A diciassette anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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Gli insegnamenti della Sea Watch

Gli avvenimenti di questi giorni, con lo sbarco dei 42 naufraghi dopo una permanenza di 15 giorni in mare, sopra una nave non attrezzata per lunghi soggiorni.

Finalmente a Lampedusa, a terra! Ma lo sbarco non è avvenuto grazie alla attività diplomatica e/o istituzionale, fosse per loro, i naufraghi sarebbero ancora in alto mare; la soluzione e la salvezza di queste persone sono dovute a un atto di autodeterminazione forte, compiuto dalla capitana   indispensabile per salvare le vite di queste persone e alleviare sofferenza tremende. Un atto coraggioso in disubbidienza degli ordini che la GdF e delle altre forze dell’ordine che lo avevano ricevuto dal governo e in rispetto di leggi spietate e criminali, approvate da chi non sa rispettare né i più elementari canoni umani, né quelli del mare.

È un avvenimento, quello della Sea Watch che permette di comprendere, a chi vuol capire, che il rispetto integralista della “legalità” è oggi il peggior crimine. Permette di capire che non saranno miseri decreti e regolamenti cinici a influire su un evento storico di flussi di migranti da aree del mondo verso altre aree. Un evento che caratterizza questa fase storica, come è avvenuto nei decenni a cavallo del XIX e XX secolo, quando a migrare oltre Atlantico erano i nostri progenitori; oppure nei decenni del secondo dopoguerra, quando emigrarono verso il nord Europa e il Nord Italia dal Sud ma anche dal Veneto verso la Lombardia e Piemonte, grandi masse di proletari e contadini.

Noi, popolo di migranti, oggi esprimiamo, per mezzo di questa classe dirigente, la peggiore cialtroneria intellettuale e politica che ci porta a essere considerati la feccia dell’umanità.

Solo una vasta ribellione, può salvarci!!!

Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo,

sono della stessa essenza.

Quando il tempo affligge con il dolore

una parte del corpo

le altre parti soffrono.

Se tu non senti la pena degli altri

non meriti di essere chiamato uomo.

Sa’dī di Shiraz [nome d’arte del poeta e letterato persiano AbūʻAbdu’l-lāh Musharrafu’d-dīn Musliḥ, 1213 – 1291. La sua poesia ha ispirato molti poeti occidentali. Brani delle sue poesie compaiono sui muri dell’edificio dell’ONU]

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L’inquieta realtà fa spavento!

Molte persone ci hanno chiesto, negli anni recenti, quando siamo tornati a calpestare le strade dopo decenni passati dietro le sbarre, perché la scelta delle armi?

La maggior parte delle risposte è venuta da quelli che non avevano fatto quella scelta, giornalisti, scrittori, sociologi, analisti vari.

Poi è trascorso del tempo e anche alcuni tra quelli che avevano fatto quella scelta hanno riconosciuto le proprie motivazioni nella risposta alle stragi fasciste, come piazza Fontana il 12 dicembre 1969.

Certamente l’immagine delle persone uccise nelle stragi, non solo piazza Fontana, anche Brescia 28 maggio 1974, o il treno Italicus nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974, mentre questo transitava presso San Benedetto Val di Sambro, scuotevano la sensibilità e potevano condurre a scelte. Ma provate a confrontarle con le immagini di cui ci siamo cibati quotidianamente e che arrivavano dal Vietnam. Gli anni erano gli stessi, le immagini no

 

[altre immagini le potete trovare su internet]

 

 

Provate a guardarle. Provate a pensarvi in quell’età tra venti o trent’anni nel vedere queste immagini, provate a immaginarvi giovani pieni di voglia di dare un senso alla propria vita, non solo sopravvivere. Beh, in quel caso, non si hanno molte scelte da fare: o fuggi via e getti la testa nella nebbia fitta che ti impedisce di guardare la realtà, continuando una sopravvivenza fatta di lavoro, consumo e famiglia, oppure spalanchi gli occhi per vedere meglio e decidi che devi far qualcosa per fermare quelle atrocità.

E noi le nostre scelte le abbiamo fatte.

Forse è questo uno dei motivi del perché oggi ragazze e ragazzi non guardano la realtà, ma placano la passione sprofondando in una realtà virtuale, utile a non produrre sensazioni.

Certo se guardassero con attenzione i morti e le sofferenze prodotte dagli interessi e dalle dabbenaggini di politici al governo e all’opposizione, a soli fini propagandistici, queste immagini potrebbero smuovere la voglia di fare qualcosa di simile a ciò che abbiamo fatto noi.

 

 

Ma per ora loro guardano da un’altra parte, state tranquilli. Per ora!

note:

*è il massacro di My Lai nel quale sono stati uccisi 500 civili a sangue freddo dalla Compagnia Charlie, primo battaglione, 20° fanteria, della Divisone americana. Negli anni successivi, notizie di altre atrocità nella zona, sono filtrate nella stampa, spesso molti anni dopo il fatto. Per esempio, nel 2003, il quotidiano dell’Ohio Toledo Blade, ha rivelato una campagna di tortura e omicidi durante un periodo durato mesi, compresa l’esecuzione sommaria di due uomini ciechi da parte di una squadra di “perlustrazione” che si chiamava Squadra Tigre.

*[morte in Messico] Si chiamava Valeria, aveva 23 mesi. È annegata con le braccia al collo di sua papà, nel Rio Grande, il fiume che separa il Messico dagli Stati Uniti. «America sveglia», urla l’editoriale del New York Times, È un’immagine che resterà nella memoria. Oscar Alberto Martinez Ramirez, 25 anni, e la moglie Tania Vanessa Avalos, 21 anni, erano partiti da San Martin, un borgo di San Salvador. La famiglia stava quindi tornando dal ponte quando Martínez [il padre] si è fermato e guardando il fiume ha detto: ‘ecco dove attraverseremo’. Ha attraversato prima con la bambina e l’ha lasciata sul lato americano. Poi si è voltato a prendere la moglie, ma nel frattempo la piccola era caduta in acqua. Si è subito tuffato per provare la salvarla, ma la corrente li ha travolti entrambi.

*[il bambino] Alan Kurdi, un bimbo siriano di 3 anni adagiato sulla spiaggia della Turchia, lui ormai senza vita, nel settembre del 2015.

Storie che parlano di fughe non riuscite e di speranze soffocate.

*Alcuni mesi fa a Matamoros c’erano circa 1.800 persone in attesa di essere intervistate per l’asilo. Ora sono diventate circa 300, ma essendoci solo tre slot di interviste la settimana la coda è comunque molto lunga.

* due avvocati hanno accusato di “crimini contro l’umanità”: funzionari e politici perché avrebbero creato la “rotta migratoria più mortale del mondo”, lunga la quale sono morte 12.000 persone.

«Migliaia di migranti morti in mare»,

la Ue denunciata davanti alla Corte dell’Aja

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Il dramma dei suicidi in carcere. I motivi

Impennata di morti in carcere.

Anche in questo 2019 si muore in carcere. Si muore troppo spesso e per tanti motivi. Tutti riconducibili al sistema sanzionatorio italiano basato esclusivamente sul carcere.

Governi forcaioli ne abbiamo visti tanti, basta ricordare i governi Berlusconi che hanno prodotto numerose leggi responsabili del sovraffollamento carcerario, portandolo fino alla soglia delle 70.000, nonostante i reati fossero in forte diminuzione. Ricordiamo, ad esempio, la ex Cirielli, che riduceva la possibilità di galera per i “colletti bianchi”, abbassando i tempi per la prescrizione di alcuni reati e aumentando le pene per i reati delle fasce sociali povere.

Gli slogan sulla “sicurezza”, tutti molti insulsi e balordi, propinati in progressione hanno colpito l’immaginario di molte persone, strette nella morsa della “paura”, le cui cause reali non sono certo le violazioni al codice penale, ma i problemi economici della perdita del lavoro, della precarizzazione, dell’assenza di futuro. Slogan e decreti sulla “sicurezza” si sono succeduti in tutti i governi da Berlusconi al Pd e a quello attuale che, grazie a Salvini e alla passività 5stelle, ha spinto al massimo grado l’ideologia berlusconiana.

In più questo governo ha affossato le tiepide speranze che alcune chiacchiere e bozze di riforme avevano alimentato tra le persone detenute, ha portato il buio nelle poco illuminate celle e la morte ha fatto il suo tragico ingresso.

Lo scorso anno il governo attuale si insediò al grido di “galera, galera”; proprio da quei giorni è esplosa l’impennata di suicidi che ha portato al totale di 67 nell’anno e altri 81 morti per diverse cause per un totale di 148, un record terribile, anche perché è di circa 20 volte superiore alle persone suicidate all’esterno del carcere.

Questo aspetto è stato poco studiato e analizzato. Viene ignorato anche quando le analisi fatte da giovani ricercatori hanno evidenziato come la curva dei suicidi in carcere (e anche delle altre morti, quasi sempre senza una chiara ragione) si impenni verso l’alto proprio in occasioni di cancellazione di proposte di riforma, cui le persone detenute assegnavano la possibilità di uscire dal carcere in tempi brevi per trasferirsi in misure alternative. Si trascura questo aspetto perché potrebbe sembrare voler incolpare i governi della morte di persone in carcere. In effetti è proprio così! Che lo facciano per acciuffare più voti è probabile, ma ciò non toglie, anzi aggrava il loro cinismo e le loro responsabilità di provocare decessi!

Dall’inizio dell’anno al 20 giugno 2019: 20 suicidi 60 morti complessivi per varie cause. ma la causa determinante è il carcere col suo fardello di devastazione umana.

ABOLIAMO  LE  GALERE !!!

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Sale la tensione nelle carceri italiane. Solidarietà e appoggio alle persone detenute

L’estate è appena iniziata e non promette niente di buono nelle carceri. Sappiamo per esperienza che le carceri, per la loro natura, non possono promettere niente di buono, mai! Riescono a garantire soltanto sofferenze e devastazione umana.

Il 16 giugno nel carcere di Poggioreale di Napoli una breve rivolta segnalava l’abbandono da parte delle direzioni di ogni rispetto per la persona detenuta e per la sua salute [leggi qui]. La rivolta è rientrata dopo alcune ore, ma non è cambiata di una virgola l’atteggiamento ottuso e cinico dell’attività dirigenziale per risolvere le situazioni gravi delle persone detenute. Difatti dopo due giorni una persona muore per mancata assistenza. Come a dire che le rivolte sono un termometro esatto dell’abbrutimento della realtà carceraria, ma andrebbero ascoltate, non represse.

Al carcere Pagliarelli di Palermo da quattro giorni i carcerati del reparto di alta sicurezza hanno deciso di rifiutare il cibo. La direttrice ammette le difficoltà: “Abbiamo 1.380 persone recluse in una struttura per 700 persone . Inoltre ieri hanno messo in campo una delle forme di lotta più dure: lo sciopero dei colloqui con i familiari. È un segnale della tensione che sale, ma nessuno ascolta.

Ad Agrigento è scoppiata una rivolta sfociata con l’incendio di alcuni materassi.

Le cause di questi disagi, solo un accenno, sono da attribuire alle condizioni che continuiamo a peggiorare: sovraffollamento, insufficienti condizioni igienico sanitarie, poca possibilità di cure mediche; a ciò si aggiunge un forte disagio psichico per i continui appelli dei governanti che promettono vendette brutali e barbare, che abbattono ogni speranza e fanno calare un nero sipario sulla realtà penitenziaria italiana.

Non solo in Sicilia, anche al Dozza di Bologna: «Ogni due giorni un atto di autolesionismo. In questa struttura per 500 detenuti ce ne sono 850. Con rischi per tutti». Il Garante: «C’è una grave carenza di operatori e educatori. E serve più cura per gli ospiti sotto processo». «Una rissa tra detenuti ogni due giorni, un atto di autolesionismo ogni trentasei ore. E ancora ventiquattro tentati suicidi (di cui uno riuscito) in dodici mesi. Periodo nel quale si sono registrati anche una ventina di aggressioni ai danni di agenti della Penitenziaria», che lamenta questa situazione.

Anche nel carcere di Ancona i detenuti protestano per una applicazione quanto mai rigida delle norme dell’ordinamento penitenziario da parte del Tribunale di sorveglianza di Ancona, norme create allo scopo di favorire il reinserimento dei detenuti giunti, ormai, alla fine del percorso custodiale – si legge in un comunicato a firma del presidente della Segreteria della Camera Penale, l’avvocato Fernando Piazzolla e gli avvocati Francesca Petruzzo e Gaetano Papa – Si tratta di persone che, condannate in via definitiva, hanno scontato la stragrande maggioranza della pena e si avviano verso l’uscita dal carcere, che hanno svolto un percorso controllato, guidato e costantemente osservato dalla struttura carceraria.

Ci sono molti interventi che denunciano il 25° giorno sciopero della fame di due detenute Silvia Ruggeri e Anna Beniamino che denunciano una situazione detentiva fatta di isolamento totale. E anche appelli rivolti ai parlamentari abruzzesi e ai consiglieri/e abruzzesi per recarsi nel carcere de L’Aquila per trovare una mediazione tra istituzione carceraria e le due detenute. Da segnalare che al carcere Le Costarelle de L’Aquila, non esiste ancora il garante dei detenuti. Per questo molti appelli chiedono ai parlamentari, che hanno la possibilità di entrare in carcere, che lo facciano con urgenza, la situazione è di estrema gravità, lo sciopero della fame totale per 25 giorni lascia dei segni irreversibili, immaginiamo se continua. É necessario intervenire con urgenza!

Per tutti coloro che stanno fuori delle galere, per evitare che la galera si espanda e recluda ogni forma di vita, è urgente l’impegno a comunicare a queste persone detenute la più attiva solidarietà.

NON SIETE SOLI !!!! va urlato sotto le mura di ogni carcere, per infondere fiducia, per sostenere e solidarizzare con chi lotta !!

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Il linguaggio dei 5 stelle

Ma come parlano i “5stelle”?

Sfogliando vari giornali locali, per trovare notizie sulle carceri, i giornali nazionali non considerano meritevole di attenzione il mondo della detenzione, nel “modenatoday” di ieri, 18 giugno, ho trovato un articolo riferito al carcere cittadino di Modena, il Sant’Anna. Il carcere è stato appena visitato da una delegazione M5S formato dalla parlamentare Stefania Ascari, componente della Commissione Giustizia, più i consiglieri comunali M5S Giovanni Silingardi ed Enrica Manenti.

Udite cosa ha detto la senatrice (riportato dal giornale di Modena), intanto ha rassicurato i secondini: «Con la legge di bilancio per il 2019 è stata pianificata l’assunzione di 1.300 unità del Corpo di Polizia Penitenziaria nell’anno 2019 e di 577 unità dal 2020 al 2023, con uno stanziamento di maggiori risorse per 71 milioni e mezzo di euro, per il triennio 2019-2021 ». ha ricordato che «Nel corso del 2018 sono stati finanziati interventi di adeguamento dell’impianto elettrico dei locali dell’impresa di mantenimento e dell’impianto termoidraulico presso la cucina detenuti e il magazzino».

Ha rassicurato che anche i dirigenti dei secondini verranno immessi in ruolo, 976 allievi vice-ispettori che a marzo hanno terminato il corso di formazione; per il ruolo dei sovrintendenti, sono in corso le procedure per il concorso interno a complessivi 2.851 posti per la nomina alla qualifica di vice-sovrintendente del ruolo maschile e femminile del Corpo.

Non ha prestato nessuna attenzione ai problemi delle persone detenute, cavandosela con un paio di numeri: «Trentacinque sono donne e l’aspetto che fa più riflettere è che oltre il 50% è composto dai cittadini extracomunitari senza titolo di soggiorno, mentre il 30% è italiano. Fa riflettere sulle persone clandestine e interrogare su una gestione del problema dell’immigrazione molto più complessa, a cui il Parlamento e il Governo stanno ponendo un’attenzione alta».

Persone clandestine? E che vuol dire? E che le persone sono differenziate per categorie?

Cara onorevole ( e consiglieri comunali annessi) in carcere ci sono persone! Chiaro! Persone e basta! Senza nessun aggettivo aggiunto, nemmeno rispetto al permesso di soggiorno! Sono persone cui nessuno può togliere la dignità (nemmeno lo Stato) in quanto esseri umani e le condizioni di detenzione dovrebbero rispondere al rispetto di questa dignità! Di ciò dovrebbe occuparsi, cara onorevole! Ad esempio dei 67 suicidi, purtroppo attuati, nello scorso anno e dei 1.200 suicidi sventati; dei più di 10.000 atti di autolesionismo, delle 91 persone morte in carcere per carenza di cure mediche.

Ci tolga una curiosità: dove ha imparato questo linguaggio? Forse nella troppo assidua frequentazione con i fascisti odierni?

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L’Unione Camere Penali sulla rivolta di Poggioreale

Rivolta nel carcere di Poggioreale: l’Ucpi  proclama lo stato di agitazione

camerepenali.it, 18 giugno 2019

La detenzione in Italia è un inferno fuori legge: 148 le morti in carcere nel 2018, 57 ad oggi nel 2019. Un morto ogni 3 giorni. Una strage di Stato a cui non si vuole porre rimedio. La delibera dell’Unione. La dura protesta esplosa nel carcere di Napoli-Poggioreale per ottenere il ricovero ospedaliero di un detenuto in gravi condizioni di salute è l’ennesima rivolta nelle carceri italiane dove sovraffollamento, caldo, mancanza di acqua, condizioni igieniche drammatiche, assenza di attività trattamentali, ricoveri urgenti non eseguiti rendono la detenzione un inferno fuori legge: 148 le morti in carcere nel 2018, 57 ad oggi nel 2019. Un morto ogni 3 giorni. Una strage di Stato a cui non si vuole porre rimedio.

Ieri l’ultima rivolta è stata messa in atto a Napoli-Poggioreale per il mancato trasferimento in ospedale di un detenuto. La Giunta dell’Unione Camere Penali Italiane, con il proprio Osservatorio Carcere, se da un lato condanna qualsiasi forma di violenza, dall’altro evidenzia come tali azioni siano dovute alle condizioni in cui sono ristrette le persone detenute e alla mancanza di una rete di assistenza sanitaria che possa intervenire per le patologie più gravi.

L’episodio di Napoli-Poggioreale è l’ultimo in ordine di tempo ed è emblematico di una situazione fuori controllo, da Nord a Sud, dove per ottenere il rispetto di diritti fondamentali delle persone detenute, sembra non resti altro che la rivolta.

Il detenuto malato è stato infine tradotto in ospedale, ma gli autori della protesta sono stati già puniti con il trasferimento in altre strutture, mentre i Sindacati di Polizia Penitenziaria chiedono più sicurezza per i loro agenti. Il Ministero della Giustizia non vuole prendere atto delle continue violazioni delle norme dell’Ordinamento Penitenziario e dei principi costituzionali e convenzionali che vietano i trattamenti penitenziari disumani e degradanti, ritenendo di poter affrontare la situazione con la forza, mentre le condizioni di detenzione peggiorano di giorno in giorno e saranno rese ancor più drammatiche dal caldo estivo ormai esploso.

L’Unione Camere Penali Italiane nel denunciare le condizioni di ingravescente illegalità nelle carceri di tutto il Paese, alle quali corrisponde la totale indifferenza del Governo, che anzi ha scelto di determinarne il collasso grazie alla adozione di politiche securitarie e carcero-centriche, proclama lo stato di agitazione dei propri iscritti e riserva ogni altra e più dura iniziativa di protesta.

Il Presidente Ucpi, Avv.to Gian Domenico Caiazza

Il Segretario Ucpi, Avv.to Eriberto Rosso

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La voce delle persone detenute: Rivolta a Poggioreale

Padiglione Salerno. carcere di Poggioreale, Napoli. 244 persone detenute stipate in spazi insufficienti e inammissibili.

Secondo l’associazione Antigone, il sovraffollamento a Poggioreale è molto alto, su una capienza di 1.633 ve ne sono stipati 2.384 (al 31 maggio 2019).

Ieri finalmente la loro voce si è fatta sentire: 220 detenuti “comuni”, ossia non appartenenti a clan malavitosi, definiti “facinorosi” da uno squallido comunicato del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), hanno alzato la loro voce di protesta per un compagno di detenzione che da giorni aveva una febbre alta e non c’era verso di farlo ricoverare in ospedale.

Eppure, pensate un po’, la rivendicazione dei detenuti non era altro che la volontà di far applicare le norme contenute nei regolamenti e nelle leggi che obbligano le direzioni delle carceri a ricoverare in ospedale detenuti non curabili entro le misere e sporche mura di una cella. Eppure sono loro, le istituzioni, quelle che ogni giorno esaltano la “legalità”, fanno convegni e cerimonie per chiedere a tutti i cittadini il rispetto della legge. A tutti, ma non a loro stessi. Difatti quando una norma, raramente, impone il rispetto di un’esigenza di detenuti, in questo caso la salute, le istituzioni fanno di tutto per non applicarle.

Per quanto mi riguarda, questi 220 detenuti rivoltosi sono “le persone più sensibili e più attente al rispetto della dignità delle persone detenute”, diversamente dal DAP,  che invece continua a ignorare e umiliare questa dignità[leggi qui].

Si dovrebbe andare avanti nel conflitto delle persone detenute, raggiungendo la capacità di estendere e generalizzare lotte e obiettivi di questo tipo.

La salute delle persone detenute è ignorata dal sistema carcerario, in tutte le carceri. I numeri ce lo ricordano: lo scorso anno, il 2018, oltre i 67 suicidi, quasi un record, si sono contati altre 81 morti per carenza di cure, per un totale di 148 persone uccise, una strage di cui nessuno parla.

Vergogna!!!

E’ inutile attendere risposte da governi e istituzioni che pensano solo a continuare a riempire le galere per i loro sporchi affari.

È dunque indispensabile riprendere le mobilitazioni nelle carceri, con un sostanzioso appoggio esterno. E generalizzarle alla gran parte della popolazione detenuta.

Solo in questo modo si possono ottenere validi obiettivi immediati e marciare verso l’abolizione delle carceri [leggi qui].

*=*=*

Dall’articolo di  Dario Stefano dell’Aquila su: napolimonitor.it del 18 Giugno (da leggere integralmente qui)

Poggioreale, una rivolta lunga cinquant’anni

… Sarebbe sbagliato pensare o dire che in questi cinquanta anni nulla è cambiato, anzi. È anche (soprattutto) grazie alle proteste e alle lotte cominciate nel 1968 che si è avuta una riforma dell’ordinamento penitenziario, che sono state introdotte le misure alternative, che sono nate istituzioni di garanzia, come appunto quelle dei Garanti nazionale e regionale, che si è cercato in più modi e forme di dare sostanza al principio costituzionale per il quale la pena non può essere contraria al senso di umanità. Eppure, nonostante tutte le conquiste ottenute, i due passi avanti ogni passo indietro, Poggioreale ci ricorda che a separare queste due rivolte sono cinquantun’anni che valgono poco più di un giorno. Perché tanto poco vale questo tempo che è passato senza che fossimo in grado di cambiare veramente lo stato delle cose e avere il coraggio di ammettere che ci sono luoghi che non vanno riformati. Più semplicemente, vanno chiusi.  (dario stefano dell’aquila)

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Movimento per l’abolizione del carcere

Amo in te
l’avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l’impossibile
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne.
amo in te l’impossibile
ma non la disperazione
Nazim Hikmet 1943]

Sembra inammissibile ma non è irrealizzabile

Rilanciamo   UN MOVIMENTO PER L’ABOLIZIONISMO DELLE GALERE

È giunto il tempo!

Da più parti si sottolinea il completo fallimento del sistema carcerario. Il carcere, così come ogni altro sistema che priva della libertà, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era ripromesso nel suo lungo tragitto di circa trecento anni: infligge troppe sofferenze, non rieduca, non reinserisce, né il timore di una punizione impedisce di trasgredire la legge.

Gli ideatori, i teorici e i responsabili del sistema carcerario affermavano che la prigione avrebbe contrastato la criminalità e/o contenuto la recidiva.

Niente di tutto ciò si è verificato. Fallimento completo!

È obbligatorio a questo punto domandarci: come mai il carcere, pur contando solo fallimenti, è ancora al centro della pratica repressiva? Come mai continua a essere il cardine del mantenimento di quest’ordine?

Svelare questa farsa, che dura da troppo tempo, non può essere disgiunto dalla volontà di incamminarci con decisione nella prospettiva di mettere fine al sistema sanzionatorio basato sulla privazione o limitazione della libertà, ossia del carcere e di tutte le strutture e gli apparati consimili.

È TEMPO DI ABOLIRE LE PRIGIONI!

Da parte di alcune persone si contesterà quest’obiettivo in un momento in cui i settori ultra-reazionari della società sono all’attacco. Non è un momento favorevole, diranno. Invece proprio per queste ragioni dobbiamo rilanciare, proprio oggi, una proposta importante che raccolga l’entusiasmo di chi vuole impegnarsi in percorsi per la trasformazione sociale, ma anche di chi non vuole rassegnarsi a sottomettersi al giogo oscurantista.

Ciascuna e ciascuno di noi sarà giunta/o a considerare questo approdo abolizionista attraverso particolari esperienze, diversi percorsi oppure specifiche analisi teoriche e sociologiche.

Diversità di prassi e conoscenze che deve rimanere e risaltare a dimostrazione che, da qualsiasi punto lo si guardi, il carcere non ha nessuna finalità utile, è soltanto ripugnante.

I diversi percorsi, attraverso cui si è giunti a concepire l’abolizione del carcere, è bene che si esprimano per permettere di raggiungere vari settori sociali.

La proposta di queste righe è di collegare e coordinare tutte le attività già esistenti critiche verso il carcere, per iniziare la costruzione di un Movimento abolizionista del carcere (M.Abo.C) e di tutte le strutture che privano o limitano la libertà.

Chiunque sia interessato a questo comune cammino abolizionista è importante che espliciti, nei tempi e nei modi che ritiene opportuni, le proprie valutazioni sul perché ritiene necessario mettere fine al sistema carcerario. Tutte queste opinioni potremo metterle su un blog o sito espressamente realizzato per questo scopo, in modo che ciascuna e ciascuno possa riconoscersi in uno o più analisi espresse.

Ciascun collettivo (anche se formato da una sola persona) continuerà l’attività che ha in corso sui diversi terreni di contrasto alla repressione e di solidarietà con chi la subisce, attività che, probabilmente, si incentiverà col contributo di altri collettivi. Il blog o sito comune permetterà di condividere tutte le informazioni in possesso di ciascuna/o, di conoscere al meglio la realtà carceraria e repressiva, di coordinare tutte le varie battaglie, potenziandone ciascuna e inserendola nella prospettiva di messa in discussione dell’opera punitiva e l’esistenza del sistema penale e repressivo con al suo vertice il carcere! Ciascun collettivo o gruppo non dovrà cambiare la pratica su cui è impegnato, soltanto aggiungere a ogni intervento o iniziativa l’indicazione che si sta operando per l’abolizione delle galere. All’interno di ogni vertenza, grande o piccola, locale o generale, si potrà lanciare e chiarire che il vero obiettivo per riformare la galera è la sua abolizione!

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Questa proposta è rivolta a tutte e tutti. Quelle che seguono sono le mie valutazioni sul perché ritengo sia giunto il tempo di abolire le carceri. Non è necessario essere d’accordo con le righe che seguono per operare nel Movimento abolizionista. Come detto sopra si propone un movimento diversificato e plurale, che voglia abolire il carcere.

Per me è prioritario conoscere e criticare risolutamente il punto di vista con cui le culture e le società, succedutesi negli anni, hanno osservato il carcere:

– finora è stato conosciuto e accettato come un luogo separato, isolato, non comunicante con la società in cui rinchiudere persone per espellerle dal consesso sociale;

– la persona rinchiusa è stata considerata come un meccanismo da correggere;

– questa visione ha fatto da contrappeso alla convinzione che la società che giudica ed espelle sia un organismo unitario e coeso da mantenere pulito e non contaminato da corpi estranei infetti.

Il carcere, come affermano tutte le persone che l’hanno conosciuto o seriamente osservato, non ha mantenuto nessun intento di quelli promessi. Allora perché è ancora in piedi con un’importanza enorme? E un costo altrettanto enorme? Evidentemente il carcere compie un’altra funzione, non detta, non esplicitata: il carcere è una droga ideologica di massa per lenire le tante paure, i rancori e i risentimenti maturati da chi vive questo tempo:

-la paura proviene più che altro da fattori economico-sociali, come il rischio di perdere il lavoro o di non trovarlo, di non riuscire a ripianare i debiti e i mutui, ecc.;

-il rancore e il risentimento segnalano che i risultati attesi da ciascuna/o non sono stati raggiunti, ma si è rimasti/e nell’anonimato;

-le paure, i rancori e i risentimenti vengono dirottati dal coro monotono delle istituzioni e dei media contro un ipotetico nemico. È un nemico che muta fisionomia, di volta in volta, per adattarlo alle tensioni prodotte da paure e rancori. La presunta esistenza del nemico porta con se la voglia di annichilirlo, di rinchiuderlo, di espellerlo, di isolarlo. Ciò si realizza attraverso il carcere!

Sotto gli effetti di questa droga ideologica, il carcere viene stimato come un elemento inevitabile e permanente della nostra vita sociale. Per alcune forze politiche dovrebbe addirittura espandersi (in Italia le presenze in carcere sono raddoppiate nell’ultimo quarto di secolo mentre i reati diminuivano, in Europa analogamente, negli Usa addirittura è cresciuta di 7 volte la popolazione carceraria). Uomini e donne si sono abituate alla sua presenza, fa parte del panorama, sembra “normale”, “naturale”. È il punto di arrivo della sudditanza di massa che ha interiorizzato la perdita della capacità di un pensiero critico e autonomo. Non riusciamo a mettere in dubbio l’esistenza del carcere, così dello sfruttamento, delle guerre, degli armamenti, dei massacri di massa, ecc., considerati avvenimenti che debbano esistere, che fanno parte di questa civiltà. Il carcere fa talmente parte del nostro mondo che ci vuole una grande immaginazione per concepire una vita sociale senza galera.

L’ideologia del carcere ce lo rappresenta come un luogo astratto in cui vengono relegati gli individui concreti, quelli indesiderabili, liberando la restante popolazione dall’onere di interrogarsi sul perché di certi comportamenti e assolvendola dalla responsabilità di riflettere sulle reali problematiche che affliggono specifici strati sociali. Così sulle paure, sui rancori e sui risentimenti che maturano all’interno di comunità impoverite e penalizzate da scelte economiche pessime. Da questi settori provengono la gran parte delle persone detenute. L’ideologia che perpetua l’esistenza del carcere è una sorta di fede che ci illude di alleggerirci dal compito di affrontare seriamente i problemi della nostra società, di lottare per imporre ai governi cambiamenti politici sostanziali, oppure di cambiare governi e regimi.

Il carcere non è riuscito a tener fede alla promessa di essere una delle tante soluzioni escogitate per combattere la criminalità; il carcere, al contrario, si è dimostrato parte del problema in grado di espandere e rafforzare la criminalità. Ormai lo dicono da ogni parte, soprattutto i dati che registrano nel 70% la percentuale di chi, uscendo dalla galera, si incammina di nuovo per la strada che lo ha portato dentro; chi entra giovane per una lieve trasgressione, ne esce aggregato a qualche banda. Percentuale che si riduce soltanto per chi non compie tutta la condanna in carcere ma la parte finale la trascorre in misura alternativa, fuori dal carcere.

Perfino la cronaca degli attentati avvenuti in Europa, negli ultimi anni, per mano dei cosiddetti “terroristi” ci racconta storie di ragazzi molto giovani incarcerati per furti di piccola entità o per piccolo spaccio e poi “radicalizzati” in carcere e usciti con tutto l’odio necessario per vendicarsi con attentati. È la cronaca dell’ultimo attentato di Strasburgo dell’11 dicembre 2018; a nessuno è venuto in mente di domandarsi perché Chérif Chekatt, l’attentatore di 29 anni autore di lievi furti e piccolo spaccio, è stato messo in carcere? Considerato che anche il buon senso, oltre le norme sulla custodia cautelare, lo sconsigliava?

A questo punto, poiché è vastissima la produzione di analisi e ragionamenti per farla finita con la barbarie della carcerazione, degli istituti minorili e dei centri di detenzione per immigrati, provo a ripercorrere alcune delle tante e diverse valutazioni che hanno portato molte e molti a intraprendere il cammino abolizionista. Sono valutazioni che condivido, e sfido chiunque a porre argomentazioni in grado di contrariale.

Prima però vorrei proporre quella che è per me la valutazione primaria. Eccola: quali elementi vogliamo mettere alla base di una società tutta da costruire decisamente alternativa a quella attualmente imperante? Insomma, se ci battiamo per rivoluzionare questo regime economico, sociale, relazionale e culturale e per costruirne un altro più consono alle necessità delle persone, intorno a quali elementi di fondo vorremo costruirla? Per questo mi sento di affermare che uno di questi valori non può che essere: costruire una società senza galere! Una società che non abbia bisogno del carcere per mantenere il proprio assetto sociale! Con tutto il corollario che ne segue, ossia senza repressione, senza giudici e punizioni, senza padroni, senza proprietà privata inegualmente dislocata, senza codice penale, ecc.

Per me è importante questo aspetto perché ovunque si sentono lamentele sullo scarso impegno delle persone giovani nei confronti dell’attività politica tesa alla trasformazione sociale. Invece di lamentarci, perché non ci domandiamo quanto grande è il vuoto culturale che esprimiamo nei confronti dei grandi temi sociali? Per quale traguardo dovrebbero appassionarsi queste ragazze e ragazzi? Forse per qualche ritocco qua e là che non cambi sostanzialmente le caratteristiche attuali? Maddai! Non possiamo illuderci che possa entusiasmare, che so, uno sfruttamento un po’ meno brutale, una disoccupazione con qualche briciola in tasca, quando la realtà presenta un futuro nero e terrificante il cui esito dipenderà da fattori esterni, non certo dalla nostra volontà, né capacità! Nessuno e nessuna si coinvolgerà per costruire una società che mantenga il carcere, casomai un po’ più pulito e abbellito!

Per quanto mi riguarda voglio essere chiaro. Il movimento che si propone l’abolizione delle galere contiene in se la proposta di costruzione di una società che non abbia bisogno di galere, di arresti, di condanne, di punizioni, di repressione, di giudici, di proprietà privata e di gerarchia. Una società in cui le persone non vengano utilizzate da chi investe capitali in una attività, chiamata impropriamente “lavoro”, che invece è solo appropriazione della “forza lavoro” altrui per accumulare profitti; un’attività che produce crescita del capitale e ricchezza per i capitalisti e un misero salario, non sempre sufficiente alla sopravvivenza e col terrore di perderlo, per la stragrande maggioranza delle persone.

Il carcere e la punizione, il giudizio e la condanna, l’espiazione e l’apparato carcerario sono tutte panacee per evitare di affrontare e trasformare le relazioni sociali ed economiche guaste e corrotte in cui siamo immersi:

*se una società espelle, emargina e scaccia dal proprio interno chi trasgredisce una regola, non è una società includente e ha in se la base del razzismo;

*se una società ha bisogno del carcere, è una società malata;

*se una società non sa regolare le relazioni e non accetta i conflitti tra le persone, ma deve ricorrere al terrore della punizione e della carcerazione, è una società che non persegue la giustizia sociale;

*se per affrontare problemi sociali o politici, tossicodipendenze, emigrazione, innalzamento del conflitto, si fa ricorso al carcere, la società si sta militarizzando distruggendo quel poco di democrazia;

*se per far rispettare le regole una società sa solo emarginare e ghettizzare, elargire sofferenza e annichilimento a chi ha difficoltà di adeguarsi, è una società che non ha legittimità;

*se di fronte alle trasgressioni delle regole, che possono produrre sofferenza ad altre persone, l’unica risposta che la società propone è quella di imporre altrettanto dolore e sofferenza, se non di più, è una società deforme;

*se una società non è capace di ridurre le trasgressioni che producono sofferenza, ma solo imporre altra sofferenza, è una società brutalmente vendicativa;

*se una società non ha la capacità di mettere in discussione quelle norme che vengono trasgredite da molte persone, cercando di cambiarle, è una società imbalsamata;

*se una società pretende che debba essere il detenuto ad “adattarsi” alle regole della punizione ed evita di assumersi gli oneri e le responsabilità di realizzare sanzioni che si adeguino alle persone, è una società che infrange il dettato costituzionale: “le pene … debbono tendere alla rieducazione del condannato” [Art.27 Carta Cost].

Di fronte ai problemi sociali ed economici che si intensificano, le classi dirigenti, che siano nelle istituzioni, nell’imprenditoria o nella finanza, non cercano di predisporre soluzioni politiche ed economiche che operino nel senso delle aspettative delle masse sfruttate e oppresse, ma mettono in campo soltanto risposte “militari” di controllo e repressione. È un esercizio che appartiene a tutte le diverse anime delle classi dirigenti; esempio brillante sono i due pacchetti sicurezza recenti, il primo del ministro dell’interno Minniti (2017), il secondo del ministro dell’interno Salvini (2018 e 2019). I due appartengono a schieramenti “opposti”, si dividono la platea parlamentare, ma la concezione della “sicurezza” risulta molto simile, squallidamente la stessa.

Una prima riflessione si impone: l’arco delle classi dirigenti e tutte le istituzioni hanno gli stessi intenti: fermare con ogni mezzo la ripresa del conflitto di classe, incrementare lo smembramento, la dispersione e la disorganizzazione della forza lavoro e delle nuove generazioni, per diminuirne la capacitò di conflitto e, conseguentemente, il costo della forza lavoro.

Ed ecco il risultato: ennesima compressione degli spazi e delle agibilità sociali che le classi subalterne si erano conquistate per lottare, per non piegarsi all’attacco padronale.

Dunque emergenze, pacchetti sicurezza, tentativi di azzeramento delle conquiste degli anni passati, militarizzazione delle città, trasformazione dei comportamenti consueti e legittimi del conflitto di classe in reati del codice penale (blocco stradale, occupazione di edifici, picchetto, ecc.) e il codice penale si dilata. Codice penale vuol dire carcere. Difatti il carcere continua a inghiottire sempre più proletari nonostante i reati siano in forte diminuzione.

Nelle carceri si moltiplicano i drammi propri della detenzione: sovraffollamento, impennata dei suicidi, aumento delle morti per mancata assistenza (nel 2018, 67 i primi, 148 i secondi), Ma anche aumento dei tentati suicidi e degli atti di autolesionismo (oltre diecimila), forte incremento degli scontri tra persone detenute e guardie che, raramente oggi, conquistano la dimensione di lotta collettiva.

Qui emerge un punto importantissimo su cui concentrare le energie e la determinazione di chi vuole relazionarsi costruttivamente con chi sta dietro le sbarre. Massimo sforzo nel sostenere e contribuire a impiantare lotte collettive organizzate là dove c’è scontro individuale tra guardia e persona detenuta.

Basta carcere! Aboliamolo!

Pensate che sia un obiettivo massimo? Troppo avanzato? Che ci vorrà troppo tempo?

Il tempo che ci vorrà dipenderà in gran parte dalla capacità di mobilitazione che donne e uomini sapranno esprimere, ma almeno saremo certi che ogni passo fatto, anche piccolo, sta andando nella giusta direzione. Al contrario se ci si incarta nella ricerca di contorte e improbabili riforme, che comunque non potranno funzionare in questo contesto, ci si incammina su una strada che conduce a sempre più carcere.

Nei prossimi post elencheremo i contributi abolizionisti dagli anni Sessanta a oggi.
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Calano i reati, crescono le carcerazioni

I reati sono in calo, in crescita la popolazione carceraria

Ovunque si nota questa discordanza che, al pari di tante altre, dimostra che il sistema penale e il carcere non svolge più, da molto tempo, se mai l’abbia svolto, il compito di contrasto alla criminalità.

Per decenni, per secoli, ci hanno inculcato questa convinzione per farci accettare il dispositivo più disumano inventato dagli umani, il carcere. Ormai i dati ci rivelano la menzogna sbattendoci in faccia la realtà che soltanto le persone ottuse si rifiutano di ascoltare: il carcere e il sistema penale hanno tutt’altro compito, che è quello di far accettare al popolo, anche malvolentieri, l’ordine proprietario esistente.

Basta un dato per chiarire: 1990 le presenze nelle carceri italiane risulta di 31.676 persone detenute, oggi (31 maggio 2019) sono 60.476; quasi il doppio, nonostante l’andamento in forte diminuzione soprattutto dei reati più gravi, ben oltre la metà.

Calano i reati aumenta la paura

Se ne accorge anche la giornalista Milena Gabanelli e lo scrive sul Corriere della Sera dell’8 giugno, in un documentato articolo, nella rubrica DATAROOM: «Dimezzati i reati, ma il 78% della popolazione pensa che siano in aumento. Ecco il perché». L’articolo prende di mira la recente affermazione di Salvini: «Ha tutta la mia solidarietà. Mi auguro che la nuova legge riconosca che questo 67enne ha fatto quello che è stato costretto a fare. Il ladro, se avesse fatto un altro mestiere, a quest’ora sarebbe a casa sua. Ne abbiamo le palle piene, la gente ha diritto di difendersi, sono orgoglioso di questa legge», a proposito del tabaccaio che ha sparato, uccidendolo, a uno «che aveva forzato il suo negozio insieme con due complici».

L’articolo affronta criticamente la nuovissima legge sulla “legittima difesa” che, dice, porterà una corsa alle armi, non giustificata dal calo dei reati: «Stando ai numeri siamo diventati uno dei Paesi più sicuri dell’Unione Europea. Omicidi volontari, quasi dimezzati: 611 denunciati nel 2008, 368 nel 2017. Rapine: 45.857 denunciate nel 2008, 30.564 nel 2017, un calo del 33,3%. Ad incidere di più sulla sfera personale sono i furti in casa, perché diffondono insicurezza: meno l’8,5%, nel 2017 rispetto al 2016». L’autrice afferma che: «Eppure cresce la paura, reale o favorita da politica e media», ne spiega il perché e ne attribuisce ai media in prevalenza la responsabilità di questa percezione errata.

Tutto giusto. Mi sento di aggiungere soltanto tre cose.

*La prima è che “il governo della paura” è uno dei più antichi sistemi per imbonire le masse e creare un “blocco d’ordine” per impedire ogni trasformazione dello stato di cose presenti. Per non andare lontano, qui da noi l’hanno praticato più o meno tutti i governi e lo scrive anche l’autrice.

*La seconda è la costatazione, che nonostante l’andamento in diminuzione dei crimini, l’autrice ricorda nell’articolo che è tale da oltre 10 anni, si dovrebbe applicare lo stesso ragionamento al decreto sicurezza Minniti-Orlando sull’immigrazione, approvato l’11 aprile 2017 dal governo Gentiloni che ha dovuto porre la mozione di fiducia. Certo, il decreto Minniti non parlava di armi, ma di «misure per il contrasto dell’immigrazione illegale» e per «aumentare il tasso delle espulsioni di migranti irregolari», abolendo il «secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego», un solo rito camerale «nel quale il giudice prenderà visione della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale. Senza contraddittorio e senza che il giudice possa rivolgere domande al richiedente asilo che ha presentato il ricorso». Due anni di distanza, con parole diverse, ma tutte e tutti possono riconoscere che il decreto Minniti ha tirato la volata al decreto Salvini.

*La terza è l’annotazione che nonostante la diminuzione dei reati sia in atto da molti anni, abbiamo un incremento delle carcerazioni e delle presenze in carcere che oggi segnalano un sovraffollamento di circa 10.000 unità e che, come riportato sopra, è una non corrispondenza che va analizzata prioritariamente poiché, a mio parere, da impulso a tutte le altre. Dunque non è tanto l’arroganza e la cialtroneria, che pure esiste, di questo o quel politico che cerca di arraffare voti mestando nella confusione proposta dai media, ma i contenuti di questi provvedimenti, valutando con preoccupazione la società che prefigurano.

Entrambi i decreti, e tutti i discorsi che li hanno sostenuti, hanno addotto a motivo il legame fra immigrazione e criminalità, smentito clamorosamente dai dati che vanno dal 2007 al 2018, in cui l’aumento degli stranieri residenti in Italia è passato da circa 3 milioni a 5.144.440 e il numero delle denunce di reati, nello stesso periodo, è sceso da 2,9 milioni a 2,4.

Si riscontra una comunanza di intenti tra maggioranze e opposizioni molto stretta, e purtroppo è questo il vero problema di questo paese in questa fase politica. Tutti a instillare la “paura” nella popolazione, una paura che viene indirizzata nella criminalizzazione e punizione degli ultimi: gli immigrati, i ladri, i mendicanti, i senza fissa dimora, i rom, ecc.

L’articolo  di  Milena  Gabanelli  si  può  leggere   qui

Nei prossimi post le motivazioni di queste non-corrispondenze

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La “dignità” delle persone recluse

Siamo nell’epoca in cui la chiacchiera è in auge. Non da oggi, ma forse oggi più che altri periodi. Alcuni non ne vedono lo scandalo, può darsi, però le numerose chiacchiere profuse dai politici, dai media, dai social, hanno sottratto spazio all’ambito che era deputato al dibattito, anche polemico, su alcune questioni spinose ma importanti della realtà sociale e della politica. Le chiacchiere hanno anche manomesso il linguaggio inquinando i rapporti sociali, al punto che siamo inondati di termini dal significato incomprensibile.

Proverò quindi, su un terreno, per me essenziale, quello della repressione e del carcere, a riportare il dibattito sulla strada di una terminologia appropriata.

La chiacchiera in voga oggi sul carcere, impregnata di pregiudizi, ha imposto la convinzione che le persone che vengono rinchiusa in carcere oltre a perdere la “libertà personale”, definita a ragione “la regina delle libertà”, vedono azzerarsi anche la propria identità e la dignità che configura il valore intrinseco dell’esistenza umana.

Qualche anno fa, era il 2014, Gaetano Silvestri, giudice della Coste Costituzionale, che ne è stato presidente nel 2013 e 2014, in un intervento al Convegno “Il senso della pena. Ad un anno dalla sentenza Torregiani della CEDU” tenutosi al carcere di Rebibbia, il 28 maggio di quell’anno, ci ha ricordato che il riconoscimento della dignità umana va considerato un valore prioritario e anteriore allo Stato, e non dipendente da questo. Stesso ricordo è stato sollevato e ribadito da Giorgio Lattanzi, attuale presidente, e dai giudici della Corte Costituzionale 4 anni dopo, nel 2018, sempre nel carcere romano di Rebibbia, dando inizio a un ciclo di incontri-dibattiti tra giudici e detenuti e detenute in sette carceri italiani. [questa esperienza ha preso anche la forma di un film: Viaggio in Italia, di Fabio Cavalli, prodotto da Rai Cinema e Clipper Media, che il 5 giugno è stato proiettato per la prima volta]

Ci hanno ricordato, i giudici costituzionali, che il dibattito sulla dignità delle persone recluse è stato ben presente nei lavori dell’Assemblea costituente (insediatasi il 25 giugno 1946), corredandolo con la seguente narrazione: in quella sede, l’onorevole Giuseppe Dossetti, presentò un ordine del giorno, nel quale si affermava l’anteriorità dell’uomo rispetto allo Stato. Su quest’affermazione si registrò la significativa convergenza dell’onorevole Palmiro Togliatti, che affermò come la dottrina marxista, da lui professata, sostenesse che lo Stato dovrà, ad un certo punto, scomparire, mentre sarebbe assurdo pensare che, assieme ad esso, scomparirà la persona umana.

Insomma: la dignità è qualcosa che è dovuta all’essere umano per il semplice fatto che egli è umano. Su questo punto l’Assemblea costituente fu irremovibile!

Questa affermazione di valori, avendo al centro il “pieno sviluppo della personalità umana” ha attraversato i lavori dell’Assemblea e li ritroviamo negli articoli della Costituzione, così come in molte sentenza della Corte costituzionale, che è dovuta intervenire più volte, proprio perché il quadro politico italiano si è dimostrato disattento, se non proprio ostile (il più delle volte), alla piattaforma valoriale delle Carta Costituzionale.

Il rispetto della dignità della persona non implica soltanto che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità (Art. 27 Costituzione), ma impone che l’esecuzione della sanzione sia concepita e realizzata in modo da consentire l’espressione della personalità dell’individuo recluso e l’attivazione di un processo di socializzazione che si presume essere stato interrotto con la commissione del fatto di reato. Deve farsi strada, quindi, l’idea che la pena debba consentire la ricostruzione di un legame sociale entro una dimensione spazio-temporale che metta il suo destinatario nella condizione di potersi “riappropriare della vita”.

Non è dunque possibile, hanno affermato i giudici della Corte Costituzionale, che lo Stato chieda a chiunque, recluso o internato, il sacrificio della dignità.

Dentro il carcere la restrizione della libertà raggiunge il grado massimo, purtroppo consentito dalla legge, ma la dignità umana deve rimanere integra anche dentro le mura del carcere.

È così che tutti i provvedimenti ulteriormente restrittivi della libertà personale sono di competenza dell’autorità giudiziaria e non dell’amministrazione penitenziaria (sentenza n. 349 del 1993) e la persona detenuta può sempre conferire con il difensore sin dall’inizio dell’esecuzione penale (sentenza n. 212 del 1997).

La dignità umana si sostanzia nel diritto al “rispetto”, sintesi di riconoscimento e di pari considerazione delle persone; in essa libertà ed eguaglianza si fondono. La dignità non si acquista per meriti e non si perde per demeriti, hanno proclamato i costituenti e hanno ripetuto i giudici attuali. Dignità e persona coincidono: eliminare o comprimere la dignità di un soggetto significa togliere o attenuare la sua qualità di persona umana. Ciò non è consentito a nessuno e per nessun motivo, nemmeno allo stato.

L’Assemblea costituente, al suo insediamento individuò alcuni punti nevralgici del sistema sanzionatorio fascista e propose di cambiare completamente il modo di guardare alla condizione detentiva. Non più come uno stato definitivo (codice Rocco), ma come una fase transitoria destinata, nella maggioranza dei casi, ad essere temporanea. L’altro punto che l’Assemblea individuò, per differenziarsi dal regime fascista, fu interpretare la sanzione non come un’emarginazione, una separazione o una ghettizzazione come contemplava il Regolamento Penitenziario del 1931, nello stesso spirito del codice Rocco, ribadendo una netta impermeabilità tra carcere e società e l’esclusione della persona detenuta dal consorzio sociale di cui aveva trasgredito le regole. Al contrario, le deputate e i deputati dell’Assemblea Costituente, decisero che era di vitale importanza stabilire un collegamento stretto tra il dentro e il fuori delle mura carcerarie, affinché la persona condannata e allontanata dal consorzio sociale, potesse ritornarvi come membro riabilitato/a dall’espiazione della pena. Là dove c’era esclusione doveva porsi la tensione rieducativa della pena e, per farlo, era necessario togliere la fissità della pena, la sua rigidità (in tanti, oggi, invocano ottusamente la “certezza della pena”, senza sapere che è un insulto alla Costituzione e si riferisce a tutt’altra cosa) e renderla flessibile, modificabile. E ciò per qualsiasi reato.

Questi che ho appena accennato, sono i principi della Costituzione della repubblica italiana. Purtroppo la realtà del carcere in Italia, sin dal dopoguerra, è stato improntato più alle regole del regime precedente, quello fascista, che non a questi valori esplicitamente posti dalla Costituzione. Difatti il regolamento carcerario fascista del 1931 ha operato fino al 1975, ben 30 anni dopo la liberazione! E nemmeno con la riforma del ‘75, si è riusciti a ribaltare completamente la cultura e il comportamento del sistema della custodia nei confronti delle persone detenute. Evidentemente non c’è stata la convinzione necessaria, nel quadro politico di ieri, sui valori espressi dalla Costituzione. Ha prevalso il timore di scontentare la parte proprietaria e i centri di potere del paese.

Devo dire, per correttezza e per evitare fraintendimenti, che io non mi riconosco completamente nella Costituzione italiana. Almeno per tre motivi: il principio generale della “proprietà privata” che potrebbe essere limitata dalla funzione sociale, ma non succede in questo paese. Io penso debba essere gradualmente sostituita da gestioni collettive. L’altro punto è il riconoscimento della famiglia come società naturale, anche qui penso si debbano esplorare e attivare aggregati più vasti e aperti della famiglia recintata. Il terzo punto è quello della religione e delle religioni, che dovrebbero essere superate, se non altro per i troppi crimini commessi e per la guerra tra poveri che hanno sempre scatenato.

Tuttavia la Carta Costituzionale può costituire un terreno di dibattito e approfondimento verso obiettivi di superamento dell’angusta “logica punitiva”. Obiettivi più ampi e umanamente importanti, come i percorsi collettivi verso orizzonti di liberazione dal lavoro salariato, dal dominio del capitale e dalla repressione omologante. Ma il punto è che l’attuale quadro politico, di governo e di opposizione, è orientato a un sistema di valori totalmente opposti alla Costituzione e funzionali a uno stato di polizia di carattere autoritario.

Non è un caso che oggi, con un quadro politico ancora più ostile alla Costituzione, la realtà del carcere e il dibattito sul carcere si sta allontanando sempre più da quei valori, ritrovandosi a proprio agio nelle leggi e nei regolamenti del regime precedente.

Provo a fare un esempio: la persona detenuta, impegnata in lavorazioni, deve poter svolgere anche le attività collettive e sindacali per il rispetto e il miglioramento delle condizioni di lavoro. Ossia discutere con altri lavoratori-detenuti quali rivendicazioni avanzare e presentarle al datore (Amministrazione o privato). Ogni limitazione all’esercizio di queste e altre attività che non siano strettamente in contrasto con la “sicurezza” acquistano un valore afflittivo supplementare rispetto alla privazione della libertà personale, incompatibile con l’art. 27 Cost. (sentenza n. 135 del 2013). Difatti i giudici affermano che la tutela della persona detenuta che operi come lavoratore deve tendere a parificare, nella maggior misura possibile, la condizione del recluso a quella del lavoratore libero, con le sole restrizioni indispensabili alla sicurezza della custodia. Così la sentenza n. 158 del 2001 ha ritenuto non sussistere alcuna giustificazione per la mancata previsione del diritto al riposo annuale retribuito al detenuto che presti la sua attività lavorativa alle dipendenze dell’amministrazione carceraria o di terzi.

In conclusione, queste righe vogliono dire che, leggendo attentamente la Costituzione e i “lavori preparatori” per avere un quadro più completo (è scaricabile qui: [V. FALZONE , F. P ALERMO , F. C OSENTINO , (a cura di), La Costituzione della Repubblica Italiana illustrata con i lavori preparatori, Roma, 1948, 24])* , ne vien fuori una conclusione della progressiva residualità del carcere, a maggior ragione dopo trascorsi 73 anni dall’Assemblea Costituente, in quanto strumento costoso, non adeguato ai compiti di una democrazia, definito ovunque con una icastica affermazione: «an expensive way of making bad people worse» (un modo costoso di peggiorare le persone cattive).

È dunque giunto il momento di porre mano, con determinazione, a un’attività per il suo superamento!

* Che qualcuno/a del quadro politico odierno lo legga è una speranza che non credo si realizzerà. Potrà succedere come nel processo per i fatti di Modena del 9 gennaio 1950, dove poliziotti davanti alle Fonderie Riunite uccisero 6 lavoratori. L’on. Lelio Basso, avvocato delle famiglie dei lavoratori uccisi, domandò al commissario di polizia se sapeva cosa affermasse la Costituzione della Repubblica italiana sull’uso delle armi da fuoco nei conflitti del lavoro. Il commissario rispose secco: «Io dovevo riportare l’ordine davanti alla fabbrica, non avevo tempo di leggere la costituzione». É un po’ questa l’Italia!

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