A sedici anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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35 anni fa il massacro di Sabra e Chatila. Non dimentichiamo!

Il 16 e il 18 settembre 1982, nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Chatila, alla periferia ovest di Beirut, 3.000 palestinesi furono uccisi dalle falangi cristiano maronite, dall’esercito del Libano del Sud e con il sostegno e la complicità di Israele, che aveva lanciato la sua operazione “Pace in Galilea”, invadendo il paese per la seconda volta.

Stefano Chiarini (1951 -2007) è stato un importante conoscitore delle aggressioni imperialiste verso il Medio Oriente, ed ha raccontato ciò che l’opinione pubblica dell’occidente non voleva ascoltare, come la tragedia palestinese. Nel gennaio 1991, durante la prima guerra del Golfo, è stato l’unico giornalista occidentale insieme con Peter Arnett della CNN a restare per un mese a Baghdad durante l’aggressione e i bombardamenti statunitensi. È stato corrispondente anche in Libano, Palestina, Iraq, e numerose altre aree di guerra.

All’inizio degli anni 2000 è stato fondatore e promotore dell’associazione Don’t forget Sabra e Chatila (Per non dimenticare Sabra e Chatila), dedicata al ricordo del massacro di Sabra e Chatila in Libano, che ne commemora annualmente l’anniversario a Beirut.

Quesllo che segue è un suo articolo su il Manifesto a 18 anni dal massacro

 

 

 

Attualità di un insulto alla vita e ai morti

Di Stefano Chiarini  su il Manifesto del 2 Settembre 2000

“L’assedio di Beirut, Sabra e Chatila: di là dalla nebbia del tempo resiste la memoria di quell’insulto alla vita. Un incubo, le fitte che dà una vecchia ferita quando si fa sera e di colpo piove e ti accorgi che è finita l’estate. E allora pensi ai vivi e ami i morti rimasti laggiù. A Beirut”. Così scriveva Igor Man a dieci anni dalla strage del 16 settembre 1982 nella quale, in una Beirut occupata dall’esercito israeliano, vennero uccisi oltre 2.000 palestinesi (e tra di loro anche non pochi libanesi) colpevoli  solo di essere stati cacciati dalla loro terra, la Palestina alcuni decenni prima.

Un massacro per il quale, in un mondo dove si parla sempre di crimini di guerra, nessuno ha pagato. Né degli esecutori, come l’allora capo dei servizi delle Falangi, Elie Hobeika che è stato fino a poco tempo fa ministro del governo libanese, diventato ora fedele servitore di Damasco come nell’82 lo era stato di Tel Aviv. Né dei mandanti come Ariel Sharon, l’allora ministro della difesa israeliano, che è di nuovo candidato alla leadership del Likud e a quella del suo paese. O come il generale Amos Yaron, che fece entrare i falangisti nei campi “per ripulirli dei terroristi” e che li sostenne logisticamente, illuminando con i bengala il campo per tutta la notte, bloccando vecchi, donne e bambini che tentavano la fuga e rimandandoli indietro verso morte sicura. E che è stato nominato da Ehud Barak direttore generale del ministero della difesa israeliano. Tutti sembrano voler cancellare non solo l’esistenza ma anche il ricordo dei profughi palestinesi uccisi in quel caldo giorno di settembre 1982.

Tutti transitano tranquillamente sull’autostrada che dall’aeroporto di Beirut (tra l’altro in quella zona dovrebbe esserci secondo il giornalista inglese Robert Fisk un’altra fossa comune) porta al centro della città senza neppure gettare uno sguardo verso Chatila. Un misero campo, nei pressi del nuovo gigantesco stadio, dove vivono ammassati in condizioni sub-umane 18.000 palestinesi.  E dove si trova la fossa comune con i corpi di centinaia di vittime del massacro. Uno sterrato pieno di immondizia.

Per i palestinesi non c’è rispetto da vivi. Ma neppure da morti. Del resto la Palestina non era forse una terra senza popolo per un popolo senza terra? E quindi quei tre milioni e mezzo di persone ufficialmente non esistono. Ed ancora meno esistono i 350.000 profughi in Libano provenienti dalle fertili terre della Galilea.

Non esistono al mondo e non esistono al tavolo delle trattative nonostante la risoluzione 194 stabilisca il loro diritto a tornare nel proprio paese.

In un momento storico come quello attuale nel quale una guerra devastante contro la Serbia è stata giustificata proprio –nelle parole di Massimo D’Alema- “per riportare i profughi alla loro case in condizioni di sicurezza”.

E i palestinesi? Il mondo pensa veramente che si possa arrivare alla pace ignorando la loro esistenza? Il mondo pensa veramente che si possa continuare a negare loro una casa, un lavoro e, nel caso di Chatila, anche una sepoltura?

Noi del manifesto non lo pensiamo. E abbiamo deciso di batterci perché il ricordo di quei morti non vada perduto. Che venga data loro una degna sepoltura. E siamo stati sommersi di lettere di sostegno. Una risposta che è ancora una speranza di giustizia. Se ognuno portasse a Chatila un fiore nessuno potrebbe più ignorare quella fossa.  Per quanto ci riguarda il sedici settembre noi saremo lì con il “nostro fiore dall’odore del sangue ma anche del gelsomini”.

 

 

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Aumentano le morti sul lavoro, 591 nei primi 7 mesi di quest’anno, 5,2% in aumento

da: la Repubblica di oggi

Incidenti sul lavoro, sale il numero degli infortuni e dei morti: quasi tre al giorno

I dati Inail nei primi sette mesi di quest’anno: i decessi sono aumentati del 5,2%, raggiungendo quota 591, 29 in più rispetto ai 562 dell’analogo periodo del 2016. E +1,3% gli incidenti con feriti. …..  Gli aumenti maggiori, in valore assoluto, si sono registrati in Lombardia (+2.821 denunce) ed Emilia Romagna (+1.560), mentre le riduzioni più sensibili sono quelle rilevate in Puglia (-672) e Sicilia (-658). …  Le denunce d’infortunio pervenute all’istituto sono state 380.236, 4.750 in più rispetto allo stesso periodo del 2016 

(leggi tutto l’articolo  qui)

Domande che non avranno risposte. Spero però che aprano al conflitto sociale:

*quante risorse vengono dirottate nella prevenzione di questo massacro?  Non è che sono state diminuite?  *C’è un abisso tra le spese contro il “terrorismo” e per la “sicurezza” e quelle per la sicurezza sul lavoro, eppure si muore di  lavoro, 591 nei primi 7 mesi di quest’anno), mentre di “terrorismo” norti zero.

Cosa aspettiamo per svegliarci!!!!

    

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Generazioni da sedare – Stupefacenti per curare l’ADHD

dal giornale del Cobas scuola

GENERAZIONI DA SEDARE

Stupefacenti per curare l’ADHD  –  Sebastiano Ortu

Nell’ignoranza, nell’indifferenza o con l’attiva collaborazione degli istituti scolastici dove quotidianamente svolgiamo il nostro lavoro, una parte cospicua dei nostri allievi alla quale è stato diagnosticato un disturbo dell’attenzione e iperattività (ADHD secondo l’acronimo statunitense) viene trattata con psicofarmaci a base di principi attivi anfetamino-simili. L’atomoxetina (ATX), ma soprattutto il metilfenidato (MPH), contenute rispettivamente nei medicinali Strattera e Ritalin, sono sostanze riconosciute e classificate come stupefacenti per le loro pesanti conseguenze in termini di assuefazione e dannosità, da decenni nel mirino di medici, scienziati e organismi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità e la statunitense Food and Drug Administration, solo per citarne alcuni. I quali insistono, attraverso studi, reports e prese di posizione, su un dato che dovrebbe essere chiaro anche ai non addetti ai lavori: la pericolosità a breve e a lungo termine degli effetti della somministrazione di stupefacenti a bambini e giovani in età evolutiva a partire dai 6 anni.

Sull’argomento esiste ormai una vasta letteratura, scientifica e non, accompagnata da un accesissimo dibattito pluridecennale: il sito giulemanidaibambini.org rappresenta in questo campo una delle fonti più aggiornate, e chi non conosce appieno i termini della questione può farsene un’idea dopo una rapida consultazione. L’elenco degli “effetti secondari” è lunghissimo: morte, disfunzioni cardiovascolari, “disturbi psichiatrici”, impulso al suicidio, solo per citarne alcuni. Reazioni avverse ormai provate perché sperimentate direttamente sulla pelle dei bambini in decenni di somministrazioni più o meno consensuali, più o meno controllate, più o meno imposte.

Non a caso in Italia l’uso del Ritalin era stato sospeso nel 1989 per scelta della stessa casa produttrice. Risale al 2007 lo sdoganamento e la nuova autorizzazione all’immissione in commercio del Ritalin e dello Strattera, in seguito a un gioco di sponda tra la Novartis (distributrice del Ritalin), il Ministero della Sanità e l’Agenzia italiana del farmaco. Nel 2003 il metilfenidato veniva declassato dalla Tabella I delle sostanze stupefacenti e psicotrope elaborata dal Ministero della salute (dove si trovava in compagnia di cocaina, LSD, eroina e oppiacei vari…) alla tabella IV, tra le sostanze sì stupefacenti e psicotrope ma “suscettibili di impiego” sotto stretto controllo.

Dal 2007 Ritalin e Strattera sono dunque disponibili e somministrati agli alunni delle scuole italiane. Tuttavia, anche come conseguenza dell’aspro dibattito che si era innescato, nel nostro paese sono stati stabiliti alcuni limiti rispetto alla liberalizzazione selvaggia di altri paesi occidentali, USA in testa: sono autorizzati alla prescrizione del farmaco unicamente i centri accreditati presso le Regioni; è stato inoltre istituito un “Registro nazionale dell’ADHD” per raccogliere i dati elaborati dai centri autorizzati e monitorare la sicurezza della terapia.

Il Registro è consultabile online [1], e passa in rassegna gli anni dal 2007 al 2016. Si tratta di un lavoro, per ammissione degli stessi compilatori, lacunoso e anche (si può capire) osteggiato. Non comprende gli adulti, anche essi trattabili con MPH o ATX. Comprende solamente i pazienti con quadro clinico di gravità tale da richiedere il trattamento combinato, farmacologico e psico-sociale: il Registro esclude quindi tutti i pazienti che, a causa di mancanza di fondi, di personale e di strutture hanno potuto far ricorso al solo rimedio farmacologico, anche se nelle sue pagine si afferma che «oltre alla terapia farmacologica sarebbe indicato effettuare anche interventi comportamentali». Allo stesso modo sono stati esclusi i pazienti di gravità medio-lieve anche se trattati con la molecola stupefacente.

Pur all’interno di questi limiti i dati che il Registro prospetta presentano un quadro allarmante.

  • Si stima che la diffusione del disturbo, nella popolazione italiana di età compresa tra 6 e 18 anni, sia di poco superiore all’1%: riguarderebbe dunque più di 75.000 ragazzi in età scolare.
  • La scuola, al pari di servizi territoriali di neuropsichiatria, centri accreditati e altri centri specialistici, è considerata una delle prime strutture coinvolte per l’intervento sull’ADHD; allo stesso modo lo sono, tra le figure professionali, i singoli insegnanti, insieme a pediatri, neuropsichiatri e psicologi.
  • Il quadro statistico è vasto e allo stesso tempo lacunoso per necessità: i centri autorizzati sono 110 e alcuni sono enormemente più attivi di altri, tanto che ci sono famiglie che emigrano da una regione all’altra per ottenere i farmaci. In 10 anni su 3696 pazienti trattati con MPH e ATX sono stati registrati 140 eventi avversi severi su 118 pazienti! Ciò significa che ogni 100 bambini e adolescenti, 3 di loro hanno subito “effetti collaterali” gravi, tra cui, secondo una tabella che ne elenca ben 20, disturbi cardiovascolari, allucinazioni, convulsioni, ideazione suicidaria, disturbi dell’umore, neurologici e psichiatrici, questi ultimi in netta prevalenza statistica.

Il Registro dunque non fa altro che ufficializzare, nel piccolo e nei limiti della situazione italiana, un quadro che anni di sperimentazioni più o meno ufficiali e uso diffuso a livello mondiale (un giro di affari spaventoso gestito dalle solite multinazionali farmaceutiche) aveva già abbondantemente chiarito.

Un tassello di non poca importanza negli anni della campagna pre-sdoganamento è stato a questo proposito il cosiddetto Progetto Prisma (Progetto Italiano Salute Mentale Adolescenti) che vale la pena citare perché riferito in gran parte a un ambito scolastico. Prisma è nato grazie alla collaborazione tra istituzioni private e statali, tra cui l’Istituto superiore della sanità. A partire dal 2002 ai circa 5600 studenti di 40 scuole italiane scelte tra 7 città campione è stato somministrato un paradossale questionario destinato alla raccolta di dati conoscitivi sul “disagio psichico” nella preadolescenza, in singolare concomitanza con la campagna di rilancio del Ritalin. Dietro autorizzazione del dirigente e firma di un “consenso informato” insegnanti e genitori collaboravano all’individuazione statistica del futuro mercato del Ritalin, chiamati a dare un giudizio oscillante da “per nulla” a “moltissimo” ad affermazioni del tipo: «spesso interrompe o si comporta in modo invadente; spesso litiga con gli adulti; spesso parla eccessivamente; spesso si agita con le mani o i piedi o si dimena sulla sedia; è spesso dispettoso e vendicativo; spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti; è in continuo movimento o spesso agisce come se avesse l’argento vivo addosso; ruba delle cose», e a numerose altre dello stesso livello. Colpisce innanzitutto l’approssimazione di uno studio che basa la propria scientificità su un questionario così vago. Colpisce ancora di più la trasformazione in sintomi di una malattia da curare di quelle che come insegnanti eravamo abituati a considerare normali (anche se a volte difficili da gestire nel contesto-classe) tendenze caratteriali di studenti turbolenti, con cui interagire per mezzo delle nostre armi professionali – la pedagogia e la didattica, lo scambio e l’empatia, l’intervento autorevole e la sanzione educativa. Impressiona lo stigma dell’eccezionalità che andava a colpire bambini considerati al di fuori della norma accettata dalle convenzioni sociali. Il Progetto Prisma probabilmente rappresenta, e forse per la prima volta, la volontà di sovrapporre e imporre al sistema di istruzione italiano la funesta pratica dell’intervento medicalizzante esterno come panacea sostitutiva dell’attività educante della scuola.

Nel momento in cui è chiaro il quadro di fondo medico-sanitario e legislativo è possibile avviare un ulteriore ragionamento che riguardi più da vicino le conseguenze che ricadono sul nostro lavoro quotidiano, sulla nostra professionalità, sulla deontologia che la sostanzia. Come insegnanti non possiamo più permetterci di non sapere, far finta di non vedere o renderci complici, sopraffatti dall’oggettiva difficoltà a rapportarci con studenti particolarmente vivaci. Cedere alla sirena della pillola-che-risolve-i-contrasti ha per noi un significato in più: abdicare dalla nostra missione educativa, scendere in consapevole contraddizione con la nostra deontologia professionale. Come insegnanti siamo forniti di un bagaglio enorme di esperienze teoriche e pratiche da mettere in gioco. La pillola può risolvere momentaneamente un sintomo: è questo un dato ormai appurato e argomento principe di chi propugna l’uso degli stupefacenti per i bambini prescindendo dai comprovati danni fisico-psichici. Ma un’ulteriore problematicità, alla quale siamo chiamati direttamente a rispondere come insegnanti, sorge nel lungo termine nel momento in cui non si tiene conto che proprio quell’ampia fascia di età che il farmaco vorrebbe coprire è quella in cui il bambino e l’adolescente ha l’opportunità di fare le giuste e a volte amare esperienze per imparare a controllare l’attenzione, l’impulsività, le tendenze oppositorio-provocatorie. La pillola blocca il sintomo e con esso, negli anni più cruciali, la individuale motivazione a intraprendere il percorso di questa crescita, di questa maturazione. Surroga, attutisce e elimina lo sviluppo di una personalità autonoma in formazione, e con essa l’azione mediatrice del contesto: genitori, gruppo dei pari, scuola. È nel lungo periodo e spesso con sofferenza, dall’imperscrutabile sinergia di fattori diversi e non riducibili, che può avvenire la maturazione profonda della persona. Noi insegnanti abbiamo un ruolo importantissimo in questo processo. Da cui non dobbiamo abdicare. In cui dobbiamo sapere come inserirci senza ricorrere a facili scorciatoie medicalizzanti.

_____________________

[1] http://www.iss.it/binary/adhd/cont/Registro_nazionale_dell_ADHD_2007_2016.pdf

 

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Campi di Concentramento: una costante europea!

TRE DATE  storiche della nascita di importanti campi di concentramento

La nascita dei Campi di concentramento, in epoca moderna, inizia con la seconda guerra anglo boera 1899-1902. Fu il generale britannico Horatio Kitchener che progettò e fece costruire nel                 Marzo 1901 dei campi di concentramento (concentration camp) in cui fame e malattie la facevano da padroni. Dei centomila deportati, 26.000 tra donne e bambini boeri ed altrettanti e forse più indigeni morirono. Strategia criminale, consueta per l’impero britannico,  cui si affiancò la strategia della terra bruciata (scorched earth): circa 30 mila fattorie furono incendiate, le coltivazioni distrutte ed i capi di bestiame sottratti o uccisi, rastrellamenti, deportazione dei civili, distruzioni del territorio e dei campi di concentramento per vincere la resistenza boera.

Marzo 1933 nasce il primo campo di concentramento nazista a Dachau, su iniziativa di Heinrich Himmler. Ne seguirono 15.000 secondo alcune stime, ma forse anche di più, accompagnati da fosse comuni, forni, e tutte le nefandezze che conosciamo.

Agosto 2017 con finanziamenti e armamenti europei, con il governo italiano in testa e l’accordo della grandissima parte del parlamento, si ripristinano in Libia i Campi di concentramento per le popolazioni africane che fuggono da guerre, fame e carestie. Precedentemente il governo Berlusconi aveva ottenuto campi simili negli accordi con Gheddafi.

Questi sono i più conosciuti, ma ricordiamo anche quelli in Algeria prodotti dall’occupazione francese, quelli in Libia realizzati dall’occupazione fascista italiana progettati da Rodolfo Graziani, e tantissimi altri, frutto della civiltà capitalistica imperialista di questa bella Europa!

Grandi prove di civiltà. Non c’è che dire

 

 

 

 

Member of Libya’s Navy stands near illegal immigrants who tried to flee the coast to Europe after they were detained at Libyan’s navy base in the the coastal city of Tripoli, September 3, 2015. A boat carrying migrants sank off Libya’s Mediterranean coast, killing at least 37 people, a local official said on Sunday, the second such fatal accident within days. REUTERS/Ismail Zitouny

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Un agosto di suicidi nelle carceri. Fermiamo la strage!

Altri due suicidi negli ultimi giorni di agosto nelle carceri italiane! 

La risposta dei detenuti: proteste e rivolte contro le condizioni di vita sempre più schifose.

Nella trasmissione a RadiOndaRossa di mercoledì 30 agosto ho già denunciato questo assurdo crimine di stato ed ho denunciato le inammissibili pretese di chi vuole contrastarlo usando la psichiatria.

La trasmissione si può ascoltare qui.

Ancora ieri, il 31 agosto, altri due suicidi:

– un 21enne tunisino si è ucciso in cella, impiccandosi nel carcere Don Bosco di Pisa

– Un uomo di 37 anni, croato, si è tolto la vita nel carcere di Torino.

Nel carcere di Pisa, dopo questo ennesimo suicidio, i detenuti hanno protestato duramente. È intervenuta la polizia in tenuta antisommossa all’interno del carcere per imporre, con la forza, il rientro dei detenuti nelle celle. La rivolta è iniziata all’1,45 di notte ed è durata diverse ore.  «I detenuti si sono asserragliati a uno dei piani dell’istituto occupandolo fino a che a metà mattina sul posto è arrivato il capo del Dap, (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), Santi Consolo». Il capo del Dap «ha parlamentato con i detenuti per riportare la calma e ha invitato una loro rappresentanza di cinque persone all’esterno della zona occupata» e «al termine del colloquio, durante il quale hanno manifestato il dolore per la morte del loro compagno, tutti i detenuti coinvolti nei disordini hanno fatto rientro nelle sezioni detentive».

Solidarizziamo concretamente con la popolazione detenuta che si ribella a questo massacro nelle carceri.

Dal 2000 ad oggi, 31 agosto 2017, nelle  carceri italiane sono morte 2.690 persone detenute di cui 973 suicidi.

Fermiamo la strage, sosteniamo le proteste della popolazione detenuta!

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Guerra alla mendicità! Ma è il 1500 oppure oggi?

Abbiamo letto su un giornale locale: “La Provincia di Como” di martedì scorso (29/8) questa notizia:

Mendicanti, maxi retata in centro  –  Fermate e identificate 70 persone

Blitz delle volanti in città murata e non solo: due i denunciati per porto abusivo di armi, espulso un clandestino. Tra i questuanti anche un richiedente asilo.

Sono in tutto una settantina le persone che ieri mattina, nel corso di un blitz organizzato dalla polizia di Stato, sono state fermate lungo le vie della città murata e, più in generale, a ridosso del Girone, con particolare riferimento ad alcune aree del capoluogo note per il concentrarsi di stranieri che vendono piccoli oggetti o chiedono la carità. […]

Per leggere tutto l’articolo vai  qui

Niente di nuovo, dirà qualcuno/a. Certo, nulla di nuovo, anche perché questo esercizio del potere, ossia la persecuzione e repressione della mendicità risale al XVI secolo. Iniziata nell’Inghilterra lanciata all’industrializzazione e poi diffusa in tutta Europa, accompagnata dall’esproprio delle terre dei contadini resi, grazie a questi provvedimenti di rapina, dei senza proprietà, ossia proletari da far lavorare e sfruttare nei campi come braccianti o negli opifici come operai. Così descrive questa fase Marx:

[K.Marx, Il Capitale, libro I, cap 24] «Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l’espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo. D’altra parte, neppure quegli uomini lanciati all’improvviso fuori dall’orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta l’Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. […] 1530: i mendicanti vecchi e incapaci di lavorare ricevono una licenza di mendicità. Ma per i vagabondi sani e robusti frusta invece e prigione. Debbono esser legati dietro a un carro e frustati finché il sangue scorra dal loro corpo; poi giurare solennemente di tornare al loro luogo di nascita oppure là dove hanno abitato gli ultimi tre anni e «mettersi al lavoro » […] 1547 Edoardo VI … ordina che se qualcuno rifiuta di lavorare dev’essere aggiudicato come schiavo alla persona che l’ha denunciato come fannullone. […] Tutte le persone hanno il diritto di togliere ai vagabondi i loro figlioli e di tenerli come apprendisti, i ragazzi fino ai 24 anni, le ragazze fino ai 20. Se scappano, dovranno essere schiavi, fino a quell’età, dei maestri artigiani che possono incatenarli, frustarli, ecc., ad arbitrio. […] Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda, veniva spinta con leggi fra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato».

Niente di nuovo! Certo, però possiamo aggiungere che gli attuali governanti mostrano di avere scarsa capacità innovativa, se devono grottescamente copiare ciò che i loro antecedenti facevano ben 500 anni prima. Le istituzioni di oggi ripetono ciò che facevano le istituzioni di 500 anni, ma forse dimenticano che sui libri di scuola, se non sono ancora stati bruciati, quel periodo viene bollato come uno dei più feroci crimini delle istituzioni per l’affermazione del dominio capitalistico.

A chi legge queste righe una domanda: siamo già precipitati nella barbarie, o ancora no!   Grazie delle risposte.

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25 agosto 1975, 42 anni fa il carcere di Rebibbia a Roma, i detenuti si ribellano

25 agosto 1975: dalle carceri un NO di rivolta alla “riforma” che non accoglie gli obiettivi del movimento dei detenuti!

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21 agosto 1971 veniva ucciso il rivoluzionario Geroge Jackson nella prigione di San Quentin

Il 21 agosto 1971 nel penitenziario statunitense di San Quentin (California) veniva ucciso da una guardia carceraria il rivoluzionario afroamericano George Jackson, militante del Black Panther Party (BPP). Pochi giorni prima, grazie all’ingegno creativo dei dteenuti rivoluzionari, era uscito clandestinamente dal carcere il suo libro: “Col sangue agli occhi”.

Il giorno successivo, il 22 agosto, in molte carceri statunitensi si organizzarono iniziative di vario tipo per protestare contro quest’assassinio.  Nella prigione di Attica (nella parte settentrionale dello stato di New York) i prigionieri attuarono uno sciopero del vitto e si misero un pezzo di stoffa nera al braccio per significare il lutto, inoltre trascorsero le ore d’aria in assoluto silenzio. A questa protesta aderirono lla grandissima parte dei detenuti a significare che la presenza del BBP nelle carceri si stava estendendo e rafforzando.

Non ci fu violenza nella manifestazione di Attica, ma il silenzio e le fasce nere a lutto alle braccia dei detenuti irritarono il sovrintendente Mancusi e il suo staff che fecero di tutto per innalzare la tensione fino ad arrivare a organizzare il massacro di Attica, per dare una risposta terrorista all’organizzazione dei Black Panther che si espandeva nelle carceri e alla crescita di coscienza dei prigionieri.

I prigionieri di Attica avevano chiesto da tempo un incontro col commissario alle carceri Russell G. Oswald, che aveva promesso un incontro con i detenuti per discutere le loro richieste riguardanti il regime carcerario eccessivamente duro e non rispettoso nemmeno di ciò che era stabilito dal regolamento a favore dei reclusi.

Il commissario Oswald arrivò ad Attica la mattina del 2 settembre. Incontrò i funzionari della prigione, ma non incontrò come promesso i prigionieri, forse su consiglio della direzione di Attica. …

Continua la lettura sulla rivolta e il massacro di Attica,  qui,   qui,   qui

«Non ho paura di morire, ma voglio avere l’occasione di battermi… La forza viene dalla conoscenza: saper chi siamo, dove andiamo, che cosa vogliamo… Quando mi ribello, lo schiavismo muore con me. Mi rifiuto di tramandarlo». [George Jackson]

George Jackson, nato a Chicago il 23 settembre 1941, viene arrestato all’età di 18 anni perché era alla guida di un’auto rubata. vine condannato a una “pena del minimo di un anno”, che vuol dire pena infinita, trascorso il primo anno, la pena può essere rinnovata per sempre!, da una commissione, se non ravvisa il tuo “ravvedimento” (qualcosa del genere si sta gradualmente attuando anche in Italia, vedi “daspo urbano” e legge Minniti) George Jackson infatti George era in carcere dal 1960, 11 anni, gran parte dei quali dtrascorsi in isolamento nelle peggiori carceri statunitensi (Soledad, San Quentin, Tracy)

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Introduzione di George al suo libro «I fratelli di Soledad»:

All’uomo-bambino

Al nero uomo-bambino, alto, cattivo, bello, dagli occhi lucenti … a Jonathan Peter Jackson, che morì il 7 agosto 1970, con il coraggio in una  mano, il fucile nell’altra; a mio fratello, e compagno e amico … il vero rivoluzionario, il guerrigliero comunista nero nella sua manifestazione più pura, morto col dito sul grilletto, flagello degli iniqui, soldato del popolo; a questo terribile uomo-bambino e alla meravigliosa madre di lui Georgia Bea, ad Angela Y. Davis, mia tenera esperienza, dedico questa dedico la mia vita deraccollta di lettere; alla distruzione dei loro nemici  dedico la mia vita.

 

 

 

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Il massacro del capitalismo: un morto ogni 3 minuti e mezzo sul lavoro

Ecco il massacro del capitalismo: un morto ogni 3 minuti e mezzo. Sono morti sul lavoro, morti sul luogo dello sfruttamento e dell’alienazione. E’ ora di dire basta!

In questo modo vogliamo ricordare la strage di Marcinelle

vedi  POST   qui

Ascolta   qui  qui

Per quell* che a vanvera chiacchierano di immigrazione… ascoltare prima di sproloquiare!

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Cerchiamo di conoscere cosa è il TSO e come combatterlo

Sul problema dei TSO (trattamento sanitario obbligatorio), a proposito della morte di Francesco Mastrogiovanni, ne discutiamo con l’intervento del dott. Giorgio Antonucci e della dott. Maria Rosaria D’Oronzo, puoi ascoltarla qui

   

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