A sedici anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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Ciao Giorgio

L’altro giorno è morto Giorgio Antonucci (Lucca 1933 – Firenze 19 Novembre 2017) è stato un medico e psicanalista, critico scientifico e pratico della psichiatria, è stato un punto di riferimento del movimento antipsichiatrico in Italia. Ha lavorato a Gorizia con Franco Basaglia.

Per ricordare il grande insegnamento di Giorgio e ascoltare le sue parole, due sue interviste:

La prima (22 minuti)   “che cos’è la normalità?” intervistato da radiondarossa nella trasmissione “La Conta” il 10 ottobre 2012 sul Tso,nel ricordo della morte di Francesco Mastrogiovanni avvenuta il 4 agosto 2009 legato al letto di contenzione a seguito di un Tso.

La seconda è un’analisi fortemente critica sulla Psichiatria (poco più di 6 minuti):

Vedi e ascolta anche la trasmissione di Radiondarossa di ieri in ricordo di Giorgio Antonucci, qui

Alcune pubblicazioni di Giorgio Antonucci:

I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria (prefazione di Thomas S. Szasz). Coop. Apache, 1986

Il telefono viola– contro i metodi della psichiatria, con Alessio Coppola – Elèuthera 1995

Diario dal manicomio. Ricordi e pensieri – Spirali, 2006

Il pregiudizio psichiatrico, Elèuthera, 1989

La nave del paradiso, Spirali, 1990

Critica al giudizio psichiatrico, Sensibili alle Foglie, 1994

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Costtruire Evasioni – Presentazioni prossime

Ricominciano da nord a sud le presentazioni di Costruire Evasioni

 

Venerdi 17 novembre, ore 20
Bologna – Circolo anarchico Berneripiazza di s. stefano 1
info: circoloberneri.indivia.net/

Sabato 18 novembre, ore 17.30
Parma – Casa Cantoniera Autogestita – via Mantova 24
info: cantoniera.noblogs.org/

Venerdi’ 1 dicembre
Bari – Ex caserma liberata – via Petroni 8c
info: https://nonsolomarange.noblogs.org/

Sabato 2 dicembre
Taranto – Casa Occupata  – via Garibaldi 210

Domenica 3 dicembre
Napoli – Mensa Occupata – via Mezzocannone 14

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Marx e il torto delle cose, di Michele Castaldo

E’ uscito in questi giorni, ed è nelle librerie, un nuovo libro: Marx e il torto delle cose.  Ed. Colibrì

Qui potete vedere la Prima di copertina   e  qui  la quarta di copertina

L’autore è Michele Castaldo un compagno e un amico che conosco da tempo, attivo nel conflitto di classe da molti anni.

In questo 2017 ricorrono i cento anni dalla rivoluzione di febbraio in Russia, e dall’insurrezione dei soviet dell’ottobre 1917. Ma non la celebrazione della ricorrenza ha mosso Michele ad analizzare alcuni nodi della teoria e della pratica rivoluzionaria che ha caratterizzato l’ottobre russo, e prima ancora la Comune di Parigi, ma la volontà di portare alla ribalta delle questioni per evidenziarne problemi ancora aperti e irrisolti nel percorso rivoluzionario.

Le righe che seguono sono alcune mie considerazioni, nella forma di articolo o, se volete,  recensione, sul lavoro di Michele.  In fondo all’articolo trovate un link per andare a leggere la Prefazione, scritta da Michele, al libro. Buona lettura                                         Salvatore

Marx e il torto delle cose di Michele Castaldo.

«Ho inteso ripercorrere, – scrive Michele – insieme alla Comune di Parigi della primavera del 1871 – che per Marx disvelò il senso della dittatura del proletariato –  la Rivoluzione russa, che per Lenin avrebbe potuto evitare la tragica sconfitta subita dai comunardi a causa delle mutate condizioni storiche». (Prefazione)

Il libro ripercorre, in 448 pagine, gli eventi della rivoluzione in Russia del 1917, quelli che precedettero e seguirono i giorni dell’insurrezione del 25 ottobre (7 novembre), e ci restituisce il dibattito teorico e le dispute politiche di quei giorni. Giorni memorabili, in cui i rivoluzionari cercarono soluzioni ai problemi che aumentavano giorno dopo giorno, ora dopo ora, e sembravano insormontabili.

Michele così esplicita l’obiettivo del suo lavoro: «il presente lavoro si caratterizza come un tentativo di interrogarsi sull’esistenza o meno del libero arbitrio dell’uomo nei processi sociali. Ci siamo interrogati sull’ineluttabilità del modo di produzione capitalistico e sul ruolo in esso svolto dalle componenti sociali … » e continua «che il moto-modo di produzione capitalistico diviene vero e proprio soggetto storico, creato dall’uomo in maniera del tutto inconsapevole, di cui lo stesso uomo finisce per divenire schiavo e rincorrerlo come la propria ombra: essere cioè da lui diretto piuttosto che dirigerlo. (Cap XI)

Dopo ci torneremo sulla questione del “libero arbitrio”. Seguiamo l’esposizione di Michele. Dalla situazione economica, uscita disastrata dalla guerra e dalla lacerazione dei rapporti sociali precedenti, con la popolazione piegata da ristrettezze, i bolscevichi hanno cercato di far coesistere le necessità di chi aveva fatto la rivoluzione, proletari e contadini, con la pressione dell’economia verso l’accumulazione capitalista che urgeva, ora liberata del tutto dai vincoli feudali,  «… l’arretratezza della Russia e la necessità di mettersi al passo con l’Occidente, alla ricerca di un’accumulazione originaria nel modo di produzione capitalistico, abbia provocato prima la riforma agraria del 1861, poi la rivoluzione antifeudale del 1917, che secondo Lenin avrebbe potuto introdurre il socialismo». (Cap XI)

Le scelte furono in qualche modo obbligate, ma non tutte, e fecero perno sul cambiamento di proprietà dei mezzi di produzione, da privati a statali. Evidentemente c’era la convinzione che quel cambiamento avrebbe creato i presupposti per un ribaltamento dei rapporti tra le classi e l’abbattimento del capitalismo. Ma scrive Michele: «Pertanto com’è dubbia la tesi secondo la quale la borghesia sarebbe stata il soggetto che avrebbe introdotto il modo di produzione capitalistico, secondo un certo marxismo, allo stesso modo è da ritenersi idealistica l’ipotesi che il proletariato possa abbattere la borghesia, impadronirsi dei mezzi di produzione e istituire il comunismo; perché sul piano storico in discussione non è la proprietà dei mezzi di produzione, ma il modo di produzione che li esprime. Il che cambia totalmente l’ordine dei fattori». (Cap XI)

Va tenuto in considerazione il convincimento dei rivoluzionari di allora che quella russa sarebbe stato l’avvio di una deflagrazione mondiale, con rivoluzioni che si sarebbero succedute, prossima quella della Germania, che infatti si mise in moto. Una convinzione, dice Michele, che sfiorava la fede, al punto che quando il proletariato in quel tale paese non rispettava la “missione storica” di fare la rivoluzione, si parlava di “tradimento” o comunque di “esser venuto meno a un compito storico”:  « Le ragioni oggettive per l’impossibilità di una corretta democrazia e una fiorente economia socialista sarebbero da ricercarsi nel comportamento del proletariato tedesco, dice la Luxemburg, per essersi schierato con la propria borghesia nella guerra contro la Russia. Si torna così al punto di partenza, assegnando a una classe, il proletariato, un ruolo storico da svolgere, e se non lo svolge lo si condanna per esservisi sottratto. Si tratta di una questione teorica cruciale, dalla quale si elaborano altrettante teorie che poggiano tutte su quel mitico ruolo storico del proletariato, che secondo Marx a un certo punto diviene classe operaia per sé e dà l’assalto rivoluzionario alla cittadella borghese appropriandosi dei mezzi di produzioni». (Cap IX)

Non si tratta di cercare i traditori, scrive Michele, oppure di andare a caccia delle deviazioni dalla “corretta via”, e nemmeno additare i sabotatori colpevoli di perseguire una linea sbagliata. La colpa, ma qui non si usa questa parola bensì quella di errore, è stato di aver pensato di poter rivoluzionare la società russa, che si trovava allo stadio di iniziale sviluppo capitalistico, operando come rivoluzionari sui meccanismi politico-istituzionali, infrangendo e ricostruendo rapporti politici e militari tra le classi, modificando i sistemi di proprietà dei mezzi di produzione, da privati a statali, ma non riuscendo ad affrontare il vero problema, ossia la distruzione del modo di produzione capitalistico, per sostituirlo con un altro modo di produrre in grado di soddisfare le necessità e i desideri dell’umanità.

   Secondo Michele è questo il nocciolo del problema: «Ecco il grande equivoco storico sul quale si incentra il nostro lavoro: era superata la fase borghese della rivoluzione o la fase semifeudale del modo di produzione? A nostro modo di vedere l’insurrezione di febbraio aveva abbattuto le barriere, per così dire, politiche con la messa in fuga dello zar, e aperto la strada in maniera definitiva al modo di produzione capitalistico e a uno sviluppo democratico della vita sociale; mentre l’insurrezione di ottobre completava l’opera da un punto di vista ancora strutturale con la confisca delle terre e la loro assegnazione ai contadini. Dunque l’ottobre rappresentava la seconda fase della rivoluzione la cui natura non poteva che essere capitalistico-borghese. La “doppia” fase della rivoluzione è tutta all’interno di quella stessa natura e riguarda non la proprietà dei mezzi di produzione, ma la confisca e l’assegnazione della terra».

«Il punto in questione è che il proletariato non può impadronirsi di qualcosa che deve distruggere, perché lo Stato non è il parlamento o l’Assemblea costituente, ma le leggi che regolano i rapporti di proprietà del modo di produzione e gli apparati burocratici e militari che li garantiscono. Come farebbe il proletariato a impadronirsi dello Stato? Si pone allora non il problema di impadronirsi dello Stato borghese, ma della sua distruzione. In che modo? E’ la domanda molto complessa alla quale bisogna cercare di rispondere. Si pone allora la seguente domanda: è la macchina dello Stato che bisogna spezzare o il modo di produzione che l’ha prodotta e la tiene in vita? Insomma: il vero nemico delle classi oppresse è il capitalista o il capitalismo?» (Cap IX)

Eccoci al punto, secondo me. E la domanda che mi pongo è questa: perché è stato abbandonato l’obiettivo strategico che, inizialmente, i bolscevichi e i militanti dei soviet, si erano dati e su cui hanno lavorato per anni? Perché non si è proseguito nella distruzione dell’apparato statale con pratiche forti? Perché non si è condotto con determinazione l’eliminazione dell’armamentario giuridico, con gli annessi apparati polizieschi, processuali, repressivi, con i codici penali e le galere? Perché non sono stati sostituiti con organismi espressione diretta della volontà proletaria, ossia i consigli, i soviet?

Questo passaggio, l’abbandono dell’obiettivo strategico della distruzione dell’apparato statale e del sistema giuridico, secondo me, non è stato dettato e imposto da condizioni oggettive. È stata una scelta politica aver abbandonato l’opera per l’estinzione/deperimento della forma-diritto, della forma giuridica, nonché della forma-Stato, che avrebbe aperto le porte alla ricerca di modi d’essere, di relazioni e di tecniche diverse da quelle capitalistiche, per mettere in pratica, gradualmente, un modo di produrre completamente alternativo, basato non sul lavoro salariato ma sull’attività libera e creativa. Si trattava e si tratta, di abolire il lavoro salariato. Quante volte è stato gridato, nel secolo scorso, dalla classe operaia in tutto il mondo, davanti ai cancelli delle fabbriche e nelle strade!

Invece è successo che, a un certo punto, tra i rivoluzionari russi, è prevalsa la scelta di affrontare i meccanismi politico-istituzionali per impossessarsene e cercare di cambiare, da questi, il corso politico a favore degli interessi del proletariato. Aggiungendo a questo soltanto il cambiamento della forma giuridica della proprietà dei mezzi di produzione, da privati a statali e la pianificazione dell’economia e poco altro. Così si è puntato alla costruzione dello “stato operaio” (che poi, secondo alcuni è stato “deformato” o “degenerato”). Alle istituzioni è stata fatta indossare una veste “proletaria”. Con queste scelte è stata abbandonata la rivoluzione, consentendo ai meccanismi capitalistici di continuare ad operare e chiedere, di volta in volta, pesantemente il conto.

Eppure grande attenzione era stata riservata dalle rivoluzionarie e dai rivoluzionari di quel tempo alla trasformazione di ogni aspetto della vita sociale. Sia i rapporti collettivi, sia quelli personali e anche affettivi, così le forme dell’arte, dell’abitare la città, di impegnarsi in attività lavorative non salariate, dell’agire della vita umana in forma collettiva o intima, tutto veniva messo in cantiere per una trasformazione totale. In gran parte queste trasformazioni sono state avviate. Ad esempio la Kollontaj che riflette sui cambiamenti dei rapporti d’amore, Malevic che rivoluziona l’arte pittorica, per non parlare di Majakóvskij e tante e tanti altri i cui nominativi riempirebbero decine e decine di pagine. Cambiamenti che hanno coinvolto l’agire delle persone russe, modificandolo in maniera importante. Un cambiamento che, in assenza della rivoluzione, avrebbe impiegato secoli per affermarsi. È stato realmente un movimento che ha iniziato a cambiare lo stato di cose presenti, e si è diffuso rapidamente in tutto il pianeta. Poi, è stato fermato.

Qui arriviamo al secondo punto. Secondo me, questo enorme progetto non poteva convivere con il ripristino dello “stato”, anche se ad esso si aggiungeva l’aggettivo “operaio” o “proletario”, né con il mantenimento, addirittura ampliato, del sistema giuridico, repressivo.

Quindi, Michele, sono d’accordo con te che il potere sovietico non ha messo in atto un percorso strategico e pratiche adeguate per distruggere il modo di produzione capitalistico. Ma la distruzione di quel modo di produzione non poteva realizzarsi d’emblée, di primo acchito. Secondo me, poteva essere una tappa di un percorso che si fosse occupato della distruzione di tutte le basi e le strutture su cui si reggeva e si riproduceva il capitalismo. Ci sarebbe voluto del tempo, certo, e sarebbe stata necessaria una transizione complessa, da una fase a un’altra.

Concordo con te, Michele, che un errore è stato aver assegnato al cambiamento di proprietà dei mezzi di produzione, da privati a statali, un valore che non poteva rivestire. In molti paesi c’era già un forte intervento pubblico nell’economia, con aziende di proprietà statale. La socialdemocrazia, nel Novecento, ne ha fatto un suo cavallo di battaglia.

A questo punto possiamo inserire la nostra esperienza materiale. Andare a scuola dalla realtà è un obbligo per i comunisti! Una realtà, quella italiana, non paragonabile alla Russia nel 1917. Negli anni Settanta del secolo scorso, però, abbiamo visto settori importanti della classe operaia e del proletariato dei quartieri energicamente impegnati in lotte immediate in difesa dagli attacchi padronali. E, via via, lottando, noi appartenenti alle classi subalterne, scoprivamo che la risoluzione dei problemi su cui lottavamo non trovava risposta soltanto nel posto di lavoro o nel territorio, se non in piccola parte e temporaneamente. Mentre invece quei problemi erano tutti interni all’assetto capitalistico. È successo!, lo ricordiamo bene! Difatti ci siamo messi all’opera per scalzare il dominio capitalistico e cambiare la società. Avevano capito che la nostra liberazione, il nostro affrancamento sarebbe avvenuto solo liberandoci dal capitalismo. È avvenuto! In maniera ancora più massiccia, è accaduto nella Germania degli anni Venti. Negli Usa dei primi anni del secolo scorso con gli IWW (Industrial Workers of the World). Quindi succede, l’abbiamo visto, vi abbiamo partecipato. Può succedere.

Io ho imparato da quelle pratiche che la lotta di classe, se condotta con il massimo delle aspirazioni umane e della volontà di cambiamento, può portare alla messa in discussione del capitalismo, allo smantellamento dell’apparato statale e repressivo e dell’apparato giuridico borghese. Cioè dell’insieme delle leggi, dei regolamenti, delle norme, dei rituali, delle liturgie consuetudinarie dell’ordinamento giuridico e istituzionale, che erano allora, e sono tutt’ora, la garanzia della riproduzione del sistema capitalistico, quindi dello sfruttamento, del mantenimento del lavoro salariato, dell’alienazione e della forza-lavoro scambiata come merce.

Aver optato per la costruzione dello “Stato operaio” o “proletario” per i rivoluzionari russi, e tutti gli altri che li hanno seguiti, ha significato voler mantenere un sistema produttivo basato su un capitale che investe (pubblico o privato, nella fase in cui i Soviet sono al potere, fa poca differenza) e una forza lavoro che si vende per un salario, anche se un po’ più alto, soprattutto quello indiretto (casa, sanità, servizi, ecc.). È lo stesso percorso che hanno tentato nel secondo dopoguerra alcune socialdemocrazie europee progressiste, come quella svedese di Olof Palme. Quel salario operaio, anche se più alto della media, comunque continuava a essere dettato dal mercato, indirettamente, a causa dello scambio di merci tra l’area rivoluzionaria e l’area capitalistica.

Sono grandi questioni ancora aperte e non risolte. In questi primi anni del XXI secolo, in Italia, ma anche altrove, una parte dei movimenti, che pure si definiscono rivoluzionari, agiscono il conflitto per inserirsi nelle strutture dei governi locali prima e poi nazionali, illudendosi di  realizzare una diversa distribuzione della ricchezza, più egualitaria. È molto presente, purtroppo, la convinzione che sia possibile cambiare il sistema sociale, diminuire lo sfruttamento, l’ineguaglianza, l’oppressione, l’accumulazione, ecc., con una diversa politica distributiva. Ne è seguito l’impegno a cercare di modificare alcuni meccanismi istituzionali, le forme o le composizioni dei governi per raggiungere questi risultati. È pura sconsideratezza, perché lasciando operare con i suoi meccanismi il capitalismo, quello sfruttamento e quella diseguaglianza si riproducono, piaccia o non piaccia. È stato dimenticato addirittura l’obiettivo assai chiaro e presente tra i bolscevichi, almeno nei primi anni venti, che «il comunismo non significa la vittoria del diritto socialista, ma la vittoria del socialismo su qualsiasi diritto, in quanto con l’abolizione delle classi e dei loro interessi antagonistici il diritto scomparirà del tutto» [Peteris Stucka, dal 1921 fu vice-Commissario del popolo per la Giustizia, nel 1920 e divenne membro del Comitato esecutivo del Comintern].  E ancora «il diritto è l’espressione di rapporti di classe tipici del sistema produttivo capitalistico. Il diritto borghese accoglie una nozione di individuo che corrisponde a quella di soggetto economico, compratore o venditore, operante su un mercato» [Evgenij Pašukanis direttore dell’Istituto per il diritto sovietico dal 1931, nel 1936 Commissario del popolo per la giustizia].

Ma anche Stucka e Pašukanis, e tanti altri, furono costretti a cambiare le loro posizioni o morire in Siberia. Non certo perché spinti dalle condizioni oggettive, bensì dai cambiamenti ai vertici del partito.

La Russia dello “stato operaio”, delle “leggi proletarie”, in realtà ha aderito in pieno alle tesi dei giuristi liberali più avanzati del Novecento, della scuola di Hans Kelsen (1881-1973), uno dei massimi giuristi liberal-borghese, ma anche filosofo del diritto. Kelsen esaltava la democrazia borghese e, nella sua opera principale “La dottrina pura del diritto“, affermava che il diritto si manifestava «come complesso di norme coattive imposte dalla classe dominante al fine di salvaguardare le relazioni sociali ad essa vantaggiose». Quindi la validità delle norme giuridiche, diceva, sarebbe stata efficace per qualsiasi sistema economico-sociale instaurato, perché avrebbe garantito, appunto, il gruppo sociale dominante. Il diritto, secondo Kelsen, va dunque inteso «come una tecnica speciale per l’organizzazione di un gruppo sociale». Per questo motivo irrideva i comunisti (di allora) che rifiutavano il diritto, perché affermava sarebbe servito anche a loro, quando avrebbero preso il potere. Non aveva capito che ai comunisti (di allora) non interessava mantenere un sistema di dominio sulla classe operaia, né su altri strati sociali. Ci rimase molto male, Kelsen, quando qualche professore universitario di diritto gli fece notare che ormai, siamo alla fine degli anni Trenta, anche in Unione Sovietica, i comunisti concordavano con le sue tesi, soprattutto Stalin e il suo procuratore Andrej Vyšinskij, persone non molto amate in occidente. Ora, a parte gli sbotti di bile, il triste è questo: dopo tanto combattere, con perdite umane enormi, si è ricaduti nella tela di ragno della teoria giuridica liberale.

Su questi aspetti Marx era stato chiarissimo: l’uguaglianza dei diritti è la condizione formale per lo sviluppo dei meccanismi di sfruttamento tipici del capitalismo, vale a dire che se non ci fosse la libertà della repubblica liberale-borghese non potrebbe nemmeno svilupparsi il libero contratto tra capitalista e operaio. E quindi lo sfruttamento capitalistico non esisterebbe. È proprio grazie all’uguaglianza giuridica e politica, scrive Marx, che al capitalista viene permesso di sfruttare l’operaio liberamente. Ne consegue che la repubblica liberale-borghese, nella prospettiva marxiana, non è un primo passo verso il socialismo, ma è, al contrario, l’habitat naturale dello sfruttamento capitalistico.

Il comunismo, per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà debba conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti […] Le posizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto su idee, su principi inventati o scoperti da qualche apostolo salvatore del mondo. Esse sono soltanto espressioni generali dei rapporti effettivi di una lotta di classe già in atto, di un movimento storico che si sta svolgendo sotto i nostri occhi ((Marx, Engels, Ideologia tedesca)

Con tutte le difficoltà e le aporie teoriche, tuttavia, caro Michele, bisogna dar loro atto che quell’avventura in Russia, era ben iniziata, purtroppo è terminata male. Si è interrotta. Io non penso che l’errore sia stato non aver voluto aspettare che la situazione maturasse. Qui riprendiamo il ragionamento sul “libero arbitrio”. Ho sempre pensato che se si fosse aderito rigidamente a questi canoni dell’attesa e della maturazione, nemmeno la schiavitù sarebbe stata abolita. Le condizioni oggettive si realizzano anche quando forze soggettive mettono in discussione e in movimento l’insieme dei legami e dei vincoli sociali. E non mi dite che è soggettivismo questo? Comunque non è attesa determinista!

Nella realtà conflittuale di oggi, da molte parti si cercano scorciatoie per lo più ridicole, e giù con le municipalità, i movimenti dei commons, il cognitariato e altri soggetti che dovrebbero riuscire là dove non è riuscita la classe operaia,

Teorie strampalate che non battono ciglio nell’utilizzare la tecnica, la scienza e i saperi e chi ne è portatore/trice, fingendo di ignorare che il capitalismo ha ridisegnato e plasmato tutto ciò al proprio uso. Dunque né la scienza, né la tecnica, né ogni altro sapere può essere utilizzato per null’altro, men che meno per un modo alternativo di produzione. È questo un elemento centrale in un percorso rivoluzionario. È l’essenza dell’analisi di Marx. In tempi recenti rielaborata e messa in atto efficacemente da Quaderni Rossi, con le analisi di Raniero Panzieri nei primi numeri nel 1961-62, (vedi: l’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, e altri scritti). Da allora la critica alla neutralità della scienza e della tecnica è stato il mezzo che abbiamo utilizzato per scalzare il consenso che le teorie del Pci trovavano tra le giovani generazioni. La critica alla neutralità della scienza e della tecnica è stato un punto di forza e di diffusione nel movimento che, a partire dal 1968, ha chiarito definitivamente che un processo rivoluzionario non potrà utilizzare, per tutto quello che di nuovo vuole costruire, né scienza, né tecnologia, con annessi tecnici ed esperti di quella scienza e tecnica di oggi e di domani e nemmeno istituzioni, poiché il loro operare è totalmente integrato e utile soltanto alla riproduzione del modo di produzione capitalistico.

Questo è stato un altro degli errori fatti dai rivoluzionari bolscevichi. Cosi scrive Michele: «Dunque il governo bolscevico accolse antichi funzionari dello Stato zarista e molti membri di altri partiti. Anzi sarà costretto ad affidarsi a ufficiali dell’esercito zarista contro le armate bianche occidentali e utilizzare i tecnici del periodo zarista per mandare avanti l’industria». (Cap IX)  Io aggiungo che venne introdotto anche il sistema Taylorista nelle fabbriche sovietiche, sulle spalle di chi quella rivoluzione aveva realizzato.

Un problema, questo, che ha attraversato la storia dell’umanità. Storia di lotte di classe, classi diverse da quelle attuali, liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, [Marx, Engels, Il Manifesto] con rivolte, tentativi rivoluzionari durissimi con costi enormi di vite umane e di devastazioni ambientali. La tragica storia dell’umanità, da sempre, si è imbarcata in sommosse e sollevazioni che hanno cercato di cambiare i gruppi dirigenti al governo; di sostituire un regnante con un altro; di cercare altre forme istituzionali: monarchia, oligarchia, repubblica presidenziale o parlamentare o partecipativa; rivolte e tumulti per imporre politiche distributive più ugualitarie al fine di contrastare la disuguaglianza crescente. Nel breve periodo raggiungendo anche qualche risultato, ma alla lunga non riuscendo a contenere la controffensiva capitalistica. Come sta a dimostrarlo la situazione di oggi.

Nel presentare il lavoro, nella Prefazione, Michele si pone questo interrogativo: “La classe operaia, pur subendo lo sfruttamento nel suo ruolo subordinato, proprio perché è una classe complementare perché dovrebbe abbattere il modo di produzione capitalistico come ipotizzato da Marx-Engels?”  inoltre  [   «… il proletariato non è solo vittima dello sfruttamento, ma si sente anche classe complementare di un processo produttivo e sociale al quale ritiene di non potersi sottrarre. (Engels, Antidühring)]

    A me sembra che questa domanda sconfini nel campo filosofico, perché porcela? Con quali dati di fatto possiamo rispondere? Finora la classe operaia ha lottato, con consapevolezza alterna e risultati altrettanto alterni; possiamo aggiungere -come Michele mette in risalto- prevalentemente per ritagliarsi condizioni migliori all’interno di un sistema che restava sostanzialmente nelle sue leggi fondamentali, ossia capitalistico. Ma abbiamo anche visto, come ricordavo prima che, la lotta quando cresce, si pone spesso, in rapporto alla produzione, per fermarla. Quanti atti di sabotaggio ha inventato e messo in pratica la classe operaia nella sua storia di lotte? È stata questa la pratica più diffusa, quando non era addormentata. Con quell’intuito grandioso, che ci fa ancora ben sperare, la classe operaia lottando per un tozzo di pane, ha capito che nella produzione c’è l’anima nera del capitalismo. E l’ha attaccata. Anche con gli zoccoli di legno, i sabot, lasciati scivolare negli ingranaggi. Proviamo a ripartire da lì.

Qui la Prefazione di Michele

Se volete contattare l’Autore per presentazioni del libro o per farvelo inviare, questi sono i contatti:
Michele Castaldo- Tel.  0671356039   Cell.  3280524928   Mail: castaldom45@gmail.com
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L’8 novembre 1926 arresto di Antonio Gramsci

L’8 novembre 1926 Gramsci venne arrestato nella sua casa e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, nonostante l’immunità parlamentare di cui godeva in quanto eletto deputato nelle elezioni del 6 aprile 1924.

Leggi  qui

 

 

 

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Il carcere oggi: sempre peggio! L’estradizione di Battisti?

Aumentano le presenza in carcere: oltre 57.000 detenuti/e, a fronte di una capienza inferiore a 50.000 posti. Se continua questo trend si arriverà presto a superare la soglia delle 60.000 presenze

Aumentano le sanzioni disciplinarie interne al carcere: oltre 28.000 uno/a su due detenuti/e viene sanzionato/a.

Aumentano i suicidi, ad oggi sono 46 i suicidi, già superiori a quelli del 2016, 2015 e 2014. Molti si interrogano sui motivi dell’alto numero dei suicidi in carcere, molti lo addebitano alle condizioni di sovraffollamento, altri alle strutture mancanti al carcere, altri ancora al fatto che in carcere si diventa pazzi (malati di mente). Dimenticano che il trauma di chi viene arrestato è in ciò che gli o le viene tolto improvvisamente, ed è tutto quello che rappresentava la sua vita, la sua identità.

Sull’estradizione di Cesare Battisti. E’ un bel grattacapo per i giudici brasiliani che, difatti, hanno detto NO all’estradizione, in attesa di altri incartamenti, per i seguenti motivi:

In Brasile non è previsto l’ergastolo (nessun paese può estradare una persona se questa rischia una pena dichiarata, in quel paese, illegale).

In Brasile, e nella maggior parte dei paesi, non è ammessa una sentenza senza la presenza dell’imputato (contumacia), in violazione del principio del diritto alla difesa.

In Brasile non sono ritenute valide le testimonianze estorte sotto tortura e, ai ragazzi della Barona, (quartiere di Milano, dove sono nati i Proletari Armati per il Comunismo – PAC), sono state estorte confessioni con la tortura.

In Brasile, e in molti paesi, non viene accettata la condanna per reati associativi.

Tutte queste nefandezza, che i giudici brasiliani, come quelli di molti paesi, non accettano, sono state usate a man bassa nei processi contro il movimento rivoluzionario degli anni ’70 e ’80.

Se volete ascoltare argomentazioni e analisi su questi fatti potete risentire la trasmissione di ieri: La Conta su Radiondarossa di Roma, a questo link:

https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2017/10/contro-carcere-25-ottobre

buon ascolto

 

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Si vuole togliere la libertà di parola a lavoratrici e lavoratori. Mobilitiamoci!

E’ una vicenda importante che interessa tutte e tutti. Da un po’ di tempo i padroni e i dirigenti privati e pubblici vogliono esercitare un potere anche sul modo di pensare e di esprimersi dei dipendenti. Così si torna alla schiavitù.

Ricordiamo a lor signori che il rapporto di lavoro riguarda soltanto la prestazione lavorativa del dipendente in cambio di un salario. Non riguarda un dominio totale su ogni azione e ogni pensiero di chi lavora, ciascuno/a può esprimersi liberamente e indipendentemente dagli interessi e dall’immagine pubblicitaria dell’azienda per cui lavora.

spallanzanimobilitazioneWEB

LIBERTA’ DI PAROLA PER I LAVORATORI e LE LAVORATRICI

 Alessia e Lorenzo sospesi per 4 mesi e denunciati perché in un’ intervista radiofonica difendono i diritti dei lavoratori, delle lavoratrici e degli utenti della sanità. La voce di chi lotta per una sanità pubblica, gratuita, universale e di qualità non può essere silenziata da provvedimenti di tipo repressivo da parte dello strapotere delle aziende che con il supporto di leggi come la Brunetta e la Madia si permettono di decidere sulla vita dei lavoratori e delle lavoratrici.

Le nostre voci e le nostre grida devono diventare tantissime e rumorose per fermare la repressione delle aziende e per opporci al silenzio dei sindacati collaborazionisti.

La lotta di Alessia, Lorenzo e del Coordinamento dei lavoratori e delle lavoratrici dello Spallanzani vorremmo diventasse quella di tutti e tutte perché   è la lotta per difendere la nostra Salute: Roma è l’unica tra le 28 capitali  dell’Ue ad avere peggiorato i suoi indicatori di salute negli ultimi anni.

Tagli, privatizzazioni, esternalizzazioni dei servizi, blocco delle assunzioni, favorire servizi come l’intramoenia, liste d’attesa di mesi, lo sfruttamento dei lavoratori non hanno fatto altro che corrodere il sistema sanità pubblica fino a portare ad un aumento della mortalità e ad un peggioramento delle malattie croniche.

Il 18 luglio davanti a questo Istituto centinaia di persone hanno portato solidarietà a Lorenzo ed Alessia. Tre mesi dopo torniamo davanti a questo Istituto per dimostrare che Alessia e Lorenzo non sono soli e per chiedere l’ immediata revoca delle sospensioni e della denuncia penale.

Vogliamo rispetto per i lavoratori, le lavoratrici e le loro condizioni di lavoro, rivendichiamo il diritto ad un orario che non ci riduca allo stremo, chiediamo assunzioni stabili, vogliamo la fine dei ricatti e dei provvedimenti disciplinari, pretendiamo tutto quello che ci spetta e non ci stancheremo di lottare per ottenerlo. 

SABATO 21 OTTOBRE ORE 10

ENTRATA SPALLANZANI  – VIA PORTUENSE 292

 ASSEMBLEA PUBBLICA E MOBILITAZIONE

 Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici Spallanzani

Lavoratori Lavoratrici e Utenti della Sanità

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Nella notte dal 17 al 18 ottobre 1977 lo stato tedesco, la Cia e la Nato compiono una strage nel carcere di Stammheim

17 ottobre 1977, «verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta.   (il dirottamento del Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo era avvenuto il 13 ottobre da parte di un commando palestinese del PFLP/SC per chiedere la liberazione di una lista di prigionieri politici, la stessa che la Raf chiedeva in cambio della vita di Hans Martin Schleyer sequestrato dalla Raf il 5 settembre 1977 a Colonia. Dopo il sequestro Schleyer il governo attuò il blocco totale dei contatti di 41 prigionieri della RAF con esterni, familiari e perfino avvocati).

La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas BaaderJan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller fu ferita gravemente da quattro coltellate al petto.

Ecco la sua testimonianza di quanto avvenne in quella notte:

Negli anni , hai riflettuto di un possibile scenario , di cosa poté essere successo in quella notte?

Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi . Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva (dimostrato) installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola  storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte

Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?

Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA , che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.

Nella discussione all’interno della sinistra su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.

Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione.Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

Come fu la situazione dopo quelle morti per te, cambiò rispetto a prima?

Ceramente sì. Ero improvvisamente sola. Ero ferita gravemente e sopravvissuta per un pelo. Erano di base altre condizioni rispetto a prima. D’altra parte Ulrike e Holger erano già morti e sapevamo da molti che l’apparato voleva vederci morti piuttosto che vivi. Le condizioni carcerarie erano orientate al fatto che noi fossimo spezzati, non pensassimo più ciò che volevamo, perdendo così la nostra identità, oppure morissimo.

Per te la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1977 fu un taglio netto pur non portando cambiamenti decisivi?

Le condizioni, per com’erano, furono palesate quella notte.

Hai tenuto conto che le cose potessero andare avanti? O che avrebbero ritentato di ucciderti?

Non lo potevo escludere. Il modo in cui fui trattata mostrava la loro intenzione di liquidarmi, e che io perdessi la ragione con questa sorveglianza continua, col controllo totale. La cosa migliore per loro sarebbe stato ridurti pazza con quel trattamento. Così sarebbe dovuto provarsi che solo i pazzi entrano nella RAF e la intraprendono la  lotta armata. Oppure avrei dovuto sostenere che era stato un suicidio. Forse sarebbe stato più importante che trovarmi un cadavere. Per lo meno in quel periodo l’ho pensato. Per questo non trasalivo a ogni minimo rumore quando si apriva una porta o c’era rumore in corridoio. Ma che non mi si vuol lasciar vivere , lo sapevo già da tanto. Questo presunto pericolo che io tentassi il suicidio, è stato utilizzato come pieni poteri generali per proibirmi tutto. Non potevo aver nulla in cella, non potevo incontrare nessun prigioniero, non potevo spengere la luce, perché tutto ciò avrebbe aumentato il pericolo che mi uccidessi. Era inconcepibile e andò avanti per anni, fino a che nel 1980 sono arrivata a Lubecca.  …

… Tutta l’intervista della Moeller nella quale parla del ’68, del movimento in Germania e della nascita e degli obiettivi della Raf,  si può leggere qui

  • Nella pagina “Lotta armata – Germania” oltre questa intevista puoi leggere un’intervista sulla storia della RAF, sul Movimento 2 Giugno, sulle Cellule Rivoluzionarie (RZ) e sulla formazione armata  femminista Rote Zora, inoltre una documentazione sull’uccisione di Ulrike Meinhof e un suo scritto.
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Basta subire! 17 ottobre, tutte e tutti al tavolo per Roma tra governo e comune

Stanno Creando un DESERTO lo Chiameranno ROMA

Da molti anni stiamo assistendo a un costante degrado delle condizioni di lavoro e di vita nella nostra città. Questo processo ha subito, con la deflagrazione della “crisi” dal 2008, un’accelerazione che ha visto convergere sulle proletarie e i proletari di Roma diversi attacchi alla propria conservazione e riproduzione.
Sul lato delle politiche pubbliche Roma ha il poco invidiabile record della più alta addizionale irpef comunale e della più alta addizionale irpef regionale, fra le più alte tariffe per i rifiuti e per i “servizi indivisibili” e contemporaneamente assistiamo a un drammatico taglio ai servizi sanitari (per altro con ticket fra i più alti), agli asili nido, all’assistenza domiciliare, all’accoglienza e all’assistenza alla casa e potremmo continuare l’elenco fino a ricomprenderli tutti.
La nostra riflessione ci porta a ritenere che i numerosi trasferimenti di sede (Sky, Mediaset, Esso…), la chiusura di stabilimenti (Almaviva…) ecc. siano frutto di processo di ridefinizione del ruolo di Roma nell’ambito della divisione internazionale del lavoro. Ovviamente questi processi si intersecano ed alimentano con le politiche nazionali ed europee (Industria 4.0, le infrastrutture, la riorganizzazione della PA, la “buona-scuola”, il jobs act) ma hanno anche delle precise caratteristiche locali. E’ facile ipotizzare per Roma un ruolo di città amministrativo/turistica con le conseguenti politiche dell’abitare (per rilanciare la rendita fondiaria), l’espulsione degli insediamenti produttivi non conformi a tale “vocazione”, lo sviluppo di business che mettono a profitto rifiuti/acqua/territorio accaparrandosi enormi fette di soldi pubblici e tutto ciò mentre anche settori tradizionali dell’economia romana come l’edile e/o il trasporto aereo subiscono ridimensionamenti, ristrutturazioni con profonde trasformazioni.
E’ dunque ripensare interamente le linee di sviluppo della nostra città.
Il coordinamento lotte unite nasce proprio per costruire percorsi di lotta che impongano una svolta al modello di città che vogliamo vivere, dove centrale sia il benessere dei suoi abitanti e non il profitto, il parassitaggio e la speculazione di pochi.
Vertenze con caratteristiche diverse – dai 1.666 licenziamenti Almaviva all’attacco al lavoro e alle sue condizioni in Alitalia; dai licenziamenti SKY alle prospettive disastrose per i lavoratori e le lavoratrici di GSE; dalle astruse riforme della PA che anziché valorizzare le competenze e le eccellenze cerca di distruggerle per favorire interessi di micro corporazioni private come nel caso della riforma del PRA e dei possibili effetti drammatici per ACI Informatica e penalizzanti per gli automobilisti; dai rischi occupazionali al Teatro dell’Opera allo smantellamento della scuola pubblica e dei relativi servizi agli studenti e alle studentesse – ma che incontrandosi in una grande assemblea lo scorso 7 luglio hanno riconosciuto la necessità di non lasciarsi frazionare in tanti micro conflitti ma rafforzare le proprie specifiche lotte attraverso un mutuo sostegno e una visione diversa di città e sviluppo.
A Roma abbiamo migliaia di case sfitte e un enorme patrimonio pubblico di immobili che vengono lasciati marcire mentre a migliaia di famiglie è negato l’accesso a un tetto: potremmo interrompere i processi di speculazione e consumo del territorio e avviare processi di riqualificazione del patrimonio immobiliare pubblico così da soddisfare le necessità abitative della città e al contempo mettere al lavoro migliaia di disoccupati edili.
Abbiamo un tessuto sociale con innumerevoli “fragilità” a cominciare dai malati cronici (sempre più numerosi sia per l’alta età media della popolazione che per le condizioni malsane in cui siamo costretti a vivere), anziani soli, minori in difficoltà economiche e/o sociali e manca completamente una politica dell’assistenza o quando c’è serve unicamente a finanziare circuiti clientelar/mafiosi come evidenziato da “mafia capitale” ma come ognuno di noi verifica nell’esperienza di ogni giorno. Si potrebbe avviare un processo di sviluppo e internalizzazione di servizi pubblici così eliminando la piaga del sistema corruttivo degli appalti e delle cooperative, contemporaneamente offrendo migliaia di posti di lavoro.
Potremmo continuare a lungo l’elenco citando le necessità di aree verdi e lo sport pubblico, il trasporto pubblico locale, ATAC ha deciso di esternalizzare innumerevoli servizi (biglietti, manutenzione, soccorso, ecc.) fino alle linee degli autobus di periferia con un drastico aumento dei costi e degrado del servizio, la gestione dei rifiuti dove continuano a “navigare” imprenditori privati pluriinquisiti come Cerroni e sperperi di denari pubblici.
Per queste ragioni il coordinamento lotte unite invita tutte le lavoratrici e i lavoratori di Roma a un percorso di mobilitazione che imponga questi temi al centro di qualsiasi tavolo di lavoro per arrestare il deserto che sta sommergendo Roma. Non abbiamo fiducia nel tavolo MISE/Comune di Roma/rappresentanti istituzionali delle categorie sociali ma proprio per questo vogliamo far sentire la nostra voce e le nostre lotte per affermare, finalmente, le ragioni di chi lavora.
Vogliamo sommariamente ricordare alcune di queste ragioni:
– riteniamo la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario l’unica risposta seria alla crisi occupazionale in atto e ai processi di automazione che sempre più spesso trasformano il sistema produttivo creando disoccupazione;
– riteniamo l’aumento dei salari l’unica strada percorribile per la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori e per uscire dalle condizioni di disagio che sempre più famiglie sono costrette a subire;
– vogliamo un fisco progressivo e i servizi – pubblici e gratuiti – alle persone come reali strumenti per la redistribuzione della ricchezza prodotta a favore delle lavoratrici e dei lavoratori; mentre oggi le risorse pubbliche sono unicamente indirizzate a vantaggio del sistema delle imprese attraverso un sistema fiscale e una politica di bilancio che grava per oltre l’80% sulle lavoratrici e i lavoratori dipendenti che pure si appropriano di meno del 40% del Pil nazionale.
In primo luogo ovviamente vogliamo il blocco dei licenziamenti in atto e l’integrazione al reddito delle lavoratrici e dei lavoratori già licenziati, visto anche l’inconcludenza delle ipotetiche politiche di ricollocazione come si rileva nella vicenda dei licenziati Almaviva.
Questa nostra battaglia è dunque un segnale di vita contro la morte (sociale e reale) che il capitale diffonde nella nostra città.

Ottobre 2017
Coordinamento Lotte Unite

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“CHE”, hasta siempre comandante!

Cinquant’anni fa, l’8 ottobre 1967, veniva ucciso il compagno Ernesto Che Guevara

Un ricordo di parte

Secondo me l’innovazione portata dal Che alla teoria e pratica del percorso rivoluzionario è ben sintetizzata in queste righe scritte dal Che sulla rivista Tricontinental che iniziò la pubblicazione nel gennaio 1966:

La solidarietà del mondo progressista con il popolo del Vietnam ha lo stesso sapore di amara ironia che aveva per i gladiatori del circo l’incitamento della plebe, non si tratta di augurare la vittoria all’aggredito, ma condividere la sua sorte: andare con lui alla morte o alla vittoria. […] E le lotte non saranno semplici combattimenti di strada, di pietre contro lacrimogeni, né di scioperi generali pacifici; e non sarà nemmeno la lotta di un popolo infuriato che in due o tre giorni distrugge l’apparato repressivo; sarà una lotta lunga, cruenta […] E a noi sfruttati del mondo, che parte ci tocca? Attaccare duramente, incessantemente in ogni punto del confronto, deve essere la tattica generale dei popoli. […] D’altronde le borghesie autoctone hanno perso ogni capacità d’opposizione all’imperialismo – se mai l’hanno avuta – […] Non ci sono più altri cambiamenti da fare: o rivoluzione socialista o una caricatura di rivoluzione.

Qui una breve biografia tratta dal giornale “El Moncada” periodico dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba

Qui  alcune analisi sul Che del compagno Giuliano Naria

Qui alcune mie valutazioni sul contributo del Che al pensiero politico rivoluzionario

 

 

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Nuove regole per il 41 bis, non cambiano in nulla le condizioni invivibili di quel regime carcerario

Con una circolare il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria impone nuove regole alle persone detenute in regime di 41 bis.

In realtà il regime 41 bis non è altro che un aggiornamento del regime che qualche anno prima era definito “Art. 90”, ossia l’azzeramento dei diritti per la persona detenuta e delle possibilità di relazioni interne al carcere e con l’esterno.

Quando il regime 41 bis venne introdotto venticinque anni fa, raccogliendo la forte tensione prodotta dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992 (furono uccisi Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta), i responsabili della giustizia dissero che questo regime, chiamato “carcere duro”, era riservato ai boss mafiosi per impedire loro la possibilità di continuare a intessere relazioni di comando con gli accoliti all’esterno, a quel tempo il 41 bis era a tempo limitato, tre mesi rinnovabile. Dopo è diventato permanente.

La realtà ha dimostrato che non solo i boss mafiosi vi sono stati costretti, ma altre persone detenute per motivi ben diversi. Attualmente 740. La realtà ha dimostrato altresì che il “carcere duro” più che altro ha avuto lo scopo di indurre le persone sottoposte  a quel regime alla delazione, ossia a fare i nomi di altre persone da mandare in galera.

Il ministro Andrea Orlando ha affermato che il provvedimento è stato prodotto dall’interlocuzione con la procura Antimafia, col Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e col Garante per i detenuti e vorrebbe dare omogeneità all’applicazione del 41 bis, evitandone ogni forma di arbitrio e di misure impropriamente afflittive. La realtà ci insegna che in una istituzione chiusa verso l’esterno, isolata e opaca come il carcere, l’applicazione delle leggi e delle regole e la loro validità non può essere rigorosa né omogenea, ma viene reinterpretata secondo una logica di contrattazione continua. Ogni regola si adegua ai rapporti di forza in quel momento esistenti in quella situazione interna e nell’ambiente in cui è inserita. Questo è riconosciuto dalla gran parte degli studi esistenti sul carcere.

Si è voluto con questa circolare dare una parvenza di omogeneità per tamponare le molte critiche provenienti dagli organismi internazionali, come la Corte europea dei diritti e anche l’Onu, all’uso che in Italia si fa di misure eccessivamente gravose e intollerabili per la condizione umana reclusa.

La circolare del Dap ha scritto dieci norme per la quotidianità dei detenuti in 41 bis. Sono 52 pagine che riguardano la vita di chi è sottoposto al “carcere duro” e vanno dal primo ingresso «Il detenuto/internato all’atto del primo ingresso deve essere sottoposto a perquisizione personale e subito dopo ad una prima visita medica generale. Dopo l’espletamento delle formalità di cui sopra e, comunque, entro le 24 ore successive, il detenuto/internato effettua il colloquio di primo ingresso», alla limitazione degli incontri «tra i vertici delle medesime famiglie, di gruppi alleati e di gruppi o clan contrapposti».

Poi si regolamentano i colloqui dei detenuti con i minori, per loro senza vetri, aumentando la riservatezza per i carcerati, la possibilità di mantenere le relazioni con le famiglie, non più di un colloquio al mese e con i vetri divisori, e il diritto ad avere libri e altro materiale per motivi di formazione, così l’obbligo, per i direttori del carcere, di rispondere alle richieste dei condannati entro un tempo stabilito.

C’è il divieto di ascoltare le stazioni radio che trasmettono in Fm, cioè tutte, poiché in Am non trasmette quasi più nessuno. I canali televisivi sono quelli canonici. Soltanto due ore d’aria al giorno in compagnia delle persone stabilite dalla direzione.

Le descrizione della dotazione in cella fa sorridere. Si potranno tenere forbicine con punte rotonde e taglia unghie senza limetta (chiunque può verificare, comprandone uno in merceria, che il taglia unghie è di acciaio mentre la limetta di alluminio. Come dire “di che cosa parlate?). È consentita la pinzetta in plastica e il rasoio in plastica, (ma la lametta del rasoio deve essere di acciaio ed è quella i detenuti usano per ferirsi). Non sono consentiti generi di toeletta in confezione spray e sono ammessi prodotti contenuti esclusivamente in recipienti di plastica.

Insomma, non cambia nulla nella vita invivibile delle persone detenute in regime 41 bis. Solo un po’ di pubblicità per presentare il prodotto all’opinione pubblica interna e internazionale.

Sul 41 bis vedi anche   quiqui qui

L’intera circolare si può leggere  qui

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