Gare di Dimenticanza e Revisionismo

Tra la “giornata della memoria” (27 gennaio) e la “giornata del ricordo” (10 febbraio), si fa a gara per dimenticare i crimini del “tricolore” e  proporre una lettura revisionista dei massacri nella frontiera orientale.

[dalla nota introduttiva di Carlo Spartaco Capogreco al libro: “Renicci, un campo di concentramento in riva al tevere”]

[…] Auschiwitz esercitò il suo potente effetto assolutorio, anche nei confronti dell’internamento praticato dal regime fascista, al punto tale che quest’ultimo rimase per decenni pressoché assente dalla memoria degli italiani e dall’interesse della storiografia nazionale.

[…] Certo, l’internamento e i campi di concentramento italiani… ebbero generalmente poco in comune con quelli nazisti, a parte il nome. Ma ciò non autorizza a dimenticarli, come purtroppo in larga misura è sin qui avvenuto, o a giustificare la loro mancata acquisizione alla coscienza storica e politica delle generazioni del dopoguerra. Essi inoltre andrebbero conosciuti e valutati soltanto in base all’effettiva lesione che recarono ai diritti umani e civili del nostro e di altri popoli, e non soltanto limitandosi al raffronto con la prassi nazista.

Oggi sappiamo per certo che, quanto ad efferatezza, i crimini di guerra compiuti dall’Italia prima e durante la seconda guerra mondiale sono stati in varie occasioni non meno terribili di quelli commessi da altre potenze espansionistiche e coloniali. E, quanto all’internamento dei civili, sappiamo pure che non sempre esso si è limitato alla routine dettata dalle contingenze belliche. Accanto all’internamento “canonico” rivolto ai “sudditi nemici”, il fascismo ne mise in atto un altro, caratterizzato dall’esteso ed improprio uso politico-repressivo del provvedimento, che colpiva i militanti antifascisti e, soprattutto, gli “allogeni” della Venezia Giulia e i cittadini delle nazioni occupate.

Nel1941, inparticolare nella Jugoslavia occupata, l’internamento divenne sempre più prerogativa delle autorità militari che, con una drastica politica di deportazione, determinarono, oltre ad un vertiginoso aumento del numero degli internati, lo stravolgimento dello spirito e delle finalita previsti dalle stesse disposizioni fasciste che regolamentavano il provvedimento.

La direttiva era quella di deportare interi gruppi sociali e professionali ritenuti pericolosi, e di internarli in speciali campi a gestione militare nei quali, il più delle volte, i prigionieri erano soggetti alle disposizioni del codice penale militare.

Di questo internamento, come pure di quello precedente alla seconda guerra mondiale inflitto dall’Italia alle popolazioni delle colonie, ancora oggi non rimangono che piccole tracce nella memoria degli italiani.

Nel dicembre 1990, l’ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga, durante una sua visita in Germania, ebbe candidamente ad affermare, nel migliore ossequio al mito del “buon italiano”, che “noi italiani non abbiamo conosciuto gli orrori dei campi di concentramento…”

Non sono forse “di sterminio” gli enormi campi impiantati nel golfo sirtico tra il 1930 ed il 1933, dove trovarono la morte metà dei 100.000 libici sradicati dal Gebel dallo “scipionico” generale Graziani? E non sono stati oggettivamente “di sterminio” i campi per sloveni e croati allestiti dal “salvatore di ebreiMario Roatta sull’isola di Arbe (Rab), nei quali, trovarono la morte non meno di 1.200 innocenti internati dall’esercito italiano?

[…]  Non sarebbe opportuno che l’Italia e l’Europa, finalmente, entrassero nell’ordine di idee che i campi di concentramento non sono stati soltanto nazisti?

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