1969: il vento di ribellione scavalca le mura delle carceri e inizia la stagione delle rivolte

La punizione dopo le rivolte era spesso il letto di contenzione “il balilla”

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L’imbroglio della “rieducazione” in carcere

Da “L’ergastolo” nell’isola di Santo Stefano (Ventotene- Latina)

Riflessione nel 1971 del compagno Pietro Cavallero

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L’autolesionismo in carcere

In carcere gli atti di autolesionismo sono sempre stati un modo per dire NO alla reclusione. Una rabbia individuale, una ribellione disperata, un modo per far sentire la propria voce, quando ogni altra voce ti è stata tolta.  E’ una protesta estrema di fronte a soprusi e maltrattamenti, quando tutte le altre strade si sono chiuse.  E’ un atto di violenza rivolto contro il proprio corpo, quasi a volersene riappropriare, attraverso il dolore, per sentirlo di nuovo proprio grazie a una sofferenza inflitta da sé non dal sistema carcere. A volte si spinge fino al suicidio.

Gli atti di autolesionismo sono diffusissimi quando la lotta collettiva e organizzata è assente: erano numerosi prima della stagione delle rivolte iniziata nel 1969… oggi se ne contano circa 10.000 l’anno.  

Questa testimonianza risale a prima del 1970

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Come si muore oggi in carcere

Questa lettera-denuncia ci è pervenuta stasera. E’ scritta dai detenuti di Rebibbia carcere di Roma, scritta con la penna e con tanta rabbia, non ancora espressa in lotta organizzata. Rabbia di fronte alla morte di un loro compagno dovuta al cinismo del sistema penitenziario e all’indifferenza della società. Diffondetela ovunque!!! 

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Ancora tortura: anni Settanta e Ottanta

La tortura del “carcere speciale” opera anche dopo la detenzione…

…non è il Cile… è la “democratica” Italia…

Anche il democratico Bocca si scandalizza…delle “carceri speciali”

…ma la corporazione repressiva non tollera voci dissenzienti…

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Chi ha ammazzato Carlo Saturno?

2011. Sono passati 40 anni dal 1971, ma nelle carceri italiane non è cambiato molto! Anzi le cose vanno peggio! Angherie, soprusi, sopraffazioni, torture… sono le stesse, ma almeno nel 1971 si lottava, ci si ribellava, si organizzavano rivolte…  I detenuti, seppur massacrati erano in piedi organizzati e pronti a rispondere… Ora le giaculatorie lamentose e imbelli li hanno ridotti a subire oppure …a rivolgersi alla magistratura!!!

Carlo Saturno è uno dei non pochi ragazzi morti nelle nostre galere in circostanze ancora da chiarire. Vogliamo qui raccontarvi alcuni fatti in proposito. Nei primi anni del 2000, fu rinchiuso nel carcere per minori di Lecce.  Pare che vari siano stati i tentativi, sempre ignorati, di far conoscere al Dipartimento della giustizia minorile quel che accadeva lì dentro tra il 2003 e il 2005, episodi gravissimi di violenza nei confronti dei ragazzi detenuti.  Fu addirittura l’ex direttore a tentare di denunciare alcuni dei suoi poliziotti. Nel 2007, finalmente, le parole del medico dell’istituto trovano ascolto presso l’allora sottosegretario alla Giustizia Alberto Maritati, il quale manda le carte alla Procura di Lecce. Nove agenti di polizia penitenziaria vengono iscritti nell’inchiesta. Si parla di abusi terribili, di un sistema retto sul terrore. Il carcere viene chiuso e i ragazzi, tra cui Saturno, trasferiti nell’istituto minorile di Bari. E a questo punto Carlo parla. Si costituisce parte civile nel processo, racconta del pugno che gli ha sfondato un timpano e di tante altre cose.

Arriviamo all’anno in corso: 2011. Carlo è rientrato in carcere. Questa volta ha 22 anni e finisce nel carcere per adulti di Bari. Nessuno ha voluto dirci se in quell’istituto operasse qualcuno dei nove agenti incriminati anche grazie a lui. I primi di aprile Carlo viene trovato boccheggiante attaccato per il collo a un lenzuolo. Viene ricoverato al policlinico barese, muore il 7 aprile scorso.       La famiglia non crede al suicidio.La Procuradel capoluogo pugliese, apre dapprima un fascicolo senza alcuna ipotesi di reato e poco dopo lo modifica in un’inchiesta contro ignoti per istigazione al suicidio. Nel frattempo i giudici che si occupavano degli abusi al minorile fissano la successiva udienza oltre i termini di prescrizione.

Quel processo muore assieme a Carlo. Cosa c’entra Antigone in tutto questo? Don Raffaele, cappellano del carcere di Lecce, alla morte di Saturno aveva lanciato un appello affinché “se ci sono detenuti che sanno qualcosa, lo dicano”. E alcuni giorni fa un detenuto ce lo ha detto. Ci ha scritto una lettera nella quale ci racconta di aver visto tutto. Carlo, a suo dire, era stato picchiato violentemente mentre era nella cella di isolamento nella quale è stato poi trovato appeso a quel lenzuolo. Carlo, sempre a suo dire, non si sarebbe suicidato. Abbiamo mandato la lettera in Procura. Abbiamo voluto però qui raccontarvela, affinché ci aiutiate a vigilare sull’inchiesta: che la magistratura faccia davvero chiarezza su quanto accaduto a Carlo. Gli elementi ci sono, la comunità del carcere rende le indagini non tra le più difficili. Che non ci dicano un domani che si sono prescritti i tempi.

di Susanna Marietti, Terra, 4 settembre 2011

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Qui si racconta la punizione dei detenuti per essere “attivi e politici”

Era il 1971….da 4 anni era in corso la stagione di riscossa e rivolta del proletariato prigioniero, e la sua politicizzazione in senso rivoluzionario

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Un Valpreda per la strage di Bologna?

È un vecchio vizio della borghesia italiana quello di cercare i “Valpreda” nelle tragedie sulle quali il sistema politico-giudiziario non ha il coraggio di cercare le responsabilità.

Recentemente, in questa estate 2011, carica di crisi e di manovre governative antipopolari, la ricerca di uno o più “Valpreda” per la bomba di Bologna è tornato in auge.

In realtà il depistaggio per Bologna sul modello di Piazza Fontana era  iniziato poche ore dopo la strage, connivente il mondo giornalistico di destra e anche di “sinistra”.

Ne diamo memoria con una telefonata avvenuta poche ore dopo la strage a Radio Popolare di Milano, che smentiva le falsificazioni e i depistaggi che iniziavano a circolare. La registrazione si trova su Youtube:

http://www.youtube.com/watch?v=vYrtjk6jN_Y

Postiamo poi un elaborato articolo ben documentato ed esauriente dell’agosto 2009 dal sito http://lapattumieradellastoria.blogspot.com/  da cui abbiamo preso in prestito il titolo, articolo che propone una ampia e documentata analisi delle varie e diverse “piste” imbastite e dei soggetti in causa. È un’analisi lunga ma molto interessante che merita di essere letta.

Infine un articolo di questi giorni, scritto da Sandro Padula , un compagno delle Brigate rosse ancora in carcere (in semilibertà), dopo quasi trentanni.

Chi volesse leggere gli articoli della “stampa” di regime alla ricerca del nuovo “Valpreda” si possono trovare facilmente sul Web.

Questo è il primo:

http://lapattumieradellastoria.blogspot.com/2009/08/un-valpreda-per-bologna.html

Un Valpreda per Bolognaautor dementio memoriae

Il caso Thomas Kram

È già qualche anno che viene additato. Per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 si cercano nuovi colpevoli, per rimpiazzare Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, membri dell’organizzazione fascista NAR e condannati all’ergastolo ma considerati innocenti da un amplio pubblico. Ad ogni anniversario, l’eco viene rilanciato, ed al nome di Thomas Kram vengono progressivamente attribuite qualifiche di terrorista, uomo di contatto del terrorismo palestinese, numero tre dell’organizzazione di Ilich Ramirez Sanchez detto Carlos, ed ora suo «braccio destro» (Fioravanti alla Repubblica del 2.8.09).

Insomma, uno pericoloso, che avrebbe messo la bomba poiché è provato che si trovava a Bologna in quel tragico giorno. Che poi si fosse registrato all’albergo con il suo vero nome e che fosse stato a lungo controllato e perquisito alla frontiera al suo ingresso in Italia, ‘non prova la sua innocenza’, anzi : usava i suoi veri documenti per non destare sospetti, «come in uso nella sua organizzazione». A insistere nelle ‘ricerche’ sono gli stessi che hanno, a loro dire, ‘scoperto’ il caso tra le carte delle numerose inchieste. I rilanci di notizie ed articoli propongono un discorso pubblico alimentato dalla dinamica del sospetto :

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La strage di Bologna del 1980 e l’infondatezza della pista palestinese

La strage di Bologna del 1980 e l’infondatezza della pista palestinese.

di Sandro Padula 

Verso la metà di agosto, quando si è saputo che due cittadini tedeschi, Thomas Kram e Christa Frohlich, erano stati iscritti sul registro degli indagati per la strage di Bologna del 1980, alcuni vecchi depistatori si sono ubriacati a suon di champagne e, fra un bicchiere e l’altro, non hanno potuto far altro che scambiare lucciole per lanterne.

Dopo un lungo periodo di raccolta di informazioni sui due tedeschi in relazione alla pista palestinese,la Procuradi Bologna doveva iscriverli nel registro degli indagati come condizione preliminare per poter decidere, cosa che avverrà in futuro, se riscrivere o meno la vicenda del più grave crimine politico compiuto durantela Prima Repubblica.

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L’offensiva padronale alla Fiat: settembre ottobre 1980, 37 giorni di lotta

1980…La crisi in corso, come le altre, veniva utilizzata dal capitale per far arretrare lo scontro. Il padronato, utilizzando i media, ne accentuava gli effetti agitando lo spauracchio della perdita del posto di lavoro. La tensione sociale era alta, ma la lotta di classe non la faceva solo la classe operaia, l’offensiva la stava prendendo in mano il padronato: massicci licenziamenti, 40.000 colletti bianchi in piazza (in realtà quei famosi 40.000 erano solo qualche migliaio; la questura quel giorno parlò di 10-12.000 ma dopo qualche tempo sui giornali erano diventati 40.000). Stampa e tv avevano esaltato quella «marcia dei 40.000» come una svolta storica, sostenendo che essa segnava la fine della lotta di classe e della centralità operaia. Funzionari, quadri intermedi, dirigenti e alti impiegati, con l’appoggio dei bottegai e della buona borghesia torinese, manifestarono per Torino chiedendo «ordine per lavorare». In sé quell’evento non era nulla di veramente straordinario, acquistava forza grazie al contorno mediatico e perché collocato all’interno di una campagna repressiva fatta di arresti, licenziamenti, cassa integrazione, reparti confino, flessibilità ecc. Anche se occorre riconoscere che non era abituale vedere una manifestazione con lo slogan «vogliamo ordine per lavorare».  L’invito al governo era esplicito: mettete in piazza pure l’esercito, purché fermiate questo conflitto e il crescente contropotere operaio per ripristinare in fabbrica l’ordine e la gerarchia. I benpensanti affermavano di essere la maggioranza degli italiani. Ma i quadri intermedi della Fiat si dimostrarono non molto intelligenti e lungimiranti, dato che in seguito vennero licenziati anche loro. L’esito di 37 giorni di lotta fu di 61 licenziati e 24.000 cassaintegrati.

Già da qualche tempo il sindacalista Luciano Lama aveva fatto suo il punto di vista della Confindustria, affermando che i lavoratori si doveva223 no, in nome dello sviluppo, sottomettere a una «politica di sacrifici». Mentrela Fiat annunciava di aver trovato, con l’automazione, l’alternativa al lavoro umano, Lama, con la linea dell’Eur,  sosteneva che per difendere l’occupazione s’imponeva il contenimento delle richieste sindacali, con una maggior disciplina salariale e perfino l’accettazione dell’eventuale necessità di licenziamenti. Noi, convinti che in quel modo si creavano le premesse per licenziare gli indesiderati – i cosiddetti estremisti, gli attivisti non allineati, i malati ecc. –, criticavamo aspramente quelle posizioni. […] militanti del Pci e del sindacato […] ci consideravano come ostacoli da rimuovere che intralciavano il loro intento di dimostrare d’essere capaci di mantenere l’ordine produttivo […] si fecero complici della Fiat […] e offrirono solleciti il loro contributo nello stilare la lista degli «elementi» da licenziare appena se ne fosse presentata l’occasione. […] Risultato: prima fummo fatti fuori noi, ma solo un anno dopo c’erano molti di loro fra i 23.000 cassa integrati a zero ore: la Fiat, per riconquistare il potere assoluto e rendere «governabili» le officine – azzerando le conquiste operaie degli anni Settanta – fece piazza pulita e si liberò anche di buona parte dei suoi complici.

[Ines Arciuolo, A casa non ci torno, Stampa Alternativa 2007] 

Cesare Romiti, relativamente all’atteggiamento dei sindacati confederali nazionali, affermò, in un’intervista rilasciata a Giampaolo Pansa nel 1988, che questi ultimi avrebbero segnalato privatamente all’azienda di stare cercando un pretesto per non essere costretti a difendere i licenziati. Dirà ancora: «Quel che ci aprì gli occhi fu il comportamento del sindacato dopo i 61. Era ancora un corpo immenso, un corpaccione in apparenza robusto, ma contraddittorio. A Roma decidevano una linea e a Torino ne seguivano un’altra. L’insieme dava la sensazione, che prima non avevamo mai avuto, di un’imponente debolezza.

[Cesare Romiti, Questi anni alla Fiat, Intervista di Giampaolo Pansa, Rizzoli 1988] 

In quel tempo molti operai sospettavano che ci fosse lo zampino del Pci nell’individuare i 61 operai da licenziare, ma rimaneva il dubbio. Nel 2000, ventuno anni dopo, ci pensò Giuliano Ferrara, al tempo dirigente del Pci torinese, a confermare che la lista dei 61 operai venne concordata tra la direzione Fiat e la direzione del Pci, in particolare con l’ufficio di Pecchioli.

[«la Repubblica», 13 ottobre 2000]

La Fiat auto ha 140.000 dipendenti, disturbati sistematicamente, nell’esercizio del proprio dovere, da alcune centinaia di professionisti dell’intimidazione. Di questi, 61 sono stati individuati e allontanati, per riportare in fabbrica un minimo di governabilità […]. 

D. Revocherete il blocco delle assunzioni?

Prima vogliamo che si rimetta ordine e si indaghi sull’ufficio di collocamento. Accadono cose singolari in quegli uffici, ci danno lavoratori sui quali è meglio non parlare. Del resto lo ha detto Minucci, membro della segreteria nazionale del Pci, che ha visto tra i lavoratori Fiat un brigatista.

[Scalfari intervista Agnelli, in «la Repubblica», 20 ottobre 1979] 

Alla fine dell’assemblea del secondo turno della Mirafiori-Carrozzeria, la stragrande maggioranza delle mani – tranne i capi e un solitario astenuto –, esibendo il tesserino giallo che attesta di essere dipendenti Fiat, si alzano

decise e votano no all’accordo. Ma dal palco, come se gli operai non fossero presenti a vedere coi propri occhi l’esito del voto, proditoriamente, viene decretato che l’assemblea ha «approvato a larga maggioranza»

come annuncerà un delegato del Pci, obbedendo alla direttiva di «far passare l’accordo a tutti i costi» impartita da Fassino, suo dirigente torinese.

Carniti, destinato all’assemblea delle Meccaniche, incasserà schiaffi, pugni, ombrellate, ma la decisione del vertice sindacale non cambierà. (La scena dell’imbroglio realizzato dai dirigenti sindacali sul voto operaio si vede chiaramente nel pezzi documentari inseriti nel film Signorinaeffe, di Wilma Labate, 2007).

 […] Conservo ancora una copia del volantino diffuso il giorno dopo ai cancelli dal Partito comunista che affermava: «La Fiat non è passata. 33 giorni di lotta operaia hanno piegatola Fiat e l’hanno costretta all’accordo…».

[…] La frattura tra sindacato-istituzione e sindacato-movimento è profonda, definitiva; ma che importa? I burocrati sanno che quegli uomini da domani, relegati nelle loro case, in preda a un’irreversibile crisi d’identità, non conteranno più nulla. Spinti ai margini, soli, disperati, conteranno tra le loro file 167 suicidi. […] Quando tutto finì, si arrestò di colpo la vita turbolenta e disordinata di quei 37 giorni. Da quel momento la nostra vita si sarebbe svolta in spazi e con ritmi diversi.

[Ines Arciuolo, A casa non ci torno, cit.] 

Quando una notte, passando davanti ai cancelli della Fiat presidiati dai picchetti, vidi delle ragazze e dei picchettanti ballare tra i fuochi, mi dissi: quelli non sono operai.  

[Cesare Romiti, all’epoca amministratore delegato della Fiat, ricordando una notte dei 37 giorni] 

Il sindacato reagisce ai licenziamenti con ricorso alla Pretura del lavoro, ma pone come condizione pregiudiziale che gli operai firmino una dichiarazione di fedeltà alle istituzioni e alla legalità:

Atteso che il sottoscritto dichiara di accettare i valori fondamentali ai quali il sindacato ispira la propria azione e in particolare di condividere la condanna senza sfumature non solo del terrorismo ma anche di ogni pratica di sopraffazione e di intimidazione, per la buona ragione che non appartengono alla scelta ai valori, alle convinzioni, al patrimonio di lotta del sindacato stesso, consolidati da una lunga pratica di varie forme di lotta e di difesa del diritto di sciopero, così come risulta dal documento conclusivo del Coordinamento nazionale Fiat approvato all’unanimità.

È un regalo chela Fiom fa ad Agnelli, che decide di rilanciare e, dopo il «reintegro» del Pretore dei lavoratori,la Fiat invia loro una nuova lettera di licenziamento.

Non tutti gli operai firmano, più di una decina verranno difesi dal «collegio alternativo». Un operaio rifiuta il ricorso. Sul quotidiano «La Stampa» (di proprietà della famiglia Agnelli) il segretario della Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici) Enzo Mattina afferma in un’intervista:

I cortei e i picchetti devono essere forme di persuasione psicologica, non fisica […]. La violenza non può certamente essere lo strumento per recuperare il consenso e l’adesione alle lotte da parte di quei lavoratori che eventualmente non le condividono […]. Il settore auto in generale e quello Fiat in particolare hanno problemi di tale importanza e urgenza che non è possibile un lungo periodo di incomunicabilità tra azienda e sindacato.

24.000 cassaintegrati a zero ore non rientreranno più in fabbrica.

[da Maelstrom, scene di lotta di classe… DeriveApprodi 2011, pag. 234,5,6,7]

La cronologia dei 37 giorni di lotta alla Fiat dal 10 settembre 1980 al 16 ottobre successivo, compresi i giorni di vigilia, si trova a questo link. (vi sono i risultati, stabilimento per stabilimento, del referendum tra i lavoratori) 

http://www.ecn.org/reds/lavoro/lavoro0212fiat35.html 

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