Maggio 1970 negli Sati Uniti: Bring The War Home (porta la guerra a casa)

4 maggio 1970 Negli Stati Uniti, si intensificano le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, dopo che in aprile, il 30, l’esercito Usa ha occupato anche la Cambogia.             Nello stato dell’Ohio, la Guardia Nazionale spara sugli studenti della Kent State University. I feriti sono nove, quattro i morti.

Il 9 maggio a Washington duecentomila persone manifestano contro la strage chiedendo l’immediato ritiro delle truppe americane dall’Indocina.

Il 14 maggio in Mississipi, due studenti afro americani della Jackson State University sono uccisi dalla polizia nel corso di una manifestazione contro la guerra.

Il 21 maggio, ad una radio californiana è recapitata una busta contenente una cassetta audio. Sul nastro è registrata la voce di una giovane donna. E’ il primo comunicato dei Weathermenun gruppo rivoluzionario comunista: Salve. Qui è Bernardine Dohrn. Quella che leggerò è una dichiarazione di guerra. Questo è il primo comunicato dai Weatherman Underground. In tutto il mondo la gente combatte l’imperialismo e guarda alla gioventù americana chiedendole di usare la posizione strategica dietro le linee nemiche per unire le forze e distruggere l’impero. (.) Se vuoi trovarci, noi siamo qui. In ogni tribù, comune, dormitorio, fattoria, baracca e sobborgo dove i ragazzi fanno l’amore, fumano, chiunque fugge dalla giustizia americana è libero di venire. Nei prossimi 14 giorni attaccheremo un simbolo o un’istituzione dell’ingiustizia americana”.

Il movimento contro la guerra negli Usa nella seconda matà degli anni Sessanta aveva avuto uno sviluppo impetuoso. Al suo interno era preponderante l’Sds (Students for Democratic Society) che rappresentava la parte radical del mivimento. Fin dall’inizio dell’aggressione statunitense al Vietnam l’Sds si impegnò ad organizzare l’opposizione nei vari campus, questa attività permise di realizzare, il 17 aprile del 1965, in una marcia della pace svoltasi a Washington e che radunò oltre 25 mila persone. Nel momento della sua massima espansione, alla fine del decennio, l’organizzazione arrivò così a contare un numero di aderenti oscillanti i 70 e i 100 mila iscritti. Alcuni osservatori, come il giornale Fortune, commentavano: “Non si può discutere il suo successo” e l’Sds non aveva ancora perso una battaglia.

L’Sds fu in grado di offrire un riferimento alla rivolta giovanile non solo contro la guerra ma contro il modello americano. Riuscì ad attrarre nelle sue fila quella componente giovanile che cercava una sponda per esprimere la propria rivolta morale nei confronti del modello americano assumendo un ruolo guida nel mobilitare la gioventù spingendola in direzione di una lotta che, al tema del rifiuto della guerra, aggiungeva quelli contro il razzismo e le sperequazioni sociali.

Ma il Governo statunitense, come gli altri governi contestati dai giovani, non accettò di misurarsi politicamente col movimento, scelse la repressione e fece ricorso in più di un’occasione alle truppe armate.

Un passo indietro: Nel 1966 la protesta dei neri si era organizzata in un partito politico, il Black Panthers Party. Nel 1967 a Watts, Detroit, Chicago e Newark e altre 60 città americane era esplosa la rivolta. Il costo era stato altissimo.

A Newark, città simbolo della segregazione razziale, terra di nessuno dove la polizia s’imponeva con la forza sulla disperazione urbanizzata, nei ghetti neri non si accettarono più le mancate promesse di uguaglianza e fu l’insurrezione alla notizia della morte di quattro giovani afro americani uccisi dalla polizia. Fra il 12 ed il 17 luglio 23 persone persero la vita e altre 725 furono ferite in modo più o meno grave. L’immagine di quella rivolta e della feroce repressione ritrae la Guardia Nazionale che avanza con le baionette spianate lungo la Springfield Avenue. Cinque giorni in cui il sangue prese a scorrere nelle strade lasciando ferite insanabili. Dopo i primi scontri, era arrivata la notizia che anche un tassista di colore fermato per un sorpasso azzardato era stato picchiato a morte dalla polizia per gli afro americani era stata la classica goccia che fece traboccare il vaso. Il 14 luglio le armi iniziarono a crepitare nelle strade dei ghetti neri. La Guardia Nazionale penetrò anche all’interno delle case uccidendo persino le donne che accudivano i bambini, come Eloise Spelman, madre di 11 figli, colpita da un proiettile alla nuca.

Otto giorni dopo la fine della rivolta di Newark, la polizia fece una retata in un bar di Detroit arrestando ottanta persone. Fu l’inizio di una nuova insurrezione nella città che era il motore industriale del paese, ma dominata da continue tensioni razziali. Molti afro americani avevano lasciato le zone rurali nella speranza di fuggire dalla povertà, ma a Detroit avevano trovato solo disoccupazione ed emarginazione. Le fabbriche preferivano non assumere neri e, quando proprio non potevano fare a meno, assegnavano loro le mansioni più umili e pericolose. La città cresceva finanziariamente ma la segregazione assumeva forme sempre più subdole e raffinate.

Tra i rivoltosi e i militari fu vera e propria battaglia a colpi di armi da fuoco. Il presidente Johnson aveva appena formato squadre specializzate nel sedare i tumulti, settantamila uomini, i primi novemila furono inviati proprio a Detroit con l’ordine di “fermare i neri con ogni mezzo possibile”. In città arrivarono anche i carri armati che riuscirono a spegnere la rivolta ma, al tempo stesso, divennero il simbolo della doppia guerra combattuta dagli afro americani, costretti a partire per il Vietnam a causa della leva obbligatoria in nome di una patria che attaccava le loro comunità.

La sproporzione delle forze in campo determinò la sconfitta delle rivolte degli afroamericani. Però, quel grido lasciò il segno: alcuni mesi dopo, il 4 aprile del 1968, giorno dell’assassinio di Martin Luther King, nei quartieri operai dove vivevano i bianchi e nei campus esplose la protesta contro quel sistema sfruttatore e razzista.

La guerra in Vietnam e le rivolte interne dei neri americani determinarono un progressivo spostamento della Sds su posizioni sempre più radicali. Maturò la convinzione che la protesta legale fosse del tutto insufficiente e che fosse ormai giunto il momento di passare all’azione diretta contro il potere. A metà degli anni sessanta, l’organizzazione assunse un carattere marcatamente marxista.

Nel giugno del 1969, in una riunione nazionale dell’organizzazione tenutasi a Chicago, si costituì un’alleanza tra i Weathermen e la formazione denominata RMY (Revolutionary Youth Movement) che conquistarono la gran maggioranza nella Sds.

 Bring The War Home (porta la guerra a casa)

23 agosto del 1969 il New Left Notes, giornale espressione del movimento, riportò uno scritto nel quale i Weatherman invitavano con maggior decisione all’azione. L’unico modo per organizzare le masse, scrivevano gli autori, era quello di portare avanti la propria politica in modo aggressivo. La protesta contro la guerra sarebbe diventata lotta contro l’imperialismo; la richiesta del ritiro delle truppe americane dal Sudest asiatico avrebbe significato appoggio alla lotta armata del popolo vietnamita e, infine, la battaglia contro il razzismo in difesa della popolazione nera si sarebbe tramutata in appoggio alle rivendicazioni di tutti i popoli oppressi dal colonialismo. L’azione, non solo era la chiave di volta per sconfiggere l’imperialismo, ma era anche lo strumento per portare la guerra in casa aprendo così la strada alla rivoluzione socialista. Le lotte e le occupazioni nei soli anni ’67 e ’68 negli Usa  finora erano costate al movimento 598 feriti e 6.158 arresti.

Ma il movimento rilanciò con i “giorni della rabbia” dall’8 all’11 ottobre 1969….

[continua]

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