Whistleblower: delazioni tra lavoratori!

La parola è questa: Whistleblower ed entra prepotentemente nel nostro vivere e lavorare. Si può tradurre gola profonda oppure spione, delatore, cioè quel lavoratore che denuncia alle autorità, corruzione o illeciti compiuti all’interno dell’azienda privata o pubblica in cui lavora. Si tratta di un disegno di legge presentato da M5S e Pd, approvato alla Camera dei deputati ed ora in discussione al Senato.

Ci dicono che questa modalità è stata già sperimentata negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dove ha consentito di scoprire pericoli alla sicurezza di chi lavora, danni ambientali o frodi, carenze mediche e danni alla salute, false comunicazioni sociali, illecite operazioni finanziarie, casi di corruzione e altro. La legge dovrebbe proteggere da ritorsioni o altro quelle lavoratrici e lavoratori che denunciano queste irregolarità attuate dalla dirigenza aziendale.

Di primo acchito sembra una cosa buona. Per dare coraggio a chi lavora a non accettare sul lavoro passivamente soprusi diretti o indiretti. Da qualche decennio nel mondo del lavoro l’arroganza padronale ha imposto un clima omertoso e terrorizzante a danno di chi lavora che subisce l’obbligo padronale al silenzio (vedi i molti casi di caporalato diffusissimi non solo nelle campagne ma anche nella grande distribuzione, nel trasporto e movimentazione merci come la logistica; il problema è che i caporali, a dispetto delle chiacchiere televisive, sono difesi dalle istituzioni e dalla forza pubblica che appoggia i caporali e carica e denuncia i lavoratori che si ribellano a queste forme di supesfruttamento. Mentre i caporali sono accettati di buon grado anche dai sindacati concertativi (cgil, cisl, uil, ugl…). Per paura che si incrini questa omertà sottomessa di chi lavora, e per altri motivi filo-padronali la destra è ferocemente contraria alla legge.

Questo il racconto di giornali e Tv.

Ma questa favoletta non ci convince! C’è da considerare che è molto difficile, per non dire impossibile, che una legge sia in grado di tutelare quei lavoratori e lavoratrici che denunciano padroni, imprenditori, banchieri e agenzie finanziarie, o altre soprusi dei poteri forti. Licenziare chi “intralcia l’autorità” anche se illegale (l’autorità è sempre illegittima, per noi) è sempre possibile e oggi ancor più facile grazie ai moltissimi casi previsti dal Job Act.

No! L’obiettivo non è tutelare lavoratrici e lavoratori dalle angherie del padrone. L’obiettivo è un altro e non ci vuole molto a capirlo. La tutela ci sarà, ma solo per quei meschini lavotrator* che denuncieranno loro colleghi perché sono poco produttivi, di scarso rendimento e un po’ lavativi. Secondo il modello Amazon!

È dunque è molto probabile che questa caccia al truffatore si risolva, secondo lo spirito dei tempi attuali, ancora in una “guerra tra poveri”. Sarà questo il whistleblower di questo periodo: vedremo istaurarsi, tra chi lavora, un clima di sospetto, ambiguità, diffidenza e sfiducia di tutti contro tutti; prospererà un clima di spiate e delazioni che sgretolerà la poca solidarietà rimasta. Una pacchia per padroni e caporali. Un disastro per l’unità di classe.

NON ABBOCCHIAMO ALL’AMO!!!

I danni alla sicurezza e alla salute di chi lavora sono insiti nel lavoro salariato, subalterno. La frode, i danni ambientali e sociali sono l’essenza del capitalismo. E’ quello il nemico e si può abbattere soltanto con l’unità di classe!

Non è una novità nemmeno in questo paese. Vedi precedenti qui

Invito alla delazione varese

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Non conosceremo mai l’enormità delle torture e sevizie compiute dalla Cia nei confronti dei detenuti

Non conosceremo  mai l’enormità delle torture e sevizie compiute dalla Cia nei confronti dei detenuti

Il Quotidiano Online Indipendente Lettera43 ha pubblicato il 17 gennaio un articolo “Torture, gli Usa non pubblicano il rapporto

L’intero articolo lo puoi leggere qui

Nel dicembre del 2014 la commissione Intelligence del Senato statunitense pubblicò una sintesi fortemente censurata di un rapporto su una lunga indagine relativa al programma di arresti e interrogatori messo in atto dalla Cia negli anni della guerra al terrore scatenata da George W. Bush.

Il documento consultabile,  di 525 pagine e già conteneva un nutritissimo elenco di episodi, tutti documentati, di maltrattamenti, arresti illegali e torture compiuti dalla Cia, spesso con l’avallo della Casa Bianca:

torture4Interrogatori-fiume che durarono per giorni e giorni. Detenuti costretti a stare in piedi dopo che erano state spezzate loro le gambe.  Oppure a stare svegli anche per 180 ore di seguito, senza poter dormire. Prigioni talmente fredde da provocare la morte degli ‘ospiti’ per congelamento.

Ma l’intero e dettagliato resoconto dell’inchiesta della Commissione che si compone di quasi 7 mila pagine, non è mai stato diffuso al pubblico. E forse non sapremo mai tutte le sevizie compiute dalla Cia dal 2001.

Ecco cosa ha dichiarato la senatrice democratica della California Dianne Feinstein:

«Sono convita che non vogliano diffondere questi fatti. E mi riferisco all’amministrazione, all’intelligence e al dipartimento di Giustizia».
La senatrice ha anche scritto una lettera a novembre al ministro della Giustizia e al direttore del Fbi sollecitandoli a leggere i documenti. «Il lascito storico di questo rapporto», ha dichiarato, «non può essere sepolto in qualche cassaforte degli uffici dell’esecutivo, senza essere analizzato da coloro che più devono imparare da quanto è accaduto».
«SOLO UN RIASSUNTO». L’aspetto più grave, secondo lei, è che il rapporto pubblico è solo un riassunto e la reale dimensione di quello che è accaduto può essere compresa solo leggendo la relazione completa.
I documenti pubblici per quanto stringati e sbianchettati sono un’antologia di racconti dell’orrore. Nel novembre 2002 Gul Rahman un prigioniero afgano venne incatenato nudo al pavimento e morì di freddo in una prigione della CIA; due anni dopo un afgano chiamato Janat Gul venne arrestato con l’accusa di essere al corrente di un possibile attacco di al Qaeda sul territorio americano e venne deportato in un centro di detenzione segreto (forse in Europa) qui, dopo un’autorizzazione del ministro della giustizia Ashcroft,  venne sottoposto agli «interrogatori potenziati».
TORTURATI ANCHE DEGLI INNOCENTI. Ci si rese conto che il detenuto non sapeva nulla, ma dagli Usa ordinarono di insistere. Gul arrivò al punto di chiedere a chi lo interrogava di «ucciderlo o di lasciarlo morire». Dopo mesi di detenzione si appurò che era stato la vittima di un depistaggio. Il saudita Mustafa al Hawsawi, tuttora detenuto a Guantanamo, ha subito danni permanenti all’intestino dopo forzate applicazioni di una procedura chiamata «alimentazione rettale».

Questi episodi, secondo la stessa Feinstein,  sono solo la punta dell’iceberg. Il programma di tortura5interrogatori della Cia costò più di 300 milioni di dollari, alcuni Paesi il cui nome non compare nella relazione pubblicata, percepirono tangenti per accettare la presenza delle prigioni segrete americane sul proprio territorio. «La Cia diede milioni di dollari in contanti a governi stranieri».
È lecito supporre che nella relazione integrale sia scritto quali siano questi governi e quali funzionari furono pagati.

La American civil liberties union ha richiesto che l’intera documentazione legata all’inchiesta rientri tra i documenti soggetti a diffusione secondo il Freedom of information act (Foia).

CHI SIAMO NOI PER DIMENTICARE?  RICORDIAMO TUTTO!

 

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Non dimentichiamo Rosa, Karl e chi è caduto/a lottando per il comunismo

Quasi 100 anni sono passati da quella notte tra il 15 e il 16 gennaio 1919 in cui la compagna spartakistes191Rosa Luxemburg e il compagno Karl Liebknecht, e un numero enorme di attivisti comunisti del KPD (Partito Comunista di Germania) furono uccisi dalla brutalità codarda della dirigenza socialdemocratica. I mercenari che si incaricarono delle uccisioni inquadrati nelle formazioni paramilitari dei Freikorps, erano giovani fascistelli figli della media borghesia  spaventati delle crescita dell’offensiva comunista; veterani dell’esercito che non riuscivano ad inserirsi nella vita sociale; reazionari del ceto medio che si sentivano “traditi” dall’ammutinamento dei marinai e soldati che avevano imposto ai vertici militari di fermare la guerra.

Queste bande di criminali fascisti vennero utilizzati non da figuri dell’estrema destra, ma da Gustav Noske, il ministro della Difesa tedesco, e dirigente del SPD il partito socialdemocratico, spaventati dalla espansione del “movimento dei consigli” che si diffondeva in tutta la Germania, nelle fabbriche, tra l’esercito e nella marina tedesca. Dopo la rivolta operaia affogata nel Natale di sangue, per riprendere l’offensiva di classe, Rosa, Karl e altri/e decisero di dar vita al KPD  e il   1° Congresso di Fondazione si tenne dal 30 dicembre 1918 al 1° gennaio 1919, per dar seguito alla Lega Spartachista (Spartakusbund ) dell’11 novembre 1918. Il nucleo del movimento spartachista erano: Rosa Luxemburg, Hermann Duncker, Hugo Eberlein, Julian Marchlewski, Franz Mehring, Karl Liebknecht, Ernst Meyer, Wilhelm Pieck e altri/e. Il nome intendeva esprimere un maggior livello di organizzazione e una presa di distanza dall’USPD (Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands), Partito Socialdemocratico Indipendente Tedesco, nelle cui fila erano entrati 45 deputati dell’SPD nel marzo 1917 dopo essere stati espulsi dal partito perché contrari alla

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continuazione della guerra. Il quoridiano ”Die Rote Fahne (Bandiera Rossa) e il programma presero corpo in quell’autunno del 1918.

In quegli anni la scelta era ineluttabile: o rilanciare l’offensiva rivoluzonaria oppure subire la stabilizzazione capitalista del dopoguerra.

Il Comitato Operaio di Berlino decise di lanciare un’altra offensiva per evitare che si stabilizzasse l’ordine borghese e anche per riscattare la sconfitta del novembre del 1918. ma fu un’altra sconfitta. Il 14 gennaio 1919 Rosa scrive su Die Rote Fahne: L’ordine regna a Berlino.

L’ordine borghese per rilanciare l’accumulazione capitalista è fatto di lacrime e sangue, sempre!

Così la notte tra il 15 e il 16 gennaio 1919 la compagna Rosa Luxemburg e il compagno Karl Liebknecht vengono barbaramente uccisi e i loro corpi gettati nel canale. Fu l’inizio di un massacro di compagne e compagni comunisti e di operai, marinai e soldati. Un massacro che non fermò la lotta del proleatriato tedesco.

Addio Rosa, il tuo pensiero e la tua azione è stata sempre condotta all’insegna di un internazionalismo senza macchia e del principio dell’autodeterminazione della classe operaia nelle sue organizzazioni e nella società!

Di questi tempi sono i principi ancor più attuali, così come lo slogan pià diffuso dei comunisti tedeschi:

Il nemico è in casa nostra!

vedi anche  qui   qui qui

 

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Carcere, repressione e controllo sociale: cosa cambia

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Carcere, repressione e controllo sociale: cosa cambia

carcere-sbarreS. Ricciardi  11 gennaio 2016

Nel secondo dopoguerra gli stati europei e nord americani misero in discussione il sistema sanzionatorio basato sul carcere. I motivi sostanzialmente due. Il primo fu il trauma per gli orrori dei campi di concentramento nazisti: le testimonianze e le analisi di chi quell’orrore aveva subito ne attribuivano l’origine a un inasprimento della concezione segregazionista, matrice di ogni sistema carcerario.

L’altro motivo fu l’analisi dell’andamento decrescente delle presenze nelle prigioni, dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento.

L’utilizzo del carcere si attenuava poiché il sistema reclusorio aveva assolto il compito di disciplinare i “senza proprietà” ad accettare il destino di “proletari operosi”, forza lavoro sfruttata necessaria all’accumulazione di profitti e capitale; a ciò si univa la costatazione dell’inidoneità della politica penale nella soluzione del problema della criminalità. (1).

Sotto l’influsso delle critiche al sistema concentrazionario, si svilupparono proposte per abolire definitivamente il carcere: T. Mathiesen, N. Christie, L. Hulsman, Angela Davis, e altri, lanciarono la sfida dell’abolizionismo, un movimento che prese il nome da quello che aveva portato all’abolizione della schiavitù. Alcuni paesi, Norvegia, Finlandia, Svezia, Olanda, iniziarono un percorso per ridurre le reclusioni; il riduzionismo scelse le misure alternative alla detenzione: lavori socialmente utili, affidamento ai servizi sociali, ecc., presero il posto della reclusione in carcere ridotta a poche centinaia e solo per i reati più gravi. Alla fine degli anni Sessanta l’alternativa era secca: definitiva “morte” del carcere o sua “resurrezione”? Si avverò la seconda.

Negli ultimi tre, quattro decenni, la diffusione delle sostanze stupefacenti ad alto rischio, come l’eroina, e le campagne mediatiche volte a convincere le famiglie della necessità del carcere per spacciatori e consumatori, ha fatto da contorno all’offensiva liberista vasta e violenta che ha prodotto un incremento della repressione e della carcerazione. Negli Stati Uniti dalle 380.000 unità detenute del 1975 ai 2,5 milioni di oggi. In Europa le presenze in carcere sono raddoppiate. In Italia, nel 1989 c’erano in carcere 30.989 persone, nel 2011 è stato raggiunto il record di oltre 68.000, per scendere oggi a 52.636.

Un decremento dovuto ai provvedimenti svuota carceri fatti in fretta dopo l’ennesimo richiamo della Corte europea dei diritti dell’uomo. Provvedimenti che hanno focalizzato l’attenzione sulle strutture edilizie del carcere: metri quadrati per detenuto, cortili per l’aria, sale per la socialità, pur importanti, ma che non rappresentano l’essenza della devastazione prodotta dal carcere:
«La menomazione dello spazio genera senza dubbio ansia, angoscia, senso di soffocamento, che possono sfociare nell’asma, nella stanchezza cronica, nell’astenia; ma la menomazione temporale, … è più grave. La mente, immersa in una dimensione del tempo innaturale, reagisce in modo imprevedibile. C’è chi non esce più dalla cella, neppure durante l’aria. Chi guarda la televisione di notte e dorme di giorno. Chi rifiuta di pensare e chi pensa troppo. Senza considerare le lacerazioni che non sono visibili e che si manifesteranno più tardi, dopo la scarcerazione». (2)

«La ristrettezza degli spazi si combina con la finzione di tempo sovrabbondante che però non scorre, ristagna, è assente. C’è un intrigo ostile tra spazio esiguo e tempo dilatato e paludoso, così come tra il silenzio dell’isolamento e il fracasso delle porte in ferro, dei chiavistelli, degli scarponi, dei carrelli che segnano il ritmo della giornata reclusa. In carcere non c’è tempo perché non c’è attività, se per attività intendiamo la trasformazione intenzionale e finalizzata della forma e dello stato di un oggetto, di un ambiente, di se stessi. Nel carcere non c’è questo tempo, il tempo dei cambiamenti che avvengono. È tutto sempre uguale».(3)

Quell’intensificazione di repressione e carcere ha imposto un nuovo disciplinamento, quello per cui le masse salariate, proletarie e piccolo borghesi impoverite, siano esse lavoratrici o disoccupate, dovranno contenere i propri bisogni e desideri all’interno delle esigenze “ferree” del mercato. Sarà, d’ora in poi, il mercato capitalistico: banche, finanze, multinazionali, capitali, il regolatore indiscutibile della vita delle grandi masse. Un altro ammaestramento, dunque. Se il primo ha prodotto proletari operosi e rispettosi del comando e della proprietà, quest’ultimo ha prodotto masse popolari ossequiose degli andamenti del mercato e dei vincoli dell’accumulazione capitalista.

Oggi, compiuta l’ennesima mutazione antropologica, si può riprendere la via della riduzione della detenzione intramuraria: meno prigione e più controllo territoriale. Il mantenimento dell’ordine produttivo, il rapporto repressione/classi pericolose si collocherà, sempre più, nei territori periferici che hanno visto esplodere rivolte e che vedono nascere la ribellione in forme politico-sociali e nel “disordine sociale”. Il governo poliziesco della marginalità sociale e del conflitto sociale in via di espansione porterà il controllo sempre più nei territori! La repressione dovrà raggiungere e colpire le persone attive sul territorio per incapacitarle e annientarle come soggetti sociali potenzialmente organizzabili.

A questa scelta concorre anche l’alto costo della carcerazione: Obama durante una visita alla prigione El Reno Federal Correctional Institution ha detto: «basta pene e carceri ingiuste … riformare il sistema della giustizia penale, che ha affollato le prigioni americane come nessun altro Paese sviluppato al mondo… e molto costose, 80 miliardi l’anno». Il costo in Italia sfiora i 3 miliardi di euro l’anno.

Per assecondare questa tendenza sono aumentate per legge le possibilità di essere ammessi alle misure alternative anche dal processo, sospensione del procedimento e messa alla prova con prestazione di condotte riparatorie per reati puniti con la detenzione fino a 4 anni; così come l’ampliamento dei casi di affidamento ai servizi sociali; è stata inoltre ridotta la custodia cautelare in carcere a vantaggio di misure di controllo non detentive (Legge 16 aprile 2015, n. 47 Modifiche al codice di procedura penale in materia di misure cautelari personali).

Meno carcere e più misure alternative alla detenzione consentirà alla repressone di praticare l’invalidazione e la neutralizzazione selettiva, ossia impedire a soggetti sociali di continuare a fare quello che facevano prima, neutralizzando loro e l’ambiente in cui sono inseriti. È qui che si giocherà la partita contro la repressione. Resterà in vigore la pratica deterrente-terrorizzante del 41bis e delle carcerazioni differenziate particolarmente dure.

In molti paesi nordeuropei questo nuovo corso è già in atto da tempo. Si sono aggiunte di recente Francia e Inghilterra e anche negli Usa si prepara un decisivo passaggio nel senso descritto. Tuttavia le parti in gioco e le variabili sono tante e difficilmente prevedibili, ad esempio, il consenso elettorale: esaltare il carcere oggi porta voti.

Note:

(1) G. Rusche, O. Kirchheimer, Pena e struttura sociale, 1939; M. Horkheimer, T. W. Adorno, Da una teoria del delinquente (in: Dialettica dell’illuminismo) 1966; D. Melossi, M. Pavarini, Carcere e fabbrica, 1977; M. Ignatieff, Le origini del penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese 1750-1850, 1982; M. Foucault, Sorvegliare e punire, 1975, che vi aggiunge la funzione reclusiva utile a circoscrivere, nell’ampio universo dell’«illegalismo», una fascia ristretta di soggetti per trasformarli, attraverso l’internamento, in «criminali».

(2) E. Gallo, V. Ruggiero- Il carcere immateriale, 1989

(3) S. Ricciardi – Cos’è il carcere, 2015

http://www.zeroviolenza.it/

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Manifesti in piazza? Ti danno il DASPO allo stadio

Le compagne e i compagni dello spazio antagonista Newroz di Pisa sul loro Pisa Riscatto 1periodico hanno reso  noto un attacco repressivo subito che, a una prima lettura sembra sembra sensa senso. Ecco qua, leggete:

Manifesti in piazza? Ti danno il DASPO allo stadiomaniflega-752x440

C’è qualcosa di strano nel titolo di questo articolo… direbbe chiunque. Invece no, è proprio così!

Sono infatti assurde le accuse fatte a 5 persone che hanno partecipato ad una manifestazione contro il comizio della Lega Nord che è avvenuta a Pisa lo scorso 14 novembre 2015. Indipendentemente dal tipo di manifestazione contestata la notifica dell’avviso delle diffide avviene nei confronti di chi ha la colpa di aver partecipato a delle giornate di mobilitazione sociale. Infatti, durante questi primi giorni del 2016 la questura di Pisa attraverso l’ufficio Divisione Anticrimine ha emanato 5 ingiunzioni di Daspo, da convalidare entro 3 mesi, a cinque persone presenti al corteo del 14 novembre. L’accusa è quella di “aver istigato a delinquere e aver avuto una condotta violenta lanciando ortaggi, pietre e petardi verso le forze dell’ordine”. Secondo una logica assurda queste persone, che ricordiamo ad oggi non hanno avuto nessuna condanna per quella manifestazione, dovranno scontare un allontanamento da ogni evento sportivo in quanto persone considerate dalla questura “pericolose”. …. [leggi tutto l’articolo qui  e  poi  qui]

Avete letto?

Non è sensa senso, non è la brillante e un po’ scema trovata cervellotica di qualche solerte funzionario, macché, è ciò che vedremo sempre più applicato nelle azioni repressive. Ne discutevamo il 19 dicembre nello spazio antagonista Newroz proprio in merito alle tendenze della repressione in questa fase, ai cambiamenti che si prospettano.  Questo è uno dei cambiamenti! Gli agenti della repressone stanno oliando e predisponendo le misure di invalidamento da praticare nei territori dove i proletari si organizzano e impongono, con la lotta i loro interessi di classe.

E’ proprio lì, nei territori, che si giocherà la battaglia tra liberazione o sottomissione.

Alcuni spunti per una analisi di questa tendenza li trovate  qui.

 

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Libertà per Leonard Peltier 40 anni di carcere e molto malato

Leonard Peltier sta molto male, è importante far girare questo messaggio ovunque e inviare mail e telegrammi di protesta  all’indirizzo sotto indicato.

Leonard Peltier il 6 febbraio compirà 40 anni di carcere, in quei giorni manifesteremo in più occasioni qui a Barcellona e organizzeremo incontri, ma è importante che qui come in Italia come ovunque esca la notizia sui principali media.  Bisogna rompere il silenzio, contattare chiunque possa aiutare a che questa vicenda esca dal silenzio,

La situazione di salute di Leonard Peltier:

Cari amici e amiche abbiamo ricevuto questo messaggio di Leonard la notte del 6 gennaio 2016. Eccone un estratto.
           “Durante vari mesi, se non un anno, mi sono lamentato per problemi di salute e che qualcosa andava male  Negli ultimi giorni, ho finalmente visto un medico. Oggi mi hanno chiamato un’altra volta mi hanno preso la pressione arteriosa e mi hanno fatto gli esami del sangue per altre prove. Pare che abbiano trovato quello che si chiama un aneurisma aortico addominale (AAA) e si trova in una fase molto pericolosa. Se scoppia posso morire dissanguato. Così si sono affrettati nel fare altre prove: una risonanza magnetica domenica, fino a trovare un chirurgo adeguato per fare l’operazione. La buona notizia è che questa operazione ha un alta percentuale di successo… se nulla va male”.

In questo momento, non abbiamo più particolari. Basta dire però che all’età di Leonard, 71 anni, qualsiasi operazione chirurgica è rischiosa. Vi è inoltre la preoccupazione che durante le cure nel centro medico in una prigione federale, Leonard sarà in isolamento.

Per favore andate al sito http://www.bop.gov/inmates/concerns.jsp o qui: http://www.whitehouse.gov/contact/submit-questions-and-comments. Facendo riferimento a Leonard Peltier # 89637-132  USP Coleman I. 

Esprimendo come potete la vostra preoccupazione per il trattamento medico di Leonard perché l’Ufficio Federale delle Prigioni sappia che il mondo li sta osservando. Pretendiamo che Leonard riceva le migliori cure possibili. 

Mettetevi in contatto con 
Federal Bureau of Prisons

320 First St., NW     Washington, DC 20534   01 202 307-3198

info@bop.gov

(un’amica ha scritto così, POTETE USARE QUESTO TESTO):

Dear Sir

We are deeply concerned for Leonard Peltier health.

We know he is facing serious problems and he will probably have to undergo surgery, therefore we urge you to grant him alle the medical care he needs.

As many other people around the world we are monitoring his situation

Best regards    NOME E COGNOME


Nei messaggi che inviate o nelle telefonate che fate, se potete fate riferimento alla concessione dell’indulto per Peltier e al suo stato di salute, FREE LEONARD PELTIER. Il presidente Obama deve avere il coraggio di firmare la sua liberazione. 

Vi faremo sapere gli sviluppi, ma vi prego, mettete il vostro granello, TUTTO SERVE,

Un abrazo

Andrea

Su Peltier vedi anche   qui

 

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Modena, 9 gennaio 1950: uccisi 6 lavoratori – 2

Modena, 9 gennaio 1950, davanti alle Fonderie Riunite

2-fonderie-riunite_9-gennaio-50Poco dopo le dieci di mattina una decina di lavoratori si trovavano all’esterno della fabbrica vicino al muro di cinta, cercando di parlare con i carabinieri schierati. Un carabiniere sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.

Vedi tutto il post  qui

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Buon anno dalle parole dei prigionieri

workhouse2La scoperta più bella qui è una conferma, la conferma spietata di aver ragione di realmente rappresentare le esigenze della gente. Tutti si dichiarano innocenti e lì per lì non ci credi. Ma l’innocenza che rivendica il detenuto non è quella generica di chi trova sproporzionata la pena. È l’innocenza storica dello sfruttato, dell’isolato, dell’oppresso, dell’alienato. Il reato perde la sua dimensione assoluta, si relativizza e scompare come reato…

Non viene attaccata l’ineguaglianza delle leggi: è una constatazione troppo facile. È l’istituto “giustizia” che si rivela tutto sbagliato.

[Lettera dal carcere Torino autunno 1969]

        

La risocializzazione non è un fatto esterno, imposto, insegnato meccanicamente. Deve essere conquistato dall’individuo, come soggetto e non oggetto, e come appartenente ad una collettività. Questo significa che solamente acquisendo coscienza sociale, di classe, il detenuto può rompere con la delinquenza, ma ciò porta a una sola via d’uscita: quella di diventare un rivoluzionario. Ecco perché il sistema borghese blocca questa soluzione e favorisce la produzione di criminali nelle carceri. Quindi siamo d’accordo su tutto. Anche sul fatto che qui dentro gli “unici” rieducatori possiamo essere noi, cioè quei detenuti che hanno coscienza di classe.

   [testo collettivo dal carcere di San Vittore, Milano, 10 maggio 1971]

 

Women_mealtime_st_pancras_workhouseA cosa serve il carcere?” Nei fatti oggi è un brutale strumento a carattere unicamente repressivo, esclusivo, e terroristicamente punitivo. L’uomo nel carcere non è più tale, ridotto alla condizione di miserevole oggetto, completamente plagiato, annientato, esasperato, la sua personalità annullata. Ridotta a completa soggezione fisica e mentale.

 [lettera dal carcere San Vittore -Aprile 1971]

 
           “Tutto il discorso sulla “rieducazione” è una truffa”: qual è allora l’effetto del carcere sul detenuto? Il carcere è una vera “università del delitto” mantenuta dallo stato, educa all’egoismo, all’individualismo, ad essere ruffiani, spie, lacchè, a tradire i propri compagni, a leccare i piedi alle autorità, all’alcoolismo e all’uso della droga. Al detenuto vengono negati i diritti fisiologici e sessuali che non vengono negati neppure agli animali, rendono perciò vittime della stessa repressione le mogli e le fidanzate.

[dal documento dello Sciopero della fame dei detenuti di San Vittore. Aprile 1971]

 

I detenuti comuni, gli sbandati, i ribelli senza speranza, noi ve li ritorneremo con una coscienza rivoluzionaria. Questo è il mio impegno, questo è il vostro errore. (Sante Notarnicola)  Vedi qui

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Condannati alla galera per aver detto “buon natale” a chi aveva una divisa di un altro colore! Generali, capitalisti, governanti… bastardi!!!

 La notte dal 19 al 20 dicembre 1916 un plotone della 6° compagnia del 129° fanteria, durante i lavori per spalare la neve, il caporalmaggiore R.D. e il caporale C.M. vedevano gli austriaci intenti a spalare anche loro la neve; questi rivolsero parole di saluto, non comprese perché in tedesco, finché arrivò M.E. che fu in Germania a lavorare e lì si era fidanzato con una ragazza tedesca. Questi iniziò una conversazione che portò a una specie di intesa reciproca di non spararsi mentre si spalava la neve. Ne seguì uno scambio di cortesie e saluti e venne alzato un cartello con su scritto: “Buon Natale”, poi si scambiarono sigarette, pane e cioccolata.

R.D., della provincia di Salerno di anni 33, condannato a 1 anno di reclusione militare per conversazione col nemico e rifiuto d’obbedienza;C.M., della provincia di Avellino di anni 24, condannato a 1 anno e 1 mese diGuerr-1reclusione militare per lo stesso reato; M.E. della provincia di Arezzo di anni 23, condannato a 8 anni per gli stessi reati con in più “tradimento indiretto” in quanto il M.E., durante la conversazione tra una trincea e l’altra, aveva chiesto a un soldato austriaco di scrivere una lettera alla sua fidanzata tedesca a Dresda.

Vedi anche qui  e  qui

MASTERS OF WAR  –  PADRONI DELLA GUERRA

Venite padroni della guerra
voi che costruite i grossi cannoni
voi che costruite gli aeroplani di morte
voi che costruite tutte le bombe
voi che vi nascondete dietro i muri
voi che vi nascondete dietro le scrivanie
voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschere

Voi che non avete mai fatto nulla
se non costruire per distruggere
voi giocate con il mio mondo
come se fosse il vostro piccolo giocattolo
voi mettete un fucile nella mia mano
e vi nascondete dai miei occhi
e vi voltate e correte lontano
quando volano le veloci pallottole

Come Giuda dei tempi antichi
voi mentite e ingannate
una guerra mondiale può essere vinta
voi volete che io creda
ma io vedo attraverso i vostri occhi
e vedo attraverso il vostro cervello
come vedo attraverso l’acqua
che scorre giù nella fogna

Voi caricate le armi
che altri dovranno sparare
e poi vi sedete e guardate
mentre il conto dei morti sale
voi vi nascondete nei vostri palazzi
mentre il sangue dei giovani
scorre dai loro corpi
e viene sepolto nel fango

Avete causato la peggior paura
che mai possa spargersi
paura di portare figli
in questo mondo
poiché minacciate il mio bambino
non nato e senza nome
voi non valete il sangue
che scorre nelle vostre vene.

Che cosa sono io per parlare quando
non è il mio turno?
Direte che sono giovane
direte che non ne so abbastanza.
Ma c’è una cosa che so
anche se sono più giovane di voi:
so che perfino Gesù
non perdonerebbe quello che fate

Voglio farvi una domanda:
il vostro denaro vale così tanto
vi comprerà il perdono
pensate che potrebbe?
Io penso che scoprirete
quando la morte esigerà il pedaggio
che tutti i soldi che avete accumulato
non serviranno a ricomprarvi l’anima

E spero che moriate
e che la vostra morte giunga presto
seguirò la vostra bara
in un pallido pomeriggio
e guarderò mentre
vi calano giù nella fossa
e starò sulla vostra tomba
finché non sarò sicuro che siate morti.

Bob Dylan

[traduzione di Fernanda Pivano]
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Il carcere si perfeziona nel XIX secolo

L’uomo nel penitenziario è l’immagine virtuale del tipo borghese che egli deve sforzarsi di diventare nella realtà …

Essi (i carcerati) sono l’immagine del mondo borghese del lavoro pensato fino alle estreme conseguenze, che l’odio degli uomini per ciò che debbono fare a se stessi pone come emblema del mondo …

Come – secondo Tocqueville – le repubbliche borghesi, a differenza delle monarchie, non violentano il corpo, ma investono direttamente l’anima, così le pene di questo ordinamento aggrediscono l’anima.  Le sue vittime non muoiono più legate alla ruota per lunghissimi giorni e notti intere, ma periscono spiritualmente, esempio invisibile e silenzioso, nei grandi edifici carcerari, che solo il nome, o quasi, distingue dai manicomi.

[M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino, 1996, pp. 343, 344]

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L’ipotesi istituzionale – il privilegiare cioè il momento dell’internamento – divenne, così, nell’America della prima metà dell’Ottocento, la nota caratterizzante l’intera politica del controllo sociale; la scelta segregativa, infatti, originariamente circoscritta alla soluzione del problema del pauperismo, quasi per contaminazione, progressivamente si dilatò, fino ad assumere il ruolo di modello paradigmatico nella lotta alle diverse forme sociali di devianza. … L’analisi delle cause remote della devianza mentale diventa, così, sempre più puntuale: l’andamento ciclico dei processi inflazionistici, i rischi della speculazione, l’innovazione delle tecniche commerciali ed industriali, in quanto rendono la vita economica precaria, tendono ad enfatizzare i momenti di tensione che, se socialmente avvertiti, si ripercuotono inevitabilmente anche a livello psichico, in particolare modo tra i soggetti più «esposti» o più «fragili».

… L’intento di fondo è quindi esplicito: solo sradicando dal tessuto sociale il prodotto inconsapevole del «disordine» che è il folle, solo segregandolo in un universo concentrazionale dove possono finalmente regnare le regole ottimali del vivere sociale (gerarchia, disciplina, lavoro e preghiera) è possibile «guarire», e «rieducare».

[D. Melossi, M. Pavarini, Carcere e fabbrica, Bologna 1977, pp. 172, 174]
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