Il carcere si perfeziona nel XIX secolo

L’uomo nel penitenziario è l’immagine virtuale del tipo borghese che egli deve sforzarsi di diventare nella realtà …

Essi (i carcerati) sono l’immagine del mondo borghese del lavoro pensato fino alle estreme conseguenze, che l’odio degli uomini per ciò che debbono fare a se stessi pone come emblema del mondo …

Come – secondo Tocqueville – le repubbliche borghesi, a differenza delle monarchie, non violentano il corpo, ma investono direttamente l’anima, così le pene di questo ordinamento aggrediscono l’anima.  Le sue vittime non muoiono più legate alla ruota per lunghissimi giorni e notti intere, ma periscono spiritualmente, esempio invisibile e silenzioso, nei grandi edifici carcerari, che solo il nome, o quasi, distingue dai manicomi.

[M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino, 1996, pp. 343, 344]

Eastern-State-Penitentiary-primo-carcere-del-mondo-Foto-www.easternstate.org_

L’ipotesi istituzionale – il privilegiare cioè il momento dell’internamento – divenne, così, nell’America della prima metà dell’Ottocento, la nota caratterizzante l’intera politica del controllo sociale; la scelta segregativa, infatti, originariamente circoscritta alla soluzione del problema del pauperismo, quasi per contaminazione, progressivamente si dilatò, fino ad assumere il ruolo di modello paradigmatico nella lotta alle diverse forme sociali di devianza. … L’analisi delle cause remote della devianza mentale diventa, così, sempre più puntuale: l’andamento ciclico dei processi inflazionistici, i rischi della speculazione, l’innovazione delle tecniche commerciali ed industriali, in quanto rendono la vita economica precaria, tendono ad enfatizzare i momenti di tensione che, se socialmente avvertiti, si ripercuotono inevitabilmente anche a livello psichico, in particolare modo tra i soggetti più «esposti» o più «fragili».

… L’intento di fondo è quindi esplicito: solo sradicando dal tessuto sociale il prodotto inconsapevole del «disordine» che è il folle, solo segregandolo in un universo concentrazionale dove possono finalmente regnare le regole ottimali del vivere sociale (gerarchia, disciplina, lavoro e preghiera) è possibile «guarire», e «rieducare».

[D. Melossi, M. Pavarini, Carcere e fabbrica, Bologna 1977, pp. 172, 174]
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