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Stragi, torture e manicomio criminale… lo Stato contro il movimento,1984
Pubblicato in Controllo psichiatrico, Repressione dello Stato
Contrassegnato Brigate Rosse, controllo psichiatrico, Lino Vai, lotta armata, Manicomio criminale, Milano, Opg, Opg Reggio Emilio, pazzia, psicofarmaci, Spielberg
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Lo stato italiano praticò oltre le stragi anche la tortura per fermare il movimento rivoluzionario
Qualcuno comincia a pentirsi, ma i vertici dello Stato ancora tacciono!! Omertosi!!!!
Quando si comincerà a scrivere correttamente la storia di quegli anni? Quanta pazienza ci vuole!!!
Sull’Espresso di questa settimana, da ieri in edicola… la confessione orale e scritta del funzionario di Polizia di Stato Salvatore Genova
vedi qui:
http://espresso.repubblica.it/multimedia/video/31677707
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-torturavamo-i-brigatisti/2178029/1111
L’Espresso del 1982. Per questo articolo il giornalista Buffa fu denunciato per calunnie e arrestato
vedi tutta la vicenda della recente emersione della tortura qui
Pubblicato in Repressione dello Stato
Contrassegnato Cesare Di Lenardo, Dozier, Gaspare De Francisci, Luciano De Gregori, Nicola Ciocia, Oscar Fioriolli, Salvatore Genova, torture, Umberto Improta, waterboarding
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Piazza Fontana 1969: la strage è di Stato… e le falsificazioni continuano
Ho visto il film di Marco Tullio Giordana “romanzo di una strage” e l’ho trovato disgustoso,
peggiore di quanto mi aspettassi, nonostante conoscessi le critiche da tempo e da molti rivolte al film e al libro di Cucchiarelli cui il film si è “liberamente” ispirato. A queste critiche rimando chi voglia conoscere maggiori particolari sulle teorie inconsistenti e sballate: le due bombe, le infiltrazioni intrecciate e sovrapposte, i profili vigliacchi e ammiccanti, la trita dialettica tra i “buoni” e i “cattivi” su cui si regge il film. (qui, qui e qui e tanti altri commenti che si trovano in rete (molti li ho letti dal blog del compagno e amico Sergio Falcone)
Non c’è molto da aggiungere, tanto forte è il senso di squallore che la visione del film suscita a chi ha attraversato quegli anni con la passione e l’urgenza di trasformare l’esistente. Una passione che ha avuto un costo altissimo per coloro che l’avevano scelta come compagna di strada. Una passione che non si trastullava con cosmogonie complottarde perché aveva da scontrarsi ogni giorno con l’apparato repressivo del potere padronale e politico.
La strage, le stragi di allora, sono state vigliacche coltellate alla schiena per noi, ma non inaspettate. Quello Stato e tutti i suoi apparati effettivi, non deviati, tra una bomba e l’altra non stavano con le mani in mano: “…tra settembre e dicembre 1969 nei conflitti del lavoro si sono avute: 8396 denunce, di cui 3325 per occupazione illegale di azienda, terreni o edifici pubblici; 1712 per violenza privata; 1610 per occupazione di binari ferroviari; 1376 per interruzione servizio pubblico,…”
Il 7 gennaio 1970 il Ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin, in una lettera al capo dello Stato, scriveva: “Dai dati che sono emersi ho tratto la sensazione che in alcuni punti e sedi private e pubbliche, dopo la conclusione delle maggiori vertenze contrattuali si stia alimentando una sorta di reazione che tenta di svilupparsi sul piano giudiziario con richiamo, tra l’altro, a norme penali superate […]. Ma questa moltiplicazione che va al di là di quella dei pani e dei pesci, è una moltiplicazione che ha un sentore politico piuttosto negativo che va rimosso se l’intenzione del governo e di tutti i cittadini di buona volontà è quella di raggiungere rapidamente la normalità nelle aziende e nei rapporti sociali“.
Gli faceva eco il dirigente del Pci e senatore Pietro Secchia che denunciava: “A dimostrare il clima di caccia alle streghe e di intimidazione che si è creato in certi ambienti […] immaginate che cosa non può accadere a danno del semplice lavoratore, del semplice bracciante, a danno dell’umile operaio…”
È facile scoprire che non si trattò solo di bombe e stragi, fu una feroce repressione praticata
con ogni mezzo per fermare e annientare quel poderoso movimento che voleva trasformare il sistema sociale esistente. Il potere economico, quello finanziario, militare, ecclesiastico, giudiziario, quello familiare, ecc., non accettava di essere messo in discussione, rifiutava violentemente di confrontarsi con proposte di cambiamento.
È questa la semplice verità che si cerca di nascondere sotto la coltre di bizzarre ricostruzioni:
Lo avevamo capito già dal luglio ‘60 nel batterci contro il governo democristiano-fascista di Tambroni. Ancor più chiara fu la lezione del luglio ’62 a piazza Statuto, quando la ribellione dei nostri compagni operai in Fiat ha fatto schierare tutto il sistema dei partiti in difesa dell’ordine produttivo. Da allora li abbiamo avuti tutti contro, nelle lotte, nei sabotaggi, nei picchetti duri, nei cortei interni, nelle occupazioni di case, negli scontri di piazza… ovunque, nella rivolta di Corso Traiano nel cuore del potere della Fiat a Torino, ed era il 3 luglio 1969, molto prossimo alle bombe.
A che serve escogitare complotti e intrighi quando c’è una spiegazione comprensibile soprattutto alle nuove generazioni e si trova nella lotta tra le classi, aspra in quegli anni. Una lotta che cominciava a cambiare i rapporti di forza tra le classi e prospettava un cambiamento dei rapporti di produzione. È comprensibile che le classi dirigenti e il loro ceto politico, che di quello sfruttamento si nutrivano, non volevano accettare il cambiamento, e provarono a schiacciare il movimento che lo interpretava. I mezzi li hanno usati tutti: bombe, stragi, arresti, fucilazioni per strada e dentro le case; processi speciali e carceri speciali, condanne speciali e torture per il pentimento, pestaggi e lusinghe per la dissociazione, e pene infinite per gli altri.
La strage di Piazza Fontana, mi ricorda il buon libro di Giorgio Boatti dal titolo omonimo. Ma il triste film di Giordana mi ha ricordato un altro libro, meno conosciuto, dello stesso autore: “Preferirei di no” , ci racconta le storie di dodici professori universitari che, nel 1931, non accettarono l’imposizione di Mussolini di giurare fedeltà allo stato fascista. Dodici su 1250, pochi. Dodici che persero il lavoro e anche la libertà per non condividere le canagliate di quello stato. Forse Giordana non sa che negli anni Sessanta e Settanta furono molti più di dodici quei magistrati, poliziotti, funzionari dello stato che abbandonarono il loro posto e il loro stipendio, dirigenti di partito e sindacato che rinunciarono ai loro incarichi, perché non volevano condividere le porcherie del sistema di potere democristiano. Molti di più dei dodici degli anni Trenta, forse per la coscienza più matura, forse per il minor costo che si pagava. Lasciare la polizia o la direzione della Dc non si veniva arrestati in quegli anni. E allora perché Giordana non ci racconta come mai i suoi due eroi principali (Calabresi e Moro), pur nauseati dalle schifezze cui erano immersi e consenzienti, non hanno lasciato rapidamente i loro posti e sono andati a gridare in giro ciò che avevano visto?
Penso sia superfluo ricordare che uno degli eroi del film, non solo non lasciò la direzione della Dc, ma nel 1974 fu capo di un governo (23.11.1974 – 12.02.1976 -IV gov. Moro) che partorì la maggior quantità di legge liberticide nella storia repubblicana di questo paese, prima fra tutte la omicida “legge Reale” che ha insanguinato le strade con centinaia e centinaia di morti ai posti di blocco; un governo che ha bloccato la “riforma carceraria” e che ha dato mano libera ai padroni per licenziare i lavoratori più attivi. ecc., ecc.
Pubblicato in Repressione dei padroni, Repressione dello Stato
Contrassegnato 12 dicembre 1969, Aldo Moro, Cucchiarelli, Edgardo Pellegrini, Edoardo di Giovanni, Giorgio Boatti, Giuseppe Pinelli, Licia Pinelli, Luigi Calabresi, Marco Ligini, Marco Tullio Giordana, Piazza Fontana, Pietro Valpreda, Romanzo di una strage, Strage di stato
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1982-1983 ancora l’offensiva di padroni, governo e partiti contro il movimento
1982-1983 La controffensiva di padroni, governo e partiti assume la forme di licenziamenti, cassa integrazione, denunce dei lavoratori più combattivi, arresti e torture, rilancio della dissociazione e tentativi di far apparire la storia della lotta armata come storia dei servizi segreti e di centrali estere.
Di seguito i Documenti di quel periodo: CIG e denunce a Bagnoli, repressione a Trento e Milano, invito alla delazione del FLM, documento delle/dei compagni Br al Processo Moro
documento Br al processo Moro
A TUTTO IL MOVIMENTO COMUNISTA RIVOLUZIONARIO
AL MOVIMENTO ANTAGONISTA
ALLE ORGANIZZAZIONI COMUNISTE COMBATTENTI
Pubblicato in Area della "Dissociazione", Lotta Armata, Movimenti, Repressione dello Stato
Contrassegnato Bagnoli, Brigate Rosse, Cassa integrazione, delazione, Dissociazione, Flm, Italsider, licenziamenti, Milano, movimento antagonista, movimento rivoluzionario, Organizzazionei comuniste combattenti, processo moro, Trento
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1983: la controffensiva del capitale contro la classe operaia si fa più dura
Lo sciopero del 18 gennaio 1983 non riesce a scrollarsi di dosso il peso della sconfitta dell’autunno ’80 (23 cassaintegrati dopo 37 giorni di sciopero). La coltre di silenzio dei media, la connivenza dei partiti, la subalternità collaborativa dei sindacati fanno da contorno allo “sciopero poco silenzioso”
mercoled’ 19 gennaio 1983
giovedì 20 gennaio 1983, riflessione ai cancelli di Mirafiori
Pubblicato in Lotta di classe - Documenti e cronache operaie
Contrassegnato capitalismo, Cgil, Classe Operaia, Fiat, Fiom, liquidazioni, Mirafiori, offensiva padronale, ristrutturazione
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14 marzo 1972 – muore il compagno Giangiacomo Feltrinelli
Potere Operaio del Lunedì
26 marzo ’72 Settimanale politico Anno I n° 5 Lire 50
Un rivoluzionario è caduto
Lo dipingono ora come un isolato, un avventuriero, come un deficiente o come un crudele terrorista. Noi sappiamo che dopo aver distrutto la vita del compagno Feltrinelli ne vogliono infangare e seppellire la memoria – come si fa con i parti mostruosi. Si, perchè feltrinelli ha tradito i padroni, ha tradito i riformisti. Per questo tradimento è per noi un compagno. Per questo tradimento i nostri militanti, i compagni delle organizzazioni rivoluzionarie, gli operai di avanguardia chinano le bandiere rosse segno di lutto per la sua morte. Un rivoluzionario è caduto.
Giangiacomo Feltrinelli è morto. Da vivo era un compagno dei GAP (Gruppi d’Azione Partigiana) – una organizzazione politico-militare che da tempo si è posta il compito di aprire in Italia la lotta armata come unica via per liberare il nostro paese dallo sfruttamento e dall’ingiustizia. A questa determinazione Feltrinelli era arrivato dopo una bruciante e molteplice attività – dalla partecipazione alla guerra di liberazione, alla milizia nel PCI, all’impegno editoriale, alla collaborazione con i movimenti rivoluzionari dell’ America Latina. L’indimenticabile ’68, lo aveva spinto ad un ripensamento di tutta la sua milizia politica; la breve ma intensa confidenza con Castro e Guevara gli forniva gli strumenti teorici attraverso cui analizzare il fallimento storico del
riformismo e, ad un tempo, la prospettiva da seguire per una ripresa del movimento rivoluzionario in Europa. La forte passione civile, la rivolta ad ogni forma di sopraffazione e di ingiustizia ( si pensi all’ attenzione con cui ha sempre seguito le rivendicazioni autonomiste delle minoranze linguistiche italiane ) lo spingevano a saltare i tempi, a bruciare le mediazioni. E’ l’inquietudine di cui parla oggi con disprezzo misto a compatimento il <<Corriere della sera>>. In realtà è l’inquietudine che porta con sè ogni uomo che non si adatti a vivere come un bue, che nutre un odio profondo per tutti i cani ed i porci dell’ umanità. Certo nell’azione di questo compagno ci sono stati errori, ingenuità, improvvisazioni. Grave soprattutto ci è sembrata e ci sembra, nel programma politico dei GAP, la sottovalutazione delle lotte operaie, della loro capacità di andare oltre il terreno rivendicativo per porre la questione dei rapporti di forza tra le classi cioè del potere politico. Ma i suoi errori, la sua impazienza, appartengono al movimento rivoluzionario e operaio; <<assalto al cielo>> che da qualche anno migliaia di militanti hanno cominciato a ricostruire dopo decenni di oscurità e di paura. Fanno parte di questo cammino che, come diceva Lenin, non è diritto e piano ma tortuoso e difficile, e dove accanto all’estrema determinazione di percorrerlo non v’è alcuna certezza sui tempi necessari a mandare in rovina lo stato delle cose presenti.
Il compagno Feltrinelli è morto. E gli sciacalli si sono scatenati. Chi lo vuole terrorista e chi vittima. Destra e sinistra fanno il loro mestiere di sempre. Noi sappiamo che questo compagno non è né una vittima, né un terrorista. E’ un rivoluzionario caduto in questa prima fase della guerra di liberazione dello sfruttamento. E’ stato ucciso perchè era un militante dei GAP. E carabinieri, polizia, fascisti esteri e nostrani lo sapevano e lo sanno benissimo. E’ stato ucciso perchè era un rivoluzionario che con pazienza e tenacia, superando abitudini, comportamenti, vizi, ereditati dall’ambiente alto-borghese da cui proveniva, s’era posto sul terreno della lotta armata, costruendo con i suoi compagni i primi nuclei di resistenza proletaria.E’ probabilmente vero che la ricerca affannosa che, da mesi, fascisti e servizi segreti vari avevano scatenato per prendere Feltrinelli, si è intensificata dopo il contributo ulteriormente portato dei GAP nello smascheramento dei
mandanti e degli esecutori della strage del dicembre del ’69. E’ probabilmente vero che questo compagno ha commesso, per generosità, errori fatali di imprudenza – cadendo così in un’ imboscata nemica la cui meccanica è a tutt’ oggi oscura. Quello che è certo è che di questo assassinio si sono fatti complici tutti coloro che cercavano un <<mandante ed un finanziatore>> per l’attività dei gruppi rivoluzionari. Dal Secolo all’ Unità in una paradossale unità d’intenti dopo la manifestazione del giorno 11 a Milano, tutti hanno latrato : vogliamo il mandante, vogliamo il finanziatore. Come se la lotta di strada, la lotta di piazza avesse bisogno di finanziatori. Le bottiglie <<molotov>> sono generi di largo consumo nell’ Italia degli anni 70. Costano poche centinaia di lire. Come dire alla portata di qualsiasi militante. Sono le attrezzatissime bande fasciste, sono i giornali di partito senza lettori, sono le costose campagne di pubblicità elettorale, sono i mastodontici apparati di Partito che richiedono e trovano i finanziamenti di Cefis, di Agnelli, di Borghi, di Ravelli – oltrechè il generoso contributo delle casse statali e parastatali. Comunque loro – destra e sinistra – volevano il mandante, il finanziatore. Fascisti e servizi segreti glielo hanno trovato. Un cadavere straziato di un pericoloso rivoluzionario che aveva deciso di far sul serio è diventato utile per la bisogna – perchè era Giangiacomo Feltrinelli discendente di una delle famiglie più ricche del paese. Ed i giornali della borghesia si sono affrettati a sputare sopra il cadavere. Con tutto l’odio che si sente per un traditore. Perchè è vero. Giangiacomo Feltrinelli li aveva traditi. Aveva rotto con il suo ed in tre anni densi di attività minuta, continua e coraggiosa era diventato un rivoluzionario. E i miliardari che finanziano i partiti, si drogano al <<Number One>>, vogliono l’ordine e la morale nelle fabbriche e nelle scuole – e per questo utilizzano le bande fasciste – non possono perdonare questo figlio degenere.
Pubblicato in Formazioni Armate, Lotta Armata
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Oggi è ancor più necessario lottare contro l’invasività del “controllo psichiatrico”
Chiudono gli Ospedali psichiatrici giudiziari (OPG)… ma con cosa saranno sostituiti?
di Dario Stefano dell’Aquila (Antigone Campania) -www.napolimonitor.it, 23 marzo 2012
Gli Ospedali psichiatrici giudiziari devono chiudere entro il primo febbraio 2013. […] dopo anni di lotte e di denunce sulle condizioni detentive all’interno dei manicomi giudiziari, sui letti di contenzione, sulla sequenza impressionante di morti, sembra trovare termine questa vergognosa vicenda. E anche forse il caso di ricordare, sia pure en passant, che quella che in tempi recenti era una denuncia solitaria e radicale di pochi (tra tutti mi piace ricordare Alberto Manacorda e Sergio Piro) […] Verrebbe solo da domandarsi perché mai nessuno ha mai risposto dinnanzi ad un giudice di questo orrore, ma è forse un’altra storia.
Il tema che è oggi prioritario affrontare è come si chiudono gli Opg, e con cosa saranno sostituiti? È una questione che interessa da vicino una regione che vede la presenza di ben due manicomi, ad Aversa e a Napoli, e che ha circa 165 cittadini campani internati in queste strutture. Secondo la norma approvata, gli OPG saranno sostituiti da strutture a esclusiva gestione sanitaria all’interno e la cui vigilanza esterna sarà affidata,con molta probabilità, alla polizia penitenziaria. Sarà un decreto del Ministero della Salute, adottato di intesa con il ministero della giustizia e con le regioni a definire, entro il prossimo 31 marzo, i requisiti di queste strutture.
E qui, i problemi che sembravano risolti si riaprono tutti. Perché il rischio che dalla chiusura degli Opg nascano, per gemmazione, piccoli manicomi residenziali è molto alto. Prima di tutto perché la norma non ha inciso sul meccanismo delle misure di sicurezza. Pertanto, anche in futuro, per i sofferenti psichici autori di un reato non si daranno pene con un termine, ma misure detentive che potranno essere, come avviene oggi, prorogate senza limiti.
In secondo luogo, perché regna assoluta incertezza sulla tipologia e sulla natura delle strutture che andranno a sostituirli. Se, come si ipotizza, le strutture avranno una capienza di venti-quaranta posti, solo in Campania ci saranno circa otto di queste nuove strutture. E se già oggi, in molte strutture residenziali “ordinarie”per il disagio psichico, prevale il modello della custodia a quello della cura, viene da chiedersi che cosa possono diventare delle strutture destinate per intero a ospitare sofferenti psichici accompagnati da uno stigma indelebile.
Non bisogna nemmeno sottovalutare il rischio che, vista l’alta tariffa che comporta la presenza in una struttura di questo tipo, oltre cento euro al giorno, si inneschi una dinamica di interessi corporativi del business sanitario. Una dinamica che privilegia i modelli di scatolette residenziali a progetti individualizzati di presa in carico, cura e reinserimento sociale, perché garantisce il massimo del risultato (in termini di profitto) con il minimo sforzo (per un progetto di inserimento e cura ci vuole una equipe specializzata, per chiudere una porta basta un custode).
Forse vale la pena ricordare il caso di San Gregorio Magno, quando il 15 e il 16 dicembre 2001 prese fuoco una “struttura intermedia residenziale” e dove trovarono la morte 19 persone che provenivano dai manicomi civili. Vale la pena ricordalo, specie in questa fase, per dire che la chiusura di un manicomio non è la sostituzione di una scatola grande con una piccola, ma significa la restituzione del sofferente a una vita il più possibile normale e comunque non per forza reclusa.
E che il superamento di un Opg passa per il superamento dei dispositivi psichiatrici e giuridici che determinano un internamento privo di qualsiasi termine e al di fuori di ogni garanzia. È ancora possibile, in questa fase, ragionare per cogliere fino in fondo la grande opportunità che il termine della chiusura oggi ci offre. È possibile farlo in fretta, senza per questo farlo male.
Giugno 1982
Discussione su Maelstrom a Radio Onda Rossa
Lunedì 26 marzo a Radio Onda Rossa (87.9 Fm) dalle 21 discussione su “Maelstrom” di Salvatore Ricciardi e sul libro di Paolo Grugni “l’odore acido di quei giorni“
Per ascoltare la registrazione della trasmissione clicca qui
Un saluto all’amico e fotografo fantastico:
Tano D’amico
1982: si discute del “caso Italia” in Germania
Pubblicato in Carcere, Uncategorized
Contrassegnato Afadeco, Antonio Negri, Asinara, Comitato familiari detenuti, Comitato propaganda comunista, Germania Overt, Internazionalismo proletaria, Ministero Giustizia, Organismi di lotta contro la repressione, proletariato prigioniero, Trani
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Anche trentanni fa… IL COSTO DEL LAVORO
Non hanno fantasia i padroni e i loro governanti. O forse le leggi ferree del profitto capitalistico impongono di attaccare sempre il COSTO DEL LAVORO
2 GIUGNO 1982
Pubblicato in Movimenti
Contrassegnato Cassa integrazione, Cgil, Confindustria, costo del lavoro, Fiat, Fiom, GIG, Lama, salario, Torino, Ugo La Malfa
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