All’inizio delle stagioni delle rivolte carcerarie 1969-70

Torino, carcere Le Nuove, autunno 1969
Gli altri sono fuori in cortile, così sono solo e posso concentrarmi meglio. Non so se è per masochismo, comunque sono anche io sorpreso di non sentire affatto il peso della galera. Ma forse si spiega così: la galera è come il peccato, o il diavolo o l’angelo custode; una invenzione che serve per suscitare una paura irreale, assurda, la paura di aver mancato a un ordine. Ma quale ordine?
È qui in galera che l’ordine ti si rivela per “quello che è: violenza quotidiana che ti si abitua ad accettare come ordine”, donde i sensi di colpa, donde la tristezza delle cose perdute, ma quali cose?
Per chi crede in queste cose deve essere davvero brutto, immagino, ma per chi conosce la funzione e la inutilità di queste cose, la galera perde tutta la sua efficacia: cioè non fa più paura.
La scoperta più bella qui è una conferma, la conferma spietata di aver ragione di realmente rappresentare le esigenze della gente. Tutti si dichiarano innocenti e lì per lì non ci credi. Ma l’innocenza che rivendica il detenuto non è quella generica di chi trova sproporzionata la pena. È l’innocenza storica dello sfruttato, dell’isolato, dell’oppresso, dell’alienato. Il reato perde la sua dimensione assoluta, si relativizza e scompare come reato. Ad esempio: i furti, l’incitamento alla prostituzione, la frode, si scoprono identici agli atti della vita legale.
Non viene attaccata l’ineguaglianza delle leggi: è una constatazione troppo facile. È l’istituto “giustizia” che si rivela tutto sbagliato (in forme precise).
C’è insomma il sentirsi coinvolto in un ordine che tu non possiedi, che non ti sei scelto (ma deciso?!): di fronte a questo ordine “che non ti condanna, ma ti mette nelle condizioni di essere condannato”, ecco, di fronte a questo ordine, all’innocenza ci credi e ci fai causa comune.
E cade un altro trucco che perpetua, qua dentro e là fuori, la divisione.
Reato comune – reato politico.
Prima c’è il tentativo di far passare per comune il politico.
È il nostro caso, e degli operai Fiat, e così ti accusano di sequestro: per loro è sequestro stare insieme uniti, tutti, a lottare: ci vogliono divisi e la divisione si rompe, allora qualcuno deve avere sequestrata la parte divisa prima.
Quando arrivi qui la divisione ricompare. E allora ti senti dire: “Ma voi vi mandano via subito”. “Voi lo fate per un’idea, almeno lo sapete per cosa lo fate”. Ma è falso. La consapevolezza nostra e loro è certo diversa, ma le ragioni sono le stesse. È quell’ordine maledetto che ti costringe a rubare, che basandosi sullo sfruttamento ti invita a sfruttare, che proponendoti i soldi come meta ti invita a farli con ogni mezzo contro tutti. Non è il reato politico che è un reato comune: sono entrambi, a livelli diversi, reati politici, atti di rivolta, testimonianza del mondo che viene predicato come ordine.
E questa unità va portata alla coscienza.
E allora anche in galera non ti senti escluso, monco, privato, reo; solo inquadrato secondo forme diverse di uno stesso ordine.

Carcere di Alessandria, febbraio 1970
… Vivere qui dentro, essere costretti fisicamente ad una serie di azioni preordinate, sempre alla stessa maniera, trasforma pian piano l’individuo e lo rende apatico ed incosciente, spesso vile oppure ribelle in modo errato. Ci vuole una grande forza di volontà per non lasciarsi distruggere psichicamente e ben pochi ci riescono. Questo è soprattutto un luogo di alienazione mentale, fisica e spirituale, altro che redenzione, recupero e via dicendo.
Senza peccare di orgoglio, io credo di essere uno dei pochi fortunati che riescono a resistere “al veleno del carcere”, a quel profondo senso di sfiducia e di apatia che, con l’andare del tempo, finisce quasi sempre per impadronirsi della nostra volontà. La ragione di ciò è nello shock violento da me provato quando sono venuto a contatto con la nostra famosa giustizia e con i luoghi che ci ospitano. Una volta superato lo shock, mi sono messo a meditare sulle mie condizioni di vita ed ho scoperto molte cose: ho scoperto soprattutto me stesso. Ciò mi ha reso più forte e mi ha “corazzato” contro le multiformi sevizie che regolano la nostra esistenza.
Sono stato punito per aver commesso dei reati, ma non basta. Debbo alzarmi presto al mattino, correre anch’io come l’impiegato, perché anch’io devo essere irreggimentato. Debbo andare di corsa, vestirmi in fretta perché l’amministrazione non può pagare più di quattro barbieri, debbo far presto a gabinetto perché ce ne sta uno solo funzionante per sessantacinque persone, non “fare assenze” perché fuori non è permesso…  Non importa poi se debbo cucinarmi i cibi, lavarmi i panni sporchi e accontentarmi delle 200 lire giornaliere di vitto che mi dà il ministero, se non ho soldi miei. Il necessario è che sia inquadrato anch’io, che anch’io vada in fretta, che produca, che sia una perfetta marionetta, perché il sistema non può avere incrinature, neppure in carcere.
Non c’è nulla di più brutto che capire un problema, penetrarne l’ingiustizia e non poter far nulla per combatterla. Così, sono costretto a sentirmi inutile a me stesso e agli altri, anche se cerco di crearmi un avvenire… ma per che cosa? a quale scopo? questo spesso mi chiedo. Condanno la struttura sociale che ci domina e penso che se debbo uscire di qui per fare il “geometra”, così come “loro” vorrebbero, mi sentirei più inutile che mai. Non voglio diventare un ingranaggio del sistema, una marionetta senza fili irreggimentata tra milioni di altre marionette ed essere volontariamente inutile.

Milano, carcere di San Vittore, aprile 1970
…In questo clima, due dei sei raggi di San Vittore si ribellano in seguito al criminale episodio del 21 luglio in cui vengono lasciati morire bruciati tre detenuti. Ecco quello che dice un detenuto in una sua lettera clandestina, scritta il giorno dopo: “… la nostra cellula è andata distrutta, è successo l’inferno qui […] è cominciata la caccia e allora i detenuti venivano presi uno per volta e accompagnati a colpi di cinghie, bastoni, catene, calci, pugni e che altro dirti? Ti dico che sentivamo gli urli, per darti un’idea dovresti andare al macello dove sgozzano i maiali! Mi dicono che Braschi sia stato portato via di peso dai poliziotti ed è stato visto piangente e malconcio. Così pure Angelo. Lottare in queste condizioni è terribile, dillo ai compagni […] avverti gli avvocati politici per i compagni trasferiti […]. C’è stata una sola cosa positiva, il canto di “Bandiera Rossa”, cantato da tutti al completo. La radio borghese ha detto che “… la fatica e i segni della lotta si vedono sui volti e sulle divise degli agenti!” No: sulle ossa di quei disgraziati che sono nelle condizioni che immagini, alle celle […] l’oriente è rosso, ma qui è sempre più nero!

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