Dalli, dalli…al capro espiatorio

15 ottobre, una manifestazione. Una manifestazione come tante che percorre le strade di questa città. In alcuni anni scarse, in altri anni  frequenti. Alcune sono state tranquille passeggiate, altre sono state caratterizzate da scontri con le forze dell’ordine. Già dell’ordine, ordine dello stato di cose presenti che queste forze, polizia di stato, carabinieri e guardia di finanza, cercano di far rispettare ad ogni costo. È compito di quelle forze far rispettare l’ordine.

Il disordine no, creare disordine è il nostro compito, è il dovere di chi protesta.

Nelle fabbriche, per disordinare l’ordine produttivo gli operai autorganizzati in comitati e collettivi, prima ancora in sindacati, hanno prodotto lo sciopero, il corteo interno, il gatto selvaggio, il salto della scocca, il sabotaggio, l’assenteismo, ecc. Disordinare l’ordine produttivo è necessario per consigliare il padrone della fabbrica di accettare le richieste operaie altrimenti l’ordine produttivo non riprende e non tornano i profitti che quell’ordine produttivo garantisce.

Nel territorio, per impedire la devastante costruzione di inceneritori, discariche, alte velocità o avvelenatori vari, la popolazione autorganizzata ha messo in atto azioni che sabotano l’ordinato svolgersi dei lavori delle imprese che saccheggiano le risorse e intossicano gli abitanti.

A livello cittadino o nazionale il disordine si realizza con tutte quelle azioni che impediscono il normale dipanarsi delle attività molteplici metropolitane. L’obiettivo è lo stesso che in fabbrica: interrompere l’ordine delle attività metropolitane attraverso cui prende forma la distribuzione della ricchezza sociale e la sua riproduzione secondo la collocazione delle diverse classi sociali.

Le tante manifestazioni del 15 ottobre in tutto il mondo, al di là dei molti slogan di incerta comprensione come il diritto all’insolvenza, così come la disputa colpevolista su chi ha provocato questa crisi, in concreto provavano ad articolare un semplice alfabeto: la distribuzione della ricchezza, in questa fase, sempre più va ad arricchire i ricchi e ad impoverire i poveri; sempre più. E le argomentazioni non mancavano: dalla disoccupazione, alla precarietà, al supersfruttamento del lavoro migrante, alla penuria di servizi sociali, all’aumento del costo della scuola, della sanità, degli affitti, ecc.

Tutte le componenti, di quella manifestazione, quasi tutte, diciamo il 99% (un numero che va di moda), in tempi diversi, si sono ingegnate a produrre piccole o grandi iniziative contro vari obiettivi nelle città, per porre all’attenzione diverse rivendicazioni sociali. Ora li definiscono Flash mob, le azioni rapide, insolite, inaspettate, disfunzionanti l’ordine metropolitano. A volte sono occupazioni di breve o lunga permanenza; di grande o piccolo effetto, con conseguenze più o meno pesanti per l’ordine. La legge dello stato li considera violazioni di legge, cioè, reati. Ma tutti, con giusta energia, rivendicano essere questo un loro diritto per farsi ascoltare.

Un diritto per tutti? No, non per tutti dicono i leader del movimento. Non per chi il15 ha rovinato la consueta passeggiata pomeridiana condita con finale di comizi, sì, ma comizi plurali. Disfunzionare non è un diritto per tutti, anzi è colpa grave per chi non è “del giro”. Per loro si chiede l’ostracismo, la denuncia, la segnalazione alla polizia, la criminalizzazione, la lapidazione!

Un movimento, quello di sabato 15 ottobre che, ancora qualche tempo fa, affermava di voler costruire un linguaggio innovatore e trasgressivo, oggi la sua presunta leadership si ritrova impastoiata nel più antico e trito linguaggio che l’umanità ha usato e usa per nascondere le proprie incapacità: quello della colpa, ossia della colpevolizzazione del presunto altro da sé. Un ceto politico del movimento che annaspa e si rifà al più antico dei riti, quello del capro espiatorio. Inventando di sana pianta una realtà virtuale, cui viene affibbiato un nome buio e  terrorizzante; e si badi bene, non  a raggruppamenti, a organizzazioni volontarie e consapevoli di persone, ma a semplici atti.

Come a dire, chi si comporta in un certo modo è un Black bloc! Tre decenni fa altri ceti politici asserivano che certi comportamenti definivano il terrorista e lo sbattevano in galera!

Qualche secolo addietro si diceva e si condannava chi andava nelle notti di luna piena in una certa radura, quella era una strega… vi ricorda nulla? Ma il Massachusetts del 1692 non dovrebbe somigliare all’Italia del 2011, oppure si?

È in questo quadro che si consuma l’esistenza reale, anche se virtualmente continuerà a sopravvivere, del ceto politico del movimento che non ha saputo raccogliere e rilanciare una rabbia e una volontà di lotta e di trasformazione sociale di importanti, anche se non maggioritari, soggetti metropolitani, dopo non aver consentito che questa rabbia si potesse esprimere autonomamente. Si consuma e si dissolve così nel  rito del capro espiatorio, il coacervo delle loro supponenze e delle loro incapacità.

Addio ceto politico, senza nostalgia né rimpianti, e… in ogni caso nessun rimorso.

Ora il lavoro da fare è portare quella “rabbia che agisce” nei posti di lavoro e  nei territori…

18 ottobre 2011,   contromaelstrom
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La giustizia del potere

 

Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati
ritta sui gradini di un tempio marmoreo.
una gran folla le passava dinanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna che tentava ritirarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
«non guarda in faccia nessuno».
Poi un giovane col berretto rosso
Balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia erano tutte corrose
Sulle palpebre marce; le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perché portava la benda.
[Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River]
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A qualche politico non sono bastati tutti gli omicidi fatti in ossequio della “Legge Reale”

da: [Repubblica 17/10/2011]

Maroni: “Nuove misure contro le violenze”
Di Pietro: “Torniamo alla legge Reale”

Il leader dell’Idv dopo gli incidenti di sabato: “Si devono prevedere arresti e fermi obbligatori e riti direttissimi con pene esemplari”. Il ministro dell’Interno: “Sono d’accordo”. Bonelli (Verdi): “Proposta irricevibile”. Montezemolo: “Sono successe cose allucinanti”. Mantovano: “I magistrati non siano indulgenti”

ROMA – “Si deve tornare alla Legge Reale. Anzi bisogna fare la ‘legge Reale 2′. Contro atti criminali come quelli di Roma. Si devono prevedere arresti e fermi obbligatori e riti direttissimi con pene esemplari”. E’ quanto propone il leader Idv Antonio Di Pietro per fronteggiare una “situazione d’emergenza come l’attuale”. Parole che fanno riferimento  agli incidenti avvenuti a Roma sabato (15 ottobre) durante la manifestazione degli indignati. Invoca la linea dura l’ex pm: “Non è tempo di rimpalli ma di un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le forze politiche  per creare una legislazione speciale e specifica che introduca specifiche figure di reato, aggravamento dei reati e delle pene oggi previste, allargamento del fermo e dell’arresto, riti direttissimi che permettano in pochi giorni di arrivare a sentenza di primo grado”. Sul fronte preventivo secondo il leader idv dovrebbero essere inserite disposizioni “già sperimentate per gli ultrà sportivi”, come “il divieto di dimora in particolari giornate, o l’obbligo di dimora”. La proposta di Di Pietro piace al ministro dell’Interno Roberto Maroni: “Sono d’accordo con Di Pietro, domani annuncerò nuove misure legislative, che possano consentire alle forze dell’ordine di prevenire più efficacemente le violenze come quelle di sabato”.

 

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Non dimentichiamo Attica

Il Penitenziario di Attica si trova nella parte settentrionale dello stato di New York.

La rivolta di Attica, 40 anni fa, ebbe inizio la mattina di giovedì 9 settembre 1971 e si concluse quattro giorni dopo, sotto i colpi delle armi da fuoco delle forze di polizia che uccisero 29 detenuti e 10 ostaggi e ferirono 89 persone.

Dopo la fine della rivolta e per i giorni che seguirono, i detenuti furono malmenati e terrorizzati dalla polizia dello Stato, dalle guardie e dai funzionari della prigione.

La Corte federale e quella dello stato di New York, la polizia dello Stato, l’FBI e le numerose commissioni istituite, tutti concorsero a far calare una coltre di silenzio e di falsità sulle violenze compiute dalle forze dello Stato nella prigione di Attica quel piovoso lunedì mattina.

Ci sono voluti 29 anni perché lo Stato di New York riconoscesse le proprie responsabilità e rimborsasse i detenuti sopravvissuti del carcere di Attica. Otto milioni di dollari (circa 15 miliardi di lire) per compensare i 1.280 detenuti del braccio «D» attaccati dalla Guardia Nazionale e le loro famiglie. Il New York Times, in un’editoriale molto critico, ha definito il pagamento «una forma di giustizia ritardataria e limitata per uno degli episodi più vergognosi nella storia dello Stato di New York».

*Le terribili condizioni di vita motivo della rivolta dei detenuti di Attica.

*Nel 1971, era concesso un rotolo di carta igienica per persona al mese. Potevano fare una doccia alla settimana. Ai musulmani neri non era permessa alcuna cerimonia religiosa e qualsiasi tipo di riunione nel cortile della prigione con più di tre musulmani era punibile con l’isolamento. Il vitto del carcere sia a pranzo sia a cena includeva carne di maiale. La biblioteca della prigione non possedeva quotidiani, ma alcuni prigionieri si erano abbonati a proprie spese ad alcune riviste, da cui le guardie sistematicamente ritagliavano qualsiasi articolo che trattasse questioni legate ai prigionieri e ai loro diritti.

*Il 2 luglio 1971, i detenuti di Attica richiesero al commissario alle carceri Russell G. Oswald di impegnarsi a risolvere questi problemi, cioè di garantire il rispetto dei diritti e delle garanzie riconosciuti dai tribunali ma illegalmente negati dalle guardie carcerarie della prigione. Pur essendosi impegnato a incontrare i carcerati per discutere delle loro lamentele, Oswald non lo fece.

*Il 22 agosto, i prigionieri fecero un digiuno silenzioso in memoria di George Jackson, il rivoluzionario nero ucciso il giorno prima a San Quentin, in California, dalle guardie carcerarie. Non ci fu violenza nella manifestazione di Attica, ma il silenzio e le fasce nere a lutto alle braccia dei detenuti irritarono il sovrintendente Mancusi e il suo staff.

Il commissario Oswald arrivò ad Attica la mattina del 2 settembre. Incontrò i funzionari della prigione, ma fece ritorno ad Albany, garantendo che sarebbe tornato in un’altra occasione per l’incontro promesso ai carcerati.

*Alle 8,50 di giovedì mattina, 9 settembre, i prigionieri che stavano uscendo dal “blocco A” si aprirono a forza un varco attraverso un cancello chiuso. Il sistema di congegni atto a mantenere isolate una dall’altra le quattro parti della prigione, collassò. I detenuti si riversarono nei cortili, occuparono i “blocchi”, (i reparti, cioè gli edifici delle celle), invasero la chiesa e le officine. Catturarono 38 ostaggi tra le guardie e i civili impiegati nella prigione. Il centro della vita dei carcerati si spostò dalle celle al cortile D.

Il tutto accadde in un attimo; non fu mai provato che la rivolta fosse stata premeditata.

Nelle fasi concitate dell’inizio della rivolta alcune guardie subirono percosse, ma poco dopo i detenuti organizzati, i musulmani neri, sistemarono le guardie in circolo nel cortile D, proteggendole con una catena umana intorno a loro. Nessun ostaggio fu più toccato, a eccezione di due che furono feriti negli ultimi minuti della rivolta.

Durante i quattro giorni della rivolta, i prigionieri controllarono il cortile D, Times Square e due blocchi. Tre prigionieri furono assassinati. Nessuno fu mai condannato per questi assassinii.

*I carcerati costituirono un consiglio per negoziare un accordo con la direzione; alcuni vi furono inclusi per acclamazione, altri furono eletti dai blocchi.

Erano giovani: la maggior parte dei membri del consiglio aveva meno di 22 anni e assomigliavano molto agli altri giovani di allora che, fuori della prigione, popolavano ii movimenti di protesta contro la guerra nel Vietnam. I carcerati non si fidavano di Oswald, che non aveva mantenuto la promessa di incontrarli.

*Qualche mese prima, nel novembre precedente nel vicino penitenziario di Auburn, i detenuti avevano chiesto il permesso di celebrare la giornata della solidarietà nera, ma il sovrintendente aveva negato il permesso. Allora essi fecero un sit-in nel cortile del carcere, nel corso del quale catturarono alcune guardie, impossessandosi delle loro chiavi, dei manganelli e dei megafoni. Tennero la loro commemorazione e quando l’amministrazione carceraria promise che non ci sarebbe stata rappresaglia, rilasciarono le guardie e tornarono pacificamente nelle celle. Ma i detenuti furono picchiati e messi in isolamento e molti furono trasferiti ad altre prigioni senza gran parte dei propri averi. Quelli che da Auburn erano stati trasferiti ad Attica furono tenuti in isolamento, finché un giudice federale non costrinse il sovrintendente Vincent Mancusi a spostarli nelle celle ordinarie. Furono questi a mettere in guardia i loro compagni dal prendere per buone le promesse degli amministratori carcerari.

*Eppure nel cortile D alcuni credevano che Oswald fosse realmente intenzionato a promuovere cambiamenti, ma avevano bisogno di garanzie, così richiesero un gruppo di osservatori: 33 uomini tra cui Herman Badillo, membro del Congresso; Arthur Eve, membro dell’assemblea dello Stato; Tom Wicker, giornalista del “New York Times”; Wiliam Kunstler, avvocato difensore nelle cause per i diritti civili; Clarence Jones, direttore del giornale afroamericano “Amsterdam News” di New York; John Dunne, presidente della Commissione Giustizia del Senato, e rappresentanti dei gruppi politici degli Young Lords, della Fortune Society e delle Pantere Nere.

*Nella tarda mattinata di domenica, dopo due giorni di estenuanti trattative tra i detenuti e il commissario Oswald, il governatore Nelson Rockefeller ordinò che la prigione fosse ripresa con la forza.

Il Congress man Badillo, certo che ulteriori negoziazioni avrebbero portato a una pacifica conclusione della vicenda e contando sulle ambizioni presidenziali del governatore di New York Nelson Rockefeller. Badillo aveva regalato tempo ai prigionieri e agli ostaggi, ma non a sufficienza.

A quel punto, i detenuti avevano sottoposto una lista di 31 richieste, 28 delle quali erano state accettate da Oswald. Come per la lista di richieste del 2 luglio, su molte di esse le Corti avevano già dato disposizioni.

Una richiesta – l’espatrio in un paese non imperialista per chiunque nel cortile D ne avesse fatto richiesta – molto probabilmente non era presa seriamente in considerazione da nessuna delle due parti. Due altre erano problematiche: l’amnistia per tutti i detenuti del cortile D e l’immediata sostituzione del sovrintendente Mancusi.

I carcerati sapevano che Mancusi non poteva essere licenziato o trasferito immediatamente, ma molti degli osservatori ritenevano che essi avrebbero comunque accettato l’impegno di Oswald a prendere seriamente in considerazione questa eventualità.

*L’amnistia era il problema chiave, dato che la guardia carceraria William Quinn, seriamente ferito nei primi minuti della rivolta, era morto il sabato mattina, rendendo così tutti i detenuti del cortile D perseguibili per omicidio e quindi soggetti alla pena di morte. (Secondo la legge, chiunque partecipi in un crimine conclusosi con un omicidio è colpevole della morte tanto quanto colui che preme il grilletto o brandisce il coltello o la mazza: l’autista dell’auto di una rapina può ricevere la medesima pena di colui che ha sparato contro i cassieri della banca). I carcerati sapevano che qualcuno avrebbe dovuto pagare per la morte di Quinn ma volevano porre limiti alla potenziale punizione.

*La domenica gli osservatori pregarono Rockefeller di recarsi ad Attica per incontrarli. Gli osservatori erano convinti che la presenza di Rockefeller avrebbe convinto i prigionieri a limitare le loro richieste alle 28 già discusse. Rockefeller replicò di avere piena fiducia in Oswald, di non avere alcuna intenzione di concedere amnistie, sospendere Mancusi o traghettare detenuti criminali fuori del paese; per cui non c’era motivo di raggiungere Attica e incontrare gli osservatori o chiunque altro.

In realtà la vera ragione era che in quell’anno Nelson Rockefeller si preparava al suo terzo tentativo di strappare a Richard Nixon la nomination repubblicana alle elezioni presidenziali e stava combattendo contro l’accusa di essere un inguaribile liberale mossagli dalla destra del partito.

Nella convenzione del 1964, tra le nominations di Nixon del 1960 e del 1968, i repubblicani avevano nominato Barry Goldwater, fischiando Rockefeller per le sue presunte inclinazioni liberali. Nel settembre del 1971 lo staff di Rockefeller era già al lavoro per le primarie del 1972.

Gli avvenimenti di Attica erano seguiti dai giornali e dalle televisioni di tutto il paese. Rockefeller non aveva alcuna intenzione di mostrarsi tenero con i criminali, “soft on crime”. Per sfatare la leggenda del suo essere liberale Rockefeller fece due cose: fece approvare dallo stato di New York le leggi sulla droga più repressive della nazione e fu inflessibile ad Attica.

*La riconquista di Attica, pianificata e comandata dal maggiore John Monahan della polizia di Stato, cominciò alle 9,46 di lunedì 13 settembre 1971. In quel momento, Rockefeller era nella sua tenuta a Pocantico Hills e William Kirwin, capo della polizia dello Stato, era in un motel sul lago George. La polizia eseguì il piano preparato prima che gli ostaggi fossero spostati sui camminamenti della prigione, fino a quel momento occupati solo dai carcerati. Il piano prevedeva di uccidere chiunque si trovasse nei camminamenti sulle mura. Le fotografie e le registrazioni della polizia mostrano come gli ostaggi fossero chiaramente visibili al momento dell’attacco.

Un elicottero della Guardia nazionale lanciò sulla prigione una grande quantità di gas CN e CS (oggi, 2011, vietati negli Usa e in molti paesi europei ma usati dalla polizia italiana). Sono gas molto potenti, per cui non vi fu alcuna resistenza all’attacco. Non appena i gas neutralizzarono detenuti e ostaggi, le truppe dello Stato, le guardie carcerarie, la polizia locale e le guardie dei parchi aprirono il fuoco con fucili da caccia, pistole, mitragliatori Thompson e fucili calibro 270 caricati con pallottole esplosive.

Le guardie carcerarie, gli agenti della polizia locale e dei parchi sparavano senza direttive e senza autorizzazione: non dovevano neppure essere presenti durante l’attacco.

Dai tetti degli edifici delle celle, i tiratori scelti della polizia di Stato, insieme ad altri, sparavano alla cieca da almeno 150 metri di distanza attraverso una fitta nube di gas.

*Poco dopo l’inizio degli spari, un secondo elicottero si portò sopra il cortile intimando attraverso i suoi altoparlanti: “Arrendetevi. Non toccate gli ostaggi. Mani sopra la testa e muovetevi verso il cancello più vicino. Non sarete colpiti”. Gli spari continuarono mentre l’annuncio veniva ripetuto e sporadicamente anche dopo che l’elicottero si era allontanato. Se non fosse stato per il sangue e i morti, sarebbe sembrato qualcosa di surreale.

*Due ostaggi furono accoltellati al collo; entrambi richiesero dei punti di sutura, anche se le ferite non erano serie. Le ferite potevano essere state intenzionali oppure dovute a spasmi involontari di chi teneva il coltello ed era colpito dai proiettili, ma non si saprà mai perché entrambi furono uccisi. Kenneth Malloy, un detenuto già gravemente ferito, morì quando un soldato gli sparò negli occhi cinque proiettili della sua magnum calibro 357 da trenta centimetri di distanza. James Robinson era immobile e già morente per un proiettile calibro 270 nel petto; un soldato gli sparò a bruciapelo un colpo di fucile nel collo.

Non è chiaro quanto durò la sparatoria, poiché la videoregistrazione fatta dalla polizia dello Stato fu tagliata e montata prima di arrivare agli inquirenti e gli originali scomparvero. Nelle ventiquattr’ore che seguirono, centinaia di prigionieri furono feriti dalle guardie e dai soldati con mazze, catene, cacciaviti e altre armi del genere. Durante il processo del 1991, testimoni raccontarono che diversi uomini morirono dissanguati perché il personale della prigione impedì l’intervento dei medici.

Le ferite provocate a un prigioniero dai proiettili furono nascoste da un’ingessatura e lo stesso detenuto fu abbandonato in un corridoio buio in modo da non essere trovato dai dottori esterni al carcere e fu scoperto solo alcuni giorni dopo la sparatoria, quando un medico in visita sentì l’odore della ferita in putrefazione.

La gamba in cancrena dovette essere amputata. Le guardie carcerarie buttarono giù dalla sedia a rotelle, nel mezzo di un corridoio della prigione, un altro prigioniero che aveva entrambi i femori fracassati dai proiettili, ordinandogli di camminare. Poiché l’uomo non si mosse, una delle guardie gli infilò un cacciavite nell’ano, ordinandogli di strisciare lungo il corridoio.

*Quando fu tutto finito, Rockefeller si complimentò pubblicamente con la polizia dello Stato per avere compiuto un “lavoro superbo”. Lo stesso lunedì dell’attacco, e ancora il martedì, i responsabili del Dipartimento delle carceri annunciarono alla stampa che gli ostaggi morti erano stati tutti uccisi dai detenuti, che avevano tagliato loro la gola e, in alcuni casi, i genitali. Il rapporto del martedì diceva che alcuni ostaggi avevano anche ferite da proiettile, tutte provocate dai prigionieri con pistole rudimentali.

Questi rapporti furono pubblicati dai giornali dello stato di New York e dal “New York Times” e diffusi dalle agenzie di stampa. Ma i carcerati non avevano nessuna pistola rudimentale e gli agenti lo sapevano. Sapevano anche qualcos’altro, molto più serio, che non fu rivelato fino al martedì quando John F. Edland, patologo della contea di Monroe, annunciò che nessun ostaggio era morto per tagli alla gola e che nessuno era stato evirato. Tutti gli ostaggi morti erano stati uccisi dalle armi usate dalla polizia e dalle guardie carcerarie. Vi fu un tentativo immediato di screditare Edland. Fu descritto dalla polizia dello Stato come un “radicale di sinistra”. Invece il dottor Edland era un elettore registrato per il Partito repubblicano, che descrisse se stesso come un entusiasta ex tenente della marina americana. Dichiarò di avere votato per Barry Goldwater nelle elezioni presidenziali del 1964 e per Richard Nixon in altre tre occasioni. Nel corso dell’anno seguente, la polizia dello Stato fermò l’auto di Edland quaranta volte, sempre per supposte violazioni del codice stradale. Le vessazioni continuarono in misura tale da fargli decidere di lasciare lo stato.

*La rivolta di Attica fu seguita da una lunga serie di processi, udienze, ricorsi e appelli. Vi furono due gran giurì. Il primo si occupò dei crimini dei prigionieri; il secondo delle responsabilità della polizia, delle guardie e di tutti gli altri. Rockefeller affidò l’istruzione del processo per Attica all’Organized Crime Task Force (OCTF, Unità operativa speciale sul crimine organizzato), guidata dal suo vecchio amico, il giudice Robert E. Fischer. Anthony G. Simonetti, collaboratore di Fischer nell’ufficio di Rochester dell’OCTF, fu incaricato delle indagini. Il grosso dello staff di Fischer era composto da investigatori della polizia dello Stato.

La polizia dello stato aveva investigato su se stessa fin dall’inizio: manipolò prove, raccolse le testimonianze dei tiratori, prese e fece sparire gran parte delle fotografie autoptiche degli ostaggi, fece la maggior parte delle ricerche per conto del ministro della Giustizia. Le prove del massacro – bossoli, identificazione delle armi, posizione dei corpi, fotografie dei poliziotti che sparano e così via – furono sistematicamente distrutte.

A sessantadue prigionieri furono imputati 1289 capi d’accusa in 42 procedimenti diversi. Non ne venne fuori quasi nulla. Due detenuti furono condannati per la morte della guardia William Quinn; gli altri quattro processi si conclusero con altrettanti proscioglimenti. Tutte le altre imputazioni furono fatte cadere.

Malcolm Bell, il pubblico ministero che si occupò dei crimini commessi dalla polizia e dagli altri tutori della legge, dichiarò (e il suo capo Anthony Simonetti convenne) che “almeno sessantacinque o settanta tra i tiratori potevano essere accusati di omicidio, tentato omicidio, comportamento irresponsabile e altri gravi reati”. Ma non un soldato, una guardia carceraria, un agente locale o dei parchi fu mai perseguito per omicidio o tortura ad Attica. Anzi, nessun tutore della legge o guardia carceraria fu mai accusato di alcunché in connessione con le violenze di Attica. Un solo soldato fu accusato di comportamento irresponsabile, ma il suo caso fu archiviato prima del processo.

*Il 31 dicembre 1976, il governatore Carey mise una pietra sopra tutto quanto. Concesse l’amnistia ai carcerati che si erano dichiarati colpevoli. Commutò la sentenza del nativo americano condannato per l’omicidio di William Quinn. Sospese tutte le sanzioni disciplinari a carico dei dipendenti statali coinvolti nella vicenda Attica.

Sciolse il gran giurì che stava giudicando i crimini della polizia e delle guardie carcerarie. Mise termine a tutti i procedimenti penali. I detenuti, eccetto due, se l’erano cavata. Così anche la polizia, eccetto in un caso, che non fu mai chiamata a rispondere alle accuse nei suoi confronti. L’ordine di Carey garantì persino che nessun poliziotto avrebbe mai subito sanzioni disciplinari.

*Il più importante procedimento civile legato ad Attica, Al-Jundi et al. versus Rockefeller et al., iniziò nel 1974.

I querelanti in questa causa di gruppo per il rispetto dei diritti civili erano i 1281 carcerati presenti nel cortile D la mattina della riconquista di Attica. Gli imputati erano il sovrintendente Mancusi, Karl Pfeil, suo vice, e gli eredi del maggiore della polizia di Stato Monahan e del commissario alle carceri Oswald.

Altri imputati negoziarono l’archiviazione del procedimento a loro carico o ne uscirono grazie a cavilli giudiziari. Il vice di Oswald, Walter Dunbar, che subito dopo l’attacco aveva messo in giro la falsa storia che i prigionieri avevano ucciso e castrato gli ostaggi mettendogli poi in bocca i loro stessi genitali, non fu perseguito perché i carcerati non poterono produrre in tempo i documenti necessari al caso.

Nelson Rockefeller fu sollevato da ogni responsabilità dal giudice Elfvin per immunità politica. (Elfvin aveva diretto una delle campagne elettorali governatoriali di Rockefeller nella parte settentrionale dello stato di New York. Nel 1969, Rockefeller lo aveva nominato alla Corte Suprema dello Stato. Fu anche uno dei primi giudici federali di distretto nominati dal presidente Gerald Ford e dal suo vice Nelson Rockefeller).

Attica non va dimenticata!!! Attica è stata una radiografia del sistema della giustizia statunitense! Attica è stato un check up sulla salute della democrazie negli Usa, e nel mondo, ovunque uno Stato utilizza il sistema carcerario!

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Breve biografia del “Che” tratta da EL MONCADA

Ernesto Che Guevara  

Il 14 giugno 1928 Ernesto nasce in Argentina, in una clinica di Rosario, nella provincia di Santa Fè. E’ il primogenito dell’architetto-ingeniere socialista di origine irlandese Ernesto Guevara Lynch e della nobildonna cattolica di origine spagnola Celia dela Serna Losa.Vivono nel nord-est dell’Argentina, nella grande e verde Foresta di Missiones, al confine con il Brasile. Nasceranno altri quattro figli: Celia, Roberto, Ana Maria e Juan Martin.

Fina da piccolissimo Ernesto è perseguitato dall’asma, e così la famiglia emigra ad Alta Gracia de Còrdoba, località montana dove Ernesto vive e studia dai 5 ai 16 anni d’età. Poi, nel 1944, tutta la famiglia si trasferisce nella capitale Buenos Aires. Nel 1945 Ernesto si iscrive prima a ingegneria, come voleva il padre, quindi nel1946 amedicina, come gli suggeriscono alcuni amici.

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Ricordando il “Che”

44 anni fa, l’8 ottobre 1967,  a La Higuera, nella provincia di Vallegrande (dipartimento di Santa Cruz) il “Che” venne ferito e catturato da un reparto anti-guerriglia dell’esercito boliviano – con l’appoggio delle forze speciali statunitensi costituite da agenti speciali della CIA –  il giorno successivo, il 9 ottobre, venne ucciso.

Ci piace ricordarlo con questo scritto graffiante del compagno Giuliano Naria (anche lui morto il 27 giugno 1997 a causa di un tumore contratto in carcere)

“CHE”: UN RIVOLUZIONARIO SCOMODO  di Giuliano Naria, febbraio ’97.

<<L’odio come fattore di lotta, l’odio intransigente per il nemico, che spinge l’essere umano oltre i limiti naturali e lo trasforma in un’efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così; un popolo senza odio non può trionfare su un nemico brutale>>.    (Ernesto  “Che” Guevara:  “Creare due, tre, molti Vietnam”) .

Quando era vivo, lo chiamavano “rivoluzionario da farmacia”, “avventuriero”, dopo la sua morte lo hanno rivalutato per trasformarlo nel rivoluzionario buono da contrapporre a quelli cattivi, cioè a quelli che, come lui, hanno provato a fare la rivoluzione.
Improvvisamente, qualche anno fa, lo hanno tirato fuori dal limbo della storia, in cui lo avevano collocato, per trasformarlo in un mito da consumare e da sfruttare, adattandolo al gusto di ogni palato. Ne è venuto fuori quanto di più surreale si potesse immaginare: “un James Dean” latino-americano, un “beat” senza chitarra, “una Teresa di Calcutta” di sinistra, un “rivenditore di motociclette usate” senza patente, un “esistenzialista” un po’ romantico… “.

Stimati falsi intellettuali hanno potuto pubblicare le loro cazzate, e persino farci i soldi, rincorrendo e alimentando questa moda. Ridicoli voltagabbana più o meno telegenici, per agguantare un pizzico di notorietà, hanno urlato insulse asinate contando su di un ascolto garantito e, spesso, complice. Ci si sarebbe aspettati che qualcuno dei “guevaristi” più accesi … si fosse pronunciato contro questo scempio…
… forse il “Che” non era democratico, forse il “Che” non era neppure un pacifista… Forse non era un dissociato, un pentito, un voltagabbana … Forse era uno di quei cattivi comunisti da cui la creazione del suo mito “usa e getta” ci avrebbe dovuto proteggere e immunizzare.

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Il “pestaggio” in carcere

IL SISTEMA DELLE PUNIZIONI.

– Lettera di M. Z.

Volterra, gennaio 1971.

19 settembre 1970. Sono da poco le sette del mattino, passi cadenzati  si  odono nella  sezione,  la  terza  superiore  del penitenziario di Volterra… Odo i passi arrestarsi di fronte alla mia cella, la n. 23, lo scatto del pesante passante che blocca la porta,  che  viene  spalancata,  innanzi  a  me  due  brigadieri  ed una decina di guardie, vengo invitato ad uscire, obbedisco, ed in mezzo al plotone mi incammino verso l’uscita. Faccio una domanda, mi viene risposto che non sono tenuti a darmi delle spiegazioni,  replico  la  domanda,  mi informano  che  debbo essere isolato.

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Le richieste dei detenuti: 1971

Documento dello  sciopero della  fame dei detenuti di San Vittore.

Aprile 1971.

Le  lotte  dei  compagni  delle  Nuove  di  Torino  e  di tutta  la popolazione  detenuta  nelle carceri  servono  a  riproporre ancora  una  volta  la  nostra  drammatica condizione,  i  motivi che la generano, i motivi per cui siamo detenuti.

Da che cosa  ha  origine  la cosiddetta  delinquenza?  Da  un cromosoma  in più oppure  da cause  sociali  come  la diseguaglianza economica,  culturale,  sociale?  È  questa società stessa che genera il crimine e le carceri che servono a riprodurlo  e  specializzarlo  (la  metà  della  popolazione carceraria è costituita  da  recidivi  e  si  vuol  farli  “detenuti  a vita”).

“Chi  sono i detenuti?” Sono i proletari e sottoproletari che per  sfuggire alla  loro  condizione  di  disoccupazione  o sottoccupazione,  costretti  a cercare  un  lavoro nelle  grandi città,  sottoposti  alle  spinte  del  “benessere”,  ne  vengono cacciati indietro, esclusi, e non hanno altra strada (di fronte a un lavoro che è schiavitù, supersfruttamento, alienazione) che infrangere le leggi dei padroni che i padroni hanno approntato per difendere i loro beni.

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La coscienza di classe nelle carceri: 1971

Carcere di Ancona, 18 agosto 1971.

Oggi  ho  finito di leggere “I fratelli  di  Soledad”  di George Jackson.  La  sua analisi  sociale,  la  sua esperienza  umana  di ieri  e  oggi,  la  sua  fede  per  la  rivoluzione è  qualcosa  di veramente  rivoluzionario.  Viviamo gli  stessi  problemi, lottiamo contro un comune nemico, tentiamo di sottrarci alla morsa  d’acciaio  e  filo  spinato  che tortura le  nostre carni  fin dall’infanzia, ci identifichiamo nel  popolo,  poiché  siamo del popolo e vogliamo che al popolo, ad ogni individuo sia dato la possibilità di autodeterminarsi. La  routine  quotidiana a cui  sono  condizionato  è  lungi  da essere  per  me condizione  di  apatia,  di  essere:  sono vivo  e combattivo.  Ho  la  mente  rivoluzionaria.  Ho  rifiutato, attraverso  l’identificazione  popolare,  cioè attraverso  la  mia vera  identità  umana,  di  subire  un  ruolo  in questa  società  in funzione  di  schiavo  economico,  di  eterno  salariato,  sfruttato dai  pochi  che  hanno  recintato  con  il  filo  spinato,  i  carri armati,  le  bombe  H  ed  eserciti  di  poliziotti le  nostre fabbriche,  le  nostre  terre,  subordinando  le  nostre esistenze agli  attrezzi  che ci  affittano o  che ci permettono di  vivere, cioè  lavorare  per  mangiare e anche  per  i loro privilegi. Ma solo  che  ora  la consapevolezza  di  noi  proletari  è  tale che all’ingordo maiale sarà tolto il mal tolto e distribuito a tutto il popolo per una eguale spartizione dei beni comuni secondo la formula “a ciascun o  secondo  le  proprie  necessità”.  Si  è tentato  e  ritenta  di  fare  di  me  un  “essere  non  sociale”,  un involucro non pensante  (poiché non mi hanno mai  insegnato a pensare un solo momento nella mia  funzione sociale, nella mia responsabilizzazione  sociale,  nel  rapporto  con  i  miei simili  che  non  fosse  in  termini individuali).  Sono  stati indubbiamente  forti. Ho tentato di prendere con la forza uno dei loro  caschi  modello  che  mai  riuscivo  a  prendere “legalmente”.  Sono  stato capofamiglia a  quattordici  anni perché  già  da  quell’età ero  sfruttato  in  fabbrica.  Non  solo  i loro  modelli  sociali  sono  falsi  ma anche  mistificati,  per  gli allocchi come me che ci  sono cascato come un  fesso perché ero fesso. Ti dico che erano forti se riuscivano a tenerci uniti – relegati – separati, cioè movendo fili atavici, metafisici per perpetuare  le  nostre contraddizioni  che  loro  sfruttavano,  e cercano  ancora  di  sfruttare,  assumendo una  posizione  di bonario e benevolo grande-padre.  Noi  dobbiamo  chiarire  una  volta  per  sempre  il  nostro rapporto con loro: non abbiamo e non vogliamo aver niente a che  fare con  loro;  vogliamo  autodeterminarci  a vivere secondo natura, cioè  dando al  popolo il  potere  per  un libero sviluppo di  ogni individuo.  Se ciò non  è consentito di  fare, otterremo  tutto  ciò  con  la  rivoluzione.  L’unica e  ultima alternativa esistenziale  per  tutti i  popoli  della  terra è l’autodeterminazione  rivoluzionaria.  Io voglio  farla  finita  di essere  mangiato dai  cannibali  capitalisti,  come  mio padre,  i miei  avi,  non  starò  a  subire e a  osservare che si  faccia scempio della mia vita.

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Volantino dei  detenuti  del  secondo  raggio di San Vittore ai compagni studenti.

Milano, 14 ottobre 1971.

Compagni studenti,

attraverso la stampa borghese abbiamo seguito la lotta degli studenti  del  Manzoni contro  i  fascisti  di  Ordine  Nuovo,  e grande è  stato  lo  sdegno per  l’atto  incivile e  tipicamente fascista  di  usare  il  coltello  contro  studenti indifesi.  Sinora abbiamo dovuto sopportare la presenza di quei fascisti, pochi per  la  verità,  che  venivano  fermati  e condotti  qui  a  San Vittore, dove trovavano un breve e comodo riposo. Ma oggi qualcosa è cambiato. I detenuti sensibilizzati da un gruppo di  compagni  “sottoproletari”  hanno  analizzato  la posizione  politica  di  certi  gruppi  e  hanno  riconosciuto  chi realmente  svolge  una  politica a  nostro  favore e chi  si è  reso odioso, ai nostri occhi, con tutta una montatura della stampa borghese ai nostri danni. Molte lotte sono state condotte qui e in tutte le carceri italiane per la conquista di un codice e di un trattamento più  consono  ai tempi; lotte che  si  sono  sempre concluse con  spietata repressione, con condanne altissime  (a Torino  recentemente  sono  stati inflitti  otto anni  di  carcere a diversi  detenuti  per  una  delle  ultime  rivolte!)  trasferimenti lontani dalle famiglie, nelle isole, e ogni sorta di vessazioni.                                                           Quindi noi che  siamo le prime vittime di un codice penale che  si  poggia  su basi  di idee  storicamente  morte,  non possiamo  tollerare  la  presenza  nel  carcere  di  elementi  che vorrebbero un “ordine” tipo  Grecia,  Spagna e  Portogallo!  È per  questo  che  i  sottoproletari  del  secondo  raggio  in  San Vittore,  con  l’“appoggio  morale”  degli  altri  raggi,  hanno deciso  l’espulsione  dei  cinque accoltellatori  del  Manzoni:  Benedetto  Tusi,  Piero  Battiston,  Carlo  Levati,  Giancarlo Rognoni, e Mario Di Giovanni. Costoro per  non  subire l’ira dei  detenuti  hanno  chiesto  alla  direzione  di  essere “isolati” nelle celle di punizione.  Se i  compagni lavoratori  hanno deciso che  per il  fascismo non c’è più posto nelle fabbriche… se i compagni universitari hanno deciso  che  per  il  fascismo non  c’è  più posto nelle università…  se  i  compagni  studenti  hanno deciso  che  per  il fascismo non  c’è  più posto nelle  scuole…  noi, compagni  sottoproletari,  decidiamo  che  per  il  fascismo non  c’è  più posto nelle carceri!!! Sia ben chiaro per tutti i “fascistelli”, in carcere non c’è più tregua,  in  carcere  troveranno pane  per  i loro denti.  È  un avvertimento  “fraterno” che  diamo  loro…  Notoriamente siamo di poche parole e di tanti fatti, sapete, tra di noi ci sono pochi… intellettuali! Qui  non  troveranno  la connivenza con  magistrati  che con molta sollecitudine  firmano mandati di scarcerazione per chi accoltella dei ragazzi, mentre lo rifiutano a gente che, spinta da un  “sistema” errato,  ruba  poche  lire e  per  questo viene duramente condannato. Ma anche  per  i  nostri  “cinque eroi” è  giunto  il provvidenziale  foglio di  scarcerazione…  tuttavia  lo dicano pure ai loro mandanti, il  carcere è  oggi  un luogo di crescita politica e per loro non c’è spazio. […]. Rivolgiamo un saluto a tutti  gli  studenti  e  un  augurio  ai  compagni  feriti,  a  voi compagni la  nostra ammirazione  per  come  portate avanti le vostre  lotte,  sperando  che ci  sia  posto per  una  serena discussione sul carcere e sui nostri irrisolti problemi che sono effettivamente gravi.                                                   Tantissimi di noi vi salutano a pugno chiuso.

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Lotta armata in Germania: a proposito di “dissociati” e “pentiti”

Klaus Viehmann: ciò che non sta scritto      

(ARRANCA N°12, 1997)

1997: nell’anno del maiale?

Il 1997 minaccia di diventarlo, a  conferma dei  brutti scherzi, perché la scrittura della storia è la somma delle bugie alle quali la gente si è abituata dopo 20 anni. per i festeggiamenti dei 20 o 30 anni, ci sono film tv, talk show, nuovi libri o inserti di giornali pieni di storie di terrore e guerriglia, presentati in pompa magna da una cruda mescola di avvocati federali, giornalisti dello Spiegel e del Bka ed ex del tutto ex ed ex particolari membri della lotta armata. Voler fiutare (avvertire)[1]  questo cartello di scribacchini e scrittori di cazzate del mercato dei media è inutile. I media borghesi vogliono sentire prese di distanza. Chi non obbedisce e’ messo a tacere o diffamato. Così succede anche ai compagni ancora in galera. Un libro come quello di Mario Moretti e Rossana Rossanda sulla storia delle Brigate Rosse, che risponde sufficientemente alle esigenze di uno scrivere politico di sinistra riflettuto e non con prese di distanza, in Germania lo leggono un migliaio forse due di persone, ma un film pieno di falsità sul rapimento Schleyer (gli scrittori di fantasmi pagati sono i pentiti/e Peter Jürgen Boock e Silke Meier Witt) lo vedranno a milioni.

La situazione appariva ben altra ad un’allora forte sinistra militante e magari dove possibile anche ad una  prassi armata, ma in questi giorni di fine anni 90, nei quali la lotta armata degli anni 70 non esiste più e nei quali pochi rimangono fedeli a prospettive rivoluzionarie o ne trovano di nuove, una critica a questa messa in scena del 1997 rimane nell’ambiente di sinistra e non trova un pubblico di massa.

Tuttavia è sorprendente che qualche pubblicazione prenda la via della sinistra, in particolare le memorie dei fuoriusciti che si avvicinano alle esigenze residue[2] della sinistra.

Perché i fuoriusciti/e sono invitati anche ad incontri  di sinistra per cantarsela alla loro maniera (per condirla con la loro salsa[3].

pam! pam! chiacchiere fino allo sparo

Cosa provoca lo stimolo delle memorie dei dissociati? Perché descrizioni politiche e dibattiti trovano molto meno interesse rispetto ad un museo delle cere personalizzato della lotta armata? In astratto sappiamo tutti che nei ricordi si tralascia, si omette e si distorce, ma cosa alletta la sinistra a trovare buoni, libri così grottescamente brutti ed a prestare fede a caricature così palesi? Le memorie offrono uno sguardo introspettivo nel proprio mondo rimasto nascosto, spesso un mondo estraneo, ma apparentemente interessante (oppure reso interessante dalla descrizione delle sensazioni). Chi non vorrebbe sapere “come era in realtà” chi, quando, e cosa ha detto, fatto o magari pensato?

Allo stesso modo è  assai più divertente leggere nel parlatorio pagine dorate su regine e principi, piuttosto che una ricerca storico critica sul feudalesimo e delle sue appendici odierne[4]. La differenza tra atteggiamento nei confronti della lezione e della verità[5] la conoscono tutti, ma il fatto che uno si immerga nella lettura senza riflettere è un altro difficile lavoro di riconoscimento.

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