Intorno a torture, carceri… e altre italiche attitudini

Era il 1948, nel Parlamento una parte delle forze politiche voleva un cambiamento effettivo e sostanziale dal regime fascista, perlomeno sull’aspetto giuridico-repressivo (non su quello economico-politico). Un’altra parte, poi dimostratasi maggioritaria, volle mantenere alla nascente “democrazia” lo stesso carattere giuridico e repressivo.   Il terreno di questo scontro era: il codice penale di pretta marca fascista- il Codice Rocco; il reato di tortura; le carceri.  Strano? Gli stessi punti di oggi (2013)

Quelli che seguono sono estratti delle sedute parlamentari (al Senato) dove avvenne questo scontro.                                                                                                                                    Fate attenzione alle parole di Calamandrei là dove dice che di carcere ne dovrebbero parlare chi l’ha subito («bisogna aver visto, bisogna esserci stati»!); ma anche là dove si domanda se dover vietare la “tortura” significa riconoscere che la tortura «in Europa. nel 1948,c’è dunque ancora bisogno di inserire… questa avvertenza»? (Attenzione, questo è un motivo per cui in Italia difficilmente inseriranno nel codice il reato di tortura, perché significa riconoscere che la tortura si pratica!)

Ecco, questo era ed è  il Bel Paese! Io mi vergogno di appartenerci… almeno finché non lo ribaltiamo sottosopra, e voi?

Tortura2

L’inchiesta sulle carceri e sulla tortura

(Discorsi pronunciati alla Camera dei deputati nelle sedute del 27-28 ottobre 1948)

Seduta del 27 ottobre 1948

Calamandrei.  Onorevoli colleghi, al Senato è stato parlato lungamente delle carceri. È un argomento sul quale, credo che quello che dirò non potrà suscitare opposizione o interruzioni da nessuna parte. Si è parlato lungamente delle carceri e ne hanno parlato soprattutto coloro che più avevano il diritto di parlarne, cioè quelli che vi sono stati lungamente, che vi hanno sofferto e che hanno sperimentato quel che vuol dire esser recluso per dieci o venti anni. Signor Ministro, alle raccomandazioni fatte al Senato sulla necessità di una riforma fondamentale dei metodi carcerari e degli stabilimenti di pena, ella ha risposto dando generiche assicurazioni. Ora, io vorrei che non ci si contentasse di assicurazioni non impegnative, come tutti i Ministri – anche quando sono seri e coscienziosi come ella è – sono disposti a dare, nel rispondere alle osservazioni che si fanno sui loro bilanci. Io vorrei che da questa esperienza di dolore che colleghi di questa Camera e del Senato hanno sofferto, nascesse per l’avvenire un effetto di bene. Questo mistero inesplicabile della vita umana che è il dolore, si può forse avvicinarsi a spiegarlo, soltanto quando si pensi che il dolore di un uomo possa servire a risparmiare il dolore ad altri uomini; e allora si sente che anche il dolore può avere la sua ragione. Ora, questa esperienza di dolore che i nostri colleghi hanno fatto non deve andare perduta. In Italia il pubblico non sa abbastanza – e anche qui molti deputati tra quelli che non hanno avuto l’onore di esperimentare la prigionia, non sanno -che cosa siano certe carceri italiane. Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto. Ho conosciuto a Firenze un magistrato di eccezionale valore che i fascisti assassinarono nei giorni della liberazione sulla porta della Corte d’appello, il quale aveva chiesto, una volta, ai suoi superiori il permesso di andare sotto falso nome per qualche mese in un reclusorio, confuso coi carcerati, perché soltanto in questo modo egli si rendeva conto che avrebbe capito qual è la condizione materiale e psicologica dei reclusi, e avrebbe potuto poi, dopo quella esperienza, adempiere con coscienza a quella sua funzione di giudice di sorveglianza, che potrebbe esser pienamente efficace solo se fosse fatta da chi avesse prima  esperimentato quella realtà sulla quale deve sorvegliare. Vedere! questo è il punto essenziale. Per questo, signor Ministro, ho presentato un ordine del giorno con cui si chiede al Governo di nominare una Commissione d’inchiesta parlamentare fatta di deputati e senatori, fra i quali siano inclusi in gran numero coloro che hanno sperimentato la vita dei reclusori; in modo che gli esperti possano servir di guida agli altri in queste ispezioni che dovrebbero compiersi non con visite solenni e preannunciate, come è accaduto di recente nel carcere di Poggioreale, ma con improvvise sorprese e con i più ampi poteri di interrogare agenti carcerari e reclusi, ad uno ad uno, a tu per tu, da uomo a uomo, senza controlli e senza sorveglianza. Solo così si potrà sapere come veramente si vive nelle carceri italiane. […] questo bisogna confessar chiaramente: che oggi in tutto il mondo civile, nella mite ed umana Europa, a occidente o a oriente e anche in Italia (ma forse in Italia meno che in altri Paesi d’Europa) non solo esistono ancora prigioni crudeli come ai tempi di Beccaria, ma esiste ancora, forse peggiore che ai tempi di Beccaria, la tortura! Questi sono argomenti sui quali di solito si ama di non insistere; si preferisce scivolare e cambiar discorso. Eppure bisogna avere il coraggio di fermarcisi. Ai primi di settembre, al congresso dell’Unione parlamentare europea ad Interlaken, al quale intervennero numerosi colleghi che vedo presenti in quest’aula, ci accadde, nel discutere un disegno preliminare di costituzione federale europea, di imbatterci in un articolo, che nella sua semplicità era più terribile di qualsiasi invettiva: “È vietata la tortura”. Nel leggerlo, abbiamo provato un’impressione di terrore: in Europa. nel 1948, c’è dunque ancora bisogno di inserire nel progetto di una costituzione federale, da cui potranno essere retti domani gli Stati uniti d’Europa, questa avvertenza? Le costituzioni, come voi sapete, hanno quasi sempre, nelle loro norme, un carattere polemico: le leggi nascono dal bisogno di evitare ciò che purtroppo si pratica. Ora il fatto che si senta il bisogno di vietare nella civile Europa la tortura vuol dire che nella civile Europa la tortura è tornata in pratica. E quando io parlo della tortura, non intendo riferirmi a quelle crudeltà che, talvolta, per malvagità individuale o per follia (come pare sia accaduto nell’episodio di Poggjoreale) secondini o agenti, per fortuna costituenti rare eccezioni, possono esercitare sui reclusi per punirli; quando io parlo della tortura, intendo riferirmi a quel metodo di indagine inquisitoria che esisteva come procedimento legale fino a metà del secolo XVIII nei giudizi penali, prima che fosse abolito, per merito soprattutto del Beccaria. È noto che nella procedura penale, fino alla metà del secolo XVIII, la tortura era un mezzo probatorio, disciplinato dalle leggi e studiato dai trattatisti, mirante a costringere l’imputato a confessare. Si riteneva che l’imputato avesse il dovere di confessare e di dire là verità anche contro se stesso; e quindi, per costringere l’imputato inquisito a eseguir questo suo dovere, si adoperava su di lui la coercizione corporale, modo legale per provocare la confessione. Orbene, onorevoli colleghi, la tortura come mezzo per ricercare la verità rientra anche oggi, non di rado, tra i metodi della polizia investigativa: in tutto il mondo, in tutti i paesi civili, ed anche in Italia. ][…]Ho parlato di questo anche con qualche magistrato, anche con giudici istruttori. Uno di essi mi ha detto: “Mi sono trovato talvolta di fronte a casi inesplicabili. Ho visto, per esempio, studiando i verbali raccolti dalla polizia, un imputato che in dieci verbali si è mantenuto negativo; all’undicesimo, improvvisamente, ha fatto una confessione piena e particolareggiata; ma al dodicesimo verbale si è ritrattato e in seguito si è mantenuto ostinatamente negativo. Allora ho interrogato l’imputato per chiedergli il perché di questi mutamenti e quello mi ha risposto: “quando fui libero di rispondere secondo verità dissi di no: ma una volta, quella volta, non potei reggere al dolore: e dissi di sì”.  Ma i metodi per far dire di sì agli imputati, dei quali ho raccolto notizie nella mia inchiesta, non voglio descriverveli. […]

Seduta del 28 ottobre (risposta del Ministro)

Grassi, Ministro di grazia e giustizia.  Ella, onorevole Calamandrei, mi ha invitato a fare una passeggiata insieme nelle carceri; ci verrò volentieri, ma un’inchiesta mi pare francamente esagerata. Questo per quanto riguarda le carceri; circa poi gli interrogatori, la competenza a provvedere non è del Ministero della giustizia. […]

Tambroni (Dc).  Una brevissima dichiarazione di voto anche a nome di altri colleghi del mio Gruppo. Prego intanto l’onorevole Presidente di mettere in votazione l’ordine del giorno Calamandrei per divisione. Dichiaro di essere contrario e di votare contro la prima parte, quella che riflette la nomina d’una Commissione d’inchiesta relativa ad accertare le pressioni della polizia per ottenere la confessione dei  prevenuti….E il nostro Codice prevede gravi’sanzioni nei confronti degli agenti di polizia.

note: in carica c’era il V governo De Gasperi (23.05.1948 – 14.01.1950);                                                               Giuseppe Grassi, del Partito Liberale fu ministro della Giustizia nel IV e V Gov De Gasperi,
[da: Il Ponte, marzo 1949]
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I giudici e… le carceri

carcer-1Ieri, 6 febbraio 2013, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, conversando con alcuni esponenti Radicali, che invocavano un provvedimento di amnistia, fuori dal carcere di San Vittore a Milano, visitato questa mattina dal capo dello Stato. Tra le altre cose ha detto:

I magistrati dovrebbero fare stage in carcere, per vederne la situazione” “Mi sono complimentato con il presidente Onida (Valerio, presidente del comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura, ndr) per la decisione della Scuola di far venire i nuovi magistrati a fare un periodo in carcere, lo stage penitenziario. Sarebbe bene che entrassero nelle celle anche un po’ di magistrati giudicanti, ci vorrebbe uno stage penitenziario per i giovani giudici. Mi è stato risposto che questo, che in Francia esiste da 20 anni, è stato introdotto adesso, per la prima volta, anche in Italia, che prima di cominciare a fare il magistrato in servizio si venga a vedere qual è la situazione e si pensi bene…”.

carcer-2Non penso che si sufficiente uno “stage” per i giudici, che aiuti loro a capire in quale luogo infernale sbattono, con troppa facilità, uomini e donne delle classi povere e chiunque si ribelli all’ordine esistente e alle sue regole.

Per avere consapevolezza di cos’è quel luogo chiamato carcere, i futuri giudici carcer-3dovrebbero visitare le carceri, ma senza toghe, né titoli e …da detenuti.

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Presentazione Maelstrom a Carbonia e Cagliari

Presentaz Maelstrom

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Il Collettivo George Jackson

Nap-3Nel 1973 nasceva il Collettivo George Jackson, nel carcere delle Murate a Firenze. Il compagno Luca Mantini militante dei Lotta Continua, in carcere per scontri contro i fascisti durante un comizio del Msi, fu uno dei primi a rompere la separazione che fino ad allora esisteva tra detenuti politici e detenuti comuni. Luca ebbe la capacità e la sensibilità di vedere in alcuni giovani extralegali fiorentini (in genere rapinatori) i nuovi soggetti della trasformazione avvenuta nel mondo extralegale che produceva dei ribelli al posto dei malavitosi. Così andò in una cella dove erano i più vivaci giovani extralegali: la miscela fu esplosiva e con quei compagni di cella Luca fondò il collettivo George Jackson, riprendendo il nome di un giovane rapinatore statunitense che in carcere si policizzò diventando membro delle Pantere Nere. In seguito quei giovani extralegali daranno vita ai Nap (Nuclei armati proletari). Luca Mantini verrà ucciso il 29 ottobre 1974 durante un esproprio a una
banca di piazza Alberti a Firenze insieme a un altro compagno napoletano, Giuseppe Romeo «Sergio».
I NAP nacquero nella primavera del 1974, riunendo i raggruppamenti preesistenti: a Napoli il Movimento dei proletari emarginati e a Firenze il Collettivo George Jackson. Si unirono anche le Pantere rosse, formatesi nel carcere di Perugia.

Nap-1I Nap iniziarono il loro intervento in un clima incandescente, la polizia sparava contro i rivoltosi e i secondini picchiavano selvaggiamente chiunque protestasse, si moltiplicava l’uso delle più dure punizioni, il letto di contenzione aveva ripreso a funzionare a pieno ritmo massacrando corpi e menti. La prima azione dei Nap: un messaggio diffuso con altoparlanti:   “Compagni detenuti il volantino qui allegato è la trascrizione del testo megafonato la notte del primo ottobre 1974 davanti ai carceri di Milano, Roma e Napoli e seguita da un’esplosione che aveva lo scopo di distruggere le apparecchiature trasmittenti. […] Attenzione, state lontani, questa apparecchiatura e questo luogo sono minati ed esploderanno al minimo tentativo di interrompere questo messaggio. Compagni e compagne detenuti nel carcere, questo messaggio è rivolto a tutti voi dai Nuclei armati proletari che si sono costituiti in clandestinità all’esterno dei carceri per continuare la lotta dei detenuti contro i lager dello Stato borghese e la sua giustizia; il nostro è un appello alla ripresa delle lotte per il conseguimento degli obiettivi espressi nelle piattaforme dal ’69 in poi.

Una ripresa delle lotte nei carceri che ci vede uniti, ora come dal ’69 in poi, al proletariato; contro il Nap-2capitalismo violento dei padroni, contro lo Stato dei padroni e il suo governo. La risposta dello Stato borghese a cinque anni di lotta dura è stata una crescente repressione e una serie di provvedimenti fascisti tra i quali il raddoppio della carcerazione preventiva e il definitivo affossamento del progetto di riforme penali. […] Noi non abbiamo scelta: o ribellarsi e lottare o morire lentamente nelle carceri, nei ghetti, nei manicomi, dove ci costringe la società borghese, e nei modi che la sua violenza ci impone. Contro lo Stato borghese, per il suo abbattimento, per la nostra auto liberazione di classe, per il nostro contributo al processo rivoluzionario del proletariato, per il comunismo, rivolta generale nelle carceri e lotta armata dei nuclei esterni. […] I nostri obiettivi immediati sono:

a) abolizione dei manicomi giudiziari, veri lager nazisti…            b) abolizione dei riformatori minorili, luoghi di violenza originaria sul giovane proletario…                         c) amnistia generale e incondizionata, salvo che per i reati di mafia e per la sbirraglia nera…                         d) abolizione  immediata della recidiva.                   e) inchiesta da parte di una commissione non   parlamentare, ma composta da compagni, avanguardie di lotta delle fabbriche e dei quartieri sulle torture, sugli abusi e sugli omicidi…                                   f) la verità sul compagno fucilato a Firenze e sulla strage ordinata dal potere e dai suoi servi ad Alessandria…        Viva il comunismo, viva la lotta dei detenuti   [ottobre 1974].

(Da: Progetto memoria. Le parole scritte. Sensibili alle foglie, Cuneo 1994).
[vedi anche: Maelstrom, Ed. Derive Approdi 2011,  pag 166]

Sui NAP vedi anche  i  post    qui :    e    qui:

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Le lotte dei lavoratori della logistica e… i sindacati di base

L’importante lotta che si sta sviluppando in questi ultimi mesi nel settore della logistica Hub (facchinaggio), da Milano, a Bologna, a Roma e in altre località, un settore di classe con altissima composizione di lavoratori migranti, pone l’urgenza al movimento di rapportarsi direttamente con questa lotta, partecipando ai picchetti agli incontri e alle iniziative connesse. Pone altresì l’esigenza non più rinviabile di un dibattito franco e aperto sul ruolo dei sindacati di base e sui percorsi dell’autorganizzazione della classe.

sciopero

Riporto questo scritto del compagno Michele Castaldo, come contributo a questo dibattito  sulle lotte dei lavoratori della logistica (Hub- facchinaggio ) e sul rapporto del sindacalismo di base (in questo caso il SI-Cobas) con le lotte in corso in questi giorni. Sono considerazioni che condivido pienamente, soprattutto là dove si critica un modo di “fare sindacato” che rischia di prestare più attenzione alle tattiche vertenziali e trattativistiche che non al decollo della lotta autonoma e autorganizzata di settori di classe.
I percorsi dell’autorganizzazione della classe andranno avanti soltanto se i lavoratori, in prima persona, si riapproprieranno – in modo collettivo- della capacità di valutare i rapporti di forza tra le classi, lo stato del movimento di lotta, gli obiettivi da raggiungere e il rafforzamento dell’organizzazione operaia, decidendo -essi stessi- che andamento dare alla lotta. In questo percorso i compagni, i comunisti, hanno il compito di accompagnare stimolando e sollecitando la “riappropriazione” da parte dei lavoratori autorganizzati della “scienza dei rapporti di forza” non certo quello di attribuire per l’eternità, alle proprie sigle, il ruolo degli “esperti” cui i lavoratori dovrebbero chiedere lumi “se” e “quando” lottare, “se” aspettare oppure no le proposte del padrone.

Salvatore Ricciardi

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Difensori dei lavoratori o sostenitori delle loro lotte?

Necessità di una franca discussione fra compagni di lunga milizia.

A oltre quarant’anni dal mitico biennio 69/70 e dalle strutture alle quali quel movimento diede origine, forse è opportuno riprendere una seria discussione sulla questione sindacale. Purtroppo non è il caso di farla in queste stringate righe, va rimandata ad un approfondimento ulteriore, che è necessario fare quanto prima. Partiamo da una situazione reale, quella che vede coinvolti in prima persona i lavoratori della logistica, cioè i facchini dei vari grandi siti che smistano i pacchi in tutta Europa. Un lavoro brutale e massacrante, svolto per lo più da lavoratori immigrati e perciò maggiormente ricattati e ricattabili, alla mercé di caporali senza scrupoli, associati in cooperative che fanno capo alle alte sfere del famigerato Cooperativismo di centro e centrosinistra. E’ del tutto evidente che, in un ambito lavorativo cosi caratterizzato, la moderna schiavitù assume caratteri parossistici, ben oltre ogni più cupa immaginazione. Eppure, i lavoratori, tanto minacciati, tanto ricattati, tanto bestializzati, hanno trovato la forza e il coraggio di lottare per chiedere il rispetto delle più elementari norme lavorative: l’orario di lavoro svolto, pagato regolarmente, e tutte le voci accessorie relative al contratto nazionale di categoria. Cose che in un paese imperialista, in una moderna democrazia – ahi democràzia!! democràzia !! – si darebbero per scontate, e  invece scontate non lo sono affatto. La lotta di questi lavoratori, in modo particolare quelli del centro smistamento della Ikea di Piacenza,  salì alla ribalta dei maggiori strumenti di informazione nel periodo di novembre del 2012, quando, per protestare contro le inumani condizioni lavorative, furono duramente caricati dai celerini del moderno stato democratico della Repubblica italiana fondata sul lavoro. Avrà contribuito anche un certo patriottismo, contro la multinazionale svedese, dell’italica casta dei pennivendoli, ma tant’è. I lavoratori trovarono nel Si cobas – un piccolo sindacato scissosi dallo Slai cobas – un convinto sostenitore della loro battaglia.  Dunque onore al merito ai compagni del Si-cobas di essersi resi disponibili ad una mini guerra anticapitalista di un settore estremamente debole, precario, complicato e cosi via.

I problemi cominciano proprio quando si tratta di definire il nostro ruolo di militanti, di avanguardia, di comunisti, in rapporto non solo agli interessi dei lavoratori, ma al loro modo di volerli difendere, cioè al loro modo di sentirsi soggetto in campo. Qui si verifica il grande equivoco storico che da oltre 160 anni ci trasciniamo dietro e cioè: I Comunisti, devono tendere a essere i migliori difensori dei lavoratori o i migliori sostenitori della lotta dei lavoratori? Non è una questione di lana caprina, si tratta del vero nodo teorico, politico e pratico da sciogliere alla vigilia di una crisi dai risvolti catastrofici: è bene dirselo, e in modo franco, da compagni come quelli del Si Cobas impegnati in una azione di lotta alle prime avvisaglie del Nuovo Movimento Operaio in Occidente. I rischi di essere risucchiati in un atteggiamento sindacalistico ci sono tutti, indipendentemente dalla volontà dei soggetti, perché i fattori oggettivi sono ben più potenti delle volontà individuali, questo lo dobbiamo sapere. Il cammino è lastricato di bucce di banane, è molto più facile scivolare che tenersi dritti, perché la storia della lotta di classe si presenta sempre come una VITA, ovvero Violenta, Improvvisa, Tremenda, Anonima.

Leggiamo con molta calma quello che scrive il compagno Aldo Milani  a seguito dello sciopero improvviso dei lavoratori a Bologna:

Comunicato-sullo-sciopero-in-SDA

Alle ore 21 i facchini della cooperativa Romea (consorzio UCSA) operanti presso i magazzini SDA di Bologna hanno incrociato le braccia.   Lo sciopero è iniziato dopo diversi comunicati e tentativi sindacali finalizzati …a evitarlo.
Se sullo sfondo di questo ennesimo sciopero c’è una trattativa nazionale che vede coinvolte tutte le cooperative che operano presso gli hub di Bologna, Milano e Roma, finalizzate a concretizzare alcuni aspetti economici basilari relativi ai passaggi di livello, agli scatti di anzianità e agli istituti contrattuali (in totale “ballano” aumenti salariali per 2000€ annui ed una media di 2500€ annui di mancate retribuzioni pregresse), la scintilla è scoccata per via di una trattenuta forzosa di 150€ a testa con cui la cooperativa Romea intende scaricare sugli operai il costo di una penale imposta da SDA per ripararare il danno derivante dallo sciopero del 22 dicembre

 Questa, la prima parte del comunicato del Si cobas. 

Di fronte allo sciopero di Bologna, immediatamente, i facchini di Carpiano comunicano ufficialmente che qualsiasi camion proveniente da Bologna in serata non verrà lavorato, mentre a Roma, dove fanno capolino un’altra serie piuttosto cospicua di problemi ancora irrisolti (dai part-time forzati, alla parte di pregresso pattuita e non ancora saldata, passando per le provocazioni fisiche dei caporali), si attende con ansia il momento di unirsi nuovamente alla lotta

Questa, è la seconda parte del comunicato.

            Ora, attenzione bene a quanto segue:

“ Se in altri tempi una situazione così favorevole alla lotta era tanto auspicabile quanto lontanamente immaginabile, oggi porta alla luce problematiche nuove, ancor più scottanti e di non facile soluzione. Le convulse consultazioni telefoniche di queste ultime ore sono momentaneamente giunte alla conclusione che, prima di scatenare un’offensiva “definitiva” per entrambe le parti in campo, sia opportuno attendere le risposte che dovrebbero giungere entro sabato 2 febbraio.

Sapranno i facchini attendere quel momento? Per quanto riteniamo opportuno percorrere questa strada, anche alla luce di una prospettiva di lotta che va aldilà della pur importante filiera SDA, non saremo certo noi a mettere i bastoni fra le ruote alla sacrosanta voglia di riscatto che la classe operaia immigrata sta mettendo in campo nel settore della logistica.  in campo nel settore e della logistica.
La palla passa così nel campo del fronte aziendale e padronale. Starà a loro valutare il prezzo di una pacificazione degli animi operai.

Coordinamento nazionale S.I. Cobas – delegati SDA
(Milano-Bologna-Roma)”

Ecco i rischi, ecco le bucce di banane su cui si rischia di scivolare. Allora si impone una seria riflessione. Che vuol dire “ se in altri tempi una situazione cosi favorevole alla lotta era tanto auspicabile …”? – che oggi non è auspicabile? E per quali motivi?  “ quanto lontanamente immaginabile “? – e perché mai quanto lontanamente immaginabile? No, decisamente no! carissimi compagni. A voi va il merito di aver appoggiato fin dall’inizio la lotta di questa categoria di lavoratori, se questi ad un certo punto vi sorprendono, vuol dire che avete fatto male i conti con la crisi, le necessità del capitale in questa crisi e le necessità dei lavoratori scaturenti dalla compressione del torchio del mercato capitalistico. Alla nostra età, visto che parliamo di militanti attempati, dovremmo sapere che la lotta operaia e proletaria ha sorpreso i cartisti, i membri della Prima Internazionale, un certo Lenin e via di questo passo, per una ragione molto materialisticamente semplice: la condizione operaia può essere capita solo e soltanto da chi è operaio, da chi è realmente sfruttato e vive in prima persona l’oppressione e risponde di riflesso agente a tale oppressione e sfruttamento. Dai cartisti in poi lo sfruttamento lo si vive di riflesso e si auspica che gli oppressi lottino sotto la direzione di  chi lo vive di riflesso, ecco perché le cosiddette avanguardie del proletariato, cioè quelli che si rifanno alla tradizione marxista, vengono sorpresi.  Ma vengono sorpresi tutti, cioè tutti coloro che vivono di riflesso il lavoro operaio, quando non vivono proprio del sudore operaio. Il dramma non sta nel fatto di essere sorpresi, ma di scoraggiarsi di tanto ardire da parte dei lavoratori, quasi che i lavoratori debbano chiedere il permesso al sindacato: se, come  e quando scioperare.  Non è così che funziona, perché non bisogna tendere a essere i difensori dei lavoratori, ma i sostenitori della loro lotta, questa è la differenza che passa tra il riformismo operaio, tanto politico quanto sindacale, e quello rivoluzionario. Liberissimi di “scegliere” di fare i sindacalisti, cioè i difensori dei lavoratori, ma nella chiarezza, e dicendo alle giovani generazioni, suscitate all’entusiasmo della lotta operaia, che questo si intende fare. Altra cosa significa essere sostenitori delle lotte dei lavoratori: vederli cioè in quanto soggetto anticapitalista in una fase di crisi acuta. Non c’è una via di mezzo, non si può essere l’una e l’altra cosa. O si è sindacalisti difensori dei lavoratori o si è attivisti sostenitori dell’azione di classe del proletariato.

Scrivono i compagni nel loro comunicato:

“ … prima di scatenare un’offensiva “definitiva” per entrambe le parti in campo, sia opportuno attendere le risposte che dovrebbero giungere entro sabato 2 febbraio. “

E’ dalla notte del 3 gennaio che a Roma i lavoratori attendono l’incontro “risolutivo”, e da attempati quali siamo, dovremmo ben sapere che il tempo non gioca a favore del fervore operaio, dell’iniziativa proletaria, anzi: è il terreno del padrone, che ha tutti i mezzi per intimidire, ricattare, corrompere e cosi via.  Cosa vuol dire “Sapranno i facchini attendere quel momento ?” – che scarichiamo sui lavoratori la responsabilità di una loro azione autonoma? Che noi – in quanto sindacato – siamo responsabili nel mentre i lavoratori non lo sono perché non lo possono essere? Ma poi, carissimi compagni, che vuol dire “ … non saremo certo noi a mettere i bastoni fra le ruote alla sacrosanta voglia di riscatto che la classe operaia immigrata…”. Il punto non è di non mettere il bastone fra le ruote, ma di incoraggiare la lotta, perché noi siamo i sostenitori della lotta operaia, gli istigatori del loro risveglio. Non è in discussione la buona fede dei militanti del Si-cobas o di altre sigle del sindacalismo di base, ma la franchezza deve caratterizzare i rapporti in una fase che si va aprendo e che presenta esiti imprevedibili.

E’ in preparazione in questo periodo il congresso nazionale della Usb, con la parola d’ordine “Rovesciare il tavolo!”, ovvero c’è ben poco da contrattare. Per questa organizzazione va fatto lo stesso discorso, rivolgendo loro la madre di tutte le domande: perché i loro militanti non sono stati presenti alle due azioni di sciopero dei facchini alla Sda di via Corcolle a Roma? – la risposta non può e non deve essere ‘…perché non sono nostri tesserati, non avevamo tesserati in quell’ambito lavorativo ‘. Ecco il punto nevralgico della questione. Se i lavoratori mostrano volontà di lotta, la discriminante per appoggiarli non può né deve essere la tessera sindacale. Se ci comportiamo in questo modo, non stiamo più in avanti dei lavoratori, ma più indietro, molto più indietro. Se ci facciamo la guerra per il tesseramento, non siamo delle avanguardie, ma ci poniamo sul mercato delle sigle sindacali, di una fra le altre, in quanto difensori dei lavoratori, non in quanto loro sostenitori.

Dovrebbe scattare invece la molla dell’appoggio incondizionato, dovremmo moltiplicare le nostre iniziative, amplificare la loro voce, sostenerli con tutte le nostre forze, ed invece succede – sì, purtroppo succede – che si pensa innanzitutto a procurare le disdette ad altri sindacati e a fare nuovi tesserati, fin dalle primissime ore dello sciopero, come a dire ‘ti appoggio a condizione che ti tesseri con il mio sindacato’. A questo punto, visto che molti compagni del sindacalismo di base si richiamano a Lenin, bene, vanno dette a riguardo poche e chiare cose:

1) In autunno inverno del 1905 i lavoratori spontaneamente organizzarono gli scioperi e i primi soviet: i bolscevichi li sostennero.

2) Gli operai, a febbraio del 1917, scesero spontaneamente in sciopero, per le 8 ore, contro la fame e la guerra.  I bolscevichi si misero alla loro testa;

3) Lenin, tra luglio e agosto del 1917, non aspettò l’Assemblea Costituente per decidere di appoggiare le rivendicazioni e la lotta dei mugichi che occupavano le terre, nel mentre i dirigenti, socialisti rivoluzionari, stavano nel governo e aspettavano le decisioni dell’Assemblea Costituente;

4) I mugichi, si tesserarono in massa con i bolscevichi solo dopo che questi dichiararono il pieno e incondizionato appoggio alle loro iniziative.

Fu in questo modo che crebbe il bolscevismo e si disgregarono i Socialisti Rivoluzionari.

Non si venga a sostenere in alcun modo che un conto è il Partito e  ben altra cosa è il sindacato, sarebbe come mentire a sé stessi. C’è un unico modo per combattere – perché, sia chiaro, vanno combattuti – i sindacati maggiormente rappresentativi, perché contribuiscono a sedare i già troppo sedati lavoratori – e questo è dato dall’azione diretta dei lavoratori che noi dobbiamo senza condizione sostenere. Se il nostro approccio è unitario piuttosto che autoreferenziale, invogliamo anche i giovani militanti che vengono destati e attratti dalla lotta degli sfruttati, così come è successo in qualche circostanza proprio con la lotta dei facchini della logistica.

Per quanto poi attiene alla bravura al tavolo delle trattative, sgombriamo anche qui il campo dagli equivoci. Essa, la trattativa, serve solo a sanzionare un rapporto di forza diverso che si è determinato sul campo di battaglia. Il più che bravo trattativista, quell’Henry Kissinger, segretario di stato americano, alla stampa che gli rimproverava di essere troppo concessivo nei confronti dei vietnamiti rispose “ Non si può guadagnare al tavolo delle trattative quello che si è perso sul campo di battaglia”. Non si vuole affatto negare la necessità di non tradire i lavoratori al tavolo delle trattative, di non fare accordi capestro, di non disporsi alla corruzione e cosi via. Questa è la conditio sine qua non, è il vade mecum del compagno, del militante, del comunista; ci mancherebbe. Ma non è il tavolo delle trattative che decide, e neanche un diversa sigla sindacale, ma un diverso atteggiamento “sindacale”, che è tutt’altra questione.

febbraio 2013                                                                                                                           Michele Castaldo
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Coordinamento nazionale S.I. Cobas – delegati SDA (Milano-Bologna-Roma)

Comunicato sullo sciopero in SDA

Alle ore 21 i facchini della cooperativa Romea (consorzio UCSA) operanti presso i magazzini SDA di Bologna hanno incrociato le braccia.
Lo sciopero è iniziato dopo diversi comunicati e tentativi sindacali finalizzati …a evitarlo.
Se sullo sfondo di questo ennesimo sciopero c’è una trattativa nazionale che vede coinvolte tutte le cooperative che operano presso gli hub di Bologna, Milano e Roma, finalizzate a concretizzare alcuni aspetti economici basilari relativi ai passaggi di livello, agli scatti di anzianità e agli istituti contrattuali (in totale “ballano” aumenti salariali per 2000€ annui ed una media di 2500€ annui di mancate retribuzioni pregresse), la scintilla è scoccata per via di una trattenuta forzosa di 150€ a testa con cui la cooperativa Romea intende scaricare sugli operai il costo di una penale imposta da SDA per ripararare il danno derivante dallo sciopero del 22 dicembre

Di fronte allo sciopero di Bologna, immediatamente, i facchini di Carpiano comunicano ufficialmente che qualsiasi camion proveniente da Bologna in serata non verrà lavorato, mentre a Roma, dove fanno capolino un’altra serie piuttosto cospicua di problemi ancora irrisolti (dai part-time forzati, alla parte di pregresso pattuita e non ancora saldata, passando per le provocazioni fisiche dei caporali), si attende con ansia il momento di unirsi nuovamente alla lotta

Se in altri tempi una situazione così favorevole alla lotta era tanto auspicabile quanto lontanamente immaginabile, oggi porta alla luce problematiche nuove, ancor più scottanti e di non facile soluzione. Le convulse consultazioni telefoniche di queste ultime ore sono momentaneamente giunte alla conclusione che, prima di scatenare un’offensiva “definitiva” per entrambe le parti in campo, sia opportuno attendere le risposte che dovrebbero giungere entro sabato 2 febbraio.

Sapranno i facchini attendere quel momento? Per quanto riteniamo opportuno percorrere questa strada, anche alla luce di una prospettiva di lotta che va aldilà della pur importante filiera SDA, non saremo certo noi a mettere i bastoni fra le ruote alla sacrosanta voglia di riscatto che la classe operaia immigrata sta mettendo in campo nel settore della logistica.
La palla passa così nel campo del fronte aziendale e padronale.

Starà a loro valutare il prezzo di una pacificazione degli animi operai.

Coordinamento nazionale S.I. Cobas – delegati SDA
(Milano-Bologna-Roma)

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Un giudice Torinese

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Rosso, 9 ottobre 1975

Quarant’anni di brillante carriera di un giudice torinese.

Dalla partecipazione ai convegni garantisti…

Torino, settembre 1973, Convegno su “Giustizia e Informazione“. L’intervento del giovane giudice istruttore Giancarlo Caselli attacca la “funzione manipolatrice dell’informazione giudiziaria… attribuendo rilievo solo a certi fenomeni delittuosi e principalmente verso la prevenzione e repressione di questi che la polizia – e non soltanto – sarà indirizzata dall’alto“.

poi… Caselli  sarà il più feroce persecutore di ogni  movimento… fino ad  incriminare  e arrestare  gli attivisti NoTav.. e… non lasciando in pace nemmeno …

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27 gennaio: giornata della DIMENTICANZA

Ancora sulla “giornata della dimenticanza“, come dovrebbe essere chiamata la giornata del 27 Gennaio, invece che “giornata del ricordo“, vista la gara di dimenticanza delle istituzioni italiane e del mondo della cultura in merito alle atrocità commesse dagli eserciti italiani.

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Una rimozione condivisa da tutte le forze politiche, accomunate nel più squallido Revisionismo storico, ben rappresentate dall’ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga, quando nel dicembre 1990, ebbe candidamente ad affermare, reiterando l’insultante mito del “buon italiano”, che «noi italiani non abbiamo conosciuto gli orrori dei campi di concentramento…»
Dice Spartaco Capogreco (autorevole studioso dei “campi di concentramento” italiani in particolare in Jugoslavia) «Auschwitz esercitò il suo potente effetto assolutorio, anche nei confronti dell’internamento praticato dal regime fascista, al punto tale che quest’ultimo rimase per decenni pressoché assente dalla memoria degli italiani e dall’interesse della storiografia nazionale […] quanto ad efferatezza, i crimini di guerra compiuti dall’Italia prima e durante la seconda guerra mondiale sono stati in varie occasioni non meno terribili di quelli commessi da altre potenze espansionistiche e coloniali».

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Plotone di esecuzione contro presunti partigiani jugoslavi

Vedi anche  qui

L’impunità dei diretti responsabili di questi “crimini contro l’umanità” è il corollario di questa “dimenticanza“.  A Graziani, artefice degli enormi campi impiantati nel golfo della Sirte tra il 1930 ed il 1933, dove trovarono la morte metà dei 100.000 libici sradicati dal Gebel. Addirittura le istituzioni di questa merda di paese l’11 agosto 2012 gli hanno dedicato un monumento nel comune di Affile (prov. di Roma). E quel monumento è ancora lì!, a simboleggiare la connivenza con le stragi fasciste di ogni istituzione e di ogni parlamentare che siede e siederà su quegli scranni.

Così come l’altro grande massacratore gen. Roatta, mai processato e protetto dalle istituzione repubblicane che invece si accaniscono a riempire le aule dei tribunali e le carceri con chi ruba una mela o tira un sasso.

Vedi approfondimento  qui

«Il raffronto tra i campi italiani della Jugoslavia e quelli della Libia, insomma, sembra avvalorare ulteriormente quell’impronta <coloniale> dell’aggressione fascista alla Jugoslavia…Oltre alle tende dei campi, anche i reticolati fatti erigere dal generale Roatta attorno alle principali città slovene (trasformate esse stesse, di fatto, in enormi campi di concentramento) ricordano quelli issati negli anni Trenta al confine libico-egiziano.  E   vale la pena ricordare che, il 29 luglio 1932, Pietro Badoglio invitava Graziani a non smobilitare l’ «intelaiatura della nostra azione di comando che ha come basi il reticolato e i campi di concentramento».

[Carlo Spartaco Capogreco – I campi del duce, Einaudi 2004, pag.141]   

imagesvedi anche  qui

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A proposito di sciacalli e civette… di qua e di là dell’oceano

In questi giorni imperversano su giornali e TV, lugubri creature notturne. Sono coloro che continuano a vomitare commenti biliosi dei vari Caselli, PG Battista e compagnia cantante, sui funerali del compagno Prospero Gallinari, chiedono a chi vi ha partecipato, un atto di pentimento e contrizione.

«Acque agitate nella Lista Ingroia dell’Emilia Romagna. …funerali dell’ex Br Prospero
Gallinari al cimitero di Goviolo alle porte di Reggio Emilia, …la presenza alle esequie …, sia di Alberto Ferrigno, coordinatore provinciale di Rifondazione a Reggio Emilia, sia di Claudio Grassi, già senatore di Rifondazione con l’Unione nel 2006 e ora candidato alla Camera per Rivoluzione Civile…»

Leggete, allora, questa storia successa negli Usa qualche tempo fa e confrontatela con ciò che succede in questo paese, su questioni analoghe.

ayers-and-dohrn1Nel febbraio 2008, negli Stati Uniti imperversava la campagna elettorale per l’elezione del Presidente degli Usa. I media vicini al partito repubblicano lanciarono una vasta campagna stampa in cui “denunciavano” rapporti di collaborazione intercorsi negli anni precedenti tra Bill Ayers e l’allora senatore democratico Barack Obama.

Bill Ayers era stato, insieme a Bernardine Dohrn, (poi i due si sono sposati), a Mark Rudd, Jim Mellen, Terry Robbins, John Jacobs, Jeff Jones, ed altre e altri compagni, dirigenti dell’organizzazione di estrema sinistra Weather Underground. (WUO). Bill Ayers studente dell’Università del Michigan, nel 1965 entrò in contatto con la Students for a Democratic Society (SDS), l’associazione studentesca molto attiva nelle proteste contro la guerra del Vietnam. Nel 1969 Bill Ayers insieme ad altri, fu promotore della scissione dall’SDS del Rebel Youth Movement (RYM), su posizioni più radicali, più violente ed esplicitamente rivoluzionarie, che prenderà in seguito il nome di Weathermen (o Weather Underground), in onore di un verso di Bob Dylan, nella canzone Subterranean Homesick Blues citato in uno dei loro primi volantini. I Weathermen si definivano una formazione marxista rivoluzionaria e furono attivi dal 1969 al 1976. il loro Bring the War homeobiettivo era “Bring the War Home” (“porta la guerra a casa”, cioè negli Usa dentro il cuore dell’impero).

Iniziarono l’attività con i “giorni della rabbia” a Chicago dall’8 all’11 ottobre 1969 con la distruzione dei ricchi negozi e dei simboli dello stile di vita Usa e del loro potere. 300 membri dei Weather Underground furono arrestati.

Il 21 maggio 1970, ad una radio californiana venne recapitata una busta contenente una cassetta audio. Sul nastro era registrata la voce di una giovane donna. Era il primo comunicato dei Weathermen, un gruppo rivoluzionario comunista. Era la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti. Legge una giovane compagna: Salve. Qui è Bernardine Dohrn. Quella che leggerò è una dichiarazione di guerra. Questo è il primo comunicato dai Weatherman Underground. In tutto il mondo la gente combatte l’imperialismo e guarda alla gioventù americana chiedendole di usare la posizione strategica dietro le linee nemiche per unire le forze e distruggere l’impero. (.) Se vuoi trovarci, noi siamo qui. In ogni tribù, comune, dormitorio, fattoria, baracca e sobborgo dove i ragazzi fanno l’amore, fumano, chiunque fugge dalla giustizia americana è libero di venire. Nei prossimi 14 giorni attaccheremo un simbolo o un’istituzione dell’ingiustizia americana”.

I Weathermen mantennero sempre stretti contatti con il movimento dei Black Panther.

Nel 1971 Ayers e la Dorn entrarono in clandestinità. Parteciparono agli attentati contro la sede della polizia di New York nel 1970, contro il Campidoglio di Washington nel 1971 e contro il Pentagono nel 1972.

Nel 1973, la Corte annullò l’accusa costruita dalla polizia nei confronti di Ayers a causa dei metodi illegali utilizzati dal FBI, spionaggio e interrogatori pesanti, leggasi “tortura” per la raccolta di prove a carico di Ayers e di altri membri dell’organizzazione. Così nel 1981 Ayers terminò la sua latitanza dopo aver trovato un accordo giudiziario per la posizione giudiziaria della compagna, Bernardine Dohrn. Altri e altre militanti dei Weather Underground, che non poterono utilizzare questo “cavillo” rimasero molti decenni nelle galere e alcuni ci sono tuttora.

ayers-puppetAyers aveva conosciuto Obama nell’ambito della loro comune partecipazione in alcuni consigli locali a Chicago, all’inizio della carriera politica di Obama. Lo staff del candidato repubblicano John McCain si gettò a capofitto in questa campagna, (nella foto: il “terrorista” Ayers manovra Obama. Sulla campagna alcune pagine le trovate qui) con la produzione e la trasmissione di specifici spot elettorali, ricordando che: nel 1997, Obama venne eletto al Senato dell’Illinois e, in un’intervista, elogiò un libro di Ayers sulla pedagogia.

Obama rispose alle accuse affermando che Ayers era un vicino di casa ed un suo conoscente, e che: «L’idea che […] il mio conoscere qualcuno coinvolto in azioni odiose 40 anni fa, quando avevo otto anni, in qualche modo si ripercuota sui miei valori non ha molto senso». Non una entusiasmante rivendicazione, però, non smentì mai di aver lavorato con lui e di continuare a lavorarci. Cosa sarebbe successo in questo triste paese?I-married-a-communist

Da precisare che Bill Ayers non si è mai pentito e nemmeno dissociato dalla sua attività rivoluzionaria. Al contrario: il 10 settembre del 2001, in un’intervista al NYTimes, Ayers disse di «non essere pentito degli attentati, ma solo di non aver fatto di più».

«Quando gli attivisti sfilarono in tribunale e fu chiesto loro di fare i nomi, di pentirsi e di collaborare alla distruzione del movimento, quasi tutti si rifiutarono di farlo. Preferirono andare in galera, piuttosto che parlare. Fuori dichiaravano ai reporter: – Non sono stato io, ma lo ammiro-»

[da Fugitive Days di Bil Ayers, pag.343]

Molti e molte avranno conosciuto la storia dei Weather Underground grazie al film, The Company you keep  (La regola del silenzio) di Robert Redford, da poco uscito, che non ho ancora visto e dunque non so quanto restituisca correttamente quella storia.

Per approfondire la storia dei Weather(wo)men. Ci sono dei buoni libri:
Weather Underground. Prateria in fiamme: il programma politico dei Weather Underground. – Milano Collettivo editoriale Librirossi, 1977.
Ristampato: Weathermen – I fuorilegge d’America (18 €) a cura di Editore Bepress 2011
Bil Ayers Fugitive Days – Memorie dai Weather Underground- Cox 18 Books 2007

Sui Weather Underground vedi anche il post:  qui

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Per salutare Prospero

Per salutare Prospero Gallinari, l’appuntamento per le compagne e i compagni, e per chi vorrà, è domani sabato 19 gennaio, alle ore 14,30

Prospero

La cerimonia si terrà presso il cimitero di Coviolo in Via Fratelli Rosselli, 5 (Coviolo si trova a 4 chilometri da Reggio Emilia. Dalla stazione di Reggio E., c’è il bus 4 )

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La rivolta (Intifādah) in Egitto nel 1977

Un pezzo di storia del conflitto di classe in Egitto. Utile per capire le contraddizioni e le possibilità che si sono aperte nello scontro di classe  in quel grande paese:

l’Intifādah (rivolta) egiziana del 18 – 19 gennaio 1977

Il 18 gennaio 1977, tutte le città egiziane, da nord a sud, da Alessandria ad Aswan furono sconvolte da moti popolari. Alla capitale, al Cairo si assaltarono i “palazzi del potere”, le ville dei “nuovi ricchi” e i locali notturni frequentati da turisti. Molte autorità locali vennero estromesse. Spaventato Sadat ordinò all’esercito di intervenire per riportare l’ordine. Risultato dei due giorni di rivolta: 79 uccisi e 214 feriti, ma per fermare la rivolta fu necessario il ritiro dei provvedimenti del governo.

Nasser1952Non fu un fulmine a ciel sereno, gli scioperi e le proteste,erano assai diffuse nell’Egitto degli anni Settanta: iniziarono nel 1971 in un crescendo che vide nel 1975 l’occupazione delle fabbriche tessili a Mahalla al-Kubrà  (chiamata, nel mondo sindacale, la Mirafiori d’Egitto, che ha avuto un ruolo decisivo anche nelle rivolte che sono iniziate il 25 gennaio 2011).

Ma quel gennaio del 1977 fu una vera rivolta popolare, non solo operaia.

Alla base di questa rivolta c’era il fallimento della politica economica della “porta aperta” (Infitāh), imposta da Sadat. In pratica un’apertura ai capitali internazionali, una politica liberista dopo il controllo statale sull’economia dell’epoca nasseriana. Sadat, succeduto a Nasser, dopo la morte di questi il 28 settembre 1970, impresse ben presto all’Egitto una svolta antinasseriana. Svolta che ebbe un’accelerazione nell’aprile ’75 a seguito del profondo “rimpasto” governativo promosso da Sadat con la cacciata degli elementi progressisti e con la nomina a vicepresidente di Husnī Mubārak, proveniente dalle correnti reazionarie e filo occidentali dell’esercito.

La politica internazionale dell’Egitto cambiò radicalmente direzione con l’avvicinamento agli Usa e l’allontanamento graduale dall’Urss. In politica interna, Sadat aderì alle regole della Banca Mondiale per lo Sviluppo e del FMI. Questa adesione comportò l’eliminazione dei sussidi statali per i beni di prima necessità che permettevano alla maggioranza della popolazione un minimo di sopravvivenza. Il 17 gennaio Uff Liberi19521977, pressato dalle centrali internazionali monetarie, il governo egiziano abolì i sussidi. Il giorno dopo, il 18 la rivolta (Intifādah) nelle principali città egiziane.

[nella foto: gli “ufficiali liberi” nel 1952. Seduti a sinistra Nasser, a destra Sadat]

Sadat utilizzò la repressione non solo contro i manifestanti, ma orchestrò una vasta campagna al grido del “complotto comunista” per scatenare la più feroce aggressione poliziesca contro tutte le formazioni della sinistra politica e sociale egiziana. Iniziarono gli arresti: nei giorni successivi alla rivolta più di 200 militanti del PNUP (Partito Nazionale Unionista Progressista, circa 150.000 iscritti). Arresti e le persecuzioni continuarono i giorni successivi, costringendo molti militanti di questo partito, ma anche giornalisti e intellettuali di sinistra a fuggire all’estero. La liquidazione delle organizzazioni marxiste e delle forze progressiste, così come dei loro fogli (ad esempio: la prestigiosa rivista marxista al-Talī’ah, così come la progressista Rūz al-Yūsuf) da parte di Sadat trovò il sostegno oltre che della stampa di regime, anche di quella dei Fratelli Musulmani e delle gerarchie teologiche di al-Azhar, che vedevano nel processo di “denasserizzazione” e nell’azzeramento della presenza comunista l’apertura di uno spazio alla egemonia islamica sulla società egiziana (sostanzialmente laica). Si trattava di riplasmare la società e le istituzioni egiziane all’interno del binomio “liberismo capitalista/Islam” secondo il modello saudita e degli emirati del Golfo, un modello gradito agli Usa e alle centrali del capitalismo internazionale. Il primo passaggio per realizzare la “pace separata” con Israele.

In realtà lo spostamento a destra del regime egiziano era iniziato durante gli ultimi anni Nasser e Chedella presidenza nasseriana, con il tentativo di ridurre al silenzio le voci della sinistra marxista e progressista, anche se, sul piano internazionale, Nasser manteneva ancora un rapporto privilegiato con l’Urss.

Con la guerra del 1973 (6- 24 ottobre, detta “guerra del Ramadam” o “del Kippur”), Sadat cercava di riconquistare quel consenso di massa per poter condurre in porto l’opera di denasserizzazione e di spostare sempre più a destra l’asse della politica interna ed estera. La guerra del 1973, sbandierata come rivincita dopo l’insultante sconfitta del 1967 (guerra dei sei giorni), in realtà servì a rialzare lo spirito nazionalista arabo e a dare legittimazione ai due regimi arabi di Egitto e Siria, entrambi in crisi di consenso. Entrambi avevano bisogno del consenso per portare avanti politiche liberiste. Più accelerate quelle di Sadat, più rallentate quelle di Assad. Per il regime siriano, è toccato a Bashar, recentemente, dare un’impennata al cammino liberista, con la privatizzazione dell’energia elettrica che ha gettato le campagne nella povertà, con lo smantellamento del settore statale facendo aumentare il divario economico-sociale tra regioni (privatizzazione che molti a sinistra, si sforzano di ignorare), innescando così la protesta popolare.

sadatSadat in più ci aggiunse l’apertura all’islamismo che, al contrario, Nasser aveva tenuto distante e sottomesso. Ma il nazionalismo fu anche il trabocchetto in cui caddero gli intellettuali della sinistra marxista (più o meno radicali). Schiacciati sulla questione nazionale, quindi la riconquista del Sinai e la questione palestinese, persero di vista le questione sociale. Non colsero né seppero guidare la rivolta del gennaio ’77. Nonostante Sadat li accusasse di essere gli ispiratori di quella rivolta, ne rimasero, purtroppo, estranei. La sinistra marxista non ebbe alcun ruolo se non quello di guardare con simpatia e appoggiare le ragioni di quella rivolta, senza provare a dirigerla verso un cambio di regime, o un cambio di politiche. La sinistra non capì in tempo nemmeno il pericolo della “islamizzazione” che li avrebbe pressoché azzerati.

Sadat, con la Carta d’ottobre (Waraqāt Uktūbir) promulgata nell’Aprile ’74 e confermata con referendum popolare il 15 maggio dello stesso anno, aveva in se il progetto di “islamizzare la società”. Da allora la presenza invasiva e violenta delle associazioni islamiche nell’università (ğamā‘āt islāmiyyah), conquistarono pezzo per pezzo, armi alla mano, gli spazi dentro gli atenei. Il “Circolo del pensiero socialista” all’Università del Cairo che raggruppava le migliori menti dell’università, fu l’ultimo baluardo a crollare .

26 marzo 1979, a Washington, Sadat, Carter, Begin.Ma anche Sadat sottovalutò il pericolo dei due “cavalli” che aveva cavalcato per legittimare il suo potere e spazzare via i comunisti. L’islamismo e il nazionalismo ne decretarono la morte. Rimase ucciso sotto i colpi di un sottotenente del suo esercito Khalid al-Islambuli facente parte del gruppo Jihad islamica egiziana, durante una parata militare. La riappacificazione con Israele e la pace separata non gli fu perdonata dalle milizie islamiche nazionalizzate.

nella foto: Washington 26 marzo 1979: la stretta di mano tra Sadat, Carter e Begin
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