Le lotte dei lavoratori della logistica e… i sindacati di base

L’importante lotta che si sta sviluppando in questi ultimi mesi nel settore della logistica Hub (facchinaggio), da Milano, a Bologna, a Roma e in altre località, un settore di classe con altissima composizione di lavoratori migranti, pone l’urgenza al movimento di rapportarsi direttamente con questa lotta, partecipando ai picchetti agli incontri e alle iniziative connesse. Pone altresì l’esigenza non più rinviabile di un dibattito franco e aperto sul ruolo dei sindacati di base e sui percorsi dell’autorganizzazione della classe.

sciopero

Riporto questo scritto del compagno Michele Castaldo, come contributo a questo dibattito  sulle lotte dei lavoratori della logistica (Hub- facchinaggio ) e sul rapporto del sindacalismo di base (in questo caso il SI-Cobas) con le lotte in corso in questi giorni. Sono considerazioni che condivido pienamente, soprattutto là dove si critica un modo di “fare sindacato” che rischia di prestare più attenzione alle tattiche vertenziali e trattativistiche che non al decollo della lotta autonoma e autorganizzata di settori di classe.
I percorsi dell’autorganizzazione della classe andranno avanti soltanto se i lavoratori, in prima persona, si riapproprieranno – in modo collettivo- della capacità di valutare i rapporti di forza tra le classi, lo stato del movimento di lotta, gli obiettivi da raggiungere e il rafforzamento dell’organizzazione operaia, decidendo -essi stessi- che andamento dare alla lotta. In questo percorso i compagni, i comunisti, hanno il compito di accompagnare stimolando e sollecitando la “riappropriazione” da parte dei lavoratori autorganizzati della “scienza dei rapporti di forza” non certo quello di attribuire per l’eternità, alle proprie sigle, il ruolo degli “esperti” cui i lavoratori dovrebbero chiedere lumi “se” e “quando” lottare, “se” aspettare oppure no le proposte del padrone.

Salvatore Ricciardi

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Difensori dei lavoratori o sostenitori delle loro lotte?

Necessità di una franca discussione fra compagni di lunga milizia.

A oltre quarant’anni dal mitico biennio 69/70 e dalle strutture alle quali quel movimento diede origine, forse è opportuno riprendere una seria discussione sulla questione sindacale. Purtroppo non è il caso di farla in queste stringate righe, va rimandata ad un approfondimento ulteriore, che è necessario fare quanto prima. Partiamo da una situazione reale, quella che vede coinvolti in prima persona i lavoratori della logistica, cioè i facchini dei vari grandi siti che smistano i pacchi in tutta Europa. Un lavoro brutale e massacrante, svolto per lo più da lavoratori immigrati e perciò maggiormente ricattati e ricattabili, alla mercé di caporali senza scrupoli, associati in cooperative che fanno capo alle alte sfere del famigerato Cooperativismo di centro e centrosinistra. E’ del tutto evidente che, in un ambito lavorativo cosi caratterizzato, la moderna schiavitù assume caratteri parossistici, ben oltre ogni più cupa immaginazione. Eppure, i lavoratori, tanto minacciati, tanto ricattati, tanto bestializzati, hanno trovato la forza e il coraggio di lottare per chiedere il rispetto delle più elementari norme lavorative: l’orario di lavoro svolto, pagato regolarmente, e tutte le voci accessorie relative al contratto nazionale di categoria. Cose che in un paese imperialista, in una moderna democrazia – ahi democràzia!! democràzia !! – si darebbero per scontate, e  invece scontate non lo sono affatto. La lotta di questi lavoratori, in modo particolare quelli del centro smistamento della Ikea di Piacenza,  salì alla ribalta dei maggiori strumenti di informazione nel periodo di novembre del 2012, quando, per protestare contro le inumani condizioni lavorative, furono duramente caricati dai celerini del moderno stato democratico della Repubblica italiana fondata sul lavoro. Avrà contribuito anche un certo patriottismo, contro la multinazionale svedese, dell’italica casta dei pennivendoli, ma tant’è. I lavoratori trovarono nel Si cobas – un piccolo sindacato scissosi dallo Slai cobas – un convinto sostenitore della loro battaglia.  Dunque onore al merito ai compagni del Si-cobas di essersi resi disponibili ad una mini guerra anticapitalista di un settore estremamente debole, precario, complicato e cosi via.

I problemi cominciano proprio quando si tratta di definire il nostro ruolo di militanti, di avanguardia, di comunisti, in rapporto non solo agli interessi dei lavoratori, ma al loro modo di volerli difendere, cioè al loro modo di sentirsi soggetto in campo. Qui si verifica il grande equivoco storico che da oltre 160 anni ci trasciniamo dietro e cioè: I Comunisti, devono tendere a essere i migliori difensori dei lavoratori o i migliori sostenitori della lotta dei lavoratori? Non è una questione di lana caprina, si tratta del vero nodo teorico, politico e pratico da sciogliere alla vigilia di una crisi dai risvolti catastrofici: è bene dirselo, e in modo franco, da compagni come quelli del Si Cobas impegnati in una azione di lotta alle prime avvisaglie del Nuovo Movimento Operaio in Occidente. I rischi di essere risucchiati in un atteggiamento sindacalistico ci sono tutti, indipendentemente dalla volontà dei soggetti, perché i fattori oggettivi sono ben più potenti delle volontà individuali, questo lo dobbiamo sapere. Il cammino è lastricato di bucce di banane, è molto più facile scivolare che tenersi dritti, perché la storia della lotta di classe si presenta sempre come una VITA, ovvero Violenta, Improvvisa, Tremenda, Anonima.

Leggiamo con molta calma quello che scrive il compagno Aldo Milani  a seguito dello sciopero improvviso dei lavoratori a Bologna:

Comunicato-sullo-sciopero-in-SDA

Alle ore 21 i facchini della cooperativa Romea (consorzio UCSA) operanti presso i magazzini SDA di Bologna hanno incrociato le braccia.   Lo sciopero è iniziato dopo diversi comunicati e tentativi sindacali finalizzati …a evitarlo.
Se sullo sfondo di questo ennesimo sciopero c’è una trattativa nazionale che vede coinvolte tutte le cooperative che operano presso gli hub di Bologna, Milano e Roma, finalizzate a concretizzare alcuni aspetti economici basilari relativi ai passaggi di livello, agli scatti di anzianità e agli istituti contrattuali (in totale “ballano” aumenti salariali per 2000€ annui ed una media di 2500€ annui di mancate retribuzioni pregresse), la scintilla è scoccata per via di una trattenuta forzosa di 150€ a testa con cui la cooperativa Romea intende scaricare sugli operai il costo di una penale imposta da SDA per ripararare il danno derivante dallo sciopero del 22 dicembre

 Questa, la prima parte del comunicato del Si cobas. 

Di fronte allo sciopero di Bologna, immediatamente, i facchini di Carpiano comunicano ufficialmente che qualsiasi camion proveniente da Bologna in serata non verrà lavorato, mentre a Roma, dove fanno capolino un’altra serie piuttosto cospicua di problemi ancora irrisolti (dai part-time forzati, alla parte di pregresso pattuita e non ancora saldata, passando per le provocazioni fisiche dei caporali), si attende con ansia il momento di unirsi nuovamente alla lotta

Questa, è la seconda parte del comunicato.

            Ora, attenzione bene a quanto segue:

“ Se in altri tempi una situazione così favorevole alla lotta era tanto auspicabile quanto lontanamente immaginabile, oggi porta alla luce problematiche nuove, ancor più scottanti e di non facile soluzione. Le convulse consultazioni telefoniche di queste ultime ore sono momentaneamente giunte alla conclusione che, prima di scatenare un’offensiva “definitiva” per entrambe le parti in campo, sia opportuno attendere le risposte che dovrebbero giungere entro sabato 2 febbraio.

Sapranno i facchini attendere quel momento? Per quanto riteniamo opportuno percorrere questa strada, anche alla luce di una prospettiva di lotta che va aldilà della pur importante filiera SDA, non saremo certo noi a mettere i bastoni fra le ruote alla sacrosanta voglia di riscatto che la classe operaia immigrata sta mettendo in campo nel settore della logistica.  in campo nel settore e della logistica.
La palla passa così nel campo del fronte aziendale e padronale. Starà a loro valutare il prezzo di una pacificazione degli animi operai.

Coordinamento nazionale S.I. Cobas – delegati SDA
(Milano-Bologna-Roma)”

Ecco i rischi, ecco le bucce di banane su cui si rischia di scivolare. Allora si impone una seria riflessione. Che vuol dire “ se in altri tempi una situazione cosi favorevole alla lotta era tanto auspicabile …”? – che oggi non è auspicabile? E per quali motivi?  “ quanto lontanamente immaginabile “? – e perché mai quanto lontanamente immaginabile? No, decisamente no! carissimi compagni. A voi va il merito di aver appoggiato fin dall’inizio la lotta di questa categoria di lavoratori, se questi ad un certo punto vi sorprendono, vuol dire che avete fatto male i conti con la crisi, le necessità del capitale in questa crisi e le necessità dei lavoratori scaturenti dalla compressione del torchio del mercato capitalistico. Alla nostra età, visto che parliamo di militanti attempati, dovremmo sapere che la lotta operaia e proletaria ha sorpreso i cartisti, i membri della Prima Internazionale, un certo Lenin e via di questo passo, per una ragione molto materialisticamente semplice: la condizione operaia può essere capita solo e soltanto da chi è operaio, da chi è realmente sfruttato e vive in prima persona l’oppressione e risponde di riflesso agente a tale oppressione e sfruttamento. Dai cartisti in poi lo sfruttamento lo si vive di riflesso e si auspica che gli oppressi lottino sotto la direzione di  chi lo vive di riflesso, ecco perché le cosiddette avanguardie del proletariato, cioè quelli che si rifanno alla tradizione marxista, vengono sorpresi.  Ma vengono sorpresi tutti, cioè tutti coloro che vivono di riflesso il lavoro operaio, quando non vivono proprio del sudore operaio. Il dramma non sta nel fatto di essere sorpresi, ma di scoraggiarsi di tanto ardire da parte dei lavoratori, quasi che i lavoratori debbano chiedere il permesso al sindacato: se, come  e quando scioperare.  Non è così che funziona, perché non bisogna tendere a essere i difensori dei lavoratori, ma i sostenitori della loro lotta, questa è la differenza che passa tra il riformismo operaio, tanto politico quanto sindacale, e quello rivoluzionario. Liberissimi di “scegliere” di fare i sindacalisti, cioè i difensori dei lavoratori, ma nella chiarezza, e dicendo alle giovani generazioni, suscitate all’entusiasmo della lotta operaia, che questo si intende fare. Altra cosa significa essere sostenitori delle lotte dei lavoratori: vederli cioè in quanto soggetto anticapitalista in una fase di crisi acuta. Non c’è una via di mezzo, non si può essere l’una e l’altra cosa. O si è sindacalisti difensori dei lavoratori o si è attivisti sostenitori dell’azione di classe del proletariato.

Scrivono i compagni nel loro comunicato:

“ … prima di scatenare un’offensiva “definitiva” per entrambe le parti in campo, sia opportuno attendere le risposte che dovrebbero giungere entro sabato 2 febbraio. “

E’ dalla notte del 3 gennaio che a Roma i lavoratori attendono l’incontro “risolutivo”, e da attempati quali siamo, dovremmo ben sapere che il tempo non gioca a favore del fervore operaio, dell’iniziativa proletaria, anzi: è il terreno del padrone, che ha tutti i mezzi per intimidire, ricattare, corrompere e cosi via.  Cosa vuol dire “Sapranno i facchini attendere quel momento ?” – che scarichiamo sui lavoratori la responsabilità di una loro azione autonoma? Che noi – in quanto sindacato – siamo responsabili nel mentre i lavoratori non lo sono perché non lo possono essere? Ma poi, carissimi compagni, che vuol dire “ … non saremo certo noi a mettere i bastoni fra le ruote alla sacrosanta voglia di riscatto che la classe operaia immigrata…”. Il punto non è di non mettere il bastone fra le ruote, ma di incoraggiare la lotta, perché noi siamo i sostenitori della lotta operaia, gli istigatori del loro risveglio. Non è in discussione la buona fede dei militanti del Si-cobas o di altre sigle del sindacalismo di base, ma la franchezza deve caratterizzare i rapporti in una fase che si va aprendo e che presenta esiti imprevedibili.

E’ in preparazione in questo periodo il congresso nazionale della Usb, con la parola d’ordine “Rovesciare il tavolo!”, ovvero c’è ben poco da contrattare. Per questa organizzazione va fatto lo stesso discorso, rivolgendo loro la madre di tutte le domande: perché i loro militanti non sono stati presenti alle due azioni di sciopero dei facchini alla Sda di via Corcolle a Roma? – la risposta non può e non deve essere ‘…perché non sono nostri tesserati, non avevamo tesserati in quell’ambito lavorativo ‘. Ecco il punto nevralgico della questione. Se i lavoratori mostrano volontà di lotta, la discriminante per appoggiarli non può né deve essere la tessera sindacale. Se ci comportiamo in questo modo, non stiamo più in avanti dei lavoratori, ma più indietro, molto più indietro. Se ci facciamo la guerra per il tesseramento, non siamo delle avanguardie, ma ci poniamo sul mercato delle sigle sindacali, di una fra le altre, in quanto difensori dei lavoratori, non in quanto loro sostenitori.

Dovrebbe scattare invece la molla dell’appoggio incondizionato, dovremmo moltiplicare le nostre iniziative, amplificare la loro voce, sostenerli con tutte le nostre forze, ed invece succede – sì, purtroppo succede – che si pensa innanzitutto a procurare le disdette ad altri sindacati e a fare nuovi tesserati, fin dalle primissime ore dello sciopero, come a dire ‘ti appoggio a condizione che ti tesseri con il mio sindacato’. A questo punto, visto che molti compagni del sindacalismo di base si richiamano a Lenin, bene, vanno dette a riguardo poche e chiare cose:

1) In autunno inverno del 1905 i lavoratori spontaneamente organizzarono gli scioperi e i primi soviet: i bolscevichi li sostennero.

2) Gli operai, a febbraio del 1917, scesero spontaneamente in sciopero, per le 8 ore, contro la fame e la guerra.  I bolscevichi si misero alla loro testa;

3) Lenin, tra luglio e agosto del 1917, non aspettò l’Assemblea Costituente per decidere di appoggiare le rivendicazioni e la lotta dei mugichi che occupavano le terre, nel mentre i dirigenti, socialisti rivoluzionari, stavano nel governo e aspettavano le decisioni dell’Assemblea Costituente;

4) I mugichi, si tesserarono in massa con i bolscevichi solo dopo che questi dichiararono il pieno e incondizionato appoggio alle loro iniziative.

Fu in questo modo che crebbe il bolscevismo e si disgregarono i Socialisti Rivoluzionari.

Non si venga a sostenere in alcun modo che un conto è il Partito e  ben altra cosa è il sindacato, sarebbe come mentire a sé stessi. C’è un unico modo per combattere – perché, sia chiaro, vanno combattuti – i sindacati maggiormente rappresentativi, perché contribuiscono a sedare i già troppo sedati lavoratori – e questo è dato dall’azione diretta dei lavoratori che noi dobbiamo senza condizione sostenere. Se il nostro approccio è unitario piuttosto che autoreferenziale, invogliamo anche i giovani militanti che vengono destati e attratti dalla lotta degli sfruttati, così come è successo in qualche circostanza proprio con la lotta dei facchini della logistica.

Per quanto poi attiene alla bravura al tavolo delle trattative, sgombriamo anche qui il campo dagli equivoci. Essa, la trattativa, serve solo a sanzionare un rapporto di forza diverso che si è determinato sul campo di battaglia. Il più che bravo trattativista, quell’Henry Kissinger, segretario di stato americano, alla stampa che gli rimproverava di essere troppo concessivo nei confronti dei vietnamiti rispose “ Non si può guadagnare al tavolo delle trattative quello che si è perso sul campo di battaglia”. Non si vuole affatto negare la necessità di non tradire i lavoratori al tavolo delle trattative, di non fare accordi capestro, di non disporsi alla corruzione e cosi via. Questa è la conditio sine qua non, è il vade mecum del compagno, del militante, del comunista; ci mancherebbe. Ma non è il tavolo delle trattative che decide, e neanche un diversa sigla sindacale, ma un diverso atteggiamento “sindacale”, che è tutt’altra questione.

febbraio 2013                                                                                                                           Michele Castaldo
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Coordinamento nazionale S.I. Cobas – delegati SDA (Milano-Bologna-Roma)

Comunicato sullo sciopero in SDA

Alle ore 21 i facchini della cooperativa Romea (consorzio UCSA) operanti presso i magazzini SDA di Bologna hanno incrociato le braccia.
Lo sciopero è iniziato dopo diversi comunicati e tentativi sindacali finalizzati …a evitarlo.
Se sullo sfondo di questo ennesimo sciopero c’è una trattativa nazionale che vede coinvolte tutte le cooperative che operano presso gli hub di Bologna, Milano e Roma, finalizzate a concretizzare alcuni aspetti economici basilari relativi ai passaggi di livello, agli scatti di anzianità e agli istituti contrattuali (in totale “ballano” aumenti salariali per 2000€ annui ed una media di 2500€ annui di mancate retribuzioni pregresse), la scintilla è scoccata per via di una trattenuta forzosa di 150€ a testa con cui la cooperativa Romea intende scaricare sugli operai il costo di una penale imposta da SDA per ripararare il danno derivante dallo sciopero del 22 dicembre

Di fronte allo sciopero di Bologna, immediatamente, i facchini di Carpiano comunicano ufficialmente che qualsiasi camion proveniente da Bologna in serata non verrà lavorato, mentre a Roma, dove fanno capolino un’altra serie piuttosto cospicua di problemi ancora irrisolti (dai part-time forzati, alla parte di pregresso pattuita e non ancora saldata, passando per le provocazioni fisiche dei caporali), si attende con ansia il momento di unirsi nuovamente alla lotta

Se in altri tempi una situazione così favorevole alla lotta era tanto auspicabile quanto lontanamente immaginabile, oggi porta alla luce problematiche nuove, ancor più scottanti e di non facile soluzione. Le convulse consultazioni telefoniche di queste ultime ore sono momentaneamente giunte alla conclusione che, prima di scatenare un’offensiva “definitiva” per entrambe le parti in campo, sia opportuno attendere le risposte che dovrebbero giungere entro sabato 2 febbraio.

Sapranno i facchini attendere quel momento? Per quanto riteniamo opportuno percorrere questa strada, anche alla luce di una prospettiva di lotta che va aldilà della pur importante filiera SDA, non saremo certo noi a mettere i bastoni fra le ruote alla sacrosanta voglia di riscatto che la classe operaia immigrata sta mettendo in campo nel settore della logistica.
La palla passa così nel campo del fronte aziendale e padronale.

Starà a loro valutare il prezzo di una pacificazione degli animi operai.

Coordinamento nazionale S.I. Cobas – delegati SDA
(Milano-Bologna-Roma)

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5 risposte a Le lotte dei lavoratori della logistica e… i sindacati di base

  1. sergio falcone ha detto:

    Con la viva speranza che tali lotte si estendano anche ad altri settori del mondo del lavoro.

    E’ bene che l’autorganizzazione diventi pratica diffusa e generalizzata, quella reale intendo. I sindacati di base hanno dimostrato, negli anni, di non essere affatto impermeabili ai pericoli di una loro involuzione burocratica. Tale involuzione è dovuta anche alla scarsa partecipazione dei diretti interessati.
    La mancanza d’una coscienza civile produce il disimpegno. Il disimpegno crea la delega. E la delega genera la burocrazia, inevitabilmente.
    Come ripeto spesso, abbiamo smarrito il senso della collettività. Nessuno fa più quel che è giusto fare. Ognuno fa esclusivamente quel che gli convien fare. Egoisticamente.
    La società risulta essere una sommatoria di ricatti infiniti e di infiniti interessi inconciliabili.
    E tutto ciò non è un bene.
    Aggiungo che è difficile orientarsi e scegliere. In quante conventicole è frammentato il sindacalismo di base? Troppe, anche per uno stomaco abbastanza temprato come il mio. Tant’è che me ne sono allontanato.
    Autorganizzazione, azione diretta, pratica immediata dell’obiettivo: per l’autogestione della società!

  2. Pino ha detto:

    NOTEVOLE!!!
    E oserei dire: ERA ORA!!!
    Sì : ci voleva proprio una riflessione così aperta e consapevole!!
    E ci voleva pure il richiamo all’ URGENZA di rapportarsi con la lotta dei facchini!!
    Su un punto m’ interesserebbe discutere:
    i sindacati sono i difensori dei lavoratori.

    Dal momento che:

    – appena li contatti ti dicono subito che se non arrivano ad un buon
    numero di tessere non ti possono rappresentare, ovvero: alla domanda
    del padrone:”quanti ne rappresenti?…” seguirebbe un silenzio imbarazzante
    che pregiudicherebbe (a detta loro…) qualunque tipo di trattativa.

    – ottenute le tessere puntualmente spariscono (specialmente con i
    precari, che non godono di ore retribuite in orario di lavoro, per indire e/o
    partecipare alle assemblee sindacali di rito….)

    – se li chiami e richiami e loro sanno benissimo perché li chiami e
    quel perché non è favorevole ai loro intrecci di corte, non ti rispondono
    proprio.

    – se l’urgenza è tale da scompaginare gli equilibri padronali, loro
    compaiono dal nulla e cominciano a lavorarti ai fianchi:
    “quello che chiedete non
    lo accetteranno mai….”
    ” mettetevi nei panni dell’azienda…..”
    ” otteniamo il minimo per aprirci un
    varco nelle trattative future”
    ” altri vostri colleghi del vostro stesso
    settore hanno accettato”

    Fino ad arrivare al non plus ultra :

    ” se volete essere rappresentati dovete fare quello che noi vi diciamo
    di fare ”

    ” se dopo aver parlato con noi, decidete, in accordo tra voi, di procedere in
    un altro modo, non avete capito cosa significa rappresentatività!”

    ” se continuate a voler fare di testa vostra, vi molliamo!!!”

    Dal momento che, tutte queste cose, i sindacati OGGI (senza scomodare
    la sacralità storica) non sono i difensori dei lavoratori (o non lo sono più…)
    ma sono i traduttori dei padroni: s’interfacciano dal vertice alla base e non viceversa,
    affannandosi affinché i lavoratori “comprendano” quanto è difficile e gravoso
    il mestiere del padrone………

    GRAZIE di cuore ai compagni Salvatore e Michele.

  3. vittoria oliva ha detto:

    eh si quando si pretende chiarezza io sono daccordo: su tutto no solo sulle questioni rivendicative,, qui infatti non si tratta di fare un attacco al sicobas, ma si mette in guardia contro i limiti e i pericoli di una lotta meramente sindacalista io invece mi chiedo ma se sempre lo sciopero ha avuto senso quanto aveva un contenuto di ROTTURA POLITICA RADICALE, perchè oggi proprio oggi dovrebbe perdere questo senso? per la debolezza oggettiva della classe? ma se si asseconda la debolezza oggettiva quando si giungerà ad una FORZA soggettiva collettiva?
    Il più delle volte: sempre per me!, la via dell’inferno è lastricata dalle buone intenzioni.
    C’è un fatto però che credo che faciliti questi atteggiamenti, non solo la radicata mentalità sindacalese ma la questione fondamentale che una lotta unitaria coordinata di tutti i settori e di tutti i lavoratori autoctoni e no non si riesce a farla decollare : QUI C’E’ UNA MENTALITA’ DELLO SPECIFICO e dello SPECIALISTA su tutto. MALE! MALISSIMO!

  4. Pingback: Le lotte dei lavoratori della logistica e… i sindacati di base | controappuntoblog.org

  5. Pino ha detto:

    Rispondo a vittoria oliva : il tartassamento quotidiano sulla crisi e sulla disoccupazione spaventa i lavoratori che, in questa fase, tendono a rimuovere la miseria del loro oggi e la previsione del loro ancor più misero domani e ACCETTANO TUTTO, purché si lavori.
    La panzana poi della flessibilità e della mobilità sta modificando la figura sociale del lavoratore,
    proprio dal punto di vista antropologico-culturale.
    La caratteristica di questo momento storico.economico è, a mio avviso, la migrazione.
    I lavoratori precari, atipici, autonomi, inquadrati con contratti senza garanzie né diritti, definiscono
    la loro attività “un lavoro di passaggio”. Pazienza se poi trascorrono 10 anni e li trovi sempre là,
    magari inquadrati con condizioni peggiori di quelle di partenza: continueranno a dirti che troveranno il modo di cambiare lavoro….

    La debolezza oggettiva dei lavoratori dipende da:

    – paura fottuta di perdere il poco certo (contratto precario) per l’ incerto. Il datore di lavoro (non più ” il padrone”…) viene sacralizzato: una sorta di Supereroe da comprendere quando mostra le sue
    “fragilità”

    – illusione della flessibilità,che annienta la specificità: tutti possono diventare tutto (per un paio d’anni, più o meno, della loro vita….) e che, quando si verifica, genera esecutori, non lavoratori che s’identificano con e si sentono appartenere ad una categoria ben precisa

    – illusione del “lavoretto di passaggio”

    – frustrazione per non riuscire ad incarnare il falso mito (spacciato per venti anni): l’uomo arriva al successo e ai soldi (tanti) solo con la propria volontà e la propria grinta…..

    – convinzione profonda di non essere responsabili della propria condizione e quindi di non poterla modificare.

    – illusione radicata che questo è sì un momento difficile, ma che, grazie agli sforzi e ai sacrifici di
    tutti, tra un annetto ( e magari ne passano sempre dieci….) sarà solo un brutto ricordo….

    La responsabilità di questa ipnosi collettiva è anche dei Sindacati…..

    Grazie a tutti per l’ opportunità di questa discussione!

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