A quindici anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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Roma, 26 novembre 2016: un nuovo movimento occupa la scena!

Roma, 26 novembre 2016: un nuovo movimento occupa la scena?

Noi siamo le nipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare

 Non si vede spesso, di questi tempi, un corteo di 200.000 persone attraversare la città. Un corteo di donne, non-una-di-meno, contro la violenza degli uomini sulle donne. Un corteo che, oltre il numero eccezionale, ha portato con se alcune inconsuetudini che ci presentano l’interrogativo sopra riportato. Ossia: sta crescendo un movimento con caratteristiche nuove, non raffigurabile con le categorie usuali, che non si può collocare negli schemi interpretativi del linguaggio politico-sociale vigente?

La violenza degli uomini sulle donne non è un problema nuovo. Da sempre le donne e le compagne hanno messo in atto iniziative, battaglie culturali, proposte economico-sociali, conflitti di ogni tipo, per liberare le donne da queste aggressioni.

Come ha espresso con grande efficacia il movimento femminista degli anni Settanta, stregheè questo un punto centrale nel percorso di liberazione della donna. Lo abbiamo letto nella miriade di striscioni, di cartelli e di cartoncini vergati a pennarello, l’abbiamo sentito risuonare nelle grida gioiose e/o rabbiose che hanno smascherato l’oppressione che proviene dall’ambito familiare, da quello imprenditoriale, governativo e istituzionale, per far arretrare le donne dai punti di forza conquistati nei decenni passati, e comunque fermarne l’avanzata.

A ciò si aggiunge un disinteresse colpevole delle formazioni della politica, anche quelle di sinistra, anche di estrema sinistra, reso più grave dai preoccupanti segnali provenienti dalla stessa realtà sociale, schiacciata dalle difficoltà di vita e dalla cultura dominante tesa all’arrivismo egoistico e alla prevaricazione.

Provo a mettere a fuoco alcuni elementi per rispondere all’interrogativo del titolo.

Nel recente passato abbiamo conosciuto movimenti innovativi che hanno segnato una discontinuità, spesso una rottura col passato. Quei movimenti ci hanno insegnato come identificarne uno nuovo osservando le caratteristiche che lo contraddistinguono, con quelle messe in atto in rottura con l’esistente clima politico. Le abbiamo viste anche il 26:

-il ritrovarsi accomunate in un forte sentimento di identità collettiva al di là delle appartenenza delle singolarità. Le tessere di adesione politica e sindacale, differenti tra loro, che ciascuna/o aveva in tasca, non hanno modificato in nulla l’espressività di quel corteo;

-accomunate in una identità non dipendente da ideologie, ma costruita dal reticolo di una miriade di aggregati di donne presenti in molte parti del territorio, attive e responsabili, dalla rete dei centri antiviolenza e tanto altro.

-un muoversi lungo un cammino che prevede azioni del tutto indipendenti dalle dinamiche istituzionali e dal quadro politico, senza interesse per il colore dei governi, lontane dagli inciuci parlamentari, dai compromessi sindacali, ecc., nella consapevolezza che c’è qualcosa di più profondo da cambiare che non sia un equilibrio di governo;

-unite e consapevoli di provocare mutamenti sociali attraverso cambiamenti di comportamenti, rotture della cultura esistente e determinazione a produrne altra, con la forza della mobilitazione, delle azioni, di un percorso di lotta per spazzar via i ruoli e iniziare una profonda rivoluzione culturale segnata da una ancor più profonda discontinuità politica;

-nei cartelli e nelle grida non si trovava una rivendicazione specifica, isolata, da trasformare in legge, non una richiesta alle istituzioni delegate a “fare” le scelte concrete;

-emergeva, al contrario, il portato antistituzionale che, se pur affermato dall’appello di convocazione, veniva esplicitato dal modo di porsi della gran parte delle manifestanti, in particolare delle giovanissime;

-non si trovava traccia, nel corteo, di voler produrre aggregazione partitica o sindacale o altro, comunque interna al campo istituzionale, per portare avanti la battaglia delle donne. Non la si notava da nessuna parte. Si coglieva con chiarezza la volontà di scegliere un’altra strada, di fare altro. Cosa? Noi non possiamo saperlo. È certamente dentro lo spirito combattivo delle partecipanti e lo esprimeranno nel cammino di questo movimento. Intanto hanno preso parola coloro alle quali era negata. L’hanno presa e urlata, per una partecipazione diretta, senza delega, non mediata da niente e da nessuno. Da quelle grida si coglieva nettamente la scelta che se l’ordine deve essere quello esistente, preferiamo il caos!

Queste e molte altre novità segnano la fisionomia, non ancora definita ma in rottura con le convenzioni esistenti, di un nuovo movimento che si sta facendo strada. Ci è sembrato leggerci alcune similitudini con la collocazione dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta, in totale frattura con il quadro politico-sociale esistente. A queste se ne è aggiunta un’altra, di grande importanza che marca l’antistituzionalità di questo movimento in maniera indelebile: è l’assenza del formarsi, anche embrionale, di un ceto politico.

La formazione di un tale ceto o di una leadership, è stato l’unico punto di continuità col movimento operaio precedente, dei movimenti che genericamente si definiscono “il 68” o “il 68 strisciante”. Movimenti che su altri terreni si sono posti in forte discontinuità e rottura col passato, producendo straordinarie innovazioni. Nessun movimento, in quel ciclo di lotte, è rimasto immune dalla formazione piramidale con al vertice una leadership che ne ha segnato la involuzione o la fine.

Il 26 novembre in piazza San Giovanni abbiamo visto, all’arrivo del corteo, l’altra grande novità. Forse per la prima volta nella storia dei movimenti, una manifestazione di tale portata e consistenza, è terminata senza il palco e senza il comizio finale. Questa caratteristica ha una valenza rivoluzionaria di grande portata. Se verrà consolidata nel percorso di questo movimento, ciò segnerà, con vitalità, la nascita di un nuovo movimento che potrà aprire una stagione di ribaltamento del presente.

Queste “novità” le leggiamo anche nel disorientamento e nell’incredulità del silenzio dei media. Oltre la cialtroneria, più volte segnalata, dei media italiani, incapaci di leggere la realtà per ciò che è, va colto lo sbigottimento delle direzioni dei media che ha impedito loro di raccontare una realtà non raccontabile con i criteri abituali. L’indifferenza ostentata si illudeva di nascondere la preoccupazione nei confronti di qualcosa che non riescono a capire, loro e i potenti che li finanziano.  Una realtà che non sanno come collocare negli schemi interpretativi e che, per tale ragione, gli ha messo addosso tanta di quell’inquietudine e apprensione che a me e a tantissime/i altre/i ha fatto sbellicare dalle risa. Il loro silenzio, di prammatica per chi è abituato a copiare le veline, cercava di esibire la certezza del prossimo naufragio di questo movimento che non ha sponde solide nel quadro politico e nelle istituzioni; ma non è riuscito a nascondere il timore, che può diventare paura, per qualcosa di nuovo che sta sorgendo.

Qualcosa di inconoscibile che può procedere, nonostante siano tutti lì a produrre scongiuri, una realtà in movimento e in rottura che non riusciranno a governare, né a controllare. “Noi siamo le nipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare”, ho letto su un cartello. Poi c’era molto altro ancora, molto, e non mancheranno di manifestarlo. E allora:

Avanti novelle streghe, siamo con voi, al vostro seguito! Andremo lontano!

Altre riflessioni. Probabilmente la dimensione della “donna ribelle” che smette di subire, segnerà i prossimi anni, come il “giovane ribelle” espressione dei movimenti passati ha segnato più di un decennio. Su quest’ultimo il capitale ha riplasmato la sua produzione, indirizzandola verso beni di consumo di massa a beneficio del giovane ribelle, per convincerlo, dopo i carri armati, le carcerazioni di massa e le leggi speciali, che questa società è capace di ridefinirsi intorno ai bisogni di chi si fa sentire. Ma il capitale può offrire, insieme allo sfruttamento, solo merci, e ne ha offerte tante. Un consumo di massa a carattere giovanilistico ha corrotto alcune generazioni. Finora!

Quale merce potrà corrompere o fuorviare, la donna ribelle? Quale ridefinizione della produzione di massa? Considerato che molta produzione è già indirizzata ai falsi “bisogni” della donna relegata in ruoli sempre più imposti! Cosa escogiteranno gli equilibri del sistema? Lo vedremo, ma soprattutto vedremo, ed è ciò che ci interessa e ci appassiona, streghe libere percorrere strade sconosciute ed entusiasmanti!

s.

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Scrive Leonard Peltier

Saluti miei cari,

Eccoci di nuovo qui. Questa volta siamo nel 2016. E’ da più di 41 anni che io non cammino libero e posso vedere il sole sorgere e tramontare e sentire la terra sotto i miei piedi. Io so che ci sono stati più cambiamenti di quelli che mi posso immaginare, là fuori.

Ma so anche che c’leonard-peltier-day-of-mourningè una lotta che fa si che questo Paese si stia muovendo verso una forma più sostenibile di vita. Questo è qualcosa che noi volevamo accadesse già negli anni ’70.

Io osservo gli eventi di Standing Rock con orgoglio e dolore. Orgoglio che le nostre genti e i loro alleati si stanno alzando e mettendo le loro vite in gioco per le generazioni future, non perchè lo vogliano, ma perchè devono farlo. Hanno ragione a sollevarsi in modo pacifico. E’ il più grande raduno del nostro popolo nella storia e ci ha unito più di qualsiasi altra cosa come mai era avvenuto. Noi abbiamo bisogno del supporto reciproco nel fare questo cammino in questi tempi.

L’acqua E’ vita e non possiamo abbandonare questa questione perchè la trattino i nostri nipoti e pronipoti quando le cose andranno avanti e la situazione della nostra natura sarà peggiore di come stia adesso.

E la nostra MADRE TERRA sta già soffrendo.

E sento dolore per coloro che proteggono l’acqua a Standing Rock perchè in questi ultimi giorni hanno ricevuto la più dura risposta dalle agenzie che impongono le leggi e le nostre genti stanno soffrendo.

Finalmente stanno ricevendo l’attenzione dei midia nazionali.

La mia casa è IN NORTH DAKOTA. la gente di STANDING ROCK è la mia gente. toro seduto giace nella sua tomba lì. la mia casa a TURTLE MOUNTAIN è appena a poche ore a nord di STANDING ROCK, gusto a sud di MANITOBA, CANADA.

Io non vedo casa mia da quando ero ragazzo, ma ho sempre la speranza di tornare là per il tempo che mi puo’ rimanere da vivere. E’ la terra di mio padre e mi piacerebbe poter vivere ancora lì. E lì morire.

Ho diversi sentimenti quest’anno. L’ultima volta che mi sentii così era 16 anni fa, quando ebbi davvero una chance di essere libero. Non è un sentimento facile da definire. Qualcosa di agitato. E’ una cosa difficile  permettere alla speranza di insinuarsi nel mio cuore e nel mio spirito, qui in questo freddo edificio di cemento e acciaio.

Da una parte avere speranza è un sentimento piacevole, meraviglioso, ma dall’altra parte puo’ essere crudele e amaro.

Ma oggi scelgo la speranza.

Io prego perchè voi stiate bene di salute e con buoni sentimenti e vi ringrazio dal fondo del mio cuore per tutto quello che avete fatto e continuate a fare per me per la Madre Terra.

Per favore mantenetemi nelle vostre preghiere e pensieri in questi ultimi giorni del 2016 che scivolano via.

Vi mando il mio amore e il mio rispetto per tutti coloro che si sono riuniti nel nome della free-leonard-peltierMadre Terra e delle nostre future generazioni. Io sono lì con voi nello spirito.

Doksha.

In the Spirit of Crazy Horse, (nello Spirito di Cavallo Pazzo)

Leonard Peltier

Pubblicata il 24 Novembre, 2016  –   L’originale è    qui 
(traduzione di Andrea De Lotto)
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Sulla manifestazione antimilitariista a Capo Frasca il 23/11 – A Foras

Né buoni né cattivi, ma manifestanti che lottano per un mondo migliore.

 “ I Buoni e i cattivi “ è un album musicale del 1974 di Edoardo Bennato che ascoltavo da adolescente , mi ricordo soprattutto le canzoni  “Un giorno credi” e “In fila per tre”. Leggendo in questi giorni giornali e articoli sui social e sentendo i Tg , in merito alla manifestazione antimilitarista di Capo Frasca ho sentito e letto un sacco di sciocchezze . Il gioco è sempre lo stesso da anni: cercare di dividere il movimento in buoni e cattivi con la solita tattica del “divide et impera”.

forasPersonalmente a Capo Frasca ho visto un gruppo variegato di diverse età che si è presentato alla manifestazione con un unico obiettivo comune: la chiusura delle basi militari in Sardegna, in Italia e in tutto il mondo , con la bonifica dei rispettivi territori .

I mass – media hanno messo in rilievo il lancio di sassi da parte dei manifestanti violenti , senza fare nessun accenno sulle manganellate date gratuitamente dalla forze del disordine.  Io reputo che tutti i manifestanti meritino un grande rispetto , ognuno ha risposto con le proprie pratiche , sia lanciando coriandoli o fiori o rispondendo in modo diverso alle manganellate .

Ripeto, non esistono “ I buoni e i cattivi “ , non cadiamo in questo tranello.

A Capo Frasca ho visto tanta solidarietà: compagni  battersi da leoni per evitare che qualche compagno fosse prelevato dalla Digos, compagni che si sono presi i colpi pur di difendere il resto del corteo .

Dopo due anni di lotte : http://ilminatorerosso.blogspot.it/2016/11/da-capo-frasca-capo-frasca-2-anni-di.html

Il movimento è maturato tantissimo e questo conferma che la strada intrapresa è quella giusta .

Mi chiedo: “Tagliare le reti che delimitano una base militare è più grave di  tenere le persone sotto controllo e impaurirle?”

Con la crisi economica che ci affama tutti, indistintamente, il potere politico gioca la carta dell’emergenza-sicurezza per distrarre l’opinione pubblica dalle vere emergenze quotidiane: disoccupazione, difficoltà ad arrivare a fine mese, precarietà, incertezza del futuro.

Per scaricare le frustrazioni collettive vengono individuati i bersagli più facili: gli immigrati e, più in generale, i poveri diventano il capro espiatorio per tutto ciò che va male.

Anche il mondo del lavoro viene colpito dalla repressione governativa con gli attacchi al diritto di sciopero. Alla faccia della retorica sui morti sul lavoro e sulla mancanza di tutele.

Nel frattempo, i politicanti continuano a vivere nei loro privilegi e i padroni continuano a speculare sulla pelle dei lavoratori e della povera gente.

Dietro la cortina di fumo della sicurezza si nasconde una realtà durissima: il paese è devastato e la sua classe politica alimenta questo disagio, fomenta le guerre fra poveri e il disordine dell’ingiustizia sociale.

La crisi non è un incidente di percorso ma il risultato più naturale del capitalismo, un sistema economico assassino e ingiusto che dimostra ogni giorno di più la sua ferocia.

Lo stato e tutte le articolazioni del potere hanno un solo obiettivo: difendere gli interessi dei ricchi e perpetuare il loro dominio sulla società.

Non tutto è perduto se apriamo gli occhi e ci svegliamo dal torpore.

I veri nemici non sono gli immigrati, ma quelli che ci umiliano ogni giorno con contratti da fame, con pensioni vergognose, con lo sfruttamento mascherato da flessibilità.

I veri nemici non sono i poveri o i senza casa, ma quelli che fanno affari miliardari con la speculazione finanziaria alla faccia dei lavoratori e in barba all’economia reale ridotta al collasso.

I veri nemici non sono quelli che manifestano per la libertà di tutti, ma quelli che scatenano la paura per poi reprimere e perseguitare in nome della loro libertà di comandare meglio.

In questi tempi in cui le menzogne sono pane quotidiano, dire la verità è un atto rivoluzionario.

Dalle notizie che arrivano dalla stampa si parla di 80 denunce per la manifestazione di Capo Frasca , naturalmente il tutto non spaventa nessuno . Contro tutti questi eventuali provvedimenti la risposta vera e forte che si può dare è continuare a lottare.

LE DENUNCE NON FERMERANNO LA LOTTA!

NESSUNA PACE PER CHI VIVE DI GUERRA !

 Antonello Tiddia

Attivista Antimilitarista 

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La psichiatria uccide: in Tribunale si discute di due persone uccise dal TSO

In  Tribunale  due ammazzati  dalla  psichiatria

Nell’agosto 2009 Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare veniva rinchiuso nel mastrogreparto di psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania. Legato e abbandonato per 80 ore, Francesco veniva fatto morire. Ieri la Corte d’Appello di SALERNO ha confermato le condanne per i sei medici del reparto di psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania coinvolti nella morte di Francesco. Le pene sono state ridotte, mentre sono stati condannati gli 11 infermieri che in primo grado erano stati assolti. I medici sono stati condannati a pene che vanno dai 13 mesi ai due anni, gli infermieri dai 14 mesi ai 15 mesi. Per tutti la pena è sospesa.

Su Mastrogiovanni vedi anche  qui  qui

Andrea Soldi un uomo di 45 anni è morto strozzato il 5 agosto a Torino. Soprannominato dai vicini di casa «il gigante buono», durante un Tso (trattamento Sanitario Obbligatorio) è stato soffocato dal braccio di un vigile che lo ha stretto al collo andrea-soldicon troppa forza, tanto da provocare un «violenta asfissia da compressione». E’ questo l’esito della consulenza autoptica depositata dal medico legale Valter Declame al procuratore Raffaele Guariniello. Il gup Elena Rocci ha accolto la richiesta avanzata dai legali della famiglia di citare in giudizio il Comune di Torino e l’Asl To2, che nella prossima udienza, fissata il 19 gennaio, attraverso i loro avvocati difensori, potranno quindi costituirsi in giudizio.

È stata invece respinta dal tribunale la richiesta di due associazioni di costituirsi parte civile nel processo. Le associazioni che volevano inserirsi nel procedimento erano il Ccdu-Comitato cittadini per i diritti dell’Uomo e il Comitato iniziativa psichiatrica di Messina.

Su Andrea Soldi vedi anche qui  qui

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Sabato 12 Novembre. ore 14:00 in Piazza di Porta San Giovanni

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ROMA 12 NOVEMBRE: MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL REGIME DI CONTROLLO DELLA MOBILITA’ E CONTRO LO SFRUTTAMENTO

Il 12 novembre una grande manifestazione attraverserà le strade della città di Roma. In quella giornata, provenienti da tutta Italia, porteremo le rivendicazioni di chi, nonostante subisca le più pesanti forme di segregazione e sfruttamento, porta avanti le sue lotte coraggiosamente: saranno le rivendicazioni dei braccianti della provincia di Foggia e della Piana di Gioia Tauro, dei facchini della logistica di tutta Italia, degli occupanti casa che hanno risposto con la riappropriazione all’ assenza di un tetto, dei migranti in transito respinti alle frontiere, insieme a tutte quelle realtà politiche e sociali che si battono contro le politiche di precarizzazione e controllo della mobilità delle persone, nelle metropoli e nelle periferie. Sarà una mobilitazione guidata e promossa da quei soggetti per i quali l’unica possibilità di agire un cambiamento passa attraverso le lotte, sia perché strutturalmente esclusi dai diritti di cittadinanza, come nel caso dei migranti, sia perché convinti che quegli stessi diritti sono svuotati di ogni significato e di ogni potenziale di trasformazione politica reale.

L’attuale regime di controllo della mobilità è un meccanismo che produce irregolarità ed esclusione, e colpisce soggetti diversi: chi arriva da altri continenti, ma anche i migranti europei e i cittadini italiani. Da decenni, le leggi sull’immigrazione (Turco-Napolitano prima e Bossi-Fini poi) creano precarietà, ricattabilità e morte, aizzando la guerra tra poveri, insieme a politiche securitarie di militarizzazione dei confini che passano attraverso respingimenti, deportazioni, detenzione e torture, negazione del diritto d’asilo e un sistema d’accoglienza fondato sul profitto e la segregazione. Non saranno i maggiori controlli e una restrizione ai confini a risolvere la crisi migratoria creata dalle guerre che si moltiplicano a livello globale. Solo smantellando l’attuale governo delle migrazioni e della mobilità è possibile sanare la posizione di migliaia di persone che vivono in Italia da anni, e senza permesso di soggiorno sono costretti ad un regime di sfruttamento ancora più forte. D’altra parte, è necessario garantire a tutte e tutti, a prescindere dalla provenienza e dalla condizione, l’accesso alla residenza e alle prestazioni e tutele correlate. Gli occupanti casa, come chi vive in abitazioni di fortuna, in baraccopoli o case abbandonate, per strada, sono spesso esclusi da queste garanzie.”

Per questo il 12 novembre abbiamo richiesto ufficialmente un incontro con i rappresentanti del Ministero dell’Interno, per denunciare le irregolarità perpetrate dalle questure e dai comuni di tutta Italia, per chiedere una sanatoria per i lavoratori stranieri e l’accesso alla residenza ed ai servizi fondamentali ad essa collegati come sanità e istruzione. Le restrizioni della mobilità passano anche attraverso dispositivi come l’ordinanza prefettizia che vieta i cortei nel centro della città di Roma nei giorni feriali. La manifestazione sarà una denuncia dell’apparato securitario e repressivo, che limita fortemente la nostra mobilità e libertà, in tutte le sue forme.

Non è più possibile aspettare ancora: i braccianti che vengono dal sud Italia, così come tutti gli altri partecipanti alla manifestazione, hanno bisogno di una risposta immediata alle loro richieste.

Sabato 12 Novembre, concentramento alle 14:00 in Piazza di Porta San Giovanni.

http://campagneinlotta.org/

 

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Proteste nelle carceri

Mentre il “mondo” era con il fiato sospeso per conoscere chi sarebbe diventato il capo del più forte stato del mondo, nelle carceri si lotta

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Mamone (Nu): in carcere manca acqua calda e riscaldamento, detenuti in sciopero della fame

La Nuova Sardegna, 6 novembre 2016

Manca il riscaldamento e l’acqua calda, non ci sono detersivi per l’igiene personale e degli ambienti carcerari, e nella colonia penale di Mamone scoppia la protesta: alcuni detenuti oggi 5 novembre hanno iniziato lo sciopero della fame, altri si sono rifiutati di uscire per il lavoro. Le rimostranze riguardano il mal funzionamento della caldaia e col freddo che inizia a farsi sentire la situazione sta per esplodere. I detenuti nei giorni scorsi, tramite gli agenti di polizia penitenziaria, hanno portato le loro rimostranze all’Ufficio di ragioneria dell’amministrazione carceraria, ma non sarebbe arrivata nessuna risposta.

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Pisa: detenuti di in sciopero della fame, protestano contro le condizioni del carcere

Redattore Sociale, 9 novembre 2016

Due giorni di rifiuti dei pasti per in segno di protesta contro le condizioni del carcere. Nei giorni scorsi, presentato esposto alla Procura della Repubblica da parte dei Radicali. Sciopero della fame per i detenuti del carcere di Pisa nello scorso fine settimana. Molti di loro hanno gettato nella spazzatura sia il pranzo che la cena per due giorni. Una protesta per denunciare le condizioni in cui versa l’istituto penitenziario Don Bosco. Proprio nei giorni scorsi, furono i Radicali a denunciare le condizioni del carcere di Pisa dopo il sopralluogo dell’ex parlamentare Rita Bernardini. Sul tema è stato presentato anche un esposto alla Procura della Repubblica.

“Le condizioni di detenzione dei 266 carcerati sono più che disumane e degradanti,

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Vetri infranti e termosifoni sradicati, danni a Regina Coeli.

 Lo afferma il sindacato delle guardie Sappe  – Askanews, 8 novembre 2016

Vetri spaccati, termosifoni sradicati dal muro della sezione detentiva, mura imbrattate. “La protesta era nata con le consuete grida di sostegno a un provvedimento di clemenza e con la battitura, sulle inferriate delle celle, delle pentole, dei coperchi e di ogni altro oggetto utile a fare rumore. Non a caso, la marcia di ieri a sostegno dell’amnistia ha suscitato l’attenzione anche del Santo Padre Francesco, che ha chiesto clemenza per i detenuti più idonei. Poi, però, c’è stato chi, tra i detenuti del carcere di Regina Coeli, ha colto ieri l’occasione per distruggere tutto quel che poteva e i danni sono stati ingenti. Una protesta folle, assurda e ingiustificata. I detenuti erano tutto liberi e, forti di questo, si sono sentiti liberi di far tutto ciò”.

Il Sappe aggiunge: “un eventuale provvedimento di clemenza è esclusiva competenza del Parlamento: sempre, però, lo Stato deve garantire certezza della pena, che vuole anche dire che chi è ristretto in un carcere non deve mettere a repentaglio l’ordine e la sicurezza interna

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In sostegno ai detenuti di Ivrea, presidio domenica 13

Grazie alla testimonianza di un detenuto del carcere di Ivrea, la gestione robusta e violenta dell’amministrazione carceraria nei confronti dei reclusi è emersa in tutto il suo squallore. Laddove il controllo e il disciplinamento passa attraverso i soprusi e l’annullamento dei diritti, concessi solo a chi si piega al volere dell’aguzzino, i detenuti di Ivrea si sono ribellati suscitando le ire della direttrice del carcere che per sedare la protesta ha fatto intervenire le squadrette che, manganello in mano, si è scagliata contro i prigionieri pestandoli violentemente.

Mentre la direttrice cercava di minimizzare le violenze subite dai detenuti a mezzo stampa, il sindacato di polizia penitenziaria (Sappe) si pronunciava con la solita litania delle scarsità di unità all’interno del carcere e del “difficile lavoro” che gli agenti devono svolgere nel gestire azioni di insubordinazione da parte dei detenuti.

Una prima risposta in solidarietà con i detenuti di Ivrea è stata organizzata nella mattinata di sabato 5 novembre. Un gruppo di solidali si è dato appuntamento sotto le mura del carcere per un volantinaggio e speakeraggio che ha incuriosito e sorpreso i familiari dei detenuti, accogliendo favorevolmente l’iniziativa. Alcuni si sono fermati e hanno lanciato appelli ai propri cari attraverso l’impianto audio per far sentire il supporto e la solidarietà di chi era presente al presidio, rilanciando una nuova iniziativa sotto il carcere che si terrà domenica 13 novembre alle ore 15.

Il volantino distributito sabato 5 novembre sotto il carcere:

Contro la violenza del carcere

La mancanza di diritti all’interno del carcere di Ivrea ha portato una trentina di detenuti a protestare contro l’amministrazione carceraria. In seguito a queste proteste, avvenute il 21 ottobre e continuate nei giorni successivi, la direttrice ha autorizzato l’uso della forza per smorzare le proteste all’interno del carcere.

La testimonianza di un detenuto racconta di squadrette, di uso di idranti, manganelli e scudi contro i detenuti. Cinque fra i detenuti picchiati sono stati letteralmente massacrati di botte. Infatti il giorno dopo sono stati subito trasferiti nel carcere di Novara e Cuneo mentre gli altri sono rimasti nella prigione di Ivrea.

In seguito ai gravissimi fatti successi, la consigliera regionale Francesca Frediani del Movimento 5 stelle ha fatto un sopralluogo presso il carcere. Qui ha incontrato i detenuti che hanno subito i pestaggi i quali affermavano di esser stati anche ammanettati e di esser stati sistemati per due ore, senza vestiti, in un locale soprannominato “l’acquario”, situato al primo piano dell’istituto penitenziario.

La direttrice del carcere difende l’operato dell’amministrazione carceraria affermando che per sedare la protesta, sono stati usati solo scudi contro i detenuti. Ma la violenza all’interno degli istituti c’è ed è una variabile strutturale di controllo e comando del sistema-carcere.

Infatti il carcere di Ivrea non è nuovo ad una serie di inchieste per maltrattamenti e pestaggi: in un anno alla procura di Ivrea sono arrivati almeno 13 esposti di cui 5 i fascicoli aperti contro ignoti per lesioni.

Contro la violenza del carcere e in sostegno ai detenuti del penitenziario di Ivrea, presidio Domenica 13 novembre ore 15 in Corso Vercelli 165.

Tutti e tutte libere!

 

 

 

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Settant’anni fa, attentato sionista a Roma

Era la notte che ci portava dal 30 al 31 ottobre 1946 a Roma, 70 anni sono passati. Esattamente 70, qualcuno ricorda? La memoria è terreno di scontro tra classi, popoli, imperialismi.

Quella notte, appena passate le 2 e mezza, una forte esplosione scuote l’area di Porta Pia. Da poco, da pochissimo, la popolazione di Roma aveva smesso di venir svegliata da bombe ed esplosioni. La guerra era appena terminata, Roma cercava di raccogliere le forze per iniziare la lotta per il pane, scarso, scarsissimo, reso più difficile dalla “borsa nera” che imperversava per costruire i “nuovi ricchi” in quel dopoguerra.

Si raccoglievano le macerie nella zona di San Lorenzo, di Ostiense, pesantemente bombardate dagli aerei alleati alla caccia di tedeschi che erano già partiti. La popolazione cercava di riconquistare il sapore del silenzio della notte e il grido mattiniero dei venditori, quello dei comizi politici, delle rivendicazioni sociali. Altri suoni.

Una guerra era terminata, un’altra si dispiegava col suo volto di morte e distruzione.

Quell’esplosione di fine ottobre di settant’anni fa colpì l’ambasciata britannica a Roma. Il 4 novembre di mattina arrivò il volantino di rivendicazione:

Il Comando supremo dell’Irgun Zvai Leumi in Eretz Israel rivendicava l’attentato con un lunghissimo comunicato che, dopo aver ricordato agli italiani le nefandezze dell’oppressore britannico, affermava:

«… L’attacco all’ambasciata britannica a Roma segna l’inizio dell’allargamento del fronte militare ebraico al di fuori di Eretz Israel. Il popolo ebraico condurrà la guerra contro l’oppressore britannico ovunque e con tutti i mezzi fino a che la Patria non sarà liberata e il popolo non sarà redento….»

Chi erano quelli dell’Irgun Zvai Leumi in Eretz Israel? Un’organizzazione sionista che organizzava clandestinamente i viaggi di ebrei dai paesi europei in Palestina. Era in contrasto con il sionismo “ufficiale” di Ben Gurion che con l’Haganah faceva le stesse cose, ma l’Irgun raccoglieva la destra sionista che criticava Ben Gurion di accettare la trattativa con i britannici per discutere la spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei e le quote di trasporti di ebrei europei in Palestina. La trattativa era difficile, perché i comandi inglesi sapevano che questi ingenti trasferimenti di ebrei in Palestina servivano a iniziare la guerra di conquista della Palestina da parte dei sionisti e non volevano che si accendesse quel focolaio. Anche Ben Gurion con l’Haganah organizzava trasporti clandestini forzando o aggirando il blocco delle navi inglesi, le differenze con l’Irgun, in realtà erano sottili, difatti di lì a poco tutta l’estrema destra sionista, seguace dell’ala militare di Jabotinsky e che militava nell’Irgun, entrò nell’Haganah, che diventò l’esercito ufficiale di Israele per la conquista della Palestina, anche se si definisce “esercito di difesa”. Quello che si è notato in 220px-begin003questi anni dell’occupazione sionista della Palestina, è stata la pochissima differenza nel movimento sionista tra sinistra laburista ed estrema destra.

Uno dei maggiori indiziati di questo attentato terroristico, Ze’ev Epstein arrestato dalla polizia italiana, gli altri riuscirono a fuggire, morì durante una tentata evasione dalle celle della Questura, era grande amico di Menachem Begin (futuro premier delle stato di Israele, così come l’attuale blocco dirigente di Israele proviene da quell’area di estrema destra), che lo ricorda nelle sue memorie.

[Menachem Begin in un comizio nel 1948. Notate lo stemma dell’Irgun sul palco]

L’Irgun realizzirgunposterò numerosi attentati terroristici, soprattutto ai danni della popolazione civile palestinese perché lasciasse il proprio territorio, e l’Haganah di Ben Gurion non fu di meno. Nell’Irgun militavano molti con idee molto vicine a quelle fasciste, il loro odio per l’Inghilterra era molto marcato anche per questa provenienza e gli attentati dinamitardi ai luoghi di ritrovo delle truppe inglesi furono molti. Per l’attentato di Roma, alcune testimonianze di personaggi fascisti italiani legati alla RSI (repubblichini) come Romualdi, dichiararono che l’esplosivo per l’attentato fu fornito da loro (gruppo neofascista Far) agli ebrei dell’Irgun in virtù di questo legame ideologico.

[Manifesto dell’Irgun. Notate come il territorio che volevano conquistare denominato Eretz Israel comprende tutta la Palestina, tutta la Giordanie e il sud della Siria]

Altro capitolo è quello dei finanziatori dell’Irgun; pare siano stati personaggi molto ricchi e in vista, le indagini degli inquirenti italiani e inglesi individuarono un grande armatore come principale finanziatore.

Quell’attentato non fu il solo, ne seguirono altri  in otto città italiane: Bari, Firenze, Milano, Napoli, Roma, Padova, Torino e Venezia, le esplosioni furono di poco conto ma i comunicati inveivano tutti contro gli inglesi che attuavano il blocco a una immigrazione in Palestina di ebrei oltre le quote stabilite.

Una pagina su cui è calato un silenzio omertoso. Eppure da quell’episodio di 70 anni fa, scavando, scavando, si potevano e si possono capire tante cose, poi regolarmente manifestatesi.

                                          Un buon resoconto sull’episodio con tutti i risvolti interni e internazionali, lo trovate sul libro: Eric Salerno, Mossad base Italia, Ed. Il Saggiatore 2010
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Presentazione “Cos’è il carcere” a Palermo

Sabato 29 Ottobre al Centro Sociale Anomalia    cose-il-c

In Piazza della Pace, Borgo Vecchio, Palermo

Dalle ore 16,00 presentazione del libro

“Cos’è il Carcere” di Salvatore Ricciardi, DeriveApprodi

sarà presente l’autore

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Non siete soli, Sondrio brucia

Sul giornale “La Provincia di Sondrio” di ieri , 10 ottobre, è comparso un articolo che parlava della comparsa sul muro di cinta esterno del carcere di Sondrio di una scritta:  “Non siete soli, Sondrio brucia”

La Digos è intervenuta in forze e, dopo aver visionato per ore e giorni, la scritta risale al 4 ottobre,  i filmati delle telecamere di videosorveglianza pubblica e privata posizionate in alcuni punti strategici della città, gli agenti hanno identificato l’autoredi un gesto così terribile, un uomo di 33 anni denunciato per danneggiamento aggravato.

La spiegazione è molto semplice: l’uomo, un ex detenuto, voleva portare solidarietà e dare conforto ai detenuti del carcere di Sondrio che da giorni sono impegnati in una protesta, sciopero della fame e battiture (vedi post qui sotto ) contro le indegne condizioni di detenzione.

Era necessario tanto dispiegamento di forze e di energie? Ci voleva molto a capire che nessuno voleva incendiare nulla; la scritta voleva sperare in uno scatto di dignità della popolazione di Sondrio, un fuoco di passione nel solidarizzare con la lotta dei detenuti.sondrio-carce

Le cose semplici sono le più difficile a capirsi!

Solidarietà ai detenuti in lotta nel carcere di Sondrio

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49 anni fa veniva ucciso il comunista Ernesto “Che” Guevara.

49 anni fa veniva ucciso dall’imperialismo  il compagno-comandante Ernesto “Che” Guevara.

vedi:

Biografia del “Che” dal Moncada

Il “nostro” Che

Ricordando il “Che”

che

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