La rivolta dei pellerossa a Wounded Knee

il 27 febbraio 1973 a Wounded Knee, nella riserva indiana di Pine Ridge, nel Sud Dakota, esplose la disperazione indiana.

I Sioux, appoggiati dall’America Indian Movement, si ribellarono al Governo americano denunciando le misere condizioni di vita della popolazione. I pellerossa, circa duecento con donne e bambini, si asserragliarono nello stesso posto in cui nel 29 dicembre 1890 la cavalleria Yankee (del 7° Reggimento al comando del criminale colonnello James Forsyth) aveva massacrato a mitragliate circa 300 Siux Lakota della tribù Miniconjou guidata da Piede Grosso- Big Foot.

Piede Grosso-Big Foot, morto nella neve

Piazzarono le tende intorno alla chiesa, trasformarono l’emporio in sala dei congressi e di refezione, piazzarono gli uomini armati in rudimentali bunker, incrociarono le pipe di guerra, legarono le penne d’aquila alle trecce e organizzarono la resistenza. Il Governo statunitense mise in campo tiratori scelti della polizia federale, uomini, mezzi blindati ed elicotteri e circondò la zona. Per 71 giorni Washington non ebbe potere a Wounded Knee: malgrado l’assedio la comunità indiana si autogovernò con le proprie consuetudini e le proprie leggi.

Poi, il 10 maggio, dopo giorni di scontri con due morti fra i pellirossa e alcuni feriti fra le forze dell’ordine, la resistenza cessò. Gli indiani furono costretti ad abbandonare la zona e in cambio ottennero che il Senato Usa aprisse un’inchiesta sulle loro problematiche. Ancora una volta gli indiani d’America hanno perso la loro guerra contro i bianchi, fidandosi della politica, che, naturalmente, li ha sempre traditi.

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I “fatti” del luglio 1960: la rivolta contro Tambroni e i fascisti

Porta San Paolo (la Piramide)

I giorni dopo le cariche di Porta S. Paolo le facce dei grandi erano ancor più buie: «A Reggio Emilia i fascisti   appoggiati dalla polizia hanno ucciso cinque compagni. No! Li ha uccisi la polizia che sta dalla parte dei fascisti». Il governo autorizzava la polizia a sparare sugli antifascisti. Politica o non politica, la cosa era grave. E lo era per tutti, anche per noi che non ci occupavamo di politica.  […]

Quel 6 luglio del ’60 era un giorno in mezzo alla settimana e faceva troppo caldo per stare dentro casa, e poi le discussioni animate dei grandi in quei giorni ci tenevano su di tensione. Che i fascisti tornavano e stavano al governo ci sembrava strano. I grandi dicevano: «I fascisti li abbiamo battuti e sconfitti e adesso stanno al governo, in pratica governano».

Qualcosa si doveva pur fare. L’Associazione partigiani d’Italia (Anpi) veniva a Porta S.  Paolo. A Genova c’era stato Pertini che aveva scaldato gli animi. «u brighettu», il cerino, l’avevano soprannominato, e la polizia le aveva prese. A Genova aveva parlato anche Parri. Qui a Porta S. Paolo venivano i nomi più prestigiosi, le medaglie d’oro, i capi della lotta partigiana. Tutti in piazza: uomini, donne e ragazzi. Si andava anche noi, eccome. Giornata torrida, un caldo boia. Ma non era il caldo che rendeva paonazzo il viso degli adulti. Erano infuriati perché la questura aveva vietato il comizio dell’Anpi. Da non credere. Di gente ce n’era tanta, ma era lì perplessa, raccolta in gruppi a discutere. Di là, verso Testaccio, e soprattutto lungo viale Aventino, tanta polizia, ma proprio tanta, vedevamo anche la polizia a cavallo…

In quei giorni scoprimmo il sampietrino e la «breccola»… Scoprimmo una cosa ancora più importante: non eravamo soli. C’erano tanti gruppi di ragazzi nelle strade di Roma, che come noi avevano attraversato quel dopoguerra accumulando un malessere e una rabbia contro chi li condannava a una difficile esistenza. Come noi avevano quella sorta di ripulsa per la politica che sapeva troppo di schede elettorali, di «mozioni» e «ordini del giorno », e sapeva poco di vita reale. Come noi avevano accumulato un’infinità di domande, ma, fin lì, nessuna risposta. Come noi volevano fare qualcosa.  […]

Il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 7 luglio, a Reggio Emilia, la polizia spara e uccide: Afro Tondelli (operaio di 35 anni partigiano della 76° Sap), Lauro Farioli, 22 anni, Marino Serri, 41 anni (partigiano della 76° Brigata), Ovidio Franchi (un ragazzo operaio di 19 anni), Emilio Reverberi (39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel ’51 dalle Officine Meccaniche Reggiane, garibaldino nella 144° Brigata). All’ospedale vi sono 12 interventi in sala operatoria di persone in condizioni disperate, colpite da arma da fuoco. A Palermo la polizia carica e uccide: Francesco Vella (42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili che stava soccorrendo un ragazzo), Giuseppe Malleo (16 anni, apprendista edile, militante della gioventù comunista). Era ferito gravemente da un colpo di moschetto alla nuca sparato contro un grappolo umano inerme e indifeso che volgeva le spalle alle truppe. Giuseppe morì il 29 dicembre, cioè dopo sei lunghi mesi di sofferenze. Viene ucciso anche Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. RosaLa Barberadi 53 anni viene raggiunta da una pallottola sparata all’impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono40. A Catania, Salvatore Novembre, 19 anni, disoccupato, viene massacrato a manganellate in piazza Stesicoro. Si accascia a terra sanguinante. Mentre perde i sensi un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno, due, tre colpi, fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato dalla polizia fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore.

[da: Maelstrom, Scene di rivolta e autorganizzazione di classe…DeriveApprodi, pag.31,32,33,38,39]

«…Vittoria dell’antifascismo? Sarebbe falso fermarsi a questi dati, perché sotto questo bilancio occorre trarre un insegnamento più profondo di quello ricavato dai partiti di sinistra. Una forza del tutto nuova ha fatto la sua comparsa in queste giornate: l’elemento che ha fatto saltare sia i progetti della borghesia che dei partiti di sinistra è stata la massa giovanile operaia e studentesca.

…Dal 1953 al 1958 si sono verificati scioperi che le centrali sindacali si sono ben guardate dal coordinare e unificare. Dopo il 1958, se la tensione sociale sembrava essere diminuita, movimenti sporadici, imprevisti e violenti, scoppiavano un po’ qua un po’ là: gli operai del Nord, i meglio pagati, in più casi occupavano le fabbriche, mentre i contadini del Sud manifestavano e si battevano contro le forze di polizia, occupavano i municipi, ricevevano a colpi di pietra i deputati venuti per calmarli.   Dunque è in un periodo caratterizzato dall’assenza di grandi movimenti sociali, ma in cui hanno avuto luogo dure lotte locali, che si sono inseriti i fatti di Genova.

…Questa sottolineatura dell’abbigliamento [i giovani dalle magliette a strisce] voleva forse significare nelle intenzioni dei giornalisti la loro estraneità alla classe operaia, oppure l’impossibilità di definirli, di leggere da dove venivano. In realtà, se nei lunghi anni cinquanta non era successo apparentemente nulla a livello sociale, si era però formata una generazione, nata per la gran parte in tempo di guerra, che esprimeva, sia pure attraverso settori minoritari, un evidente disagio e insofferenza per la rigida canalizzazione della vita quotidiana. E anche se, dovendo fare scelte politiche, l’unica forza di riferimento poteva essere il Pci, in realtà nell’utilizzazione del tempo vissuto i quindici/ventenni della metà degli anni cinquanta manifestavano insofferenza sia della troppo rigida morale operaia, sia della produzione culturale ufficiale,anche democratica.»

[ Danilo Montaldi, Italia luglio 1960, in-L’orda d’oro, pag. 20-26]

 «Vidi un ragazzo brandire una sedia di acciaio di un bar e lanciarsi contro il parabrezza di una macchina. Un altro giovane, quasi adolescente, con quella sua maglietta di cotone a righe vivaci e i blue jeans stretti sulle anche sottili, si avventò, mulinando un asse, contro due agenti e li costrinse a ripararsi contro il muro. Un altro giovane magro, gli occhi infuriati dietro le lenti da studente, si buttò addosso a un questurino e gli strappò il manganello. Poi, mentre gli agenti indietreggiavano, cominciò nella nebbia azzurrina lasciata da gas lacrimogeni la lotta a distanza con i sassi».

[Vie Nuove -settimanale del Pci- 9 luglio 1960- citato in La Stagione dei movimenti, pag. 66]

«Ancora nel luglio Sessanta, quando mi telefonarono di notte per andare a Genova, non mi telefonò il segretario di sezione ma l’addetto al servizio d’ordine, e mi ha detto: “Devi andare a Genova”. Quando siamo arrivati da Milano con l’autostrada, lì quando si scende a Genova dall’alto, avevano piazzato un cannoncino centoventi montato su un camioncino degli ortolani, a controllare la strada. Dove cazzo l’avessero tirato fuori non so bene, ma era un centoventi; io avevo fatto il militare e sapevo quindi che quello era un centoventi. E in Genova c’era un bel casino e c’erano — come immagine immediata, che aveva colpito la nostra immaginazione di ventiquattrenni — questi comandanti partigiani con i bracciali e con le divise che comandavano. […] E poi c’erano armi, che non sono state usate, non si è sparato, sono state usate come deterrente. Sono state mostrate. […] E dalla salita del Fondaco è venuto fuori questo gruppone, che avevano dei moschetti e degli sten. E si sono schierati fuori, mentre la polizia era dall’altra parte di piazza de Ferrari […] Si sono messi per terra e hanno puntato le armi, come uno schieramento. E hanno mostrato le armi a quelli dall’altra parte. E la polizia che stava andando verso la piazza è arretrata e c’è stato un quarto d’ora di silenzio […] hanno sequestrato un gruppetto di carabinieri, li hanno disarmati e poi li hanno scambiati con alcuni manifestanti che erano stati arrestati dall’altra parte. Però a mano armata. […] Ma quell’andata a Genova non venne approvata dai vertici e quando tornai a Milano mi chiesero in Federazione: “Chi t’ha detto di andare a Genova?” “Me l’ha detto il responsabile del servizio d’ordine”. Allora quello poi mi disse: “Ma tu mi hai ritelefonato per verificare se ero proprio io?” “No” “Bravo! Sei caduto in una provocazione, caro compagno”. Sicuramente era lui che mi aveva telefonato, però io avevo commesso due errori fondamentali per un comunista: rivelare che era lui che mi aveva dato l’indicazione e non tenermi il deferimento ai probiviri, stando zitto come usa un comunista»

[Testimonianza di Primo Moroni, tratta da C.Bermani, Il nemico interno., pp. 179-180]

 «Genova- Alcune centinaia di attivisti confluivano alla spicciolata in questa piazza De Ferrari ove sostava un reparto di polizia contro il quale lanciavano sanguinosi insulti et sputi. Forze di polizia hanno mantenuto la più assoluta calma non raccogliendo gravissime provocazioni senonché improvvisamente veniva iniziata violenta sassaiola che colpiva per primo Commissario PS Curti Eraldo et alcune guardie. Inviato immediatamente rinforzo reparto Celere Padova questo doveva impegnarsi duramente contro numero sempre crescente dimostranti che saliti su terrazze prospicienti hanno lanciato casse, pietre, bottiglie et oggetti vari che colpivano ripetutamente guardie PS mentre altri dimostranti con mattoni e spranghe di ferro attaccavano forze polizia allontanandosi nei vicoli ove non era consigliabile inseguirli data strettezza per evitare imbottigliamento. Polizia veniva attaccata anche con spranghe ferro e bastoni, travi et alcune bottiglie di benzina che incendiavano tre camionette del Reparto Celere di Padova mentre alcune guardie di predette camionette venivano scaraventate nella vasca della pubblica fontana […]»

[Telegramma a firma del prefetto di Genova Pianese, inviato alle ore 1,35 del 1 luglio 1960. in: Marco Grispigni-Figli della stessa rabbia. Lo scontro di piazza nell’Italia repubblicana.  Zapruder  n. 1-maggio-agosto 2003]

 «…nemmeno l’opera di convincimento di dirigenti sindacali e partitici, perché abbandonassero la piazza, ebbe successo: molti fra gli operai seguirono l’invito. Ma era difficile trattenere le magliette a strisce.»

[L’Espresso, 16 luglio 1960, citato inLa Stagionedei movimenti, pag. 67]

«A Genova, il 30 giugno, la polizia è sostanzialmente impotente di fronte all’organizzazione militare e anche all’aggressività dei manifestanti. Vecchi partigiani tornano attivi, affiancati dai portuali genovesi e, a sorpresa, da una massa di giovani antifascisti che portano nello scontro di piazza contro la polizia una pratica di violenza tipica delle subculture giovanili, che poi ritroveremo in maniera ancor più massiccia nei conflitti di piazza a partire dalla fine degli anni ’60. Contro questo inatteso “fronte comune” la polizia risulta sostanzialmente inadeguata.»

 [Marco Grispigni- Figli della stessa rabbia. citato]

 Il cambiamento nel comportamento della polizia tra Genova e Reggio Emilia non sembra affatto casuale. Al riguardo la lettura di una nota riassuntiva del 3 luglio sulle giornate genovesi, inviata dal prefetto Pianese al ministro dell’Interno, suona particolarmente sinistra.

«[…] Sembra opportuno riaffermare che le forze di polizia, guardie di p.s. e carabinieri, hanno fatto il loro dovere comportandosi con coraggio e decisione, frustrando le intenzioni degli estremisti, ed evitando più gravi disordini. Devo però mettere nel massimo rilievo che gli estremisti dispongono di squadre di gapisti ben addestrate alla guerriglia, particolarmente idonee per rapide azioni, composte da elementi fanatici, il che fa presumere che le apposite scuole comuniste mettono una particolare cura in tale addestramento […]. Contro la vera e propria guerriglia, messa qui in atto, per avere il sopravvento non resta che colpire a distanza i singoli gruppi e snidarli, il che ovviamente non può farsi se non facendo uso delle armi, o dando alle forze di polizia nuovi mezzi idonei allo scopo. Ciò spiega il gran numero di feriti fra le forze di polizia, colpiti in grande maggioranza da sassi lanciati da una certa distanza […]»  

[Telegramma a firma del prefetto di Genova Pianese, del 1 luglio 1960. inMarco Grispigni-  Figli della stessa rabbia.citato)

 Si legge nel Murgia che all’epoca dei fatti di Reggio Emilia, nel 1960 c’erano in Italia 64 prefetti di prima classe, 62 dei quali erano stati funzionari del ministero degli interni fascista. C’erano poi 64 prefetti ordinari: provenivano tutti dai ranghi della burocrazia fascista. E i 241 viceprefetti erano tutti, nessuno escluso, ex funzionari dei governi fascisti.                       [Paolo Nori, Noi la farem vendetta, Feltrinelli, 2006, pag.75]

Nota storica: Il 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l’incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed attivo sostenitore di una politica di “legge ed ordine.  Il governo Tambroni ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l’operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) si dimettono. Restano: Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, oltre all’immancabile Giulio Andreotti, a Oscar Luigi Scalfaro e anche esponenti della sinistra Dc come Benigno Zaccagnini.
Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l’ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti nei lager e nelle fabbriche tedesche. Genova insorge. Il 30 giugno a Genova i lavoratori portuali, i  camalli risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età. La polizia tenta di sciogliere la manifestazione, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell’ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista.
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1974: lo Stato e la Dc rispondono con le stragi al movimento dei detenuti; omicidi e affossamento della riforma

…nel ’74 si assiste a un inasprimento della repressione sulle proteste ancora in corso.

Il 23 febbraio ’74, a Firenze, nel carcere delle Murate è in corso una protesta per la riforma dei codici fascisti e per un nuovo regolamento penitenziario. I detenuti sono sui tetti, non è la prima volta, però la polizia spara, prima lacrimogeni e poi piombo. E quella è la prima volta. Giancarlo Del Padrone, un ragazzo di vent’anni, detenuto per un tentato furto, rimane ucciso, altri otto detenuti vengono feriti.

In molte carceri si impenna la protesta contro gli assassini di Stato. A Genova due giorni dopo si ribellano i detenuti del carcere di Marassi. Una nuova ondata di forti proteste corre da nord a sud. Scontri avvengono anche fuori dal carcere. Il movimento, a quel tempo, non abbandonava i ribelli nelle carceri e il 14 marzo, a Firenze, per un intero pomeriggio si accendono scontri tra polizia e manifestanti sotto il carcere delle Murate, scontri cui i detenuti assistono dalle finestre e partecipano con battiture e urla. Il potere decide di rispondere ancora col piombo.

[da il Manifesto del 26 (sul compagno ucciso alle Murate di Firenze) e 27 febbraio 1974 (Pescara e Roma]

Su questo assassinio c’è una bella canzone di Gianni Siviero. Si può ascoltare qui

 In particolare la n. 008 è dedicata all’assassinio di Giancarlo Del Padrone e la successiva la n. 009 è dedicata alle guardie che sparano. Sono tutte belle canzoni sul carcere. Buon ascolto

Il 9 maggio ’74  nel carcere di Alessandria tre detenuti sequestrano un medico, un’assistente sociale, sei insegnanti e sei agenti. Polizia e carabinieri circondano l’edificio, i detenuti chiedono di poter lasciare il carcere in un furgone. In serata il governo consente una soluzione di forza di polizia e carabinieri che porta alla morte di due ostaggi.

Il giorno dopo vi è l’assalto, diretto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che porta all’uccisione di due detenuti e tre ostaggi. Un massacro. Dalla Chiesa non viene destituito, viene anzi nominato plenipotenziario del nuovo sistema carcerario. A lui viene affidato il compito di individuare e predisporre il circuito delle carceri speciali e di sovrintendere alla loro sicurezza.

Il Procuratore della Repubblica Reviglio della Veneria commenta: «Un’azione meravigliosa, condotta magistralmente dai carabinieri ». Sette morti.  [pag.163, 164 Maelstrom-scene di rivolta e autorganizzazione di classe…]
( da il Manifesto dell’11 e 12 maggio 1974)

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1975 libertà di uccidere alle forze dell’ordine: la Legge Reale

La legge Reale fu approvata il 21 maggio 1975, porta il n. 152 del 22/5/1975;  fu pubblicata sulla GU n. 136 del 24 maggio 1975. Reca il titolo: Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico.  Oronzo Reale ministro di Grazie e Giustizia nel IV Governo Moro(23.11.1974 – 12.02.1976), un governo Dc-Pri

Non è una novità. Da sempre le forze dell’ordine del capitale sparano e uccidono i proletari e i lavoratori che si ribellano. Ma col governo Moro –La Malfa tutto ciò diventa “legale”. L’anno prima, e precisamente col decreto-legge n.99 dell’11/4/1974, è stata allungata a dismisura la carcerazione preventiva (fino a 8 anni). Nell’ottobre del ’74 la legge n.497 ha poi reintrodotto l’interrogatorio di polizia giudiziaria con la sola garanzia della presenza del difensore, vanificando la legge n.932 del 5/12/1969 che aveva tolto alla polizia il diritto di interrogare gli arrestati e i fermati.

La legge Reale (n. 152 del 22/5/1975) amplia i casi in cui sia da ritenersi legittimo l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine. Negli altri casi, quelli in cui sia palese e innegabile l’abuso, per gli agenti viene introdotto un regime processuale di favore, che in pratica garantisce loro l’impunità: le indagini non verranno condotte dal giudice competente, bensì dal procuratore generale presso la corte d’appello, che deciderà se procedere personalmente o affidare il processo alla Procura della Repubblica.
Tutto ciò è in contrasto con diversi articoli della Costituzione, ma non crea problemi gravi agli equilibri tra le forze politiche parlamentari.

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Le prime vittime della legge Reale… e continua

Nei primi 15 anni di applicazione della legge, si conteranno 625 vittime realizzate dalle forze dell’ordine (254 morti e 371 feriti). Di queste, ben 208 non stavano commettendo né erano in procinto di commettere reati. Un contesto tipico (ricorre in 153 casi) è il posto di blocco o l’intimazione di alt. In 65 casi (pari a circa il 10% del totale) le forze dell’ordine sono ricorse alla giustificazione del “colpo partito accidentalmente”. Traiamo queste informazioni da 685, un “libro bianco sulla legge Reale” compilato e pubblicato nel 1990 dal Centro di Iniziativa Luca Rossi di Milano. Il libro contiene un impressionante computo/catalogazione dei “morti da legge Reale” nel periodo 1975-90. Alcuni esempi:

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Il carcere attraverso i regimi… e i secoli

*Nel 1945, dopo 24 anni  di fascismo, alla caduta del regime nelle carceri vi erano oltre 3.000 detenuti che si dichiaravano “prigionieri politici”.  Il regime li chiamava “banditi”.

 *Nel 1985, dopo 40 anni di democrazia, nelle carceri della repubblica democratica vi erano oltre 4.000 detenuti che si dichiaravano “prigionieri politici”. La repubblica li chiamava “delinquenti” e “terroristi”.

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A diciotto anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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“Fazzoletti rossi” alla Fiat

Le lotte contrattuali dell’autunno 1972 e le prime azioni delle Br alla Fiat. La gogna al “sindacalista” Cisnal Labate

Autunno 1972. Tempo di contratti per i metalmeccanici. La padronale Federmeccanica, forte della riedizione del centrismo (governo Andreotti), si prepara allo scontro con una piattaforma basata sulla regolamentazione del diritto di sciopero, la piena utilizzazione degli impianti ed il controllo fiscale dell’assenteismo, che prevede la collaborazione attiva da parte del sindacato.

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Nel paese Italia alla metà degli anni Settanta

su Il Manifesto del 19 novembre 1975

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Marzo 1981: inizia il triste percorso della “dissociazione”

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