1975: la falsa riforma

Il 26 luglio 1975, legge n.354 viene approvata la “riforma penitenziaria” della quale si discuteva dal dopoguerra che non avrebbe visto la luce senza le lotte e le rivolte dei prigionieri.

Il testo definitivo non raccoglie quasi nulla delle richieste della popolazione carcerata. La proposta, preparata nel 1960, aveva già subito un drastico ridimensionamento, con l’esclusione delle “misure alternative” concesse direttamente dal giudice che emette la sentenza. Tuttavia il testo approvato dal Senato nel dicembre 1973 conteneva qualche riforma. Ma la “vera e propria campagna di terrorismo ideologico” (la definizione è di Neppi Modona) portato avanti dai fascisti del Msi, dai liberali, dai repubblicani e dalla maggioranza della Dc, trovò rispondenza nella quasi totalità dei media. Questo terrorismo di Stato produsse l’introduzione dell’Art. 90, che permetteva al ministro della Giustizia di sospendere temporaneamente (poi diventò definitivamente) ogni attività di trattamento (le attività socializzanti dei detenuti) per “ gravi ed eccezionali motivi di sicurezza”.

Le leggi repressive introdotte dal governo della svolta a destra Moro-La Malfa (Dc-Pri) del 1974 in particolare quelle che imponevano a quasi tutti gli imputati la “carcerazione preventiva” avevano incrementato la popolazione detenuta da 21.000 presenze a 32.000 nel 1974. soprattutto nelle carceri metropolitane il sovraffollamento si impennò e le condizioni di vita peggiorarono ulteriormenmte.

Nel 1975 a Le Nuove di Torino e a Catania vi erano 200 detenuti oltre la capienza, a Poggioreale (Na) arrivarono anche a 700 oltre la capienza con la conseguenza di continui massicci trasferimenti per sfoltire, allontanando sempre più i detenuti dai luoghi di provenienza; a Regina Coeli di Roma nel ’75 da febbraio a ottobre i detenuti passarono da 418 a 1300.

Effetto della svolta a destra si manifestò nel rifiuto di metter mano al Codice penale fascista, che rimase intatto a dominare la scena del conflitto sociale in questo paese. Lo riconobbe, in una sorta di autocritica, perfino il senatore Dc Mino Martinazzoli (relatore del testo approvato al senato): «…la quasi inconsistenza nel nostro paese di una politica veramente riformatrice…»

Il testo definitivo della riforma non realizzò nessuna rottura con la logica fascista del regolamento penitenziario del 1931 che veniva spesso richiamato esplicitamente; la gestione del carcere si muove nel senso trasgressione–uguale-punizione, senza prendere in considerazione le relazioni tra reato e la realtà economica-sociale del contesto.

Al posto di Riforme sulla società e sul carcere plana, come una coltre plumbea, la normalizzazione

Il carcere continuava ad essere una “cosa” separata dalla realtà esterna e ignorata: una sorta di contenitore dove si cerca di cacciare a forza -e tenere in silenzio- tutti i problemi e le contraddizioni di una società che non riesce ad interrogare se stessa.

Nel momento che la legge veniva varata era già vecchia e obsoleta sia negli strumenti eccessivamente discriminatori e punitivi cui si ispirava, sia negli inadeguati e vecchi (nel senso di reazionari) personaggi che erano chiamati ad applicarla: direttori di carcere, funzionari del Ministero di Grazia e Giustizia e magistrati, che la gestirono in maniera ancor più restrittiva.
Una riforma di tal genere non soddisfaceva nemmeno un po’ le esigenze dei detenuti che furono costretti a riprendere le lotte. La miseria intellettuale della classe dirigente, in questa come in altre occasione, era la più efficace propaganda a favore di chi da tempo sosteneva la tesi che era inutile sperare e attendere una riforma che desse un po’ di respiro ai problemi dei carcerati e che era invece necessario organizzarsi autonomamente e lottare per conquistarsi la libertà e anche condizioni di vita dignitose.

Ulteriore peggioramento fu introdotto due anni dopo con la legge 20 luglio 1977 n.450 che restringeva fortemente i termini per la concessione dei permessi ai detenuti.

A questo punto, per quei detenuti politicizzati la scelta divenne obbligata. A Napoli si riunirono nel Movimento dei proletari emarginati, a Firenze nel Collettivo George Jackson. Furono i due raggruppamenti da cui si formarono i Nap. Vi furono anche le Pantere rosse, formatesi nel carcere di Perugia che si posero da subito la prospettiva combattente.

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1975- nonostante la feroce repressione la lotta nelle carceri continua!

I processi per la rivolta di Rebibbia dell’agosto 1975

La nuova strategia della repressione: processi singoli per ciascun detenuto, per evitare i processi collettivi che i detenuti utilizzano come tribuna politica per accusare lo Stato e per propagandare le proprie rivendicazioni:

 

I detenuti organizzati ribadiscono i loro obiettivi politici, obiettivi maturati in un ciclo di lotte che ormai conta una durata settennale:

Le parole di un detenuto: la ferocia della repressione:

 

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1975, riprende la lotta nelle carceri dopo le stragi

Dopo l’ondata repressiva del 1974: strage di Alessandria e delle Murate (vedi qui ), il movimento dei detenuti riprende la lotta.

 

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Non dimentichiamo il massacro di ATTICA

Erano le 9,46 della mattina di lunedì 13 settembre 1971.  era il quinto giorno della rivolta della prigione di Attica, iniziata la mattina del 9 settembre. Un elicottero della Guardia nazionale attaccò la prigione occupata dai detenuti in rivolta, lanciando una enorme quantità di gas CN e CS – gas tossici poi vietati in molti paesi ma ancora usati in Italia.

Nonostante non vi fosse nessuna resistenza dai prigionieri, intossicati e mezzo addormentati dai gas, le truppe dello Stato, le guardie carcerarie, la polizia locale e le guardie dei parchi aprirono il fuoco con fucili da caccia, pistole, mitragliatori Thompson e fucili calibro 270 caricati con pallottole esplosive.

Poco dopo l’inizio degli spari, un secondo elicottero si portò sopra il cortile intimando attraverso i suoi altoparlanti: “Arrendetevi. Non toccate gli ostaggi. Mani sopra la testa e muovetevi verso il cancello più vicino. Non sarete colpiti”.  Invece la fucileria assassina delle truppe di stato continuò, fino a provocare 40 morti e oltre 200 feriti.

Attica non va dimenticata!!! Attica è stata una radiografia del sistema della giustizia statunitense! Attica è stato una radiografia sulla salute della democrazia negli Usa e nel mondo, ovunque uno Stato utilizza il sistema carcerario. Una diagnosi che si avvicina più al fascismo che alla tanto strombazzata democrazia.

Vedi tutta la cronaca sul precedente Post qui.

AMNISTIA!

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Un compagno ci ha lasciato: Otello Conisti

In ricordo di Otello Conisti: l’ironia contro le carceri e le leggi speciali

di Sandro Padula

Martedì 11 settembre 2012. A Roma un sole caldo illumina il Verano e le sue mura costeggianti un bel tratto della via Tiburtina. Degli amici raggiungono il cuore del cimitero senza prendere il bus elettrico. Li sento col cellulare. Non mi posso muovere dal posto di lavoro. Le regole sono regole. E un semilibero non può andare ad un funerale senza averne l’autorizzazione. Ho saputo qualcosa nel tardo pomeriggio di ieri. Una telefonata, parole rapide a zig zag, carceri come Rebibbia Nuovo Complesso e Bellizzi Irpino, il solito cancro, aveva lavorato con “Sensibili alle foglie” e rivedo l’immagine sorridente del roscio Otello Conisti, un mio coimputato. Quando potevo chiedere di partecipare alla commemorazione? Stamattina? Nel migliore dei casi mi avrebbero risposto dopo questa giornata.

E così,  pur essendo lontano dalla Sala del Tempietto egizio, laddove stamattina si svolge la cerimonia in modo laico,  immagino la scena. Molte persone attorno alla bara, poltroncine foderate di velluto, qualcuno proferisce parole semplici ma sentite, alcuni si riabbracciano per la prima volta dopo gli anni ’80 trascorsi nelle patrie galere, altri portano delle corone di fiori.

Una piccola comunità reale, frantumata dai mille travagli della vita e della storia, sembra ricomporsi col ritmo solenne di un classico brano jazz. Risorge dopo lunghi tempi di frenetica monotonia. Usa linguaggi verbali e non verbali come strumenti dei ricordi.

Chi era Otello?  Sfoglio un vecchio decreto di citazione per il processo Moro bis: Conisti Otello, nato a Poggio Fidoni 11.3.1958, detenuto Casa Circondariale Rebibbia N.C..

Arrestato nel maggio del 1980 a Roma, città in cui viveva da tempo, era accusato di far parte del Movimento Proletario di Resistenza Offensivo, cioè di un’area di simpatizzanti delle Br.

da Il Manifesto del 22 maggio 1980

Il 21 giugno 1982, nel corso del processo Moro bis in Corte d’assise, fa prima “sapere che chi lo ha inserito nel nuovo gruppo di «dissociati» ha preso un abbaglio” e poi dice “al presidente Santiapichi di revocare il mandato al difensore e di non voler rispondere ad alcuna domanda” (La Stampa, 22.06.1982).

Dopo il mio arresto, avvenuto nel novembre 1982, lo conobbi. C’era la fase finale del processo Moro bis e Otello lo ricordo con la faccia simpatica, un paio di jeans, un maglione color arancio e  uno zuccotto di lana in testa quasi per anticipare di un ventennio l’estetica del cantante Manu Chao.

Non aveva reati di sangue o per specifiche azioni armate ma il Pubblico Ministero Nicolò Amato propose di donargli 18 anni di galera, una condanna quasi uguale a quella prospettata per i “pentiti” pluriomicidi. Due pesi e due misure.

In seguito la pena gli fu ridotta ma trascorse in carcere il decennio successivo all’arresto.

Superò quell’esperienza con la forza dell’ironia, del ragionamento e della volontà di costruire una nuova e dignitosa prospettiva di vita.

Com’era di carattere? È semplice dirlo: gioviale, scanzonato, arguto in stile romanesco. Gli piaceva giocare col dialetto pur non essendo romano de Roma.

Mai aggressivo verso gli altri, sempre disposto al dialogo ma fermo nei valori della solidarietà contro le oppressioni, nella critica alle leggi premiali, nell’assunzione delle proprie responsabilità e quindi nel rifiutare una rapida libertà mandando in galera altre persone o facendosi attrarre dalla logica dell’abiura denominata “dissociazione”.

In un quadro di mestizia aveva la capacità di fare battute ironiche e produrre il buon umore anche ai più depressi. Nel carcere di Bellizzi Irpino, dove fu catapultato a metà degli anni ’80, diceva ad esempio e in modo salomonico: “Qui non si soffre come cani ma come cinque canili”.

I gradi di sofferenza nelle carceri erano da lui paragonati al numero dei canili.

Aveva ragione. Ogni carcere è simile ad una specifica quantità di canili. Di vario grado e affollamento.

Mentre scrivo queste cose a mo’ di diario, tanto per mantenere per sempre il ricordo di Otello, un amico mi telefona: “c’erano molte persone. Ho rivisto alcuni che lavoravano e altri che ancora lavorano con “Sensibili alle foglie”. Parecchi ex compagni di carcere. La moglie Mara, colleghi di lavoro di quest’ultima, e la figlia Egle di 21 anni. Sembrava che il sole di oggi volesse asciugare le lacrime e donare un sorriso a tutti”.

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11 settembre 1973

Arrivò il 1973 con il suo carico di crisi, di compromessi più o meno storici, di repressione e… aria di golpe.

Il golpe in Cile affogò la sinistra cilena in un bagno di sangue e propose a tutte le organizzazioni di sinistra interrogativi cruciali.

Anche da noi si erano avvertite minacce golpiste. Il golpe non c’era stato ma la realtà non era facile, i settori proletari dovevano fare i conti con l’offensiva del governo Dc-Pri (Moro- La Malfa), sulla cui politica la consapevolezza operaia aveva espresso la propria opinione: «La classe operaia te lo dice in coro, vaffanculo governo Moro». Lo urlò nei cortei. Lo scrisse sui muri.

Quel governo, tra i tanti disastri, spianò la strada ai governi che aprirono al Pci, i governi di «unità nazionale».

Il golpe in Cile provocò un grosso dibattito nel movimento. Il Cile era un paese simile all’Italia, di antica tradizione democratica, con le forze armate da secoli lealiste e una società civile articolata. La divisione in classi era l’elemento che sfuggiva ai più, anche ai compagni.

In molti settori di movimento si metteva in risalto il ruolo dell’imperialismo statunitense, a tal punto da far velo alla lotta tra le classi e al loro antagonismo oggettivo di fronte a un progetto di trasformazione sociale. Può sembrare strano che dei comunisti dimentichino l’esistenza delle classi, eppure succede quando si attribuisce eccessivo potere alla potenza egemone del sistema imperialista, in quel caso gli Usa, dimenticando che l’imperialismo è un sistema economico-politico alla cui base ci sono, appunto, le classi sociali.

Contro la trasformazione sociale proposta da Unidad popular si scagliarono le classi sociali abbienti per schiacciare quel timido tentativo di potere popolare che si articolava intorno ai «cordones». Si accese una lotta di classe dura e violenta; le classi proprietarie, dopo aver deteriorato la situazione economica cilena, in combutta con le multinazionali statunitensi misero fine, con un massacro, al tentativo di Unidad popular. Non bisogna dimenticare i «cacerolazos» delle signore della buona borghesia cilena, il boicottaggio dei professionisti e delle banche, lo sciopero dei padroncini degli automezzi contro le nazionalizzazioni.

La confusione su popoli, classi e imperialismo è rimasta fino a oggi. Era invece diventata consapevolezza unanime l’impossibilità della via pacifica, elettorale, al socialismo.

La sua sorte [di Allende] testimonia tragicamente che la ragione contro la forza è vana. Unire, nella lotta proletaria, forza e ragione…  [«Lotta continua», 13 settembre 1973].

Paradossalmente, anche il Pci si trovò d’accordo nel ritenere non decisiva la via elettorale, abbandonando la competizione anche elettorale per il “compromesso”. Enrico Berlinguer lo scrisse su «Rinascita»:

La spaccatura in due del paese non solo non sarebbe utile, ma sarebbe fatale. Di qui la necessità di un grande «compromesso storico», di una nuova intesa tra le forze fondamentali del movimento popolare italiano.

 Dalla tragedia cilena capimmo le gravi responsabilità dei partiti riformisti che, non avendo dato fiducia alle masse proletarie che chiedevano armi per difendere quel percorso di trasformazione sociale, riposero fiducia nelle istituzioni rendendosi responsabili del massacro. Gli slogan chiarivano il nostro pensiero: «Cile, Cile, mai più senza fucile!».

Ilmovimento si mobilitò in appoggio alla Resistenza armata del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (Mir), con aiuti alla Resistenza ma anche con numerose azioni contro le multinazionali compromesse con il Golpe.

La direzione delle Fs il 7 novembre ’73 rispondeva con la repressione alle mobilitazioni dei ferrovieri negli impianti ferroviari che lanciavano la sottoscrizione «armi al Mir»:

Per impedire «la propaganda politica mediante l’affissione di manifesti o giornali, soprattutto di gruppi extraparlamentari, a rimuovere le affissioni e individuare i responsabili, eventualmente con l’ausilio della Polfer.

[da Maelstrom, pag 322, 323]

vedi anche qui

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All’inizio delle stagioni delle rivolte carcerarie 1969-70

Torino, carcere Le Nuove, autunno 1969
Gli altri sono fuori in cortile, così sono solo e posso concentrarmi meglio. Non so se è per masochismo, comunque sono anche io sorpreso di non sentire affatto il peso della galera. Ma forse si spiega così: la galera è come il peccato, o il diavolo o l’angelo custode; una invenzione che serve per suscitare una paura irreale, assurda, la paura di aver mancato a un ordine. Ma quale ordine?
È qui in galera che l’ordine ti si rivela per “quello che è: violenza quotidiana che ti si abitua ad accettare come ordine”, donde i sensi di colpa, donde la tristezza delle cose perdute, ma quali cose?
Per chi crede in queste cose deve essere davvero brutto, immagino, ma per chi conosce la funzione e la inutilità di queste cose, la galera perde tutta la sua efficacia: cioè non fa più paura.
La scoperta più bella qui è una conferma, la conferma spietata di aver ragione di realmente rappresentare le esigenze della gente. Tutti si dichiarano innocenti e lì per lì non ci credi. Ma l’innocenza che rivendica il detenuto non è quella generica di chi trova sproporzionata la pena. È l’innocenza storica dello sfruttato, dell’isolato, dell’oppresso, dell’alienato. Il reato perde la sua dimensione assoluta, si relativizza e scompare come reato. Ad esempio: i furti, l’incitamento alla prostituzione, la frode, si scoprono identici agli atti della vita legale.
Non viene attaccata l’ineguaglianza delle leggi: è una constatazione troppo facile. È l’istituto “giustizia” che si rivela tutto sbagliato (in forme precise).
C’è insomma il sentirsi coinvolto in un ordine che tu non possiedi, che non ti sei scelto (ma deciso?!): di fronte a questo ordine “che non ti condanna, ma ti mette nelle condizioni di essere condannato”, ecco, di fronte a questo ordine, all’innocenza ci credi e ci fai causa comune.
E cade un altro trucco che perpetua, qua dentro e là fuori, la divisione.
Reato comune – reato politico.
Prima c’è il tentativo di far passare per comune il politico.
È il nostro caso, e degli operai Fiat, e così ti accusano di sequestro: per loro è sequestro stare insieme uniti, tutti, a lottare: ci vogliono divisi e la divisione si rompe, allora qualcuno deve avere sequestrata la parte divisa prima.
Quando arrivi qui la divisione ricompare. E allora ti senti dire: “Ma voi vi mandano via subito”. “Voi lo fate per un’idea, almeno lo sapete per cosa lo fate”. Ma è falso. La consapevolezza nostra e loro è certo diversa, ma le ragioni sono le stesse. È quell’ordine maledetto che ti costringe a rubare, che basandosi sullo sfruttamento ti invita a sfruttare, che proponendoti i soldi come meta ti invita a farli con ogni mezzo contro tutti. Non è il reato politico che è un reato comune: sono entrambi, a livelli diversi, reati politici, atti di rivolta, testimonianza del mondo che viene predicato come ordine.
E questa unità va portata alla coscienza.
E allora anche in galera non ti senti escluso, monco, privato, reo; solo inquadrato secondo forme diverse di uno stesso ordine.

Carcere di Alessandria, febbraio 1970
… Vivere qui dentro, essere costretti fisicamente ad una serie di azioni preordinate, sempre alla stessa maniera, trasforma pian piano l’individuo e lo rende apatico ed incosciente, spesso vile oppure ribelle in modo errato. Ci vuole una grande forza di volontà per non lasciarsi distruggere psichicamente e ben pochi ci riescono. Questo è soprattutto un luogo di alienazione mentale, fisica e spirituale, altro che redenzione, recupero e via dicendo.
Senza peccare di orgoglio, io credo di essere uno dei pochi fortunati che riescono a resistere “al veleno del carcere”, a quel profondo senso di sfiducia e di apatia che, con l’andare del tempo, finisce quasi sempre per impadronirsi della nostra volontà. La ragione di ciò è nello shock violento da me provato quando sono venuto a contatto con la nostra famosa giustizia e con i luoghi che ci ospitano. Una volta superato lo shock, mi sono messo a meditare sulle mie condizioni di vita ed ho scoperto molte cose: ho scoperto soprattutto me stesso. Ciò mi ha reso più forte e mi ha “corazzato” contro le multiformi sevizie che regolano la nostra esistenza.
Sono stato punito per aver commesso dei reati, ma non basta. Debbo alzarmi presto al mattino, correre anch’io come l’impiegato, perché anch’io devo essere irreggimentato. Debbo andare di corsa, vestirmi in fretta perché l’amministrazione non può pagare più di quattro barbieri, debbo far presto a gabinetto perché ce ne sta uno solo funzionante per sessantacinque persone, non “fare assenze” perché fuori non è permesso…  Non importa poi se debbo cucinarmi i cibi, lavarmi i panni sporchi e accontentarmi delle 200 lire giornaliere di vitto che mi dà il ministero, se non ho soldi miei. Il necessario è che sia inquadrato anch’io, che anch’io vada in fretta, che produca, che sia una perfetta marionetta, perché il sistema non può avere incrinature, neppure in carcere.
Non c’è nulla di più brutto che capire un problema, penetrarne l’ingiustizia e non poter far nulla per combatterla. Così, sono costretto a sentirmi inutile a me stesso e agli altri, anche se cerco di crearmi un avvenire… ma per che cosa? a quale scopo? questo spesso mi chiedo. Condanno la struttura sociale che ci domina e penso che se debbo uscire di qui per fare il “geometra”, così come “loro” vorrebbero, mi sentirei più inutile che mai. Non voglio diventare un ingranaggio del sistema, una marionetta senza fili irreggimentata tra milioni di altre marionette ed essere volontariamente inutile.

Milano, carcere di San Vittore, aprile 1970
…In questo clima, due dei sei raggi di San Vittore si ribellano in seguito al criminale episodio del 21 luglio in cui vengono lasciati morire bruciati tre detenuti. Ecco quello che dice un detenuto in una sua lettera clandestina, scritta il giorno dopo: “… la nostra cellula è andata distrutta, è successo l’inferno qui […] è cominciata la caccia e allora i detenuti venivano presi uno per volta e accompagnati a colpi di cinghie, bastoni, catene, calci, pugni e che altro dirti? Ti dico che sentivamo gli urli, per darti un’idea dovresti andare al macello dove sgozzano i maiali! Mi dicono che Braschi sia stato portato via di peso dai poliziotti ed è stato visto piangente e malconcio. Così pure Angelo. Lottare in queste condizioni è terribile, dillo ai compagni […] avverti gli avvocati politici per i compagni trasferiti […]. C’è stata una sola cosa positiva, il canto di “Bandiera Rossa”, cantato da tutti al completo. La radio borghese ha detto che “… la fatica e i segni della lotta si vedono sui volti e sulle divise degli agenti!” No: sulle ossa di quei disgraziati che sono nelle condizioni che immagini, alle celle […] l’oriente è rosso, ma qui è sempre più nero!

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Qualche pillola di memoria…Franceschini/Caselli

Siamo nel 1975, è novembre, il militante brigatista Alberto Franceschini (allora brigatista, poi dissociato e rientrato nella famiglia pd-emiliana), arrestato nel settembre 1974, venne denunciato per “oltraggio” e “calunnia” dal giudice istruttore Giancarlo Caselli (oggi Procuratore Capo della Repubblica di Torino è attivo nella repressione di chi si oppone al Tav) che lo aveva interrogato. Qui trovate i fatti e le parole corse tra i due.

In questi tempi, probabilmente, entrambi frequentano gli stessi salotti bene degli “ex” e si scaldano nel grembo dei profitti delle Cooperative anch’esse “ex rosse” ben inserite all’interno del sistema dello sfruttamento capitalistico.

Forse questo ricordo rovinerà le loro amene serate, ce ne dispiace, ma la verità storica può avere un suo costo. Buona lettura!:  

pubblicato su Rosso, giornale dentro il movimento,  del 29 novembre 1975
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Chi è… Stato?

Rosso, giornale dentro il movimento, marzo 1977

Rosso, giornale dentro il movimento, 20 dicembre 1975

vedi anche  qui

  qui

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Cos’è il carcere?

Il carcere si può definire lo specchio della società che lo contiene e i carcerati la sua immagine.
Il carcere è anche la negazione più assoluta delle esigenze e delle necessità fisiologiche e caratteriali dell’individuo che col tempo finiscono anche per comprometterne il suo equilibrio psichico.  [carcere di Volterra, 9 marzo 1971]

La risocializzazione non è un fatto esterno, imposto, insegnato meccanicamente. Deve essere conquistato dall’individuo, come soggetto e non oggetto, e come appartenente ad una collettività. Questo significa che solamente acquistando coscienza sociale, di classe, il detenuto può rompere con la delinquenza, ma ciò porta a una sola via d’uscita: quella di diventare un rivoluzionario. [carcere di San Vittore, 10 maggio 1971]

Che cosa sono le carceri? La maggioranza delle persone hanno solo una idea vaga in proposito e, comunque, molto lontana dalla realtà.
Alcuni credono che il carcere sia un luogo di espiazione e di redenzione, una specie di purgatorio per uomini vivi ove i detenuti ritrovano la loro anima che, purificata dal peccato, può così tornare beata al suo Dio-sociale.
Altri, invece, concepiscono il carcere come un inferno – senza ritorno – nel quale i “delinquenti” devono necessariamente stare rinchiusi perché hanno perduto il diritto a vivere tra le persone perbene.
Le due concezioni sono frutto di ignoranza e pregiudizio, un pregiudizio di comodo, spesso inconscio o razionalizzato, che tende a creare i “diversi” e gli “esclusi” per gratificare se stessi e per giustificare una situazione aberrante la cui soluzione richiederebbe impegno, coraggio, denaro e il riconoscimento di una problematica socioeconomica che metterebbe in discussione l’intero sistema.
Il carcere non è un problema a sé; avulso dal contesto sociale, ma ne è invece una cellula viva, forse la parte di esso in cui certe disfunzioni si estremizzano più che altrove, perché in essa possono essere più facilmente coperte e giustificate attraverso l’isolamento, i moralismi e la falsa coscienza del bene che deve combattere e distruggere il male.
…Basta analizzare le condizioni di vita degli operai – che pure sono uomini liberi e in possesso di tutti i diritti sociali – in una qualunque fabbrica, per rendersi conto di quali e quante violenze e anacronismi sono costretti a subire i detenuti, che per legge vengono privati della maggior parte dei diritti legati alla persona, finanche della libertà di pensiero. Ovunque un uomo è stato costretto a chinare la testa di fronte a un altro uomo non può esserci giustizia né tanto meno umanità. Nella fabbrica l’obbligo è imposto attraverso molteplici forme di ricatto, ma pure esiste il margine – anche se esiguo purtroppo – alla libertà personale che permette di perseguire certi diritti. Nel carcere l’obbligo è imposto con la violenza psicologica e con la coercizione, che spesso raggiunge forme di repressione fisica che sfociano nel sadismo e nella depersonalizzazione più disumanizzante per il detenuto.  …Durante il periodo dell’inquisizione le persone venivano bruciate vive per liberare la loro anima dal male e farla ritornare purificata dal Padre: la vita fisica e psichica delle persone non aveva nessun valore. Il carcere è strutturato essenzialmente su questi principi: gli individui vanno redenti e nessuno si preoccupa del fatto che questa cosiddetta redenzione finisce di fatto con l’essere una mostruosa forma di sadismo e di distruzione perpetrata ai danni degli individui.    [carcere di Trento, 19 dicembre 1970]

Vedi il libro appena uscito (gennaio 2015)  qui

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