Lotta armata in Germania: a proposito di “dissociati” e “pentiti”

Klaus Viehmann: ciò che non sta scritto      

(ARRANCA N°12, 1997)

1997: nell’anno del maiale?

Il 1997 minaccia di diventarlo, a  conferma dei  brutti scherzi, perché la scrittura della storia è la somma delle bugie alle quali la gente si è abituata dopo 20 anni. per i festeggiamenti dei 20 o 30 anni, ci sono film tv, talk show, nuovi libri o inserti di giornali pieni di storie di terrore e guerriglia, presentati in pompa magna da una cruda mescola di avvocati federali, giornalisti dello Spiegel e del Bka ed ex del tutto ex ed ex particolari membri della lotta armata. Voler fiutare (avvertire)[1]  questo cartello di scribacchini e scrittori di cazzate del mercato dei media è inutile. I media borghesi vogliono sentire prese di distanza. Chi non obbedisce e’ messo a tacere o diffamato. Così succede anche ai compagni ancora in galera. Un libro come quello di Mario Moretti e Rossana Rossanda sulla storia delle Brigate Rosse, che risponde sufficientemente alle esigenze di uno scrivere politico di sinistra riflettuto e non con prese di distanza, in Germania lo leggono un migliaio forse due di persone, ma un film pieno di falsità sul rapimento Schleyer (gli scrittori di fantasmi pagati sono i pentiti/e Peter Jürgen Boock e Silke Meier Witt) lo vedranno a milioni.

La situazione appariva ben altra ad un’allora forte sinistra militante e magari dove possibile anche ad una  prassi armata, ma in questi giorni di fine anni 90, nei quali la lotta armata degli anni 70 non esiste più e nei quali pochi rimangono fedeli a prospettive rivoluzionarie o ne trovano di nuove, una critica a questa messa in scena del 1997 rimane nell’ambiente di sinistra e non trova un pubblico di massa.

Tuttavia è sorprendente che qualche pubblicazione prenda la via della sinistra, in particolare le memorie dei fuoriusciti che si avvicinano alle esigenze residue[2] della sinistra.

Perché i fuoriusciti/e sono invitati anche ad incontri  di sinistra per cantarsela alla loro maniera (per condirla con la loro salsa[3].

pam! pam! chiacchiere fino allo sparo

Cosa provoca lo stimolo delle memorie dei dissociati? Perché descrizioni politiche e dibattiti trovano molto meno interesse rispetto ad un museo delle cere personalizzato della lotta armata? In astratto sappiamo tutti che nei ricordi si tralascia, si omette e si distorce, ma cosa alletta la sinistra a trovare buoni, libri così grottescamente brutti ed a prestare fede a caricature così palesi? Le memorie offrono uno sguardo introspettivo nel proprio mondo rimasto nascosto, spesso un mondo estraneo, ma apparentemente interessante (oppure reso interessante dalla descrizione delle sensazioni). Chi non vorrebbe sapere “come era in realtà” chi, quando, e cosa ha detto, fatto o magari pensato?

Allo stesso modo è  assai più divertente leggere nel parlatorio pagine dorate su regine e principi, piuttosto che una ricerca storico critica sul feudalesimo e delle sue appendici odierne[4]. La differenza tra atteggiamento nei confronti della lezione e della verità[5] la conoscono tutti, ma il fatto che uno si immerga nella lettura senza riflettere è un altro difficile lavoro di riconoscimento.

Così ci si blocca anche sulle chiacchiere della scena. Si e’ “informati” senza dover riflettere. Funzionano esattamente così le memorie degli iniziati della guerriglia urbana: figure ambigue, farabutti e organizzatori in vista invece di retroscena politici e processi di discussione, righe piene d’amore e risentimento invece di correttezza, lealtà e differenziazione, buoni e cattivi invece di persone. Spesso letterariamente pessimo, si apre per il lettore un buco della serratura con vista su raffiche di mitra, oscure segrete, e vita amorosa nell’illegalità.

Riguardo a ciò, ci sono buoni esempi di racconti personali.

Per esempio le testimonianze degli ex tupamaros collegano le esperienze personali in tutti i contrasti con consapevolezza politica e persistente ostilità rispetto al sistema dominante. gli è propria una prontezza all’autocritica così come una correttezza rispetto ai propri ex compagni di strada.

Ma non è questo ciò che il mercato capitalista vuole: esso cerca il calcio[6], cerca le chiacchiere relazionali, bei tipi ed occasionalmente persino donne forti, e vuole sentire la liquidazione ed il giudizio che tutto ciò non ha portato a nulla e che la lotta armata era un errore e che a nessuno deve più tornargli l’idea di vedere altro.  Non si viene pagati per la duratura inimicizia verso il sistema e la schiettezza non spettacolare.

la futilità nel ministero della verità

Nelle opere storiche dei partiti comunisti scompaiono dai luoghi politici persone e posizioni politiche e si rafforza il significato di altre. In una storia delle case di correzione (carceri) del Brandeburgo, in più edizioni apparse nella DDR ad esempio, è stato continuamente ridotto  il ruolo del successivo dissidente Robert Havemann fino a scomparire nelle ultime edizioni ed allo stesso tempo il modesto ruolo di Honecker, da tuttofare sanitario a capo della resistenza.

La differenza con le memorie dei fuoriusciti è che persone e posizioni scompaiono sin dalle prime edizioni e gli autori/trici sono subito molto importanti. La merda l’hanno fatta sempre gli altri!

È una precisa qualità umana che spinge a voler vedere impressi i ricordi nella loro versione migliore: futilità.

La propria persona e’ messa  in primo piano come un eroe/ina, ed il vecchio collettivo è solamente un accessorio non richiesto della propria Autorappresentazione.  A differenza di un testo storico gli scrittori di memorie scrivono soli. Non vogliono neppure discutere la loro versione della storia ed essere corretti, perchè una scrittura collettiva della storia non gli lascia il tempo di favoleggiare.

Per questo spesso mancano fatti chiari. solo così possono avere utilità odierna le vecchie amicizie e ostilità, si può prescindere da interessi singoli ed arbitri o addebitarli ad altri.

Racconti della ex illegalità permettono il trucco del fumo senza fuoco: lasciar visibile qualcosa ma non dirlo così chiaramente che fosse confutabile, così che qualcosa rimarrà in sospeso[7]. Attraverso di nomi veri, falsi e di battaglia, si crea una zona grigia, nella quale riescono particolarmente bene insinuazioni, omissioni, e diffamazioni.

Essere interrogati e poter dire: per quelli a cui mi riferisco, o all’opposto, è facile potersi scagionare qualora si sia interrogati al riguardo. Per le stesse persone si possono usare più nomi d’ogni colore. Così si possono distribuire calunnie e meriti con disinvoltura. Il guadagno non viene comunque in ogni caso diviso. La storia anticapitalista di allora fatta dal collettivo, e’ portata al risultato di pubblicazione di libri, comparse ai talk show e letture.

Ai vecchi compagni/e non e’ chiesto se si sarebbe dovuto offrire qualcosa da qualche parte. alla sinistra non è stato comunque chiesto, così sarà il pubblico borghese ad occuparsi degli alti costi editoriali e degli indici d’ascolto. Una pre- stampa sullo Spiegel o una comparsa in tv soddisfa assai di più la vanità, piuttosto che un racconto su una radio libera o un incontro di discussione nel quale non si può fanfaronare dal podio.

Una “storia di fuoriusciti” riuscita per il mercato, deve dosare uno scrupoloso distanziarsi dalla vecchia politica: non così ampiamente come fu necessario davanti a giustizia e polizia per beccarsi meno galera, bensì ampio abbastanza perchè i ricordi passino come racconto degli iniziati, ma d’altra parte un racconto di un “nel frattempo diventato giudizioso” può essere consumato da un ampio pubblico.

La consumabilità e la vanità si sposano eccellentemente dato che entrambe non vogliono vedere veramente analizzati gli errori e le debolezze degli autori/trici, bensì vedersi in una condizione forzata e tragica di ostaggi e di un grande tormento interiore (amore o guerriglia).

Il pubblico può deliziarsi nel sentimentalismo dell’anima, e poiché questo passerà in decine di migliaia di copie, anche la pancia dell’autore sarà spennellata.

La vanità trova il suo limite più duro in galera. là le fanfaronate e le pose da star non funzionano e si deve, riflettendo su se stessi, sopravvivere 10/15 anni.

Per un rinnegato  il suo destino personale è più importante delle precedenti convinzioni politiche. In galera cerca una via d’uscita. La cosa principale è uscire e, quando i piani d’evasione sono impossibili, arriva la svolta tattica per uscirsene prima. Doverci rimanere a lungo e vedersi vecchi, è per le persone futili un’insopportabile catastrofe.

ciò che non sta scritto…

Perchè occuparsi di libri come “mai fui più tranquilla” di Inge Viett.

Qualche ex membro non ne vuole più sentir parlare, altri s’incazzano chi più chi meno; e i morti non si possono difendere. Anch’io ho riflettuto a lungo se ciò ha senso. Sarebbe solo un libro qualunque, ma nel 1997 c’è una sorta di smanceria con la quale la lotta armata e’ spiegata. Ci sono esemplari scritture abborracciate di libri. Perchè tali libri,  che sono letti come frasi di libri di storia in mancanza di migliori racconti collettivi, non devono rimanere indiscussi?

Un motivo personale per immischiarvisi è lo sbalordimento nel leggere passaggi che si riferiscono a vicende e personaggi ben troppo noti.

Inge Viett scrive di un periodo che ho vissuto quasi per 2 anni da illegale.

Alcuni non si possono riconoscere, altri si leggono come un tentato furto della propria storia fino alla diffamazione. Del giudizio del libro fa parte il retroscena del suo sviluppo e della sua autrice. Chi ha seguito la stampa o ha potuto leggere la sentenza, sapeva da anni, che Inge Viett, nonostante l’impressione pubblica contraria, ha fatto dichiarazioni davanti al Bka, sempre meno che degli altri fuoriusciti della DDR, ed ha ottenuto uno sconto di pena per i pentiti.

Se si fosse trattenuta, non ci sarebbe stata necessità di rendere pubblico il suo  comportamento. Ma dopo che ha pubblicato un libro del genere, critiche e reazioni sono inevitabili. Nel libro stesso la regolazione del pentimento ed il rilascio non sono descritti in nessun modo e fino ad oggi per niente (auto)criticati. Le fu detto dai partecipanti di una lettura che si espressero al riguardo. Si scusò di non poter venire.

Motivo del suo sconto di pena, furono le sue dichiarazioni accusatorie sulla collaborazione Raf stasi dell’inizio degli anni ’80, specialmente su una formazione, che secondo le sue dichiarazioni ebbe luogo per la preparazione dell’attentato al generale Usa Krösen. A causa di queste dichiarazioni, il Baw ottenne all’inizio degli anni ’90 mandati di cattura per 4/5 ex appartenenti alla stasi che si fecero anche del carcere preventivo (solo  per qualche settimana/mese in attesa della sentenza della corte costituzionale che sanciva la non punibilità di cittadini dell’allora DDR, e le dichiarazioni di Inge Viett non bastarono ad una successiva condanna. Ci fu anche un comunicato dei prigionieri Raf sul tema). Nella sentenza  l’utilizzo della regola dei pentiti e’ motivato  tanto con questo mandato di cattura contro gli uomini della stasi, quanto con un disorientamento della Raf, che potesse allontanare da altre condanne. (il testo esatto è contenuto nella sentenza dell’Olg (Oberlandgericht?) di Coblenza del 26/8/1992).

Inge Viett dovrebbe veramente chiarire una buona volta perchè da difensora della Mfs, che nella DDR l’ha aiutata e per la quale lei ha lavorato là[8], passa ad accusarla in tribunale nonostante che nel suo libro onorila DDR.

Inoltre le accuse per i sequestri Lorenz e Palmers o la liberazione di Meyer, furono archiviati, per quanto abbiano portato negli altri processi a 15 anni di carcere.  Il tempo passato da Inge Viett in carcere negli anni ’70 venne però  conteggiato lo stesso nei tredici anni inflitti, ciò significa una generosa gentilezza della procura generale. 6 anni di prigione sono, in ogni caso, inusuali per un’accusa di tentato omicidio di un poliziotto. Chi poi conosce un po’ le condizioni carcerarie, sa come debbono apparire le condizioni per usufruire di permessi o semi libertà: fare assiduamente lavori parecchio deficienti per 10 marchi il  giorno, tener la bocca chiusa ed assumere un buon  atteggiamento nei confronti di psicologi ed assistenti sociali.

Il suo libro è stato scritto ,per l’appunto, durante la prigionia adottando questo comportamento e spedito all’editore attraverso la censura. È chiaro che è stato scritto in modo che non mettesse in pericolo un rilascio definitivo già dopo 6 anni. ad esempio dichiarazioni positive sulla Raf sarebbero state impossibili, dato che la sua strategia difensiva si basava sull’affermazione che , nel momento dello sparo allo sbirro francese, c’era già un distacco dalla Raf, cosa che è significativa perché ai membri attivi della Raf veniva/viene imputata un accusa di “non necessaria intenzione omicida” con conseguente ergastolo e carcerazione di 16/20 anni.

Fa lo stesso quindi come oggi Inge Viett veda la lotta armata ola Raf, non avrebbe potuto scrivere nient’altro da ciò che c’è nel libro. nel libro di Inge Viett non c’è una riga che spieghi attraverso quale comportamento ha scansato una condanna all’ergastolo; tace sullo sconto di pena riservato ai pentiti esattamente come sui permessi e sul rilascio anticipato.

Se Inge Viett ha delle critiche alla lotta armata , deve esternarle politicamente. ma lei lo fa poco, invece di ciò, personalizza. Quando nel libro critica i suoi ex compagni/e che sono (stati )in galera più di lei, perché a differenza di lei non hanno fatto dichiarazioni e non possono (o non vogliono) servirsi dell’opinione pubblica borghese per difendersi dalla versione della storia data nel libro, diventa meschina.

Lei stessa scrive che la galera non è il miglior posto per scrivere un libro e ricordare da sola.  ma perché l’ha fatto allora? Avrebbe potuto aspettare e domandare in seguito agli altri compagni/e. Non c’erano buoni motivi per scrivere in galera. Se si paragonano le descrizioni dei primi periodi in carcere a metà anni ’70 con quelle dei primi anni ’90 si nota in cosa si differenzia Inge Viett da allora ad oggi.

Allora la ribellione contro il  regolamento, oggi la sensazione della galera come “potere di disporre di se”. Ma lei voleva “per prima cosa uscire”. Solo i metodi sono completamente cambiati, allora copie di chiavi, oggi consenso della procura generale. Allora vedeva gli altri prigionieri come fratelli, oggi parla solo di “istinto di conservazione”.

Il politico è sparito dietro al proprio destino personale.

L’edizione preliminare del libro venne venduta assieme ai diritti in esclusiva della prima intervista dopo il rilascio per 50 mila marchi a Spiegel e Spiegel tv. (lo Spiegel ha minacciatola JungeWeltela Tazcon un Ordnungsgeld diviso in sei parti , se non avessero rispettato questo contratto esclusivo.

Se questo mettersi sul mercato con un mezzo come lo Spiegel , che ha la stessa funzione di un bollettino interno del Bka[9] e pagare comparse[10] in tuttala RFT, è un modo di scrivere e presentare la storia che è in antitesi con una storiografia di sinistra. Vendere e ancora vendere, questo è il capitalismo che venne combattuto ai tempi della guerriglia urbana e quella DDR, tanto onorata da Inge Viett, voleva superare.

Hanni e Nanni vanno in clandestinita’

Questo capitolo non è una recensione completa . Si ripropone di chiarire con esempi come molti meccanismi descritti poc’anzi riguardo alle memorie dei fuoriusciti, sono presenti nel libro di Inge Viett.

esempio 1

Inge Viett riesce a nominare tot volte la Rafe il movimento 2 giugno, ma veramente manco una volta Rz o Rote Zora. Essi scompaiono , come i fiancheggiatori illegali, già dalla prima edizione. Nelle descrizioni di persone e di avvenimenti dove queste omissioni danno nell’occhio, si distorce e si mente.

Di questi gruppi poi, con i quali c’erano buoni contatti, spariscono le posizioni delle quali erano sostenitori.  Essi avevano un approccio alla guerriglia sensibilmente diverso, assomigliavano un po’ al  vecchio 2 giugno. Essi non vanno a genio per niente a Inge Viett che allora andò nella Raf. Sono solo un fastidioso esempio che ci fosse un’alternativa.

Forse il non nominarli è un eco del fatto che i compagni Rz allora fossero stigmatizzati come “da non prendere sul serio” o etichettati come “non vogliono lottare” ecc.  In ogni modo viene utilizzato il metodo dell’omissione.

esempio 2

Magistrali critiche a persone a lei non gradite, si trovano nel libro sempre dove Inge Viett vuole legittimare le condizioni di allora, ma non può senza cadere in contraddizione con la versione odierna della storia. L’esame psicologico minuzioso, di cui accusala Rafnei suoi confronti, lo pratica lei stessa nei confronti dei suoi vecchi compagni.

Piatte gelosie, meschine censure e concorrenza come nel caso di Hanni e Nanni.

esempio: Nada.

Nelle descrizioni del sequestro Palmers a Vienna nel novembre del 1977, nel quale il movimento 2 giugno sciupò quasi 5 milioni di Marchi, viene nominata la compgna Nada (fu una delle prigioniere liberate in conseguenza del rapimento Lorenz e che morì 2 anni fa di cancro).

Il rapimento Palmers ebbe alcuni difetti politici. Infatti vennero interpellati giovani antimperialisti austriaci che più tardi vennero accorpati nell’azione e, per l’eccessivo carico di responsabilità, fecero in seguito dichiarazioni alla polizia e poi scomparvero anni in galera. Un episodio amaro.

Quando si tratta di assegnare la responsabilità di chi ha preso gli austriaci nell’azione dice “così Nada si è innamorata di un compagno austriaco e noi lo abbiamo coinvolto troppo velocemente nell’azione”.

In realtà gli austriaci furono interpellati da Inge Viett perchè presero parte alla discussione sulla linea antimperialista alla quale lei apparteneva. L’allora parte del gruppo residente conobbe gli austriaci quando eran già dentro l’azione. Inge si serve di Nada per sbarazzarsi della responsabilità dei propri errori.

esempio: APE

Un esempio palese di risentimento e tarda ripulsa è la descrizione di Ape , nella quale si riconosce facilmente Juliane Plambeck, morta in un incidente stradale nel 1980. Su di lei Inge Viett scrive “Ape lasciava sempre le questioni politiche e pratiche nell’indecisione. Si poteva decidere solo se sotto pressione anche nelle cose più piccole e inutili(…). aveva l’armadio pieno di stracci, perchè con l’acquisto, dove comprava tutto in diverse varianti, risolveva i suoi problemi (..)

Aveva avuto in questi anni il più profondo atteggiamento anti RAF(..) nel momento della sua maggiore insicurezza però si è collocata senza tante cerimonie  nella più forte e sicura RAF che stava entrando in scena”.

In altre parole una zia apolitica ed opportunista.

Un paio di pagine più sotto si legge il sospetto della RAF che tra Inge e Juliane esistesse una relazione di concorrenza, “nella quale APE come secondo quadro , sarebbe stata sfruttata da me (Inge Viett)”. Scrive “Ape era sempre troppo indecisa e flemmatica rispetto alle responsabilità per dare orientamento al gruppo (..)iniziai sommessamente a disprezzarla. “Sommessamente”; Inge Viett non lo dice quando Juliane è ancora viva ma 20 anni dopo i lettori/trici  possono sapere la verità su J.P.: che lei era troppo fiacca per far concorrenza ad Inge Viett. Tutto ciò è odioso.

Kowalski        

Quando è apparso per la prima volta il nome non credevo che si riferisse a me. Difatti io e Inge Viett non ci siamo conosciuti a fine ’77 a Vienna , come lei scrive, ma nel luglio 1976 , dopo l’evasione dalla prigione femminile di Lerther.

Abbiamo vissuto alcune settimane in un appartamentino, e in quel periodo ci fu la scelta comune che dovessi passare dal fiancheggiamento legale all’ illegalità. Avemmo spesso a che fare fino all’inizio del ’78; le carte processuali ci imputano , oltre al rapimento Lorenz un paio di rapine in banca.

Ero capitato nel periodo 75/76, quando il 2 Giugno era stato colpito, ma era ancora per una prassi socialrivoluzionaria, e la “nuova linea antimperialista” che dopo confluì nella RAF, ancora non esisteva.

Avevo anche relazioni molto amichevoli con le RZ. Circa nello stesso periodo dell’evasione da Lerther ci fu a casa mia una perquisizione per la diffusione di “revolutionaere Zorn”, il giornale delle RZ. Quando poi in seguito mi incontrai in circostanze molto cospirative con uno delle RZ, scoprimmo divertiti che c’eravamo già incontrati giorni prima. Allora c’era una stretta cooperazione con quelli delle RZ. Così nell’autunno 1976, quando le donne evase da Lerther erano scappate in vicino oriente preparammo un’ azione comune: la liberazione di Till Meyer da Tegel . 4 persone, delle quali tre oggi sono morte, aspettavano cariche e tese fuori dal muro della prigione. Una trasmissione di disturbo paralizzava la radio della polizia , ma un detenuto udì segare e così andò tutto a monte.

C’era molto lavoro comune in questa azione, (così come rischio) che doveva essere la seconda parte dell’evasione di Lerther. Non si trattava di Till come persona, ma a Tegel c’era la possibilità di liberare qualcuno, mentre a Moabit, dove erano rinchiusi gli altri, no. Qualcuno,non ci sono molte possibilità su chi sia stato, ha riferito dettagli e partecipanti dell’azione alla STASI, le relazioni al riguardo le trovai negli atti e in un libro che si basa su di essi.

Inge Viett, come già detto, omette completamente la Rote Zora dal suo libro, nonostante che proprio nel 1976/77 ci fossero discussioni se dovessimo fonderci con loro piuttosto che con la RAF. Inge Viett al riguardo fu chiara: non con le RZ che non prendeva sul serio e i cui testi non le piacevano . Contrapposizioni tra le linee ancora esistenti tra gli illegali (il gruppo era piccolo, spesso erano 2/3 persone l’intera linea, si accendevano regolarmente quando si trattava della collaborazione con altri gruppi (RAF, RZ, PFLP) e su come poter fare buone azioni “alla 2 Giugno”, ed erano accompagnate dalla debolezza di non avere un concetto politico proprio. RAF, RZ e Rote Zora ricoprivano infatti tutte le concezioni possibili di lotta. Il 2 Giugno doveva cercarsi infine una concezione politica propria ed oscillava sempre. Oggi è chiaro che il 2 Giugno già nel 1976 non aveva più la forza di sviluppare una propria concezione e posizione. L’unità si creava provvisoriamente attraverso lavori ed azioni tra tutti quelli (o per lo meno la maggioranza) che trovasse giusto il minimo comune denominatore. Sicuramente c’erano, nella confusione politica, anche relazioni amorose e animosità personali, ma esse venivano dietro le scelte politiche.  Se si tratta di esporli all’opinione pubblica come tentativo di spiegazione o senza il consenso degli interessati, Inge Viett deve rimanere riservata.

Nonostante il lavoro politico comune, le differenti esperienze e discussioni quotidiane provocavano continui attriti.

Chi manteneva i contatti con i compagni a Berlino vedeva per esempio i dirottamenti aerei in maniera differente rispetto a qualcuno che come Inge Viett visse spesso in vicino oriente dal PFLP o senza contatti con la sinistra legale all’estero e là- come scrive lei stessa, conduceva una vita completamente diversa. Riguardo a ciò c’era allora una contrapposizione molto importante della quale Inge Viett non parla ma di cui gli altri si ricordano molto bene: il piano per un dirottamento aereo con un gruppo palestinese che sarebbe potuta diventare la Entebbe della 2 Giugno. L’azione non ebbe fortunatamente mai luogo. Ma la decisione di farla era stata presa nella cerchia alla quale apparteneva tra gli altri Inge Viett, contro il volere di quelli che lei chiama solo Kowalski. Nel manoscritto del suo libro deve essere stato cancellato qualcosa, perché nel libro è rimasta per sbaglio una nota che vi rimanda senza riferimento.

Difatti era questo il momento in cui ci si sarebbe dovuti dividere e , a posteriori, fu uno sbaglio non averlo fatto.

Nell’’autunno del 1977 il sequestro del Landshut portò a nuove differenze sulla legittimità dei sequestri aerei, che non furono risolte in modo giusto. Era avvertibile che tale dibattito avrebbe causato interminabili contrapposizioni e  conseguenze per il gruppo , che erano state evitate sino a questo punto.

Anche gli illegali si incontravano al completo al massimo ogni 2 mesi e gran parte delle attività si svolgeva in piccoli gruppi, o divisi da posti lontani uno dall’’altro.

Dopo Stammheim a qualcuno venne il dubbio se la RAF non fosse stata troppo danneggiata per avvicinarsi a loro. Alcuni non erano di questa opinione , così successe che a fine ’77 alcuni compagni che esternarono pesanti critiche ai dirottamenti aerei e che , in parte, comunicarono il loro abbandono della linea antimperialista del 2 Giugno. Ne  avevano il diritto e la logistica ancora esistente minaccio di crollare se non fosse seguito un cambio di strategia. Invece di un dibattito o una strategia , dopo che i problemi monetari erano stati liquidati con il rapimento Palmers, dovette essere un’ azione che potesse superare i problemi politici ancora una volta.  Tempo prima avrebbero dovuto essere i 6 di Moabit ad essere liberati durante l’ora d’aria. Sul posto avrebbero dovuto esserci tutti gli illegali e si sarebbe andati a finire in una sparatoria con le sentinelle e gli sbirri in arrivo. Il rischio non stava in rapporto con le possibilità di riuscita e l’azione venne sospesa. La successiva riuscita liberazione di Till Meyer era esattamente la piccola variante di quest’azione, con in più il fatto che le ricerche avevano individuato il punto debole nella stanza dei colloqui degli avvocati. C’erano differenze nel gruppo sul giudizio di fattibilità dell’azione e sulla capacità di sopportazione della logistica esistente ad una successiva caccia all’uomo, e c’era l’ipotesi che si potesse invece fare altro che una liberazione dei prigionieri che riproponesse l’immagine della “guerriglia che libera la guerriglia”.

Che poi pensarono di chiamare “Commando Nabil Harb” il commando per la liberazione di Till Meyer in riferimento ad uno dei palestinesi uccisi a Mogadiscio, riferendosi così in maniera positiva ai dirottamenti aerei, Inge Viett non lo scrive.

L’ipotesi  di rischiare le relazioni ancora esistenti a Berlino per l’azione era vista in maniera diversa da quelli che non eran a Berlino e che volevan fare qualcosa con la sinistra legale e le RZ. Quello che Inge Viett chiama Kowalski fu , dopo l’arresto di altri membri mai nominati nel libro, l’unico illegale che assieme ad un paio di legali, pure non rammentati, parteggiava per la linea berlinese. Già a malincuore, troppo tardi e in maniera non abbastanza conseguente.

La separazione, come detto venne in ritardo e improvvisamente , come lite sulle possibilità e senso della progettata evasione di Till Meyer. Così come la presenta Inge di una storia personale con conseguenti (!) differenze politiche e separazione è semplicemente bugia. L’accusa di vigliaccheria, preparata cortesemente per i lettori, è un volgare trucco psicologico per difendersi dai critici con la vecchia trovata che “loro non vogliono lottare”.

Con molti anni di sopportata galera mi sarebbe difficile ammettere paura, ma allora non era così difficile che qualcuno se la squagliasse dalla paura. Eravamo tutti piuttosto impavidi, poiché avevamo imparato tutti a controllare la paura, perché c’erano da sopportare situazioni ed azioni preoccupanti. Questa era la situazione dopo ½ anni di illegalità. Inoltre le situazioni di paura residue svanivano dietro la stupida illusione di poter morire più o meno sensatamente per la rivoluzione; la prospettiva di rimanere gravemente feriti o di passare lunghi anni in galera l’abbiamo tutti scacciata. Quello che lei chiama Kowalski lasciò il 2 Giugno , questa è la pura verità, ma non se ne andò solo , ma assieme ad alcuni di quei pochi compagni rimasti legali, che non erano dei fuoriusciti, ma che volevano fare un’altra politica. (servizi segreti  e polizia mi hanno imputato, assieme ad ignoti,  un paio di azioni nella primavera del 1978 , tra le altre la gambizzazione di un difensore d’ufficio al processo Lorenz , che fu rivendicata in seguito dalle RZ. 5 anni dopo RZ e Rote Zora fecero più azioni in sostegno di uno scipoero della fame nel carcere di massima sicurezza di Bielefeld chiamandomi nel loro documento “amico” e “compagno”. Sono stato arrestato una settimana dopo la liberazione di Till Meyer, mentre volevo salire su un’ auto che il commando “Nabil Harb” mi aveva lasciato. Era segnalata. LA SEK (truppe speciali) era già in attesa. Una doppia panne. Il commando non mi aveva detto che l’auto scottava, e che avrei dovuto controllare io stesso. Per la prima parte della panne non ebbi mai una spiegazione, non c’è neppure questo nel libro di Inge Viett. A causa di quest’auto mi beccai in seguito 13 anni di carcere. Al riguardo non ho detto una parola, perché non avevo voglia di una difesa innocentista. In ogni caso sarebbero bastati il rapimento Palmers e un paio di rapine in banca per complessivi 15 anni di carcere.

Quello che lei chiama Kowalski viene inizialmente sospettato nel libro di aver rubato un milione del denaro del rapimento Palmers , prima di chiarire alla pagina successiva , che il gruppo non aveva cercato accuratamente e con un secondo scavo il denaro saltò fuori. Questa storia la conosco fin troppo bene. Circolò infatti nel 1978 su di me. Questa denuncia apparve anche in galera sotto forma di bigliettini e  si (lei?) allertòla RAF su di me. Questa denuncia del fumo senza fuoco che può rendere pazzo di rabbia uno in galera perché nessuno fa confronti diretti, circola solo senza fatti concreti. Non si lascia prendere ancora dopo anni e si sparge come la pisciata di un botolo rognoso sulla gamba. Ad oggi non so ancora chi ha comunicato in modo cospirativo che io avessi derubato i compagni e chi magari non ne sapesse abbastanza. Quando il denaro fu ritrovato, a mio sapere, nessuno ha ritenuto necessario di ricatturare questo botolo.  Inge Viett lo fa dopo quasi 20 anni. Devo ringraziarla per questo oggi?

Chi vuole può immaginarsi come è, dopo 15 anni di galera senza nessun chiarimento fino all’ultimo giorno, senza farsi comprare e senza compromessi, perché si è rifiutato le offerte di sbirri e giustizia, essere descritti come stupidi in un  libro come quello di Inge Viett, che nel frattempo ha passato 8 anni di libertà nella DDR e per il suo ruolo di pentita se l’è cavata con un paio di anni(****).

Chi insulta uno come disertore nel 1978, solo perché voleva fare un’altra politica,  poi abbandona in  tutto e per tutto 4 anni dopo, deve preoccuparsi della propria integrità politica piuttosto che di quella degli altri.

Till ed il detective

Gialli come quello di Till Meyer “Staatsfeind” nei quali si trovano frasi come “la notte di nozze si svolse nel cesso della prigione” o “improvvisamente crepitarono i mitra” non si debbono nemmeno prendere in considerazione. Però c’è una cosa tipica nelle memorie dei fuoriusciti: del rinnegare non si dice nulla (Inge Viett) o si imbroglia (Till Meyer).

Riguardo al trasferimento fuori dal braccio di sicurezza del carcere di Moabit egli distorce avvenimenti ed anni. Lui scrive che io sarei stato “trasferito di propria volontà nella Germania Ovest” e che “non pianse lacrime per me” (come suona sbilanciato!) e che lui, Ralf, e Ronni rimasero in tre nel braccio. Inoltre lo avremmo apostrofato come “Maiale! Traditore!”.  Tutte sciocchezze!

In realtà a metà 1982 vennero membri del ministero della giustizia[11] e ci dissero che saremmo stati trasferiti in Germania Ovest qualora non fossimo stati pronti a sostenere colloqui su una “nuova impostazione del carcere”. Io non ci sono andato e Ronni e Ralf si rifiutarono di fare dichiarazioni politiche. Till invece, in questi colloqui, si distanziò alle nostre spalle dalla lotta armata e dal resto del gruppo nel braccio, perché in nessun caso voleva andare in Germania Ovest. La sua foto di Stalin in cella e la TV sempre accesa sui programmi della DDR ci davano sui nervi, la difesa delle centrali atomiche della DDR come sicure perché al servizio del popolo la trovavo tragicomica , ma fino ad allora nessuno lo aveva visto come un traditore.  Quando, dopo i sui colloqui con l’amministrazione giudiziaria, lo rimproverai[12] che si era distanziato da lungo tempo da noi e che non doveva più mentirci, sparì in cella dopo un attacco di rabbia e non si fece più vedere. Un paio di giorni dopo stava la sua presa di distanza , richiesta dalla giustizia, sulla TAZ e il Tagesspiegel (4/8/1982), come ricompensa gli venne accordato il 27/8/82 il carcere normale e venne rilasciato in anticipo. Siamo stati ancora un anno in tre nel tratto, fino al 1983. Ralf e Ronni ottennero, dopo un tira  e molla tra scioperi della fame e colloqui, che di giorno potessero andare a lavorare di giorno nel penitenziario normale. Io non lo volevo e, poiché questa conclusione implicava che io stessi solo di giorno e nell’ora d’aria, non mi opposi più giuridicamente alla decisione di trasferirmi , fui così trasferito in Germania Ovest (TAZ 29/6/83), dove capitai nella prigione di massima sicurezza di Bielefeld, nella quale ci fu subito motivo di rabbia. (Ralf e Ronni uscirono definitivamente dal braccio di massima sicurezza nell’agosto 1983).

Quello che Till Meyer racconta poco e male di me nel suo libro si spiega con la situazione. 1976: il rischio per lui per la fallita azione di Tegel. 1978: rifiuto della sua liberazione e 1980 quando ci incontrammo nel tratto non mi rivolse quasi  parola perché appartenevo “all’altra frazione”. Dopo venne liberato mentre io rimasi dentro, ironicamente condannato per la liberazione di Till Meyer. Questa costellazione collega davvero poco.

avanti per non dimenticare

Le memorie dei fuoriusciti  trovano spazio solo per questo, perché non ci sono opere migliori. L’errore di quelli che non si sono distanziati è stato di non presentare una storia completa. Anche i 2 vecchi volumi del Blues o l’omonimo libricino di Rainders e Fritzsch non bastano, sono troppo vecchi, non commentati o scarni. Certo che ci sono cose più importanti da fare e che nessuno che oggi segua una prassi di sinistra vuole diventare un topo di biblioteca. Ma è sempre meglio sacrificarsi un anno che sopportare in silenzio questa spazzatura senza risposta.

[1] ANSTINKEN

[2] RESTANSPRUCH = ESIGENZE RESIDUE?

[3] UM IHREN SENF ZUM BESTEN ZU GEBEN

[4] Wurmforsätze

[5] Wahrheits und Lehrgehalt

[6] Kick = forse l’atto di scacciare, allontanare ecc.

[7] Es wird schon was haengen bleiben

[8] domanda a Viehmann? Cosa vuol dire lavorare per la stasi?sei sicuro?ci sono prove?

[9] Der als hausblatt der bka durchgehen kann

[10] Auftritte

[11] justizsenat

[12] auf dem Kopf zusagte
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9 risposte a Lotta armata in Germania: a proposito di “dissociati” e “pentiti”

  1. damiano ha detto:

    ciao,

    sempre riguardo all’argomento …qualche compagno che ha letto “L’Autunno Tedesco ” – pubblicato di recente dalla Derive/approdi – mi sa dare un parere in merito??
    http://www.deriveapprodi.org/2003/04/lautunno-tedesco/
    grazie

  2. contromaelstrom ha detto:

    A proposito del libro che citi “L’Autunno Tedesco” di Peter-Jürgen Boock, è visto molto male dai suoi ex compagni. Guarda cosa ne dice Klaus Viehmann: “A proposito di dissociati e pentiti”, sta qui:
    https://contromaelstrom.wordpress.com/2011/09/30/lotta-armata-in-germania-a-proposito-di-dissociati-e-pentiti/

    Stesso giudizio negativo ne dà Stefan Wisniewski: “Non ho voglia di commentare ogni volta le nuove varianti di Boock. Per lui calza bene ciò che Regis Debray ha scritto nel suo libro sull’america latina “Critica delle armi”: “I più grandi militaristi, diventano i più grandi rinnegati”. Mentre Boock appare come un orso ammaestrato nei Talk show, ci sono altri che non hanno possibilità di fare dichiarazioni, come Brigitte Mohnhaupt che è segregata in una prigione bavarese.” Stefan Ne parla anche in altri passaggi:
    https://contromaelstrom.wordpress.com/2011/09/19/un-colloquio-sulla-storia-della-raf/

    A giorni metto sul sito una storia credibile della Raf, non ancora edita in libro.
    ciao s.

  3. damiano ha detto:

    grazie dei suggerimenti – andrò a leggerli !

    ciao,

  4. dementio ha detto:

    Boock è un ‘testimone della corona’, che ha fatto un accordo di collaborazione con le autorità contro i propri compagni, in cambio di evitarsi la galera. Poi pontifica sulla storia in giro per mass-media, una roba come Morucci in Italia.
    Ancora ultimamente ha fatto le sue chiacchere al processo contro Verena Becker.
    A proposito, ben + importante e anzi urgente è la situazione di Christa Eckes, descritta qui: http://lapattumieradellastoria.blogspot.com/2011/12/no-allincarcerazione-di-christa-eckes.html

  5. contromaelstrom ha detto:

    Grazie dell’informazione sulla drammatica situazione di Christa Eckes. ci uniamo alla protesta contro la sua incarcerazione (probabile uccisione)

  6. Pingback: 17 ottobre 1977 la strage di Stammheim | LA STORIA PERDUTA

  7. Pingback: Σάββατο 17 Οκτωβίου ’77: οι »αυτοκτονίες στην φυλακή. Sabato 17 Ottobre 2015 05:04 17 ottobre 1977: i «suicidi» di Stammheim | Αέναη κίνηση

  8. Pingback: Σάββατο 17 Οκτωβίου ’77: οι »αυτοκτονίες» στην φυλακή , Sabato 17 Ottobre 2015 05:04 17 ottobre 1977: i «suicidi» di Stammheim | Αέναη κίνηση

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