No.. alla confusione!!! No alle gabbie!!!

ATTENZIONE!… basta un po’ di confusione con  le IDEE e con le MANI… e puoi costruire gabbie per gettarci dentro esseri umani!!!!

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In Italia si torturava, in Germania si uccidevano i compagni imprigionati

Nel 1976 e nel 1977,  lo stato della Germania dell’Ovest, per cercare di stroncare la guerriglia interna, assassinò nelle sue carceri i prigionieri della Raf: Ulrike Meinhof nel 1976;  e l’anno successivo,  nel carcere di Stammheim, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, i primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Möller (a volte scritto anche Moeller), anche lei prigioniera a Stammheim, è stata l’unica sopravvissuta a quel massacro: fu ferita gravemente da quattro coltellate. (da un’intervista alla Moeller di prossima pubblicazione su questo Blog)
Questa è la sua testimonianza su quella notte. La Moeller smentisce tutte le menzogne che hanno sostenuto la tesi di regime del “suicidio”. Tesi sostenuta anche da “pentiti” e “dissociati” in cambio di congrui sconti di pena. Queste falsità sono presenti nel bruttissimo film di Uli Edel  “La banda Baader Meinhof” del 2007, e nel libro pieno di falsità del “pentito e dissociato” Peter Jürgen Boock “L’ autunno tedesco” (vedi qui cosa ne dice il militante della Raf, Klaus Viehmann).
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*Nel 1976 Ulrike Meinhof è morta in carcere. Come hai appreso la notizia?
Di mattina alla radio, con il supplemento che disse che si era suicidata. In quel periodo ero ancora ad Amburgo Holstenglacis ed avevo l’ora d’aria con Ilse Stachowiak o Christa Eckes o Margrit Schiller. Eravamo come elettrizzate. La notizia era identica a quella del BILD del luglio 1972 nel quale era corsa voce che Ulrike si fosse suicidata per tensioni nel gruppo. Per questo pensammo all’inizio “ non può essere vero”, lei vive, era poi stata da noi. Quando non ci furono più dubbi sulla morte avemmo la consapevolezza che fosse stata assassinata. Conoscevamo le sue lettere che fino all’ultimo aveva scritto ad ognuno di noi. Da esse si capiva la stretta relazione che aveva con noi e sapevamo altresì del suo lavoro sul processo di Stammheim dove si trattava di chiamare a testimoniare testi del governo USA, membri del governo e rappresentanti del pentagono, membri del governo RFT di tutto il decennio della guerra del Vietnam, ex membri della CIA, polemologi  cioè tutti quelli che avrebbero potuto dire qualcosa sull’escalation e la partecipazione del governo federale tedesco alla guerra di aggressione contro il Vietnam.
Infine aveva lavorato ad una istanza per chiamare a testimoniare Willy Brandt e chiedergli del suo rapporto con la CIA. Era particolarmente ferrata e dirompente nella storia della repubblica federale.
Ulrike sapeva che c’era un azione di liberazione ma come noi non sapeva esattamente né quando né come. Si trattava concretamente di due azioni, l’una dietro l’altra ed entrambe preparate da più organizzazioni. La prima fu il sequestro aereo del giugno 1976 conclusosi ad Entebbe, azione che , per come si svolse, non ebbe il nostro assenso. La seconda per gli sviluppi in Libano saltò. Che un’azione di liberazione ci dovesse essere lo sapevano anche i servizi segreti. Il ministro Maihofer lo dichiarò pubblicamente per giustificarsi di fronte al caso Traube (è il caso del fisico Walter Traube, socialdemocratico collaboratore di una società di costruzione di centrali nucleari, che fu licenziato dopo un anno di controlli telefonici da parte del Verfassungsschutz-servizi segreti- per i suoi contatti con attivisti antinucleare). Dopo la storia di Stoccolma, il governo Schmidt era deciso a fare l’impossibile per evitare nuove azioni di liberazione. Il modo più efficiente è alla fine quello di uccidere i prigionieri. Dopo le torture nel braccio morto e il tentativo di psichiatrizzare Ulrike per impedirgli di pensare, sembrò essere la soluzione migliore. Sin dall’inizio Ulrike fu l’obiettivo centrale delle azioni contro la RAF. La sua storia particolare di vent’anni di resistenza antifascista, la sua rottura rivoluzionaria con le forme borghesi della politica comunista e il legalismo senza esito dell’opposizione alla guerra in Vietnam, il movimento studentesco, la sua notorietà internazionale furono le coordinate della trama e del calcolo per l’azione che, inscenando un “suicidio”, avrebbe avuto un effetto demoralizzante  nei gruppi di guerriglia e nei movimenti di liberazione, ma anche che facesse apparire un’azione di liberazione inutile e che fosse  “l’eliminazione dei capi per sgretolare il gruppo” per usare le parole del capo del Verfassungsschutz di Amburgo Horchem. Che con noi fosse diverso, è un’altra questione.
Ci fu una commissione d’inchiesta indipendente sulla sua morte nella quale si sono riuniti personalità internazionali. Nel resoconto finale arrivarono alla conclusione “ Non è stato prodotto un solo dubbio che superi tutte le prove che Ulrike non fosse più viva al momento dell’impiccagione. Al contrario si può dimostrare che fosse già morta”.
*La procura ha sostenuto che Ulrike si fosse suicidata per le tensioni all’interno del gruppo, prima tra tutte Gudrun Ensslin
Come prova portarono bigliettini singoli forniti dalla procura e dal ministero della giustizia del Baden Württemberg tra Ulrike e Gudrun, ma risalivano a  un particolare periodo nel 1975, quindi già vecchi. Inoltre non erano completi… La polemica interna era già stata risolta da tanto tempo al momento della sua morte. Quando fummo assieme a Stammheim ne parlammo a lungo, anche di come un prigioniero possa vedere la morte come unica possibilità contro la lenta distruzione. Eravamo sicuri che se Ulrike si fosse sentita così ce ne avrebbe parlato. Ad Andreas e agli altri. Non c’era motivo di nascondere questi sentimenti in una tale situazione, anzi il contrario.

=cronaca di quel periodo= L’autunno tedesco e le sue conseguenze
Il 1977 fu un anno di crisi. A febbraio lo Spiegel pubblicò i documenti del caso Traube titolando “stato di diritto o stato atomico?”. Si scoprì inoltre che nel biennio 1975/76 si erano effettuate intercettazioni nelle celle di prigionieri, soprattutto della RAF.
Il movimento antinucleare si trovò di fronte al confronto con la questione della violenza. Se a febbraio a Brokdorf c’era stata una manifestazione pacifica dove i manifestanti non si lasciarono dividere tra buoni e cattivi, a Malville in Francia  la polizia fece un morto e numerosi feriti gravi.
Il 23 e 24 settembre si manifestò contro il reattore di Kalkar, 20.000 furono bloccati dagli sbarramenti della polizia con carri armati, elicotteri e un intero apparato militare. L’impreparazione  a tale apparato militare venne definita “Kalkar Schock”. Il movimento antinucleare non fu solo indebolito dall’aspro confronto con la polizia, si era anche orientato in maniera diversa nei contenuti. Non si parlava più del significato militare della cosa, ma di quello ecologico, del pericolo di fronte ad una catastrofe nucleare.
La RAF intanto cercava di liberare i suoi prigionieri. Durante il 1977 si consuma la seconda offensiva della RAF. Il 7 aprile ‘77 a Karlsruhe il ”Kommando Ulrike Meinhof “ assalta l’auto dove viaggia il procuratore generale Sigfried Buback uccidendo a raffiche di mitra lui, il suo autista ed un poliziotto della scorta.
Il 28 dello stesso mese si conclude il lungo processo a carico di Baader, Ensslin, Raspe per gli attentati del 1972: tutti e tre vengono condannati all’ergastolo.
Il 30 luglio il presidente della Dresdner Bank, Juergen Ponto viene ucciso nella sua casa in un tentativo di sequestro.
Il 5 settembre ‘77 a Colonia il commando “Siegfried Hausner” della RAF sequestrò il presidente della Arbeitgeber Hans Martin Schleyer uccidendo i tre agenti della scorta e l’ autista. In cambio della liberazione di Schleyer il commando chiedeva la liberazione di 8 detenuti della RAF e il trasporto in un paese a loro scelta, così come la somma di 100.000 Marchi ciascuno.
Due giorni dopo, 72 prigionieri vengono posti in isolamento con il blocco totale dei contatti sia tra prigionieri sia con l’esterno, radio tv e giornali vengono altresì proibiti.  L’ operazione viene legalizzata da una legge ad hoc approvata il 29 settembre. Occorre far notare che con le due unità di crisi vengono uniti potere legislativo ed esecutivo e che gli ordini del tribunale che sanciscono l’incostituzionalità dei provvedimenti e che  permettono un incontro tra prigionieri ed avvocati vengono ignorati.
A metà settembre il commando con l’ostaggio si trasferisce da Colonia a l’Aia per sfuggire alla pressione investigativa. Alla fine del mese il commando si divide : una parte si trasferisce con l’ ostaggio a Bruxelles e gli altri membri vanno a Baghdad per incontrarsi con membri della resistenza palestinese con la mediazione di un membro delle R.Z. (Cellule Rivoluzionarie). Nella capitale irachena Abu Hani propone un dirottamento aereo a supporto del sequestro Schleyer.
Visto che le autorità non cedevano allo scambio il 13 ottobre un commando palestinese del S.A.W.I.O, con la supervisione di Abu Hani del PFLP/SC dirottò il Landshut, un Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo chiedendo la liberazione di una lista di prigionieri politici , tra i quali il vertice della RAF.
I giornali reazionari come il BILD chiedono l’ esecuzione di “terroristi” per rispondere a quella di ostaggi, pure sul giornale liberale FAZ si legge “non sarebbe il tempo di istituire un diritto d’emergenza contro i terroristi?” settori della  CSU chiedono la pena di morte.
Il 17 ottobre verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta. La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas Baader,  Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller invece era ferita gravemente da quattro coltellate al petto. La versione ufficiale parla di suicidi a seguito della notizia del fallimento del  dirottamento aereo, senza però riuscir a spiegare come avevano potuto saperlo e come potevano avere due pistole e un coltello in un carcere di massima sicurezza, trovandosi inoltre in isolamento da due mesi. Per l’estrema sinistra furono omicidi di stato.
Oltre alla seguente testimonianza della Moeller ci sono numerose incongruenze nella versione. Perché il mancino Baader teneva la pistola nella mano destra? Come ha fatto a spararsi da trenta a quaranta centimetri nella nuca? Perché il cavo elettrico con la quale la Ensslin si sarebbe impiccata si rompe al tentativo di sollevarla? Inoltre vennero rinvenute ferite che non avevano a che fare con l’impiccagione. Appare altresì strano che non ci fossero impronte sulla pistola di Raspe.
A seguito di questi avvenimenti venne ucciso Schleyer. Il suo cadavere fu scoperto dietro segnalazione, nel portabagagli di un Audi 100 a Mulhouse, in Francia.
Il mese successivo venne trovata impiccata nella sue cella, anche Ingrid Schubert, un’altra prigioniera della RAF di cui era stata chiesta la liberazione. Permangono gli stessi dubbi, tanto più che lei, a differenza dei tre che avevano preso da poco un ergastolo, sarebbe uscita nel 1982. Nei due anni successivi nel corso di operazioni di polizia, vennero uccisi altri tre membri della RAF:  Willy Peter Stoll (a Duesseldorf il 6 settembre1978), Michael Knoll (24 settembre1978 presso Dortmund) ed Elizabeth Von Dyck (a Norimberga il 4 maggio 1979). Rolf Heissler scampò invece alla morte solo perché riuscì a ripararsi la testa con una cartellina che deviò il  colpo mortale.
Nella società tedesca si assistette ad un operazione di massiccia censura di tutto ciò che mostrasse simpatia per i movimenti di liberazione, persino un pezzo teatrale come “Antigone” (di Sofocle) venne censurato. L’interdizione dall’impiego, la limitazione dei diritti della difesa e la censura furono criticati dal tribunale Russell.
*Quando avete saputo a Stammheim che Schleyer era stato rapito?
La sera stessa dalla TV. Poco dopo venne un commando di polizia. Dovemmo spogliarci nudi, i nostri vestiti vennero vagliati minuziosamente e poi fummo chiusi in celle vuote ad aspettare la fine della perquisizione di sbirri e magistrati. Alla prima occhiata mancavano la radio, tv, giradischi e tutti gli accessori. A questo punto eravamo 4 nel braccio morto, Nina era stata spostata a Stadelheim il 18 agosto e doveva tornare subito da noi. Fino ad allora avevamo delle mensole davanti alle celle (nel corridoio) con degli oggetti che usavamo in comune come libri, roba da toilette ecc. il 6 settembre il corridoio venne sgomberato e tutta la roba fu messa sotto chiave. Da allora in avanti non potevamo usare più nulla in comune né consolarci a vicenda. Il blocco dei contatti era già stato attivato, non solo contro di noi, ma contro tutti i prigionieri politici nella RFT. Erano più di 90.
*Prima del rapimento Schleyer avete vissuto in celle d’isolamento?
Prima a notte potevamo rimanere assieme, uomini e donne divisi. Da agosto ero assieme a Gudrun, anche perché era estremamente indebolita dagli scioperi della fame e della sete e pensavamo che non ce la facesse a sopravvivere. Nella notte fummo divise e rimanemmo tutti in celle d’isolamento.
*Avete riavuto le cose confiscate nella perquisizione?
No. Dopo alcuni giorni riavemmo solo il giradischi. Ciò che poteva servire per  l’informazione se lo sono tenuto.
*Avevate saputo in anticipo che Schleyer sarebbe stato rapito? C’erano stati accordi tra di voi e le persone che formarono il commando Siegfried Hausner?
Non c’erano stati accordi col commando. È stato detto che i prigionieri gestivano le azioni dalla cella, ma non è così. Come avremmo potuto farlo? Avemmo però il presentimento che qualcosa sarebbe avvenuto. Il 7/4/77 il commando Ulrike Meinhof uccise il procuratore generale  Buback mentre ci trovavamo in sciopero della fame per ottenere la revoca dell’isolamento e la riunione in un gruppo di 15 persone. Durante questo sciopero, dopo l’uccisione di Buback, fummo isolati per la prima volta, senza poter ricevere nemmeno gli avvocati, allora non c’era una base legale che lo permettesse. Per protesta siamo entrati in sciopero della sete. Il blocco dei contatti è stato rimosso, ma le nostre richieste non sono state accolte. In questo periodo ci fu un enorme solidarietà internazionale, teologi, giudici americani, belgi, francesi e inglesi avvocati e giuristi sostennero le nostre richieste di riunione. Il 30 aprile abbiamo ottenuto la promessa che altri prigionieri sarebbero stati trasferiti a Stammheim. Poi il 30 luglio venne ucciso Ponto (….). In quel periodo era chiaro che il processo di Stammheim si avviava alla fine e che ci sarebbe stata la sentenza. Era una fase nella quale è successo molto e l’atmosfera era tesa. Per questo ci aspettavamo che succedesse qualcosa, anche se non sapevamo cosa. Quando abbiamo sentito che Schleyer era stato rapito abbiamo pensato che potesse avere a che fare con noi. Le richieste furono divulgate il giorno successivo, allora fummo isolati completamente.
*C’era comunicazione tra di voi?
Potevamo gridarci qualcosa. Principalmente la notte. Quando se ne sono accorti ci hanno inchiodato materassi di gommapiuma davanti alla porta. Inoltre le grida erano difficili da capire perché, dopo che il corridoio era stato svuotato, rimbombava assai
*Oltre alla comunicazione a voce c’erano altre possibilità di comunicazione?
No, non avevamo nessuno a cui poter dire le cose.
[….]
Avevo dormito pochissimo nei giorni precedenti, anche di giorno; niente pisolini. Fisicamente ero esaurita per lo sciopero della fame, perché non mangiavo quella roba e ci era proibito acquisto di viveri. Non avevo più riserve per rimanere attiva, ma mi aiutava a stare sveglia. Poi ho chiamato Jan tardi in nottata. La cella dove allora stavo era abbastanza sformata e se ci si sdraiava si poteva chiamare da sotto la porta. Jan era davanti a me, a  un paio di metri di distanza di lato. Mi ha sentito e risposto ho detto “He, um” per sapere che succedeva. Poi mi son messa sotto le coperte e mi sono addormentata. Quando non so dirlo, con esattezza , ma fu nelle ore successive.
La mia prima sensazione fu un rumore in testa, mentre qualcuno mi apriva le palpebre sotto la luce accecante del corridoio, molte figure attorno a me che mi hanno afferrato. Dopo ho sentito una voce che ha detto “Baader ed Ensslin sono morti”. Infine ho perso i sensi. Mi sono risvegliata completamente giorni dopo nell’ospedale a Tubinga. Un giudice sedeva accanto al letto e voleva sapere cosa fosse successo. Da lui ho sentito che anche Jan era morto. Da lui ho anche appreso che l’aereo era stato assaltato e che i dirottatori, tranne una donna, erano stati uccisi. La mia avvocatessa mi ha detto che ha tentato senza successo di arrivare a me per tutto il tempo.
Ma non potrei raccontarti il senso di quel discorso. Prova a immaginarti che dopo settimane di blocco totale, era il primo contatto con una persona di fiducia. Inoltre ero gravemente ferita ed avevamo solo un ora di tempo. Ero nel reparto ustionati e tutto era piastrellato e sterile. Ero attaccata ad una flebo che gorgogliava, avevo dolori terribili, c’erano sbirri ovunque, persino i dottori di questo reparto erano sorvegliati.
Inizialmente non seppi che ferite avevo. Me lo disse dopo un medico di fiducia. Di 4 coltellate al petto, una aveva colpito il pericardio e ferito un polmone che si era riempito di sangue. A Tubinga mi dovettero incidere la gabbia toracica e posizionarvi un drenaggio per aspirare tutto il liquido della ferita. Il corpo contundente doveva essere stato conficcato con violenza ed essere stato fermato da una costola che presentava un’incisione.
Nel reparto rianimazione rimasi una settimana, là una fisioterapista mi ha aiutato a recuperare la capacità respiratoria. Ho ricevuto forti dosi di tranquillanti e sedativi e mi ricordo poco di quel giorno. Ma un immagine mi è rimasta impressa: giorno e notte c’erano due o tre sbirri con i berretti, mantelli e soprascarpe  sterili, mentre davanti alla finestra pattugliavano altri armati di mitra. Il fine settimana mi riportarono in carcere a Hohen Asperg  con l’elicottero. Là rimasi 4 settimane per molto tempo non fui in grado di camminare ed ebbi dolori per anni a respirare,tossire, sdraiarmi di fianco e persino a ridere.
*Hanno trovato l’arma con la quale sei stata ferita?
Nella versione officiale si parla del coltellino in dotazione, ma non quadra perché la ferita è piuttosto profonda. Quello era un coltellino che si utilizza per spalmare il burro e, assieme alle forbicine per ritagliare giornali che erano in un angolo, fu l’unico oggetto “da taglio” ritrovato in cella. Ma non si trattava di esse, loro dissero che era stato il coltello smussato.
*Il tuo avvocato ha parlato con i medici per sapere se le ferite sarebbero state compatibili con un coltellino del genere.?
Hanno provato a parlare con i medici e il personale d’assistenza, ma hanno sempre trovato porte chiuse. Gli era proibito parlare con il mio avvocato. Alcune infermiere hanno tentato di fargli arrivare notizie, ma non ha funzionato granché. Il personale aveva paura. Anche gli avvocati erano stati intimiditi. Vennero istituiti numerosi procedimenti disciplinari contro i nostri avvocati, non erano certo buone premesse per chiarire qualcosa. Io stessa ho provato ad avere gli atti e la documentazione, inutilmente. Le lastre non ho mai potuto vederle. Anche in seguito, quando ero a Lubecca ed avevo ancora dolori al respiro, il medico della prigione le ha richieste. Pensavamo che da prigione a prigione potesse funzionare. Ma nulla, le due prigioni non le hanno spedite (Hoheasperg e Stammheim).
*Quando hai raccontato per la prima volta ciò che ti è successo?
Prima ho parlato con un avvocato, poi ho fatto le mie  dichiarazioni davanti alla commissione di inchiesta. Era il 16 gennaio 1978. avrebbero già voluto farlo nel dicembre 1977, ma ero troppo debole e mi trovavo in sciopero della fame perché volevo assolutamente essere raggruppata con gli altri. Fu tremendo. Giacevo in divisa carceraria sul materasso in terra ed ero sorvegliata continuamente. Venne poi un funzionario della commissione d’inchiesta e mi disse che ero tenuta a rilasciare una dichiarazione e di tenermi pronta per l’8 dicembre. La dichiarazione si sarebbe svolta a porte chiuse. Ma in questo modo mi sono rifiutata. Così hanno stabilito il termine per gennaio 1978.
Ci andai perché volevo dichiarare pubblicamente di fronte alla stampa. L’audizione si svolse nella sala dove c’era stato il processo. C’erano 200 posti ed erano tutti gremiti. Risposi alle loro domande. Il protocollo si può anche leggere. Gli atti della commissione non li ho ricevuti fino ad oggi. Non ho potuto correggere, cambiare o aggiungere cose al contenuto della mia dichiarazione perché nessuno me l’ha data. La versione stampata non è autorizzata e neppure completa.
*Com’era la situazione per te?quella notte ti sei alzata ed eri gravemente ferita. Che hai pensato?
Per me fu tutto confuso. C’era il dolore terribile che gli altri non fossero più con me. Non avevo però neppure il tempo di rattristarmi, dovevo chiarirmi la situazione. Riflettei ai segnali che c’erano stati di una tale escalation. Volevo chiarire un po’ di cose. Nel corso degli anni c’erano state minacce di morte contro Andreas, Ulrike era morta, avevamo pensato che tali omicidi potessero succedere, non ci siamo mai sentiti sicuri in galera. Questo era un motivo per il quale volevamo restare uniti e non lasciarci dividere, per proteggerci a vicenda. Ma sapere che questo può avvenire, è ben altro che viverlo in realtà. Da sola dovevo venirne a capo. Era un dolore totale che mi stordiva più della paura che qualcuno ci riprovasse.
Poi ho tentato meglio che potevo per arrivare alle informazioni. Ciò ha caratterizzato il corso dei miei giorni allora. Fu terribilmente difficile perché non avevo giornali, non avevo gli atti e non potevo avere visite. Gli avvocati venivano ma avevamo appena il tempo di discutere solo le cose più necessarie e urgenti. Non avevo nulla da verificare o controllare. All’Hohen Asperg hanno tolto il blocco dei contatti a fine ottobre. La radio non me l’hanno ridata perché dissero che avrei potuto usare il filo per impiccarmi. Con questa scusa mi hanno tolto tutto. In questo periodo, quando giravano la gran parte delle informazioni ed ho tentato con urgenza di sapere le cose. Non avevo accesso al modo.
*Non avevi neppure giornali? Con quelli è difficile impiccarsi..
Tagliavano tutto ciò che potesse aver a che fare con Stammheim o il Landshut nel senso più ampio. Li ho avuti 20 anni dopo quando sono uscita di carcere nella cassa dei “beni”. Allora dai giornali leggevo solo lo sport e forse un paio di articoli del Feuilleton.
*Non hai potuto ricevere testi o informazioni per posta dai difensori?
Gli avvocati non hanno spedito nulla. Avevano paura che tutto fosse illegalizzato come sistema d’informazione. Di fronte al clima arroventato era anche un timore giustificato. In Germania due avvocati erano già in galera e Klaus Croissant era in Francia in attesa di estradizione.
*Quando avesti di nuovo contatti con qualcuno del tuo gruppo?
Per lungo tempo non avvenne. Avevo voglia di essere riunita con gli altri, in particolare con Nina (Ingrid Schubert). A Hohen Asperg sentii da lontano un brano della radio: Ingrid Schubert si era impiccata a Hohen Asperg. Ero come tramortita. Questo era il 12 novembre. Si parlò subito di suicidio per quanto tutti i fatti parlassero contro. Ho letto molto più tardi le sue lettere dell’ultima settimana e descrive di come fu assalita il 18 ottobre e sottoposta a perquisizione ginecologica. I suoi piani per il futuro prossimo erano quelli di tornare con noi. Dalla pubblica discussione è uscita subito perché non è morta a Stammheim e perché nonostante le stranezze non ci fu nessuno che continuò le indagini. Gli atti furono chiusi nel 1978.
[…]
*Altra domanda fondamentale è come avreste potuto procurarvi armi. K.H. Roth in un’intervista al “Konkret” sostiene che c’erano armi in cella e la cosa era risaputa dalle autorità senza che si sapesse però esattamente quali fossero.
Non avevamo armi. Dire che avessimo nascosto armi in cella ha poco senso perché durante il blocco dei contatti dovemmo spostarci più volte e non sapevamo in anticipo né quando né dove.
Se avessimo avuto armi ne avremmo fatto altro uso che quello di suicidarsi. Ci saremmo difesi o tentato di uscirne e certamente non ci saremmo uccisi isolatamente
*Vista così avrebbe senso lo scenario ipotizzato da Schmidt a una conferenza: Baader avrebbe tentato di portare qualcuno della cancelleria da voi in prigione per prenderlo in ostaggio
Ma non l’ha fatto! Se avessimo progettato un’azione di liberazione da Stammheim avremmo tramato ben altro. Scenari del genere sono, di fronte agli scenari che avevamo davanti, totalmente irrealistici. Siamo stati perquisiti continuamente, tutto era sorvegliato. Non avevamo armi. Come poi? Andreas, come risulta anche dalla documentazione del governo, aveva uno scopo politico. Non era un’azione mascherata. Certo che di solito piace girarci intorno, ma porta poco lontano. La realtà del 1977 ha lasciato poco spazio a questi pensieri artistici. Vivevamo in una condizione estrema, il blocco dei contatti appunto.
*Il fatto che avevate armi in cella non è sostenuto solo dalla commissione, ma anche alcuni testimoni che dicono di aver aiutato a imboscare le armi. A questa storia di Volker Speitel c’è anche una variante di Peter Jürgen Boock che sostiene di aver preparato più armi.
È sempre difficile dimostrare che qualcosa non è successo. Su Volker Speitel non posso dire molto perché io stessa non ebbi a che fare con lui. Ma Hanna Krabbe lo conosceva perché originariamente voleva partecipare all’azione di Stoccolma. Ma se l’è svignata un paio di settimane prima per riapparire poi nell’ufficio dell’avvocato Klaus Croissant. Dice di aver preparato le armi ed esplosivi nella primavera del 1977 che sarebbero poi state portate da Arndt Müller nascoste in un coperchio degli atti e poi passate durante il dibattimento a Jan, Andreas e Gudrun che le portarono dal tribunale in cella. Chi sa come venivano controllati i nostri avvocati non può credere a questa versione. Ci fu fin dall’inizio la propaganda che gli avvocati fossero nostri corrieri, ambasciatori e galoppini. Per questo venivano perquisiti a fondo ed in maniera pignola. Ogni foglio veniva spiato, in queste condizioni introdurre armi sarebbe stata pura pazzia. Inoltre per come era fatta Stammheim sarebbe stato poco probabile uscirne anche se si avevano tre pistole e dell’esplosivo. Ci aspettavamo di essere liberati da fuori dalla RAF.
Le storie di Speitel non sono per niente credibili. Inizialmente ha dichiarato di aver ricevuto le armi dagli illegali, tramite un corriere nel marzo del 1977, dopo ha sostenuto che gli illegali stessi gli avessero dato le armi, in ogni caso non si poteva ricordare chi fosse il corriere o gli illegali che gliele dettero. Dopo disse che fu Sieglinde Hoffmann a dargli una pistola e l’anno successivo si ricordo esattamente che erano due. Ricorda poi che potrebbe essere stato il Giugno 1977, ma in quel periodo il processo era alla fine e gli avvocati, anche se lo avessero voluto, non avrebbero più potuto introdurre le armi nel modo indicato dalla commissione. Le favole di Boock non sono migliori:  Speitel, che sostiene di aver preparato le armi, non appare nel racconto di Boock e Boock, che sostiene di aver preparato le armi per il trasporto,non appare nel racconto di Speitel.
*Ci sono altre due “interne” che dichiarano che voi vi sareste suicidati. Susanne Albrecht e Monika Helbing, che nel 1977 erano nella RAF e che in seguito andarono da fuoriuscite nella DDR hanno dichiarato che ci sarebbe stato tra i quadri della RAF un “azione suicida” nel caso che non ci fossero più state altre possibilità di uscire. Entrambe si riferiscono a Brigitte Mohnhaupt che fu rilasciata nella primavera del 1977 e che rientrò subito in clandestinità
Entrambe hanno escogitato la cosa in un momento nel quale erano testimoni in un processo e volevano ottenere uno sconto di pena. Questo sui motivi. Posso dire che tra noi non c’era nulla del genere né come discussione né come piano.
[…]
*Per voi quindi il solo sopravvivere era una vittoria?
Sicuro. Nel momento in cui devi essere schiacciato ma sopravvivi, qualcosa l’hai raggiunto e ci rimani attaccato. Ciò che avevamo in testa era di fare un ulteriore sciopero della fame per accelerare alla decisione in quella settimana. Si trattava anche di prendere dalle mani del governo la decisione su di noi, come dicemmo in quei giorni, che non si tratta certo di annunciare il nostro suicidio come interpretarono avidamente governo e polizia. Perché poi avremmo dovuto annunciarlo? Per dargli la gioia dell’attesa?. Sapevamo bene che ci avrebbero visto più volentieri morti che vivi. Inoltre era chiaro che fino a che eravamo dentro e vivi, ci sarebbero stati quelli fuori che avrebbero voluto liberarci.
[…]
*Negli anni , hai riflettuto di un possibile scenario , di cosa poté essere successo in quella notte?
Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi. Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte.
*Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?
Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA, che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.
*Nella discussione all’interno della sinistra su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.
Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione, Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

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Processo ai torturatori dello stato italiano. Vogliamo riaprirlo?

Note e cronologia del processo ai torturatori di stato contro i militanti delle Brigate rosse, a cura del Coordinamento Veneto-Friuli contro la Repressione del luglio-agosto 1983

vedi il rinvio a giudizio dei torturatori al post:

https://contromaelstrom.wordpress.com/2011/06/29/i-poliziotti-torturatori-dei-nocs-rinviati-a-giudizio/

sulla tortura vedi anche:

http://baruda.net/2012/01/18/1982-la-magistratura-arresta-i-giornalisti-che-fanno-parlare-i-testimoni-delle-torture/
http://insorgenze.wordpress.com/2012/01/18/1982-la-magistratura-arresta-i-giornalisti-che-fanno-parlare-i-testimoni-delle-torture/
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Cos’è oggi il carcere?

Il carcere, come sistema portante del controllo sociale, nasce con il sistema stesso di produzione capitalistica e, in particolare nel momento di accumulazione originaria, adempie ad una funzione oggettiva precisa: educare le masse di ex contadini in proletariato, attraverso l’apprendimento coattivo della disciplina del salario. Strumento di « socializzazione» primaria, il penitenziario si struttura sul modello produttivo allora dominante (originariamente la manifattura, successivamente la fabbrica) e da questo mutua la propria organizzazione interna, in particolare le forme e i modi di sfruttamento della forza lavoro detenuta. Ma già agli inizi del ventesimo secolo, nei paesi a capitalismo più avanzato, il carcere cessa di avere qualsiasi «funzione reale», come mezzo, cioè, di «ri-educazione», per mantenere enfatizzata una dimensione puramente ideologica, come strumento di modulazione del terrore repressivo. Il controllo sociale, l’egemonia del capitale sul lavoro, si esercita ormai attraverso altri strumenti che non siano quello coercitivo dell’internamento. E’ da questo preciso momento che inizia la lenta agonia del carcere, è da questo momento che, svuotato di ogni «funzione reale», feticcio ormai del dominio di classe, il carcere lotta contro la sua morte. Ma, ciò che più importa, continua ad « esistere», a «sopravvivere».
Il sistema carcerario contemporaneo finisce per oscillare sempre più tra la prospettiva della sua estinzione e quella della trasformazione in strumento del terrore, alieno definitivamente ad ogni funzione oggettiva di rieducazione. il carcere non ha più, e non potrà mai più avere, alcuna funzione reale e oggettiva di «apparato» di rieducazione, in quanto la sua funzione si è ormai atrofizzata a pura «ideologia»
Il penitenziario nasce già afflitto da una malattia mortale, la sua storia è la storia di una «terapia impossibile», di una «riforma impossibile».
Scrivevano Georg Rusche e Otto Kirchheimer nella loro validissima opera “Pena e struttura sociale”  sul finire degli anni Trenta del secolo scorso.  A distanza di oltre 70 anni il carcere ci presenta, senza più veli, la sua dimensione terroristica e l’impossibilità di ogni riforma.

...e intanto continua a maciullare uomini e donne

CONTRO OGNI CARCERE…. AMNISTIA ORA!!!!

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il 15 gennaio di 93 anni fa la socialdemocrazia assassinava Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht

Rosa Luxemburg (5 marzo 1871 – 15 gennaio 1919)
Rivoluzionaria comunista polacca, nata il 5 marzo 1871 a Zamoshc. Da giovanissima aderì a Proletariat, formazione clandestina rivoluzionaria socialista; costretta ad abbandonare la Polonia russa per sfuggire ad un arresto, studiò economia politica e legge (1889-1896) a Zurigo, sostenendo posizioni decisamente internazionaliste fra i gruppi socialisti polacchi in esilio.
Trasferitasi a Berlino aderì al Partito socialdemocratico, prendendo posizione, assieme a Karl Kautsky, contro il revisionismo teorico di E. Bernstein e rappresentando, con Karl Liebknecht, l’ala sinistra del partito. Contro Bernstein è dedicato lo scritto “Riforma sociale o rivoluzione?” del 1899. Per la Luxemburg l’azione riformista poteva essere solo un mezzo di alcune fasi della lotta di classe, ma la strategia riformista non avrebbe fatto che appoggiare la borghesia dominante.
Prese il dottorato nel 1898 e successivamente conobbe molti socialdemocratici russi come: Georgy Plechanov e Pavel Axelrod. Epresse però forti differenze teoriche con il partito russo sulla “questione nazionale” in particolare sull’autodeterminazione polacca. La Luxemburg era convinta infatti che l’autodeterminazione potesse solo indebolire il movimento socialista internazionale, aiutando la borghesia a rafforzare il suo ruolo di classe dominante sulle nuove nazioni indipendenti. Mentre il partito russo e quello polacco erano d’accordo nel considerare legittimi i sentimenti di autodeterminazione delle minoranze nazionali all’interno dell’impero russo.
In questo periodo la Luxemburg incontrò Leo Jogiches, colui che sarà suo compagno per tutto il resto della sua vita e col quale condividerà un’intensa relazione tanto personale quanto politica. [vedi: Rosa Luxemburg, Lettere a Leo Jogiches (a cura di Lelio Basso), Feltrinelli, 1973]
Nel 1902-04 lavorò alla Gazeta Ludowa (Giornale del popolo). Nel 1904 subì la prima detenzione, di tre mesi, per lesa maestà; tornò in carcere per qualche mese l’anno successivo, quando si recò a Varsavia in occasione della prima rivoluzione russa. Nel 1905, scoppiò in Russia una rivoluzione che si espanse alla Polonia russa e a tutti gli angoli dell’impero zarista, la Luxemburg espresse il suo più pieno appoggio al partito bolscevico contro menscevichi e socialrivoluzionari e rivolse le sue attenzioni ed i suoi sforzi nell’appoggio al partito socialdemocratico di Polonia e Lituania (SDKPiL); pur non riuscendo a lasciare la Germania fino al dicembre 1905 svolse ugualmente il suo ruolo di principale analista politico del SDKPiL, scrivendo per esso un vasto numero di opuscoli; fu inoltre molto occupata dal problema di fornire un’educazione marxista di base alle migliaia di nuovi attivisti del partito, che nel giro di meno di un anno passarono da poche centinaia ad oltre 30.000. Non appena giunta a Varsavia, nel 1906, venne però arrestata.
Sempre nel 1906 scrisse “Sciopero di massa, partito politico e sindacato“, in cui esaltava l’importanza dello sciopero generale, ed attaccava con violenza il conservatorismo della burocrazia istituzionalizzata dei sindacati. A causa di questa sua visione dello sciopero di massa come il più importante strumento rivoluzionario nelle mani del proletariato, scaturì un duro conflitto nella socialdemocrazia tedesca, soprattutto con August Bebel e Karl Kautsky.
Dal 1907 al 1914 insegnò economia politica alla scuola di partito di Berlino, pubblicando una delle sue opere fondamentali, “L’accumulazione del capitale” (1913), lavoro volto a spiegare l’inesorabile movimento del capitalismo verso la sua fase imperialistica.
Trovandosi sempre più a sinistra in seno ad una socialdemocrazia tedesca, che andava sempre più accentuando il suo carattere opportunistico, finì per polemizzare, sul tema della riforma elettorale allora in discussione, col vecchio amico di un tempo, quel Karl Kautsky che era ancora considerato all’interno dell’Internazionale il rappresentante della più pura ortodossia marxista. (La rottura tra Lenin e Kautsky avviene successivamente a quella di Rosa).
Allo scoppio della prima guerra mondiale la Luxemburg si oppose ardentemente alle posizione social-scioviniste assunte dalla socialdemocrazia tedesca, che appoggiò apertamente l’aggressione tedesca e le sue annessioni. Insieme a Karl Liebknecht (l’unico parlamentare socialdemocratico che aveva spezzato la fedeltà al partito rifiutando di votare a favore della concessione dei crediti di guerra), abbandonò il partito socialdemocratico e partecipò alla formazione del Gruppo Internazionale (che presto muterà nome in Lega Spartaco) allo scopo di contrastare il socialismo nazional-sciovinista e di incitare i soldati tedeschi a rivoltare i loro fucili contro il loro governo per abbatterlo.
A causa di questa loro agitazione rivoluzionaria, la Luxemburg e Liebknecht vennero arrestati e imprigionati. In carcere la Luxemburg scrisse quella disamina del movimento socialista, nota come Junius Pamphlet (1916). Il Junius Pamphlet divenne il fondamento teorico della Lega di Spartaco.
Sempre dal carcere la Luxemburg scrisse il suo famoso libro “La Rivoluzione Russa”, nel quale critica il potere del partito bolscevico. In questo testo la Luxemburg spiega il suo punto di vista a proposito della teoria della dittatura proletaria: “Sì alla dittatura! Ma questa dittatura consiste in un modo di applicare la democrazia, non nella sua eliminazione, in un energico e risoluto attacco ai ben-consolidati diritti e relazioni sociali della società borghese, senza i quali la trasformazione socialista non può essere realizzata. Questa dittatura dev’essere opera della classe, e non di una parte che agisce in nome della classe – cioè, essa deve procedere passo dopo passo per mezzo dell’attiva partecipazione delle masse; essa dev’essere sotto la loro diretta influenza, completamente soggetta al controllo dell’attività pubblica; essa deve scaturire dalla crescente consapevolezza politica della massa del popolo“.
Pur criticando l’eccessivo potere del partito bolscevico sul governo sovietico, la Luxemburg riconobbe il fatto che, sotto le pressioni della violenta guerra civile in corso in Russia, tale atteggiamento dei bolscevichi risultava necessario: “Si chiederebbe qualcosa di sovrumano a Lenin ed ai suoi compagni se ci si aspettasse da essi che facciano apparire d’incanto, in tali condizioni, la più raffinata democrazia, la più esemplare dittatura del proletariato e la più fiorente economia socialista. Con la loro determinata posizione rivoluzionaria, la loro esemplare forza nell’azione e la loro indistruttibile lealtà al socialismo internazionale, essi hanno contribuito nel miglior modo possibile data la diabolicamente ardua situazione nella quale imperversa la Russia. Il pericolo inizia solo quando essi fanno di necessità virtù e vogliono cristallizzare in un completo sistema teorico tutte quelle tattiche che essi sono costretti a sostenere a causa di queste fatali circostanze, raccomandando così il medesimo atteggiamento al proletariato internazionale come modello di tattica socialista”.
La Luxemburg successivamente si oppose allo sforzo compiuto dal governo sovietico per raggiungere la pace a tutti i costi, sforzo ‘terminato’ con la firma del Trattato di Brest-Litovsk con la Germania.
Nel novembre 1918 il governo tedesco concesse, con riluttanza, libertà alla Luxemburg; al che ella poté riprendere immediatamente la sua attività rivoluzionaria, formando con Karl Liebknecht e Wilhelm Pieck il Partito comunista tedesco (Kpd) e ponendosi alla direzione del Die Rote Fahne (Bandiera Rossa).
Con Liebknecht e Pieck venne catturata e condotta presso l’hotel Adlon di Berlino, i corpi inermi della Luxemburg e di Liebknecht vennero trasportati lontano su una jeep militare, fucilati e gettati in un fiume, Pieck riuscì a trovare la via della fuga, era il 15 gennaio 1919. Il suo corpo, gettato in un canale, fu trovato solo alcuni mesi dopo; le autorità riuscirono a impedire che fosse sepolto a Berlino, per timore di manifestazioni e incidenti.

Karl Liebknecht (13 agosto 1871-19 gennaio 1919)
«Il nemico principale è in casa nostra!»
Nato a Lipsia, figlio di Wilhelm uno dei fondatori del Partito socialdemocratico tedesco.
Come avvocato, Karl Liebknecht spesso difese altri socialisti che venivano processati per reati come la diffusione di propaganda socialista in Russia. Divenne membro dell’SPD nel 1900 e fu presidente dell’internazionale socialista giovanile dal 1907 al 1910; Liebknecht scrisse estesamente contro il militarismo, e uno dei suoi scritti, “Militarismus und Antimilitarismus” (“militarismo ed antimilitarismo”) lo portò ad essere arrestato nel 1907 ed imprigionato per diciotto mesi a Glatz, in Slesia.
Nel 1912 Liebknecht venne eletto al Reichstag come socialdemocratico, si oppose alla partecipazione tedesca nella prima guerra mondiale e fu uno dei principali critici della più moderata leadership socialdemocratica di Karl Kautsky.
Alla fine del 1914, Liebknecht, assieme a Rosa Luxemburg, Leo Jogiches, Paul Levi, Ernest Meyer, Franz Mehring e Clara Zetkin formò la cosiddetta Spartakusbund (“Lega Spartachista“). La Lega Spartachista pubblicizzava i suoi punti di vista attraverso un giornale intitolato Spartakusbriefe (“Le Lettere di Spartaco“), che venne ben presto dichiarato illegale; Liebknecht venne arrestato e inviato sul fronte orientale durante la prima guerra mondiale, per il richiamo del gruppo agli argomenti dei bolscevichi russi per una Rivoluzione proletaria. Rifiutandosi di combattere, prestò servizio seppellendo i morti, e a causa della sua salute che si stava deteriorando rapidamente, gli fu permesso di ritornare in Germania nell’ottobre 1915.
Liebknecht venne arrestato di nuovo a seguito di una dimostrazione contro la guerra tenutasi a Berlino il 1 maggio 1916 che fu organizzata dalla Lega Spartachista, e condannato a due anni e mezzo di prigione per alto tradimento, che vennero in seguito portati a quattro anni e un mese; venne rilasciato nell’ottobre 1918, quando Max von Baden garantì un’amnistia per tutti i prigionieri politici. Dopo il suo rilascio, Liebknecht portò avanti le sue attività nella Lega Spartachista; riprese la direzione del gruppo assieme a Rosa Luxemburg e pubblicò il suo organo di partito, Die Rote Fahne (“Bandiera Rossa“). Il 9 novembre, Liebknecht dichiarò la formazione della “freie sozialistische Republik” (libera repubblica socialista) da una balconata del Castello di Berlino, due ore dopo la dichiarazione di Philipp Scheidemann della “Repubblica tedesca” da una balconata del Reichstag; il 31 dicembre 1918 / 1 gennaio 1919, partecipò alla fondazione del Partito Comunista Tedesco (KPD).
Assieme a Rosa Luxemburg, Leo Jogiches e Clara Zetkin, Liebknecht fu tra i protagonisti della Sollevazione Spartachista di Berlino del gennaio 1919. Questo tentativo rivoluzionario venne brutalmente represso dal nuovo governo socialdemocratico tedesco guidato da Friedrich Ebert, con l’aiuto dell’esercito e dei Freikorps; per il 13 gennaio, la sollevazione era stata schiacciata, e Liebknecht, assieme a Rosa Luxemburg, venne rapito dai soldati del Freikorps, portato all’Hotel Eden di Berlino dove venne torturato ed interrogato per diverse ore prima di venire ucciso, il 15 gennaio 1919.

 

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Notizie dal carcere e dalla repressione

Due detenuti sono evasi dal carcere romano di Regina Coeli.   Secondo la prima ricostruzione, si sarebbero calati dalla loro cella.   Hanno segato le sbarre della loro cella e mediante una corda e un arpione rudimentali si sono dapprima calati dal terzo al secondo piano e poi, agganciandosi al muro di cinta, sono scesi all’esterno dandosi alla fuga.

http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/249813

Un detenuto campano di 46 anni si è tolto la vita nel carcere di Brucoli, ad Augusta, nel Siracusano, impiccandosi nella sua cella.
Due anni di carcere per aver rubato una barretta di cioccolato in un supermercato.

segue… su:
http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.com/2012/01/osservatorio-sulla-repressione_15.html

http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.com/2012/01/osservatorio-sulla-repressione_5158.html

BASTA CARCERE!!!!!             AMNISTIA!!!!!

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Ancora sui bambini in carcere

BASTA GALERA!!!!!!!!!!!!!

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Bambini condannati al carcere

59 bambini e bambine in cella con le madri detenute, 36 stanno per nascere. All’età di 3 anni vengono separati dalla madre, affidati ai parenti oppure a istituti.

Le prime parole che ascoltano sono: guardia, matricola, ora d’aria, cella, colloquio,… bambini e bambine da zero a tre anni  detenuti nelle carceri italiane. Pericolosi? Lo Stato italiano ne ha talmente paura al punto di tenerli carcerati fin dalla nascita…C’è da piangere!

Le loro madri stanno in carcere per piccoli reati, quelli che è probabile reiterare, perché appunto procurano un piccolo reddito: contro il patrimonio, oppure piccolo spaccio, che non puoi fare una volta sola come la grande truffa tipo Parmalat. La legge italiana, proprio contro questi si accanisce, contro chi fa questi piccoli reati, non contro i grandi criminali di regime. Per chi reitera i piccoli reati è obbligatorio il carcere (Legge Cirielli, quella che accorcia la prescrizione per i reati dei potenti e la allunga per i poveri), anche se la donna sta per partorire, anche se la donna ha un bambino o una bambina appena nata.

Alcune Leggi sono state fatte per eliminare questa bruttura? Certo! La prima nel 2001 da Anna Finocchiaro. Questa legge dice tante belle cose, poi a un certo punto scrive: «le condannate madri di prole di età non superiore ad anni 10, se non esiste un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti…». La recidiva, eccolo il demone che turba i sonni dei governanti e ributta questi piccoli in galera. Altri bambini e bambine restano in cella perché figli di donne straniere che non hanno nemmeno un domicilio dove eventualmente trascorrere i primi tre anni con i figli.

Il 30 marzo 2011 è stata approvata una nuova Legge sulla detenzione in carcere di donne con bambini. Dicevano che avrebbero risolto il problema. Vediamo:

– Viene portato a 6 anni da tre a sei anni l’età del figlio che può stare con la madre -in carcere-

– Vengono istituiti (sulla carta), in alternativa alla cella, gli ICAM ”Istituti a Custodia Attenuata per Madri detenute”, che saranno attrezzate con sistemi di sorveglianza e sicurezza. Per ora ne esiste uno solo, in Italia ed è a Milano. Possono andarci anche donne incinta o padri, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole. E’ comunque un luogo sotto controllo…. bambini e bambine controllate fin dalla nascita. Il sistema proprietario è al sicuro!!!

– Visite al minore malato: il magistrato di sorveglianza, in caso di imminente pericolo di vita o di gravi condizioni di salute del minore, potrà concedere il permesso, con provvedimento urgente, alla detenuta a visitare il figlio malato, con modalità che, nel caso di ricovero ospedaliero, devono tener conto della durata del ricovero e del decorso della patologia. Nei casi di assoluta urgenza il permesso viene concesso dal Direttore dell’istituto penitenziario in cui è detenuta la madre. Viene poi stabilito il diritto della detenuta o imputata di essere autorizzata dal giudice ad assistere il figlio durante le visite specialistiche, relative a gravi condizioni di salute. Il provvedimento deve essere rilasciato non oltre le 24 ore precedenti la data della visita. NON è però concessa la possibilità di ASSISTERE il figlio per tutta la durata della permanenza in ospedale.

– Arresti domiciliari: Le madri di bambini di età non superiore a dieci anni potranno espiare condanne fino a quattro anni presso una casa famiglia protetta. Se non c’e’ un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti …le detenute madri possono espiare la pena nella propria abitazione, o in altro luogo privato o in un luogo di cura dopo aver scontato almeno un terzo della pena o almeno quindici anni nel caso di condanna all’ergastolo. Ma se c’è pericolo di recidiva, no!

Leda Colombini, fondatrice nel 1991 dell’Associazione “A Roma Insieme“, che si occupa dei piccoli da 0 a 3 anni detenuti con le loro madri nel carcere romano di Rebibbia, (21 bambini in carcere) e li portano fuori, in città durante il giorno, si batte affinché i bambini non varchino mai più la soglia di un carcere. Leda è morta il 5 dicembre scorso (2011) all’età di 82 anni. Il suo ultimo commento negativo alla legge, due settimane prima di morire, è stato: “Questo obiettivo (mai più bambini in carcere) doveva essere ottenuto con la legge entrata in vigore il 20 maggio scorso ma purtroppo non è ancora così”. “trovo intollerabile che un bambino entri in un penitenziario, non riesco a sopportarlo”.

Qui potete ascoltare una sua intervista a proposito di questa legge:

http://www.archive.org/download/LedaColombini30-3-2011/Colombini30-3-2011.mp3

(durata:16 minuti)

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Iniziano in Italia le torture sistematiche

In questo paese si è sempre usata la tortura, per sopperire alle incapacità investigative degli inquirenti di fronte a fatti che colpivano la cosiddetta “opinione pubblica”. Ma dal 1975, comincia a diventare un metodo centrale dell’attività repressiva dei movimenti politici antagonisti e rivoluzionari.

Nel 1975 succedono fatti nuovi che ne consentono l’applicazione sistematica.

Correva la VI legislatura, era in carica il “IV Governo Moro” (23.11.1974 – 12.02.1976) formato da DC e Pri (presidente del consiglio Aldo Moro, vicepresidente Ugo La Malfa) agli interni, Luigi Gui, alla giustizia, Oronzo Reale (quello della “Legge Reale” ).            Nel 1975 inizia la “politica di solidarietà nazionale” (1975-1978), con la collaborazione prevalente tra Dc e Pci che porterà ai governi di “unità nazionale”, caratterizzati dall’assenza di qualsiasi opposizione parlamentare (se non piccole formazioni come Democrazia Proletaria e altre). Sull’esempio della “Grosse Koalition” in Germania Ovest tra Cdu/Csu (cristiano democratici/cristiano sociali) e Spd (socialdemocratici) che era stata formata il 1° dicembre 1966.

Sarà proprio l’unità tra tutte le forze politiche a consentire una “politica controrivoluzionaria” una repressione feroce e totalmente al di fuori del quadro costituzionale e dello “stato di diritto”. Da qui la tortura, introdotta gradualmente ma sempre più massicciamente, le leggi speciali, le carceri speciali, i processi speciali, ecc…

Vedi a questo link la tortura nei confronti del compagno Enrico Triaca nel 1978:

http://insorgenze.wordpress.com/2012/01/10/caro-professor-de-tormentis-enrico-triaca-che-hai-torturato-nel-1978-ti-manda-a-dire/

                    Alberto Buonoconto viene arrestato l’8 ottobre 1975 

 Dal comunicato della “Lega per i diritti dei detenuti

…Due giorni dopo l’arresto nel carcere di Poggioreale, Alberto Buonoconto dichiarava al Sostituto Procuratore della Repubblica, dr. Di Pietro di essere stato interrogato nella Questura di Napoli per 10 ore consecutive, senza la presenza del legale di fiducia o di un difensore di ufficio. Precisava poi che nel corso dell’interrogatorio, aveva subito, da parte di funzionari e d agenti, percosse e violenze fisiche somministrate con sistemi scientifici tali da poter essere qualificate come vere e proprie torture.

Il Sostituto Procuratore dava atto che il giovane presentava escoriazione e contusioni multiple su innumerevoli parti del corpo.

Nei giorni successivi 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16 ottobre il difensore del Buonoconto, avvocato Senese,vedeva costantemente respinta la richiesta di colloquio con il suo assistito, fino a che il giorno 17 ottobre (10 giorni dopo l’arresto) gli pervenne una denunzia autografa del giovane:

«Nella stanza dove mi hanno condotto ho trovato una decina di poliziotti, tutti in borghese, ed in più Fabbri e, credo, forse Ciocia (due funzionari PS di Napoli della squadra politica. N.d.r.), ed uno che gli altri chiamavano “dottore” mi diceva che lui mi faceva “gettare il sangue e l’anima”. Mi hanno fatto prima sedere normalmente su una sedia, poi, mentre mi schiaffeggiavano abbondantemente mi chiedevano se conoscevo i due che erano con me sulla macchina, mi tiravano cazzotti, e mi chiedevano quale “azione” ero in procinto di fare, mi tiravano la barba e mi strappavano i capelli per sapere dove avevo dormito la notte. Mi hanno tirato i nervi del collo, spremuto il naso, colpito violentemente con i tagli delle mani sul collo, sulle spalle e sulla schiena, stringendo anche le manette (dopo avevo i polsi il doppio di come li avevo entrando in Questura). Mi hanno storto le dita, le braccia, i gomiti, i polsi…poi mi prendono e mi stendono su una sedia. Uno di loro mi afferra con una mano il piede e con l’altra la coscia destra e fa leva col suo ginocchio. Non riuscivo più a tenere la testa alta, allora il sangue saliva e vedevo da questa posizione la dentiera di Fabbri che si apriva in larghi sorrisi di compiacimento per i suoi assistenti che mi tiravano calci sotto la testa per farmela tenere sollevata da terra… Hanno cominciato poi a tirarmi cazzotti nello stomaco, colpi di punta sul fegato, e continuavano in quella posizione distesa a tirarmi i capelli e a schiaffeggiarmi».

Immediatamente l’avvocato presentava denunzia alla Procura della Repubblica… contestualmente veniva richiesta ammissione al carcere di Poggioreale di un medico di parte, per costatare lo stato di salute del Buonoconto e l’entità delle lesioni. In data 20 ottobre il P.M. designato comunicò di non ammettere l’accesso al carcere del medico di parte, in quanto era stata già disposta , ed anche eseguita una perizia d’ufficio. Dichiarò inoltre che era stato omesso l’avviso alla difesa perché «le tracce delle lesioni potrebbero modificarsi durante il tempo necessario per la notifica dell’avviso».

Poiché per i reati commessi all’interno della Questura di Napoli, da alti funzionari, è assolutamente da escludersi la possibilità di reperire una qualsiasi prova testimoniale, appare evidente che privare la difesa del Buonoconto di una perizia medico-legale di parte, significa voler privare la denunzia di ogni elemento di prova . A confermare queste gravi considerazioni, sono venute nei giorni successivi, sulla stampa locale e nazionale, le giustificazioni dei funzionari della Questura di Napoli, che dichiaravano che il Buonoconto… si era prodotto lesioni sbattendosi la testa in un muro , all’atto del trasferimento dalla Questura al carcere. A parte che non esiste nessun referto ospedaliero sottoscritto dal Buonoconto, la stessa perizia eseguita dal medico-legale designato dal tribunale, elenca una lunga serie di lesioni, alcune delle quali localizzate in parti del corpo (fra le quali il collo), tali da dover escludere l’ipotesi dell’autoferimento.

Il prof. Faustino Durante dell’Università di Roma, ha infatti sostenuto in una sua controperizia, eseguita sulla scorta dei dati, di cui alla perizia del tribunale, che le lesioni subite dal Buonoconto gli sono state chiaramente e inequivocabilmente prodotte al seguito di colpi infertigli da terze persone.

Nonostante la controperizia… la Procura della Repubblica non ha ancora ritenuto di dover procedere all’invio di comunicazioni giudiziarie.

Una accorata testimonianza del padre di Alberto:

«…E ancora mi chiedo il perché di tanta crudeltà, di tanto spietato accanimento contro di lui, il perché delle torture che gli hanno inflitto dopo l’arresto, durante e dopo la lunga carcerazione, quel lungo calvario che giorno per giorno ha determinato la distruzione di Alberto.

[…] Ci lasciano per delle ore in una stanza [della Questura] e di tanto in tanto viene un funzionario a chiedermi che cosa so io di mio figlio. Perché non lo richiamo a casa? Da quanto tempo manca da Napoli? Ipocritamente con me insistono per sapere qualche cosa di mio figlio . Sono domande tranello perché Alberto è già nelle loro mani: lo stanno picchiano e seviziando.  Sono io che lo ignoro.

Poi vengo a sapere, dagli avvocati e dalla stampa, che Alberto è ferito. Le denunzie fatte sono state archiviate perché contro ignoti. Ignoti!!! le sevizie a lui inflitte, gli sono state fatte in un pubblico ufficio, dove sarebbe stato facile se solo avessero voluto, risalire ai responsabili.

Da quel giorno è iniziata la disperazione di tutti noi. Mio figlio ha pagato con la vita la sua lotta contro la diseguaglianza e l’ingiustizia. Un giorno, mio figlio, il mio Alberto e tanti altri come lui, presenteranno “il conto” a tutti quelli, potenti e indifferenti, che reprimono, schiacciano, uccidono.   E il “conto” sarà salato».

Il 20 dicembre 1980, a Napoli, il militante dei NAP Alberto Buonoconto s’impicca a casa dei genitori, mentre ancora sta scontando la pena.  

Torture, vessazioni di ogni genere, carcere speciale, isolamento, portano Alberto al suicidio. Ma è un vero assassinio di Stato.

Su Alberto Buonoconto vedi su questo blog anche il post: https://contromaelstrom.wordpress.com/2011/09/07/ancora-tortura-negli-anni-settanta-e-ottanta/

Vedi anche:

http://baruda.net/2012/02/09/la-rai-si-accorge-della-tortura-in-italia-e-di-de-tormentis/

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Esportatori di civiltà e democrazia

 

 

 

 

Soldati Usa che urinano sui corpi di afghani morti.

Il video si può vedere a questo link:

http://www.ilpost.it/2012/01/12/video-soldati-urinano-talebani/

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