Il “Natale di sangue di Ebert” del 1918 in Germania

1918 Con le prime aggressioni militari armate il 6 dicembre contro marinai e soldati e col tentativo di sciogliere la (Divisione della Marina del Popolo una formazione armata composta da marinai insorti) Volksmarinedivision si esplicitò il piano del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert di schiacciare e distruggere gli operai insorti e le forze che li appoggiavano per impedire ogni possibilità rivoluzionaria. Il governo, sotto la pressione degli eventi rivoluzionari, aveva ordinato che la Volksmarinedivision si trasferisse da Kiel a Berlino e si stabilisse nel castello della città.
Il primo ministro, il capo della socialdemocrazia Friedrich Ebert, a cui il 9 novembre 1918, il Reichskanzler, principe Maximilian von Baden, aveva trasferito i propri poteri per tacitare le masse, pretese il suo scioglimento ed il suo ritiro dal Castello, e Otto Wells, comandante della città di Berlino, rifiutò di pagare ai marinai lo stipendio arretrato. Ebert chiese la convocazione affrettata di un Congresso Nazionale dei Consigli, che ebbe luogo dal 16 al 20 dicembre 1918, quando ancora la SPD aveva la maggioranza. Ebert riuscì a imporre rapide elezioni per un’Assemblea Nazionale che doveva dar vita a una costituzione per un sistema parlamentare, marginalizzando così il movimento dei consigli che richiedeva una Repubblica Socialista.
La disputa andò crescendo il 23 dicembre. I marinai occuparono la cancelleria del Germ-1Reich, tagliarono le linee del telefono, misero il Consiglio dei Commissari del Popolo (a maggioranza socialdemocratica) agli arresti domiciliari e presero prigioniero Otto Wells. Ma diversamente da quanto si erano aspettati gli Spartachisti, non utilizzarono la situazione per eliminare il governo Ebert, bensì insistettero soltanto per avere ancora il loro salario. Tuttavia – e nonostante Otto Wells nel frattempo fosse stato rilasciato – Ebert, che si manteneva in contatto su una linea telefonica segreta con l’OHL (Comando Supremo dell’Esercito) a Kassel, la mattina del 24 dicembre diede l’ordine di attaccare il Castello con truppe fedeli al governo. Per assicurarsi l’appoggio dell’esercito al suo governo, Ebert aveva fatto un patto col generale Wilhelm Groener (successore di Ludendorff il lurido complice di Hitler nell’organizzazione del “Putsch della Birreria” il 9 novembre 1923 a Monaco e che fu sventato da nemmeno un centinaio di poliziotti che arrestarono Hitler), garantendo le gerarchie militari che non avrebbe riformato l’esercito e mantenuto gli alti gradi al loro posto. Nonostante ciò i marinai resistettero con successBerlin-vittime spartachisteo a questo attacco, sotto la guida del loro comandante Heinrich Dorrenbach. Nello scontro persero la vita circa 30 persone tra soldati e civili: il “Natale di sangue di Ebert“. Le truppe del governo, non erano entusiaste di combattere contro i marinai, arretrarono e dovettero abbandonare il centro della città. Furono poi disciolte o integrate nei Freikorps appena costituiti, formate dai signorotti prussiani, ex ufficiali dell’esercito e studenti reazionari. Per salvare le apparenze della sconfitta, alcuni settori delle truppe filogovernative occuparono temporaneamente la redazione del periodico Rote Fahne (Bandiera Rossa, il giornale degli Spartachisti).
E dunque Berlino era ancora nelle mani della Divisione della Marina del Popolo ma, ancora una volta, non ne approfittò. I marinai della Volksmarinedivision dimostrarono lealtà verso il processo rivoluzionario e si guadagnarono la fama di essere agli ordini degli Spartachisti. Una tesi purtroppo non vera e lo dimostrarono gli eventi di quel Natale 1918, quando una sconfitta militare del governo Ebert e del vecchio apparato di potere (capitalisti, generali, burocrati imperiali) produsse soltanto una manifestazione per il giorno successivo convocata dai Delegati Rivoluzionari (Revolutionäre Obleute) e l’abbandono della USPD (socialdemocratici indipendenti) del governo il 29 dicembre. Il governo controrivoluzionario di Ebert ne uscì addirittura rafforzato, potendo preparare così il massacro degli spartachisti nei mesi successivi. Il 15 gennaio 1919 furono uccisi Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.

Alcune ragioni della sconfitta:rote fahne
i lavoratori dirigevano le proprie lotte al di fuori degli apparati dei partiti e dei sindacati. si veniva formando così la convinzione che le masse potessero esercitare un’influenza diretta sulla vita sociale per mezzo dei Consigli. Era questo il modo con cui si intendeva la “dittatura del proletariato“; una dittatura che non sarebbe stata esercitata da un partito, ma sarebbe stata l’espressione dell’unità infine realizzata di tutta la popolazione lavoratrice. Un’organizzazione della società non-democratica secondo il concetto borghese, poiché la parte della popolazione non partecipante alla nuova organizzazione della vita sociale (capitalisti, banchieri, generali, ecc.), non avrebbe avuto voce né nelle discussioni né nelle decisioni.
Tutti sembravano convinti che le vecchie concezioni cominciavano ad essere ribaltate.
Purtroppo le tradizioni parlamentari e sindacali erano profondamente radicate nelle masse per essere estirpate in tempi brevi. La borghesia, il partito socialdemocratico ed i sindacati fecero appello a quelle tradizioni per frenare l’avanzata delle nuove concezioni. Il partito socialdemocratico, in particolare, a parole si felicitava di quel nuovo modo che le masse avevano per imporsi nella vita sociale. Arrivava perfino ad esigere che questa forma di potere diretto fosse approvata e codificata da una legge. Ma il vecchio movimento operaio (dirigenza partitica e sindacale), nel suo insieme, rimproverava ai Consigli di “non rispettare la democrazia formale“, mentre li scusava in parte a causa della loro mancanza di esperienza dovuta alla loro nascita recente e spontanea. Di fatto le vecchie organizzazioni rimproveravano ai Consigli di non lasciar agli apparati di partito, sindacato e cooperative un posto abbastanza grande, addirittura di far loro concorrenza. Pronunciandosi a parole per la “democrazia operaia“, i vecchi partiti e sindacati reclamavano che tutte le correnti del movimento operaio fossero rappresentate nei Consigli proporzionalmente alla loro rispettiva importanza.
La maggior parte dei lavoratori era incapace di confutare l’argomento del rispetto della “democrazia formale“: esso corrispondeva troppo alle loro vecchie abitudini. Così i Consigli Operai accettarono di riunire i rappresentanti del partito socialdemocratico, dei sindacati, dei socialdemocratici di sinistra, delle cooperative di consumo, ecc. come dei delegati di fabbrica. In queste condizioni i Consigli non erano più gli organi di gruppi di lavoratori, riuniti dalla vita della fabbrica, non più in grado di portare avanti gli interessi della classe operaia, ma le formazioni uscite dal vecchio movimento operaio operavano perché si individuassero gli obiettivi di “interesse nazionale” e quindi la restaurazione capitalistica, sulla base del capitalismo dello stato democratico.
Si interrompeva così il rapporto “diretto” tra la massa operaia e i “loro” consigli. I delegati ai Consigli non ricevevano più le loro direttive dalla massa, ma dai loro diversi delegati. Così i Consigli” erano costretti a esortare i lavoratori a rispettare e far rispettare “l’ordine” affermando che “nel disordine, non può esserci il socialismo“. In queste condizioni i Consigli persero rapidamente ogni valore agli occhi degli operai. Le istituzioni borghesi ripresero a funzionare, senza preoccuparsi del parere dei Consigli. Era questo lo scopo ultimo della direzione socialdemocrtatica.
Il vecchio movimento operaio poteva essere fiero della sua vittoria. La legge votata dal Parlamento fissava nel dettaglio i diritti ed i doveri dei Consigli: istituzionalizzati, inseriti nell’apparato statale, svuotati di ogni tensione rivoluzionaria, essi avrebbero avuto come compito di sorvegliare l’applicazione delle (sole) leggi sociali. I Consigli divenivano degli ingranaggi dello Stato, partecipavano al suo buon funzionamento, invece di demolirlo. Le tradizioni radicate nelle masse si rivelavano più potenti dei risultati dell’azione della rivolta spontanea.
Malgrado questa “rivoluzione abortita”, non si può dire che la vittoria degli elementi conservatori sia stata semplice e facile. Il nuovo orientamento degli spiriti, nonostante tutto, era abbastanza forte perché centinaia di migliaia di operai lottassero con accanimento affinché i Consigli conservassero il loro carattere di nuove unità di classe. Furono necessari cinque anni di conflitti incessanti, e talvolta di combattimenti armati e il massacro di 35.000 operai rivoluzionari, perché il movimento dei Consigli fosse vinto definitivamente dal fronte unico della borghesia, dal vecchio movimento operaio e dalle guardie bianche (Freikorps).

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7 risposte a Il “Natale di sangue di Ebert” del 1918 in Germania

  1. Pino ha detto:

    “Le tradizioni radicate nelle masse si rivelavano più potenti dei risultati dell’azione della rivolta spontanea”
    Importanza e pericolo della cultura di appartenenza….

    • contromaelstrom ha detto:

      Pienamente d’accordo. Forse nella palude delle “tradizioni” e della “cultura di appartenenza” possiamo trovare le ragioni anche della sconfitta del movimento degli anni Settanta, più che non nella repressione.

      • Pino ha detto:

        Si interrompeva così il rapporto “diretto” tra la massa operaia e i “loro” consigli (che) persero rapidamente ogni valore agli occhi degli operai. Istituzionalizzati, inseriti nell’apparato statale, svuotati di ogni tensione rivoluzionaria, divenivano degli ingranaggi dello Stato, partecipavano al suo buon funzionamento (ammortizzatori sociali), invece di demolirlo.

        Potrebbe essere anche questa, una delle ragioni della sconfitta del movimento degli anni Settanta, più che non le “tradizioni” e la “cultura di appartenenza”.
        Negli anni Settanta la cultura di appartenenza era più o meno la stessa del periodo della Resistenza, un po’ più corrotta dall’illusione dell’arricchimento, ma nel complesso era ancora salda la radice contadina, a cui si aggiungeva l’idea del riscatto dato dall’istruzione dei figli….

  2. vittoria oliva ha detto:

    le tradizioni radicate sono le più toste da smantellare perchè hanno una base culturale, penso ai cinesi che fecero la grande muraglia e ora fanno la ferrovia più lunga…non a caso sono “fissata” con l cultura, per sradicarle non basta la rivolta spontanea. In ogni caso cinque anni di conflittti incessanti : ONOREVOLE PAGINA DI STORIA DI LOTTA DI CLASSE!
    E’ POSSIBILE SOLO SE SI SA PERCHE’ COSA SI LOTTA,, ora non si sa più.
    vittoria

    • contromaelstrom ha detto:

      Daje Vittoria! E’ vero sono pagine bellissime di una rivoluzione mancata, sconfitta. Pagine che devono insegnarci quali errori NON FARE. Ne faremo altri di errori, ma cercheremo di continuare con i nostri dubbi e le nostre debolezze, come dice il compagno Gianni. E vedrai Vittoria che si tornerà a sapere per cosa si lotta.
      Un abbraccio, salvatore

      • Pino ha detto:

        Scusate, ma io non capisco e me ne dispiace!!
        E’ possibile che esista la lotta senza sapere per cosa si lotta?
        Cioè: si lotta anche se non se ne conosce il motivo?
        Insomma: può esistere una lotta fine a sé stessa della quale si
        scoprirà il motivo cammin facendo?
        Ovvero: la lotta esiste a prescindere dal motivo e prima o poi un motivo si troverà?

        Forse quella che è andata perduta è la certezza che la lotta paga!! E quindi si abbozza
        un tentativo di dissenso più o meno visibile,ma non si COSTRUISCE un percorso di lotta.

        A me risulta che gli unici che lottano, ultimamente, sono gli extracomunitari e mi sembra anche
        che lo sanno per cosa lo fanno.
        Sbaglio? E’ incompleto il mio tentativo di analisi?

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