Le origini delle condanne ai/alle manifestanti di Genova 2001

Le feroci condanne inflitte alle compagne e ai compagni per le manifestazioni di Genova 2001; quelle per gli scontri del 15 ottobre 2011 e per ogni lotta sociale; l’aumento abnorme della carcerazione che ha portato un sovraffollamento record nelle carceri italiane; la diffusione dei Centri di Identificazione ed Espulsione per migranti; l’invasività ed estensione del controllo psichiatrico; la crescente arroganza e impunità delle “forze dell’ordine”, ecc., ecc.,Andiamo alle origini di questa tendenza già in atto:

Da oltre due decenni si assiste a una marcata tendenza alla criminalizzazione del conflitto socio-politico e alla penalizzazione accentuata dei comportamenti sociali ritenuti non compatibili, e dunquepericolosi”.

Nei primi due decenni della storia repubblicana, nonostante l’acuto scontro politico e sociale, forse proprio grazie a quello, negli anni ‘50 e ‘60 le tensioni sociali, le insicurezze, le insoddisfazioni provenienti dal sociale, sono state canalizzate, pur con molte contraddizioni, verso una “domanda di maggiore partecipazione politica” piuttosto che verso richieste di penalità. Non che mancasse la repressione: ricordiamo la celere di Scelba, le cariche, le galere piene e orrende, i pestaggi, però ad interpretare le tensioni provenienti dalla società civile è valso prevalentemente il «vocabolario della politica», piuttosto che un «vocabolario punitivo». L’interpretazione di quel conflitto da parte delle classi dirigenti, come apertura a nuovi soggetti sociali e partitici ha prodotto i tentativi –riusciti- di “inclusione” (o meglio “inglobamento”) nel sistema capitalista dei socialisti prima e del pci poi. È avvenuto nelle amministrazioni locali, nelle commissioni parlamentari, fino alle compagini di governo. Inclusioni che, alla luce dei fatti, non ha portato ad un incremento della linea di “ascolto delle tensioni sociali”, al contrario ha inglobato quel ceto politico (psi, pci, sindacati, associazioni) nel blocco di potere assecondandone la chiusura rendendolo, da allora in poi, sempre più impermeabile alle sollecitazioni provenienti dalla società, dal mondo del lavoro, dalle classi subalterne. (tra i motivi di questa “chiusura” del blocco di potere dominante, c’è da considerare anche gli andamenti del ciclo capitalistico, le ristrutturazioni accelerate dalla competizione internazionale, la modifica del quadro imperialista, ecc.).

Con gli anni ‘70 questa svolta si accentua. La richiesta crescente di miglioramento della classe lavoratrice e, a seguito di questa, di settori del proletariato e di altri strati popolari urbani, si è spinta fino a mettere in discussione i rapporti sociali proprietari (dell’ordine capitalistico). È da questo momento che si assiste ad un cambio di strategia delle classi dirigenti che scelgono la linea dell’annientamento dei movimenti di lotta e di ogni fenomeno sociale.

Dopo la cosiddetta “emergenza terrorismo”, con la quale al conflitto sociale si è risposto in termini esclusivamente repressivi: un’emergenza  che ha stravolto i criteri giuridici della “responsabilità” e azzerato ogni residuo garantismo, le campagne mediatiche hanno costruito un clima di “guerra alla criminalità” permanente che ha sedimentato l’idea che la risposta penale fosse la soluzione di tutti i mali. Le campagne mediatiche hanno costruito un consenso enorme attorno all’attività dei magistrati, ribaltando la storica diffidenza dei cittadini comuni nei confronti delle agenzie penali. Infine, il compimento della deriva “punitiva” della cultura politica italiana si perfezionava con l’avvio della stagione di “tangentopoli”, alla quale ha fatto seguito la scomparsa di un’intera classe politica e la totale delegittimazione dei normali canali della rappresentanza. Si è costruita così l’immagine dei giudici (soprattutto dei pubblici ministeri) quali veri e propri eroi nazionali, cui la gente comune dovrebbe delegare il compito di ricostruire per intero la repubblica italiana, purificandola dai parassiti e dai nemici interni che ne intossicano l’esistenza.

Lentamente il termine garantista è diventato un insulto e chiunque osasse levare una voce di protesta contro il progressivo allargamento dei poteri polizieschi veniva immediatamente accusato di alleanze oggettive con il nemico pubblico di turno, fosse un terrorista, un mafioso, un politico corrotto, ecc.

Tutto ciò ha avuto l’effetto devastante di legittimare anche in Italia una certa cultura di “law and order” che, oltre ad aver ridato linfa all’istituzione penitenziaria, ha radicato ulteriormente una certa cultura ed una prassi giudiziaria inquisitoria ed anti-garantista che ha finito per risolversi a tutto danno delle categorie sociali classicamente più bersagliate dall’intervento penale. È la guerra alle “classi pericolose” ricordiamolo: obiettivo strategico per l’ascesa del fascismo.

Le leggi contro la “grande criminalità” e “la mafia” diventavano gli unici programmi di governo, ma «All’ombra di queste grandi emergenze criminali si è consumato il più spettacolare processo di carcerazione che questo paese ha vissuto negli ultimi cinquanta anni, un processo che si è abbattuto prevalentemente sulle vecchie e nuove aree della marginalità e del disagio sociale, alimentate dagli indirizzi neoliberisti delle politiche economiche dell’ultimo decennio». [S. Verde, Massima sicurezza. Dal carcere speciale allo Stato penale, Odradek Edizioni 2002].

Ecco le cifre della guerra alla criminalità: «per ogni mafioso in più in carcere, cento giovani tossicodipendenti in più cancerizzati; per ogni politico corrotto privato legalmente della libertà, cento immigrati di colore messi in prigione». Poi, il primo usciva e altre centinaia, migliaia di “immigrati irregolari” prendevano il suo posto. Eppure in quegli anni i furti diminuivano, tra il ‘91 ed il ‘99, passano da 1.702.074 unità a 1.480.775; lo stesso gli scippi, che si dimezzano, passando dalle 73.899 denunce del ‘91 alle 33.435 del ‘99. Anche il tasso d’omicidi è in forte calo passando da 1.916 casi del ‘91 a 805 del ‘99 (fonte: ISTAT, Statistiche giudiziarie penali, anni 1991 – 1999)

Per far emergere il senso di insicurezza gli amministratori delle città coniano il concetto di “degrado urbano”, unica categoria per interpretare il disagio economico e sociale degli abitanti delle aree urbane, ignorando  i veri problemi come la vivibilità sociale e la abitabilità dei quartieri, temi mai posti all’ordine del giorno coerentemente in questo paese nemmeno dai partiti di sinistra. Dunque “degrado urbano” e “insicurezza dei cittadini” sono la copia di concetti che improntano le scelte dei governi nazionali e delle amministrazioni locali, con l’accompagnamento di campagne mediatiche dagli anni ’80 fino ad oggi.

I nuovi sociologi riempiono le pagine dei giornali e i talk show televisivi “interpretando” queste “nuove paure” dei cittadini e così le raccontano:

«Il centro cittadino è invaso da barboni che oltre ad infastidire i passanti, danno spettacolo d’indecenza e sporcizia”, “lavavetri insistenti ad ogni incrocio (…), prostitute e magari qualche gay di quelli peggiori”, “tossicodipendenti barcollanti e privi di qualsiasi conoscenza”, “signori ubriachi che con prepotenza pretendono soldi altrimenti ti rovinano la macchina”, “cani liberi che spesso ti aggrediscono e non vengono richiamati dai proprietari”,  “si sente molto la mancanza di un’Autorità (vigili, polizia, carabinieri) che con multe, o con altri strumenti che sono in loro potere, riescano a dissuadere questi individui dal comportarsi in tal modo” .

«La socialità urbana postindustriale sembra ormai ridursi a quella che si realizza nei supermercati, nei centri commerciali, nelle strade fitte di botteghe di ogni genere. La polizia, come in passato non poteva non rispettare il padrone della fabbrica (o il proprietario terriero), oggi deve innanzitutto essere “al servizio” del commerciante e del suo cliente». [S. Palidda, Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli 2000]

Contrariamente a quanto si potrebbe ingenuamente pensare, non è stata la destra conservatrice a cavalcare il movimento per la sicurezza: è stata la cosiddetta sinistra di governo, nel timore di perdere terreno rispetto alle destre che si apprestavano a lanciare campagne mediatiche sull’insicurezza. I governi di Romano Prodi e Massimo D’Alema faranno della sicurezza urbana uno degli obbiettivi principali dell’attività di governo; abbiamo visto persone sconsolate, che si credevano di sinistra, ripetere penosamente la giaculatoria: “la sicurezza non è né di destra né di sinistra”.

Nel 1998 quando era Ministro dell’Interno, l’attuale presidente della Repubblica Giorgio Napolitano proponeva una “stretta antifughe”, prendendo a pretesto alcuni episodi che destarono scalpore nell’opinione pubblica, proponeva – fra le altre cose – di rendere più stringente il meccanismo delle scarcerazioni per decorrenza dei termini di custodia cautelare, che colpì i “poveri cristi” non certo gli “eccellenti” (La Repubblica, 13.06.1998). Sulle sue tracce il Ministro della giustizia Oliviero Diliberto, proponeva addirittura interventi per metter un freno ai “benefici” della legge Gozzini che, per fortuna, si fermarono sul piano delle “buone” intenzioni. Al ministro Piero Fassino si deve il sostanziale peggioramento del regime della custodia cautelare (con la L. nº 4 del 2001) e la brillante idea di introdurre il braccialetto elettronico, poi crollata miseramente, per i costi elevati e le difficoltà tecniche.

Al potenziamento del controllo del territorio si è accompagnato una esaltazione del ruolo delle forze dell’ordine, con campagne mediatiche talmente potenti da far invidia a quelle per glorificare il ruolo dei marines statunitensi, che continua a produrre una sostanziale impunità per i loro crimini e un’arroganza senza pari(Aldovrandi, Bianzino, Mastrogiovanni, Cucchi, ecc.,  la Diaz di Genova 2001) e un ruolo crescente delle amministrazioni locali sul terreno dell’ordine pubblico che hanno prodotto alcune mostruosità come quella di togliere le panchine dalle piazze delle città, perché possono costituire giaciglio per i vagabondi (un salto indietro di 500 anni).

Ma le radici “forcaiole” di certa sinistra italiana vanno ancora più indietro (1977):

 

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A proposito della sentenza per le sevizie e torture degli sbirri di Stato alla Diaz, Genova luglio 2001

«Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell’applicazione di un’uguale misura; ma gli individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato»             [K. Marx, Critica del Programma di Gotha]

“…per Amnesty International, [è] una sentenza importante, che finalmente e definitivamente, anche se molto tardi, riconosce che agenti e funzionari dello stato si resero colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani di persone che avrebbero dovuto proteggere.

Tuttavia, Amnesty International, ricorda che i fallimenti e le omissioni dello stato nel rendere pienamente giustizia alle vittime delle violenze del G8 di Genova sono di tale entità che queste condanne lasciano comunque l’amaro in bocca: arrivano tardi, con pene che non riflettono la gravità dei crimini accertati… 

Bene, che altro doveva dire Amnesty? Il  vomito lo suscitano quelli che si asciugheranno le lacrime farfugliando: “giustizia è fatta!”, oppure: “lo Stato ha avuto il coraggio di condannare i suoi servitori”; altri si “indigneranno” perché gli sbirri condannati (che però non faranno un sol giorno di carcere) ricorreranno alla Corte Europea dei diritti dell’uomo perché si sentono “perseguitati”, forse sono “prigionieri politiciahahah…a ‘sto punto un Vaffa’ de core ce sta bene!

Poi però, da compagno, penso che dovremo spingerci un po’ oltre, perlomeno sull’analisi dello Stato e sul suo apparato di mantenimento dell’ordine, in questa fase.

Provo a dirlo schematicamente -ci sarà modo di approfondire in un dibattito, si spera al più presto, tra compagne e compagni del movimento- ce lo siamo ripetuti molte volte in questo decennio, in questa epoca di “mondializzazione liberista”: lo Stato nazionale ha fatto un passo indietro (anche due) nell’indirizzo della politica economica, nel governo dei capitali, della moneta e della finanza. Lo ha fatto a favore delle imponenti agenzie multinazionali, finanziarie e bancarie, che governano i processi economici e monetari. Ne consegue che viene meno, gradualmente, ma velocemente e irreversibilmente (finora) il ruolo dello Stato e dei governi nazionali nel ruolo di governo dell’economia e di regolazione “morbida” dei conflitti: il welfare state, il sostegno ai ceti proletari massacrati dalle ristrutturazioni e delocalizzazioni capitalistiche, ecc. Insomma quella funzione dello Stato che garantiva la riproduzione dei rapporti sociali capitalistici, ma cercava di smussarne le asperità (“capitale senza padroni” della socialdemocrazia svedese; “capitalismo renano” della socialdemocrazia tedesca; “azionariato operaio”, ecc.).

Molti hanno parlato di assottigliamento e dimagrimento dello Stato, quasi che fosse sul punto di deperire…maddai! sogni adolescenziali.   Lo Stato deve mantenere il suo ruolo fondamentale di “riprodurre i rapporti sociali capitalistici” di “ difesa del regime proprietario”. E allora? Allora lo fa con gli strumenti consueti da sempre attivi: quelli della repressione successiva e preventiva (controrivoluzione), quelli con cui azzerare i movimenti con qualsiasi mezzo, comprese le sevizie e la tortura. La storia repubblicana italiana (per non parlare dei regimi precedenti) ne ha una quantità enorme di fatti simili!

Dunque è venuto meno il ruolo di indirizzo politico dell’economia capitalista, è venuto meno il welfare e il ruolo di mediazione socialdemocratica o riformista, sono scomparsi o inglobati i soggetti della mediazione: sindacati, partiti di opposizione, associazioni, ecc. Si afferma dunque il regime proprietario nella sua essenzialità, ossia: piena e totale libertà agli interessi privati dei soggetti economici e allo stesso tempo nessuna libertà alle donne e agli uomini come individui, come cittadini. Nell’uragano di questa giungla: il capitalismo liberista sempre più violento e feroce, lo Stato deve garantire che le regole della giungla funzionino e funzionino bene, che riproducano una società sempre più giungla, che faccia morire i soggetti deboli e trionfare quelli forti e quelli predatori… In fondo era questo il disegno di Hitler, ma non l’aveva pensato lui, gli era stato ben suggerito dai grandi capitalisti dell’epoca che sapevano che questo era l’ambiente proprio e favorevole per lo sviluppo capitalistico, quel progetto hitleriano senza Hitler riprende il suo cammino: le galere si riempiono (presenze raddoppiate negli ultimi 15 anni), ogni diversità viene criminalizzata e medicalizzata, si espande il controllo psichiatrico, chi non accetta queste regole verrà curato, col manganello o con lo psicofarmaco (non dimenticando l’elettroshock e il letto di contenzione); i media e le università, sono sempre più dispositivi di ideologizzazione per le nuove generazioni (purtroppo anche le scuole dell’infanzia): le eretiche e gli eretici che vadano al rogo!

Così i Gratteri, i Canterini, i Caldarozzi, i Luperi, i Fournier e compagnia bella insieme a chi li ha comandati, non sono “mele marce”, sono degli innovatori, uomini del futuro… ci fanno intravvedere, ci descrivono, con gusto del particolare, il nostro futuro.  Forse ci siamo già in mezzo, ma non lo vogliamo vedere!

…a meno che… qui può cominciare un’altra storia!

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Che giorni quel luglio di 50 anni fa!

Il 5 luglio 1962 il Governo provvisorio algerino decretò la giornata “festa nazionale dell’indipendenza”.
In Algeria la guerra di liberazione nazionale iniziata il 1° novembre 1954 è continuata fino al 19 marzo 1962.  Oltre un milione e mezzo di morti da parte algerina, Vedi il post qui

Il 7 luglio 1962  PIAZZA STATUTO   siamo tutti teppisti e teppiste! Vedi il post qui

Come si arrivò alla rivolta di  Piazza Statuto?

È il 13 giugno del 1962 sciopero per il rinnovo contrattuale di Fiom Fim Uilm. La partecipazione è massiccia nelle fabbriche delle grandi città. Anche a Torino tutte le fabbriche scioperano, ma non la Fiat. Le maestranze della Fiat fin dal 1957  venivano esentate dagli scioperi, poiché gli scioperi in Fiat non riuscivano e, per evitare un braccio di ferro minoritario che produceva soltanto l’individuazione degli operai combattivi e il loro successivo isolamento da parte del padrone, dal ‘57 il sindacato aveva deciso di esentare i lavoratori Fiat dalla chiamata allo sciopero, in occasione dei contratti nazionali.

Non la pensavano allo stesso modo tutti gli operai. Non in quei giorni. Non più! Qualcosa stava cambiando e essere esonerati dagli scioperi, sembrava loro una cosa inaccettabile. Sembrava una resa senza combattere.

Succede dunque che quel 13 giugno, gli operai delle fabbriche torinesi, dopo i picchetti nelle rispettive aziende, se ne vanno tranquilli ai cancelli Fiat. La voce era circolata con una certa velocità, non c’erano ancora i telefoni cellulari, ma la comunicazione era molto rapida, allora.

Arrivati davanti ai cancelli Fiat gli operai delle altre fabbriche prendono a insultare, a lanciare monetine e sputi verso gli operai Fiat che entrano al lavoro. Stessa musica la sera nei quartieri dormitorio, dalle finestre le donne lanciano ai crumiri pezzi di pane secco. Nei quartieri dormitorio gli operai non sono divisi per fabbrica, stanno tutti insieme. E le litigate si sprecano. La mattina dopo anche in Fiat si litiga. Tutti contro tutti. E già, nessuno ci vuole stare nella parte del vigliacco o del crumiro che entra in fabbrica per paura. E mica  l’ho decisa io questa cosa dell’esenzione! E chi l’ha decisa? I vertici sindacali, perché in Fiat gli operai non partecipavano agli scioperi! Si prima, ma adesso vediamo cosa si può fare.

Passano sei giorni. Seconda giornata di sciopero per il rinnovo del contratto.

Stavolta il sindacato ha dovuto chiamare allo sciopero anche le maestranze Fiat. È la prima volta dal 1957.

È il 19 giugno del 1962, scioperano solo 7.000 su 93.000. Una debacle; i settemila sono tutti operai di vecchia sindacalizzazione, non i giovani, non gli immigrati dal sud.

Il giorno dopo nei reparti Fiat succede il finimondo. La discussione è molto accesa tra gli operai. Si parla di politica e si parla finalmente! Si parlano tra loro, gli operai torinesi sindacalizzati parlano con i terroni e questi con quelli. Si rendono conto, gli operai torinesi, che senza i terroni non si va da nessuna parte.  Sono questi i tuoi compagni di lotta, sono i terroni la tua identità non certo la Mole Antonelliana, caro operaio torinese.

Loro i terroni, da poco giunti in fabbrica per farsi un po’ di soldi e poi tornare al paesello e comprare il pezzo di terra per costruire la casa sulle proprie radici, loro si rendono conto che quelle sono chiacchiere, inganni inculcati dal parroco e dal mafioso, puri imbrogli. Caro terrone il tuo posto è là, la tua vita è Torino, è la Fiat, o la cambi oppure lo sfruttamento ti cambia i connotati e ti distrugge. La tua prospettiva non è il pezzo di terra al paesello, ma cambiare il volto di questa città e di questa fabbrica dimmerda, di questa vita altrettanto dimmerda. E lo puoi fare se ti unisci con gli operai torinesi. Basta con l’ideologia del ritorno e con la retorica delle radici. La favola delle radici serve per tenerti sottomesso. Non esiste la terra del ritorno. La tua terra è quella dove vivi, dove ti organizzi e dove lotti.

Dopo quattro giorni e tante discussioni, qualche spintone e schiaffone, robusti picchetti e si arriva a sabato 23 giugno è il terzo giorno di sciopero.

In Fiat sono 60.000 a scioperare. Una bomba! Tutti esterrefatti. È un’altra Stalingrado!

La notizia galvanizza tutto il tessuto operaio fino a Palermo, a Marghera, a Napoli, in Sardegna, ovunque! Preoccupa molto il padronato, anche perché i padroni si accorgono che in fabbrica si lavoro di meno e si discute di più, molto di più.

Ma il buon nome Fiat non può subire uno schiaffo del genere, va salvaguardata l’etichetta, la stirpe Agnelli non consente sconfitte.  Lunedì 25 giugno la Fiat risponde con la serrata.

Certo, i picchetti erano stati robusti, devono esserlo se non si vuole regalare la vita al padrone!

Purtroppo la Fiom non capendo il valore della partecipazione del 23 giugno, dei 60.000 in sciopero, arretra,  proponendo di abbandonare i picchetti per non offrire ai padroni la motivazione per la serrata. Tante cose non capirà la Fiom in quegli anni. E gli operai a quel tempo non hanno ancora costruito organismi di lotta propri. Non resta che fare un passo indietro, purtroppo non valorizzando al massimo questo successo.

Ma ormai il sasso è lanciato e gli scioperi vanno avanti con massiccia partecipazione.

La battaglia è appena iniziata.

Sabato 7 luglio 1962, esattamente due anni dopo la strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960, durante le manifestazioni contro il governo di Tambroni con i fascisti.

A quel tempo di sabato si lavorava. Sono le ore 14. Gli operai Fiat sono al loro terzo sciopero da quello del 23 giugno. La mattina è andata bene. Alte percentuali di scioperanti a Mirafiori, Spa Stura, Spa centro, le previsioni per il turno del pomeriggio sono altrettanto buone. Gli operai dei due turni sono davanti al piazzale. Ovunque capannelli e discussione intensa. Molta polizia, ma sta a guardare, i picchetti sono leggeri non c’è bisogno di quelli duri tanto sono entrati soltanto i soliti crumiri alle 5 di mattina per evitare il picchetto.

L’attenzione degli operai è attratta da quanto è successo la sera prima. Sembra che Uil e Sida abbiano firmato il contratto con la direzione Fiat. Un accordo separato significa spaccare la classe operaia, significa sabotare la lotta proprio quando si stava realizzando un’unità dal basso utile per ottenere una vittoria contrattuale. Considerando che alle elezioni per la Commissione Interna di qualche mese prima la Uil più il Sida avevano avuto il 62% dei voti, c’è la preoccupazione da parte operaia che questa firma separata possa stroncare la lotta.

Tra gli operai circolano volantini sindacali che chiamano all’unità di base di fronte alla defezione Uil e di andare a protestare sotto la sede di questo sindacato. Poi la Fiom smentirà la paternità di volantini che invitavano alla protesta (il volantino Fiom lo trovi qui). La sede Uil si trovava in Piazza Statuto. L’affluenza è superiore ad ogni aspettativa, oltre 5.000 operai arrivano nella piazza, con una notevole dose di rabbia, più che giustificata.

La polizia attacca subito e i primi scontri avvengono intorno alle 15. Durante il pomeriggio il numero di manifestanti continua ad aumentare e gli scontri vanno avanti fino a notte inoltrata.

Il lunedì 9 luglio si riprende da dove si è lasciato. Alle 11 di mattina tutti in quella piazza e si va avanti fino alle 2 di notte.

Sabato e domenica i giornali non erano usciti a causa di uno sciopero dei tipografi. Il lunedì 9 tutta la carta stampata e le radio parlano di provocatori. Ma c’è una differenza. Per i giornali di destra la violenza provocatoria è dei comunisti. Per i giornali di centro-sinistra è responsabile il teppismo rionale. L’Unità ne attribuisce la responsabilità agli anarco-sindacalisti (sic!) infiltrati da elementi di destra, riflesso condizionato delle vicende del 1921. In particolare si punta il dito accusatore su Quaderni Rossi, che definirli anarchici vien da ridere, da tempo davanti ai cancelli Fiat con un’inchiesta operaia che suscitava molto interesse e aveva molta presa sugli operai.

== Un ricordo di Sante Notarnicola ==

«…Nell’estate del 1962, per la prima volta la base rivoluzionaria scavalcò apertamente il partito, mandò affanculo i vecchi tromboni. La battaglia durò tre giorni e L’Unità ci chiamò teppisti allineandosi con i borghesi. Fu il crollo per molti compagni delle ultime illusioni di un ravvedimento rivoluzionario del Pci. […]Demmo tante botte, in quei giorni, e ne prendemmo. Alcuni compagni del gruppo come “Piero il tranviere” erano addirittura arrivati con le pistole.[…]La delusione più grossa l’avemmo l’ultimo pomeriggio; la polizia, quelle carogne fasciste del battaglione Padova avevano arrestato uno dei nostri più cari compagni della Fgci, Garino. Si era rimasti in pochi, eravamo alla fine; durante una delle ultime cariche Garino si era buttato avanti da solo, contro i plotoni che avanzavano compatti. Lo chiusero in mezzo pestandolo selvaggiamente, cercammo di strapparlo ai poliziotti, ma erano in troppi, ci ritirammo tutti pesti. Poi la sera andammo alla festa dell’ Unità rionale: cercammo di fare una colletta per Garino e per gli altri. I dirigenti ci aggredirono con aspre critiche, dicendo che si erano lasciati trascinare dai fascisti e dai teppisti provocatori. C’era la tavolata solita, di capoccia. Le bottiglie di barbera, gli agnolotti, i salamini caldi: […]Tra un agnolotto e l’altro ci rimproveravano con disprezzo […] Fu la rottura. Prendemmo  un tavolo con salamini e vino e bagna cauda e la sbattemmo in faccia ai dirigenti.»

[Sante Notarnicola, L’evasione impossibile. Franchi Narratori, poi Feltrinelli. Pag. 80, 81]

== altri ricordi ==

A. : Che impressione ti aveva fatto sentirti dare del teppista, fascista, pagato dai padroni, dai giornali di sinistra?

P.: Veramente non mi ha impressionato. Non so. Forse avevo già qualche prevenzione, non mi ha scandalizzato.

E.: Provocatori? Fascisti? Si vedeva che era gente di sinistra. Non so come un fascista potesse reggere in quella situazione . . . si dava del fascista ai poliziotti . Poi è assurdo, anche se ce n’era qualcuno : tanto la gente, la massa quelle cose lí le faceva lo stesso ; non c’entravano i provocatori . L’unica provocazione l’ha fatta la polizia.

25 anni, operaio Fiat Lingotto

” …li ci sguazzavo, mi piaceva divertirmi cosí, tiravo fuori tutta la rabbia ,accumulata in quegli anni”.

. . .Fu proclamato un secondo sciopero. E ricordo che il Partito comunista ‘sti furbacchioni, fece arrivare attivisti da Milano, da Genova . Picchettaggi di massa . Questo punto, cavolo, mi diede forza anche a me, alla mia squadra, diede forza a tutti . Allora con questa moto, alé, si fermavano i tram, si staccavano le aste, si fermavano i pullman, si deviò anche il traffico, lí al Lingotto. Avevamo gli informatori che venivano da Mirafiori, e ci dissero che là gli operai erano entrati quasi tutti. Però la forza èra lí al Lingotto, e ci venne fuori un bel puttanaio.

Quello sciopero riuscì benissimo . C’erano gli impiegati che non potevano neanche entrare . E c’era la forza pubblica, i carabinieri che ci tenevano divisi, dall’altra parte della strada. Gli impiegati — hai presente Berruti quando parte per 100 metri? beh, uguale — guardavano la situazione, poi partivano a una velocità pazzesca . Ma venivano quasi sempre presi quasi ai margini dei cancelli, per i pantaloni o per il collo e, senza quasi farli toccare per terra, riportati indietro. Poi ci fu la prima violenza : un dottore, un dirigente, voleva entrare con la macchina . Non voglio dire chi è stato a farlo, ma mi ricordo che si prese ‘sta macchina, una 500, e la si rovesciò al contrario . La violenza c’era già allora . . . Anche se il sindacato gridava “no”, che non si fa così, c’era una tale incazzatura operaia che si girò sta macchina con lui dentro, la si posò sul tetto e poi la si rimise sulle ruote e la si fece ripartire . E mentre partiva, arrivò anche un sasso grosso così, che gli spezzò il cristallo di dietro . Fece un tonfo, diu faus, ed entusiasmò la gente. E cominciò a correre la voce che rovesciavano le macchine, che c’era casino, e difatti la gente incominciava a scaldarsi.

Lo sciopero riuscì in pieno. Però alla vigilia del terzo sciopero la Uil firmò un accordo aziendale separato a mezzanotte; firmò un contratto che a noi operai dava quattro cazzatelle, 25 lire di aumento, un piccolo aumento sulla Malf, e poco altro, mentre agli impiegati diedero 50 lire di aumento e un sacco di privilegi . Il contratto sembrava più per gli impiegati che per noi operai . Ecco perché ai picchetti, quel terzo giorno di sciopero, eravamo così incazzati con gli impiegati. C’era un odio enorme tra noi e loro, e gli operai li menavano forte . A parte che questi impiegati privilegiati ci trattavano sempre male, come merde, noialtri, quando si andava in ufficio:  ci prendevano per il culo, ci facevano girare da tutte le parti, proprio ti fottevano . Anche per loro eri un numero, non un uomo. L’odio, quindi, era bestiale contro di loro. Al mattino di quel terzo giorno di sciopero, dunque, c’erano le macchine della Uil che dicevano di entrare a lavorare, che il contratto era firmato . E c’erano le macchine della Fiom che dicevano: “No, continuate la lotta .” Ci fu un casino così, e gli operai si infuriarono proprio . A Lingotto si fece sciopero in massa . Non solo in massa, ma. .. botte! Quelli che scendevano dai pullman e volevano entrare, erano botte, ma proprio da orbi, contro i crumiri . Questo non era mai successo, neanche ai tempi del ’43 : le botte non si erano mai date tra operai.

Scioperi del genere, come nel ’62, non erano mai esistiti. Si disarmò anche un poliziotto, nella rissa fu tirato in mezzo e gli si sfilò pistola, cinturone e tutto . Poi gli si diede indietro la pistola perché lui si mise quasi a piangere, e diceva che avrebbe perso il posto di lavoro … Ad ogni modo fecero intervenire la forza pubblica in massa. Le discussioni più violente e i capannelli avvenivano intorno alle macchine della Uil, che dicevano di non scioperare, con quelli della Fiom, che dicevano invece di far sciopero… “Cristo”, si diceva, “per una volta che siamo uniti tra noi operai, lo fanno apposta ‘sti sindacati bastardi, adesso si rompono di nuovo .. .”

È lí che ci fu, secondo me, la discussione piú grossa, che si vide un sindacato diviso, un sindacato che era

contro di noi, contro la nostra forza . È a questo punto che si sparse la voce di andare a piazza Statuto. La voce venne fuori così, nei capannelli : “Andiamo in piazza Statuto… piazza Statuto!” Passò anche una macchina della Fiom che gridava : “Tutti in piazza Statuto!” Loro pensavano che si andasse in piazza Statuto pacificamente.

Non tutti sapevano che in piazza Statuto c’era la sede della Uil, ma la voce correva veloce, e ci si mosse. Un gruppetto incazzato passò anche dalla casa di Vanni, quello della Uil che aveva firmato l’accordo separato, in corso Unione Sovietica al quarto piano : andò su e sfasciò un po’ di cose . In piazza Statuto mi trovai con altri della Fiat, gente come me . Avevano una voglia matta di tirare sassi, e incominciarono a scavare un po’ di cubetti, a spaccare un po’ di vetri della sede della Uil. Non si senti neanche la tromba che annunciava la carica : si videro questi del battaglione Padova che venivano giú e davano legnate . Ma non legnate solo a noi;  vicino alla Uil c’era la fermata del tram, e c’era gente che aspettava tranquilla, i poliziotti passavano in mezzo alle rotaie del tram e davano randellate a tutti, anche a quelli che passavano sotto i portici . Lí io ci sguazzavo, mi piaceva divertirmi così, tiravo fuori tutta la rabbia accumulata in quegli anni . Vidi anche un compagno che fu preso, e gli montarono sopra con i piedi, lo schiacciarono.

Fu una lotta che durò dal sabato fino al martedì mattina : andai a casa a mangiare poi ritornai ; andavi a casa e ritornavi. La lotta andava avanti così. Quello che c’era di bello era lo scontro, compatto : vedevi i gruppi di operai muoversi insieme, poi c’erano questi celerini di Padova che ci inseguivano, ma ci ritrovavamo nelle vie intorno di nuovo, e si ripartiva per fare la lotta.

Dieci operai di qua, dieci operai di là, e avanti . .. Io sono uno che vede obiettivi di macchine fotografiche dappertutto ; a parte la Fiat che fa fotografare, c’è l’esperienza di tanti che erano stati licenziati perché erano stati fotografati . Mi ricordo che a piazza Statuto c’era un fotografo con una cinepresa . Lo si circondò, in un lampo.

Gli si tolse la macchina . Senza dire “beh”, si buttò nella vasca del Frejus.

C’erano intorno anche tante facce nuove ; perché non è che le avanguardie si conoscessero tanto tra di loro, tra Lingotto, Mirafiori . C’erano queste facce nuove, ma facce buone, di operai. E poi forse molti erano quelli attivisti del Pci venuti da Genova, da Milano, duri, coraggiosi, che reggevano bene lo scontro . ..

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Chi ha paura di chi?

Giuseppe Romeo «Sergio», giovane extralegale, napoletano, muore a soli vent’anni, falciato dai carabinieri insieme a Luca Mantini, 25 anni, nel corso di un’azione di autofinanziamento dei Nap. Come molti altri militanti dei Nap, fu tra i più coerenti fautori della struttura politico-militare extralegale, a Napoli.

[Roberto Silvi, La memoria e l’oblio, 2009]

Liberare tutti. Il seme gettato da Lotta continua ha germogliato. In tanti all’interno dei penitenziari hanno raccolto e fatto proprio il dirompente messaggio di Lc. E’ nata una generazione di ex detenuti trasformati in quadri politici. Tornare indietro è impossibile. Dentro e fuori le carceri i Dannati della Terra inseguono una sola cosa. Il riscatto.

[Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi, 2010]

 

Un ricordo a due compagni dei Nap (Nuclei Armati Proletari) uccisi dagli sbirri di stato! Un ricordo per non dimenticare, non una commemorazione!

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Ma quale DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO?

Libere  le dieci compagne e compagni per le manifestazioni di Genova 2001 !!!

Loro: capitalisti, banchieri, governanti, amministratori delegati, generali, mafiosi, giocatori in borsa, gnomi della finanza… DEVASTANO ambienti e SACCHEGGIANO le nostre vite….

Partecipa alle iniziative per la libertà di dieci compagne e compagne che il 13 luglio la Cassazione deciderà se mandare in galera! segui il sito Genova non è finita!:

http://www.10×100.it/?page_id=2

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Eccola la “democrazia giuridica” dei reati associativi…come durante il fascismo!

Art.270 del Codice Penale (Associazioni sovversive)                                                              Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni.
Alla stessa pena soggiace chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni aventi per fine la soppressione violenta di ogni ordinamento politico e giuridico della società.
Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da uno a tre anni.
Le pene sono aumentate per coloro che ricostituiscono, anche sotto falso nome o forma simulata, le associazioni predette, delle quali sia stato ordinato lo scioglimento.
Art.270bis (Associazioni con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico):
Chiunque promuove, costituisce, organizza e dirige associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine democratico è punito con la reclusione da 7 a 15 anni.
Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da quattro o otto anni.
(commenti)

nel campo del reato associativo è quasi impossibile stabilire la responsabilità di qualcuno sulla base di una normale indagine di polizia giudiziaria, senza, cioè, l’intervento dei “pentiti”: costoro rappresentano quasi sempre l’unico strumento che hanno in mano gli inquirenti per poter provare la colpevolezza dell ’indagato. Da qui l’importanza che viene data alle loro deposizioni, anche quando queste non siano corroborate da nessuna prova e siano palesemente calunniose….

In teoria l’associazione sovversiva è un reato “a consumazione anticipata”, da punire in itinere, prima cioè che il bene venga effettivamente danneggiato. Le “associazioni sovversive” sono caratterizzate dalla volontà degli associati di un effettivo uso della violenza e di una turbativa dell’ordine costituzionale. Sono quindi illecite già nello stadio della programmazione dei reati, anche se non si è nemmeno tentato di compierli. La “soglia di punibilità” retrocede sulla base di “ipotesi criminose aperte” o addirittura libere. Con l’aggravante della “finalità di terrorismo”, tali ipotesi vengono ulteriormente espanse, fino all’arbitrio assoluto degli inquirenti e dei giudici, autorizzati dal potere politico a fare come credono, e a retrocedere la soglia di punibilità alla manifestazione del pensiero e addirittura al pensiero stesso.

“Da una giustizia mirante all’accertamento della lesione di un bene si può passare a quella mirante all’accertamento della violazione di un dovere politico di fedeltà […] Un altro degli effetti… è [l’]ampliamento dell’area della rilevanza penale di comportamenti in sé leciti. Tale rilevanza viene attribuita a causa del valore sintomatico in essi individuato dal giudice […] E’ proprio lo stato d’animo, il pensiero nascosto e non espresso, la interna disobbedienza che divengono oggetto di indagine, in quanto è all’accertamento di essi che il giudice tende a risalire… Ecco che in processi di questi ultimi anni sono sottoposti al vaglio del giudice penale comportamenti quali la creazione di un collettivo di lavoratori contrapposto al sindacato, l’organizzazione dei seminari autogestiti, la collaborazione, mediante un articolo dal contenuto lecito, a un periodico riconducibile ad una struttura associativa ritenuta illecita; l’intervento in un’assemblea universitaria, e, in genere, rapporti interpersonali manifestatisi attraverso scambi di documenti politici, lettere, telefonate, ecc., tutti dal contenuto penalmente irrilevante”.

(Antonio Bevere, “Processo penale e delitto politico, ovvero della moltiplicazione e dell’anticipazione delle pene”, in Critica del diritto n.29-30, Sapere 2000, aprile-settembre 1983, pp.62-69)

Dunque: il reato associativo è un reato d’opinione all’ennesima potenza, un reato a consumazione virtuale.

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La “droga” del calcio in carcere… ma solo in carcere?

Carcere di Alessandria – 4 ottobre 1971

Ogni anno ad Alessandria veniva fatto una specie di campionato di calcio interno, con premiazioni a base di coppe di stagnola per i vincitori e medagliette varie per le squadre
piazzate, il tutto pomposamente consegnato alla presenza di tutti e delle autorità dirigenti in occasione di un ancor più pomposo spettacolo di canzonette organizzato nel locale adibito a cinema ricavato nel blocco centrale che costituisce la rotonda. Intorno a questo campionato ruotava un incredibile giro di compromessi, intrallazzi vari e scommesse a base di fiaschi di vino, pranzi, sigarette e anche soldi liquidi. Veniva organizzato dai soliti “intoccabili” che sostanzialmente avevano sposato la causa di tutti gli aspetti negativi dell’istituto, anzi, erano loro che li rappresentavano e li interpretavano questi aspetti negativi; occupavano tutti i posti chiave per autorità e per benessere economico e facevano in modo che la vita dell’istituto avesse un certo andazzo nel quale potevano guazzare a loro piacimento; alla direzione faceva molto comodo tutto questo in quanto costoro rappresentavano un corpo speciale di “agenti” di cui si fidava ciecamente, poiché assicurava il controllo e l’informazione a tutti i livelli sulla vita del carcere; erano proprio costoro che tenevano le redini dell’intrallazzo o dei traffici, perché potevano muoversi a loro piacimento nell’interno del carcere e la direzione chiudeva un occhio su tutti i loro traffici come a conceder loro una specie di premio per la loro solidarietà; loro stessi, per giustificare i loro privilegi e farsi perdonare l’intrallazzo, erano rigidissimi verso i compagni ed erano pronti a commettere qualsiasi tipo d’infamità verso gli altri detenuti per dimostrare che erano indispensabili al controllo dell’ambiente e spesso per togliersi dai piedi qualche concorrente pericoloso per il predominio del traffico o per il posto che occupavano.
Quando costoro organizzavano il campionato di calcio cercavano in genere di avere come presidenti delle squadre più forti lo stesso direttore, il maresciallo, o altre personalità.
Allora facevano in modo ognuno che la squadra che aveva il presidente che a lui serviva per essere protetto maggiormente vincesse e si assisteva a tutti i tipi di manovre per comperarsi le partite operando sui giocatori con sigarette, vino, soldi o addirittura giungendo alle minacce dirette tramite il ricatto con accenni più o meno velati che quella data “autorità” avrebbe tenuto conto del suo comportamento, eccetera; nel
migliore dei casi i giocatori venivano imbottiti di pastiglie di metedrina e quando scendevano in campo si assisteva a delle vere e proprie corride fatte di calci e liti violente. Non potrei dire che i vari presidenti fossero più o meno a conoscenza di tutte le porcherie che c’erano dietro a questi campionati di calcio, ma sta di fatto che era impossibile non saperlo perché lo sapevano tutti e forse diventavano ciechi, muti e sordi perché così conveniva. Quelli che ci andavano di mezzo erano coloro che giocavano e che credevano di essere chissà quali eroi quando vincevano una partita, segnavano una rete o vincevano di prepotenza un contrasto col diretto avversario:
la nota più saliente era l’aggressività estrema che si scatenava in quel piccolo rettangolo di gioco. Il campo era un piccolo cortile di circa m 40 per 15 e vi si giocava in squadre di sei ciascuno; diventava una bolgia, una specie di circo massimo con belve in lotta tra loro. C’era l’esigenza di scaricare le tensioni, di dimenticare per qualche minuto le umiliazioni del carcere, ma questa esigenza di per sé utile e comprensibile veniva alterata dall’alto grado di competitività che veniva artificialmente creata attraverso gli intrallazzi e la metedrina.
In quelle partite il fatto sportivo e l’esigenza di sfogarsi non c’entravano più. I detenuti, pur di veder menzionato il loro nome sul giornale esterno (veniva invitato un cronista per le
partite importanti oppure qualcuno si incaricava di scrivere degli articoli che non stavano né in cielo né in terra e venivano poi inviati al “Corriere alessandrino”) o “far piacere
al protettore di turno, finivano con l’ammazzarsi invece di divertirsi”. Ma la colpa non era loro, come ti ho detto, per la maggior parte, quando scendevano in campo erano tutti
imbottiti di metedrina e non capivano più nulla. Si verificavano falli che erano semplicemente bestiali. Per costoro l’alienazione e l’assoggettazione alla metedrina
diventava qualcosa alla quale non riuscivano più a sottrarsi.
Quando non avevano metedrina da ingerire vagavano in giro come ombre, intontiti, abulici, incapaci totalmente di vivere.
Sotto questo aspetto, il carcere di Alessandria era un’eccezionale fabbrica di drogati! Ma credo che anche ora le cose siano allo stesso punto. Ho avuto notizia di recente che nell’ultimo campionato di calcio disputato in quel carcere “almeno sei detenuti sono finiti in ospedale per fratture varie” e ciò può spiegarsi soltanto con l’incoscienza e la foga causata dall’uso di forti dosi di metedrina. In quel carcere perfino lo sport, che pure qui dentro potrebbe essere una cosa benefica si trasforma in una totale manipolazione della
persona del detenuto. Se anche le autorità interne non ne sanno nulla e lo permettono attraverso il loro assenteismo sono ugualmente colpevoli. Oggi ci sono leggi severissime
sulla droga. Spesso viene fatto un fracasso enorme quando viene sorpreso qualcuno in possesso di qualche grammo di droga. Applicando questi parametri, nel carcere di
Alessandria metà delle persone dovrebbero essere denunciate per uso di metedrina (ma costoro hanno solo la colpa di lasciarsi maggiormente alienare e ridurre a comportarsi in
certe occasioni in modo bestiale) e un’altra parte dovrebbe essere denunciata per l’ab uso che fa fare agli altri di una tale sostanza cosa che non ha più niente a che vedere con la
libertà di fare del proprio corpo quel che si vuole. Ma anche per queste cose il carcere è completamente staccato dal contesto sociale; è un piccolo mondo chiuso nel quale può
succedere di tutto senza che nessuno possa operare controlli di nessun genere.

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Cos’è il carcere?

“… Io credo di aver superato la crisi che si produce in tutti, nei primi anni di carcere, e che spesso determina una netta rottura col passato, in senso radicale. A dire il vero, questa crisi l’ho sentita e vista negli altri, più che in me stesso, mi ha fatto sorridere e questo era già un superamento. Io non avrei mai creduto che tanta gente avesse una così grande paura della morte; ebbene è proprio in questa paura che consiste la causa di tutti i fenomeni psicologici carcerari. In Italia dicono che uno diventa vecchio quando incomincia a pensare alla morte; mi pare un’osservazione molto assennata. In carcere questa svolta psicologica si verifica appena il carcerato sente di essere preso nella morsa e di non poterla più sfuggire: avviene un cambiamento rapido e radicale, tanto più forte quanto più fino a quel punto si era preso poco sul serio la propria vita di idee e convinzioni. Io ne ho visti abbrutire in modo incredibile”.

 [A. Gramsci, Lettere dal carcere, Einaudi 1971]

 

“… Ma per aprire le carceri al controllo della pubblica opinione, per rompere la piccola tirannica sovranità della amministrazione, per far sentire ai reclusi che essi non sono abbandonati, che esiste un mondo di relazioni umane e di regole che li sostiene e li appoggia, non basta una riforma dell’edilizia penitenziaria né una polemica cogli arbitrii della custodia. Chi ha fatto le carceri a quel modo, chi ha delegato alla custodia quei poteri?  Nessuno si chiede conto di ciò perché esiste tra noi una omertà assoluta nel voler mentire, agli occhi stessi della coscienza, le colpe che abbiamo verso i fratelli più deboli. Ci danno fastidio perché sono lo specchio vivente della nostra mancanza di solidarietà umana, perché ci ammoniscono fastidiosamente della nostra stessa fragilità. E allora li chiudiamo dentro quattro mura, li affidiamo a degli specialisti di repressioni, per non vederli,per non sentire i loro lagni, per vivere in pace. E ipocritamente aggiungiamo che vogliamo che essi migliorino. Come se l’uomo, solo, fosse capace di bene. Ma l’uomo lasciato solo ha ancora la libertà di giudicare chi l’ha abbandonato. E spesso, agli occhi del recluso, le muraglie del carcere sembrano dilatarsi a dismisura ed avvolgere e chiudere in una segregazione morale volontaria il cosiddetto mondo degli uomini liberi, degli uomini che presumono di giudicare del loro prossimo e che sono subito costretti a chiudere disgustati gli occhi sul frutto delle loro malefatte, che chiamano giudizi.

[V. Foa in Il Ponte  n.3  marzo 1949]

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…delle “novità” che poi tanto nuove… non sono!

Dopo la rivoluzione di luglio il banchiere liberale Jacques Laffitte, accompagnando il suo compare, il duca di Orléans, in trionfo all’Hôtel de Ville(1), lasciava cadere queste parole: D’ora innanzi regneranno i banchieri“.  Laffitte aveva tradito il segreto della rivoluzione” (borghese).

(1)     Si allude qui alla visita di Luigi Filippo (già duca d’Orléans) al municipio di Parigi (Hótel de Ville), centro del movimento repubblicano, compiuta il 31 luglio 1830. Durante tale visita Luigi Filippo s’impegnò a rispettare i diritti costituzionali e, col tricolore in mano, si affacciò alla finestra insieme al veterano della Rivoluzione francese Lafayette, che lo abbracciò presentandolo al popolo come “re cittadino” e definendo il suo regno la migliore delle repubbliche.
(K.Marx– Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850- Cap. ILa disfatta del giugno del 1848)

Gli effetti del dominio delle BANCHE:

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A chi piace il codice fascista del 1930?

Il 13 luglio 10 compagne e compagni rischiano 100 anni di carcere per le manifestazioni di Genova 2001 contro il G8.  Sono incriminati per “devastazione e saccheggio” una norma del codice fascista Rocco del 1930. Quanti si domandano come mai a distanza di 67 anni dalla “liberazione” dal fascismo in questo paese ancora vige il codice penale fascista?  A chi piace tenerlo in auge?

Qui una pagina di cronaca poco conosciuta (il Manifesto 17 ottobre 1971):

GENOVA NON E’ FINITA !

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