Nelle carceri Usa si estendono le proteste

Nelle carceri degli Stati Uniti si espande la lotta. Sembra prendere piede un ciclo di lotte contro le restrizioni più pesanti, in particolare contro l’uso frequente delle “celle di isolamento”.                                                                                                     Iniziato in Georgia quasi due anni fa, è seguito in California con il lungo sciopero della fame a Pelikan Bay, nel nord della California e altre carceri. I problemi sono quelli dell’isolamento e delle condizioni di ristrettezza e hanno visto trattative concluse con un nulla di fatto. E’ ora la volta del carcere di Corcoran con un’altro sciopero della fame, iniziato nel dicembre del 2011. A Corcoran c’è stata già una giovane vittima, Christian Gomes di 27 anni che era in isolamento, di cui non sono ancora note le cause della morte.
Le rivendicazioni dei detenuti di Corcoran riguardano 11 obiettivi che vanno dal ripristino della rappresentanza legale, all’utilizzo della biblioteca e alla cessazione della detenzione di carcerati in celle di isolamento oltre il tempo prestabilito. Gli abusi sono tanti e, come nel caso di Pelikan Bay, le condizioni sono pessime e non c’è nemmeno il rispetto delle leggi. Un detenuto l’ha messa così per quanto riguarda questa lotta: “La lotta nelle celle di isolamento del carcere statale di Corcoran fa parte di una lotta ben più ampia e continua contro le oppressioni palesi che oggi interessano tutte le parti del mondo.

Visita i siti di solidarietà  qui   e  qui

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Detenuti peggio dei suini?

La Direttiva 2008/120/CE del Copnsiglio d’Europa del 18 dicembre 2008 stabilisce le norme minime per la protezione dei suini.

Afferma: “…le aziende devono garantire superfici libere sufficienti disponibili per ciascun suino… Nel caso dei verri, i recinti devono avere una superficie libera al suolo di almeno 6 metri quadrati, costruiti in modo da permettere all’animale di girarsi e di avere contatto uditivo, olfattivo e visivo con gli altri suini ed i recinti utilizzati per l’accoppiamento devono essere liberi da ostacoli e disporre di una superficie al suolo di 10 metri quadrati.”

Sarebbe auspicabile che la Democratica Repubblica italiana e il suo attuale “governo tecnico” applicasse ai detenuti nelle carceri italiane, almeno uno spazio non inferiore a quello che la legge stabilisce per i suini da allevamento.

 

Nelle 206 carceri italiane vi sono attualmente stipati 66.632 corpi di prigionieri e prigioniere. I dati sono del 29 febbraio scorso. Numero diminuito già dai primi effetti del cosiddetto decreto “svuotacarceri”. Qualche mese fa si era attestato su 69.000 presenze.

Dunque sono 21.000 in più dei posti disponibili. Al livello attuale del sovraffollamento, ciascun detenuto e detenuta, ha a disposizione non più di 3 o 4 metri quadrati. Un terzo in meno dello spazio riservato ai suini da allevamento.

Non abbiamo nulla contro i suini, né riteniamo che la specie umana sia superiore a quella suina, attualmente proprio no, ma potremo rivolgere a tutti coloro che si reputano “autorità” di riflettere su questa considerazione:

ai suini 6 mq per allevarli e mangiarli; ai prigionieri 4 mq per “rieducarli“. E’ così????

 

Trovate le differenze!!!!!!!!

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Il “carcere manicomio”

“Il carcere manicomio”, libro scritto da Salvatore Verde, edizioni Sensibili alle foglie (2011), denuncia oggi un problema nel problema: nel testo, infatti, Verde, sociologo e giudice onorario al Tribunale dei minori di Napoli, descrive “un sistema che interna ciò che non riesce a trattare”. “Il carcere manicomio” racconta il rapporto perverso tra malattia mentale e prigione 

…nel libro lei sostiene che negli istituti penitenziari si assiste ad una “sommersione chimica della sofferenza psicologica dei detenuti”, arrivando a parlare di “manicomializzazione del carcere”: cosa significa questa espressione?

Nel mio lavoro parto da dichiarazioni pubbliche rese da dirigenti dell’amministrazione penitenziaria: se il dirigente di un ufficio centrale racconta alla stampa che l’80, 90 % dei detenuti di questo Paese assume qualche forma di farmaco di natura psichiatrica, dai più blandi ai più importanti, mi sento legittimato a dire che il livello di gestione del penitenziario ha assunto a pieno le sembianze di un manicomio, dove regnano l’anestetizzazione del disagio e la sommersione farmacologica della sofferenza. La medicina penitenziaria parla di 22mila persone in questo momento sottoposte a protocolli psichiatrici: se stessimo parlando di un territorio libero, un protocollo psichiatrico Continua a leggere

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Roberto Scialabba, un compagno che lottava…

«Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro ‘emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E’ caduto da partigiano sotto il fuoco fascista». Così i compagni di Cinecittà lo ricordarono il giorno dopo l’assassinio.
La sera del 28 febbraio 1978, tra le 23:10 e le 23:30 un gruppo fascista dei Nar (nuclei armati rivoluzionari), coadiuvato da altri esponenti della destra romana, si reca presso lo stabile di Via Calpurnio Fiamma, ma giunto là si accorge che è chiuso: il giorno precedente, per l’ennesima volta, la polizia aveva attuato uno sgombero contro gli occupanti. A questo punto si recano in direzione della vicina piazza San Giovanni Bosco, nei cui giardinetti si ritrovano i compagni della zona di Cinecittà. Arrivati sul posto i fascisti scendono dalla FIAT 132, irrompono nella piazza sbucando da cespugli vicini e fanno fuoco quasi a casaccio. Nell’immediato parapiglia cade a terra, colpito al torace, un giovane di 24 anni, Roberto Scialabba. Non è tuttavia ancora morto quando Valerio Fioravanti a bruciapelo, dopo essergli montato sopra, gli spara ulteriori due colpi alla nuca. Nella sparatoria rimane ferito anche il fratello di Roberto, Nicola, che tuttavia riesce a fuggire e mettersi in salvo poiché i fascisti si allarmano per l’arrivo di una macchina di passaggio.

Cinque anni dopo. E’ il 9 luglio del 1983 veniva indetta dai Comitati contro la repressione, dal coordinamento delle realtà dell’Autonomia Operaia, dai familiari dei detenuti e altre associazioni una manifestazione nazionale contro le carceri speciali, contro la dissociazione e contro l’articolo 90. Il luogo della manifestazione è il famigerato carcere speciale di Voghera. L’intento della mobilitazione era quello di protestare contro le supercarceri che sottoponevano i detenuti a condizioni di vita estreme al limite dell’annientamento psicofisico.
Tre compagni partono da Roma per partecipare alla manifestazione: Valeria Scialabba, redattrice di radio Onda Rossa e sorella di Roberto, Eleonora Gianmarco e Stefano Latrella. Giunte nei pressi di Voghera, la loro automobile viene travolta da un camion. Valeria resta uccisa.

Quella manifestazione venne poi caricata ferocemente dalla polizia con autoblindo e camionette. Molti feriti e 330 arresti.

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Governo di tecnici? Tecnici della Repressione!

I potenti delle grandi opere e il loro governo scornati dalla grande manifestazione di sabato 25,  rispondono con livore. Al rientro dalla grandiosa manifestazione di sabato sono sati caricati/e alla stazione di Torino Porta nuova. guarda il video qui

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Insieme a Giuseppe Uva aspettano una giustizia, che non può venire da questo Stato… Giuseppe Pinelli, Franco Serantini, Salvatore Marino, Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Stefano Cucchi…

Era il 23 dicembre 2011, quando la notizia cominciò a circolare. Arrivava da Milano e parlava di una clamorosa svolta nelle indagini sulla tragica morte di Giuseppe Uva: “Sono presenti tracce biologiche in particolare sulla scarpa sinistra. Sui jeans marca Ram tracce ematiche e salivari di Uva. Materiale biologico non identificato diverso dal sangue, sperma e urine appartenenti a Giuseppe Uva. In regione sacroperineale paramediana destra, oltre a sangue sono presenti cellule pavimentose con nucleo che possono essere derivate dalla regione anale o dalle basse vie urinarie. Il materiale risulta appartenere a Giuseppe Uva. Sui jeans tracce bio di altri soggetti in alcuni casi misto a quello di Uva”.
Arriva sabato 24. La notizia del giorno precedente è confermata. La brutta storia diventa orribile, ma il 25 è Natale, i giornali non escono, non escono neppure il 26. Qualche notiziario televisivo e radiofonico ne dà notizia dubitativa… forse…il 27 dicembre i giornali sono in edicola. Di questa tortura nemmeno una riga.
Omertà giornalistica! Liberazione rompe il silenzio il 28 dicembre per la penna di Checchino Antonini che scrive: “Le prime indiscrezioni sugli esami compiuti dai periti dopo la riesumazione del corpo rafforzano i sospetti di sulle violenze commesse contro Uva quando era trattenuto nella caserma dei carabinieri“.
Arriviamo a giovedì scorso, 23 febbraio 2012, alle ore 10.30, Lucia Uva ha presentato la vicenda di suo fratello Giuseppe Uva davanti alla Commissione democrazia e diritti umani dell’assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce).           Queste le sue parole:

«Mi chiamo Lucia Uva e sono qui oggi per raccontare la vicenda di mio fratello, Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo essere stato trattenuto per oltre tre ore nella Caserma dei carabinieri della nostra città, Varese.

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Prossime presentazioni del libro MAELSTROM (2 e 9 marzo)

Venerdì 2 marzo- Cantiere sociale “Camilo Cianfuegos” Campi Bisenzio- Firenze 

 

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Venerdi 9 marzo “Zazie nel metròRoma

 

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I detenuti comuni, gli sbandati, i ribelli senza speranza, noi ve li ritorneremo con una coscienza rivoluzionaria. Questo è il mio impegno, questo è il vostro errore.

Dichiarazione di Sante Notarnicola  al  processo d’appello.   Milano, dicembre 1971.

Voglio usare brevemente del diritto alla parola, per chiarire il mio atteggiamento, non solo quello precedente al mio arresto, ma anche quello attuale nel carcere e in  quest’aula.  Anzitutto dichiaro sinceramente che non mi toccano né la condanna che mi darete né la descrizione che è stata fatta di me in questo luogo e altrove. Entrambe riflettono il modo di pensare e di giudicare, proprio della mentalità della classe dominante. Questa vede in me un suo nemico, e non può darmi né comprensione né giustizia che io non chiedo. Essa colpisce me attribuendomi quella criminalità, quella violenza, quella avidità che sono le sue stesse caratteristiche. Mi si indica come esempio del Male, mentre io non sono altro che un prodotto di questa società borghese corrotta e malvagia. Continua a leggere

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Un libro pubblicato nel 1982 sui casi di tortura

Nel 1982 per iniziativa del “Comitato contro l’uso della tortura” è stato pubblicato un libro dal titolo :

Dal “fermo” al trattamento differenziato che denunciava i casi di tortura conosciuti fino ad allora praticati dallo Stato italiano.  Lo potete leggere  qui

Sul libro sono stati riportati riferimenti storici e normativi e anche iniziative istituzionali, interrogazioni parlamentari e proposte di legge per mettere fine a tali obbrobri, tutte inevitabilmente naufragate.  E’ un utile contributo storico per la conoscenza storica di queste pratiche connesse alle attività di questo Stato e del sistema politico.

Queste le parole del Ministro dell’Interno Virginio Rognoni alla seduta del Parlamento italiano del 22.03.1982

. . . . . . . . . il quadro che esce dalle denunce inoltrate alla autorità giudiziaria . . . . . . . . . non può in alcun modo richiamare la pratica della «tortura» o anche semplicemente una gestione violenta e deliberata dei poteri dello Stato al momento dell’arresto.

Virginio Rognoni, Ministro dell’Interno
Atti Parlamentari – Seduta del 22 marzo 1982

 

 

 

 

 

 

 

 

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1971 il “proletariato prigioniero” si propone come soggetto della trasformazione sociale

Nelle carceri italiane il 1971 è stato l’anno della riscossa del proletariato prigioniero. Una definizione che solo allora assume un senso pieno e politico del termine. Il vento della rivolta che attraversò il paese sul finire degli anni Sessanta, scavalcò le alte mura delle carceri ed entro nelle celle. I detenuti si presentarono sulla scena sociale con un grande spessore politico, organizzando una stagione di rivolte che percorse la penisola da nord a sud, producendo anche un’analisi del regime penitenziario, del codice penale, dei sistemi concentrazionari e della stessa filosofia punitiva, un’analisi che ha entusiasmato giuristi di grande spessore. Con la loro lotta-organizzazione hanno messo in crisi uno dei capisaldi del sistema capitalista: i detenuti sono diventati un soggetto politico rivoluzionario!

Vedi i post delle rivolte dal 1971 e quelle del 1972.

Si impone a tutto il movimento di solidarietà un salto. Alla metà del 1972, il Soccorso Rosso divenne Soccorso Rosso Militante per rispondere in modo adeguato alle crescenti esigenze di sostegno legale ed economico. L’intervento solidale si estese a tutti i cosiddetti “detenuti comuni”, si crearono comitati di sostegno nei territori e nei circondari di ogni carcere, comitati che organizzavano manifestazioni di solidarietà e sostegno alle lotte interne, scrivevano, inviavano pacchi viveri, libri e giornali, spedivano denaro e premevano per ottenere colloqui con i detenuti più attivi. Oltre diecimila persone furono coinvolte nell’attività dei comitati di sostegno, soprattutto nelle grandi città. Continua a leggere

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