L’offensiva padronale alla Fiat: settembre ottobre 1980, 37 giorni di lotta

1980…La crisi in corso, come le altre, veniva utilizzata dal capitale per far arretrare lo scontro. Il padronato, utilizzando i media, ne accentuava gli effetti agitando lo spauracchio della perdita del posto di lavoro. La tensione sociale era alta, ma la lotta di classe non la faceva solo la classe operaia, l’offensiva la stava prendendo in mano il padronato: massicci licenziamenti, 40.000 colletti bianchi in piazza (in realtà quei famosi 40.000 erano solo qualche migliaio; la questura quel giorno parlò di 10-12.000 ma dopo qualche tempo sui giornali erano diventati 40.000). Stampa e tv avevano esaltato quella «marcia dei 40.000» come una svolta storica, sostenendo che essa segnava la fine della lotta di classe e della centralità operaia. Funzionari, quadri intermedi, dirigenti e alti impiegati, con l’appoggio dei bottegai e della buona borghesia torinese, manifestarono per Torino chiedendo «ordine per lavorare». In sé quell’evento non era nulla di veramente straordinario, acquistava forza grazie al contorno mediatico e perché collocato all’interno di una campagna repressiva fatta di arresti, licenziamenti, cassa integrazione, reparti confino, flessibilità ecc. Anche se occorre riconoscere che non era abituale vedere una manifestazione con lo slogan «vogliamo ordine per lavorare».  L’invito al governo era esplicito: mettete in piazza pure l’esercito, purché fermiate questo conflitto e il crescente contropotere operaio per ripristinare in fabbrica l’ordine e la gerarchia. I benpensanti affermavano di essere la maggioranza degli italiani. Ma i quadri intermedi della Fiat si dimostrarono non molto intelligenti e lungimiranti, dato che in seguito vennero licenziati anche loro. L’esito di 37 giorni di lotta fu di 61 licenziati e 24.000 cassaintegrati.

Già da qualche tempo il sindacalista Luciano Lama aveva fatto suo il punto di vista della Confindustria, affermando che i lavoratori si doveva223 no, in nome dello sviluppo, sottomettere a una «politica di sacrifici». Mentrela Fiat annunciava di aver trovato, con l’automazione, l’alternativa al lavoro umano, Lama, con la linea dell’Eur,  sosteneva che per difendere l’occupazione s’imponeva il contenimento delle richieste sindacali, con una maggior disciplina salariale e perfino l’accettazione dell’eventuale necessità di licenziamenti. Noi, convinti che in quel modo si creavano le premesse per licenziare gli indesiderati – i cosiddetti estremisti, gli attivisti non allineati, i malati ecc. –, criticavamo aspramente quelle posizioni. […] militanti del Pci e del sindacato […] ci consideravano come ostacoli da rimuovere che intralciavano il loro intento di dimostrare d’essere capaci di mantenere l’ordine produttivo […] si fecero complici della Fiat […] e offrirono solleciti il loro contributo nello stilare la lista degli «elementi» da licenziare appena se ne fosse presentata l’occasione. […] Risultato: prima fummo fatti fuori noi, ma solo un anno dopo c’erano molti di loro fra i 23.000 cassa integrati a zero ore: la Fiat, per riconquistare il potere assoluto e rendere «governabili» le officine – azzerando le conquiste operaie degli anni Settanta – fece piazza pulita e si liberò anche di buona parte dei suoi complici.

[Ines Arciuolo, A casa non ci torno, Stampa Alternativa 2007] 

Cesare Romiti, relativamente all’atteggiamento dei sindacati confederali nazionali, affermò, in un’intervista rilasciata a Giampaolo Pansa nel 1988, che questi ultimi avrebbero segnalato privatamente all’azienda di stare cercando un pretesto per non essere costretti a difendere i licenziati. Dirà ancora: «Quel che ci aprì gli occhi fu il comportamento del sindacato dopo i 61. Era ancora un corpo immenso, un corpaccione in apparenza robusto, ma contraddittorio. A Roma decidevano una linea e a Torino ne seguivano un’altra. L’insieme dava la sensazione, che prima non avevamo mai avuto, di un’imponente debolezza.

[Cesare Romiti, Questi anni alla Fiat, Intervista di Giampaolo Pansa, Rizzoli 1988] 

In quel tempo molti operai sospettavano che ci fosse lo zampino del Pci nell’individuare i 61 operai da licenziare, ma rimaneva il dubbio. Nel 2000, ventuno anni dopo, ci pensò Giuliano Ferrara, al tempo dirigente del Pci torinese, a confermare che la lista dei 61 operai venne concordata tra la direzione Fiat e la direzione del Pci, in particolare con l’ufficio di Pecchioli.

[«la Repubblica», 13 ottobre 2000]

La Fiat auto ha 140.000 dipendenti, disturbati sistematicamente, nell’esercizio del proprio dovere, da alcune centinaia di professionisti dell’intimidazione. Di questi, 61 sono stati individuati e allontanati, per riportare in fabbrica un minimo di governabilità […]. 

D. Revocherete il blocco delle assunzioni?

Prima vogliamo che si rimetta ordine e si indaghi sull’ufficio di collocamento. Accadono cose singolari in quegli uffici, ci danno lavoratori sui quali è meglio non parlare. Del resto lo ha detto Minucci, membro della segreteria nazionale del Pci, che ha visto tra i lavoratori Fiat un brigatista.

[Scalfari intervista Agnelli, in «la Repubblica», 20 ottobre 1979] 

Alla fine dell’assemblea del secondo turno della Mirafiori-Carrozzeria, la stragrande maggioranza delle mani – tranne i capi e un solitario astenuto –, esibendo il tesserino giallo che attesta di essere dipendenti Fiat, si alzano

decise e votano no all’accordo. Ma dal palco, come se gli operai non fossero presenti a vedere coi propri occhi l’esito del voto, proditoriamente, viene decretato che l’assemblea ha «approvato a larga maggioranza»

come annuncerà un delegato del Pci, obbedendo alla direttiva di «far passare l’accordo a tutti i costi» impartita da Fassino, suo dirigente torinese.

Carniti, destinato all’assemblea delle Meccaniche, incasserà schiaffi, pugni, ombrellate, ma la decisione del vertice sindacale non cambierà. (La scena dell’imbroglio realizzato dai dirigenti sindacali sul voto operaio si vede chiaramente nel pezzi documentari inseriti nel film Signorinaeffe, di Wilma Labate, 2007).

 […] Conservo ancora una copia del volantino diffuso il giorno dopo ai cancelli dal Partito comunista che affermava: «La Fiat non è passata. 33 giorni di lotta operaia hanno piegatola Fiat e l’hanno costretta all’accordo…».

[…] La frattura tra sindacato-istituzione e sindacato-movimento è profonda, definitiva; ma che importa? I burocrati sanno che quegli uomini da domani, relegati nelle loro case, in preda a un’irreversibile crisi d’identità, non conteranno più nulla. Spinti ai margini, soli, disperati, conteranno tra le loro file 167 suicidi. […] Quando tutto finì, si arrestò di colpo la vita turbolenta e disordinata di quei 37 giorni. Da quel momento la nostra vita si sarebbe svolta in spazi e con ritmi diversi.

[Ines Arciuolo, A casa non ci torno, cit.] 

Quando una notte, passando davanti ai cancelli della Fiat presidiati dai picchetti, vidi delle ragazze e dei picchettanti ballare tra i fuochi, mi dissi: quelli non sono operai.  

[Cesare Romiti, all’epoca amministratore delegato della Fiat, ricordando una notte dei 37 giorni] 

Il sindacato reagisce ai licenziamenti con ricorso alla Pretura del lavoro, ma pone come condizione pregiudiziale che gli operai firmino una dichiarazione di fedeltà alle istituzioni e alla legalità:

Atteso che il sottoscritto dichiara di accettare i valori fondamentali ai quali il sindacato ispira la propria azione e in particolare di condividere la condanna senza sfumature non solo del terrorismo ma anche di ogni pratica di sopraffazione e di intimidazione, per la buona ragione che non appartengono alla scelta ai valori, alle convinzioni, al patrimonio di lotta del sindacato stesso, consolidati da una lunga pratica di varie forme di lotta e di difesa del diritto di sciopero, così come risulta dal documento conclusivo del Coordinamento nazionale Fiat approvato all’unanimità.

È un regalo chela Fiom fa ad Agnelli, che decide di rilanciare e, dopo il «reintegro» del Pretore dei lavoratori,la Fiat invia loro una nuova lettera di licenziamento.

Non tutti gli operai firmano, più di una decina verranno difesi dal «collegio alternativo». Un operaio rifiuta il ricorso. Sul quotidiano «La Stampa» (di proprietà della famiglia Agnelli) il segretario della Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici) Enzo Mattina afferma in un’intervista:

I cortei e i picchetti devono essere forme di persuasione psicologica, non fisica […]. La violenza non può certamente essere lo strumento per recuperare il consenso e l’adesione alle lotte da parte di quei lavoratori che eventualmente non le condividono […]. Il settore auto in generale e quello Fiat in particolare hanno problemi di tale importanza e urgenza che non è possibile un lungo periodo di incomunicabilità tra azienda e sindacato.

24.000 cassaintegrati a zero ore non rientreranno più in fabbrica.

[da Maelstrom, scene di lotta di classe… DeriveApprodi 2011, pag. 234,5,6,7]

La cronologia dei 37 giorni di lotta alla Fiat dal 10 settembre 1980 al 16 ottobre successivo, compresi i giorni di vigilia, si trova a questo link. (vi sono i risultati, stabilimento per stabilimento, del referendum tra i lavoratori) 

http://www.ecn.org/reds/lavoro/lavoro0212fiat35.html 

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