A diciassette anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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È nata una bambina in carcere!

Ieri 18 settembre 2018 le agenzie hanno battuto la notizia di questa tragedia:

«Tragedia all’interno della sezione “nido” del carcere romano di Rebibbia, dove sono ospitati bimbi fino a tre anni con le proprie madri. Poco dopo le 12 di ieri, una detenuta di 30 anni, di nazionalità tedesca, ha gettato i due figli dalle scale del carcere di Rebibbia. La più piccola è morta, aveva sei mesi, il bambino di 20 mesi è gravissimo e ricoverato all’ospedale Bambino Gesù. La donna era in carcere dallo scorso agosto per detenzione e spaccio di stupefacenti».

Siamo stati tutti e tutte colpiti da questo dramma. È impossibile restare indifferenti.

Ma ci siamo posti  la domanda: cosa ci facevano due creature appena nate in un carcere? Ci siamo dati una risposta? E poi, abbiamo messo in moto una semplice riflessione critica sul perché esistono queste strutture feroci che ingoiano e detengono bambini e bambine, in un paese che si ritiene progredito?

Lascio a voi le risposte a queste domande. Su questo blog potete trovare alcuni spunti per capire cos’è il carcere e perché, dopo oltre 500 anni, ancora gestisce le questioni della cosiddetta “giustizia”.

Le istituzioni stanno già preparando la loro risposta: “la donna aveva problemi psichici, la soluzione è nella psichiatria”. Le istituzioni se la cavano sempre con questa formula; chi non gioisce per quest’ordine economico-sociale oppure si ribella, va preso in carico dalla psichiatria. È un pazzo o una pazza.

Vorrei vedere voi, saccenti moralisti, come reagireste stando in carcere con due creature, nel momento che provate a progettare o solo auspicare un futuro per loro.

Io vi propongo una lettera che mi è giunta da una di queste mamme dopo aver appena partorito una bellissima bambina in carcere. Sono le parole più emozionanti che ho ricevuto dal carcere (che pure conosco bene per averlo frequentato per decenni) l’ho già pubblicata sei anni fa su questo blog, ma è efficace leggerla ora con la tensione e la sensibilità al massimo.

*^*^*^*

La parola a chi sta in carcere: è nata una bambina!

Ciao…,  mi è arrivata oggi la tua lettera e mi ha fatto un immenso piacere anche perché vengo da giorni e giorni di silenzio.   La bambina è nata il …. e l’ho chiamata S…. Ed è bella davvero. Alla fine di una lunga e complicata storia, son riuscita a tenerla con me. Ma domani, proprio domani, lascio questo carcere per andare in una comunità per mamme con bambini. Agli arresti. Se fosse arrivata domani la tua, non l’avrei mai ricevuta.

Ho dovuto accettare questa comunità altrimenti non avrei avuto, probabilmente, la mia bambina. Questo ha deciso il Tribunale dei minori. Dico così perché non ci vado con molta “gioia” visto che mi è stata vietata la corrispondenza, le telefonate e che ho un colloquio ogni 2 mesi e solo con mia madre che, tra l’altro, non ha i mezzi per venire.

Questo è stato il prezzo (caro) per avere con me la bimba. Quindi da un carcere ad un lager. Il passo è breve. Queste misure son state messe perché io da qui potevo uscire con una pena sospesa, da lì con i bimbi, invece, ho un programma di almeno 3 anni. Non sai quanto avrei voluto continuare ad avere una corrispondenza con te/voi. Quanto ne avrei avuto conforto in questo momento. Ma in ‘sta vita troppe volte le cose son arrivate, se e quando, o troppo presto o troppo tardi.

Dopo tutta una gravidanza in infermeria mi son trovata in ospedale per 10 giorni (per via di un’emorragia alla milza sono restata così tanti giorni) sola, completamente sola in mezzo a donne che condividevano con compagni, amici e parenti il lieto evento. Avrei voluto un volto amico vicino a me in quei giorni, anche per 1 minuto mi sarebbe bastato. Mi son detta: “non piangere …”, non piangere, ed ho trattenuto il respiro come quando si va in apnea.

Ecco, ho riniziato a respirare di nuovo, anche se a fatica, una volta lontana da quell’ospedale che x me rappresenta  un surrogato del mondo fuori a cui io non appartenevo da troppo tempo.

Il nido. Mi son ritrovata qui. Il carcere con i bambini! Quanto male fa, credimi. Vedere così tante anime “pulite” in questo inferno.  Qui ho vissuto fino ad oggi, la bambina è la più piccola di tutti e già si è presa la bronchite (quindi tantissimi farmaci che sta prendendo x forza perché qui le madri non decidono niente per il bene dei loro figli) perché i bimbi stando chiusi se la passano a rotazione e stanno sempre male.

Inoltre mi sono ritrovata ad essere una minoranza (cosa che ho già sperimentato tante volte nella vita mia) perché son quasi tutte …. Ovvio che per me non è  assolutamente un problema, ma credo lo sia per qualcuna di loro. È notte, tutto tace ed io mi sono accorta solo ora che scrivo da 1 ora senza mai fermarmi neanche per pensare. La bambina dorme, ogni tanto sorride. Domani andremo via e spero solo che per lei sia un posto migliore di questo.

Mi chiedo come sia possibile che questi bimbi siano qui li vedi correre su e giù per questi corridoio prima della chiusura e credimi che sanno, forse più di noi adulti “inquinati”, dove sono e cos’è questo posto. Vedi madri, x dio, che, come me, stanno con i loro figli qui da appena arrivati in ‘sto mondo, e che a breve compiranno 3 anni e verranno allontanati. Le vedi dagli occhi ‘ste  madri. E non ho mai visto così tanto dolore come nei loro occhi.

Qui tutti decidono, non solo per te, ma anche per loro al posto tuo. Ed è atroce sentirti dire come tenerlo, educarlo, incoraggiarlo o sgridarlo. Perché non è vero, o non è detto che lo sia a priori che se una persona ha commesso dei reati sia quindi una cattiva madre.

Sognavo da sempre di dare vita alla mia vita, di sentirmi nascere dentro un’anima nuova. Di poter dare il meglio di me, di potermi riscaldare di questo calore nuovo, unico ma così naturale che è divenire madre che ora, seduta su questo letto che condivido con ‘sta piccola vita mia, mi guardo intorno e vedo solo sbarre, cemento. Sento il lezzo della prigionia. Mi chiedo se sia stato giusto. Se –perdio – mettere un’altra vita in ‘sto mondo che non mi piace e convince neanche un po’ sia stato uno sbaglio.

Ma poi, lo sai che c’è, la guardo, afferro una sua manina, ascolto il suo cuore e mi scendono le lacrime per l’emozione e mi dico, a bassa voce, piano per non farmi sentire, che per una volta, una sola volta, non sono io ad aver sbagliato, che valeva la pena (perché anche per una sola vita vale sempre la pena) anche se nasce in galera, anche se si è soli in mezzo a tanti, anche se il cuore ti scoppia per il dolore non ho sbagliato io stavolta. Questa volta no!

Mia figlia è in galera, è nata in galera. E questo mondo, ‘sta società permette questo. È umiliante, credimi, è atroce vederli qui ‘sti bimbi, che poi verranno portati via dalle loro madri con cui vivono un rapporto ancor più intenso ed unico vista la situazione.   S… si è svegliata che vuole mangiare, a lei non importa dove si trova in ‘sto momento, per lei esistiamo solo io e lei. Né sbarre, né galere. Lei mi guarda ed io sono lì – la sua mamma – a lei non importa dove ho sbagliato, che cazzo di reato ho commesso. A lei non importa chi sia la guardia di turno a controllarmi, lei afferra un solo dito della mia mano e mi tira, mi porta su, in un mondo nuovo, il suo, dove le persone sono tutte uguali, dove un sorriso genera allegria, dove esiste la libertà di essere ciò che si è, dove tutto è più semplice, davvero.

Spero un giorno di poterci scrivere di nuovo – quando riavrò la possibilità di avere la corrispondenza te lo farò sapere. Ti ringrazio tanto perché la tua lettera mi ha fatto aprire un po’ ed era troppo tempo che stavo in apnea, nei giorni sempre uguali, in un silenzio che mi gridava da troppo tempo.

Grazie, davvero, che ci siano persone come te …

Vedi qui la lettera con pezzi dell’originale

Altri articoli sulle bambine e bambini in carcere  qui qui

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Ci chiederanno …

Ci chiederanno …

Tra molti mesi o tra alcuni anni, le ragazze e i ragazzi che si affacciano alla vita, informati di ciò che succede e ciò che è successo, ci chiederanno …

-come mai non avete reagito adeguatamente ai governi (Renzi,  Gentiloni) che finanziavano la costruzione di “campi di concentramento” (così definiti da Amnesty e altri) in Libia per impedire i flussi migratori e si accordavano con bande criminali che sequestravano donne e uomini migranti, li rinchiudevano in luoghi infami stuprando, violentando e torturando? Tutto questo turpe commercio realizzato con i fondi pubblici

(2 febbraio 2017 il governo italiano ha firmato con la Libia di Fayez Mustafa Serraj un “Memorandum d’intesa” in cui si attua “la predisposizione di campi di accoglienza temporanei in Libia, sotto l’esclusivo controllo del Ministero dell’Interno libico, in attesa del rimpatrio”);

-come mai non avete reagito doverosamente all’inasprimento repressivo per il “decoro urbano” che ha prodotto barbarie come il “Daspo urbano” e rivitalizzato la “pericolosità sociale”?

-come mai non avete reagito apertamente alle azioni dei governi (Salvini, Di Maio) che impedivano alle navi delle Ong di salvare vite umane a rischio di annegamento nel Mediterraneo impedendo loro di attraccare nei porti italiani?

– come mai non avete reagito duramente alle sofferenze imposte dal governo (Salvini. Di Maio) costringendo alla permanenza forzata e illegale, sulla nave Diciotti, 137 migranti salvati in mare da un “pattugliatore della Guardia costiera” italiana, quindi già in territorio italiano, sequestrati per dieci giorni, e i tanti altri episodi di violenza criminale statale che si susseguono?

– come mai avete accettato passivamente che calasse su questo paese un clima reazionario buio e nero da controriforma, da inquisizione con i suoi rituali devastanti? Come mai avete subito progetti di persecuzione e schedatura di Rom e Sinti, i decreti di guerra alla mendicità e al vagabondaggio, gli sfratti violenti contro nuclei familiari buttati per strada senza un’alternativa abitativa?

^^^Molti e molte risponderanno che non è così, che non hanno accettato passivamente, che anzi si sono attivate e attivati e hanno protestato nelle tante forme consentite sui “social network”;

-le ragazze e i ragazzi ci guarderanno con sufficienza, ricordandoci che le strade sono rimaste vuote, le piazze riempite solo dei tavolini dei bar, i luoghi di lavoro silenti;

^^molte e molti risponderanno, “diamine, abbiamo  riempito la rete” e i “social network” di sms, hashtag, mail, twitt, abbiamo portato la protesta su youtube, su facebook” e le altre mille scempiaggini digitando “not in my name”,  “Salvini devi andartene”, “mai con Salvini”, ecc. ecc.;

-Le ragazze e i ragazzi ci guarderanno con sconforto, nello sguardo tutto il loro biasimo che può esprimere chi sa benissimo che l’accanimento sui “social” non è altro che un tentativo maldestro di nascondere la pusillanimità, l’egoismo, l’opportunismo, l’arroganza e le fanfaronate …. fingere di non sapere che ci hanno addomesticato, illudendoci stupidamente di essere vivi pur rimanendo socialmente morti. Ancorati alla sedia dove si subisce, altrettanto passivamente, il comando del “capo” e della “produttività” per ingraziarceli l’uno e l’altra e non contrastarli, facendo finta di ignorare che anche loro, il “capo” e la “produttività”, stanno dentro questo squallido imbarbarimento;

-le ragazze e i ragazzi ci ricorderanno che nei nostri tempi si è scritto molto sui volantini, sui documenti e ovunque, e si continua a scrivere, che un popolo conquista la sua libertà quando le strade non sono vuote, le piazze non piene dei soli tavolini dei bar e di turisti, ma affollate di piedi mobili che veicolano corpi urlanti accesi dalla volontà di non accettare il presente ma di volerlo trasformare, quando i posti di lavoro non sono silenziosi ma manifestano rabbia e determinazione interrompendo la produzione.

-ci ricorderanno che scambiare il terreno della protesta, storicamente conquistato, con le tecnologie utilizzate dal potere per addomesticarci, ci ha portato alla barbarie.

Che tristezza!!!!  Ma si può uscire da questa miseria!!!! Usiamo le tastiere solo per darci un appuntamento; poi, spegniamo quelle macchine e mettiamoci le scarpe, ben allacciate, scendiamo per strada …

insieme riprendiamoci la nostra vita!

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Le Fake News del carcere italiano che nessuno può smentire

LE FAKE NEWS DEL CARCERE ITALIANO CHE NESSUNO PUO’ SMENTIRE.

Negli ultimi anni sembrano essersi moltiplicati gli episodi di aggressioni nelle carceri ai danni del personale di polizia penitenziaria. Nell’ultimo anno, in particolare, non passa giorno senza che esca un comunicato a firma di un qualche sindacato di polizia penitenziaria in cui vengono denunciate violenze e aggressioni ai danni degli agenti o, addirittura, tentativi di rivolte dei detenuti. E altrettanto spesso notiamo che le notizie relative a questi episodi vengono salutate entusiasticamente da molti attivisti e rimbalzate sui social, sicuramente in buona fede, quasi ci trovassimo in altra epoca storica e gli articoli fossero volantini ciclostilati narranti conflitti reali.

Il leit motiv di quasi tutti gli articoli che quotidianamente leggiamo, veri o falsi che siano, verte su alcuni aspetti particolari come la sorveglianza dinamica, i detenuti stranieri, il rischio radicalizzazione e la riapertura di Pianosa e l’Asinara.

La spirale di violenza nelle carceri (..) continua senza tregua, la ormai cronica carenza degli organici di Polizia Penitenziaria, ad xxx come altrove, espongono a gravi rischi l’incolumità degli Agenti, per non parlare della sorveglianza dinamica con conseguente apertura indiscriminata dei detenuti che  ha fatto lievitare il numero degli eventi critici nelle carceri.”

Oppure:

“Una rissa tra carcerati, così violenta che sono rimasti feriti due agenti della polizia penitenziaria. Un fatto grave, secondo il segretario regionale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (il Sappe), Alfonso Greco: “Detenuti italiani e stranieri si sono picchiati con violenza (….)”

Così, invece, Donato Capece: “Negli ultimi dieci anni c’è stata un’impennata dei detenuti stranieri nelle carceri italiane, passati a oltre 20mila presenze. Sollecitiamo il Governo e il Ministro della Giustizia su questa situazione critica. Far scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d’origine può essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia. (…) E credo si debba iniziare a ragionare di riaprire le carceri dismesse, come l’Asinara e Pianosa, dove contenere quei ristretti che si rendono protagonisti di gravi eventi critici durante la detenzione”.

Questi sono solo alcuni recenti esempi, ma basta aprire un qualsiasi motore di ricerca ed inserire come chiave di ricerca le parole “aggressione carcere” per poter leggere la quantità e la qualità di agenzie che ogni giorno vengono battute. Tra i siti ricorrenti spiccano quello del Sappe, della Polizia penitenziaria, di Fratelli d’Italia con un Cirielli in gran rispolvero (ricordate? Quello della ex-Cirielli che raddoppiava la pena sulle recidive) e infine gli hastag della lega #ciminalingalera e #bastaclandestini che campeggiano in post inneggianti forche e galere per tutti e in presidi di solidarietà alla bistrattata polizia penitenziaria.

La diramazione serrata di comunicati di questo tenore inizia all’indomani dell’introduzione della cd “sorveglianza dinamica”, misura obbligata dalle numerose raccomandazioni del CPT, dalle Regole penitenziarie europee e dalle sentenze di condanna verso l’Italia da parte della Corte europea per trattamenti inumani e degradanti che si perpetravano (e si perpetrano ancora oggi) ai danni dei prigionieri in Italia. Con la circolare PU-GDAP-1a00-29/01/2013-0036997-2013, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, realizzava i “circuiti regionale ex art.115” in base al d.p.r. 30 giugno 2000 n. 230 con cui assumeva <<l’impegno ineludibile, considerate anche le ricorrenti pronunce della Corte di Strasburgo di condanna dell’Italia per trattamento inumano e/o degradante>>.

Questi alcuni punti descriventi la sorveglianza dinamica che prevedono l’introduzione graduale in tutte le carceri ma, di fatto fermatasi ad alcune sezioni di pochi istituti:

4.2. – L’adozione in taluni istituti, o sezioni di esso, del cd. “regime aperto”, non può significare che nelle rimanenti strutture, in particolar modo in quelle a Media Sicurezza, si possa ammettere, all’inverso, un “regime chiuso”, intendendo, con questo, una contrazione degli spazi e dei momenti di socialità della popolazione detenuta.

4.3. – II trattamento nelle sue diverse accezioni va rafforzato in tutti gli istituti sviluppando una diversa, e più ampia, articolazione e utilizzazione degli spazi ove concentrare le attività indicate dall’art. 16 reg.to esecuzione 230/2000 (o anche i servizi quali i locali mensa ex art.13 e. 3 stesso regolamento) di modo che i detenuti vi possano trascorrere una parte via via maggiore della giornata così da agevolare non solo l’intervento delle professionalità dell’area pedagogica e della società esterna, ma anche il controllo da parte della polizia penitenziaria.

4.4. – L’asserita carenza di personale, che ove riconosciuta valutando la tipologia dell’istituto e la forza presente si cercherà di limitare con le future assegnazioni, non può essere considerata motivo per procrastinare l’apertura dei reparti o per limitare le attività trattamentali.

Ma prima ancora, già in fase di elaborazione, le resistenze da parte dei sindacati di polizia penitenziaria si fecero pressanti tant’è che nel 2011, Massimo de Pascalis (all’epoca direttore dell’ISSP-DAP) in una lettera aperta indirizzata all’allora segretario della UIL penitenziaria, ne spiegava la natura insistendo su uno dei principi cardine dei regimi aperti: liberare la custodia dall’ossessione del controllo. <<“Sorveglianza dinamica” quindi significa recuperare il senso “della conoscenza del detenuto” secondo la volontà del legislatore del 1975 ed eliminare perciò tutte le procedure che la prassi ha fatto consolidare intorno ad un’esigenza deviata: il “controllo assoluto del detenuto”. La sorveglianza dinamica richiede, pertanto, interventi correttivi sul piano organizzativo e gestionale dell’area della sicurezza per creare strumenti utili ai processi di conoscenza e, in tal modo, qualificare meglio i compiti istituzionali della polizia penitenziaria, a beneficio della sicurezza ma anche del trattamento. E, tra questi, anche la custodia può essere finalizzata e partecipe di quei processi, se liberata dall’ossessione del controllo assoluto della persona.>>

Con il “regime aperto” si contrappone al controllo totale del detenuto la conoscenza della persona detenuta cercando di dare dignità pedagogica alla funzione del poliziotto penitenziario prima di quella di mero controllore. Ma è esattamente questo il principio che le forze di polizia penitenziaria avversano registrando il “dover liberare la loro funzione dall’ossessione del controllo assoluto sulla vita dei prigionieri” come perdita di potere. Il “regime aperto” quindi come perdita di potere da una parte, la loro e, di contro, acquisizione di diritti e, di conseguenza, potere, da parte dei detenuti. Una vera e propria debacle dal loro punto di vista.

Oggi i sindacati penitenziari rivendicano orgogliosamente di aver contribuito alla scrittura del contratto di governo tra Lega e M5S incentrata sull’ossessione del controllo assoluto e sulla chiusura di tutti gli spazi di confronto e crescita dati dalla presenza del volontariato. Tornare al pugno di ferro, agli anni (bui) di Pianosa e l’Asinara, avere, finalmente, le “mani libere” sono i desideri espliciti di buona parte della polizia penitenziaria. Ma per legittimare le ossessioni bisogna creare le condizioni ideali, bisogna creare l’emergenza ad uso e consumo dell’obiettivo dato.

In un sistema chiuso e pressoché impenetrabile qual è il carcere diventa gioco facile costruire notizie e allarme: nessuno può smentire. I detenuti in quanto tali non sono degni di esser creduti e altrettanto i familiari, i (pochi) volontari sono obbligati all’omertà, pena revoca dell’autorizzazione. La Magistratura di Sorveglianza, che pure dovrebbe garantire la correttezza dell’esecuzione penale (e se così fosse, verrebbe meno anche la necessità dei garanti), ha pressoché rinunciato alle proprie funzioni e poteri riducendo il proprio ruolo a firmacarte.  Chi resta? I garanti? Ma anche loro, nonostante il lavoro encomiabile, rispetto ai dati delle emergenze reali nelle carceri (sovraffollamento, malasanità, malagiustizia in primis), arrivano a monitorare solo una parte delle strutture e solo per il tempo limitato della visita o, ancora, solo a posteriori nel caso di suicidi o eventi critici. I parlamentari? Questi sconosciuti che  avrebbero il diritto/dovere di ispezionare le carceri a sorpresa ma non lo esercitano e nel migliore dei casi si limitano a mere visite di cortesia preannunciate e pilotate. Unica eccezione, attualmente, l’europarlamentare Eleonora Forenza. Nei primi giorni dell’attuale governo circolava fin’anche la proposta di revoca del potere ispettivo delle carceri per i parlamentari.

Il paradigma securitario e totalizzante costruito negli ultimi 30 anni attorno ad “emergenze” vere, presunte e/o pilotate, ha via via affinato sempre più gli strumenti di controllo penale della società fino a modellarli aprioristicamente in base alle contingenze storiche e socio-economiche, anche attraverso campagne mediatiche mirate a tracciare il profilo del “nemico” sociale di turno che, quasi sempre, finisce col creare la stigmatizzazione di uno specifico gruppo sociale, dei modus operandi a questo destinati e dei risultati attesi.

Tale dispositivo è ben visibile, e raffrontabile, tanto sul piano penale che su quello dell’accoglienza. Su entrambi i piani i media focalizzano l’attenzione su numeri “emergenziali” dei fenomeni criminali e migratori, mentre i dati statistici smentiscono nettamente le emergenze propagandate salvo, appunto, enfatizzare singoli episodi eclatanti; la mostrificazione del “regime aperto” e delle misure alternative nelle carceri e dell’accoglienza dei profughi attraverso campagne disinformative serrate tese a dimostrare il fallimento e la pericolosità di questi modus operandi da “buonisti”, nonostante i risultati straordinariamente positivi ottenuti presso altre, a questo punto, civiltà avanzate. Per quanto riguarda i risultati attesi dal sistema penale e di accoglienza, se fino a qualche anno fa un certo garantismo ne caratterizzava i presupposti, almeno sulla carta e parzialmente nell’esecuzione, oggi si punta all’abolizione tout court del soggetto in quanto portatore di diritti e destinatario di azioni tese a garantirne una effettiva (ri) socializzazione e/o integrazione. Le parole d’ordine che oggi ruotano insistentemente attorno alla detenzione e all’accoglienza sono “certezza della pena/pena sempre certa” (andando a mistificare quanto già di fatto avviene) e “tolleranza zero/basta sbarchi”.

L’introduzione del taser nelle città e nelle carceri, così come l’introduzione del reato di legittima difesa/difesa sempre legittima o, ancora, la volontà di cancellare la “bufala” del reato di tortura e l’introduzione dei sistemi di controllo nelle scuole, vengono qua solamente annotate sebbene parte integrante dello Stato penale che stanno costruendo i mercanti della (in) sicurezza.

Infine viene invocata l’Europa con la medesima formula a “casa loro”, in merito all’accoglienza e alla costruzione di nuove carceri: se l’Italia continuerà ad essere costretta ad accettare i vincoli normativi europei e le sentenze di condanna emesse da Strasburgo per le continue violazioni dei diritti umani anche, e soprattutto, in materia penitenziaria si potrebbe assistere ad una sorta di Brexit giuridica e liberarsi una volta per tutte dal fardello del diritto internazionale.

La costruzione della comunicazione, oggi più che mai, mira quindi all’eliminazione di alcuni modus operandi penitenziari primo, fra tutti il “regime aperto”, con tutto il portato di apertura delle celle e al territorio che, per i cultori dell’istituzione totale, nell’era della certezza della pena esclusivamente carceraria, rappresenta un pericoloso occhio critico di controllo del controllore. Da questa riflessione l’invito ad evitare di enfatizzare notizie di rivolte o aggressioni in quanto costruite con l’unico obiettivo di occultare sempre più il carcere, e l’umanità che vi è rinchiusa, alla società “libera”. Processo questo iniziato con l’abolizione delle esecuzioni in pubblica piazza sul finire del ‘700 perché la “spettacolarizzazione” della morte, in una società che mutava rapidamente, poneva lo spettatore quasi in empatia con il condannato, ed arrivato ai giorni nostri dove le carceri vengono costruite nelle periferie, la pena di morte è stata trasformata nella più discreta pena fino alla morte e l’applicabilità del regime di isolamento, da cui ne deriva l’esclusione totale da qualsiasi contatto umano, viene estesa anche ai minori.

Sandra Berardi – Associazione Yairaiha Onlus

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Quando lo Stato spara sulla folla – Il taser in Italia

I compagni di Prison Break Project, di cui ricordo il libro uscito lo scorso anno “Costruire Evasioni” (vedi qui) sul diritto penale del nemico, hanno prodotto la versione aggiornata dell’opuscolo-dossier “Quando lo stato spara sulla folla” pubblicata nel novembre 2017 (la versione del novembre 2017 la trovi  qui ).

“Se allora ci eravamo confrontati in particolare sul caso francese, adesso approfondiamo l’uso di queste armi in Italia, proprio a partire dal Taser“.

Published by Prison Break Project on 04/09/2018 |

QUANDO LO STATO SPARA SULLA FOLLA

Le armi non letali come ingrediente della repressione

Le armi non letali e il loro uso contro i movimenti sociali

– le novità in Italia e l’esempio della Francia –

 Quali obiettivi e che logiche sono legati all’impiego di questi strumenti? 

II° edizione aggiornata, luglio 2018

 Luglio 2018

Nell’inverno 2016 Prison Break Project ha partecipato ad una chiacchierata al circolo Mesa di Montecchio Maggiore (Vi) organizzata da Alte/Reject in cui si parlava di repressione e nuove armi a disposizione delle polizie europee con un’attenzione particolare a Italia e Francia. A distanza di tempo vogliamo mettere a disposizione dei materiali sulle armi non letali in Francia che avevamo preparato per accompagnare la discussione: una panoramica rivolta a presentare le modalità d’uso delle flashball e più in generale delle armi non letali da parte della polizia francese.

Vogliamo inoltre proporre delle riflessioni su quest’impiego di strumenti tecnologici e militari volti a spezzare le forme di organizzazione del conflitto sociale.

Come era prevedibile, l’adozione di tali armi coinvolge anche l’Italia dove sono finora meno conosciute. Nel marzo 2018 il governo ha dato il via libera a una sperimentazione del Taser in Italia. A luglio è stato emanato il decreto con cui il ministero autorizza la dotazione sperimentale dell’arma in 11 città italiane e dà mandato di acquisto per 30 dispositivi. Per questo abbiamo deciso di aggiornare l’opuscolo con una seconda edizione con i dettagli dell’adozione di questo armamento nel contesto italiano oltre alle evoluzioni dell’impiego generalizzato delle armi non letali nelle lotte sociali in Francia.

Questo scritto vuole ripercorrere – seguendo uno spazio temporale dal 2009 ai giorni nostri, anche a partire da esperienze dirette –  alcuni episodi che riteniamo stimolanti per comprendere la logica dell’uso delle armi non letali e la loro banalizzazione tra Francia e Italia.

 Partiremo dalla presentazione di un caso particolare: quello del collettivo “8 juillet” che prende il nome dall’8 luglio 2009, giorno in cui, a Montreuil – in periferia di Parigi – dopo lo sgombero di uno squat la polizia ha attaccato con i proiettili di gomma una manifestazione di solidali. In cinque sono stati feriti a nuca, fronte e clavicola. Jo ha perso un occhio. Da allora il collettivo “8 juillet” si organizza per fare inchiesta e difendersi della violenza poliziesca sia nelle strade che nelle aule dei tribunali.

Successivamente approfondiremo la tematica dell’arsenale delle armi cosiddette non letali in dotazione della polizia francese e del loro impiego nelle manifestazioni, sottolineando la logica repressiva alla base del loro utilizzo. Per dare un’idea delle loro caratteristiche presentiamo delle schede tecniche di queste armi, oltre ad analizzare il contesto italiano e la recente adozione del taser.

Questo dossier è composto da diversi testi, materiali e video sottotitolati per cercare di presentare le armi non letali e le logiche che sottendono il loro impiego riflettendo sia sul contesto francese che su quello italiano.
Una versione del testo senza i materiali multimediali ma da leggere e stampare è disponibile in formato .pdf

Per scaricare l’opuscolo clicca   qui  

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Riforma collassata, lavoro negato – sempre e solo carcere!

Nel post precedente, vedi qui   , ho riportato la convocazione di uno sciopero della popolazione carcerata negli Usa con molte rivendicazioni, oltre a urlare la loro rabbia per la morte di 7 loro compagni durante una rivolta nella prigione di massima sicurezza in South Carolina (Una violenta rissa esplosa a metà aprile nella Lee Correctional Institution, carcere di massima sicurezza della South Carolina, causò la morte di sette detenuti e il ferimento di 17). I problemi nelle carceri di tutto il mondo (da 15 a 12 milioni le persone incarcerate) sono tanti e tutti dovuti al regime concentrazionario che toglie la libertà e azzera l’identità. Importante è il problema del lavoro per i prigionieri Usa e anche per quelli in Italia. Proviamo a ragionare sul tema del lavoro nelle carceri italiane, diverso da quello in vigore negli Usa.

Tra gli intenti della riforma Orlando, bocciata dalla maggioranza di governo successiva alla tornata elettorale del 4 marzo scorso che prepara una “controriforma”, comparivano delle procedure per rendere più agevole e rapido il percorso per l’ammissione alle tanto discusse pene alternative, ossia la possibilità per i reclusi di scontare le condanne non interamente in carcere ma, nella parte finale, da svolgersi all’esterno del carcere (controllo penale esterno). Va anche detto che il precedente Governo aveva avuto tutto il tempo per approvare quella riforma che avrebbe rallentato l’aumento delle persone detenute in carcere giunte alla soglia delle sessantamila (59.135 presenze di cui 19.667 non ancora condannati, rispetto a una capienza regolamentare di 50.622, quasi 9.000 presenze in più),al 31 agosto 2018. Le persone detenute in misura alternativa sono 54.255[1].  Nella riforma era previsto anchel’eliminazione del divieto alla concessione di forme attenuate di carcerazione per gli autori di particolari reati (Art.4 bis Ordinamento.Penitenziario).

La triste vicenda della defunta riforma Orlando, ci porta al tema del lavoro in carcere, perché  il lavoro in carcere, tra le tante sfaccettature che ha, è lo strumento indispensabile per accedere alle misure alternative.

La parte che il nuovo governo ha cancellato, non a caso, è quella che voleva dare piena attuazione al decreto legge 23 dicembre 2013, n.146, che intendeva ridurre le presenze in carcere in favore delle misure alternative, richiesto anche dalla CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo), così come la parte che eliminava i divieti alla concessione di forme attenuate di carcerazione per gli autori di particolari reati.

Il lavoro è anche ritenuto un mezzo efficace per il reinserimento. È su questo dogma che è sorto il carcere moderno, ovunque sia. Il lavoro, inizialmente forzato, era al centro della punizione non per produrre chissà cosa, ma per disciplinare al lavoro dipendente e subalterno quei proletari che si ribellavano.

In questo paese, grazie alla lunga stagione di lotta del movimento dei detenuti negli anni Settanta e Ottanta e ai movimenti esterni al carcere, il lavoro forzato è stato abolito nella pratica, pur essendo ancora scritto nei regolamenti. Inoltre la popolazione detenuta ha ottenuto quella rivendicazione che è il 2° punto della piattaforma dello sciopero nelle carceri statunitensi, ossia l’equiparazione del proprio salario (il termine carcerario è mercede), che era fermo al 1993, con quello dei lavoratori esterni occupati in mansioni analoghe: “La retribuzione per il lavoro carcerario deve essere circa l’85 della retribuzione prevista dai contratti collettivi attualmente vigenti”. È successo il finimondo: i sindacati delle guardie penitenziarie hanno strillato alla vergogna, al golpe, «come è possibile – urlavano – che i delinquenti abbiano le stesse retribuzioni degli onesti?». Ovviamente l’adeguamento delle mercedi ai salari esterni non è stato accettato col sorriso dai vertici del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), vi sono stati costretti oltre che dalle mobilitazioni dei detenuti, da un lungo contenzioso con le Corti italiane ed europee, altrimenti lo Stato italiano sarebbe stato condannato – ennesima condanna – per pratica “illegale” dei lavoro forzati. Una stramberia per governi che ad ogni piè sospinto inaugurano giornate della legalità.

Quello che un po’ tutti fanno finta di non conoscere è che l’attuale media oraria lavorativa di un detenuto è di un paio di ore al giorno e alcuni mesi l’anno, per alternarsi con altri detenuti. Per cui tolti i soldi del mantenimento per il vitto e l’alloggio, di recente sono pure aumentati vedi  qui , al detenuto restano intorno ai 200 euro al mese.

Tra i lavori per accedere alle misure alternative vi sono anche i lavori di volontariato, senza retribuzione, come i lavori socialmente utili o di pubblica utilità. Di questa possibilità alcune giunte, a mo’ di esempio la giunta Raggi, cercano di servirsi per risolvere problemi che non sono in grado di far eseguire a lavoratori retribuiti. Nel sistema sanzionatorio, il lavoro gratuito ha pieno titolo, perché è connesso al dogma che il reo deve restituire alla società ciò che si presume abbia tolto col suo reato. Tuttavia finché non ci leveremo il carcere di torno (lavoriamo per questo), queste attività (socialmente utili o di pubblica utilità) consentono alla persona carcerata di uscire 4 anni prima dal carcere o non entrarvi affatto, traslocando dall’aula di tribunale al lavoro senza passare per il carcere[2]. Il punto è che queste leggi, varate in fretta sotto la scure della CEDU che dopo la prima multa ne minacciava altre, vengono boicottate dalla grandissima parte delle forze politiche in parlamento e anche settori del ministero.

Dunque il lavoro forzato in questo paese non c’è più nella realtà, mentre c’è ancora negli Usa, ma solo per particolari reati gravi. Nelle carceri italiane oggi il lavoro è la principale richiesta delle mobilitazioni della popolazione detenuta, perché per la persona detenuta avere qualche euro in tasca significa mangiare cibi diversi dalla “sbobba” carceraria (l’amministrazione spende 3,75 € per tre pasti al giorno per ciascun carcerato/a) e  comprarsi quelle quattro cose necessarie in un luogo, il carcere, dove manca tutto.

Tra proteste e denunce, convegni e campagne, la popolazione detenuta che lavora è oggi arrivata ai 18.404 (31,95%) del 2017.

Tra i detenuti che lavorano alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria l’82,15% lavora nei servizi di istituto (pulizia delle sezioni, distribuzione del vitto, mansioni di segreteria, scrittura di reclami e documenti per altri detenuti), il 4,1% nelle lavorazioni, il 7,2%  nella MOF (manutenzione ordinaria delle carceri, lavori di piccola carpenteria, idraulica o elettrotecnica), il 5,1% in servizi extramurari e solo l’1,35% in colonie agricole e case di lavoro.

L’Associazione Antigone calcola che appena il 2,2% dei detenuti lavora per datori di lavoro diversi dall’amministrazione penitenziaria. Nonostante vi sia la legge Smuraglia, che permette alle imprese che impiegano detenuti di ricevere 516 euro di credito di imposta. In questo modo non solo hanno un lavoratore che costa poco e non può partecipare ad attività sindacali, ma la cui presenza consente loro di risparmiare su tutti gli altri. Prosegue Antigone: «Alcuni di questi sono in semilibertà  (766),  e altri in in art.21 (765) e dunque escono nelle ore lavorative per recarsi sul posto di lavoro. Coloro che invece lavorano per datori di lavoro esterni, ma restando all’interno del carcere sono 949, di cui 246 detenuti alle dipendenze di imprese e 703 di cooperative.  Una «schiacciante minoranza».

Ma si tratta di lavoro “vero” e dunque retribuito e contrattualizzato come richiesto dalla legge? Purtroppo no, ma difficile pensare che possa accadere diversamente. D’altronde anche sul piano lessicale, nel gergo penitenziario, chi lavora non è definito “lavoratore”, ma “lavorante”.

Il vicedirettore del DAP Luigi Pagano così ne spiega i motivi: «Spesso per le aziende far lavorare i detenuti è complesso e costoso, dunque se possono, evitano. Allo stesso modo per i detenuti lavorare è incompatibile con gli obblighi carcerari e legali della loro condizione, come l’ora d’aria o i colloqui», c’è da aggiungere i numerosi ostacoli burocratici che rendono difficile la contrattualizzazione, inoltre le lungaggini per la scelta della persona adatta per quell’impiego

Nel 1991 la percentuale dei detenuti lavoranti sulla popolazione detenuta era del 34,46, scesa al 20% nel  periodo di grande sovraffollamento e risaliti fino all’ attuale 30%.

Inoltre il budget previsto nel bilancio del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria per le mercedi dei detenuti negli ultimi anni si è ridotto del 71%: dagli 11 milioni di euro del 2010, ai 9,3 del 2011 ai 3,2 del 2012

Anche i corsi di formazione professionali sono molto carenti, la scarsa presenza non supera il 3,8% dei detenuti.

Cosa dicono le leggi: l’art. 15 dell’ordinamento penitenziario, legge 26 luglio 1975 n. 354, individua il lavoro come uno degli elementi del trattamento rieducativo stabilendo che, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurata un’occupazione lavorativa; è un obbligo che l’amministrazione Penitenziaria è ben lungi da assicurare. L’art. 20 dell’ordinamento penitenziario definisce le principali caratteristiche del lavoro negli istituti penitenziari.

Ciò che è ancor più strano in questo paese, è che all’aumento delle misure alternative, aumentate anche se di poco, non è corrisposto un calo delle presenze in carcere, che invece sono in aumento.

Va ricordato che la teoria che sostiene la necessità delle misure alternative sostiene anche un andamento tendenziale del sistema sanzionatorio che dovrà vedere la scomparsa del carcere sostituito con pene da eseguirsi all’esterno. Alcuni paesi hanno avviato già la sostituzione e le presenze in misure alternative sono maggiori di quelle in carcere. È questo un indice del funzionamento progressivo della politica penale tesa a una graduale riduzione fino all’abolizione del carcere. Una anomalia italiana, non solo italiana, dimostra, invece, che c’è un aumento notevole di persone sottoposte a controllo penale (sia esterno, sia interno in carcere), nonostante i dati ufficiali dimostrino chiaramente che i reati tutti, in particolare quelli più gravi, sono in netta diminuzione.

La spiegazione di questo andamento “anomalo” probabilmente risiede nel susseguirsi di crisi economiche che producono insicurezza e malessere in vari settori sociali, malessere che viene indirizzato sul terreno della paura indistinta. Questa può provocare, e sembra stia producendo, una crisi di fiducia nello Stato e nella politica che non sa o non vuole proporre rimedi politici ed economici al malessere dilagante, ma soluzioni repressive di maggior rigore, sostenute da uno Stato militarizzato e dalla maggior presenza delle forze dell’ordine. Le campagne propagandistiche mediatiche di molte forze politiche iniziano col demonizzare i gruppi marginali: disoccupati, mendicanti, vagabondi, rom e attualmente gli immigrati, come responsabili di tutto ciò che non va, come nemici contro cui indirizzare l’apparato punitivo. Lo scopo di queste forze politiche è approntare i mezzi necessari per colpire chiunque voglia adoprarsi per la ripresa del conflitto sociale.

I conflitti reali, quando ci sono, vengono stravolti dalle esagitate paure lanciate dei media che utilizzano anche la cronaca “nera” per rafforzare la paura. Prende corpo il “governo della paura”, che ha la necessità di individuare un nemico cui attribuire il malessere. Un nemico che, di volta in volta, viene riplasmato con sembianze diverse. La presenza di un nemico permette di attivare un clima di guerra a bassa intensità, in cui il carcere e la repressione abbiano un ruolo centrale.

Nella realtà di tutte le carceri del mondo, il lavoro non ha avuto una effetto redditizio per l’amministrazione carceraria, a prova che il carcere non serve a produrre una merce qualsiasi su cui ricavare profitto, ma deve produrre la merce per eccellenza del capitalismo, ossia il proletario operoso e disciplinato che rimane un senza-propietà che non mette in pericolo la proprietà altrui.

Anche negli Usa dove permane il lavoro forzato, le società che gestiscono le carceri private, che gestiscono soltanto 195.000 reclusi nelle loro prigioni e li fanno lavorare, ma realizzano i loro profitti, non dal lavoro dei carcerati, ma grazie alle sovvenzioni che lo Stato paga per ogni detenuto gestito da queste carceri-private. 70 dollari al giorno per ciascun detenuti/a nelle loro prigioni, quasi 14 milioni di dollari al giorno e ne spendono molto meno. I due gruppi miliardari che hanno la quasi totalità delle prigioni private sono: la Corrections Corporation of America (CCA) e The Geo Group, sono quotate in borsa e finanziate da importanti banche.

Attualmente il dibattito sul lavoro per i carcerati, in questo paese, è incentrato sui alcuni dati che dimostrano chiaramente che le persone detenute che hanno trascorso la parte finale della condanna in misura alternativa e con un’attività lavorativa, tornano a delinquere meno frequentemente di chi finisce la pena restando in un carcere (20% dei primi contro 70% dei secondi), e ciò è comprensibile. Da parte di chi non ha interesse a rimbambire la gente per procacciarsi voti urlando alla paura, c’è la volontà di incrementare le misure alternative, ma veramente alternative, in sostituzione della pena carceraria, non che si sommino a quella come avviene attualmente in Italia.

Per terminare col lavoro in carcere, la colonia agricola ne è rimasta una sola ed è nell’isola della Gorgona con 70 ospiti reclusi che lavorano e vivono all’aria aperta e molti detenuti e anche i direttori considerano il trasferimento a Gorgona come un premio. Delle case di lavoro ne restano tre, una a Castelfranco Emilia, una a Sulmona e una nell’Isola di Favignana, mentre la Casa di Lavoro a Saliceta (Modena) è stata chiusa dopo il terremoto del 2012. Queste strutture sono residuali, non più di 270 reclusi e sono in via di esaurimento. Sono strutture che il codice penale definisce “misura amministrativa di sicurezza”. La casa di lavoro, in genere, fa seguito alla pena detentiva carceraria, quando il carcerato è considerato, da accertamenti psichiatrici, socialmente pericoloso (una “pericolosità” diversa da quella del decreto Minniti, questa è riferita a disturbi psichiatrici del carcerato). Fanno parte di quelle categorie: i delinquenti abituali e professionali e quelli per tendenza.

Intanto di carcere si continua a morire. Al 31 agosto i suicidi hanno raggiunto quota 41, un record terribile! Ma anche un elemento rivelatore, se ne leggiamo gli andamenti per mese: agli inizi dell’anno, pochi suicidi, a febbraio due e a marzo uno, via via crescono fino a passare ai sette a luglio e ai dieci ad agosto. Man mano che risultava chiaro che la scure giustizialista avrebbe demolito quella piccola riforma e iniziato la controriforma e ad agosto lo scempio era compiuto, la depressione ha colpito molti detenuti, dopo averli illusi di poter realizzare piccoli cambiamenti. È questo il motivo dei suicidi: azzerare la prospettiva.

Lo stesso discorso vale in un altro dramma nel dramma dell’universo carcerario: questo Stato reclude 62 bambini e bambine di età da zero a tre anni con le loro 52 madri, non riesce a trovare soluzioni alternative. E hanno la sfacciataggine di definirsi “stato di diritto”.

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[1]  Così ripartiti: affidamento in prova al servizio sociale  16.694;  semiliberta’ 904;  detenzione domiciliare 11.151;   messa alla prova 14.119;   lavoro di pubblica utilita’ 7.369;    liberta’ vigilata 3.831;    liberta’ controllata 183;   semidetenzione 4; totale generale  54.255
[2] Chi commette un reato punito con la pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, può ricorrere all’istituto della messa alla prova ed evitare la condanna penale. Riguarda chi è indagato o condannato per reati lievi: violenza o minaccia a un pubblico ufficiale, resistenza a un pubblico ufficiale, oltraggio a un magistrato in udienza, violazione di sigilli aggravata, rissa aggravata, se non c’è nessuno morto o con lesioni gravi, lesioni personali stradali, furto aggravato, ricettazione. Chi chiede questa misura deve manifestare la volontà di svolgere volontariamente lavori di pubblica utilità presso un’associazione o un ente per il tempo stabilito dal giudice; inoltre si deve impegnare a risarcire la persona offesa. In caso di esito positivo della prova, il giudice, con sentenza, dichiara estinto il reato. Vale anche per coloro che hanno 4 anni al termine della condanna.
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Nelle carceri Usa sciopero delle persone detenute

Prison Strike nelle carceri Usa

Da: http://sawarimi.org/national-prison-strike

sciopero nazionale dei prigionieri: 21 agosto – 9 settembre 2018

Uomini e donne incarcerate nelle prigioni di tutta la nazione dichiarano uno sciopero nazionale in risposta alla rivolta nell’istituto correzionale di Lee, una prigione di massima sicurezza in South Carolina.

7 compagni hanno perso le loro vite durante una rivolta insensata che si sarebbe potuta evitare se la prigione non fosse stata così sovraffollata dall’avidità creata dall’incarcerazione di massa e dalla mancanza di rispetto per la vita umana che è integrata nell’ideologia penale della nostra nazione. Questi uomini e donne stanno chiedendo condizioni di vita umane, accesso al reinserimento, riforma delle condanne e la fine della schiavitù dell’età moderna.

Queste sono le RICHIESTE NAZIONALI degli uomini e donne nelle prigioni federali, migratorie e statali:

  1. Miglioramento immediato delle condizioni delle prigioni e dei regolamenti penitenziari che riconoscano l’umanità di uomini e donne carcerati
  2. Fine immediata della schiavitù carceraria. Tutte le persone incarcerate in qualsiasi luogo di detenzione sotto la giurisdizione degli Stati Uniti devono essere pagati con la paga tipica dello stato o del territorio in cui lavorano
  3. Il Prison Litigation Reform Act deve essere ritirato, permettendo agli umani incarcerati un canale per gestire reclami e violazioni dei loro dirittti
  4. l “Truth in Sentencing Act” e il “Sentencing Reform Act” devonoessere ritirati in modo che gli umani in carcerati abbiano lapossibilità del reinserimento e della libertà condizionale. Nessun umano dovrebbe essere condannato alla Morte per Incarcerazione o scontare una pena senza possibilità di libertà condizionale
  5. Fine immediata dell’aumento dei capi di imputazione e delle pene subase razziale e della negazione della libertà condizionale agli umani dineri e latini. Le persone nere non devono più veder negata la lorolibertà condizionale perché la vittima del reato era bianca, un problema particolarmente sentito negli stati del Sud.
  6. Fine immediata delle leggi razziste che aumentano le pene per le gang, leggi che mirano alle persone nere e latine
  7. A nessun detenuto deve essere negato l’accesso ai programmi direinserimento nel luogo di detenzione perché etichettati come violenti
  1. Le prigioni statali devono ricevere fondi destinati all’offerta dimaggiori servizi di reinserimento
  1. Le borse di studio “Pell” devono essere reintrodotte in tutti gli stati e territori statunitensi
  1. I diritti di voto dei cittadini carcerati che stanno scontando la pena in carcere, dei detenuti in attesa di processo, e dei detenuti che hanno già scontato la loro pena devono essere contati. Chiediamo rappresentanza. Tutte le voci contano!

Siamo d’accordo nel diffondere questo sciopero in tutte le prigioni d’america! Dal 21 agosto al 9 settembre 2018 uomini e donne nelle prigioni di tutta la nazione sciopereranno nei seguenti modi:

  1. Sciopero del lavoro: I detenuti non si presenteranno ai lavoriassegnati. Ogni luogo di detenzione determinerà fino a quando durerà il suo sciopero. Alcuni di questi scioperi potrebbero tradursi in una listalocale di richieste per migliorare le condizioni e ridurre il danno nelle prigioni.
  1. Sit-in: in certe prigioni, uomini e donne faranno sit-in pacifici di protesta
  1. Boicottaggi: tutte le spese dovrebbero essere fermate. Uomini e donne da dentro vi informeranno se stanno partecipando a questo boicottaggio. Supportiamo l’appello del Free Alabama Movement per “Redistribuire il dolore” 2018 come è stato proposto da Bennu Hannibal Ra-Sun, già noto come Melvin Ray (con l’eccezione del rifiuto delle visite). Vedi questi principi descritti qui: https://redistributethepain.wordpress.com/
  1. Scioperi della fame: uomini e donne rifiuteranno di mangiare

Come puoi aiutare:

– Fai sì che la nazione sappia delle nostre richieste. Chiedi che si faccia qualcosa sulle nostre richieste contattando i tuoi rappresentanti politici a livello locale, statale e federale con queste richieste. Chiedigli che posizione hanno.

– Diffondi lo sciopero e parla dello sciopero in ogni luogo di detenzione

– Contatta una delle organizzazioni locali di supporto per vedere come puoi aiutare. Se non sai chi contattare, scrivi un’email a  millionsforprisonersmarch@gmail.com

– Sii preparato ad entrare in contatto con le persone in prigione, familiari dei detenuti, organizzazioni di supporto ai carcerati nel tuo stato per aiutarli ad informare il pubblico e i media sulle condizioni dello sciopero

– Aiuta nelle nostre iniziative annunciate per contare i voti delle persone in carcere alle elezioni.

– Per i Media: domande a prisonstrikemedia@gmail.com

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Call from the Revolutionary Abolitionist Movement (RAM) for global solidarity with the #August21 prison strike

Chiamata da parte del Movimento Abolizionista Rivoluzionario (RAM) per la solidarietà globale con lo sciopero delle carceri del 21 Agosto.

Il 21 agosto, le persone in carcere in tutto il territorio degli Stati Uniti sono pronte per entrare in sciopero, portando l’attenzione non solo sugli atroci abusi e sulle condizioni disumane, ma anche sulla continua riduzione in schiavitù di milioni di persone all’interno delle prigioni americane.

Dopo la guerra civile, la schiavitù è stata istituzionalizzata nella società americana attraverso la costituzione del XIII emendamento, che permette la schiavitù come punizione per un crimine. In America, la criminalizzazione delle persone nere viene imposta dalle forze di polizia, che spesso sparano impunemente alle persone di colore, e dai giudici che le condannano a pene draconiane, garantendo la loro riduzione in schiavitù nelle piantagioni dei nostri giorni.

Affrontando una situazione tesa a soffocare qualsiasi barlume di gioia e di umanità, le persone nelle prigioni degli Stati Uniti stanno richiamando l’attenzione verso “la mancanza di rispetto per la vita umana che è incorporato nell’ideologia penale della nostra nazione” entrando coraggiosamente in sciopero dal 21 agosto al 9 settembre. Le date, scelte dagli organizzatori nelle prigioni, sottolineano la continuità dello sciopero con i lasciti di Nat Turner, che iniziò la sua ribellione il 21 agosto 1831, e l’Insurrezione Attica, che ha avuto inizio il 9 settembre 1971.

Nat Turner, che era nato in schiavitù, ha preso parte ad una grande insurrezione, liberando gli schiavi dalle piantagioni e giustiziando i proprietari di schiavi. La sollevazione Attica, un’importante pietra miliare per la resistenza nelle prigioni degli Stati Uniti, ha avuto luogo a seguito dell’uccisione del rivoluzionario nero George Jackson da parte di una guardia carceraria durante un tentativo di fuga. Come Nat Turner ed i ribelli dell’Attica prima di loro, gli scioperanti prigionieri oggi sono in lotta per la liberazione nera e l’abolizione della schiavitù.

I rivoluzionari in tutto il mondo dovrebbero essere consapevoli della lotta contro la schiavitù nelle carceri d’America. La presidenza Trump è uno dei regimi più barbari del mondo di oggi, che porta avanti una lunga tradizione di razzismo, sfruttamento e genocidio radicata nello stato americano.

Le persone nelle carceri che si stanno sollevando per riguadagnare la loro umanità stanno fornendo una delle esperienze di resistenza alle politiche orribili e disumanizzanti del sistema giuridico americano più suggestive dell’era Trump.

Chiediamo ai compagni di tutto il mondo a unirsi in azioni di solidarietà con lo sciopero delle prigioni negli Stati Uniti. Lo stato americano e le aziende che traggono vantaggio dal lavoro degli schiavi in carcere devono essere ritenuti responsabili di queste atrocità da parte dei rivoluzionari attraverso l’azione diretta in tutto il mondo.

Le azioni contro i consolati americani e le aziende che beneficiano del lavoro schiavista e la distruzione dei simboli della schiavitù carceraria americana attireranno l’attenzione di tutto il mondo verso la lotta che si sta svolgendo nelle prigioni.

Le azioni da parte dei militanti a sostegno dello sciopero delle prigioni manderanno un potente messaggio di sfida allo stato americano e di solidarietà ai ribelli dentro le mura delle prigioni.

Bruciare le prigioni!

Sostenere lo sciopero nelle prigioni!

Lunga vita alla solidarietà internazionale!

https://itsgoingdown.org/call-for-solidarity-with-prison-strike/

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Il massacro del capitalismo: un morto ogni 3 minuti e mezzo sul lavoro. Ricordiamo Marcinelle e i massacri di oggi.

Il massacro del capitalismo: un morto ogni 3 minuti e mezzo sul lavoro. Così ricordiamo Marcinelle e le stragi in Puglia.

Il maggior numero di assassini nel mondo vengono provocati dal lavoro capitalista: 2milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici vengono uccisi ogni anno dallo sfruttamento capitalista; circa 6.000 al giorno. È questa la guerra più sanguinosa che dobbiamo fermare ad ogni costo. E’ da questa contraddizione capitale/lavoro che generano la gran parte delle altre guerre.

Un grande numero di queste morti sono lavoratori/trici immigrati/e.

Come è successo Sessanta anni fa a Marcinelle, qul maledetto 8 agosto 1956,  in una miniera di carbone in Belgio a 975 metri di profondità, senza un sistema antincendio. Questa migrazione nelle miniere del Belgio venne spinta dal governo italiano costituendo un ufficio per favorire le migrazioni. L’obiettivo del governo era vendere forza lavoro (50.000) in cambio di carbone.

E’ inutile lamentarsi, questo è il capitalismo e i regimi che lo tutelano e riproducono. Sta a noi continuare a subire oppure iniziare un vero percorso per liberarcene.

Sui morti lavor e su Marcinelle ascolta  qui (21 secondi);  qui ( 3 minuti)  e  qui (4 minuti)

 

 

 

 

 

 

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L’estate nelle carceri

L’estate non è mai tranquilla nelle carceri italiane (e non solo italiane, Attica 9 sett 1971, vedi qui).

Il 6 luglio 1968, prima protesta di massa organizzata dai detenuti del carcere milanese di San Vittore. L’obiettivo era, quanto mai legale, pretendere dal ministero il rispetto di una sentenza della Corte Costituzionale che definiva illegittima l’inchiesta giudiziaria svolta senza l’assistenza di un difensore per l’imputato. I detenuti pretendevano inoltre l’approvazione di nuovi codici e regolamenti in sostituzione del codice Rocco (1931) di epoca fascista, ancora in vigore. Quanta fretta!, commentavano borghesi, burocrati e giornalisti, sono passati appena 20 anni, e poi se quei codici hanno funzionato nel periodo fascista, perché cambiarli? In fondo il carcere persegue sempre lo stesso scopo: annientare, distruggere l’identità della persona detenuta, renderla sottomessa. Qualche “raro” democratico faceva notare che la Costituzione diceva cose diverse sul sistema sanzionatorio. La Costituzione non utilizza mai la parola “carcere”, intendendo che la “sanzione” deve essere un percorso più vicino possibile alla società, non separato e ghettizzato come il carcere, ma al contrario interno e relazionante per consentire il reinserimento. Quante sottigliezze, commentavano borghesi, burocrati e giornalisti, intanto facciamo capire ai “delinquenti” che loro non possono “pretendere”, né rivendicare, devono aspettare, pazientemente. che concederemo loro qualcosa. E non devono protestare.

Difatti la repressione fu brutale: oltre 4.000 poliziotti, elicotteri per bombardarli dall’alto col gas. Teste e ossa rotte. Isolamento e letto di contenzione per i più attivi.

Ma qualche giorno dopo, il 16 luglio il movimento studentesco milanese raccolse l’invito dei detenuti a solidarizzare e circondò letteralmente il carcere di San Vittore.

La rivolta si propagò ovunque:

«Tot promesse, tot rivolte»

La rivolta in carcere ha unificato il paese. Crollati i luoghi comuni sulle specificità territoriali del carcere, spazzate via le presunte «differenze culturali», ora la lotta è una sola, un unico obiettivo da raggiungere: cambiare radicalmente il carcere, fino alla sua distruzione. Un solo nemico, il governo e l’apparato statale che usano un solo linguaggio: la repressione. La nostra risposta: la rivolta. Il 15 aprile 1969 un telegramma del Ministro di Giustizia, Antonio Gava, indirizzato agli ispettorati perché lo inoltrino alle direzioni delle carceri, disponeva «assoluto divieto rilascio qualsiasi dichiarazione stampa et ogni altro organo informazione da parte personale civile et militare dipendente questa amministrazione». Il governo sceglie quindi ancora una volta la linea dell’isolamento della protesta, ignorandone i motivi. Una settimana dopo la Direzione Generale Degli Istituti Prevenzione e Pena comunicava per telefono all’ispettorato distrettuale di Firenze che «i parlamentari non possono indagare in merito ai recenti episodi di indisciplina». Qualora si fossero presentati all’ingresso delle carceri sarebbero stati «ricevuti coi riguardi dovuti al loro altissimo rango ma avrebbero avuto diritto solo ai chiarimenti che non riguardano le attuali agitazioni nelle carceri»

[Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi, 2009]

           questi i commenti della stampa:

Il «Corriere della Sera» del 7 luglio 1968: La contestazione è entrata a San Vittore:

Tutto ha avuto inizio alle 15.00 al termine della consueta ora d’«aria». Gruppi di detenuti sparsi nei diversi raggi si sono rifiutati di lasciare il cortile; il loro atteggiamento ostinato e provocatorio si è trasmesso in breve tra i compagni come un fulmineo contagio. […] Il direttore del carcere […] ha cercato quale fosse il motivo della protesta. Ed è venuto a sapere

che i detenuti intendevano chiedere l’approvazione dei nuovi codici, con l’assistenza dell’avvocato difensore nella prima fase dell’indagine giudiziaria. Si ripeteva in sostanza l’agitazione già avvenuta alle «Nuove» di Torino mercoledì scorso; anche in quel carcere i detenuti invocavano la riforma dei codici.

Così «l’Unità» del 7 luglio 1968:

«Basta con le chiacchiere, fuori i codici!» era scritto oggi pomeriggio alle 16.30 su un grosso cartello issato in uno dei cortili maggiori del carcere San Vittore.

Per tutto un periodo della protesta nelle carceri «l’Unità» e i giornali della sinistra istituzionale si pongono a metà strada: d’accordo con i contenuti riformatori della lotta, ma… Da «l’Unità» dell’8 luglio:

“Vi sono compresi alcuni pericolosi pregiudicati, ma ciò non toglie nulla alla validità della protesta” .

Verso le nove di sera polizia e carabinieri sgomberavano i passeggi dopo un pestaggio durissimo che procurava 13 feriti. I rivoltosi trasferiti nelle carceri di punizione: Volterra, San Gimignano, Porto Azzurro, Alghero, Lecce.

1969, si replica:

 Sabato 12 aprile, Milano, S. Vittore. Il Procuratore della repubblica incontra i rappresentanti dei detenuti. Nei giorni precedenti, per due volte i detenuti non erano entrati in cella dopo l’aria. Si protesta contro i buglioli, le bocche di lupo, si vuole l’abolizione del letto di contenzione, quella tremenda tortura chiamata del «balilla» e la riforma del codice penale fascista; si denuncia l’uso arbitrario della carcerazione preventiva, e della censura della posta. La protesta è pacifica. Lunedì 14. La notizia della rivolta del carcere Le Nuove di Torino si propaga al carcere Marassi di Genova,

Alle 16.30 tutto il carcere in rivolta è in mano ai detenuti. Se fino ad allora sulle proteste in carcere il potere aveva imposto il silenzio censorio, ora la tv le racconta. È uno spettacolo di immagini rassicuranti, per i benpensanti.

Polizia e carabinieri schierati con i fucili alla mano intorno alle mura del carcere. Le famiglie italiane possono stare tranquille, lo Stato sa difenderle da questa teppaglia. Si vedono in alto negli schermi, attaccati ai finestroni questi teppisti urlano, vogliono far sentire le loro ragioni. Le inquadrature televisive li mostrano come animali, eppure chi ha orecchie attente per ascoltare quelle urla riferisce che quelle rivolte sono il più grande servigio reso dal 1946 al riscatto della Costituzione repubblicana schiacciata sotto il fardello lugubre dei codici fascisti. La teppaglia se ne è fatta carico, poiché la «brava gente» aveva altro da fare, arricchirsi e sottomettersi, e il ceto politico democristiano ci sguazza nei codici fascisti. Il ringraziamento non si fa attendere, prende la forma di 2000 armati, polizia e carabinieri che entrano in carcere. Tegole, calcinacci e suppellettili da una parte; raffiche di mitra e bombe lacrimogene dall’altra. Dopo quindici ore di battaglia San Vittore è tutto un incendio. Un centinaio i feriti gravi tra cui una trentina di agenti. Le guardie carcerarie prese in ostaggio vengono rilasciate sane e salve.

Alle sette del mattino San Vittore si arrende, per ora. I detenuti con le mani in alto contro il muro, poi incatenati l’uno all’altro e, accompagnati da pugni, calci, manganellate, cinghiate e catenate, trasferiti alle carceri di punizione. Dopo una notte eccitata trascorsa a guardare le dure immagini della battaglia, i benpensanti possono rilassarsi. I nostri, nelle vesti della celere proveniente da Padova, Gorizia, Bolzano, Bologna hanno ripristinato l’ordine. Eppure, chi si fosse attardato a vedere le scene del trasferimento, della deportazione di quei corpi maciullati non avrebbe visto una congrega di piagnucolosi sottomessi, su quei volti non c’era ombra di sconfitta. Salutano festosi e urlano ancora slogan, alcuni levano in alto il pugno chiuso, per quanto glielo consente la catena di acciaio. Sono promesse di un nuovo inizio!!!

[Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, 1973]

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L’Italia repubblicana e presunta democratica continuava ad avere un atteggiamento fascista verso la detenzione, ma non è servito mettere la testa sotto la sabbia. I direttori delle carceri bombardavano il Ministero: la tensione era insostenibile. I trasferimenti punitivi, dopo ogni rivolta, portavano in giro per il paese, oltre alle sofferenze, i motivi della proteste e la conoscenza dell’organizzazione dentro le galere. In silenzio, il governo dovette cedere. Nel maggio ’69 una circolare dispose la costituzione in ogni istituto di una rappresentanza di detenuti per il controllo del vitto (non eleggibile ma estratta a sorte). Comunque uno strumento importante per permettere ai detenuti dei diversi reparti e bracci di comunicare tra loro. Con circolari successive venne disposto anche un miglioramento del vitto. Poi con l’anno nuovo il governo consentiva la circolazione della stampa politica e delle varie associazioni (fino ad allora vietata).

Il detenuto Aldo Trevini, che fu testimone a un pestaggio avvenuto a Rebibbia, ha denunciato alla magistratura di essere stato legato a un letto di contenzione dopo essersi rifiutato di firmare la rinuncia a comparire al processo, poi trasferito nel manicomio di Aversa per «incapacità di intendere e volere». Aprile 1973.

Motivi per protestare e ribellarsi in carcere ve ne sono a iosa. Ma c’è un motivo superiore a ogni altra rivendicazione: è il non riappacificarsi mai col carcere. Il prigioniero per conservarsi umano deve coltivare tutti i giorni, in cui è costretto in quella gabbia, lo stesso disprezzo, lo stesso odio che ha provato nei primi momenti in cui vi è stato gettato. Se il detenuto fa pace col carcere il sistema punitivo gli entra dentro e lui diventa carceriere di se stesso. Molti carcerati cercano e trovano ogni occasione per scontrarsi con le guardie, è un mezzo per verificare e confermare la propria identità opposta al sistema carcere. Non importa quale sia il motivo: è un esercizio a mantenersi vivi. Essere in guerra permanente col carcere è la garanzia che il carcere non ti uccida dentro. Non chiedete mai quali ragioni hanno spinto uno o più detenuti a un atto di ribellione individuale o a una rivolta collettiva. Se lo chiedete non conoscete affatto la galera. Il motivo di una ribellione, di una rivolta, è sempre, in primo luogo, l’esistenza stessa del carcere. Lo stesso ragionamento dovrebbe valere per ciascun sistema di potere: Stato, lavoro, famiglia, chiesa, coppia, scuola ecc., queste «istituzioni totali» se non le contrasti giorno per giorno ti entrano dentro, ti catturano e tu diventi parte di esse; schiavizzata/o.

…e andiamo sotto le carceri a solidarizzare con le persone recluse….

ABOLIAMO TUTTE LE GALERE!!!!!!

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1977, nascita del carcere di annientamento; le carceri “speciali”, la legalizzazione della “tortura”

Quarantuno anni fa, la notte tra il 16 e il 17 luglio 1977, in grande segretezza e con ampio spiegamento di forze e mezzi, con largo uso di elicotteri, parte l’“operazione camoscio”, questo il nome in codice del ministero. Da allora per “circuito dei camosci” si intende l’insieme delle “carceri speciali”. In quella notte vengono trasferiti nelle prime carceri speciali allestite. alcune centinaia di compagni e proletari detenuti combattivi, soprattutto quelli che avevano organizzato o partecipato a rivolte, evasioni e proteste nel ciclo di lotte precedente, ed anche quelli che avevano rapporti con l’esterno, col movimento.

Con l’istituzione delle Carceri Speciali il sistema carcerario italiano abbandona il carattere “unitario” (anche se differenze notevoli ci sono sempre state tra carcere e carcere, ma solo di fatto, non di norme diverse) che garantiva, almeno nella forma normativa, il rispetto del dettato costituzionale del carcere come percorso di rieducazione e reinserimento sociale delle persone detenute. Il sistema penitenziario repubblicno, da quell’anno, si configura quindi come un sistema a due circuiti con trattamenti molto diversi: uno “speciale” per i detenuti più combattivi e per i compagni ormai diventati molto numerosi; l’altro “normale” per la massa del proletariato prigioniero. Da allora, la legge non è più uguale per tutti la Costituzione viene rinchiusa in polverosi cassetti.

Nell’arco di tre anni entrano in funzione le seguenti Carceri Speciali: Asinara, Cuneo, Novara, Fossombrone, Trani, Favignana, Palmi, Badu e’ Carros-Nuoro, Termini Imerese, Ascoli Piceno; e per il femminile, Latina, Pisa e Messina. Inoltre vengono allestite delle sezioni speciali in tutte le carceri giudiziari delle grandi città dove rinchiudere i carcerati provenienti dal circuito speciale per processi o altro.

Alcuni operatori sanitari di Medicina Democratica dopo aver visitato le carceri speciali, così le descrivono:

Contro ogni dettame costituzionale e in particolare ignorando quello in cui si afferma che tutti i cittadini sono uguali anche di fronte alle pene detentive, viene oggi, e sempre di più, portato avanti con ottusa violenza un progetto di discriminazione tra detenuto e detenuto, destinando il detenuto politico, o anche coloro sospettati di essere tali in quanto non più recuperabili alla logica del sistema, al carcere speciale, dove con specifiche disposizioni gabellate per motivi di sicurezza, ma che con questi non hanno nulla a che fare, si concretano tecniche raffinate di sperimentata efficacia di deprivazione sensoriale al fine di esasperare il detenuto, di disgregare la sua personalità, arrecando danni talvolta irreversibili per la sua salute fisica e mentale. Le misure messe in atto … vanno dall’isolamento individuale o di piccoli gruppi 22 ore su 24, alle brusche interruzioni del ritmo sonno-veglia con perquisizioni notturne, alla eliminazione della naturale alternanza del giorno e della notte per mezzo di lampade sempre accese

pressione psicologica ai colloqui tra il detenuto e i propri familiari molto dilazionati e realizzatisi in condizioni sub-umane … per l’uso di strumenti aberranti come interposizioni di vetri insonorizzati e citofoni che alterano timbri di voce … Si tratta di un fenomeno in cui si evidenzia in modo inequivocabile una realtà di tortura psicologica  particolarmente feroce e distruttiva dell’intera struttura psicofisica del  detenuto in palese contraddizione con l’articolo 5 della “Convenzione dei  diritti dell’uomo”…

LE  CONDIZIONI  NELLE  CARCERI  SPECIALI

all’esterno

–   Vengono eseguite opere murarie: innalzamento dei muri di cinta esterni e viene rafforzato il controllo delle guardie sul muro perimetrale; vengono aggiunti numerosi cancelli  per separare le  Sezioni Speciali dalle altre aree del carcere; vengono “blindate” le celle aggiungendo la doppia porta blindata e doppie sbarre alle finestre.

–   Viene istituito il controllo fisso dei carabinieri all’esterno delle carceri, con jeep blindate e successivamente con piccole ma armatissime autoblindo.

–   TRASFERIMENTI – Il detenuto viene svegliato alle 4 di mattina dalle guardie che lo avvertono di “prepararsi la roba” perché è in partenza, non gli viene detto dove sarà destinato e non gli è permesso di salutare i suoi compagni di carcere; spesso succedeva che i familiari di quel detenuto in viaggio o in procinto di partire per fare un colloquio, dopo centinaia di chilometri percorsi in treno o in nave, dopo una notte di viaggio disagiato, sentirsi dire alla portineria del carcere che il proprio familiare detenuto è stato trasferito dall’altra parte della penisola. I trasferimenti, in gergo “traduzioni” vengono effettuati con i “cellulari blindati” ossia dei furgoni nei quali sono ricavate due piccole cellette in ciascuna delle quali vi sono due sedili, i detenuti vi sono rinchiusi ammanettati (con gli “schiavettoni”: una strumento che obbliga a tenere le mani una distante dall’altra), non vi è posto nemmeno per alzarsi in piedi e sgranchirsi le gambe durante il viaggio che spesso dura molte ore considerate le distanze tra carceri speciali.

–  COLLOQUI – I colloqui  con i familiari sono di 4 ore al mese -un’ora a settimana- se i familiari risiedono molto distante può essere concesso, a discrezione della direzione, di suddividere le 4 ore mensili in due colloqui da 2 ore da effettuare ogni 15 giorni. Per ogni richiamo che subisce il detenuto vengono sospesi i colloqui. I familiari sono anch’essi sottoposti a perquisizione personale, spesso  costretti a spogliarsi del tutto. I colloqui sono effettuati con una lastra di vetro interposta tra i detenuto e familiari e con i citofoni per potersi parlare.

–  I COLLOQUI TELEFONICI vengono aboliti o concessi solo in casi eccezionali.

–  LA CORRISPONDENZA dei detenuti in arrivo e in partenza viene sottoposta a censura. Vengono addirittura sequestrati i giornali e documenti provenienti dal movimento.

–  ASCOLTO RADIO, è vietato l’ascolto della radio sulle modulazioni di frequenza, per impedire di ascoltare le emittenti radio del movimento.

–  DISTANZE, i detenuti destinati alle Carceri Speciali vengono trasferiti negli istituti penitenziari più distanti dalla residenza della propria famiglia.

all’ interno

–  GUARDIE: aumenta il rapporto tra guardie e detenuti, ogni volta che il detenuto esce di cella viene accompagnato da almeno tre guardie;

–  MOVIMENTI dalla cella: vengono ridotti al minimo gli spostamenti del detenuto dalla cella. 4 ore d’aria al giorno in cortili che sono vasconi di cemento, nessun’altra forma di socialità, successivamente le ore d’aria giornaliere verranno ridotte a 2 e poi a 1. Nei passeggi (aria) si può stare in numero limitato: inizialmente non più di 15 poi venne ridotto a 10 e poi a 5 con l’articolo 90.

– PERQUISIZIONI  PERSONALI:  ad ogni spostamento dalla cella del detenuto, per andare all’aria, o per recarsi al colloquio con i familiari o con l’avvocato o magistrato, il carcerato viene sottoposto a perquisizione completa (spogliarello o strip-searches)

– PERQUISIZIONI IN CELLA:  avvengono di mattina, intorno alle 5,30 – 6,00, le guardie entrano nelle celle per la perquisizione. Come si svolge? Varia ovviamente da carcere a carcere, ma in genere le guardie si impegnano a buttare all’aria le poche cose che si hanno in cella; spesso vengono vuotati i contenitori dello zucchero e del sale e mescolati insieme, vengono sfogliati i libri in modo tale da rovinarli, vengono sparse sul pavimento le foto dei familiari o altri oggetti cari ….

– LIMITAZIONE DEGLI OGGETTI DA TENERE IN CELLA:   non si possono tenere più di 5 libri, un quaderno, due penne e due matite;  per gli  indumenti, una tuta, due maglioni, due pantaloni e un paio di cambi di biancheria, due paia di scarpe, un asciugamano e un accappatoio;  il materiale per radersi doveva essere tenuto in uno stipetto esterno alla cella e chiederlo alla guardia quando lo si doveva usare.

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Da allora la differenziazione del trattamento delle persone recluse si è ulteriormente accentuata al punto che oggi a partire dal punto più alto di disumanizzazione del 41bis,  si contano 6 o 7 trattamenti normativi diversi. E’ un insulto al sistema sanzionatorio previsto dai costituenti (che, tra l’altro, non scivono mai, la parola “carcere”, né le altre oscenità oggi presenti nei linguaggi dei politii e dei media), è una legalizzazione totale della tortura e dell’annientamento delle persone recluse.

C’è una sola risposta a questa barbarie galoppante: costruire un movimento abolizionista contro ogni struttura che reclude!

 

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26 giugno 2018 terzo digiuno nazionale contro l’ergastolo!

ll 26 giugno 2018 si terrà il  terzo digiuno nazionale,

nella  data in cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura, quindi  anche contro la pena dell’ergastolo.

Vai al sito dell’Associazine Liberarsi propotrice di questa iniziativa per l’abolizione dell’ergastolo: qui 

dove puoi anche sottoscrivere per aderire a questo sciopero,

e puoi anche scaricare l’opuscolo 9999 n.3

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Questo blog appoggia questa campagna ma ribadisce che:

-la lotta per l’abolizione dell’ergastolo deve essere parte di una battaglia, più ampia e complessiva, contro la galera, contro chi la utilizza e contro le dinamiche devastanti in essa contenute contro l’essere umano.

Ritengo inoltre e sottolineo che la richiesta di abolizione dell’ergastolo, non deve essere indirizzata alle istituzioni, né a personaggi interni alle istituzioni stesse, ma rivolta alle persone, alle donne e agli uomini che hanno visto e vedono l’operare del carcere da vicino, nella devastazione dei volti carcerati, nelle speranze uccise.

La funzione del carcere è quella di mantenere l’ordine esistente. Quell’ordine che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri, gli sfruttati, sempre più poveri. Il carcere è  il concentrato di tutte le violenza interne alla società. Violenza  di classe espressa nella prepotenza che le classi alte, per tutelare i propri interessi, esercitano sulle classi subalterne. Dentro il carcere è manifesta la contrapposizione di classe, ed è questa che impedisce una comunicazione tra carcerati/e  e la «società civile», molto più della censura, delle sbarre e dei muri. Il carcere e la punizione diventano una rappresentazione spettacolare della società divisa in classi, tenuta insieme dalla normativa esistente, dal complesso giuridico e dalle funzioni dello stato che ne cura la regia.

abolire il carcere!

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