A sedici anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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24 febbraio manifestazione a Roma

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Il 17 febbraio di 41 anni fa, all’università di Roma, il capo della cgil Lama …

Il 17 febbraio del 1977 era Giovedì. All’università di Roma Luciano Lama per ristabilire l’ordine …

Il 16 febbraio ’77, mercoledì, assemblea numerosissima del movimento all’università di Roma, si discusse come accogliere Lama: farlo parlare? Fischiarlo? Cacciarlo? L’assemblea alla fine decise di presenziare al comizio, subissarlo di fischi ma evitare lo scontro fisico. Una soluzione che andava bene a tutti e non creava problemi al movimento in una fase di crescita.

Gli «indiani metropolitani» prepararono un pupazzone di cartapesta molto alto pieno di tanti slogan ironici: «Più lavoro meno salario»; «Lama è mio e lo gestisco io»; «Vogliamo un affitto proletario il 100% del salario» (ironia superata dalla realtà)».

Il camion del comizio sindacale viene circondato da un servizio d’ordine di un centinaio di persone del pci. A qualche metro di distanza tutti gli altri: studenti, lavoratori, tra i due schieramenti  una «terra di nessuno» tenuta sgombra grazie a una fila di servizio d’ordine del movimento che cercava di evitare il contatto col servizio d’ordine di Lama, cinque-sei metri indietro c’era il pupazzone con intorno gli indiani metropolitani la cui consistenza numerica andava man mano aumentando.

«È ora, è ora: miseria a chi lavora»; «Potere padronale»; «Andreotti è rosso Fanfani lo sarà»; «Più baracche meno case». Poi arrivò il lancio di palloncini ripieni di colore verso il camion.

I militanti del servizio d’ordine di Lama impugnarono gli estintori e si lanciarono contro le prime fila del servizio d’ordine del movimento che a stento riuscivano a trattenere quanti premevano indignati. Il cordone del movimento cedette consentendo agli «indiani» di partire alla controffensiva e arrivare a contatto con gli aggressori. Dietro c’erano tutti gli altri. A quel punto il parapiglia fu inevitabile. Il movimento incalzò il servizio d’ordine sindacale che arretrò fino a uscire dall’università.

Leggi ancora sul 1977  qui

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Cosa è emerso dalle analisi ufficiali sulla “memoria” e sul “ricordo”?

Anche quest’anno le celebrazioni, le testimonianze e le analisi in occasione del giorno della memoria (27 gennaio) e del giorno del ricordo (10 febbraio), si sono svolte nel grigiore e nella trascuratezza volta a ignorare i crimini del governo e dell’esercito italiano nel costruire e gestire i campi di concentrmento duranta l’occupazione italiana della Jugoslavia. Negligenza ribadita il 10 febbraio avvalorando la falsificazione sulle Foibe. Una tendenza si nota, le falsificazioni storiche e lo squallore crescono e colonizzano tutte, ma proprio tutte, le aree politiche istituzionali.

Chi vuole leggere e ascoltare qualcosa di diverso e più pertinente, sul giorno della memoria può vedere  qui   e sul giorno del ricordo può vedere  qui

       

 

 

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Non è un bell’inizio nelle carceri italiane!

Comincia male il 2018 nelle carceri italiane:

il carcere uccide!

Siamo ai primi di Febbraio e già nelle carceri ci sono stati 10 morti, di cui 6 suicidi.

Il motivo di alcune morti sono ancora da accertare

L’età delle persone suicidate:  20, 40, 40, 42, 44, 59  anni

Se prosegue questo trend quest’anno si toccherà un tragico record di morti in carcere, superando la soglia delle 60 morti per suicidio.

Chi c’è in carcere?

Mentre le presenza in carcere sono in crescita, oltre 58.000, si segnala un’altissima presenza di persone anziane, molto anziane:

da 60 a 70 anni sono  3.700,  oltre i 70 anni  776.   In totale   4.476

Dieci anni fa, la presenza era molto minore:

da 60 a 70 anni erano 1.397,  oltre i 70 anni  291.    In totale   1.688

 

Aumentano anche le madri con figli e figlie in carcere

Nel 2016 erano 34 madri con i loro 37 bambini e bambine,

oggi sono  50 madri con i loro 58 bambini e bambine,

Anziani e creature appena nate in carcere, questa è il sistema sanzionatorio “democratico” di questo squallido paese?

In questo devastante quadro, piovono i decreti che “riformano” l’Ordinamento Penitenziario.

Il decreto deve essere approvato in via definitiva dal CdM entro il 2 marzo, attualmente è alla commissione giustizia del senato.

I punti cardine dell’insieme dei provvedimenti si basano su una maggiore flessibilità della pena e su minori automatismi. Ossia sul recupero di spazio discrezionale della magistratura di sorveglianza.

Vuol dire che la lunghezza e l’asprezza della pena dipenderanno sempre più dal comportamento della persona prigioniera, e non soltanto dalla condanna subita.

Voglio dire che sarà centrale il comportamento in carcere della persona detenuta;

*deve collaborare con la direzione e la custodia (le guardie);

*deve compiere tutti quelle attività previste dalla direzione per gratificare il carcere e la sanzione ricevuta;

*deve esprimere totale rispetto per lo stato e il sistema punitivo che l’ha massacrato/a;

insomma deve diventare uno zombie, un robot.

Solo in questo modo la pena potrà essere ridotta e resa meno afflittiva.

In termini tecnici tutto ciò è definito: l’individualizzazione del trattamento rieducativo e la differenziazione dei percorsi penitenziari in relazione alla tipologia dei reati commessi e alle caratteristiche personali del condannato.

Ne ho discusso nella trasmissione di ieri più ampliamente su RadiOndaRossa, si può riascoltare  qui

In questo quadro sarà difficile organizzare proteste e movimenti nelle carceri … a meno che … a meno che la solidarietà di donne e uomini che sono fuori, liberi/e, o meglio in libertà provvisoria, si moltiplichi, assumendo nuove e più incisive forme di sostegno.

Considerando che alcuni giorni fa la Cassazione ha ritenuto lo sciopero della fame di alcuni detenuti di un carcere come un “sommossa”, convalidando la punizione da loro subita (vedi  qui )

 

 

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mettiamo il naso nei decreti attuativi della “Riforma dell’Ordinamento Penitenziario”

Cosa c’è nei Decreti legislativi attuativi della riforma dell’Ordinamento Penitenziario?

 Vediamo la parte sulle: DISPOSIZIONI PER LA RIFORMA DELL’ASSISTENZA SANITARIA IN AMBITO PENITENZIARIO

Articolo 2

 (Modifiche alle norme sull’ordinamento penitenziario in tema di assistenza sanitaria)

c) l’articolo 65 è sostituito dal seguente articolo: «Art. 65. Sezioni per detenuti con infermità.-

1. Quando non sia applicabile una misura alternativa alla detenzione che consenta un adeguato trattamento terapeutico-riabilitativo, nei confronti dei condannati a pena diminuita ai sensi degli articoli 89 e 95 del codice penale e nei confronti dei soggetti affetti da infermità psichiche sopravvenute o per i quali non sia stato possibile disporre il rinvio dell’esecuzione ai sensi dell’articolo 147, [Art. 147 codice penale: Rinvio facoltativo della esecuzione della pena]  quarto comma, del codice penale, le pene detentive sono eseguite in sezioni speciali finalizzate a favorire i1 trattamento terapeutico e il superamento delle suddette condizioni.

2. Le sezioni speciali sono ad esclusiva gestione sanitaria.

Si riferisce a coloro cui si presenta una patologia psichiatrica dopo la condanna, nella loro detenzione in carcere. Per dirla brutalmente, quelle e quelli che diventano “matti” in carcere, grazie alle gradevoli condizioni che si vivono nelle carceri di questo delizioso paese.

Cosa saranno queste «sezioni speciali finalizzate a favorire i1 trattamento terapeutico e il superamento delle suddette condizioni»?

Non ci sarà la voglia di ripristinare sezioni manicomiali nelle carceri?  

Comunque non si può sfuggire a questa logica: se i “grandi” scienziati psichiatrici affermano che in carcere si diventa “matti”, e comunque già oggi circa il 60% delle persone detenute fa uso di psicofarmaci (affermazione di alcuni sindacati delle guardie) e il  75% ricorre a quella che viene definita “terapia serale”, sedativi per dormire, che vuol dire?

Vuol dire quello che ripetiamo da decenni, ossia che il carcere è un lager che:

* induce al suicidio (lo scorso anno 52 persone suicidate, e morte per altra causa, lo scorso anno, ben 123)

* produce nelle persone rinchiuse devastazione fisica e mentale, o come afferma il decreto: «infermità psichiche sopravvenute».

Quando si affermano delle cose, bisogna essere conseguenti. Oggi un decreto dello stato afferma che in carcere per alcuni/e detenuti/e  sono “sopravvenute infermità psichiche”. Cioè che il carcere li ha fatti diventare “matti

Quindi, tenere funzionanti e pieni di persone quegli strumenti di morte e pazzia, ossia le carceri, vuol dire essere corresponsabili di quel crimine!

Se non vogliamo essere anche noi complici di questa scelleratezza, c’è una sola battaglia da fare:

Chiudere tutte le Galere   –   Abolire il carcere

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Memoria o distrazione?

Fa difetto la memoria, e come!!! Qualcuno parla o ricorda i campi di internamento italiani in Jugoslavia attivi dal 1941 al 1943.  Gonars, Arbe (Rab), oppure di quelli di Monigo, Renicci e tanti altri. Le commemorazioni  dimenticano di ricordare i campi di concentramento che l’esercito italiano e il Ministero dell’Interno predisposero per gli oppositori politici, per i prigionieri e per i civili, ossia le popolazioni slave deportandole dai propri territori per popolarli con “italiani”. Una vera e propria “Pulizia Etnica“.

Oltre 50.000 uomini, donne, vecchi e bambini vennero deportati e internati in campi di concentramento, all’interno dei quali vigevano delle condizioni al limite della sopravvivenza. Difatti ne morirono migliaia di stenti. Leggi ancora

Guarda alcune immagini dei Campi di Concentramento per Jugoslavi,  qui

Leggi come è stato nascosto il crimine di internamento nei Campi praticato dal regime fascista italiano   qui

Bambini nel campo di Arbe (Rab)

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Nelle carceri si può votare … oppure …

Nelle carceri si può votare?  Certo, nelle carceri si può esercitare il voto.

Possono votare tutte le persone detenute non condannate definitivamente, ossia chi è in attesa del primo grado di giudizio, chi  è appellante e chi è ricorrente in Cassazione.

Coloro che sono condannati/e definitivamente, non possono votare se hanno in sentenza la pena accessoria della “interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici” e se condannati/e all’ergastolo. Tutti gli/le altri/e condannati definitivamente possono votare.

A tal fine si predispongono negli istituti carcerari seggi elettorali.

Fin qui per ricordare le norme che regolano il voto per le persone in carcere.

Quello su cui ho qualcosa da dire riguarda gli appelli che giungono da ogni parte, anche dalle carceri, che esortano le persone in carcere a votare, per una lista o per l’altra, affermando che, per mezzo dell’espressione del voto, detenuti e detenute possono diventare protagonisti politici delegando qualche lista e chiedere di migliorare le carceri e poter scontare la pena nella legalità e umanità.

Non voglio consigliare nessuno/a a votare o non votare, né per chi votare. Voglio ricordare che la popolazione prigioniera ha nella sua recente storia una attività importante e di grande valore politico. Quando, organizzandosi in collettivi, sfidando la disciplina carceraria che fa divieto e impedisce a chi sta in prigione di organizzarsi e fare assemblee, nel mentre resistevano alla devastazione della galera, hanno analizzato approfonditamente il ruolo del carcere nella società attuale, capitalistica.

Hanno espresso riflessioni ancor oggi valide, come la critica all’istituzione carceraria che educa all’egoismo, all’individualismo, ad essere ruffiani, spie, lacchè, a tradire i propri compagni, a leccare i piedi alle autorità.

Hanno individuato il ruolo della giustizia e del diritto nella società divisa in classi che non sono né possono essere confusi con l’interesse generale o un bene comune, ma sono strumenti per il mantenimento dell’ordine sociale basato sulla perpetuazione dello sfruttamento di chi lavora da parte delle classi sfruttatrici. La galera non è che l’ultimo tassello di una catena formata dalla giustizia classista, dal diritto classista e dalla repressione altrettanto classista.

Per questo la parte più attiva della popolazione detenuta, qualche tempo fa, si è organizzata in collettivi e ha lottato per migliorare le condizioni di chi è recluso/a,  non attraverso leggi e regolamenti, ma aumentando il rapporto di forza tra carcerati e carcerieri a favore dei carcerati attraverso lotte, rivolte, evasioni. Con l’obiettivo chiaro di giungere all’abolizione del carcere!

Questa è la storia della popolazione carcerata da non dimenticare, ma da ravvivare. Non certo l’abitudine alla delega.

Qui appresso alcuni loro scritti di quando si lottava collettivamente:

     «…l’innocenza che rivendica il detenuto non è quella generica di chi trova sproporzionata la pena. È l’innocenza storica dello sfruttato, dell’isolato, dell’oppresso, dell’alienato. Il reato perde la sua dimensione assoluta, si relativizza e scompare come reato…»

     «…Non viene criticata l’ineguaglianza delle leggi: è una constatazione troppo facile. È l’istituto “giustizia” che si rivela tutto sbagliato».

    «…La risocializzazione non è un fatto esterno, imposto, insegnato meccanicamente. Deve essere conquistato dal carcerato, come soggetto e non oggetto, e come appartenente ad una collettività. Questo significa che solamente acquisendo coscienza sociale, di classe, il detenuto può rompere con la delinquenza, ma ciò porta a una sola via d’uscita: quella di diventare un rivoluzionario».

    «…I detenuti comuni, gli sbandati, i ribelli senza speranza, noi ve li ritorneremo con una coscienza rivoluzionaria. Questo è il mio impegno, questo è il vostro errore».

             Lo stato, le istituzioni e tutte le forze politiche e militari hanno schiacciato sotto i cingoli dei carri armati questa grande prova di autorganizzazione democratica sviluppata nelle fabbriche, nelle carceri e in ogni altro aggregato popolare. Hanno silenziato col rumore delle armi da fuoco e quello dei chiavistelli dei penitenziari l’antagonismo pratico che voleva cambiare l’esistente. Ne è seguito un silenzio mortifero, nel quale sono moltiplicati i grandi traffici e le mafie che proliferano perché non vogliono cambiare l’esistente, anzi ci convivono talmente bene che vogliono mantenerlo.

           E oggi da qualche parte si inciampa nell’affermare che “la giustizia è un bene comune”. NO! la giustizia è di classe, lo era ieri, lo è oggi e lo sarà domani, finché, abolendo le classi, la giustizia scomparirà, in quanto utile al mantenimento delle classi. La giustizia favorisce le classi sfruttatrici e colpisce le classi sfruttate. La giustizia è utile a mantenere il sistema politico-economico attuale basato sullo sfruttamento, sulla devastazione di masse umane, di ambienti e sulla produzione di guerre.

Aboliamo le galere

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99 anni fa gli sgherri socialdemocratici assassinavano Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht

Rosa Luxemburg, Liebknecht e Pieck vennero catturati e condotti presso l’hotel Adlon di Berlino, i corpi inermi della Luxemburg e di Liebknecht vennero trasportati lontano su una jeep militare, fucilati e gettati in un fiume, Pieck riuscì a trovare la via della fuga, era il 15 gennaio 1919. Il corpo della Luxemburg, gettato in un canale, fu trovato solo alcuni mesi dopo; le autorità riuscirono a impedire che fosse sepolto a Berlino, per timore di manifestazioni e incidenti.

Leggi tutto  qui

*alcune parole di Rosa:   […] Le rivoluzioni non vengono “fatte”, e grandi movimenti popolari non vengono inscenati con ricette tecniche tratte pronte dalle istanze di partito. Piccoli circoli di congiurati possono “preparare” per un determinato giorno e ora un putsch, possono dare al momento buono alle loro due dozzine di aderenti il segnale della “zuffa”. Movimenti di massa attivi in grandi momenti storici non possono essere guidati con questi stessi metodi primitivi. Lo sciopero di massa “meglio preparato” in certe circostanze può miserevolmente fallire proprio nel momento in cui una direzione di partito gli da “il segnale di via”, o afflosciarsi dopo un primo slancio. L’effettivo svolgimento di grandi manifestazioni popolari e azioni di massa in questa o in quella forma, è deciso da tutta una serie di fattori economici, politici e psicologici, dal livello di tensione del contrasto di classe, dal grado di educazione, dal punto di maturazione raggiunto dalla combattività delle masse, elementi tutti imponderabili e che nessun partito può artificialmente manipolare. Ecco la differenza tra le grandi crisi storiche e le piccole azioni di parata che un partito ben disciplinato può in tempi di pace pulitamente eseguire con un colpo di bacchetta delle “istanze”. Ogni ora storica esige forme adeguate di movimento popolare: essa stessa se ne crea delle nuove, improvvisa mezzi di lotta in precedenza sconosciuti, vaglia e arricchisce l’arsenale popolare, incurante di qualsivoglia prescrizione di partito.

*alcune parole di Karl Liebknecht –il nemico principale è in casa nostra!”

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67 anni fa, 1950, massacro di operai compiuto dalla feroce repressione padronal-democristiana …

 davanti alle Fonderie Riunite

2-fonderie-riunite_9-gennaio-50Poco dopo le dieci di mattina una decina di lavoratori si trovavano all’esterno della fabbrica vicino al muro di cinta, cercando di parlare con i carabinieri schierati. Un carabiniere sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.

Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.

Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale. Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.

Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani [21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri si inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.

1950_modena_2Sei lavoratori assassinati, 34 arrestati, i numerosi feriti trasportati in ospedale vennero messi in stato di arresto, piantonati giorno e notte e denunciata alla magistratura per «resistenza a pubblico ufficiale, partecipazione a manifestazione sediziosa non autorizzata, attentato alle libere istituzioni per sovvertire l’ordine pubblico e abbattere lo Stato democratico». …. …. …. …. ….  …   Continua la lettura  qui

Il capitalismo è barbarie!!!

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1980, 28 dicembre, rivolta nel carcere speciale di Trani

                                Trentasette anni fa, il 28 dicembre 1980, alle ore 15,20 inizia la rivolta nel carcere speciale di Trani

«12 dicembre 1980, è sera, ora di cena. Si cena presto in carcere, televisioni accese a tutto volume, a quell’ora quasi tutte sintonizzate sul telegiornale del terzo canale, quello delle 19.00. Improvvisamente un vociare sempre più intenso, un boato. Ci affacciamo al cancello e contemporaneamente accendiamo la tv che quella sera, stranamente, tenevamo ancora spenta. Da qualche cella urlano un nome, qualcuno ne declina le funzioni e il ruolo. È un alto funzionario del Ministero della Giustizia con incarichi particolari sulle carceri speciali.

È stato sequestrato dall’organizzazione. In cella ci abbracciamo. Sembra brutto dirlo trent’anni dopo. Perché mentire? Allora succedeva così. Anche dall’altra parte, quando qualcuno di noi veniva arrestato in altri ambienti si brindava, l’urto frontale produce questi comportamenti.

La notizia piove su tutti noi rinfrescandoci, dopo quelle faticose discussioni che avevano arroventato gli animi. Adesso la discussione doveva prendere un altro indirizzo. Ora c’era poco da tergiversare, bisognava confrontarci con la proposta che veniva dall’organizzazione.

Confrontare,  significava raccogliere l’invito all’azione, mettere in piedi una lotta, una rivolta o un’evasione. L’incubo era finito. Le discussioni erano giunte a una prima conclusione.  Ora si fa sul serio, adesso entriamo in pieno nella parte dei prigionieri ribelli e vediamo se siamo in grado di recitarla bene. C’è ancora molto da lavorare e poi la maggior parte dei compagni, e anche tutti gli altri, vorrebbero lavorare per un’evasione. È comprensibile. Ma i tempi sarebbero lunghi e fuori non c’è la forza necessaria per un’evasione di massa. Bisogna convincere tutti che fare una rivolta è l’unica cosa possibile e importante, ed è da fare al più presto, per collegarci al sequestro, che non può durare un’eternità. I primi a essere d’accordo sono i compagni che vengono dall’esperienza dei Nap.

Per convincere i compagni arrestati di recente sosteniamo:  «Dopo tante critiche da parte dei compagni del nucleo storico, adesso facciamo vedere quello che sappiamo fare». Diversa la sollecitazione per i compagni con un lungo percorso carcerario alle spalle:   «Proviamo a rilanciare quella stagione di rivolte che ha scardinato il sistema carcerario per tutti gli anni Settanta ma che adesso rischia di addormentarsi, agganciamoci alla rivolta di Nuoro di quattro mesi fa e quella dell’Asinara dell’ottobre dello scorso anno».

Proprio la chiusura dell’Asinara tocca una corda sensibile. La solidarietà in carcere non si discute, senza solidarietà in carcere non si vive. L’Asinara, il carcere-lager, la sezione speciale ricavata nella diramazione Fornelli è lo spauracchio di ogni detenuto.

Anche i più duri storcono la bocca quando si minaccia di mandarli all’Asinara. Chiuderla è importante, significa non abbandonare chi vi è finito e versa in una difficile situazione. Lottare contro le carceri speciali e la differenziazione è l’argomento ricorrente nelle discussioni quotidiane.

In più c’è il caso drammatico del compagno Gianfranco Faina che, colpito da una malattia incurabile, è in fin di vita. Il Ministero non vuole farlo uscire.

Molta decisione ma anche dubbi. Con il clima teso che c’è nel paese può succedere qualunque cosa. Fuori, lo Stato e i governanti sono decisi a una linea durissima, la «linea della fermezza». La cosiddetta opinione pubblica è stata convinta da campagne di stampa ben orchestrate, siamo descritti come mostri e i mostri possono essere schiacciati. Nessuno farebbe una piega se qualcuno di noi in una rivolta ci lasciasse la pelle. Il punto non è di non avere dubbi, ma di saperci convivere  serenamente. ….»

La descrizione dettagliata della rivolta del carcere speciale di Trani del 28-dicembre 1980 la trovate sul libro: Maelstrom, Ed. Derive Approdi 2011
[sopra sono riportate alcune parti, pag.257 e segg.]

Il diario della battaglia di Trani è  qui

Le proteste dei familiari dei prigionieri di Trani è  qui

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