Che giorni quel luglio di 50 anni fa!

Il 5 luglio 1962 il Governo provvisorio algerino decretò la giornata “festa nazionale dell’indipendenza”.
In Algeria la guerra di liberazione nazionale iniziata il 1° novembre 1954 è continuata fino al 19 marzo 1962.  Oltre un milione e mezzo di morti da parte algerina, Vedi il post qui

Il 7 luglio 1962  PIAZZA STATUTO   siamo tutti teppisti e teppiste! Vedi il post qui

Come si arrivò alla rivolta di  Piazza Statuto?

È il 13 giugno del 1962 sciopero per il rinnovo contrattuale di Fiom Fim Uilm. La partecipazione è massiccia nelle fabbriche delle grandi città. Anche a Torino tutte le fabbriche scioperano, ma non la Fiat. Le maestranze della Fiat fin dal 1957  venivano esentate dagli scioperi, poiché gli scioperi in Fiat non riuscivano e, per evitare un braccio di ferro minoritario che produceva soltanto l’individuazione degli operai combattivi e il loro successivo isolamento da parte del padrone, dal ‘57 il sindacato aveva deciso di esentare i lavoratori Fiat dalla chiamata allo sciopero, in occasione dei contratti nazionali.

Non la pensavano allo stesso modo tutti gli operai. Non in quei giorni. Non più! Qualcosa stava cambiando e essere esonerati dagli scioperi, sembrava loro una cosa inaccettabile. Sembrava una resa senza combattere.

Succede dunque che quel 13 giugno, gli operai delle fabbriche torinesi, dopo i picchetti nelle rispettive aziende, se ne vanno tranquilli ai cancelli Fiat. La voce era circolata con una certa velocità, non c’erano ancora i telefoni cellulari, ma la comunicazione era molto rapida, allora.

Arrivati davanti ai cancelli Fiat gli operai delle altre fabbriche prendono a insultare, a lanciare monetine e sputi verso gli operai Fiat che entrano al lavoro. Stessa musica la sera nei quartieri dormitorio, dalle finestre le donne lanciano ai crumiri pezzi di pane secco. Nei quartieri dormitorio gli operai non sono divisi per fabbrica, stanno tutti insieme. E le litigate si sprecano. La mattina dopo anche in Fiat si litiga. Tutti contro tutti. E già, nessuno ci vuole stare nella parte del vigliacco o del crumiro che entra in fabbrica per paura. E mica  l’ho decisa io questa cosa dell’esenzione! E chi l’ha decisa? I vertici sindacali, perché in Fiat gli operai non partecipavano agli scioperi! Si prima, ma adesso vediamo cosa si può fare.

Passano sei giorni. Seconda giornata di sciopero per il rinnovo del contratto.

Stavolta il sindacato ha dovuto chiamare allo sciopero anche le maestranze Fiat. È la prima volta dal 1957.

È il 19 giugno del 1962, scioperano solo 7.000 su 93.000. Una debacle; i settemila sono tutti operai di vecchia sindacalizzazione, non i giovani, non gli immigrati dal sud.

Il giorno dopo nei reparti Fiat succede il finimondo. La discussione è molto accesa tra gli operai. Si parla di politica e si parla finalmente! Si parlano tra loro, gli operai torinesi sindacalizzati parlano con i terroni e questi con quelli. Si rendono conto, gli operai torinesi, che senza i terroni non si va da nessuna parte.  Sono questi i tuoi compagni di lotta, sono i terroni la tua identità non certo la Mole Antonelliana, caro operaio torinese.

Loro i terroni, da poco giunti in fabbrica per farsi un po’ di soldi e poi tornare al paesello e comprare il pezzo di terra per costruire la casa sulle proprie radici, loro si rendono conto che quelle sono chiacchiere, inganni inculcati dal parroco e dal mafioso, puri imbrogli. Caro terrone il tuo posto è là, la tua vita è Torino, è la Fiat, o la cambi oppure lo sfruttamento ti cambia i connotati e ti distrugge. La tua prospettiva non è il pezzo di terra al paesello, ma cambiare il volto di questa città e di questa fabbrica dimmerda, di questa vita altrettanto dimmerda. E lo puoi fare se ti unisci con gli operai torinesi. Basta con l’ideologia del ritorno e con la retorica delle radici. La favola delle radici serve per tenerti sottomesso. Non esiste la terra del ritorno. La tua terra è quella dove vivi, dove ti organizzi e dove lotti.

Dopo quattro giorni e tante discussioni, qualche spintone e schiaffone, robusti picchetti e si arriva a sabato 23 giugno è il terzo giorno di sciopero.

In Fiat sono 60.000 a scioperare. Una bomba! Tutti esterrefatti. È un’altra Stalingrado!

La notizia galvanizza tutto il tessuto operaio fino a Palermo, a Marghera, a Napoli, in Sardegna, ovunque! Preoccupa molto il padronato, anche perché i padroni si accorgono che in fabbrica si lavoro di meno e si discute di più, molto di più.

Ma il buon nome Fiat non può subire uno schiaffo del genere, va salvaguardata l’etichetta, la stirpe Agnelli non consente sconfitte.  Lunedì 25 giugno la Fiat risponde con la serrata.

Certo, i picchetti erano stati robusti, devono esserlo se non si vuole regalare la vita al padrone!

Purtroppo la Fiom non capendo il valore della partecipazione del 23 giugno, dei 60.000 in sciopero, arretra,  proponendo di abbandonare i picchetti per non offrire ai padroni la motivazione per la serrata. Tante cose non capirà la Fiom in quegli anni. E gli operai a quel tempo non hanno ancora costruito organismi di lotta propri. Non resta che fare un passo indietro, purtroppo non valorizzando al massimo questo successo.

Ma ormai il sasso è lanciato e gli scioperi vanno avanti con massiccia partecipazione.

La battaglia è appena iniziata.

Sabato 7 luglio 1962, esattamente due anni dopo la strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960, durante le manifestazioni contro il governo di Tambroni con i fascisti.

A quel tempo di sabato si lavorava. Sono le ore 14. Gli operai Fiat sono al loro terzo sciopero da quello del 23 giugno. La mattina è andata bene. Alte percentuali di scioperanti a Mirafiori, Spa Stura, Spa centro, le previsioni per il turno del pomeriggio sono altrettanto buone. Gli operai dei due turni sono davanti al piazzale. Ovunque capannelli e discussione intensa. Molta polizia, ma sta a guardare, i picchetti sono leggeri non c’è bisogno di quelli duri tanto sono entrati soltanto i soliti crumiri alle 5 di mattina per evitare il picchetto.

L’attenzione degli operai è attratta da quanto è successo la sera prima. Sembra che Uil e Sida abbiano firmato il contratto con la direzione Fiat. Un accordo separato significa spaccare la classe operaia, significa sabotare la lotta proprio quando si stava realizzando un’unità dal basso utile per ottenere una vittoria contrattuale. Considerando che alle elezioni per la Commissione Interna di qualche mese prima la Uil più il Sida avevano avuto il 62% dei voti, c’è la preoccupazione da parte operaia che questa firma separata possa stroncare la lotta.

Tra gli operai circolano volantini sindacali che chiamano all’unità di base di fronte alla defezione Uil e di andare a protestare sotto la sede di questo sindacato. Poi la Fiom smentirà la paternità di volantini che invitavano alla protesta (il volantino Fiom lo trovi qui). La sede Uil si trovava in Piazza Statuto. L’affluenza è superiore ad ogni aspettativa, oltre 5.000 operai arrivano nella piazza, con una notevole dose di rabbia, più che giustificata.

La polizia attacca subito e i primi scontri avvengono intorno alle 15. Durante il pomeriggio il numero di manifestanti continua ad aumentare e gli scontri vanno avanti fino a notte inoltrata.

Il lunedì 9 luglio si riprende da dove si è lasciato. Alle 11 di mattina tutti in quella piazza e si va avanti fino alle 2 di notte.

Sabato e domenica i giornali non erano usciti a causa di uno sciopero dei tipografi. Il lunedì 9 tutta la carta stampata e le radio parlano di provocatori. Ma c’è una differenza. Per i giornali di destra la violenza provocatoria è dei comunisti. Per i giornali di centro-sinistra è responsabile il teppismo rionale. L’Unità ne attribuisce la responsabilità agli anarco-sindacalisti (sic!) infiltrati da elementi di destra, riflesso condizionato delle vicende del 1921. In particolare si punta il dito accusatore su Quaderni Rossi, che definirli anarchici vien da ridere, da tempo davanti ai cancelli Fiat con un’inchiesta operaia che suscitava molto interesse e aveva molta presa sugli operai.

== Un ricordo di Sante Notarnicola ==

«…Nell’estate del 1962, per la prima volta la base rivoluzionaria scavalcò apertamente il partito, mandò affanculo i vecchi tromboni. La battaglia durò tre giorni e L’Unità ci chiamò teppisti allineandosi con i borghesi. Fu il crollo per molti compagni delle ultime illusioni di un ravvedimento rivoluzionario del Pci. […]Demmo tante botte, in quei giorni, e ne prendemmo. Alcuni compagni del gruppo come “Piero il tranviere” erano addirittura arrivati con le pistole.[…]La delusione più grossa l’avemmo l’ultimo pomeriggio; la polizia, quelle carogne fasciste del battaglione Padova avevano arrestato uno dei nostri più cari compagni della Fgci, Garino. Si era rimasti in pochi, eravamo alla fine; durante una delle ultime cariche Garino si era buttato avanti da solo, contro i plotoni che avanzavano compatti. Lo chiusero in mezzo pestandolo selvaggiamente, cercammo di strapparlo ai poliziotti, ma erano in troppi, ci ritirammo tutti pesti. Poi la sera andammo alla festa dell’ Unità rionale: cercammo di fare una colletta per Garino e per gli altri. I dirigenti ci aggredirono con aspre critiche, dicendo che si erano lasciati trascinare dai fascisti e dai teppisti provocatori. C’era la tavolata solita, di capoccia. Le bottiglie di barbera, gli agnolotti, i salamini caldi: […]Tra un agnolotto e l’altro ci rimproveravano con disprezzo […] Fu la rottura. Prendemmo  un tavolo con salamini e vino e bagna cauda e la sbattemmo in faccia ai dirigenti.»

[Sante Notarnicola, L’evasione impossibile. Franchi Narratori, poi Feltrinelli. Pag. 80, 81]

== altri ricordi ==

A. : Che impressione ti aveva fatto sentirti dare del teppista, fascista, pagato dai padroni, dai giornali di sinistra?

P.: Veramente non mi ha impressionato. Non so. Forse avevo già qualche prevenzione, non mi ha scandalizzato.

E.: Provocatori? Fascisti? Si vedeva che era gente di sinistra. Non so come un fascista potesse reggere in quella situazione . . . si dava del fascista ai poliziotti . Poi è assurdo, anche se ce n’era qualcuno : tanto la gente, la massa quelle cose lí le faceva lo stesso ; non c’entravano i provocatori . L’unica provocazione l’ha fatta la polizia.

25 anni, operaio Fiat Lingotto

” …li ci sguazzavo, mi piaceva divertirmi cosí, tiravo fuori tutta la rabbia ,accumulata in quegli anni”.

. . .Fu proclamato un secondo sciopero. E ricordo che il Partito comunista ‘sti furbacchioni, fece arrivare attivisti da Milano, da Genova . Picchettaggi di massa . Questo punto, cavolo, mi diede forza anche a me, alla mia squadra, diede forza a tutti . Allora con questa moto, alé, si fermavano i tram, si staccavano le aste, si fermavano i pullman, si deviò anche il traffico, lí al Lingotto. Avevamo gli informatori che venivano da Mirafiori, e ci dissero che là gli operai erano entrati quasi tutti. Però la forza èra lí al Lingotto, e ci venne fuori un bel puttanaio.

Quello sciopero riuscì benissimo . C’erano gli impiegati che non potevano neanche entrare . E c’era la forza pubblica, i carabinieri che ci tenevano divisi, dall’altra parte della strada. Gli impiegati — hai presente Berruti quando parte per 100 metri? beh, uguale — guardavano la situazione, poi partivano a una velocità pazzesca . Ma venivano quasi sempre presi quasi ai margini dei cancelli, per i pantaloni o per il collo e, senza quasi farli toccare per terra, riportati indietro. Poi ci fu la prima violenza : un dottore, un dirigente, voleva entrare con la macchina . Non voglio dire chi è stato a farlo, ma mi ricordo che si prese ‘sta macchina, una 500, e la si rovesciò al contrario . La violenza c’era già allora . . . Anche se il sindacato gridava “no”, che non si fa così, c’era una tale incazzatura operaia che si girò sta macchina con lui dentro, la si posò sul tetto e poi la si rimise sulle ruote e la si fece ripartire . E mentre partiva, arrivò anche un sasso grosso così, che gli spezzò il cristallo di dietro . Fece un tonfo, diu faus, ed entusiasmò la gente. E cominciò a correre la voce che rovesciavano le macchine, che c’era casino, e difatti la gente incominciava a scaldarsi.

Lo sciopero riuscì in pieno. Però alla vigilia del terzo sciopero la Uil firmò un accordo aziendale separato a mezzanotte; firmò un contratto che a noi operai dava quattro cazzatelle, 25 lire di aumento, un piccolo aumento sulla Malf, e poco altro, mentre agli impiegati diedero 50 lire di aumento e un sacco di privilegi . Il contratto sembrava più per gli impiegati che per noi operai . Ecco perché ai picchetti, quel terzo giorno di sciopero, eravamo così incazzati con gli impiegati. C’era un odio enorme tra noi e loro, e gli operai li menavano forte . A parte che questi impiegati privilegiati ci trattavano sempre male, come merde, noialtri, quando si andava in ufficio:  ci prendevano per il culo, ci facevano girare da tutte le parti, proprio ti fottevano . Anche per loro eri un numero, non un uomo. L’odio, quindi, era bestiale contro di loro. Al mattino di quel terzo giorno di sciopero, dunque, c’erano le macchine della Uil che dicevano di entrare a lavorare, che il contratto era firmato . E c’erano le macchine della Fiom che dicevano: “No, continuate la lotta .” Ci fu un casino così, e gli operai si infuriarono proprio . A Lingotto si fece sciopero in massa . Non solo in massa, ma. .. botte! Quelli che scendevano dai pullman e volevano entrare, erano botte, ma proprio da orbi, contro i crumiri . Questo non era mai successo, neanche ai tempi del ’43 : le botte non si erano mai date tra operai.

Scioperi del genere, come nel ’62, non erano mai esistiti. Si disarmò anche un poliziotto, nella rissa fu tirato in mezzo e gli si sfilò pistola, cinturone e tutto . Poi gli si diede indietro la pistola perché lui si mise quasi a piangere, e diceva che avrebbe perso il posto di lavoro … Ad ogni modo fecero intervenire la forza pubblica in massa. Le discussioni più violente e i capannelli avvenivano intorno alle macchine della Uil, che dicevano di non scioperare, con quelli della Fiom, che dicevano invece di far sciopero… “Cristo”, si diceva, “per una volta che siamo uniti tra noi operai, lo fanno apposta ‘sti sindacati bastardi, adesso si rompono di nuovo .. .”

È lí che ci fu, secondo me, la discussione piú grossa, che si vide un sindacato diviso, un sindacato che era

contro di noi, contro la nostra forza . È a questo punto che si sparse la voce di andare a piazza Statuto. La voce venne fuori così, nei capannelli : “Andiamo in piazza Statuto… piazza Statuto!” Passò anche una macchina della Fiom che gridava : “Tutti in piazza Statuto!” Loro pensavano che si andasse in piazza Statuto pacificamente.

Non tutti sapevano che in piazza Statuto c’era la sede della Uil, ma la voce correva veloce, e ci si mosse. Un gruppetto incazzato passò anche dalla casa di Vanni, quello della Uil che aveva firmato l’accordo separato, in corso Unione Sovietica al quarto piano : andò su e sfasciò un po’ di cose . In piazza Statuto mi trovai con altri della Fiat, gente come me . Avevano una voglia matta di tirare sassi, e incominciarono a scavare un po’ di cubetti, a spaccare un po’ di vetri della sede della Uil. Non si senti neanche la tromba che annunciava la carica : si videro questi del battaglione Padova che venivano giú e davano legnate . Ma non legnate solo a noi;  vicino alla Uil c’era la fermata del tram, e c’era gente che aspettava tranquilla, i poliziotti passavano in mezzo alle rotaie del tram e davano randellate a tutti, anche a quelli che passavano sotto i portici . Lí io ci sguazzavo, mi piaceva divertirmi così, tiravo fuori tutta la rabbia accumulata in quegli anni . Vidi anche un compagno che fu preso, e gli montarono sopra con i piedi, lo schiacciarono.

Fu una lotta che durò dal sabato fino al martedì mattina : andai a casa a mangiare poi ritornai ; andavi a casa e ritornavi. La lotta andava avanti così. Quello che c’era di bello era lo scontro, compatto : vedevi i gruppi di operai muoversi insieme, poi c’erano questi celerini di Padova che ci inseguivano, ma ci ritrovavamo nelle vie intorno di nuovo, e si ripartiva per fare la lotta.

Dieci operai di qua, dieci operai di là, e avanti . .. Io sono uno che vede obiettivi di macchine fotografiche dappertutto ; a parte la Fiat che fa fotografare, c’è l’esperienza di tanti che erano stati licenziati perché erano stati fotografati . Mi ricordo che a piazza Statuto c’era un fotografo con una cinepresa . Lo si circondò, in un lampo.

Gli si tolse la macchina . Senza dire “beh”, si buttò nella vasca del Frejus.

C’erano intorno anche tante facce nuove ; perché non è che le avanguardie si conoscessero tanto tra di loro, tra Lingotto, Mirafiori . C’erano queste facce nuove, ma facce buone, di operai. E poi forse molti erano quelli attivisti del Pci venuti da Genova, da Milano, duri, coraggiosi, che reggevano bene lo scontro . ..

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