A quindici anni da Genova 2001

Schiavo chi ti libererà

Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta

Compagno ti vedranno

Udranno le tue grida

Schiavi ti libereranno

Nessuno o tutti – o tutto o niente

Non si può salvarsi da sé

O i fucili o le catene

Nessuno o tutti – o tutto o niente

                                                                              (B. Brecht)

*********

«…non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro,… 
…ma io non vincerò perché l’unico caso in cui cercherei di arrivare primo sarebbe quando vincere significasse che sfuggo ai poliziotti dopo aver fatto il più grosso colpo in banca della mia vita, ma vincere significa esattamente il contrario, … significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e verso i loro brutti musi sorridenti e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, si, ma di spaccapietre nella maniera in cui voglio farlo io e non nella maniera in cui mi dicono loro…
…non c’è niente che io voglia evitare o da cui pensi di scappare; voglio solo vendicarmi dei Difensori della Legge e dei Pancioni lasciandoli là seduti sulle loro poltrone eleganti a vedermi perdere questa gara…
…questo è un altro uppercut che mollo in primo luogo alle persone come il direttore, per dimostrare –se posso- che le sue corse non si vincono mai anche se c’è sempre qualcuno che senza saperlo arriva primo…»
[La solitudine del maratoneta, 1962 di Alan Sillitoe.  Da cui è stato tratto il film:
 Gioventù Amore e Rabbia di Tony Richardson GB 1962]
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4 risposte a A quindici anni da Genova 2001

  1. Pingback: A undici anni da Genova 2001 | Giorgio (Jordi) Valle – Gabbie -

  2. il rosso ha detto:

    Manuel Eliantonio, 22 anni, morto in cella

    Aveva 22 anni Manuel.
    Aveva una condanna di soli 5 mesi per resistenza a pubblico ufficiale.
    Ma non uscirà mai dalla cella dove l’avevano chiuso, nel carcere genovese di Marassi.
    Cella dove lo massacravano di botte almeno una volta alla settimana, cella da dove veniva tolto per esser messo in isolamento ogni volta che le loro manganellate lo rendevano impresentabile.

    Non tornerà da sua madre alla quale aveva spedito un’ultima lettera pochi giorni prima di morire: lettera agghiacciante, che ora la madre rilegge urlando il suo dolore e il suo odio.

    «Cara mamma, qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Adesso ho soltanto un occhio nero, ma di solito…». E ancora: «Mi riempiono di psicofarmaci. Quelli che riesco non li ingoio e appena posso li sputo. Ma se non li prendo mi ricattano con le lettere che devo fare». E ancora: «Sai, mi tengono in isolamento quattro giorni alla settimana, mangio poco e niente, sto male».

    Non solo è morto a 22 anni, ma i giornali si sono anche accaniti a manipolare la situazione facendolo passare per un tossico che si “sballava” con il butano del fornelletto da campeggio che aveva in cella.

    Operazione schifosa portata avanti soprattutto da “Repubblica”.

    «Mio figlio lo hanno ammazzato. Lo hanno pestato a sangue e lo hanno stordito con psicofarmaci. Lo hanno ucciso, e stanno cercando di coprire tutto. Voglio andare fino in fondo a questa storia. Mio figlio era malato. Non avrebbe dovuto assumere psicofarmaci. Doveva essere curato, non sedato. Avrebbero dovuto portarlo in ospedale se stava male, non abbandonarlo in una cella, solo».

    «Doveva essere scarcerato il 5 agosto», racconta. «Quando la lettera è arrivata gli ho subito risposto con un telegramma: “Resisti, figlio mio. Resisti, è quasi finita”. Speravo di rivederlo tra qualche giorno, invece è arrivata soltanto quella maledetta telefonata da Marassi».

  3. gianni landi ha detto:

    Perfetta la citazione di B.Brecht. Non me la sento di aggiungere altro. Chi mi conosce, sa come la penso e come andare avanti, La “tifoseria” da bar mi infastidisce, mi nausea. Gianni Landi

  4. messaggere ha detto:

    Confesso la mia preoccupazione di apparire didascalico e magari supponente, di fronte ad un uomo che – seppur lontano dal mio modo di intendere una opposizione – si è comunque esposto in prima persona, pagando poi pesantemente lo scotto di quella scelta di metodo. Come forma di rispetto per la sua convinzione (caratteristica non frequente) in cui sono pronto a credere, chiedo il confronto.
    “Chiamiamo Comunismo una società senza galere” – dice il motto di copertina. Ma è questo, il Comunismo? Io credo che quella sia l’isola di Utopia, piuttosto; il Comunismo dovrebbe essere molto più realistico e terreno: una forma di organizzazione sociale condivisa, non il sogno che non esista qualche elemento da cui difendersi. Se invece si vuol dire che la galera come semplice accantonamento di un reo è un’idea che non serve al reo (per capire), alla società (per prevenire e curarsi), sono d’accordo: la detenzione dev’essere diversa. Ma cosa c’entra il Comunismo?
    Brecht è un grande scrittore ed uno spirito democratico, ma secondo me, politicamente non funziona. Mi spiego:
    Non è “sedendosi dalla parte del torto” che si riescono a cambiare le cose, perché dall’altra parte c’è una struttura altamente organizzata, che si difende molto efficacemente. Sedersi dalla parte del torto (ovvero opporsi da una posizione di debolezza) è suggestivo in modo giovanilistico, è romantico e perfino vanitoso, ma non è un programma, al massimo è una religione.
    Credo che il problema di chi si dichiara sensibile alle ingiustizie sociali, sia il fatto di nascere in una società bell’e formata, strutturata in tutti i suoi presidi; pochissime sono le contingenze storiche in cui un semplice atto di forza funziona per ciò che si propone; come se un bambino volesse, vedendo il papà maltrattare la mamma, diventare capofamiglia per mettere a posto le cose. Non ne ha la possibilità e riuscirà solo a prendersi un mucchio di sberle.
    La società, io credo, con buona pace anche di Brecht, si migliora dall’interno, con astuzia, con fatica, con metodo e tempo, nella legge, trattenendo – senza dimenticarlo – il proprio sdegno, perché è quello che ci spinge; si migliora agendo solo da uomini maturi; i ragazzi non servono: troppi ormoni e poca esperienza.
    Può sembrare un discorso da liberale di sinistra (esistono?), ma non sono le etichette, io penso, ad avvalorare o meno i concetti, casomai è il contrario. E poi un materialista non sogna: programma; e Brecht sognava, poetava, scrivendo quei versi suggestivi ed utili solo ad una borghesia intellettuale.
    Ecco: credo che il Comunismo sia la società dove si conosce la differenza tra i sogni e la realtà, scegliendo consapevolmente, consapevolmente, il proprio mondo (sognato o reale), perché se ne conoscono le vie.

    Grazie dell’ospitalità, un saluto.

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