Lettera aperta dal presidio permanente alla Granarolo alla città di Bologna

Lettera aperta dal presidio permanente alla Granarolo alla città di Bologna

 Venerdì, 14 Febbraio 2014 18:02

Siamo i facchini, gli studenti, i centri sociali, che da 9 mesi lottano uniti, insieme al sindacato Si.Cobas, per affermare la dignità degli ultimi.
La nostra protesta è iniziata quando una parte di noi ha subito un grave sopruso.
Puniti e licenziati per aver scioperato contro provvedimenti illegittimi che ledevano la nostra dignità di lavoratori.
Per anni abbiamo lavorato spezzandoci la schiena nei magazzini della logistica di multinazionali che come Ctl/Granarolo e Cogefrin realizzano profitti milionari.
Le grandi aziende appaltano una parte fondamentale del  lavoro a cooperative che in concorrenza tra loro promettono il prezzo più basso alla committente.
Tutto ciò è possibile grazie al fatto che noi, i  “ soci cooperatori” siamo  trattati come  schiavi nei magazzini lontani dal centro cittadino, nelle periferie buie dove il nostro turno di lavoro inizia al tramonto  e finisce quando il sole tiepido inizia a scaldare la città.
Lavoriamo nelle celle frigorifere  e nei magazzini polverosi e bui.  Spostiamo bancali di merci nei piazzali d’asfalto dove file di camion ci attendono per essere caricate.  I ritmi con cui lo facciamo vengono cronometrati e debbono essere  sempre più veloci, poco importa che lo si faccia durante il caldo torrido dell’estate, o nel gelo invernale.
La maggior parte di noi è arrivata in questo paese lasciando la propria terra e i propri affetti in cerca di un futuro migliore.  Nel nostro viaggio pochi di noi hanno avuto la fortuna di arrivare con tutti quelli con cui erano partiti.
Molti dei nostri compagni non ce l’hanno fatta. Inghiottiti da un mare che non ricorderà nemmeno i loro nomi. Lasciati a marcire in  carceri come quelle libiche dove ogni diritto umano è sospeso.  Dimenticati nei “centri di accoglienza”italiani dove nudi nei piazzali venivamo ripuliti con gli idranti come la storia ci ricorda facevano i nazisti nei campi di concentramento.
Molti di noi alle spalle hanno storie terribili come queste.
Ma ora siamo qui con un permesso di soggiorno che ci dice che finché lavoriamo possiamo restare.
Ma a quali condizioni?
Può il lavoro sacrificare la nostra dignità? E’ giusto chiederci di tenere la testa abbassata mentre il capo ci urla e ci offende in continuazione?  E’ democratico un sistema di lavoro che ci impone turni massacranti, straordinari mai pagati, buste paga irregolari, tagli del salario del 35 %?
Granarolo afferma di non avere nulla a che fare con noi. Loro bianchi e candidi come il latte noi, sporchi e scuri come la fame e la miseria.
Loro dicono che non siamo loro dipendenti , ma noi per anni abbiamo lavorato nei loro magazzini, eseguendo i comandi dei loro capi, caricando e scaricando i loro prodotti.  Loro dicono che davanti ai cancelli quando scioperiamo non riconoscono le nostre facce. Ci crediamo perché nemmeno noi abbiamo mai visto le loro nei magazzini.
Ma davvero non c’è una responsabilità di  chi appalta il lavoro? Davvero è sufficiente girarsi dall’altra parte e fingere di non sapere?
Ci dicono che la Granarolo continua ad investire nel mercato. Leggiamo sui giornali che il suo fatturato lo scorso anno ha sfiorato  i 100 milioni  e che si conferma in crescita.
E allora perché il suo presidente ha permesso che una cooperativa a cui aveva affidato il lavoro del facchinaggio ci tagliasse le buste paga per “stato di crisi”, mentre peraltro si continuavano a fare straordinari?
Perché dopo mesi la nostra dignità deve essere ancora offesa dall’arroganza di un padrone che ha tutto e che per sbeffeggiarci sceglie di comprare le pagine di tutti i giornali per offenderci ancora una volta?
Noi non possiamo comprare l’informazione e nemmeno crediamo sia giusto poterlo fare.
Abbiamo questa nostra storia da raccontare.  La raccontiamo da 9 mesi, davanti ai cancelli di chi per tanto tempo ci ha sfruttato, nelle piazze e nelle vie della città. L’abbiamo raccontata a voce alta mentre la celere ci prendeva a cazzotti, ci spruzzava per ore dei gas velenosi in faccia, e  trascinava via due nostri colleghi per arrestarli. Non abbiamo amicizie tra tutti coloro che comandano la città. Abbiamo la nostra voce, abbiamo i nostri corpi, abbiamo la solidarietà di chi è sempre stato al nostro fianco.  Abbiamo la forza della nostra dignità e della nostra lotta.

Presidio permanente della dignità dei facchini

dal sito del S.I. Cobas
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Una risposta a Lettera aperta dal presidio permanente alla Granarolo alla città di Bologna

  1. gianni landi ha detto:

    Siamo sempre alle solite ! Chiamali padroni o chiamali finanza…ma chi comanda ha sempre il coltello dalla parte del manico e la colpa muore fanciulla; dopo il fallimento del comunismo di Stato, bisogna proporre o riproporre una strada diversa: autogestione, esproprio ecc.Questo non vale per la Granarolo, probabilmente, ma giuocando sempre di rimessa ‘un si vincerà mai! ci si logora, si illanguidisce, ci si snerva, si perde la speranza di voltare pagina, si sta ad elemosinare un tozzo di pane, un lavoro precario di merda…e tutti se ne fregano! Ci vorrebbe qualche cosa di eclatante in questa società dello spettacolo. Gianni

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