Fiat 1979: offensiva padronale cedimento sindacale

Il 9 ottobre1979 a61 lavoratori della Fiat Mirafiori, Rivalta e della Lancia di Chivasso vengono spedite lettere di licenziamento.

Appena si sparge la notizia, in alcuni reparti operai scoppiano scioperi, alcuni spontanei, altri organizzati dalla rete di lavoratori autorganizzati.La FLM(Federazione Lavoratori Metalmeccanici) dichiara tre ore di sciopero per mercoledì 1° novembre , ma la mattina, prima dello sciopero, diffonde un volantino contro il terrorismo.

Il 3 novembre La Stampatitola «Il fronte si è rotto sulla discriminante del terrorismo».

L’Flm impone ai lavoratori la firma di un documento come condizione per la difesa da parte del collegio sindacale:

«Atteso che il sottoscritto dichiara di accettare i valori fondamentali ai quali il sindacato ispira la propria azione ed in particolare di condividere la condanna senza sfumature non solo del terrorismo ma anche di ogni pratica di sopraffazione e di intimidazione, per la buona ragione che non appartengono alla scelta di valori, alle convinzioni, al patrimonio di lotta del sindacato stesso, consolidati da una lunga pratica di varie forme di lotta e di difesa del diritto di sciopero, così come risulta dal documento conclusivo del Cordinamento nazionale Fiat approvato all’unanimità a Torino l’11.10.1979 dai membri del Cordinamento stesso, delega a rappresentarlo nel presente giudizio, nonché nella procedura ordinaria, in ogni fase e grado, compreso quello esecutivo,…»

Cinquanta operai firmano, ma dieci, pur firmando, criticano duramente il “ricatto politico inaccettabile da parte del Sindacato”

Altri dieci verranno difesi dal Collegio alternativo. Questo si forma il 5 novembre con un conferenza stampa a Torino. Un lavoratore non accetta il ricorso.

L’8 novembre il pretore del lavoro Converso ordina il reintegro di 47 lavoratori di cui 6 del Collegio alternativo. Per gli altri 13 il giudice richiede ulteriore documentazione.

Il pomeriggio dello stesso giornola Fiat fa sapere che farà partire altre 60 lettere di licenziamento.

Il 12 novembre i 47 si presentano ai cancelli ma ricevono altre lettere di licenziamento. Alcuni riesco a entrare, con l’aiuto dei compagni di lavoro, e si fanno cortei interni.

Nelle nuove lettere ci sono accuse circostanziate e accuse di «aver propagandato la formazione di nuclei armati all’interno della fabbrica… aver tenuto nei confronti delle gerarchie aziendali e dei rappresentanti sindacali atteggiamenti intimidatori… aver proposto l’acquisto di armi…»

Nell’udienza del 16.11 il pretore fa un passo indietro e propone i ricorsi individuali dei lavoratori. Così denuncia il Collegio alternativo:

«Tutto e tutti, Stato, Magistratura e forze politiche… devono adattarsi a seconda dei bisogni e necessità dell’iniziativa della multinazionale e di tutto il padronato…»

Intanto oltre ai licenziamentila Fiat dichiarava il blocco delle assunzioni in quanto, come diceva Cesare Annibaldi, direttore delle relazioni industriali, “l’inserimento di nuovo personale in un clima come quello attuale rischierebbe di compromettere l’indispensabile momento di riflessione connesso all’esigenza di ripristinare in fabbrica un minimo di governo [perché] il disordine all’interno delle officine è tale da rasentare il collasso” («La Stampa», 11 ottobre 1979).

Su La Repubblica(18 novembre 1979), Neppi Modona scrive: «Poiché a Torino tutti mormorano e molti sanno che buona parte dei licenziati sono effettivamente coinvolti in episodi di violenzae forse anche di connivenza con il terrorismo, la scelta del pretore è nettamente da approvare

Quindi parte anche il processo penale contro i lavoratori in base alle accuse Fiat.. Il 19 novembrela Pretura trasmette alla Procura della Repubblica 11 lettere dove si ravvisano ipotesi di reati penali.

Il 22 novembre su La Stampa il segretario generale Flm, Enzo Mattina afferma: «I cortei e i picchetti devono essere forme di persuasione psicologica non fisica… Non credo che in questa fase sarebbero utili iniziative generali di lotta.»

Il 1° dicembre, in un’intervista a Lotta continua, Silvano Veronese, dirigente Flm, spiega perché il Collegio sindacale non ha chiesto il reintegro dei licenziati, ma ha fatto ricorso per “attività antisindacale”  (art. 28) perché «Possiamo ottenere un giudizio di antisindacalità anche se –paradossalmente- succedesse che alcuni (o tutti) i 61 lavoratori venissero malauguratamente condannati…»

Deve essere chiaro che la denuncia delle attività antisindacali non riguarda la libertà di lotta riconosciuta alla classe, al di fuori degli organismi istituzionali, bensì rappresenta la sua criminalizzazione. Nei documenti Flm risulta chiaro che il ricorso all’Art. 28 è un’accusa del sindacato rivolta all’azienda di non essersi rivolta al magistrato quando “ha ravvisato fatti gravi di rilevanza penale” cercando di accomunare comportamenti violenti e terroristici alle attività sindacali. La Flm accusala Fiatdi aver chiuso un occhio su certi fatti per poi strumentalizzarli in funzione anti Flm.

Il 21 dicembre la Fiat respinge la mediazione al ribasso dell’Flm per un accordo rispetto al comportamento antisindacale, in cambio sorvola su blocco assunzioni e sulla genericità delle accuse. Ma il cedimento rafforza la decisione Fiat di alzare il tiro…e marciare verso i ricorsi individuali.

Il cedimento sindacale e il boicottaggio aperto di una risposta di massa adeguata ha spianato la strada all’aggressione Fiat.

Alcuni commenti operai:

Angelo Caforio: “Dieci anni fa, proprio in questa stagione, in questo palazzetto c’era un’assemblea simile a questa, era intitolata però ‘Processo alla Fiat’, il processo alla direzione che aveva sospeso novanta operai. Era l’autunno caldo”, ricordò, e proseguì: “tra i 61 licenziati molti rappresentano anche personalmente, fisicamente, la continuità con quell’autunno caldo, hanno più di dieci anni di anzianità Fiat, altri sono entrati invece negli ultimi due anni […]. Crede davverola Fiatdi aver colpito il terrorismo? – si chiese avviandosi alla conclusione – No, non lo crede, non ci pensa neppure. Sa però che la posta in gioco sono gli anni ’80, in fabbrica, a Torino, in Italia” (Il Manifesto 17 ottobre 79)

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