Libertà per la “pantera nera” Russell Maroon Shoatz

Maroon-1Russell Maroon Shoatz è uno delle centinaia di prigionieri politici negli Usa che ha combattuto per la liberazione delle comunità afroamericane e ha sofferto le conseguenze della repressione brutale dello stato federale negli anni settanta e ottanta. quaranta anni di carcere di cui 22 anni consecutivi rinchiuso in una cella di isolamento “solitary confinement”, e solo grazie a una campagna nazionale e internazionale Maroon è stato finalmente trasferito da qualche giorno dalla cella di isolamento a una cella regolare. E’ una vittoria che potrebbe aprire la strada alla cessazione dell’uso criminale diffuso, in molti stati che si definiscono arbitrariamente “democratici”, della punizione dell’isolamento, ormai ritenuto da tutti e anche dalle Nazioni Unite uno strumento di tortura che viene usato per …“infliggere a una persona dolore o sofferenze acute…intimidirla o esercitare pressioni…”

[Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, approvata assemblea generale ONU, New York il 10 dicembre 1984]:
«Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla o esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione…»

Maroon-2In queste tre interviste si racconta la storia di Maroon e il contributo militante e intellettuale che lui ha dato e continua a dare ai movimenti antagonisti negli Usa, specialmente all’interno delle carceri, nonostante la sua condizione da carcerato e sotto la tortura costante della cella di isolamento. (questo è il libro che Maroon ha scritto, per ora solo in inglese)

Noi vogliamo liberarlo perché è un combattente per la libertà e contro questo marcio sistema di sfruttamento e di oppressione. La nostra lotta per la sua liberazione definitiva  continua.

Russell èmaroon nato il 23 agosto del 1943 a Philadelphia. Era uno di 12 figli. All’età di 15 anni fu coinvolto in una banda di ragazzi, arrestato è rimasto fino all’età di 18 anni all’interno dei riformatori e altri istituti di correzione giovanile.

Il 20 febbraio 2014 Russell Maroon Shoatz è stato rilasciato dal “solitary confinement” (cella di isolamento) Maroon-2dopo averci trascorso più di 22 anni ed ora è in una cella regolare nella prigione di Stato Correctional Institution (SCI) Graterford.

L’indirizzo per scrivergli è:

RUSSELL MAROON SHOATS
# AF-3855
SCI Graterford
PO Box 244
Graterford, PA 19426 – 0246

USA

ecco le tre interviste
*la prima con Theresa la figlia di Maroon (17 min.) si trova qui
*la seconda intervista con Quincy (11 min.) si trova qui
*la terza intervista  di Ayanna, militante delle Pantere Nere (14 min.) si trova qui

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4 Marzo 1973 – “Mozione conclusiva del Convegno dell’Autonomia organizzata” Bologna

4 Marzo 1973 – “Mozione conclusiva del Convegno dell’Autonomia organizzata” Bologna

Vedi la relazione introduttiva del convegno  qui

L’incontro di lavoro e di verifica delle Assemblee Autonome e dei Comitati operai che si è svolto a Bologna il 3 e 4 marzo, ha concretizzato, in un confronto politico che partiva dalle realtà rappresentate, il tema dello sviluppo e dell’organizzazione dell’autonomia operaia. Il contributo militante dato dai compagni organizzati nelle varie situazioni è stato la base che ha permesso di non rimanere invischiati in un dibattito ideologico astratto, ma di centrare concretamente i problemi dello scontro di classe in atto nel paese. La classe operaia oggi all’offensiva contro i programmi di ristrutturazione capitalistica e contro la repressione, esprime la necessità, evidenziata nella riunione di Bologna, di muoversi verso livelli organizzati e alternativi dell’autonomia a livello nazionale. L’autonomia operaia ha espresso in questo ciclo di lotte il bisogno di organizzarsi attorno innanzitutto ad una lirica politica e quindi agli obiettivi che ne scaturiscono. Difendere gli interessi reali della classe operaia significa di fatto acutizzare la crisi della borghesia, muovendosi su obiettivi che blocchino la ripresa produttiva e significa anche il superamento delle organizzazioni revisioniste per la costruzione dell’alternativa. La base di tutto questo è il comportamento politico dell’autonomia operaia che si muove come negazione dei bisogni di sviluppo del capitale e contro la sua componente riformista funzionale a questi bisogni (sindacati e partiti dell’arco costituzionale). Questo rifiuto dell’organizzazione capitalistica del lavoro che si esprime anche attraverso l’assenteismo come forma spontanea di reazione operaia, si articola su quegli obiettivi che l’autonomia è stata capace di praticare nelle singole realtà rappresentate, nella prospettiva politica della lotta alla ristrutturazione, alla repressione, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Obiettivi collegati in questa prospettiva sono:

– rifiuto della mobilità e della polivalenza;

– lotta all’intensificazione dei ritmi e alla nocività;

– 36 ore;

– lotta ai licenziamenti

– salario uguale per tutti.

La pratica rivoluzionaria alternativa di questi obiettivi deve sviluppare l’attacco per far saltare la gerarchia aziendale, che in forma diretta si manifesta attraverso i dirigenti e i capi, in forma indiretta attraverso il crumiraggio organizzato e i tentativi di provocazione dei fascisti, sviluppando via via un processo tendente alla ingovernabilità della produzione. Di fronte a questo preciso attacco operaio il capitale ha bisogno di far pagare la sua crisi alla classe operaia. La classe operaia risponde con un livello organizzato che passa attraverso il salario garantito, in tutte le sue varie articolazioni. Salario garantito anche come programma di lotte sociali che vede nel territorio un momento organizzativo tra fabbriche, scuole e quartiere, insieme a tutti gli obiettivi di un progetto di riappropriazione di classe che esprima una lotta complessiva la cui qualità impone reazioni sempre più dure e violente da parte dello Stato borghese. Le proposte organizzative devono concretizzare le linee politiche espresse in questa mozione.

STRUTTURE – Si è stabilito di costituire una commissione che si raduna periodicamente con i compiti sottoelencati, fermo restando che tale soluzione ha necessariamente un carattere provvisorio e va verso la costruzione di strutture più solide sulla base della crescita unitaria e delle capacità di tutte le realtà rappresentative.Quindi:

1) la commissione è composta da due compagni per zona: Porto Marghera, Roma, Napoli, Milano, Torino;

2) tale commissione si assume la responsabilità di garantire continuità al processo di costruzione dell’autonomia a livello il più generale possibile. Si assume quindi la responsabilità politica di tutto quanto verrà fatto e promosso a livello comune (in particolare di promuovere i contatti e i rapporti politici con nuove realtà autonome);

3) le strutture di lavoro (sedi, stampe, ecc.) delle singole situazioni sono disponibili per sostenere la commissione in questo inizio di struttura unitaria, nella prospettiva di creare una struttura unitaria più completa;

4) la commissione dovrà ampliare la base strutturale al livello di mutuo soccorso rivoluzionario, autodifesa, finanziamento, ecc.;

5) a tutte le distinzioni, in base al processo di concreta costruzione promozione unitaria , la commissione promuove un incontro nazionale a tutte le realtà autonome.

STRUMENTI:

a) Uno degli strumenti che la commissione vuole concretizzare è un bollettino politico mensile: il primo numero è relativo alle conclusioni politiche di questo dibattito (esiste già la copertura finanziaria).

b) anche gli strumenti di stampa già operanti nelle varie zone saranno di appoggio e sostegno al bisogno più generale in modo da contribuire alla costruzione di una reale saldatura tra le varie situazioni autonome.

– la prima riunione della commissione deve affrontare anche il problema tecnico e finanziario del futuro bollettino. Indicativamente questa riunione si deve fare alla fine della prossima settimana;

– la commissione avrà anche lo scopo di concretizzare il discorso sul Sud, la violenza, la scuola, la situazione dcl movimento internazionale in altrettanti documenti allo scopo di essere sempre elemento promozionale e organizzativo dell’autonomia di questi settori.

Hanno partecipato ai lavori:

Milano – Alfa Romeo, Pirelli, Sit Siemens, Farmitalia, Binda;

Porto Marghera – Petrolchimico, Chatillon, Rex Pordenone;

Napoli – lgnis, GIE, Italsider, Edili, Porto,SIP, Mecfond;

Torino – FIAT Mirafiori, FIAT Rivalta, Telemeccanica AFM;

Genova – Italcantieri, Ansaldo Mecc. Nucl.;

Ferrara – Montedison, Eridania;

Firenze – Galileo, Carapelli;

Roma – ENEL, Policlinico, Sip, Edili

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LA LOTTA, LA FORZA, LA DIGNITA’

PortoFluvialeTitanik Cinema@PortoFluviale

Venerdì 28 febbraio ore 18,00

LA LOTTA, LA FORZA, LA DIGNITA’…Aggiornamenti e discussione sulle lotte dei lavoratori della logistica con i facchini e compagni dell’Assemblea di sostegno alle lotte della logistica – Roma –

per la Cassa di Resistenza dei lavoratori della Logistica

Da alcuni anni i lavoratori del settore della Logistica del trasporto merci sono in lotta. Per anni hanno vissuto una condizione di super sfruttamento: assunti da cooperative fraudolente che cambiano nome ogni anno per azzerare l’anzianità maturata dai lavoratori; hanno faticato in magazzini polverosi, dispersi nelle periferie deserte e buie, distanti dal centro cittadino, con turni massacranti che iniziano al tramonto e finiscono all’alba, straordinari non pagati, buste paga irregolari, tagli del salario e la continua minaccia di essere licenziati da un momento all’altro. Gran parte di questi lavoratori sono immigrati, arrivati in questo paese tra mille peripezie e alle prese con istituzioni dimentiche della cultura dell’accoglienza e attrezzate soltanto alla feroce repressione.

Di fronte a tutto ciò hanno avuto la forza di dire NO! Hanno alzato la testa, si sono organizzati con il sindacato di base SI Cobas e hanno iniziato a lottare per migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita e hanno vinto importanti battaglie contro l’arroganza padronale vuole metterli a tacere. Ma lotta autorganizzata ha la capacità di espandersi e ogni giorno si aggiunge un nuovo magazzino da cui sale un grido di riscatto: uniti, determinati, solidali e autorganizzati si può vincere!

a seguire film

Modern Times (Tempi moderni)

di Charlie Chaplin, Usa 1936

Roma, Via del Porto Fluviale 12

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Unità, determinazione e solidarietà: e i lavoratori vincono!

Unità, determinazione e solidarietà: e i lavoratori vincono!

CorrieriI corrieri della Gls di Castel di Leva (zona Santa Palomba in Roma) hanno vinto la loro lotta!

Gli ingredienti per questa vittoria sono stati l’unità, la determinazione e la solidarietà con la consapevolezza di gestire in prima persona le vertenze, autorganizzandosi.

Ripercorriamo brevemente le tappe di questa lotta che possono essere di incitamento e indicazione per tutti i lavoratori.

*Il magazzino di Castel di Leva è dato in franchising dal colosso dei trasporti GLS alla DFS TRASPORTI che a sua volta utilizza cooperative per la forza lavoro: facchini e corrieri; questi ultimi sono assunti dalla “cooperativa” 3 ASSI (consorzio MT TRASPORTI).

*La volontà dei corrieri di affrontare una vertenza per uniformare le proprie buste paga al Contratto collettivo (CCNL), li ha portati ad abbandonare la tessera dei sindacati collaborativi (Cgil, Cisl, Uil) e autorganizzarsi col Si.Cobas. A dicembre scorso la cooperativa impone un trasferimento punitivo a tre corrieri, tra i più attivi sindacalmente: lo sciopero per respingere l’infame tentativo è immediato, altrettanto immediata è la rottura delle trattative da parte del SI.COBAS.

*La cooperativa 3 Assi decide la linea dura ma la risposta dei corrieri è lo sciopero di giovedì 13 e venerdì 14 febbraio. I danni alla produzione cominciano a essere ingenti.

*Ancora linea dura della cooperativa che, oltrgls 1-2e ad aggressioni verbali e fisiche nei confronti di alcuni corrieri, fa circolare la voce che i corrieri verranno tutti licenziati e manda loro messaggi telefonici di ritenersi in ferie per la settimana successiva.

*Non un passo indietro”, decidono i corrieri e rilanciano bloccando i camion in uscita martedì 18 sera , mentre mercoledì 19 notte si concentrano presso il centro di smistamento GLS di Fiano Romano impedendo lo spostamento di merci, in queste iniziative sono stati affiancati e sostenuti da altri lavoratori, disoccupati, studenti che sanno che non si deve lasciar passare l’arroganza padronale in un solo punto perché si perde ovunque.

*La stessa notte di mercoledì i lavoratori della Logistica dei Centri di smistamento GLS di Piacenza, Bologna, Padova e Verona, a conoscenza della lotta dei compagni di lavoro di Roma e delle soverchierie dei padroni, decidono che una prova di forza solidale è necessaria e urgente e scioperano dalle 22:00 per circa 5 ore.

*I padroni sono sensibili ai loro profitti, stavolta stanno subendo troppe perdite e…hanno ceduto: tutti i corrieri sono stati reintegrati, le sanzioni punitive annullate, si rendono disponibili a discutere l’adeguamento delle buste paga al CCNL e aprire un tavolo di trattative.

È chiaro per tutti e tutte l’insegnamento che se ne deve trarre. Oggi si può lottare, ci si può autorganizzare, si può vincere: alla faccia di tutti i profeti di sventura. È necessaria soltanto la convinzione, che dovremo tutti e tutte far nostra: che tutto ciò che esiste è prodotto da noi lavoratori, che se i lavoratori si fermano, si ferma tutto!, che le merci da sole non camminano se non le muovono i facchini e se non le trasportano i corrieri. Questa è la grande convinzione e forza che ha sostenuto i corrieri e che vale per le vertenze locali così come per obbiettivi più generali così come per cambiare tutta la società.

La solidarietà tra lavoratori, la solidarietà di classe, è uno strumento importantissimo per vincere, per questo i padroni e i media cercano di dissuaderci dall’usarla. In questa vicenda la solidarietà si è trasformata in qualcosa di più: è diventata unità tra chi lavora nella convinzione che l‘interesse di un lavoratore è l’interesse di tutti, un torto fatto a un lavoratore è un torto fatto a tutti!

Ma la lotta non è finita. Ora i corrieri hanno assunto il compito di vigilare perché gli impegni presi dai padroni vengano mantenuti, così come hanno espresso la volontà di ricominciare qui e ovunque ci sia prevaricazione e sfruttamento da parte di padroni, comunque travestiti, verso i lavoratori.

Uniti, determinati, solidali e autorganizzati, si vince!!!

Assemblea di sostegno alle lotte della Logistica

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Quaranta anni fa, il 1974: un anno di grandi contraddizioni e di svolte importanti

Quaranta anni fa, il 1974: un anno di grandi contraddizioni e di svolte importanti

Nelle carceri il 1974 inizia verso fine di febbraio. Il 24 febbraio i detenuti del carcere Le Murate di Firenze organizzano una protesta, non è la prima volta, si battono da anni insieme a tutta la popolazione prigioniera per l’attuazione della riforma carceraria.

Il detenuto Giancarlo Del Padrone, nemmeno 20 anni, viene ucciso falciato da una raffica di mitra di un agente di custodia. [vedi qui e qui ]

Il potere era molto preoccupato; il movimento dei detenuti aveva raggiunto livelli di mobilitazione importantissimi e di massa e aveva coinvolto importanti settori della società esterni al carcere. Situazioni di sostegno alle lotte dei carcerati erano presenti in ogni città. Grazie a questo sostegno esterno e ai livelli di organizzazione interna, il movimento dei detenuti aveva sviluppato una capacità di azione notevole e una capacità programmatica tanto da mettere in crisi il Ministero e i funzionari della Direzione Generale Istituti Prevenzione e Pena (DGIPP). Va ricordato che i testi scritti dai prigionieri in quegli anni, testi di analisi critica del carcere e proposte per riforme sostanziali sono state successivamente oggetto di studio e riferimento per numerosi centri studi in tutto il mondo. Ma in questo triste paese quel patrimonio di cultura anticarceraria è stato nascosto e criminalizzato.

Seguiamo la cronaca di quei giorni. Da [da Maelstrom pag.162 e segg]

Nap«Il 23 febbraio ’74, a Firenze, nel carcere delle Murate è in corso una protesta per la riforma dei codici fascisti e per un nuovo regolamento penitenziario. I detenuti sono sui tetti, non è la prima volta, però la polizia spara, prima lacrimogeni e poi piombo. E quella è la prima volta. Giancarlo Del Padrone, un ragazzo di vent’anni, detenuto per un tentato furto, rimane ucciso, altri otto detenuti vengono feriti.

In molte carceri si impenna la protesta contro gli assassini di Stato. A Genova due giorni dopo si ribellano i detenuti del carcere di Marassi. Una nuova ondata di forti proteste corre da nord a sud. Scontri avvengono anche fuori dal carcere. Il movimento, a quel tempo, non abbandonava i ribelli nelle carceri e il 14 marzo, a Firenze, per un intero pomeriggio si accendono scontri tra polizia e manifestanti sotto il carcere delle Murate, scontri cui i detenuti assistono dalle finestre e partecipano con battiture e urla.

Il potere decide di rispondere ancora col piombo. Il 9 maggio nel carcere di Alessandria tre detenuti sequestrano un medico, un’assistente sociale, sei insegnanti e sei agenti. Polizia e carabinieri circondano l’edificio, i detenuti chiedono di poter lasciare il carcere in un furgone. In serata il governo consente una soluzione di forza di polizia e carabinieri che porta alla morte di due ostaggi.

Il giorno dopo vi è l’assalto, diretto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che porta all’uccisione di due detenuti e tre ostaggi. Un massacro. Dalla Chiesa non viene destituito, viene anzi nominato plenipotenziario del nuovo sistema carcerario. A lui viene affidato il compito di individuare e predisporre il circuito delle carceri speciali e di sovrintendere alla loro sicurezza. Il Procuratore della Repubblica Reviglio della Veneria commenta: «Un’azione meravigliosa, condotta magistralmente dai carabinieri ». Sette morti.

Il movimento dei detenuti vacillò, anche perché in quel ’74 si contarono altri quattro detenuti uccisi, ma non arretrò. La società civile, quella che si era scoperta riformatrice, invece arretrò lasciando mano libera ai massacratori. E arretrò, inaspettata, perfino la compagine più battagliera del movimento, Lc, che aveva fino allora offerto sponda e sostegno al movimento dei detenuti. La Commissione carceri di Lc ne chiedeva un potenziamento per far fronte alla repressione dilagante, la segreteria di Lc invece ne propose l’unificazione con la Commissione soccorso rosso per realizzare una Commissione sui problemi della giustizia. Nei fatti significava l’abbandono dell’intervento sul carcere. Le argomentazioni dei dirigenti di Lc suonarono come campane a morto: «La situazione era diventata troppo pesante, segnata dalla sfiducia disperata e dal riflusso qualunquistico dei detenuti». I leader di Lc sentenziarono che: «Il tentativo di orientare dall’esterno un processo di sensibilizzazione politica e di iniziativa collettiva dei detenuti […] non è ripetibile»

Il ripiegamento di Lc, la formazione più numerosa della sinistra rivoluzionaria, avvenne anche nei riguardi di altri settori sociali fino alla riscoperta, nel ’76, della la via elettorale. La repressione dilagò, accompagnata da una pesante stretta

delle condizioni di vita. Si tornò al regime delle celle chiuse. Il Ministero cominciò a lavorare per realizzare un circuito ristretto di supercarceri dove rinchiudere i più riottosi, definiti «di difficile controllo».

La controffensiva reazionaria, quasi un golpe, si attuò con la nascita del governo Moro del 23 novembre ’74. Governo bicolore Dc-Pri, nel quale venne estromesso il ministro Zagari che aveva offerto soluzioni aperturiste e sostituito con Oronzo Reale, quello che produrrà la famigerata «legge Reale» sull’ordine pubblico. Fu proprio quel governo Moro a guidare una decisa svolta a destra su tutti i terreni del conflitto: repressione contro le lotte operaie e di quartiere e le manifestazioni di piazza. Luigi Gui era agli Interni. Quel governo varerà il maggior numero di leggi liberticide.

Nel Parlamento, liberali, missini e destra Dc lanciarono allarmi per il «lassismo» con cui lo Stato affrontava i ribelli nelle carceri: «Non facciamo delle carceri dei soggiorni piacevoli per detenuti».

Vennero tolti dalla riforma i contenuti avanzati e venne introdotto l’art. 90 che permetteva al ministro di sospendere in tutto o in parte i contenuti della riforma qualora si ravvisassero problemi di sicurezza.

Colpi di tale durezza crearono sbandamento nel movimento dei detenuti. Per quelli politicizzati la scelta a quel punto divenne obbligata. A Napoli si riunirono nel Movimento dei proletari emarginati, a Firenze nel Collettivo George Jackson. E quelli furono i due raggruppamenti da cui si formarono i Nap. Vi furono anche le Pantere rosse, formatesi nel carcere di Perugia che si posero da subito la prospettiva combattente.

[…] I Nap iniziarono il loro intervento in un clima incandescente, la polizia sparava contro i rivoltosi e i secondini picchiavano selvaggiamente chiunque protestasse, si moltiplicava l’uso delle più dure punizioni, il letto di contenzione aveva ripreso a funzionare a pieno ritmo massacrando corpi e menti. La prima azione dei Nap: un messaggio diffuso con altoparlanti: «Compagni detenuti il volantino qui allegato è la trascrizione del testo megafonato la notte del primo ottobre 1974 davanti ai carceri di Milano, Roma e Napoli e seguita da un’esplosione che aveva lo scopo di distruggere le apparecchiature trasmittenti.

[…] Compagni e compagne detenuti nel carcere, questo messaggio è rivolto a tutti voi dai Nuclei armati proletari che si sono costituiti in clandestinità all’esterno dei carceri per continuare la lotta dei detenuti contro i lager dello Stato borghese e la sua giustizia; il nostro è un appello alla ripresa delle lotte per il conseguimento degli obiettivi espressi nelle piattaforme dal ’69 in poi. Una ripresa delle lotte nei carceri che ci vede uniti, ora come dal ’69 in poi, al proletariato; contro il capitalismo violento dei padroni, contro lo Stato dei padroni e il suo governo. La risposta dello Stato borghese a cinque anni di lotta dura è stata una crescente repressione e una serie di provvedimenti fascisti tra i quali il raddoppio della carcerazione preventiva e il definitivo affossamento del progetto di riforme penali. […] Noi non abbiamo scelta: o ribellarsi e lottare o morire lentamente nelle carceri, nei ghetti, nei manicomi, dove ci costringe la società borghese, e nei modi che la sua violenza ci impone. Contro lo Stato borghese, per il suo abbattimento, per la nostra auto liberazione di classe, per il nostro contributo al processo rivoluzionario del proletariato, per il comunismo, rivolta generale nelle carceri e lotta armata dei nuclei esterni. […] I nostri obiettivi immediati sono:

a)abolizione dei manicomi giudiziari, veri lager nazisti…

b)abolizione dei riformatori minorili, luoghi di violenza originaria sul giovane proletario…

c)amnistia generale e incondizionata, salvo che per i reati di mafia e per la sbirraglia nera…

d)abolizione immediata della recidiva.

e)inchiesta da parte di una commissione non parlamentare, ma composta da compagni, avanguardie di lotta delle fabbriche e dei quartieri sulle torture, sugli abusi e sugli omicidi

f)la verità sul compagno fucilato a Firenze e sulla strage ordinata dal potere e dai suoi servi ad Alessandria…

Viva il comunismo, viva la lotta dei detenuti [ottobre 1974].

(Da: Progetto memoria. Le parole scritte. Sensibili alle foglie, Cuneo 1994).

«I Nap adottarono un atteggiamento politico e ideologico di condivisione rivendicativa di ogni azione volta a liberare il proletariato recluso, i detenuti sociali, gli extralegali e i non garantiti, e a favorire una presa di coscienza politica. […] Questo programma fu spesso considerato con diffidenza, se non addirittura con sospetto, da altre formazioni armate più dogmatiche, anche se la linea d’ombra fra clandestinità e movimento venne superata, in diverse occasioni, da un’innegabile sintonia fra Nap e altre organizzazioni di riferimento, come per esempio le Br, da molti tacciate di dirigismo e stalinismo. Sta di fatto che i Nap incarnarono un indiscusso ruolo di avanguardia all’interno del sistema carcerario e, all’esterno, nel carcerario diffuso». [Roberto Silvi, La memoria e l’oblio, cit.]

Luca Mantini verrà ucciso il 29 ottobre 1974 durante un esproprio a una banca di piazza Alberti a Firenze insieme a un altro compagno napoletano, Giuseppe Romeo «Sergio».

Il 1974 sul piano internazionale:

 

***   Il 2 marzo in Spagna il compagno anarchico catalano garottaSalvator Puig Antich e il detenuto “comune” tedesco Georg Michael Welzel (noto come il “polacco” Heinz Ches) vengono garrotati. Ultima ferocia di un regime ormai morente. Il 20 dicembre dell’anno precedente (1973) l’ammiraglio Luis Carrero Blanco successore di Franco era saltato in aria insieme alla sua scorta grazie a un’azione eseguita dai compagni dall’Eta.

*** In Portogallo il 25 aprile alcuni ufficiali, i cosiddetti Capitani d’Aprile, danno il via alla Rivoluzione dei Garofani, che abbatte il regime fascista di Marcelo Caetano successore di Salazar , sostituendolo con una giunta militare. Quella rivoluzione fa sperare in una rivoluzione socialista, ma è un sogno di breve durata: errori clamorosi delle forze politiche rivoluzionarie, e soprattutto la minaccia di strangolamento economico e commerciale di tutto il mondo capitalista, nessun appoggio dal mondo del “socialismo reale”, riducono una speranza in una democrazia borghese corrotta e incapace.
[vedi qui  e  qui ]

Di nuovo qui da noi…

*** Durante sedute burrascose, ma sostanzialmente concordi, tra il 9 e il 17 aprile, Camera e Senato approvano la legge 195 sul finanziamento pubblico dei partiti (quello che è in discussione in questi giorni per abolirlo o per ridimensionarlo).

*** Il 18 aprile a Genova le Brigate Rosse sequestrano il magistrato Mario Sossi, persecutore accanito di tutto le istanze del movimento genovese e pubblico ministero nel processo contro i compagni della XXII Ottobre. Di questi compagni in carcere, le Br il 5 maggio chiedono la libertà in scambio con quella di Sossi. La magistratura concede la libertà provvisoria ai compagni imputati e Sossi sarà liberato a Milano il 23 maggio, ma il procuratore generale Francesco Coco rinnega l’impegno della liberazione dei compagni, avvalendosi di un cavillo giuridico.

Primo volantino  e ottavo volantino l’ultimo:

 

*** Il 12 maggio nel referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio il NO vince con il 59,3% (l’affluenza sfiora l’88%): la legge Fortuna-Baslini resta in vigore.

***  Il 22 maggio a Roma è costituito presso l’Arma dei carabinieri un nucleo antiterrorismo, al comando del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. È il premio per aver compiuto la “strage nel carcere di Alessandria. Dalla Chiesa seleziona dieci ufficiali dell’arma e con questi crea nel maggio del 1974 una struttura antiterrorismo, denominata Nucleo Speciale Antiterrorismo, con base a Torino. Verrà sciolto nel 1976, dopo che era emerso in tutta chiarezza la totale illegittimità di questa struttura all’interno delle istituzioni disegnate dalla Costituzione. E anche per le sue azioni eccessivamente “indipendenti dalla legge”.

***  Il 28 maggio – Brescia: esplode una bomba in piazza della Loggia durante una manifestazione sindacale

***  Il 30 maggio Gianni Agnelli è eletto presidente di Confindustria.

***  Il 21 luglio – Roma: viene costituito il Partito di unità proletaria per il comunismo (PDUP), fusione della lista de il manifesto con il gruppo proveniente dal PSIUP.

Grecia

*** Il 23 luglio in Grecia cade la dittatura dei colonnelli al potere dal 1967. Il cosiddetto “mondo occidentale” con gli Usa in testa si rendono conto che tale regime è impresentabile nel confronto col mondo del “socialismo reale”, d’altronde il lavoro sporco di ripulire la Grecia dai comunisti era stato già svolto. In attesa di elezioni, per guidare il governo temporaneo viene richiamato in patria l’ex primo ministro Konstantinos Karamanlis [vedi]

 ***  Il 4 agosto – San Benedetto Val di Sambro (in provincia di Bologna): strage dell’Italicus. Una bomba esplode nella carrozza 5 dell’espresso Roma-Monaco mentre sta uscendo dalla galleria dell’Appennino. L’attentato, che causa 12 morti e 44 feriti, è rivendicato gruppo neofascista Ordine Nero come vendetta per la morte del militante Giancarlo Degli Esposti, avvenuta il 30 maggio durante uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine

*** Il 9 agosto Richard Nixon si dimette dalla carica di presidente degli Stati Uniti a seguito dello scandalo Watergate

Fabrizio

*** L’8 settembre a Roma, nel quartiere di San Basilio, gli occupanti di case vengono aggrediti da ingenti forze di polizia. Trattative e scontri si protraggono per tre giorni. Colpi d’arma da fuoco della polizia uccidono Fabrizio Ceruso, di diciannove anni, militante del Comitato Proletario autonomo di Tivoli. Vedi quiqui

*** Il 2 ottobre a Torino la FIAT mette in cassa integrazione 65.000 operai, adducendo i motivi della crisi Fiatdel settore automobilistico, in realtà iniziando la controffensiva padronale. Il 9 ottobre viene indetto uno sciopero generale. Dopo un mese di agitazioni trovato l’accordo: riduzione oraria da 40 a 24 ore settimanali e recupero parziale del salario. Il 4 ottobre vengono messi in cassa integrazione 73.000 operai FIAT, Autobianchi e Lancia. Questo primo attacco padronale verrà respinto, si ripresenterà nel 1980, con esiti diversi come si vede qui e qui

***  Il16 ottobre a Milano l’Alfa Romeo annuncia la riduzione dell’orario di lavoro per 13.000 lavoratori.

*** Il 12 novembre New York, Yasser Arafat interviene per la prima volta all’Assemblea PalestGenerale dell’ONU come rappresentante del popolo palestinese. E il 22 novembre l’ONU riconosce l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese, cui viene riconosciuto il diritto all’autodeterminazione.

*** Il 27 dicembre, dopo 30 anni dalla liberazione, finalmente la Corte costituzionale dichiara illegittime le norme del codice penale che impediscono lo sciopero politico.

“ignorare quello che prima di noi è avvenuto è come rimanere sempre bambini” [Cicerone]

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Conflitto di classe e Repressione

Conflitto di classe e Repressione poliziesca 

La polizia, le forze dell’ordine (capitalistico) nel conflitto tra lavoratori e padroni, si collocano da una parte precisa e non è una novità. Che questo avvenga con estrema spudoratezza, senza nemmeno “salvare la forma”, avviene sempre più spesso… è la crisi, baby!... e i democratici, quei pochi e quelle poche che si definiscono tali, si scandalizzano. Di questi giorni i padroni della Granarolo esplicitamente e senza decenza hanno chiamato la polizia per difendere il loro “diritto a fare impresa” a impedire che ‘sti cazz ‘e operai si mettano a scioperare e a fare i picchetti. La polizia, ligia al suo dovere, è corsa immediatamente; così mentre il padrone licenziava gli operai più attivi nel magazzino, la polizia arrestava i più attivi nel picchetto… è il capitalismo, baby!

Giovedì scorso (13 febbraio) la repressione ha colpito 17 attivisti dei movimenti di lotta per la casa colpevoli di aver intensificato la lotta per un bisogno primario come l’abitazione in un momento in cui le condizioni di vita dei proletari vengono continuamente peggiorate…. è la legalità baby!…

Ieri 18 febbraio 2014…

(comunicato dell’Assemblea di sostegno alle lotte della logistica di Roma)
La sera del 18 Febbario i corrieri Gls di Castel di Leva -in località Santa Palomba (Rm) assieme ad altri lavoratori solidali e ai delegati del Si Cobas hanno bloccato per 3 ore l’uscita dei camion dal magazzino fino all’intervento di un consistente contingente di polizia.
Il blocco è iniziato alle 20.30 impedendo l’uscita delle tre linee che trasportano le merci ritirate dai corrieri in giornata e destinate ad altre sedi d’Italia, una volante dei carabinieri è arrivata poco dopo constatando la risolutezza dei corrieri a continuare la protesta fino alla riapertura del tavolo di trattativa, mezz’ora dopo è arrivata anche la prima volante della polizia. Nel frattempo alla spicciolata uscivano anche altri lavoratori, altri autisti e facchini, del magazzino tra i quali anche i nuovi assunti chiamati a sostituire i lavoratori in sciopero: più di uno raccontava che i direttori del magazzino “li avevano chiusi dentro” e gli consigliavano di non uscire per non correre il rischio di essere picchiati – è stato loro, invece, offerto del caffè.
 Quando ormai il blocco aveva inferto un duro danno economico all’azienda ritardando di più di due ore la partenza delle linee sono arrivate altre 4 volanti della polizia e due cellulari con a bordo una trentina di agenti del reparto mobile.

Il blocco è stato sgomberato solo con il loro intervento in assetto antisommossa: i lavoratori del magazzino e quelli solidali hanno arretrato ordinatamente per tutta la lunga strada che conduce al magazzino sotto la spinta delle forze dell’ordine che facevano strada ai lunghi bilici della Gls. È stata così ritardata ulteriormente la loro partenza avvenuta quando ormai erano le 23.30, dei tre tir diretti all’Hub di Fiano Romano è poi ripartito con carico ridotto solo quello diretto a Firenze mentre sono saltate le partenze di quelli per Padova e per il Mezzogiorno.

I corrieri Gls hanno scioperato una prima volta il 3 dicembre contro il trasferimento di tre di loro per motivi sindacali e per l’apertura di un tavolo con la controparte la DFS Trasporti che gestisce il franchising per la Gls il magazzino di Castel di Leva ed altri due nella provincia di Roma. Per la riapertura del tavolo, disdetto unilateralmente dall’azienda, i lavoratori hanno scioperato nuovamente gli scorsi 13 e 14 febbraio avendo come unica risposta la messa in ferie forzate per una settimana dei 19 scioperanti (su 35). Quando i corrieri sono andati a chiedere la comunicazione per iscritto della messa in ferie, lunedì 17, uno di loro è stato aggredito da un caporale dell’azienda ricevendo lesioni per 10 giorni di prognosi, fatto già denunciato alle autorità competenti.
I lavoratori denunciano la falsificazione delle buste paga e il mancato pagamento di tredicesima, ferie, contributi per il Tfr e varie indennità e l’attribuzione arbitraria di multe che erodono ulteriormente il loro salario.

*****

A questo punto lasciamo i presunti democratici a strapparsi i capelli. Noi, compagni e compagne non dobbiamo stupirci!

La repressiscelba_2one è connaturata al conflitto, soprattutto quando questo fuoriesce dai margini della legalità, quando il conflitto non si lascia irregimentare dentro le ragnatele delle rappresentanze istituzionali, delle compatibilità finanziarie e delle mozioni. La repressione ci sarà finché ci sarà uno stato col ruolo precipuo di mantenere e riprodurre l’ordine proprietario (capitalistico) esistente!

Comunque un po’ di storia non fa male. Polizia, carabinieri, finanza, ecc., stanno dalla parte del padrone, lo sono sempre stati. Loro, con le armi, stanno a salvaguardia e per riprodurre l’ordine dello sfruttamento capitalistico.

Facciamo un salto nel passato recente:

1950 la polizia carica gli operai che scioperano! A queleccidio_fonderie_modena_555 tempo gli operai avevano in tasca la tessera della Cgil, adesso quella di un sindacato di base o nessuna tessera, ma che differenza fa? Gli armati di Stato devono difendere l’ordine e riportare la lotta di classe entro i confini della legalità. La tessera che i lavoratori hanno in tasca può avere un interesse storico, che può servire per conoscere le tappe della “corruzione politica”, della “cooptazione” nel sistema capitalista dei dirigenti del movimento operaio, ma non cambia un granché alla natura della lotta di classe. Quel 9 gennaio 1950 la polizia spara e ammazza sei lavoratori e ne ferisce alcune decine [vedi post precedente].

Non solo, quelli rimasti vivi e anche feriti vengono arrestati e incriminati per aver voluto “sovvertire l’ordine democratico”. L’avete già sentita vero?

I “sovversivi” al processo vengono difesi dall’onorevole Lelio Basso (sinistra Psi), un bravo compagno, un bravo avvocato. Ecco alcuni stralci dell’arringa difensiva di Basso: Basso

«…Il capitalista, l’industriale, il commerciante, che è scontento della propria situazione e aspira a mutarla, che vuole arricchire, che vuole crescere in potenza, e che per far ciò è pronto a speculare sulla buona fede del pubblico, a ingannare, ad affamare i suoi operai, a defraudare i risparmiatori attraverso abili giochi di borsa, a frodare il fisco … resta pur sempre un “uomo d’ordine”. Anche l’operaio, che è stanco di essere sfruttato in un’officina, … aprendo un negozio, un piccolo laboratorio… purché si adegui alla mentalità del nuovo ceto, purché consideri accresciuta la sua dignità e guardi dall’alto in basso i suoi compagni di lavoro di ieri, è considerato un “uomo d’ordine”.

Ma l’operaio che è stanco di essere sfruttato in un’officina, che è stanco della quotidiana miseria, e non pensa soltanto a conquistarsi un posto più vantaggioso nella società, ma pensa ai milioni di compagni che dividono la sua sorte e vuole migliorarla per tutti, costui è un “sovversivo”. È una distinzione che il tradizionalismo poliziesco si tramanda di generazione in generazione, e i caratteri che distinguono il “sovversivo” agli occhi della polizia sono oggi più o meno gli stessi che erano cent’anni fa….

…La nostra polizia continua imperterrita per la sua strada… Voi lo avete sentito ieri, il commissario Pompeo Pedullà, dichiararvi francamente che in quella giornata del 9 gennaio e nelle successive egli non aveva tempo di applicare la Costituzione….

…Leggete, signori del Tribunale, leggete con attenzione i verbali della polizia nei fascicoli processuali… I lavoratori sono sempre, per principio, chiamati “sovversivi”; i dimostranti, anche se dimostrano pacificamente, anche se dimostrano per difendere un loro diritto, sono chiamati nei rapporti di polizia “facinorosi”; ogni organizzatore sindacale che assolve ai suoi doveri di tutela dei lavoratori è per definizione “sobillatore”; ogni partigiano è un “bandito”.

…il rapporto dei carabinieri di Camposanto in data 1° febbraio 1950. vi si racconta che gli avvenimenti del 9 gennaio sono scaturiti da una riunione “notturna”: naturalmente “notturna” perché i tenebrosi sovversivi si riuniscono sempre col favore della notte. E che cosa è avvenuto in questa riunione “notturna”? Un esponente comunista …si è recato a Camposanto per avvertire “che doveva avvenire a Modena una grande dimostrazione di operai, a scopo di protesta contro la Ditta Orsi, e pertanto invitava i presenti a parteciparvi largamente. Coloro che non potevano andarci avrebbero dovuto attenersi all’osservanza dello sciopero in luogo”. Che cosa c’è di particolare sovversivo in queste disposizioni, che non aveva certo bisogno di una riunione notturna per essere emanate? [Quanta somiglianza con le “inchieste di oggi”? Dovrebbe leggerla il dott. Caselli e i procuratori di Torino questa arringa]… Lo sciopero è per definizione disordine, l’invito allo sciopero è sobillazione. [dovrebbe leggerlo il questore di Bologna che ha arrestato i lavoratori della Granarolo] Questa è la polizia della nostra “Repubblica democratica”.- lo dice Lelio Basso- …».

L’arringa continua, è molto lunga e interessante, ma sono sufficienti queste poche righe per vedere quanto poco è cambiato lo scontro tra capitale e lavoro, con la mediazione dello Stato.

siamo stanchiSono passati 64 anni ma le regole del conflitto di classe, le regole effettive, anche se non scritte, quelle che operano, sono le stesse. Contro queste regole scritte e non scritte, ma operanti, dobbiamo attrezzarci per lottare. Non è molto utile consumare energie per chiedere nuove leggi e regolamenti, tanto la polizia, non ha tempo di applicarle le leggi e la Costituzione”. Lo dicono loro, i questori, i commissari, e allora perché perder tempo nel richiedere nuove leggi, se poi quello che opera è il rapporto di forza?

La repressione dunque c’è sempre stata e non è possibile abolirla in questo sistema… ma ci si può lottare contro e raggiungere risultati importanti e impedire che compia il suo ruolo di deprimere i conflitti e annichilire i proletari/e e i compagni/e. Vedremo cosa si può fare nei prossimi post.

Intanto… continuiamo a lottare!

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La natura della lotta di classe non cambia!

*Ieri abbiamo ricordato il 17 febbraio 1949, le fucilate dei carabinieri, 65 anni fa, per fermare la lotta operaia, vedi il post qui;

*Lo scorso anno abbiamo ricordato i 35 anni trascorsi dalla cacciata di Luciano Lama dall’Università di Roma, venuto per riportare all’ordine capitalista i giovani in rivolta, vedi qui;

logistica*Ieri, 17 febbraio 2014, i padroni di un magazzino della logistica all’interno delle attività delle multinazionali del trasporto, qui vicino Roma ha licenziato i lavoratori che scioperavano contro condizioni di sfruttamento eccessive (come è successo alla Granarolo di Bologna, vedi qui) perfino in violazione del Contratto Nazionale di Lavoro e delle leggi esistenti.

***Un insegnamento se ne può trarre: l’altro ieri le fucilate, ieri la “cattura” dei dirigenti dei sindacati collaborativi (Cgil, Cisl, Uil), oggi col licenziamento, la storia è sempre quella. Cambiano molte cose nel mondo. Cambiano anche gli strumenti, ma la natura della lotta di classe è sempre la stessa: i padroni con lo stato e i suoi armati, con i sindacati che collaborano, ma anche per mezzo della stampa, della Tv, degli altri media, e di tanti altri strumenti, perseguono sempre BeqjTsLIYAABb1alo stesso scopo: ridurre all’obbedienza gli sfruttati, imporre loro di accettare le condizioni di sfruttamento perché i capitalisti realizzino alti profitti, sempre più alti.

…fino a quando?

Ecco il comunicato sui licenziamenti di ieri:

COMUNICATO – LOTTE DELLA LOGISTICA
PESANTE ATTACCO PADRONALE ALLA GLS DI ROMA CASTEL DI LEVA: COMMITTENTE E COPERATIVA TENTANO DI LICENZIARE I CORRIERI DEL SI COBAS. STAMATTINA UN CAPORALE DELLA COOPERATIVA PRENDE A TESTATE UNO DEI NOSTRI LAVORATORI   ROMA, 17 FEBBRAIO – MAGAZZINO GLS DI CASTEL DI LEVA
A dicembre più di 20 dei circa 35 corrieri del magazzino si organizzano col SI COBAS. Dopo uno sciopero di alcune ore ottengono il ritiro dei trasferimenti politici che avevano colpito tre lavoratori (colpevoli di voler “portare il sicobas nel magazzino) ed un tavolo di trattativa. Chiedono il rispetto del contratto nazionale.  Da anni gli autisti girano come matti per 10/12 ore al giorno e più, sono sottopagati, senza ferie, senza tredicesima e quattordicesima, mentre l’azienda risparmia sui versamenti di INPS, TASSE e TFR. Gli autisti distribuiscono merci per la GLS che fattura cifre da capogiro, arricchendo, oltre alla stessa GLS, anche: – il committente: la ditta DFS trasporti, che gestisce in franchising il magazzino GLS (ed altri 3 GLS a Roma). – l’appaltatore, la MT trasporti, un consorzio di cooperative (le solite cooperative fasulle) che gestisce in appalto le attività dei corrieri, e che ha appalti su Roma anche in TNT e SDA.  Ebbene dopo due incontri, il committente e il consorzio/cooperativa decidono di approfittare della pausa natalizia per progettare e attuare un piano per buttare fuori dal magazzino i lavoratori che sostengono la lotta. Tutti quanti, nessuno escluso.  Quindi, non appena ritengono di essere preparati a sopportare un altro sciopero, comunicano a freddo e senza alcun motivo che non trattano più coi lavoratori e non riconoscono più il sindacato. Nel frattempo, come scopriremo poi mettono un annuncio di lavoro con cui cercano nuovi autisti sul magazzino.  La risposta dei corrieri e’ ovviamente lo sciopero: si interrompe il lavoro per i turni di giovedì 13 e venerdì 14 febbraio. Lo sciopero impatta pesantemente sulla “produzione” nonostante l’azienda sostituisca i 20 lavoratori in sciopero con circa 28 nuovi autisti che non appartengono a quell’appalto. Ritenendo per il momento sufficiente questo primo segnale, i lavoratori comunicano all’azienda che lo sciopero e’ sospeso e che lunedì rientreranno regolarmente al lavoro. A questo punto l’azienda comunica che tutti quelli che hanno scioperato non devono rientrare in magazzino. Da lunedì’ sono in ferie obbligate.  E per finire: stamattina, allorché i lavoratori si presentano al lavoro chiedendo giustamente che la comunicazione di ferie forzate sia data non verbalmente ma in modo ufficiale, per iscritto, ai caporali della cooperativa saltano i nervi. Uno di loro aggredisce con una testata un lavoratore (con inevitabile seguito di esposto alle autorità competenti).  Il piano del committente (l’azienda DFS, il franchising di GLS) e del consorzio di cooperative (la MT trasporti) e’ chiaro. Con la scusa di un imminente cambio appalto (concordato) mettere fuori i corrieri che hanno osato alzare la testa. Saluti e arrivederci. Questo succede in un magazzino GLS. Un magazzino dove da anni si sfrutta a più non posso, si truccano le buste paga rubando soldi e risparmiando su tasse e contributi. E tutti, GLS italia, il committente (il franchising GLS) e la cooperativa si ingrassano sulla pelle dei lavoratori. E tutti fanno finta di non vedere (anche la CGIL la quale anzi in questi giorni ha detto ai corrieri in assemblea che a loro il contratto nazionale non spetta!). A Roma tutti i lavoratori, il SI COBAS e i compagni che sostengono le lotte della logistica sono assolutamente determinati ad andare fino in fondo e a far rientrare i lavoratori e il sicobas. Questo e’ scontato. Tuttavia una considerazione si impone: come SI COBAS e come ADL COBAS dopo una dura vertenza abbiamo firmato da poco un accordo nazionale che introduce il pieno rispetto del contratto nazionale ed anche diritti aggiuntivi (su malattia, infortunio e ticket) nei 4 HUB GLS dove siamo presenti (Piacenza, Bologna, Padova e Verona, oltre il magazzino di Padova) Come dobbiamo valutare il comportamento di GLS Italia la quale, se da un lato firma accordi quadro con noi, dall’altro approfitta o quantomeno tollera che nei magazzini dove si movimentano le proprie merci si licenzino dei lavoratori solo perché si organizzano nel COBAS? GLS non se né può lavare le mani e deve essere chiamata a rispondere delle sue responsabilità! Per questo chiediamo un appoggio concreto dei nostri compagni di lavoro degli altri magazzini dove siamo presenti come SI COBAS e ADL COBAS.
LAVORATORI E DELEGATI SI COBAS  – APPALTO GLS di ROMA – CASTEL DI LEVA SI COBAS
COORDINAMENTO DI ROMA
ASSEMBLEA DI SOSTEGNO ALLE LOTTE DELLA LOGISTICA – ROMA
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17 febbraio 1949, i carabinieri sparano sugli operai a Isola Liri

È il 1949, un anno durissimo. La guerra è appena finita, la disoccupazione e la fame devastano intere aree. Nell’aprile dell’anno precedente, 1948, la Democrazia cristiana ha vinto le elezione e ha cacciato via dal governo le sinistre: Pci e Psi. Iniziano i governi “centristi”: Dc, Psli (poi Psdi), Pri, Pli. Con De Gasperi Presidente del Consiglio, Andreotti e Moro sottosegretari e Scelba agli interni. Questi governi scelgono la subalternità agli Usa, firmando l’adesione alla Nato e accettando gli “aiuti del piano Marshall”. Quindi l’industrializzazione viene indirizzata all’interno della divisione internazionale del lavoro guidate dalle multinazionali statunitensi: industria chimica, altamente tossica e devastante nel polo di Marghera, siderurgia, distruzione dell’agricoltura e delle industrie del meridione per creare una massa di disoccupati necessari a tener basso il costo del lavoro e impedire la sindacalizzazione della classe lavoratrice.

Reparto_CelereIn provincia di Frosinone, ad Isola Liri, c’è una cartiera nella quale lavoravano molti operai e operaie; l’industria cartaria è una delle principali risorse occupazionale dell’area. I disastri provocati sugli impianti dagli eventi bellici provocano il rallentamento della ripresa produttiva elevando a tassi insostenibili la disoccupazione operaia. La tensione fra mano d’opera e padroni è altissima perché i padroni puntano a ristrutturarsi a spese dei lavoratori, chiedendo allo Stato mano libera nei licenziamenti e nei bassi salari. I lavoratori si organizzano sindacalmente e decidono l’occupazione degli stabilimenti delle Cartiere Meridionali che avviene il 5 febbraio 1949. La popolazione si stringe intorno a operai e operaie, l’esasperazione è alta perché l’intera area è economicamente dipendente dal salario della cartiera e decide di scendere in piazza. Le forze dell’ordine circondano la fabbrica e, pensando che la guerra non sia finita, utilizzano anche un carro armato con il cannone puntato. Polizia e carabinieri sparano numerosi colpi di arma da fuoco. Sono 35 i dimostranti feriti, dei quali 7 in gravi condizioni. Uno di questi, l’operaio Tommaso Diafrate 25 anni viene ucciso, travolto da un automezzo dei militi lanciati nelle folle e criminali cariche.

Il giorno successivo, il 18 Febbraio, nella zona di Frosinone, si svolge uno sciopero per protestare contro i gravi fatti del giorno precedente e l’uccisione di Tommaso Diafrate.Unità18Feb1949

28 anni dopo il dirigente della Cgil Luciano Lama afferma: “lavoratori stringete la cinghia“, vedi qui

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Lettera aperta dal presidio permanente alla Granarolo alla città di Bologna

Lettera aperta dal presidio permanente alla Granarolo alla città di Bologna

 Venerdì, 14 Febbraio 2014 18:02

Siamo i facchini, gli studenti, i centri sociali, che da 9 mesi lottano uniti, insieme al sindacato Si.Cobas, per affermare la dignità degli ultimi.
La nostra protesta è iniziata quando una parte di noi ha subito un grave sopruso.
Puniti e licenziati per aver scioperato contro provvedimenti illegittimi che ledevano la nostra dignità di lavoratori.
Per anni abbiamo lavorato spezzandoci la schiena nei magazzini della logistica di multinazionali che come Ctl/Granarolo e Cogefrin realizzano profitti milionari.
Le grandi aziende appaltano una parte fondamentale del  lavoro a cooperative che in concorrenza tra loro promettono il prezzo più basso alla committente.
Tutto ciò è possibile grazie al fatto che noi, i  “ soci cooperatori” siamo  trattati come  schiavi nei magazzini lontani dal centro cittadino, nelle periferie buie dove il nostro turno di lavoro inizia al tramonto  e finisce quando il sole tiepido inizia a scaldare la città.
Lavoriamo nelle celle frigorifere  e nei magazzini polverosi e bui.  Spostiamo bancali di merci nei piazzali d’asfalto dove file di camion ci attendono per essere caricate.  I ritmi con cui lo facciamo vengono cronometrati e debbono essere  sempre più veloci, poco importa che lo si faccia durante il caldo torrido dell’estate, o nel gelo invernale.
La maggior parte di noi è arrivata in questo paese lasciando la propria terra e i propri affetti in cerca di un futuro migliore.  Nel nostro viaggio pochi di noi hanno avuto la fortuna di arrivare con tutti quelli con cui erano partiti.
Molti dei nostri compagni non ce l’hanno fatta. Inghiottiti da un mare che non ricorderà nemmeno i loro nomi. Lasciati a marcire in  carceri come quelle libiche dove ogni diritto umano è sospeso.  Dimenticati nei “centri di accoglienza”italiani dove nudi nei piazzali venivamo ripuliti con gli idranti come la storia ci ricorda facevano i nazisti nei campi di concentramento.
Molti di noi alle spalle hanno storie terribili come queste.
Ma ora siamo qui con un permesso di soggiorno che ci dice che finché lavoriamo possiamo restare.
Ma a quali condizioni?
Può il lavoro sacrificare la nostra dignità? E’ giusto chiederci di tenere la testa abbassata mentre il capo ci urla e ci offende in continuazione?  E’ democratico un sistema di lavoro che ci impone turni massacranti, straordinari mai pagati, buste paga irregolari, tagli del salario del 35 %?
Granarolo afferma di non avere nulla a che fare con noi. Loro bianchi e candidi come il latte noi, sporchi e scuri come la fame e la miseria.
Loro dicono che non siamo loro dipendenti , ma noi per anni abbiamo lavorato nei loro magazzini, eseguendo i comandi dei loro capi, caricando e scaricando i loro prodotti.  Loro dicono che davanti ai cancelli quando scioperiamo non riconoscono le nostre facce. Ci crediamo perché nemmeno noi abbiamo mai visto le loro nei magazzini.
Ma davvero non c’è una responsabilità di  chi appalta il lavoro? Davvero è sufficiente girarsi dall’altra parte e fingere di non sapere?
Ci dicono che la Granarolo continua ad investire nel mercato. Leggiamo sui giornali che il suo fatturato lo scorso anno ha sfiorato  i 100 milioni  e che si conferma in crescita.
E allora perché il suo presidente ha permesso che una cooperativa a cui aveva affidato il lavoro del facchinaggio ci tagliasse le buste paga per “stato di crisi”, mentre peraltro si continuavano a fare straordinari?
Perché dopo mesi la nostra dignità deve essere ancora offesa dall’arroganza di un padrone che ha tutto e che per sbeffeggiarci sceglie di comprare le pagine di tutti i giornali per offenderci ancora una volta?
Noi non possiamo comprare l’informazione e nemmeno crediamo sia giusto poterlo fare.
Abbiamo questa nostra storia da raccontare.  La raccontiamo da 9 mesi, davanti ai cancelli di chi per tanto tempo ci ha sfruttato, nelle piazze e nelle vie della città. L’abbiamo raccontata a voce alta mentre la celere ci prendeva a cazzotti, ci spruzzava per ore dei gas velenosi in faccia, e  trascinava via due nostri colleghi per arrestarli. Non abbiamo amicizie tra tutti coloro che comandano la città. Abbiamo la nostra voce, abbiamo i nostri corpi, abbiamo la solidarietà di chi è sempre stato al nostro fianco.  Abbiamo la forza della nostra dignità e della nostra lotta.

Presidio permanente della dignità dei facchini

dal sito del S.I. Cobas
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Chi erano i fratelli D’Inzeo?

Ieri dalle agenzie:

Equitazione: morto Piero D’InzeoCon il fratello Raimondo segno’ un’epoca -13 febbraio, 20:40 –

191958266-15933e7d-4c80-4955-97b0-3a97b065c5f1E’ morto oggi Piero D’Inzeo, il cavaliere azzurro che conquisto’ due medaglie d’argento e quattro bronzi olimpici e in coppia con il fratello Raimondo (scomparso il 15 novembre scorso) segno’ un’epoca dello sport azzurro. D’Inzeo aveva 90 anni.

Chi erano i fratelli D’Inzeo?

Così li ricordo...[da: Maelstrom, pag.32, 33, 34]

«Era mercoledì…

Quel 6 luglio del ’60 era un giorno in mezzo alla settimana e faceva troppo caldo per stare dentro casa, e poi le discussioni animate dei grandi in quei giorni ci tenevano su di tensione. Che i fascisti tornavano e stavano al governo ci sembrava strano. I grandi dicevano: «I fascisti li abbiamo battuti e sconfitti e adesso stanno al governo, in pratica governano».

Qualcosa si doveva pur fare. L’Associazione partigiani d’Italia (Anpi) veniva a Porta S. Paolo. A Genova c’era stato Pertini che aveva scaldato gli animi. «u brighettu», il cerino, l’avevano soprannominato, e la polizia le aveva prese. A Genova aveva parlato anche Parri. Qui a Porta S. Paolo venivano i nomi più prestigiosi, le medaglie

d’oro, i capi della lotta partigiana. Tutti in piazza: uomini, donne e ragazzi. Si andava anche noi, eccome. Giornata torrida, un caldo boia. Ma non era il caldo che rendeva paonazzo il viso degli adulti. Erano infuriati perché la questura aveva vietato il comizio dell’Anpi. Da non credere. Di gente ce n’era tanta, ma era lì perplessa, raccolta in gruppi a discutere. Di là, verso Testaccio, e soprattutto lungo viale Aventino, tanta polizia, ma proprio tanta, vedevamo anche la polizia a cavallo. Noi esplorammo la zona, girando di qua e di là. Cercammo di capire cosa poteva succedere.

Capimmo tutto quando si cercò di ricostruire la dinamica degli scontri, nelle discussioni dentro le sezioni e nelle piazze. Noi, un gruppo di amici di strada, ci trovammo improvvisamente in mezzo ai lacrimogeni e alle cariche dei carabinieri a cavallo e della polizia con le camionette, le chiamavamo jeep. Allenati a correre, per la polizia non era facile acchiapparci.

In quei giorni scoprimINzeo1mo il sampietrino e la «breccola». Il primo è pesante, e per lanciarlo bisogna fare un ampio gesto del braccio alto sopra la spalla, come il lancio del disco. La «breccola» invece si lancia con un gesto secco, uno scatto all’altezza della spalla. Le «mazzafionde» quel giorno non le avevamo portate, ma da allora sempre in tasca, con qualche biglia di vetro o di ferro.

Scoprimmo una cosa ancora più importante: non eravamo soli. C’erano tanti gruppi di ragazzi nelle strade di Roma, che come noi avevano attraversato quel dopoguerra accumulando un malessere e una rabbia contro chi li condannava a una difficile esistenza.

Come noi avevano quella sorta di ripulsa per la politica che sapeva troppo di schede elettorali, di «mozioni» e «ordini del giorno», e sapeva poco di vita reale. Come noi avevano accumulato un’infinità di domande, ma, fin lì, nessuna risposta. Come noi volevano fare qualcosa.

La cronaca ha raccontato quei giovani come le «magliette a strisce», ma le magliette a strisce le avevano quelli di Genova che hanno messo in fuga i celerini, noi no, non li abbiamo messi in fuga. A Genova si erano organizzati, i portuali e gli operai dell’Ansaldo in testa. Qui niente. È stata la prima cosa che chiedemmo nella sezione del Pci qualche giorno dopo: «Perché qui non ci siamo organizzati come a Genova?». Sguardi severi ci incenerirono.

Capimmo poi il perché. Gli «eccessi» di Genova la direzione del Pci non li aveva graditi. Qui a Roma niente organizzazione di piazza, solo la fuga sotto la carica dei carabinieri a cavallo guidati dai fratelli D’Inzeo, quelli che vinsero le medaglie olimpiche nell’equCariche_6-7-1960_Romaitazione.

Da allora non mi sono piaciute le olimpiadi, le ho poi odiate quando, nel ’68 in Messico, la polizia ha fatto una strage di studenti che manifestavano, come in ogni parte del mondo. Che schifo lo sport quando nasconde l’arroganza del potere.

A Porta San Paolo abbiamo resistito spontaneamente, noi i ragazzi che conoscevamo quelle strade, ne avevamo dimestichezza assai più che i carabinieri a cavallo, erano le nostre strade e correre era il nostro sport, l’unico. Qualche fischio se lo presero quei funzionari del Pci che invitavano a rientrare nelle sezioni, a non continuare

Inzeo2gli scontri, a smetterla. E i fischi se li presero anche quei dirigenti dell’Anpi che invitavano a «stare calmi». Ma come? Dopo che i D’Inzeo avevano bastonato i partigiani dovevamo stare calmi?

I ragazzi di Porta san Paolo, tra cui anche il nostro piccolo gruppo, sono stati definiti da alcuni «la nuova generazione antifascista ». Poi il tempo, che stava lì dietro l’angolo, si è incaricato di rendere noto a tutti che quei ragazzacci di strada, quelli della nostra età, non tutta la generazione, solo quelli con molta rabbia sulla pelle, non ce l’avevamo solo coi fascisti, ce l’avevamo pure con quello che succedeva sul lavoro, ce l’avevamo con i governi, ce l’avevamo con la polizia e con i carabinieri, ce l’avevamo con lo Stato, ce l’avevamo con la famiglia che ci voleva tutti «normali» e non permetteva alle ragazze di uscire la sera. E poi ci siamo interessati di quello che succedeva in Sudafrica e in Vietnam, in Angola e in Palestina. Non ci piaceva quel mondo dove i potenti cambiavano casacca ma erano sempre gli stessi.

Forse avremmo voluta continuarla quella battaglia del 6 luglio a Porta San Paolo, buttando sul tappeto tutti i problemi che avevamo incontrano fino a quel giorno, ed erano già tanti, nonostante la nostra giovane età. Ma ancora li tenevamo in gola, non trovavamo le parole per scagliarli fuori.

Qualcuno poco più grande di noi ce l’aveva suggerito di continuare.Genova

Quelli del Pci dicevano che costoro erano «provocatori», ma a noi non sembravano. Quella brutta parola l’ho sentita in quei giorni per la prima volta.

L’invito a continuare non l’abbiamo raccolto in quel luglio, ma l’abbiamo tenuto presente negli anni successivi.

I fatti del luglio ’60

Quei giorni e quelli successivi sono stati per noi il battesimo della politica. Abbiamo deciso di non stare più a guardare, abbiamo cercato di capire gli intrecci complicatissimi della politica italiana…»

Vedi qui il post sui fatti di Porta San Paolo luglio 1960

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