Ricordando il “Che”

44 anni fa, l’8 ottobre 1967,  a La Higuera, nella provincia di Vallegrande (dipartimento di Santa Cruz) il “Che” venne ferito e catturato da un reparto anti-guerriglia dell’esercito boliviano – con l’appoggio delle forze speciali statunitensi costituite da agenti speciali della CIA –  il giorno successivo, il 9 ottobre, venne ucciso.

Ci piace ricordarlo con questo scritto graffiante del compagno Giuliano Naria (anche lui morto il 27 giugno 1997 a causa di un tumore contratto in carcere)

“CHE”: UN RIVOLUZIONARIO SCOMODO  di Giuliano Naria, febbraio ’97.

<<L’odio come fattore di lotta, l’odio intransigente per il nemico, che spinge l’essere umano oltre i limiti naturali e lo trasforma in un’efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così; un popolo senza odio non può trionfare su un nemico brutale>>.    (Ernesto  “Che” Guevara:  “Creare due, tre, molti Vietnam”) .

Quando era vivo, lo chiamavano “rivoluzionario da farmacia”, “avventuriero”, dopo la sua morte lo hanno rivalutato per trasformarlo nel rivoluzionario buono da contrapporre a quelli cattivi, cioè a quelli che, come lui, hanno provato a fare la rivoluzione.
Improvvisamente, qualche anno fa, lo hanno tirato fuori dal limbo della storia, in cui lo avevano collocato, per trasformarlo in un mito da consumare e da sfruttare, adattandolo al gusto di ogni palato. Ne è venuto fuori quanto di più surreale si potesse immaginare: “un James Dean” latino-americano, un “beat” senza chitarra, “una Teresa di Calcutta” di sinistra, un “rivenditore di motociclette usate” senza patente, un “esistenzialista” un po’ romantico… “.

Stimati falsi intellettuali hanno potuto pubblicare le loro cazzate, e persino farci i soldi, rincorrendo e alimentando questa moda. Ridicoli voltagabbana più o meno telegenici, per agguantare un pizzico di notorietà, hanno urlato insulse asinate contando su di un ascolto garantito e, spesso, complice. Ci si sarebbe aspettati che qualcuno dei “guevaristi” più accesi … si fosse pronunciato contro questo scempio…
… forse il “Che” non era democratico, forse il “Che” non era neppure un pacifista… Forse non era un dissociato, un pentito, un voltagabbana … Forse era uno di quei cattivi comunisti da cui la creazione del suo mito “usa e getta” ci avrebbe dovuto proteggere e immunizzare.

 O forse la banda degli “intelligenti” che ha messo in pedi il teatro si è accorta di stare esagerando, se qualcuno leggesse veramente le opere del “Che”, non quelle degli illustri biografi, magari potrebbe cominciare a dubitare e poi indignarsi, e poi ancora pensare di trasformare il mondo con il mitra in mano. Chissà! …. fuori dal mito e fuori dai denti, forse sarà possibile riprendere i testi di Guevara, leggere la sua strategia e imparare a confrontarsi con la sua azione.
Il pensiero del “Che”, una volta compiuta la rivoluzione cubana, strategicamente si articola su due livelli: la rivoluzione latino-americana e la lotta dei popoli contro l’imperialismo. Occorre ricordare che Guevara è stato essenzialmente un comandante guerrigliero e che il suo maggiore contributo al marxismo-leninismo è stato quello di aver sviluppato la teoria della “guerra rivoluzionaria”. Ci dispiace sottolinearlo, il “Che” non ha mai scritto poesie o canzoni, ma si e soffermato soprattutto sulle tecniche guerrigliere e sulle motivazioni che spingono un uomo a trasformarsi in un soldato e a combattere. La “teoria del foco”, cioè del focolaio guerrigliero, a suo tempo fece discutere e ricevette numerose critiche ma anche altrettante adesioni.
Almeno due generazioni di latino-americani hanno sentito come supremo dovere non quello di girare il continente in motocicletta, ma quello di dare inizio ad una lotta armata che si trasformasse in una guerra di liberazione. E molti di questi sono morti dopo aver imbracciato il fucile.
L’esempio del “Che” ha portato uomini e donne anche in Occidente non a dedicarsi alla riproduzione delle magliette con il molto barbuto del comandante, ma a cercare di creare le condizioni per impiantare una guerra popolare nei loro paesi. Possono aver commesso errori, ma non certo quello di aver tentato di aprire un processo rivoluzionario nel cuore del dominio imperialista.
Il “Che” dunque ci ha rimesso tre lasciti (oltre a quello, enorme, di aver partecipato come dirigente politico-militare alla rivoluzione cubana e alla costruzione del socialismo a Cuba): l’esempio, la teoria, la strategia. L’esempio: non basta parlare bisogna agire in prima persona, prendere le armi e combattere. La teoria del “foco”: non occorre aspettare all’infinito le cosiddette condizioni rivoluzionarie, bisogna contribuire a crearle e l’organizzazione di una banda guerrigliera è il più importante contributo che ciascuno di noi può dare. E la strategia che lui stesso condensò in una frase: “creare due, tre, molti Vietnam”.
Credo che un “guevarista”, e anche un non guevarista, debba riflettere su questi lasciti, piuttosto che dedicarsi ad organizzare insulse tavole rotonde, in attesa che cominci il concerto, in cui gli ipocriti, i traditori, e tutti coloro che quando ebbero l’opportunità di seguire l’esempio del “Che” non lo fecero, tengano banco tra gli applausi ingenui.  Dice il “Che” (ma, se non l’avete ancora fatto, andatevelo a leggere che è meglio!) che la rivoluzione nel continente latino-americano ( la “Patria Grande”), pur mantenendo una specificità paese per paese, è un unico processo dato che i tratti comuni sono e restano forti e presenti. Unico è il dominio dettato dall’imperialismo statunitense e dai loro servi che occupano posizioni di potere nelle varie nazioni. Comune è il passato coloniale, le forme di sfruttamento e di oppressione. Comune è, in larga parte, la lingua, la cultura, i valori, la fame e la sofferenza. Come comune fu, in larga parte, la lotta di indipendenza dal dominio coloniale, e ora l’ansia di rivolta e di riscatto. Comune è il senso di appartenenza, ontologico si potrebbe quasi dire, tra i vari popoli e individui che abitano questo grande continente.
Questo progetto, per il quale il “Che” morì in Bolivia, è ancora attuale, a mio giudizio, e ciò che più importa, inquadrato in una differente concezione, ancora in corso.
“Creare due, tre, molti Vietnam”, ovvero la seconda lama della forbice della strategia guevarista, è una provocazione (in senso intellettuale) che conserva, a mio parere, tutto il suo significato euristico. Contro l’equivoco umanitarismo delle associazioni, contro il pacifismo ipocrita, contro la solidarietà fasulla, conviene ricordare che l’internazionalismo proletario consiste nell’individuazione del nemico comune, che oggi è sempre lo stesso di ieri: l’imperialismo, in primo luogo nordamericano, e nella lotta mortale contro di esso. Occorre perciò che ciascuno trasformi il proprio paese in un Vietnam per non trovarci ad ogni nuova situazione a dire: “che fare per gli hutu? … E per i bosniaci?… Dobbiamo manifestare contro i Talibani o sostenere il Papa?”
In questo momento di atroce confusione, occorre fare chiarezza e occorre che tutti facciano chiarezza. La politica deve tornare al posto di comando. Inseguire, belando, i disastri provocati dall’imperialismo e dalla logica del dominio e del profitto comporta che, a un certo punto, senza saperlo uno si trovi a combattere sullo stesso fronte insieme al… nemico! E’ quello che sta succedendo.
Alcuni l’hanno capito e se lo tengono per sé: anche loro sono il nemico.
L’aridità intellettuale, l’eterna ingenuità, la mancanza di curiosità portano all’egemonia dei mostri, al regno dell’idiozia.
Alimentando un processo di svilimento della ragione. Alcuni semplici paragoni tratti dalla fenomenologia del quotidiano ci aiutano a capire. E’ come coloro che credono di fare del bene perché danno mille lire al povero bambino albanese trovato al semaforo e non sanno, o fanno finta di non sapere, che quel bambino è schiavo di una mafia di farabutti e le mille lire finiscono in mano ai farabutti perpetuando la schiavitù dei bambini. E’ come coloro che si credono pacifisti ed ecologisti perché vogliono mettere al bando le mine antiuomo senza aver messo al bando prima le bombe atomiche e i missili intelligenti, privando i poveri di una delle poche armi alla loro portata. O quelli che chiedono l’abolizione del servizio militare in favore di un esercito professionale, in modo che il popolo sia espropriato anche del diritto simbolico di difendere la propria libertà. Gli esempi sono infiniti e aumentano con lo scorrere del tempo.
Dunque: creare due, tre, molti Vietnam. La liberazione di noi stessi non può essere opera che di noi stessi.
<<Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l’imperialismo, è un appello vibrante all’unità dei popoli contro il grande nemico dei popoli: gli Stati Uniti d’America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria>>.        ( Ernesto “Che” Guevara: “Creare due, tre, molti Vietnam” ).

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Una risposta a Ricordando il “Che”

  1. gianni ha detto:

    Sono uno di quei compagni cresciuti politicamente e praticamente con le indicazioni del compagno Che Guevara, quando il P.C.I. faceva la scuola quadri per diffondere la parola d’ordine della “coesistenza pacifica” tra Russia ed America;ero a Livorno ed alcuni vecchi partigiani ci cacciarono tacciandoci di troskisti ed anarchici..ma questi studi di base saltarono ed i vari gruppi extraparlamentari continuarono la loro strada che risentiva delle indicazioni del “CHE”; il resto della storia nostra in Italia ed in Europa a molti di noi militanti di quegli anni è conosciuta con tutte le conseguenze successive, gravide di danni non da poco, ma come ebbe a scivere Salvatore Ricciardi alla fine del suo libro Maelstrom…”abbiamo commesso molti errori, e nel futuro cercheremo di sbagliare un po’ meno”! A questo proposito consiglierei ai compagni, che lottano oggi, la lettura di un libro scritto a metà dell’ottocento da Alexander Herzen, Dall’altra sponda, edito da Adelphi. Merita una riflessione ed un dibattito, si parla di esperienze rivoluzionarie del passato che possono esserci utili per non commettere analoghi errori nel nostro presente e nel nostro futuro, sia tatticamente che strategicamente, senza pentimenti , dissociazioni ed opportunismi vari. Sempre avanti, a testa alta, con tanta rabbia, ma senza farsi accecare dall’odio.Gianni Landi

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