“Fazzoletti rossi” alla Fiat

Le lotte contrattuali dell’autunno 1972 e le prime azioni delle Br alla Fiat. La gogna al “sindacalista” Cisnal Labate

Autunno 1972. Tempo di contratti per i metalmeccanici. La padronale Federmeccanica, forte della riedizione del centrismo (governo Andreotti), si prepara allo scontro con una piattaforma basata sulla regolamentazione del diritto di sciopero, la piena utilizzazione degli impianti ed il controllo fiscale dell’assenteismo, che prevede la collaborazione attiva da parte del sindacato.

Per conto suo la FLM, dopo essersi pronunciata in un convegno a Brescia contro il “massimalismo rivendicativo,” sottopone all’assemblea dei delegati a Genova una piattaforma che viene “approvata tra le sonore proteste” della sinistra sindacale.[1]
È chiaro che lo spettro dell’autunno caldo è tale anche per i sindacati: il problema anche per loro è di ridurre al minimo le tensioni, i cortei e gli scioperi interni. La provocazione fascista delle bombe ai treni[2] vede una debole risposta da parte del proletariato torinese: la partecipazione operaia è scarsa sia allo sciopero sia alla manifestazione cittadina del 28 ottobre “contro il fascismo.” La propaganda della CISNAL e del SIDA contro gli scioperi politici comincia a fare breccia.
Agnelli e Andreotti affilano le armi e quando, inaspettatamente, per la prima volta alla FIAT, un corteo interno di impiegati tenta di unirsi agli operai, viene fatta scattare la legge della rappresaglia: 5 lettere di licenziamento a operai e impiegati individuati grazie alle spie della centrale terroristica FIAT. Qualche giorno dopo Agnelli rilascia all”‘Espresso” la famosa intervista del profitto zero, nella quale viene trasparentemente disegnata un’alleanza di largo respiro tra le forze produttive (individuate nei padroni e nei sindacati) contro le rendite parassitarie. È in pratica un segnale: Agnelli scarica Andreotti e dà inizio al flirt con Amendola, che vedrà nel convegno del Mulino il punto di massimo sviluppo.
E’ questo il periodo in cui circolano, anche nell’ambito della “sinistra,” le mistificazioni sul nuovo modo di fare f automobile, e il vagheggiamento del miraggio delle isole di montaggio. È chiaro che lo scopo di Agnelli è quello di dividere e quindi indebolire la classe operaia. Un certo disorientamento si diffonde infatti tra i lavoratori FIAT, che subiscono le violenze dei fascisti e dei guardioni i quali continuano indisturbati la loro opera di provocazione. Il 17 novembre 1973 il vicecomandante dei guardioni si scaglia con l’automobile contro un picchetto: la polizia è’ prontissima nell’arrestare due operai colpevoli di aver accennato una reazione. Altri 4 compagni ricevono lettere di licenziamento. Si assiste ad una spartizione dei compiti tra fascisti e polizia: il 22 novembre, per esempio, una squadra di fascisti tenta di sfondare il picchetto a Rivalta, mentre l’altro ingresso, a Mirafiori, è saldamente in mano alla polizia che lo presidia. Il CdF denuncia, in un comunicato, lo stadio a cui è giunta la penetrazione dei fascisti in fabbrica. Il 25 novembre, per la prima volta dopo sei mesi, la sinistra extraparlamentare organizza una manifestazione a Torino. Le parole d’ordine sono: “contro le 600 denunce, contro il governo Andreotti, contro il fascismo.” Polizia e CC la reprimono violentemente coordinando la loro azione con quella dei fascisti che hanno il compito di organizzare scontri e provocazioni: il consuntivo è 30 fermi e 11 arresti. È in questo contesto che alle 6,30 del 26 novembre le BR incendiano quasi contemporaneamente 9 automobili di altrettanti fascisti scelti tra quelli che operavano in fabbrica al servizio dei guardioni di Agnelli. Il giorno successivo viene distribuito a Rivalta il volantino che annuncia l’esemplare punizione:

Schiacciamo i fascisti a Mirafiori e Rivalta!
Cacciamoli dalle nostre fabbriche e dai nostri quartieri!

Lo scontro contrattuale è in pieno svolgimento e la risposta della FIAT ai primi movimenti di lotta è stata una dichiarazione di guerra: Mirafiori presidiata da massicci e provocatori schieramenti di polizia, trasferimenti, ammonizioni, sospensioni, licenziamenti che non si contano piú.
Cosí vanno le cose anche in altre fabbriche come la Pininfarina ad esempio e il clima generale instaurato dal governo Andreotti-Malagodi è sempre lo stesso anche fuori dalle fabbriche, come ha dimostrato la vigliacca aggressione poliziesca alla manifestazione di sabato contro le 600 denunce, contro il fascismo, contro il governo Andreotti.
Dove vogliono arrivare i nostri padroni? E’ semplice: ad una nuova dittatura. Per far questo però debbono strangolare la lotta di massa dentro la fabbrica, dividere la classe operaia, impedire i cortei interni e i picchetti, in poche parole, INFLIGGERE UNA SCONFITTA POLITICA AGLI OPERAI METALMECCANICI. Primo passo verso una sconfitta politica generale dell’intera classe operaia.
A questo progetto noi dobbiamo reagire, dobbiamo cioè darci una organizzazione che ci consenta di passare all’azione nella fabbrica e nel quartiere.
Ora tutti sanno che in mezzo a noi nelle officine, nei reparti, alle linee lavora sotterraneo da molti mesi un esercito di carogne che con i suoi miserabili servizi rende possibile alla FIAT identificare e colpire chi propaganda lo sciopero, chi tira le lotte, chi è alla testa dei cortei, chi fa picchetti: – chi non conosce gli spioni che nascosti dietro gli angoli o tra i cassoni si segnano i nomi delle avanguardie di lotta? e i guardiani che filmano i cortei, che sbarrano le strade, che aggrediscono i picchetti? – chi non nutre istintivamente odio profondo per i briganti fascisti del MSI e della CISNAL sempre pronti a provocare, organizzare i crumiri e le squadracce, a vendere al padrone la testa degli operai piú combattivi? – e quei porci del SIDA, della UILMD, della FEDERACLI di Iniziativa Sindacale che per una rapida carriera venderebbero anche la madre, chi non ha avuto almeno un’occasione per disprezzarli come si deve? – e i nostri capi e capetti che progettano, coprono e avallano l’insieme di queste sporche macchinazioni sono forse da meno?
Questi sabotatori e liquidatori dell’unità operaia debbono essere senza tante esitazioni duramente colpiti, battuti e dispersi. È con questi piedi che cammina la reazione nelle fabbriche: sono questi piedi che dobbiamo schiacciare!
Dice un antico proverbio che il pesce puzza dalla testa, ma a squamarlo si comincia dalla coda. E la coda del nostro pesce sono appunto alcuni fascisti che l’altra mattina, per ammonimento, si sono visti andare la macchina in fumo…
Nota: In seguito a questa azione è stata involontariamente danneggiata anche la 500 dell’operaio Pasquale Di Fede. Rassicuriamo il signor Di Fede che le Brigate Rosse risarciranno interamente il danno.
Torino, 26 Novembre 1972.[3]

L’episodio, trascurato da tutta la stampa, ha invece un’ enorme ripercussione in fabbrica. Colpendo la FIATnell’anello piú debole, perché il piú scoperto, della politica di Agnelli, le BR ne intendono palesare la sostanza terroristica. Nello stesso tempo, rifacendosi vivi dopo sei mesi di silenzio, in una città dove non erano mai stati presenti, danno una risposta a chi li riteneva spacciati. Piú tardi cosí commenterà “Controinformazione”: “I fascisti che in quel periodo erano lo strumento principe della politica padronale, si sentivano scoperti malgrado l’ombra protettiva della FIAT. `Qualcuno’ strettamente collegato alla fabbrica, aveva cominciato a seguirli e a schedarli, ad uno ad uno, come essi avevano schedato gli operai piú combattivi, a seguirli ed annotarsi i loro indirizzi e i loro numeri di targa, come essi avevano pedinato le avanguardie di lotta. Poi, con tempestività e coordinamento cronometrici, li aveva colpiti […]. Per giorni e giorni, forse mesi, decine di fascisti erano stati osservati, vagliati, selezionati. Su ciascuno di essi era stato prodotto un `rapporto dettagliato’ che metteva in evidenza il curriculum politico (come mostravano i volantini diffusi).”[4] A questo punto si registra una inversione di tendenza nel “morale” degli operai: tre giorni dopo gli incendi, nel corso di uno sciopero, un corteo interno di 4.000 lavoratori percorre con le bandiere rosse tutti i reparti spazzando crumiri e fascisti. Il capofficina del montaggio, considerato responsabile di un licenziamento, viene scacciato dalla fabbrica, insieme a un altro capetto, con al collo una bandiera rossa. Col passare dei giorni i cortei interni, divenuti oramai una pratica usuale, cominciano a porsi come momenti di potere proletario in fabbrica. Si giunge al punto che i soliti combattivi cortei non trovano piú sulla loro strada né crumiri né capi, che prendono l’abitudine di dileguarsi appena vedono la malaparata. La sconfitta di Agnelli è totale, anche se “l’Unità” continua a condannare “queste azioni estranee al movimento dei lavoratori.” La reazione, battuta in fabbrica, cerca la rivincita all’esterno. Il 9 dicembre la questura di Torino presenta decine di denunce contro 800 lavoratori: molti sono operai accusati di “sequestro di persona con l’aggravante di aver compiuto il reato in piú di 5.” Agnelli per conto suo non disarma: licenzia 5 compagni (due dei quali dirigenti del PCI), e ne minaccia altri 30. Motivi: “voluta lentezza,” “scarso rendimento,” “per aver istigato gli operai a suonare il clacson,” ecc. Il terrorismo di Agnelli fa breccia sul sindacato.
FIAT e FLM firmano un comunicato congiunto, il cosiddetto verbale di intesa, presto ribattezzato dagli operai verbale di resa: “Le parti si sono date atto di reciproca volontà di evitare ogni forma di degenerazione della vertenza aperta per il rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici, e di non introdurre in un conflitto di questo rilievo elementi di drammatizzazione che farebbero sorgere nuovi ostacoli al raggiungimento d’una intesa […]. Nei confronti dei capi e dei dirigenti l’atteggiamento delle organizzazioni sindacali deve essere diretto a evitare ogni tipo di scontro […]. L’azione sindacale esclude ogni forma di violenza.” Per meglio mettere in atto i buoni propositi, l’FLM diffonde una nota in cui invita i propri attivisti ad impegnarsi per “isolare con fermezza ogni incitamento.” La FIAT a sua volta riassume i licenziati, trasferendoli però in reparti “confino” dove è impossibile svolgere attività sindacale. In particolare uno di questi, dirigente del PCI, viene spedito in un magazzino all’interno del quale opera una cellula del MSI. Le decisioni del sindacato provocano gravi lacerazioni all’interno della base operaia: per questo motivo un comizio dell’FLM con Trentin, Benvenuto e Carniti viene annullato. Il Comitato di base della FIAT Mirafiori denuncia con violenza il carattere opportunista del verbale di intesa secondo il quale – si osserva – in cambio della pace sociale, Agnelli avrebbe assicurato a partiti e sindacati di affossare Andreotti e rilanciare il centrosinistra.[5]
Anche LC ha parole di dura condanna per il compromesso raggiunto.
Viceversa “l’Unità” e “il Manifesto” lo salutano come una grande vittoria che ha portato alla riassunzione dei licenziati. Mentre il sindacato risponde ai licenziamenti col compromesso, le BR continuano ad attaccare il “fascismo FIAT” nel suo anello piú debole, con l’obbiettivo immediato di contrastare il tentativo di imporre un ritorno alla pace sociale. Il giorno 17 dicembre, le BR offrono pertanto una replica dell’azione del mese precedente: sei auto di “sindacalisti gialli” vengono distrutte quasi contemporaneamente. In fabbrica un volantino diffonde la notizia:

Capi – fascisti – SIDA – guardioni sono un fucile puntato contro la classe operaia – spazziamoli da Mirafiori e Rivalta! Inseguiamoli nei loro quartieri!
Facciamogli sentire tutto il gusto del nostro potere!

18 dicembre 1922: i fascisti con alla testa il criminale Brandimarte, accecati dalla resistenza eroica che i proletari opponevano alla nascente dittatura fascista, scatenarono la loro furia bestiale sulla classe operaia torinese uccidendo piú di 200 compagni;
18 dicembre 1972: sono passati 50 anni ma i nuovi fascisti in camicia bianca e in camicia nera continuano a mettere i loro lugubri servizi a disposizione della nuova dittatura di Andreotti e di Agnelli.
I sacchi sono cambiati ma la farina è rimasta la stessa: le camicie non sono piú nere ma anche oggi come nel ’22 i padroni vogliono arrivare con la forza dello stato e delle sue “milizie paral
lele” a piegare e sconfiggere il movimento operaio, le sue organizzazioni e le sue lotte.
Ogni giorno l’attacco diventa piú duro, assume i caratteri di una guerra portata avanti da un fronte padronale che va dall’ultimo crumiro al primo ministro del governo di Roma.
Le fasi di questa guerra le conosciamo tutti: sono i licenziamenti politici (gli ultimi 5 sono di venerdí), la soppressione delle libertà di movimento per i delegati, le denunce, le lettere di preavviso, le sospensioni, le aggressioni, gli arresti sui picchetti…
Compagni, la nostra forza è grande, terribile come ha detto un delegato di Rivalta, e lo abbiamo dimostrato nelle lotte di queste ultime settimane, nei cortei che sono stati un’evidente manifestazione del nostro potere nella fabbrica.
Ma si può continuare ad avanzare contro le mitragliatrici dei padroni senza organizzare meglio la nostra difesa? Senza attrezzarci per un piú deciso attacco?
Per ora queste “mitragliatrici” sono soprattutto:
– le spie del SIDA questa scuola di prostituzione che dà con le sue tessere la patente di crumiro!
– i provocatori del MSI e della CISNAL milizia nera antioperaia con funzioni di spionaggio, divisione, aggressione;
– i capi e capetti che organizzano i crumiri, iene digrignanti dello zoo privato dei fratelli Agnelli;
– i guardioni braccio armato e sbirri del padrone.
Ebbene compagni, se vogliamo usare ancora la forza di massa dei cortei, dei picchetti, degli scioperi;
per impedire la restaurazione dei vecchi livelli di sfruttamento e di un “clima vallettiano”;
per il salario garantito e per un contratto imposto da noi:

Questi nemici dell’unità operaia dobbiamo ridurli al silenzio, dobbiamo colpirli duramente, con metodo, nelle persone e nelle loro cose, dobbiamo cacciarli dalle fabbriche e inseguirli nei quartieri, non dobbiamo concedergli un minuto di tregua![6]

Ma i fascisti, forti del patto FLM-Agnelli, rialzano la testa: le percentuali degli scioperanti diminuiscono, i cortei interni si fanno piú fiacchi. È a questo punto che getta tutto il suo peso sulla vertenza nientedimeno che il capo dello stato Leone, il quale nella tradizionale allocuzione di fine anno cosí condanna l’assenteismo: “Noi dobbiamo respingere le tentazioni lassistiche che si manifestano, ad esempio in quest’anno, con talune punte inammissibili di assenteismo dal lavoro.” L’ammonimento ha scarsa presa sugli operai. Piú sensibile si mostra la corporazione dei medici di Torino che emette prontamente una circolare in cui si invitano i medici della mutua a non concedere ai lavoratori giorni di libertà per malattia se non quando è impossibile farne a meno. L’11 gennaio alle 9 un nucleo, probabilmente costituitosi “spontaneamente,” attacca la sede della CISNAL, bastona un attivista fascista della FIAT, lo perquisisce e distrugge, dopo averlo requisito, il materiale informativo rinvenuto. Viene diramato da questo gruppo un comunicato: “L’iniziativa di questa mattina è una prosecuzione coerente dell’attività antifascista delle masse. I cortei in fabbrica fanno giustizia dei capi, dei crumiri, dei fascisti ed esprimono la volontà di togliere qualsiasi spazio ai nemici di classe. No al congresso fascista a Roma! No al governo Andreotti! Per il Comunismo.”[7] È questa la prima azione “armata” di una guerra che ormai, nonostante il “verbale di intesa,” diventa senza quartiere: il 17 gennaio 4 fascisti con spranghe e catene colpiscono gli operai fuori dai cancelli. Nel corso dell’azione i CC con insolita tempestività arrestano i 4 compagni aggrediti. Un delegato viene arrestato con l’accusa di aver favorito la fuga di un’ operaia rincorsa dai celerini. Il 22 gennaio la direzione invia 5 preavvisi di licenziamento. Lo stesso giorno, alla Lancia, truppe di celerini sfondano i picchetti sparando sugli operai: 4 feriti. Il 23 gennaio, a Milano la polizia carica e spara su un gruppo di studenti uccidendo Roberto Franceschi. Il 27 gennaio a Torino le forze dell’ordine aprono di nuovo il fuoco sui compagni che protestano per l’assassinio di Franceschi: non muore nessuno, ma vengono spiccati 25 mandati di cattura contro i presunti partecipanti alla manifestazione; tra questi Guido Viale. È ormai chiaro che lo stato si prepara a gestire in prima persona la lotta, trasferendola dal terreno infido della fabbrica all’esterno, ed è altrettanto chiaro che ormai ha scelto la via dello scontro armato. Come rappresaglia a uno sciopero di 185.000 lavoratori, la FIATsospende il 2 febbraio 5.000 operai. La risposta è un corteo interno di 20.000 compagni che a Mirafiori spazza e punisce crumiri e fascisti. Fioccano i licenziamenti con le motivazioni piú banali e provocatorie del tipo, per esempio, “per aver disturbato il lavoro.” Il 9 febbraio a Roma la piú grande manifestazione operaia dà la misura della contraddizione tra la combattività delle masse e l’incapacità della direzione sindacale a incanalarla verso obbiettivi vincenti. Mentre non si è ancora spenta l’eco della manifestazione di Roma, il 12 febbraio 1973 un nucleo delle BR sequestra Bruno Labate, segretario provinciale della CISNAL. L’azione avviene con le solite modalità: all’uscita di casa il fascista è afferrato e sospinto in un furgone. Successivamente il rapito viene rapato, interrogato, imbavagliato e quindi, dopo quattro ore, abbandonato legato ad un palo di fronte all’ingresso della FIAT Mirafiori. Sono le 13,30, ora del cambio di turno: migliaia di operai stazionano nei pressi. Alle invocazioni di aiuto rispondono: “A te dovevano ammazzarti, altro che aiuto.”[8]
Un volantino, evidentemente preparato in precedenza e distribuito dalle BR nel corso dell’azione, circola di mano in mano suscitando entusiastiche approvazioni:

Questo è Bruno Labate segretario provinciale della CISNAL, pseudo-sindacato fascista che i padroni mantengono nelle nostre fabbriche per dividere la classe operaia, per organizzare il crumiraggio, per mettere a segno aggressioni e provocazioni, per infiltrare ogni genere di spie nei reparti.
Lo abbiamo sequestrato alcune ore fa per fargli qualche domanda in merito: – alle responsabilità sue e di alcuni dirigenti FIAT nella “tratta dei meridionali” assunti tramite la CISNAL; – alle responsabilità sue nell’organizzazione di provocazioni attuate da fascisti in combutta con i carabinieri o con i poliziotti come l’ultima alla porta 17; – all’organizzazione del crumiraggio in cui capi e capetti di Agnelli e fascisti di Almirante si dividono i compiti; – alle responsabilità sue e della CISNAL nell’organizzazione della rete di spionaggio nei reparti che ha condotto al licenziamento di numerose avanguardie; – ai suoi incontri col ministro del Lavoro, visto che la CISNAL, anche se sottobanco, viene fatta partecipare alle trattative.
Lo abbiamo sequestrato inoltre per dimostrargli nei fatti la falsità e l’assurdità delle sue affermazioni ad un settimanale di destra secondo le quali alla FIAT i fascisti sarebbero …12.000!!! E la CISNAL occuperebbe posizioni rilevanti anche alla Lancia, alla Pininfarina, alla Cromodora, alla Aspera Motor e Frigo, alla Rabotti, alla Viberti e alla Westinghouse e per fargli sentire sulla sua pelle che gli operai torinesi non tollerano queste coglionate e sono decisi a stroncare ogni tentativo delle canaglie fasciste di radicarsi nelle fabbriche.
Lo abbiamo rimesso in libertà rapato e senza braghe per dimostrare ad un tempo l’assoluto ribrezzo che incutono i fascisti e la necessità di colpirli ovunque, duramente con ogni mezzo fino alla completa liberazione delle nostre città.
GUERRA AL FASCISMO DI ALMIRANTE E ANDREOTTI! LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO![9]

Nessuno muove un dito in aiuto di Labate. Per liberarlo ci vorrà la polizia, intervenuta dopo circa 20 minuti su segnalazione di un guardione. Labate, durante la sua prigionia, aveva collaborato con i suoi carcerieri, dando anche “utili indicazioni” circa le responsabilità del cavalier Amerio per l’infiltrazione di fascisti alla FIAT.
Nei giorni successivi infatti le BR diffonderanno a Mirafiori un loro opuscolo, Guerra ai fascisti nelle fabbriche torinesi, in cui è riportata parte dell’interrogatorio:

Le assunzioni tramite la CISNAL

È da molti mesi che nella sinistra si solleva anche con prove documentarie il problema delle assunzioni combinate tra la FIATe la CISNALallo scopo di infiltrare nei reparti una massa di manovra docile esecutrice di un vasto disegno antioperaio.
Visto che il Labate è uno dei responsabili fascisti di questo sporco “giro” abbiamo chiesto direttamente a lui come si svolgono le cose.
Ecco le risposte.
” Gli accordi piú importanti passano attraverso il partito (MSI) ed è direttamente l’onorevole Abelli Tullio che se ne occupa. È attraverso il suo interessamento che le domande passano all’ufficio assunzioni dove c’è il dottor Negri che le promuove. A livello di sezioni sono alcuni capi del personale che si interessano affinché quegli operai che noi raccomandiamo vengano assunti nelle sezioni FIAT da noi indicate.”
“Qualche nome?… Beh, il cavalier Amerio… per le carrozzerie prima c’era il dottor Annibaldi e adesso il ragionier Cassina; per le meccaniche il dottor Dazzi; per Rivalta il dottor Audino.”
Chi di voi in particolare si interessa di questa faccenda? “E’ un compito dei capigruppo aziendali.”
E cioè?
“Angelo Trivisano per Mirafiori; Ritota Piero per le carrozzerie; Benetti Giuliano per le meccaniche; Gabriele Mazza per le ausiliarie; Antonio Barone per la ricambi; Guicciardino Giuseppe per Rivalta; Domenico Polito per l’OSA Lingotto.”

L’organizzazione dei fascisti alla FIAT

Avete affermato ad un settimanale di destra di essere in molti a Mirafiori o comunque alla FIAT. Siete davvero convinti di queste affermazioni?
“Beh… no, non è che sia convinto logicamente … ma cercate di capire che è un giornale… un giornale ha sempre delle esigenze propagandistiche… e poi sono loro, quelli del giornale, che hanno scritto quelle cifre…”
D’accordo, allora visto che non siete poi cosí tanti vogliamo sapere chi sono i vostri attivisti, i vostri responsabili alla FIAT. Cominciamo da Mirafiori.
“Responsabile per Mirafiori è Angelo Trivisano che lavora alle carrozzerie. E’ responsabile da quando è stato eletto membro della CI nel ’68, che allora era per un’unica sezione: Mirafiori.”
“Poi… poi ci sono Giuliano Benetti per le meccaniche e Ritota Piero per le carrozzerie che sono i responsabili dei rispettivi gruppi di sezione.”
E chi sono i vostri attivisti alle carrozzerie? …. non me li ricordo, non so se…”
Fai uno sforzo che tanto abbiamo tempo! Allora chi sono i vostri attivisti alle carrozzerie, oltre a Trivisano e Ritota? “Beh,… c’è Cicilioni Giuseppe, poi i due fratelli Dademo… uno si chiama Antonio e l’altro Francesco… poi c’è Obino Nicola… Romagnoli Sergio… ah sí, Conteduca e Migliaccio che sono stati appena nominati… c’è Giacomini Pasquale… Manganiello… poi c’è Sant’Angelo Luigi… poi ci sono altri iscritti…, ma…”
Allora passiamo alle meccaniche. Oltre a Benetti, chi sono i piú importanti attivisti fascisti?
“Alle meccaniche saremo una ventina. Oltre a Benetti c’è il cavalier Ferraris, c’è Cortosi Nunzio… poi Tarullo Rocco, ci sono Sganuzzo Vito ed Antonio Caruso… poi c’è Rega che credo si chiami Antonio… Barillaro non mi ricordo come si chiama… direi una bugia… Del Sarto che era capogruppo prima di Benetti… poi c’è Alderucci… Farmiggio Giuseppe.”
E Masera quel fascista che fa il saluto romano quando passano i cortei?
“Io conosco un Masera che è capo reparto delle pulizie, ma non è nostro, deve essere di Iniziativa Sindacale.”
Ora passiamo alle presse. Qui c’è quel gruppetto di provocatori che si è reso recentemente responsabile di un’aggressione di fronte alla porta 17. Cosa hai da dire a questo proposito?
“… uno non era dei nostri…” Allora dicci gli altri, i vostri. “Erano Greco, Mangiola e Meo [Tutti e tre rappresentanza sindacale aziendale. N.d.R.] Greco si chiama Antonio, Mangiola credo si chiami Saverio e Meo si chiama Cosimo.”
C’è qualcun altro alle presse, no?
“Beh, sì, c’è il ragionier Festa e anche Filippo Greco…” Parliamo adesso delle Ausiliarie. Quanti siete e chi è il vostro capogruppo?
“… Mazza… Gabriele è il capogruppo.” E quali sono gli altri vostri attivisti?
“Alle Ausiliarie ce n’è pochi, veramente, praticamente solo lui; ce n’è tre o quattro, ma gli altri non svolgono nessuna attività particolare…”
Sentiamo allora a Lingotto chi sono i vostri rappresentanti.
“… ma non mi ricordo tutto, come faccio… dunque c’è Polito Domenico e anche suo figlio Filippo, poi ci sono Serafino Oldano… c’è Sarchimich Stefano…”
E Scattaglia te lo dimentichi?
“Parlate di Fabrizio Scattaglia… adesso non è piú al Lingotto, ma lavora a palazzo Marconi, all’ufficio personale…”
E alla Motori-Avio?
“Lì c’è Paolo Sissia, di altri non ne conosco.” E alla Ricambi come stanno le cose?
“Alla Ricambi ve l’ho già detto c’è Barone, mi sembra Antonio Barone. Lui è il capogruppo, ma in pratica fa tutto lui. Sono due o tre in tutto. Ma la situazione lí è di smobilitazione…”
E alle Ferriere?
“Alle Ferriere è Sebastiano Palma che ci rappresenta, ma anche
lì…”
Adesso parliamo di Rivalta.
“Lí c’è un gruppo aziendale di una trentina di persone, forse un po’ meno. Devo premettere che questi li conosco meno perché essendo decentrata vedo qualcosa solo alle riunioni che facciamo una volta al mese. Loro si riuniscono alla sezione interna. È Guicciardino Giuseppe principalmente che tiene i contatti con noi… Gli altri hanno meno possibilità di frequentare il nostro sindacato perché abitano distanti. Di nomi non ne ricordo molti… tra gli impiegati c’è Ugo Ugolini… altri nomi che mi ricordo… Michele Tancredi, Enrico Di Loreto; poi Mattana, Mattana si chiama Ugo… ma è Guicciardino che li sa…”[10]

Riferendosi a questa azione cosí commenterà, a distanza di quasi due anni, “Controinformazione”: “Il fascista messo alle strette rivelò alcune connessioni politiche trala CISNALe la direzione FIAT e tra questa e diverse agenzie private di investigazione. Sulla scorta di tali indicazioni fu agevole, sia all’avanguardia di fabbrica, sia ai collegamenti territoriali, riattivare politicamente – in funzione della lotta – il discorso sullo spionaggio FIAT. A due anni di distanza lo spettro delle schedature, della sorveglianza, della selezione, si reincarnava ufficialmente nella ignobile proliferazione di centrali fasciste, di assunzione e di controllo, protette e nutrite da notabili FIAT, devoti agli Agnelli. Dunque molte anime, forse, ma un solo corpo sempre teso alla prevenzione terroristica e alla rappresaglia esemplare.”[11]

L’azione viene condannata dall`Unità” che parla di Grave provocazione a Torino con un titolo a 4 colonne (in precedenza “l’Unità” non aveva mai dedicato tanto spazio alle BR). Nell’articolo, forse in seguito ad un errata lettura del volantino da parte del cronista, si accusano le “sedicenti Brigate Rosse” di voler fare deliberatamente pubblicità alla CISNAL dando notizia della “gran forza” del sindacato fascista nelle fabbriche arrivando a parlare addirittura di 12.000 iscritti.[12] Tuttavia proprio nel volantino BR in questione, che “l’Unità” come sempre non riporta, si afferma esattamente il contrario: “lo abbiamo sequestrato inoltre per dimostrargli la falsità e l’assurdità della sua affermazione a un settimanale di destra secondo la quale alla FIAT i fascisti sarebbero… 12.000! ! ! “[13] Ma, cosa piú rilevante, nell’articolo dell”`Unità” non si fa notare che migliaia di operai non hanno mosso un dito per liberare il fascista incatenato: questa informazione si può tuttavia leggere tra le righe di una dichiarazione di Adalberto Minucci della direzione del PCI: “Quest’ultimo episodio del sindacalista fascista tranquillamente incatenato alla luce del sole, nel bel mezzo di un corso solitamente affollato a poca distanza dai sorveglianti FIAT e dal transito di migliaia di operai, denuncia nella sua stessa teatralità la scarsa verosimiglianza.”[14]
Deontologia professionale a parte, l’articolista dell`Unità” stenta a convincersi che migliaia di operai non abbiano raccolto l’appello lanciato dal PCI al tempo degli incendi di Lainate di “togliere di mezzo” i provocatori “con le maniere piú idonee corrispondenti alla natura degli atti compiuti” ma che, anzi, provino soddisfazione nel guardare un fascista incatenato e rapato.
Nemmeno “il Manifesto” vede chiaro, e si allinea all'”Unità,” anzi, va oltre il pensiero del PCI facendo trasparire l’ipotesi che il Labate si sia rapato, spogliato e incatenato da solo. Riportiamo l’articolo integralmente:

Provocazioni: sindacalista fascista trovato incatenato davanti alla porta 1 della FIAT

Torino – I sindacalisti della CISNAL, non riuscendo a far niente con gli operai si esercitano in provocazioni, ma anche in questo campo sono scadenti, tanto trasparenti e “firmate” sono le loro imprese. Questo è il caso di uno della CISNAL di Torino, Bruno Labate di trenta anni, che si è fatto trovare [sic! N.d.R.] incatenato a un palo davanti alla porta 1 della FIAT Mirafiori con un cappuccio, un cartello e la necessaria firma “Brigate Rosse.” L’incatenamento (la questura ci ha aggiunto la notizia grottesca che è stato necessario segare le catene) sarebbe avvenuto [sic! N.d.R.] alle 13,30 (cioè in pieno giorno e in pieno traffico); si aggiunge che perché nessuno perdesse lo spettacolo, i volantini che lo annunciavano erano stati distribuiti in anticipo.[15]

Molto meno scettico è invece il presidente del Consiglio, Rumor, che al Senato, mentre ha parole di commozione perché “un sindacalista, un lavoratore è stato vittima di un’aggressione barbarica che, nella sua ideazione e nelle sue modalità, riproduce, approvandole, le caratteristiche di altri episodi di inciviltà e di violenza, che accompagnarono momenti non dimenticati della storia nazionale, ed anche torinese,” afferma che questa azione suona “oggettivamente oltraggiosa e provocatoria nei confronti del mondo operaio torinese, protagonista di grandi e civili battaglie per il progresso dei lavoratori.”[16]
L’episodio, che ha un precedente abbastanza noto, nella gogna inflitta il 30 luglio1970 a due accoltellatori fascisti, da parte degli operai della Ignis di Trento, non viene questa volta appoggiato da LC che, mentre per quell’episodio aveva parlato di “lezione esemplare,” definisce ora l’azione contro Labate “irresponsabile ed esibizionistica”:

Per quanto riguarda l’azione piú recente delle BR – quella del sequestro e dell’interrogatorio del fascista Bruno Labate, effettuato a Torino il 12 febbraio – vanno segnati alcuni punti fermi: a) il carattere irresponsabile ed esibizionista di un’azione del genere in un momento in cui la provocazione di stato sta facendo proprio a Torino le sue “grandi manovre” e sta costruendo infami montature a catena, sino a raggiungere livelli mostruosi nei confronti di Lotta Continua (come nel caso di Guido Viale e della sparatoria del 27 gennaio, e nella recentissima attribuzione di appartenenza a Lotta Continua dei due presunti autori del sequestro Carello); b) la caratteristica non solo deviante, ma anche involontariamente farsesca di una tale azione, nel momento in cui la classe operaia torinese, e in particolare i 40 mila operai della FIAT Mirafiori, ha raggiunto livelli di organizzazione, radicalità di lotta e violenza di massa tali da rendere ridicola e presuntuosa l’ostentazione “esemplare” di questa azione.[17]

In realtà la gogna inflitta a Labate va inserita nella catena di violenze che ha avutola FIATcome teatro. Spettacolarità a parte, si può includere per livello di violenza nell’elenco delle azioni compiute dai fazzoletti rossi, che il giornale dei capi FIAT ha cosí riassunto:

Si fornisce un bilancio globale delle gravi conseguenze che le violenze hanno avuto: – feriti e contusi un centinaio […] – le macchine dei dipendenti danneggiate in novembre, dicembre e gennaio sono state 800 – danni alle strutture delle officine e degli uffici (cancelli di separazione […], porte sfondate, arredi di ufficio danneggiati, incendio di un ufficio sindacale…) […]. Chi compie questi atti tenta di sfuggire all’individuazione, e il piú delle volte ci riesce nascondendosi nella massa: i bulloni lanciati dai cortei, le aggressioni collettive a persone e a cose offrono possibilità di impunità quasi certa.”[18]

  1. “Lotta Continua,” 3 ottobre 1972.
  2. La notte tra il 21 e il 22 ottobre furono compiuti 7 attentati dinamitardi contro convogli ferroviari che trasportavano operai a Reggio Calabria per una manifestazione sindacale.
  3. “Controinformazione,” n. zero, ottobre 1973.
  4. Ibidem.
  5. Fiat Compagni, foglio a cura del Comitato di base della FIAT Mirafiori, febbraio 1973.
  6. “Controinformazione,” n. zero, ottobre 1973.
  7. Ibidem.
  8. Ibidem.
  9. Ibidem.
10. Ibidem.
11. “Controinformazione,” n. 516, novembre 1974.
12. “l’Unità,” 13 febbraio 1973.
13. “Controinformazione,” n. zero, ottobre 1973.
14. “l’Unità,” 13 febbraio 1973.
15. “il Manifesto,” 14 febbraio 1973.
16. “Corriere della Sera,” 14 febbraio 1973.
17. “Lotta Continua,” 15 febbraio 1973.
18. Il Da “Il Giornale dei Capi,” edito dalla FIAT, con diffusione interna per i soli capi, n. 2, febbraio 1973.

da: Brigate Rosse, Che cosa hanno fatto, che cosa hanno detto, che cosa se ne è detto. Ed. Feltrinelli 1976. Capitolo 11

Tutto il libro si può consultare e scaricare all’indirizzo:  http://www.bibliotecamarxista.org/autori/soccorso%20rosso.htm

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