, poiché attraversa tutti i campi dello scibile, e particolarmente tra le giovani generazioni. Se n’è reso conto il governo francese, che ha lanciato una campagna contro il complottismo, con tanto di sito web munito di qualche indicazione metodologica.

In Italia, il rubinetto di scoop, rivelazioni e misteri è sempre tenuto aperto dalla stampa mainstream. In un caso recente, la rivelazione del momento sembrava davvero nuova. Uno dei misteri più quotati del caso Moro è la presenza in via Fani, al momento del sequestro, di altri attori oltre alla squadra di brigatisti rossi in azione, e dunque all’intervento diretto di ‘servizi segreti’ nel fatto.

I fautori dei misteri si appoggiano su diverse teorie del complotto, e in Italia vengono chiamati -o addirittura si definiscono essi stessi- ‘dietrologi.’ Il neologismo viene da «chi c’è dietro?», ed ha la sua origine politica nella domanda che era sistematicamente usata dal Partito Comunista Italiano (P.C.I.) per denigrare la sinistra extraparlamentare negli anni ’70. Seguendo l’adagio staliniano (‘pas d’ennemis à gauche’) ed il suo metodo, il P.C.I. chiedeva retoricamente a chi giovasse tale o tal’altra azione di lotta, per concludere che ‘in ultima analisi’ era di destra: sicché le Brigate Rosse erano semplicemente fasciste, o comunque strumenti di quel potere che dicevano di combattere.

Appare dunque sul settimanale Oggi del 18.6.2014 un articolo, preceduto da un battage pubblicitario che lo lancia come scoop, intitolato «In via Fani non eravamo soli» e che riporta un’intervista a Raffaele Fiore.
La novità era che per la prima volta un ex-brigatista condannato per il sequestro Moro e non pentito affermava che vi fossero altri partecipanti all’azione, e quindi in qualche modo confermava la teoria del complotto.
Senonché, un articolo dell’avvocato Steccanella apparso su Il Garantista del 21.6.2014 (cfr. blog Satisfiction) rivelava la manipolazione: l’intervistato aveva parlato di due brigatisti che erano sul luogo ma che lui non conosceva personalmente; persone note e condannate ormai da anni, non ‘esterni’ o ‘terzi’ rispetto alle BR. In risposta, l’autrice dell’intervista, Raffaella Fanelli, cita in giudizio l’autore della critica.

La nuova brigatologa
Come è diventata una ‘esperta’, accolta nell’élite degli specialisti in misteri brigatisti, la Fanelli?
Dal suo sito, appare che, lavorando come free-lance, si sia specializzata nell’intervistare delinquenti e condannati per vari tipi di crimine. Raffaele Fiore l’aveva già intervistato nel 2009, senza risultati capaci di produrre clamore.

Nel 2010 però ha pubblicato su Sette, il magazine del Corriere della Sera, un’intervista ad Alessio Casimirri, che per diversi motivi un certo rilievo l’aveva. Casimirri è stato condannato, in contumacia, per il sequestro Moro, ma non è mai stato arrestato.

E per alcuni è egli stesso un ‘mistero del caso Moro’: per esempio su Il Sole 24 ore del 15.3.2008, ‘I dieci misteri irrisolti del caso Moro‘, Daniele Biacchessi classifica la ‘latitanza di Alessio Casimirri’ al decimo posto.

E non c’è soltanto la hit-parade, in precedenza Casimirri aveva rilasciato solo due interviste a giornali italiani, e sono ormai datate.

La prima è apparsa il 17.11.1988 sul settimanale Famiglia Cristiana, la seconda fu rilasciata a Maurizio Valentini e pubblicata il 23.4.1998 sul settimanale L’Espresso.

Questi due testi sono stati, nel corso degli anni, oggetto di attenzione da parte di inquirenti come di Commissioni d’inchiesta, che ne ne hanno approfondito alcuni dettagli -come le modalità di contatto, o il pagamento di una somma alla famiglia dell’intervistato. (All’intervista di Famiglia Cristiana sono dedicate le ultime tre pagine del rapporto del marzo 2005 su Casimirri alla Commissione d’inchiesta sul caso Mithrokin).

In passato, Casimirri ha risposto anche a giornalisti del suo paese, il Nicaragua, con due interviste, una a Joaquín Tórrez A. su El Nuevo Diario del 1.2.2004 ed un’altra sul Magazine di La Prensa del 12.8.2007. In precedenza, la stampa nicaraguense, come La Tribuna e il sandinista Barricada, che nel frattempo hanno chiuso i battenti, aveva pubblicato anche altri pezzi, articoli e dichiarazioni.

Sulla stampa italiana si trovano inoltre diversi pezzi che contengono dichiarazioni senza fonte, pseudo-interviste e narrazioni di incontri falliti col terribile latitante che gestisce un noto ristorante. Già dai tempi del primo ristorante di Casimirri in città (il Magica Roma a Managua), gli impavidi giornalisti italiani alla ricerca del brividino si mettevano a tavola facendo finta di nulla. Uno della RAI addirittura con una videocamera nascosta.

Una pratica mai cambiata, e benché il racconto che ne risulti sia quello delle proprie frustrazioni, si può sempre implementare con un titolo folkloristico o con qualche commento che nessuno contesterà. Un paio di esempi.

Panorama il 29.1.2004 titola ‘Nel covo di Primula Rossa‘. Giacomo Amadori e Gianluca Ferraris si dedicano calla ‘caccia al latitante’ (sic nel testo), vanno in Guatemala a vedere l’ex-moglie di Casimirri, poi un ‘ex capitano dei servizi d’informazione sandinisti’ e i ‘tassisti di Managua’ che dicono loro quel che i periodistas stranieri amano sentire (‘è un uomo pericoloso’), e da brave spie dilettanti ‘si arrampicano su una collinetta’.

La Stampa 8.3.2010 titola ‘Cena a Managua con Camillo, l’ultimo latitante di via Fani‘: Andrea Colombari e Raphael Zanotti riportano le chiacchiere di Casimirri, cui si sono presentati come semplici clienti. ‘Ma non appena si tocca l’argomento Moro, si chiude a riccio’, scrivono, appena tre mesi prima dell’intervista della Fanelli, uscita il 17.6.2010.
Per La Repubblica, Alessandro Oppes riferisce di un primo tentativo miseramente fallito di parlare con Casimirri il 18.1.2004 (‘Managua, l’ultimo dei vecchi Br tra ricette, squali e misteri‘), e raddoppia l’anno dopo, il 18.2.2005 (‘È nella terra dei sandinisti il paradiso dei fuoriusciti‘) racconta di aver ‘sbirciato’ nel cortile del ristorante attraverso una fessura.

Dunque il servizio pubblicato da Sette-Corriere della Sera ed intitolato ‘L’ultimo di via Fani – Parla Alessio Casimirri‘ ha intrinsecamente il suo peso, visto che dalle precedenti interviste italiane sono trascorsi rispettivamente 12 e 22 anni, e che nei numerosi altri articoli di stampa ci sono solo frasi rubate e discorsi basati su fonti sconosciute o dubbie.

Chiunque voglia capire qualcosa di più sul personaggio non può che basarsi sulle sole interviste ‘certificate’, a maggior ragione quando da un lato non esistono suoi verbali, lettere o comunicati e dall’altro le stesse sentenze di condanna sono state pronunciate in absentia, cioè senza che l’accusato abbia potuto esprimersi.

La produzione di informazioni si è sviluppata in occasioni diverse (quali per esempio le missioni del SISDE in Nicaragua, la extraordinary rendition dall’Egitto di Rita Algranati, ex-compagna di Casimirri, o le domande di estradizione italiane al Nicaragua) e quindi l’analisi deve contestualizzarne la lettura, ma è chiaro che il pezzo della Fanelli appartenga per così dire al rango superiore, e vada confrontato con le altre due interviste autentiche che l’hanno preceduto.

L’intervista è accompagnata da una colonna di commento di un autorevole esperto brigatologo. Giovanni Bianconi, giornalista ed autore di diversi libro sul mondo brigatista, vi esprime una condanna morale fondata sul lavoro della Fanelli, consacrandone così il valore giornalistico e documentario.

C’è del marcio in Nicaragua? o piuttosto in Italia?
Una seconda lettura non porta molto più che a deprecare la povertà di meta-informazioni, sul contesto che porta all’intervista stessa non c’è una parola.

Le altre interviste esclusive erano dovute a circostanze e contatti particolari: l’ambiente vaticano della famiglia Casimirri Labella per Famiglia Cristiana, e l’amicizia d’infanzia con Maurizio Valentini per L’Espresso. L’intervista di Valentini (qui sotto) era inoltre esplicitamente motivata dalla volontà di chiarire alcuni aspetti in difesa di Adriano Sofri nel caso Calabresi.

19980423 L’Espresso Il signor X del delitto Moro

Quella della Fanelli non lascia trasparire né perché né come sia stata decisa e realizzata.
Gli inviati in un paese lontano spesso offrono al lettore qualche tratto di colore locale accennando al clima, al luogo, al traffico, alla gente o a qualcosa che colpisce per la sua diversità. Qui niente del genere, la presentazione dell’intervistato è separata dal testo principale, che d’entrata catapulta il lettore direttamente a casa di quello che è definito «l’ultimo dei sicari Br di via Fani ancora in libertà». Sarà questione di stile.
Comunque si finisce per concentrarsi ed interrogarsi sulle risposte dell’intervistato, senza peraltro riuscire ad intuire perché abbia accettato di combinare l’intervista.
Allora, tanto vale chiederne ragione al diretto interessato.
La Pattumiera della Storia l’ha fatto:
-Alessio, che cosa intendevi dire in quell’intervista…
-Quale intervista?
-L’ultima, quella al Corriere della Sera del 2010…
-Io agli italiani ho dato solo due interviste, anni fa, una a uno che da bambini giocavamo insieme, che lavorava per l’Espresso…
-Sì, quelle del secolo scorso, la prima a Famiglia Cristiana
-Quella me l’aveva chiesta mio padre
-Sto parlando di quella più recente, con una certa Fanelli
-Con la stampa nicaraguense anche, è ovvio, e non solo quella sandinista, anche altri giornali mi hanno difeso.
-No, italiana, il Corriere

-Mai data un’intervista a quel giornale.
-Ma questa è stata in casa tua, ci sono dettagli, fotografie…?
-No, proprio no.
-Tra l’altro le tue risposte sono verosimili. Magari è venuta al ristorante e si è messa a chiacchierare…
-Io parlo con tutti i clienti, è il mio mestiere; ci sono spesso italiani, ma quando il discorso gira su quello, io chiudo. No, ti dico. E una donna poi, me la ricorderei.
-Quindi mi confermi che non si è presentata come giornalista e non ti ha poi sottoposto il testo, o almeno il virgolettato, prima di pubblicare?
-Certo. Non so chi sia.

Sul momento, viene da pensare alle regole deontologiche della professione, spesso calpestate in Italia. Ma i dubbi non se ne vanno.
La questione è semplice ma grossa: com’è possibile? Ci si può inventare un’intervista?
Per rispondere, l’unica è fare un lungo ed acribico lavoro di debunking, cercando e controllando la possibile fonte di ogni dettaglio. Si tratta di capire se le informazioni portate dal reportage di Sette fossero pubblicamente note o altrimenti accessibili prima del giugno 2010.

Quella che segue è la sintesi dei risultati d’analisi per il testo principale (introduzione, corpo domande/risposte, conclusioni), le fotografie, il riquadro ed il commento.

Prima ancora, il testo completo, così come impaginato:

20100617 Sette Corriere Della Sera

L’insieme
L’intervista firmata da Raffaella Fanelli è composta da una dozzina di domande e risposte abbastanza stringate ed è accompagnata, oltre che dalla colonna di commento di Bianconi, da numerose fotografie, nonché da un riquadro informativo siglato dalla stessa autrice. Gli elementi sono strettamente collegati tra loro, le didascalie delle foto rimandano al testo e viceversa, ad esempio avvertendo che era possibile fotografare l’esterno del ristorante «soltanto alle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso».
Un copyright sigla i testi, ma non le immagini, le cui didascalie non menzionano l’origine né accreditano l’autore delle foto.
L’insieme produce un forte effetto di verità; al più ci si può chiedere come mai così poche domande, visto
che le pagine sono occupate per la maggior parte da immagini.

L’introduzione
L’incipit descrive Casimirri «Seduto in poltrona, in jeans e camicia azzurra…». Non che questa sia un’informazione cruciale, Casimirri è un uomo pubblico e vederlo in un tale abbigliamento non ha niente di particolare.
Il buffo è che è esattamente come se lo immagina chiunque abbia visto la foto pubblicata da Repubblica nel 2004 (vedi qui accanto).
Si passa poi alla «casa grande con pareti gialle e infissi in legno, situata al dodicesimo chilometro della
Carretera sur, quella che dalla capitale, Managua, porta a El Crucero, cento metri a sud del Monte abor.»
L’indirizzo non solo è pubblico e facilmente reperibile (già da Facebook), ma è noto da molto tempo ed è menzionato – e anche commentato nelle sue varianti- da molti articoli italiani. Già nell’intervista di Valentini (L’Espresso 1998) figura come incipit.
Se poi si cerca l’indirizzo su google maps, si troverà una foto (Panoramio) con una casa gialla. Non è affatto detto che sia quella giusta, ma è l’unica immagine che c’è in prossimità dell’indirizzo, uno se la può immaginare così.
Se invece per ‘pareti gialle’ s’ha da intendere quelle interne, la cosa è ancora più semplice, risulta da una immagine, menzionata in seguito nel paragrafo fotografie.

Il corpo di domande/risposte
1 e 2 Era in via Fani? –R.: No, quel giorno ero a scuola come insegnante. Le stesse affermazioni Casimirri le ha fatte più volte; figura addirittura nel titolo dell’intervista al Nuevo Diario del 2004.

3 Morucci ha descritto il suo ruolo –R.: Morucci «Confermò che nell’azione di via Fani c’erano anche due esponenti del gruppo Fronte della controinformazione.» Casimirri non ha mai fatto in precedenza tale affermazione. In effetti un «gruppo Fronte della controinformazione» non risulta mai essere esistito in Italia, né dentro né fuori le BR.

4 Ci sono altre dichiarazioni che… –R.: Etro, la frase sui due in moto, non ho mai detto niente del genere. Questa smentita non ha un precedente specifico noto. Nell’intervista all’Espresso (1998) si legge: “Etro lo ricordo come il compagno più giovane, un po’ il cucciolo della colonna romana delle Br, caratterialmente chiuso, non godeva di grande stima e considerazione. Era un br, certo, ma non di prima categoria. Insomma uno a cui non si facevano confidenze del genere.”

5 Lei sa guidare una moto? –R.: So ballare, so cucinare… Che Casimirri sappia ballare lo si sa dal Magazine La Prensa (2007), che con le parole «Eccellente ballerino…» apre il suo servizio.

6 Etro ha mentito anche su Calabresi? –R.: «Certo.» Casimirri ha fatto questa smentita nel 1998, Valentini andò a intervistarlo per L’Epresso proprio per sentirlo in proposito.

7 Allora perché si è rifiutato di rispondere ai magistrati di Milano? –R.: «È stato il governo del Nicaragua a respingere la richiesta di rogatoria». Casimirri non sembra aver fatto tale dichiarazione in precedenza. L’affermazione è però storicamente corretta, che la domanda di rogatoria fosse stata respinta dal governo cui era stata indirizzata venne riportato più volte dalla stampa (ad es. AGI 30.1.2003). Quando un governo decide di non entrare nel merito, per motivi costituzionali, della domanda di un altro governo, la persona interessata non è neppure interpellata.

8 Lei ha mai lavorato per i servizi segreti? –R.: Mai conosciuto Delfino, mai fatto parte del Sismi e mai collaborato con i servizi. Volevano invece sequestrarmi… Una smentita precedente sotto la medesima forma non risulta; sulla medesima sostanza, senza i nomi Delfino e SISMI invece sì: Casimirri ha menzionato di essere stato considerato come colluso con un generale dei Carabinieri che lo avrebbe poi protetto e i tentativi di sequestro nell’intervista (2007) a Magazine La Prensa.

Il sequestro con narcosi e pulmino era già stato ricordato più volte, così ad esempio Giuseppe Rolli sull’Unità del 3.5.2004: “Non dimentico – aveva detto al quotidiano El Nuevo Diario – quello che ho passato negli ultimi undici anni: molti tentativi da parte della autorità italiane e diplomatici di questo paese, alcuni dei quali corrotti, di mettere in atto azioni contro la legge. Come il tentativo di sequestrarmi, narcotizzarmi mettermi in una cesta e portarmi con un pulmino alla frontiera. Ho i nomi di coloro che organizzarono questo nel 1996.”

9 Per questo ci sono guardie armate fuori dalla sua casa? –R.: «Managua non è una città sicura …» Casimirri non conferma esplicitamente l’esistenza di guardie armate. Lo afferma la Fanelli, presentandola come una (sua) osservazione diretta. (su questo punto si ritorna in seguito)

10 Ma lei può contare su potenti amicizie, anche su quella con Daniel Ortega. -–R.: «Ho lavorato per il governo, e con Humberto Ortega, imprenditore in Costa Rica» Non risulta che Casimirri abbia dichiarato in precedenza di aver lavorato con Humberto Ortega. Questi, ex-ministro della difesa e fratello di Daniel Ortega capo del governo, è noto invece che abbia attività imprenditoriali in Costa Rica. Viene indicato come ‘prospero imprenditore in Costa Rica’ da Wikipedia come da diversi media (cfr. bitacora, nacion.com, el Nuevo Diario).

11 Qualcuno dice che lei ha addestrato le teste di cuoio del Nicaragua. –R.: Ho addestrato i sommozzatori della Croce Rossa.
La fonte della domanda (‘qualcuno dice’) si ritrova nel Corriere della Sera del 9.4.1996 ‘Esilio dorato per ex brigatisti’, dove si legge che è un “vicino di casa” a dire che Casimirri “ha addestrato le nostre teste di cuoio”.

Domanda e risposta, ben più precise e chiare, figuravano nell’intervista dell’Espresso (1998): «Per addestrare le truppe speciali sandiniste? È vero che lei è stato istruttore degli incursori dell’ex presidente Daniel Ortega? Io sono un istruttore di sommozzatori. È stato un lavoro volontario che ha riguardato prevalentemente i sub della Croce Rossa e dei pompieri. Fra gli altri allievi, confermo che ho avuto alcuni uomini del ministero dell’Interno di Managua. Non credo che ci sia nulla di scandaloso. Lo ripeto: ho molti amici fra i sandinisti, per ragioni politiche e umane, ma non sono mai stato un agente sandinista. Pensi che come cittadino nicaraguense – sono stato naturalizzato nel 1988 – debbo ancora fare il servizio militare. La coscrizione, qui, è obbligatoria fino a 60 anni: io ne compio 47 il prossimo 2 agosto, e prima o poi mi toccherà andare sotto le armi. Ricordo anche che ormai in Nicaragua i sandinisti sono all’opposizione: hanno avuto la meglio le forze moderate, e io sono lealmente obbediente ai governi di destra che hanno vinto le elezioni.»

12 Adesso mi dirà che ha fatto il volontario tra i poveri e non ha mai fatto parte delle BR? –R.: Ho chiesto asilo politico ed ho comunicato all’Immigrazione la mia appartenenza alle Brigate Rosse; perseguitato per 10 anni; mi hanno offerto 300mila dollari per accusare altri.

L’asilo, l’ottenimento della cittadinanza, l’uso del nome Guido Di Giambattista, sono notizie già ripetute spesso dalla stampa, poiché sono, almeno dal 1993, al centro delle contese legali e non, sfociate nel 2004 in una decisione della Corte Costituzionale nicaraguense. L’offerta di 300mila dollari appare nell’intervista del 2007 sul Magazine La Prensa.

In conclusione del testo
—«…a pochi chilometri dalla sua casa bunker, a sud di San Juan, ha un’altra residenza costruita direttamente sulla spiaggia».
L’informazione è nota e diffusa da tempo, compare in diversi articoli pubblicati in Italia dal 2004 in poi, tra cui i pezzi menzionati sopra, di Amadori per Panorama e di Colombari per La Stampa, oltre che nell’intervista al Nuevo Diario (2004, tradotta in italiano da ReporterAssociati, cfr. Carmillaonline).
—«da anni ha aperto un ristorante, La Cueva del Buzo (la grotta del sub), un caseggiato in mattoni rossi che è possibile fotografare solo alle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso…»
Quella del ristorante, è una notizia talmente nota da non dover essere ricercata. È però seguita dalla frase sul gruppetto di uomini armati, che si ritrova anche alla domanda 9 e nella didascalia delle foto. Maurizio Blondet, ufologo e massonologo, racconta (4.2.2010 effedieffe.com) che nel 2004 tentò di intervistare Casimirri: «Ovviamente non potei vederlo neppure in faccia, fui respinto al cancello della villa da certi individui».

La Newsletter Misteri d’Italia del 13.4.2005 scriveva che Casimirri «E’ difeso da un doppio sistema: guardie armate e gente del posto pronta a difenderlo».

Le fotografie

La foto pubblicata su SetteLa giornalista racconta di essere stata accolta in casa dall’anziana madre di Casimirri, «Madre e figlio si assomigliano…», scrive, e lì accanto possiamo vedere una fotografia dei due nel giardino di casa.
Sembra la prova provata dell’incontro. Se è vero che sul web si trovano foto della madre ad un tavolo -fatte da clienti del ristorante che ne scrivono un commento- questa ha però un carattere particolarmente privato, quasi intimo. Sembra proprio mostrare i due nel momento dell’incontro con la giornalista.
Sembra, perché non è così. La foto è stata pubblicata sul Magazine settimanale di un altro quotidiano, La Prensa, il 12 agosto 2007.
Corredava quella intervista insieme a molte altre immagini chiaramente tratte dall’album privato dei Casimirri e quindi evidentemente concesse dagli interessati. Il giornale nicaraguense (2007) precisava che la madre aveva 80 anni e che viveva col figlio.
La foto originale su Magazine La PrensaDa quella pubblicazione sono tratte altre immagini pubblicate su
Sette.
Il ritratto a busto di Alessio in maglietta rossa, che riempe una pagina ed è ripresa in un occhiello sulla copertina di Sette, è esattamente quella che compariva sulla copertina di La Prensa Magazine. È un’immagine in posa, che implica che il soggetto voglia farsi ritrarre, e proprio per questo i due magazine la riproducono a piena pagina: il messaggio al lettore è ‘eccolo qui come ha accettato di esporsi’.

20070812 Magazine La Prensa

Ce n’è poi una in cui egli, in tenuta da sub, ha in spalla un pesce gigantesco; fa parte di una serie, altre immagini simili sono diffuse sul web (basti vedere i profili Facebook o google). Il giornale italiano ha però usato proprio quella uscita sul giornale nicaraguense e non altrove.

La copia su SetteSe ne può arguire che la Fanelli conosca bene quella pubblicazione. Nella quale, in un’altra
foto non ripresa da Sette, si vede l’interno
dell’abitazione, con «pareti gialle ed infissi
in legno» alle spalle di Alessio che ha in braccio il piccolo figlio adottivo colpito da sindrome di Down ed è seduto accanto a moglie e figlia.

Il servizio di Sette si apre con una foto di repertorio di via Fani dopo il sequestro Moro, e comprende, oltre alle quattro immagini citate prima, ancora due foto dell’esterno del ristorante, ed infine l’immagine bizzarramente intitolata ‘Scene da un matrimonio dal carcere’, che non ha alcuna relazione col servizio e pare essere stata aggiunta per semplice morbosità.

In una delle due foto di strada è visibile l’insegna ‘La cueva del buzo’, e l’immagine potrebbe effettivamente essere stata presa ‘prima delle 7 del mattino, quando in giro non c’è nessuno e il gruppetto di uomini armati non è ancora schierato all’ingresso’, come spiega la Fanelli in chiusura. Benchè vi appaia un gruppetto di tre uomini, si possono notare sulla strada le ombre lunghe degli alberi, come si producono dopo l’alba o prima del tramonto.

Il riquadro informativo

Occupa circa un terzo di pagina, ed intende riassumere gli eventi «Dall’attacco di via Fani alla condanna del processo Moro-ter». In apertura, afferma che Casimirri «vive in Nicaragua dal 1983, dopo un periodo trascorso in Libia e a Cuba.»
Questa di Libia e a Cuba è stata riprodotta, verosimilmente via dispaccio d’agenzia, da tutta la stampa italiana nel gennaio 2004, vedi ad.es. Corriere della Sera 14.1.2004, il Tempo 15.1.2004, La Provincia 15.1.2004, ADNkronos 16.1.2004.

Non è una notizia, ma un’affermazione gratuita, generica e senza fonte. Ripeti una bugia cento volte, e diviene una verità, diceva Goebbels. È quello che è accaduto, i giornalisti fanno del copia-incolla e nessuno si sogna di controllare, approfondire, verificare. Neppure la Fanelli, che a differenza degli altri aveva occasione di chiederlo direttamente a Casimirri.

Perché non è un dettaglio marginale: nella Libia di Gheddafi e nella Cuba di Fidel Castro non risulta essere mai sbarcato nessun ex-militante della sinistra armata italiana degli anni ’70 in esilio, quindi questo sarebbe l’unico caso, e per ben due paesi. Il periodo di cui si tratta sono gli anni 1980, un’epoca in cui gli Stati Uniti avevano dichiarato la ‘guerra ai terroristi’: proprio così Ronald Reagan, ben prima della «guerra al terrorismo» di Bush; gli stati-canaglia, allora, erano Libia, Cuba, Iran e Nicaragua.

Nella ricerca di una fonte ‘originaria’ della dis-informazione, si trova qualche articolo che fa riferimento alla Libia – data come luogo di rifugio di Rita Algranati, ex-moglie di Casimirri, che invece era in Algeria – e l’opzione Cuba la certifica il magistrato Rosario Priore, all’agenzia ADNkronos il 24.10.2000: «Si seppe che lasciò l’Europa su un aereo russo diretto a l’Havana e di lì si sarebbe rifugiato, ovviamente protetto dal regime sandinista, in Nicaragua.»

Nel 1994, sul Los Angeles Times, Tracy Wilkinson citava un ‘ex-membro dell’intelligence sandinista’ per affermare che Casimirri era arrivato nel 1983 dalla Libia. Questo tipo di fonte appare assai probabile, proprio perché si tratta di una falsa pista. Quando si vede menzionato un ‘agente segreto’ come fonte di una notizia, è chiaro che la notizia stessa non offre garanzia di fondatezza. Un agente segreto, quasi per definizione, non potrà essere sottoposto a verifica, poiché già il rivelarne l’identità lo esporrebbe al pericolo.

È quindi a priori una fonte che può dire, o alla quale si può attribuire, qualsiasi cosa. V’è solo il giornalista che può valutarne la credibilità, e che si prende la responsabilità di smerciare la notizia. Perché quel tipo di fonte non è mai qualificabile come disinteressata. Una qualche ragione per divulgare al pubblico una informazione segreta la deve avere, salvo si voglia credere che lo faccia in nome della verità e senza interesse alcuno. Sta dunque al giornalista prenderla con le pinze e non fondarci sopra il proprio discorso (il pezzo della Wilkinson, sia detto per inciso, non lo fa).

Si può ritenere che l’origine della falsa notizia di Casimirri in Libia rimonti al periodo turbolento del 1993, quando il governo di destra decise di ‘rivedere’ le cittadinanze concesse dal governo sandinista, e tentò di espellere e deportare verso l’Italia Casimirri, con una delle operazioni combinate con gli agenti italiani.

La notizia è falsa poiché Casimirri sbarcò a Managua provenendo da Mosca. Lo ha raccontato lui stesso nell’intervista all’Espresso, e questo è bastato ad alcuni per dire che ‘quindi’, era protetto dal KGB o dal GRU, i servizi segreti sovietici. Il fatto è che all’epoca per andare in Nicaragua non c’erano molte opzioni dall’Europa. L’Aereoflot, la compagnia di bandiera russa, aveva un volo diretto, che come tutti i suoi voli, partiva da Mosca. Non si poteva montare su un volo Aeroflot solo per una tratta esterna all’Unione Sovietica; niente di strano per chi volava verso Managua di arrivare a Mosca, e restare in transito – senza bisogno di visa – fino all’imbarco, come fece appunto Casimirri.

Dire che egli fosse stato prima in Libia aveva un valore di stigmatizzazione, allora la Libia di Gheddafi era vista come la patria dei peggiori terroristi del mondo, e come s’è detto, assieme a Cuba era considerato uno stato-canaglia, nemico mortale.

Il riquadro informativo della Fanelli conclude ricordando che a parte Casimirri, «Di tutti gli altri brigatisti, almeno undici, presenti in via Fani quel 16 marzo1978 nessuno è oggi ancora in carcere.»

I nomi non li fa, ma se non si devono contare Rita Algranati e Mario Moretti, che invece in galera ci stavano e ci stanno ancora oggi, siamo nel flou aritmetico.

La colonna di commento
L’opinione sull’intervista è intitolata ‘Parole insincere e senza rispetto per le vittime’ ed è firmata da Bianconi. Le vittime, nel corso di tutta l’intervista, non sono mai nominate, neppure indirettamente. Ma forse è proprio questo il rimprovero: ciò che le ferirebbe e indignerebbe, secondo l’autore, è ‘il modo sbrigativo col quale liquida quell’esperienza’. Eppure, nell’intervista non c’è ombra di domanda sull’esperienza passata.

Dopo un passaggio in cui si dichiara intristito per ‘il destino piccolo borghese nel quale s’è rifugiato l’ex brigatista’ (una critica proletaria?) l’illustre commentatore ritorna sul quello che Casimirri potrebbe dire, potrebbe raccontare, potrebbe spiegare. Certo, ma se la giornalista non lo chiede?

In basso, scrive che Casimirri ‘mostra di vivere senza troppe preoccupazioni’; due centimetri a sinistra, la didascalia delle immagini è intitolata ‘Vita super-blindata’. Sarebbe quella del latitante timoroso che si fa scortare, la bella vita ai tropici?

Bianconi conclude il suo sermone dicendo che da uno come Casimirri ‘ci si aspettava qualcosa di più’. Su questo ha senz’altro ragione. Ma allora perché inviare una giornalista che preferisce chiedergli se sa guidare una moto?

L’intervista precedente, all’Espresso, 12 anni prima, si conclude con una domanda sulle vittime ed il rimorso. Questa la risposta: «Un luogo comune italiano vuole che sia meglio vivere di rimorsi che di rimpianti. Io credo di essere la prova provata che non è vero. Preferirei sentire il rimpianto di non aver partecipato a un movimento politico che rispondeva alle mie ansie rivoluzionarie giovanili, e non essere alle prese con il rimorso che mi attanaglia oggi».

È dunque chiaro che Bianconi (che non è parte della schiera di dietrologi) fonda il suo discorso – un severo giudizio morale su Casimirri – sulle sole parole della Fanelli, e così facendo ne conferma la veridicità.

Considerazioni e commenti
Dopo aver raccolto così tante pulci, è tempo di dare una pettinata. Anticipando la conclusione, la risposta alla domanda d’origine, ‘è possibile che l’intervista sia stata fatta in casa?’, è un netto sì.
Il servizio di Raffaella Fanelli pubblicato da Sette non contiene un solo elemento di novità.
E l’effetto di verità, una volta scoperto che anche le foto non sono originali, si trasforma nel suo contrario. ‘ESCLUSIVO’, campeggia in rosso sull’apertura del servizio: eppure ben che vada è minestra riscaldata, i lettori di Sette si son visti servire informazioni già pubblicate da almeno tre anni, e la sola cosa che hanno in esclusiva è la scrittura dell’autrice.

Quanto alla qualità del servizio, anche se non è questo il punto centrale, è decisamente bassa. Errori e svarioni denotano una documentazione e una conoscenza approssimative.

L’intervista in senso stretto è risicata e minimalista, e colpisce proprio per la sua pochezza: domande e risposte coprono un paio di minuti al massimo, e davvero sembra uno scambio di battute al bar.

Le ‘domande scritte in fondo al nostro block notes, quelle più imbarazzanti che per giorni ci hanno tormentato sul come porle senza creare diffidenza’ (così la Fanelli, che usa il plurale majestatis) sono una dozzina, di cui tre ridondanti senza che producano approfondimenti, almeno un paio cui si può rispondere con un sì o un no, e l’ultima apertamente polemica.

Imbarazzante come domanda è certo la quinta, ‘Lei sa guidare una moto?’ Pare proprio che l’autrice si sia immaginata Casimirri come pilota della misteriosa Honda segnalata a via Fani da pochi testimoni, e che secondo tutti i brigatisti partecipanti all’azione non esisteva o comunque non era dei loro. Altrimenti perché una domanda così irrilevante, quando di questioni ce ne sarebbero ben altre, ad esempio quelle menzionate da Bianconi nel suo commento?

Alla domanda 8, sembra che il riferimento al capitano dei Carabinieri Delfino (morto da generale nel 2012) venga spontaneamente da Casimirri. Va ricordato che l’accusa di essere stato un infiltrato utilizzato da quel personaggio, assieme ad un mafioso calabrese, nasce nel 1995, dalle parole del magistrato italiano Antonio Marini. Questi disse che si trattava di una ‘ipotesi investigativa’ basata sulle dichiarazioni di Saverio Morabito, pentito della n’drangheta, ma da allora evitò sistematicamente di ricordare che l’ipotesi investigativa non aveva trovato nessun riscontro. La notizia, rilanciata dall’Unità il 16.4.1998, ha i tratti del depistaggio ed è stata regolarmente riprodotta come verità, atto fondativo di uno dei misteri del caso Moro.

Questo tipo di notizie, oltre a denigrare gli interessati che poi sono chiamati a difendersi senza sapere da cosa, serve anche ad altro: lo stesso magistrato Marini, ha raccontato alla Commissione parlamentare d’inchiesta che, grazie al fatto che «sulla stampa queste cose avevano avuto una risonanza eccezionale», gli erano servite per mettere sotto pressione i brigatisti (ovviamente non pronti a vedersi confusi con i mafiosi) e convincere Anna Laura Braghetti e Barbara Balzarani a testimoniare in aula. Nella stessa occasione, il 5.3.2015, il magistrato ha infine riconosciuto che quelle indagini «si sono concluse con un
nulla di fatto, perché erano del tutto infondate le dichiarazioni sulla presenza di Antonio Nirta.»

Alla domanda 9, sulle guardie armate, sono collegati altri elementi, nella parte finale del testo e nel legenda delle foto, e questo leit-motiv che attraversa tutto il servizio intende dipingere Casimirri come una sorta di boss mafioso con scorta armata, addirittura al plurale: ‘gruppi di uomini armati’. Poiché il buonsenso non sembra pesare (il livello di violenza in America Centrale è forse maggiore di quello in Europa, magari bastava guardarsi intorno, come Casimirri invitava a fare) procediamo di logica.

Casimirri ha subito un’aggressione (tempo dopo l’intervista) da una banda di 8 falsi poliziotti, che sono stati in seguito arrestati e processati per rapina; nel riferirne, il giornale Hoy del 1.5.2014, scrive che il ‘vigilante’ del locale venne immobilizzato per primo da un rapinatore armato di Kalashnikov. Sappiamo quindi da fonte sicura che c’era una guardia al locale, e di notte. Fa decisamente senso che se ci si deve organizzare una protezione, questa sia per la notte: quando c’è più pericolo, perché fa buio, e perché il locale è aperto. A che pro invece ‘schierare un drappello’ alle 7 di mattina? Casomai a quell’ora il turno di sorveglianza finisce. Cosa abbia visto la Fanelli non è chiaro, né è provato dalle fotografie.

Un’ultima nota sulle domande: la risposta alla domanda 3, s’è detto che Casimirri non può averla data. Controinformazione era una rivista degli anni ’70 che pubblicava anche materiali delle Brigate Rosse, ma non dipendeva da esse. Le BR avevano un ‘Fronte della controrivoluzione’ (o della controguerriglia) e delle ‘brigate’, non dei ‘gruppi’. La giornalista mette invece in bocca a Casimirri un inesistente «gruppo Fronte della controinformazione». Che Casimirri sia oltretutto anche incompetente sulla sua propria storia? Che lo abbia detto apposta per confondere? o piuttosto scempiaggine dell’autrice, errore dovuto all’approssimazione?

Bilancio
Dalla ricerca non è emerso alcun tipo prova, anche intrinseca ma definitiva, che la giornalista abbia fatto l’intervista, né che abbia incontrato Casimirri, e neppure che sia stata in Nicaragua.

Manca anche una prova definitiva del contrario, malgrado i molti elementi concorrenti che lo indicano.

Il servizio non comprende alcun contributo originale dell’autrice, come si è visto il contenuto riprende in particolare quello delle interviste dei giornali nicaraguensi, il Magazine di La Prensa del 12.8.2007 e El Nuevo Diario del 1.2.2004, rispettivamente della stampa italiana citata. Dal Magazine di La Prensa – che, si noti, corrisponde al magazine Sette del Corriere della Sera, poiché i due giornali sono paragonabili per importanza e posizione politica nei rispettivi paesi – sono state copiate tutte le fotografie più significative.

Che poi il Corriere le abbia comprate o piratate, non si sa, ma in ogni caso non ne menziona né l’autore né la fonte. Risulta possibile e verosimile che l’intervista sia stata composta. Tutti gli elementi repertoriati sopra sono stati raccolti con mezzi minimi -internet, posta e telefono – senza uscire di casa: un’operazione che chiunque può fare. Disponendo di maggiori risorse – mobilità, rete di contatti, denaro, accessi a redazioni, archivi ed emeroteche – la cosa sarebbe stata ancora più facile, e molto probabilmente avrebbe permesso di chiarire anche quei dettagli rimasti incerti.

Ciò significa che, con la secca smentita di Casimirri, che ha fornito pure una dichiarazione firmata, risulta assai probabile che l’intervista non sia mai stata realmente fatta.

Finalmente, non cambia molto che la giornalista non sia mai andata in Nicaragua, o che ci sia stata senza intervistare Casimirri, o ancora che ci sia stata e come tanti suoi colleghi italiani abbia provato ad attaccar bottone al ristorante, la sostanza rimane. E del resto qui non è mai stata questione di giudicare Raffaella Fanelli, ma di passare sotto la lente d’osservazione una pubblicazione, sì che ogni lettore possa farsene un’idea.

Il mistero è (quasi) svelato.

L’impressione generale prodotta dall’excursus di letture è che l’incompetenza ed il pressapochismo abbiano gioco facile nelle memorie costruite su miti e misteri.

La buona notizia è che quelle memorie non saranno mai condivise. Appartengono solo a chi le produce e le usa.

da  http://lapattumieradellastoria.blogspot.it/

 

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Il massacro del capitalismo: un morto ogni 3 minuti e mezzo sul lavoro. Così ricordiamo Marcinelle.

Il maggior numero di assassini nel mondo vengono provocati dal lavoro capitalista: 2milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici vengono uccisi ogni anno dallo sfruttamento capitalista; circa 6.000 al giorno. È questa la guerra più sanguinosa che dobbiamo fermare ad ogni costo. E’ da questa contraddizione capitale/lavoro che generano la gran parte delle altre guerre.

Un grande numero di queste morti sono lavoratori/trici immigrati/e.

Come è successo Sessanta anni fa a Marcinelle, qul maledetto 8 agosto 1956,  in una miniera di carbone in Belgio a 975 metri di profondità, senza un sistema antincendio. Questa migrazione nelle miniere del Belgio venne spinta dal governo italiano costituendo un ufficio per favorire le migrazioni. L’obiettivo del governo era vendere forza lavoro (50.000) in cambio di carbone.

E’ inutile lamentarsi, questo è il capitalismo e i regimi che lo tutelano e riproducono. Sta a noi continuare a subire oppure iniziare un vero percorso per liberarcene.

Sui morti lavor e su Marcinelle ascolta  qui (21 secondi);  qui ( 3 minuti)  e  qui (4 minuti)

Marcinelle

 

 

 

 

 

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Sette anni fa le “cure” della psichiatria uccidevano Francesco Mastrogiovanni

Il 4 agosto 2009 Francesco Mastrogiovanni, un maestro di 58 anni, un compagno anarchico, dopo essere stato fermato per una presunta violazione al codice della strada, viene sottoposto a una caccia all’uomo, inseguito, catturato e rinchiuso nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania e sottoposto a Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Ne uscirà 82 ore dopo morto, ucciso da questo Stato. Dalle sue istituzioni psichiatriche.
Viene legato al letto di contenzione, un’agonia lunga 82 ore è stata tutta registrata dalle telecamere di sorveglianza dell’ospedale. Il filmato, per volontà della famiglia, è stato reso pubblico. Leggi tutto

Vedi anche:

http://lantipsichiatria.blogspot.it/2016/07/un-uomo-sta-facendo-le-vacanze-in-un.html

 

 

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Perché le Olimpiadi?

Domani, venerdì 5 agosto si aprirà ufficialmente la 31°edizione dei Giochi Olimpici a Rio de Janeiro in Brasile che si concluderanno domenica 21 agosto.

Come ogni Olimpiade, anche questa edizione è stata attraversata da manifestazioni e proteste di quei settori della popolazione che subiscono un peggioramento delle proprie condizioni e che denunciano uno spreco di soldi e un tentativo della classe dirigente di ammantarsi di una notevole rilevanza  internazionale socio – politica  e  culturale e, soprattutto, anestetizzare la rabbia proletaria e addormentare la lotta di classe con inni nazionali, bandiere e medaglie.

Le proteste vengono caricate violentemente e ferocemente dalla polizia.

Fin dal 1896, da quando nella Grecia moderna è stata istituita, o meglio inventata, la prima Olimpiade moderna è stato sempre così.

Non possiamo dimenticare i massacri che precedettero le Olimpiadi del 1968 in Messico.

A Città del Messico migliaia di studenti, nei giorni precedenti l’inaugurazione, entrarono in agitazione contro l’autoritarismo, per i diritti, per una maggiore libertà e si scontrarono con la polizia dal 24 al 27 luglio ’68. Il 30 luglio innalzarono barricate per la liberazione dei loro compagni arrestati e per la rimozione dei responsabili delle aggressioni poliziesche, per lo scioglimento del corpo dei Granaderos e il riconoscimento effettivo del diritto di manifestazione e di tenere assemblee. Ne seguirono scontri con 10 morti fra manifestanti e Granaderos e più di 1000 gli arresti. I dimostranti minacciarono il boicottaggio dei giochi olimpici e l’inizio della lotta armata. L’esercito invase l’università arrestando studenti e docenti. Il governo di Díaz Ordaz, nella notte tra il 2 e il 3 ottobre, diede ordine alla polizia di sparare sugli studenti che affollavano Plaza de las tres Culturas di Thalelolco a Città del Messico. Le vittime tra i manifestanti furono centinaia, moltissimi i feriti, fonti istituzionali parlarono di 34 morti, poi la cifra fu portata a 50, ma le stime più attendibili indicano oltre 300 vittime, tutte tra i manifestanti. La XIX Olimpiade, bagnata di sangue, iniziò “regolarmente” il 12 ottobre 1968; nessun atleta, maschio o femmina, abbandonò la scena della strage diventata scena di competizione “sportiva”.

Soltanto Tommie Smith e John Carlos espressero un segnale di grande importanza; «Perché dovremmo correre in Messico solo per strisciare a casa?»Black Olimpiad

E allora, da domani, prima di scaldarci le mani applaudendo questo o quella ricordiamo quando e perché le moderne Olimpiadi sono state inventate.

Le Olimpiadi moderne non hanno nulla di sportivo. Sono state inventate con un preciso scopo politico-ideologico. Il nome Giochi olimpici è stato scelto per ricordare quelli antichi che si svolgevano in Grecia presso la città di Olimpia, nei quali si confrontavano i migliori atleti greci. Questi giochi iniziarono nel 776 (prima dell’era volgare p.e.v.). All’inizio era una manifestazione locale e veniva disputata unicamente un’antica gara di corsa. Successivamente si aggiunsero altri sport e i Giochi arrivarono a comprendere corsa, pugilato, lotta e pentathlon. Poi i Giochi divennero sempre più importanti in tutta la Grecia antica, raggiungendo l’apice nel VI secolo e nel V secolo p.e.v. Vi partecipavano solo i membri delle classi più facoltose, erano esclusi dalla partecipazione gli schiavi, i barbari, i sacrileghi, le donne, e chi non aveva antenati greci.

Il motivo: era la fine dell’800 e la borghesia trionfante in Europa, in nord America e in altre aree aveva bisogno di inventarsi una genealogia, delle origini che dessero risalto a una classe sociale quella dei bottegai, dei mercanti, degli usurai, e degli imprenditori, che non potevano vantarne un granché. Si dice che il compito di costruire questo “falso” fu affidato al barone Pierre de Coubertin, che propose di rivestire l’evento con cialtronerie romantiche come “importante è partecipare” quando compito di tutte e tutti era aver successo, vincere, questa finzione venne accettata. Il barone volendo imitare troppo il modello antico propose di precluderli al sesso femminile, ma la borghesia in ascesa non poteva accettarlo, e le donne furono ammesse. Le prime Olimpiadi dell’era moderna si svolsero ad Atene nel 1896.

Il senso: si inventò quindi un collegamento, del tutto arbitrario, con la cultura greca (avvenne anche nell’estetica e nell’arte, un secolo prima, con Johann Joachim Winckelmann e altri che cercarono di orientare l’ideale verso le statue greche esaltando il nudo di Fidia del Partenone, gli atleti di Lisippo; la bellezza ideale doveva corrispondere ai corpi degli atleti del tempo modellati dall’intensa attività ginnica; e non ditemi che questi modelli non c’entrano nulla nel predominio odierno del maschilismo e della sottomissione delle donne). L’ideologia che doveva incarnare

l’Olimpiade moderna era totalmente diversa da quella praticata in Olimpia 2500 anni prima. Doveva impersonare i valori con cui la borghesia voleva egemonizzare il mondo intero, perché rispondenti all’ordine capitalistico: il successo come valore assoluto in contrasto con la vergogna della sconfitta (valido sia per gli individui che per gli aggregati commerciali, industriali e per gli stati), la gerarchia meritocratica, il valore della bandiera e dell’inno nazionale (il potere borghese si è costruito sugli stati nazione ed è ancora ad essi ancorato anche nelle fasi crescenti di mondializzazione). L’ideologia di dover vincere, di avere successo e, soprattutto, conquistare spazio sui media, è ormai totalizzante: se non vai sui media sei una “nullità”; il valore di ciò che fai è calibrato dai media. Un’ideologia che, drammaticamente, ha egemonizzato ampi strati della popolazione, che conquista larga adesione nelle giovani generazioni, distruggendo il valore della partecipazione politica.

Questa è il triste senso dell’Olimpiade moderna.

Ma si può sconfiggere; cominciando a schifare le Olimpiadi e l’ideologia che contengono.

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Il carcere dagli anni Sessanta ad oggi. E le tendenze – Quinta parte

La modifica del sistema sanzionatorio: dal carcere al controllo preventivo territoriale, funzionale alla ristrutturazione del rapporto capitale/ lavoro.

Quinta (ultima) parte

            La tendenza che si nota nelle direttive che gli stati occidentali (Eu e Usa) stanno predisponendo in merito all’indirizzo della repressione, è orientata progressivamente a un uso ridotto del carcere, per trasferire, via via, il controllo repressivo sempre più sul territorio. Prenderà piede il “controllo penale esterno”, incentrato sulle limitazioni territoriali di spazio e di tempo. Non sparisce il carcere, (non per merito loro, dovremo prendere noi in mano questo compito abolizionista) ma viene ridimensionato.

Meno carcere e maggiori interventi preventivi per limitare il tempo e la mobilità territoriale consentirà alla Repressione di praticare l’invalidazione e la neutralizzazione selettiva, ossia impedire ad alcuni soggetti sociali di continuare a fare l’attività che facevano prima, cercando di neutralizzare loro e l’ambiente in cui sono inseriti. Questo è l’obiettivo della nuova repressione. Ed è quello che sta succedendo, in maniera massiccia al movimento No-Tav, contro cui la procura e la questura scagliano questi provvedimenti in gran quantità. Gli attivisti e attiviste del movimento No-Tav colpiti da questi provvedimenti rispondono rifiutando gli obblighi delle misure preventive; seguiremo attentamente le mosse successive degli organi statali (sappiamo che non rispettare gli obblighi equivale al reato di “evasione”). È una prima risposta da discutere e diffondere, ma ancora il resto del movimento non sembra granché attento. Su questo terreno si giocherà la partita contro la repressione. Resterà la pratica del carcere con le sue punte deterrente-terrorizzante del 41bis e delle carcerazioni differenziate AS1, AS2, AS3, particolarmente dure, per indurre alla delazione.

Questo cambiamento è stato prodotto da diversi motivi. Un motivo risiede nell’alto costo della detenzione carceraria: dati recenti dicono che ogni giorno un detenuto in Italia costa 123,78 euro (ma non vanno al detenuto/a, sono costi fissi, di cui la custodia ne utilizza l’82%), per un costo complessivo annuo del sistema penitenziario pari a 2,9 miliardi di €. Se si avviano alle misure alternative o preventive territoriali a molti più reclusi/e, la riduzione dei costi diventerà importante per via della diminuzione dei costi fissi.

Ma il motivo dominante è l’impellente necessità dello stato di dotarsi di un sistema di controllo sui settori di “classi pericolose” che il carcere da solo non riesce a realizzare, ossia sorvegliare adeguatamente il fenomeno extralegale e il conflitto sociale. Il carcere, da tempo, non serve ad altro che a placare l’insoddisfazione e il malessere di gran parte di cittadini (piccola e media borghesia impoverita, settori di lavoratori “inseriti” e anch’essi impoveriti, commercianti piccoli e medi, ecc.), indirizzati a questo furore filo-carcerario dai media attrezzati. Le politiche “forcaiole” (ad esempio le leggi “criminogene” Bossi-Fini, Fini-Giovanardi, ex-Cirielli) sono servite a racimolare voti per i partiti che hanno continuato a massacrare il paese e a riempire le galere spaventosamente. Alla favola della rieducazione e del reinserimento ormai non crede nessuno.

La crisi in corso fa aumentare i settori marginali ed emarginati. L’attività extralegale si è ormai trasformata da un’attività prodotta da scelte soggettive e individuali, da un po’ di tempo è la necessità a spingere gruppi di proletari impossibilitati a recuperare salario da lavoro dipendente “legale” a imboccare questa strada. I dati esposti dal Ministero della giustizia, sulla tendenza alla “recidiva” (reiterare il reato) è molto alta per chi esce dalla galera a “fine pena” (oltre il 75%) e bassa per chi esce grazie a un lavoro (inferiore al 20%). Dati che non dimostrano certo che il “lavoro” rieduca (come si fa a sostenere tale corbelleria!), ma dimostra che se il detenuto, grazie all’opera di qualche amministrazione locale o associazione, riesce a trovare un lavoro che da “libero” non riusciva a incontrare, quando esce di prigione continuerà quel lavoro, se invece esce nelle stesse situazioni di come è entrato, aggravato da altre spese, è ovvio che riprenderà l’attività extralegale. Questi dati dimostrano come gli interessi capitalisti riducono il lavoro dipendente sia per investire in territori dove il costo del lavoro è più basso, sia per aumentare la produttività di chi rimane e quindi lo sfruttamento e dunque alimentano il lavoro extralegale (che spesso è impostato con gli stessi capitali con cui si realizzano attività lecite, ma con un profitto maggiore).

L’attività extralegale dunque si sviluppa nelle zone dove cresce il numero di disoccupati. È un fenomeno in atto non da oggi, comunque esplode con virulenza nei periodi di lunga e violenta crisi. Ed oggi viene assumendo livelli talmente alti da non poter essere più ignorato, nemmeno dalle istituzioni. Da qui l’esigenza non più rinviabile per le forze statali della repressione di adeguarsi alla realtà sociale.

Attuare questo cambiamento di indirizzo della repressione non è facile per lo stato. Attualmente il controllo sul territorio viene attuato con i passaggi delle volanti che hanno spesso atteggiamenti provocatori e terrorizzanti, ma che non riescono a esercitare quel controllo oggi necessario sui gruppi sociali. I tecnici della sicurezza (chiamiamoli della repressione) non riescono ad avere dati precisi dalle due forze adibite al controllo del territorio: polizia e carabinieri. E si lamentano: “…incomprensibili i dati sui reati effettuati, quelli della Polizia di Stato e dei Carabinieri non sono omogenei, si riferiscono ad ambiti territoriali differenti, tanto che tentare di sovrapporre i dati di un commissariato con quelli di una stazione dei carabinieri risulta essere operazione complicatissima.

Il “controllo penale esterno” permette alle forze dell’ordine, se ben addestrate, di seguire continuamente e controllare nell’arco delle 24 ore gli spostamenti e le frequentazione del detenuto/a. Le norme lo consentono, però per fare tutto ciò è necessario un corpo di polizia addestrato e dedicato solo a questo scopo. Nelle stanze del Ministero si pensa a riservare a parte del corpo di polizia penitenziaria questo compito. Non sarà un passaggio facile, le corporazioni dei secondini, i loro sindacati, non sono favorevoli a nuovi compiti gravosi, solo un più remunerativo assetto contrattuale potrebbe convincerli.

L’obiettivo di fondo dei cambiamenti dell’operare della repressione si colloca dentro il rapporto capitale/lavoro. L’aumento della disoccupazione, particolarmente grave in alcuni territori, porterà all’aumento delle attività extralegali in quelle zone. L’obiettivo dello stato è ottenere che le masse convivano con alti livelli di disoccupazione, che sono garanzia di bassi e precari salari, che non riescano a esprimere conflitto sociale per rivendicazioni adeguate per resistere al peggioramento. Lo stato e la società saranno in grado di convivere con una attività extralegale, purché relegata ad alcune zone. Per quanto riguarda il conflitto sociale si tratta di controllarlo e tenerlo all’interno  delle “leggi di mercato”, perché non fuoriesca, e ampliare la frammentazione del lavoro dipendente.

Dunque lo stato ha la necessità di portare il controllo sempre più in questi territori, perché le tensioni non fuoriescano dalla zona per contagiare territori abitati da cittadini abbienti, quelle zone da mantenere tutelate. Un sistema di controllo già sperimentato in altre città, cercando di relegare il conflitto e l’attività extralegale nelle “solite” aree da controllare perché non si alzi troppo il livello e non si allarghi. Sono questi i compiti che lo stato italiano, seguendo l’esempio di altri, si accinge a mettere in campo.

In forme nuove è il solito “governo della paura” per tenere fermo e impaurito il mondo del lavoro dipendente. Quella paura che immobilizza le tensioni conflittuali, ma non distoglie dal consumo anche i settori del mondo del lavoro e del ceto medio-basso impoverito e nemmeno i lavoratori extralegali. La paura non dà luogo ad un cambiamento di abitudini e stili di vita da parte delle persone. È questo il risultato delle ricerche dell’Istat e quelle realizzate all’interno del programma Città Sicura. La costante, in tutte le ricerche, in molte città italiane è il collocarsi della questione sicurezza ai primi posti nella graduatoria dei problemi presenti, tuttavia, alla domanda se si sono modificate le proprie abitudini e la propria vita in relazione a ciò, la maggioranza dice di no. È un indice che la paura e l’insicurezza sono indotte dalla Tv e altri media; una sensazione ideologica assai più che reale. Resta dominante l’ideologia – ma anche la pratica – di trasformare la forza lavoro in forza di consumo, in consumatori; ma per settori di popolazione decrescente.

In conclusione, l’attività extralegale verrà tollerata, nel senso di controllata-combattuta ma non estirpata, solo in alcune zone; il conflitto sociale verrà riportato all’interno delle regole di mercato, a un livello molto basso e compatibile con l’ordine capitalista. E soprattutto il conflitto non dovrà nemmeno sfiorare l’organizzazione del lavoro il cui comando dovrà essere totalmente in mano al capitale.

Così come il carcere e il controllo penale attraverso la reclusione, col “grande internamento” dei secoli passati ha prodotto “il proletario operoso”, il “senza proprietà che non attenta la proprietà di chi ne ha tanta”, attraverso l’ammaestramento o se volete chiamarlo disciplinamento, che ha permesso il decollo e la diffusione del capitalismo, ebbene la repressione di oggi si pone di fronte ai settori marginali, alla la forza lavoro migrante, a tutto il resto del mondo del lavoro con il compito di renderli soggiogati alle regole del mercato. È questo la nuova divinità a cui sottomettersi passivamente: il mercato capitalista.

Ci riusciranno?                          Dipenderà anche da noi!

Libertà detenuti

 

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Il carcere dagli anni Sessanta ad oggi. E le tendenze – Quarta parte

Alcuni punti di una schematica storia dell’andamento della repressione attraverso il carcere a partire dagli anni Sessanta, per meglio analizzare le tendenze future

della Repressione preventiva o della invalidazione – Queste le tendenze

quarta parte

 Dalla metà degli anni Novanta le presenze in carcere cominciano a salire. Dai 30.000 nel 1995 la crescita delle presenza in carcere è inarrestabile, e non per l’aumento dei reati che, al contrario, diminuiscono. Agli inizi del nuovo secolo le presenza superano le 50mila, per poi crescere ancora fino ad arrivare nel 2009 al record che sfiora le 70mila presenza talmente superiore ai 42.000 posti disponibili che fa gridare anche i reticenti organismi internazionali, come la Corte europea, che sanziona lo stato italiano con una grossa multa per “trattamento disumano e degradante” della popolazione detenuta.

I motivi di questo incremento di presenze in carcere va cercato nell’approvazione di alcune leggi: la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini-Giovanardi sugli stupefacenti, la Cirielli sulla recidiva. Leggi che i tecnici definiscono “criminogene”, ossia che “creano il crimine”. In pratica fanno diventare reato un comportamento abitualmente fisiologico e compatibile con la vita sociale.

News46824Oltre le leggi “criminogene”, ciò che aveva fatto lievitare le presenze in carcere e preoccupava tutte e tutti quelli che la repressione la subivano, è stato il martellamento mediatico che ha prodotto questo slogan: «il malessere dei cittadini è dovuto alla paura di subire furti, rapine, aggressioni, quindi i nemici sono i “delinquenti” contro cui inasprire le condanne». Ciascuna persona, dentro di se, sapeva che il malessere e la rabbia erano dovuti ad altro: alle difficoltà nel lavoro sempre più precario, al rischio effettivo di licenziamento, al salario scarso e insicuro, all’aumento del costo della vita, agli affitti onerosi, ecc., ma scontrarsi con chi governava il paese e con chi era responsabile di queste condizioni era molto più gravoso, era più rischioso e più difficile che non gridare: “galera!, galera!, per tutti i delinquenti”. Questo slogan, esaltato dalla stampa, dalla Tv e fatto proprio da parlamentari e governanti e supinamente accettato da molta parte della popolazione, adeguatamente ammaestrata, ha prodotto l’effetto di orientare la magistratura ad applicare condanne molto più alte rispetto allo stesso reato commesso anni prima.

Ma c’è un altra funzione che si sta affermando nell’azione delle forze della repressione … ed è sintetizzabile in questa affermazione:  “a causa della personalità dell’accusato si assume che in futuro ci siano ulteriori processi a suo carico”. È quello che gli studiosi del diritto praticato chiamano “prognostica”; ossia il magistrato servendosi delle relazioni della polizia si assume il potere non previsto né dalle costituzioni liberali, né da quella italiana, ma presente nelle leggi e nei codici di procedura penale e in quelli di pubblica sicurezza e, sempre più, nelle sentenze, di prevedere il comportamento futuro del “reo”.

Siamo stati abituati a pensare che le carceri si riempiano e le condanne diventino più dure quando le attività extralegali  e i conflitti si intensificano. Questo è ciò che si scrive sui libri non validi e si dice nei media. Questo meccanismo ha prodotto la sanzione “retributiva”: tanto danno fai tu alla società col tuo violare la legge, altrettanto danno ti infligge la giustizia in termini di privazione di libertà e sanzioni economiche e amministrative. Su questa simulazione si è basato l’operare dei regimi liberali dell’Ottocento. Ma nella seconda metà di quel secolo, lo sviluppo di conflitti di grande portata e, a seguito delle crisi capitalistiche che riducevano alla fame masse di popolazione, lo sviluppo dell’attività extralegale, ha prodotto una teoria che ha messo al primo posto esplicitamente la “difesa di quella parte della società” proprietaria, cercando di individuare e prevenire il pericolo all’ordine costituito, operando quindi in maniera “preventiva”. Viene chiamata giustizia “prognostica” perché, si basa appunto sullo stato del corpo sociale e sull’individuazione preventiva delle possibili infezioni. Gli agenti dell’infezione (extralegalità e conflitto sociale) vengono analizzati e su di loro si fa una previsione sulla possibilità di espandersi. Non ha molta importanza quello che concretamente fai, ma il disordine sociale che potresti provocare con la tua attività attuale o prossima. Ricompare così l’ottocentesca caccia alle “classi pericolose”. (vedi qui)

images 9In alcuni stati, tra cui l’Italia, questa teoria è esplicitamente affermata, ed a essa sono ispirati il Codice penale Rocco e il testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza, entrambi redatte nel 1930 dal fascismo. Tuttavia il codice Rocco che pure fa riferimento alla “pericolosità sociale” e dunque alla teoria “prognostica”, non fece discendere da queste categorie il calcolo della condanna, si sforzò di rimanere nel filone classico (retributivo), ma per le misure di controllo successive alla condanna; segno dell’influenza della scuola liberale-classica tra i giuristi. Oggi, alcune leggi fatte in periodo repubblicano, come le leggi Cossiga sul finire degli anni Settanta e i pacchetti sicurezza recenti, sono molto più dure e preventive di quelle del codice Rocco.

Dopo la salata multa della Corte europea allo stato italiano per le condizioni inumane imposte alla popolazione detenuta, il governo per evitare altre multe ha varato i “provvedimenti svuota carceri” improntato ai un esasperato meccanismo premiale: lo sconto di pena per ogni anno di carcerazione all’insegna della “buona condotta”  (liberazione anticipata) viene portato a 5 mesi, da 3 che era prima. Protestare, organizzare i detenuti vuol dire farsi 5 mesi di galera in più per ogni anno: è un colpo alla schiena!

I primi provvedimenti sono del novembre 2010, inizialmente sono poca cosa, ne servono altri. Il secondo vede la luce nel febbraio 2012 che fa scendere le presenze a 65.000, ancora troppe. E dunque con decreto-legge 23 dicembre 2013, n.146 convertito in legge il 21 febbraio 2014, n. 10, si accelera sulle “misure alternative” e la popolazione scende rapidamente a 60.000 per attestarsi nella seconda metà del 2014 tra le 54 e le 58mila presenza, di cui il 60% sono dentro per “reati contro il patrimonio”. L’operazione “svuotamento” si conclude col “risarcimento” approvato il 2 agosto 2014 grazie alla “fiducia” chiesta dal governo (G.U. 20.08.2014). Così il governo si tranquillizza, ha evitato altre sanzioni dall’Europa. E così, ministri e tecnici si mettono alla ricerca di una ridefinizione del “sistema sanzionatorio” cercando di bilanciare la necessità di una ridotta presenza in carcere, anche per i suoi alti costi non più sopportabili, e lo sviluppo alle misure alternative che dovrebbe permettere, secondo gli auspici di ministri, governo e potenti, un controllo capillare e dell’attività extralegale e del conflitto sociale sul territorio.

Grandi modifiche finora non sono state apportate al sistema sanzionatorio tuttavia, come spesso succede in questo paese, la pratica repressiva comincia a cambiare velocemente introducendo massicciamente misure cautelari di polizia come firme e divieti di spostamento in alcune aree.

              Una riflessione sulla differenza tra teoria e pratica sulla “sicurezza”.

Rudolph Giuliani viene nominato nel 1983 da Reagan Procuratore Federale del South District di New York. Qui si occupa tenacemente della lotta alla droga e al crimine organizzato, guadagnandosi l’appellativo di “Procuratore di ferro” e anche “lo sceriffo”. Successivamente viene eletto sindaco di New York per il Partito repubblicano dal 1º gennaio 1994 al 31 dicembre 2001. La sua propaganda per l’elezione a sindaco è stata improntata  “alla riconquistare alla popolazione la città di New York”. In altri termini, ha presentato la propria azione non come sistema per punire i criminali, ma per restituire le strade ai cittadini. L’azione concreta poi è stata di altro tipo, con arresti massicci di scippatori, lavavetri, venditori ambulanti e così via. Giuliani, non ha certamente eliminato e nemmeno ridotto la criminalità, però l’ha circoscritta in certe zone, l’ha spinta nelle riserve. Così ha ri-normalizzato il rischio, proponendo: lì c’è il rischio e lì no. Ha riportato il rischio a l’interno di un criterio di normalità, che tranquillizza il cittadino medio perché gli lascia alcune zone franche. I quartieri poveri sono i più pericolosi di tutti perché sono quartieri a rischio, da dove la criminalità non esce più. Nei quartieri borghesi e benestanti la “criminalità bassa”, quella fatta di furti, scippi, rapine, piccolo spaccio, non ha facile vita.

È questo il programma che perseguono le amministrazioni locali e i governi nazionali. Non certo eliminare o ridurre di molto la delinquenza. Questa possibilità non è nei poteri delle amministrazioni, casomai si sviluppa o arretra a seconda dei piani economici dei governi e dei capitalisti, che non hanno volontà di mettere in pratica. La delinquenza cresce o sale per motivazioni prevalentemente economiche, cui si aggiungono quelle culturali, il correre appresso a un “successo” misurato dai soldi, miti e modelli televisivi. Questa strategia, di relegare l’attività extralegale in alcune zone impedendo che contamini altri territori, sembra essere la scelta politica che ha convinto i poteri forti. Per raggiungere questo obiettivo, non serve la galera, ma un controllo capillare sui territori, partendo da quei soggetti che sono già stati condannati, ma anche quelli/e soltanto segnalati/e, e che le forze di polizia possono pedinare, seguire per introdursi negli intrecci relazionali che danno vita alle attività extralegali e ai conflitti sociali. Il potere per mezzo della repressione di questo tipo vuole realizzare delle aree tranquille, franche dalla delinquenza, in grado di costituire e reiterare la base di consenso di partiti, governi e poteri.

In questa fase della repressione e nei suoi sviluppi, la battaglia si giocherà su questi terreni: il potere opererà per tenere sempre più territori non attraversati dal conflitto né dal disordine sociale (attività extralegale); relegando queste in zone periferiche abbandonate e recintate. Per mezzo del controllo preventivo per tutto ciò che si muove e dell’attività dei soggetti sociali, sperano di riuscirci.

Può diventare difficile per il potere, addirittura impossibile, se quei territori sapranno esprimere forme di contropotere autorganizzato in grado di far fallire il controllo e l’emarginazione. E passare all’offensiva.

Al prossimo post la quinta e ultima parte: La modifica del sistema sanzionatorio: dal carcere al controllo preventivo territoriale, funzionale alla ristrutturazione del rapporto capitale/ lavoro.
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