Scarichiamo i padroni!

a Roma sabato 29, per la Cassa di Resistenza dei lavoratori della logistica

ManifLogist3

Pubblicato in Movimenti odierni | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Domani 26 giugno: Giornata internazionale contro la tortura

Convenzione dell’ONU contro la tortura 

 Art. 1

1. Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.

la convenzione integrale puoi scaricarla  qui

tortura1Il reato di tortura è quello specifico commesso da un pubblico ufficiale. Quindi in nome e per conto dello Stato e di tutti i cittadini ossequiosi.  Quasi tutti gli stati hanno introdotto il reato di tortura, tranne l’Italia e qualche dittatura, ma ciò non vuol dire che in quei paesi non si torturi più. Anzi!!! Si tortura e come!   Secondo Amnesty International, sono 112 i Paesi hanno torturato loro cittadini, in 80 si sono svolti processi iniqui, in altri 57 prigionieri di coscienza sono rimasti in carcere. (nel rapporto di Amnesty del 2013)

E allora come si può fare per far cessare questo abbietto esercizio delle forze dell’ordine di ogni stato?

È indispensabile che ciascuno e ciascuna tenga presente che la tortura è uno strumento di ogni potere statale per mantenere l’ordine produttivo e sociale. Dunque è connesso all’andamento della lotta di classe e del “disordine sociale” che può realizzarsi in un paese in momenti di difficoltà economica, instabilità politica o anche periodi di trasformazione sociale ed economica.

Non sono certo le leggi che, nei momenti di turbolenza sociale, possono impedire alle forze di polizia di usare le maniere forti, fino a vere e proprie torture. In quei momenti le forze politiche e le istituzione proclamano l’“emergenza”, lo “stato di eccezione”, convincendo l’opinione pubblica che quelle pratiche sono le uniche in grado di fermare il “terrorismo” oppure la “sovversione sociale”.

In Italia si può osservare l’operare delle forze di polizia di quest’ultimo decennio, in una situazione sociale del tutto tranquilla e pacificata, in questo paese le forze dell’ordine si sono sentite autorizzate a esercitare violenza arbitraria e illimitata di fronte a individui e movimenti del tutto innocui.

Il caso di Genova 2001 è paradigmatico per capire i meccanismi che presiedono al rapporto tra repressione statale e comportamenti singoli o collettivi non omologati.

A Genova durante le manifestazioni contro il G.8 e negli anni successivi, le forze dell’ordine hanno sperimentato la sostanziale impunità e soprattutto l’assenza di una risposta sociale e politica all’aggredire brutalmente e violentare gruppi e singoli che non rappresentavano certo un pericolo per l’ordine esistente. Eppure hanno messo in atto quelle torture come deterrenza verso chiunque non si omologhi.

Dopo le sevizie e le torture praticate dalle forze dell’ordine alla Diaz e a Bolzaneto, avendo verificato l’assenza di qualsiasi risposta da parte della società e dei movimenti, hanno continuato in quella pratica. Così abbiamo avuto: Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Federico Aldovrandi, Aldo Bianzino, Manuel Eliantonio, Niki Aprile Gatti, Marcello Lonzi, Stefano Frapporti, Francesco Mastrogiovanni, Dibe Rachid Salah, Sorin Calin, Rumesh Rajgama, Giuseppe Turrisi, Domenico Palumbo,… e tante e tanti altri.

Cosa fare?     È semplicissimo: bisogna riempire le strade, solo la protesta diretta, la vigilanza costante e attenta di quelle persone che non vogliono che accada ancora, può fermare questa deriva fascista, che si sta radicando –in modo preoccupante- tra gli organi dello stato.

Riprendiamoci le strade!

Non solo il giorno dedicato alla tortura, ma gli altri 364 giorni!

Intanto il Tribunale di Perugia ha deciso di riaprire il processo col quale si condannò il compagno Enrico Triaca, militante delle Br, per calunnia. Enrico aveva denunciato di essere stato torturato col metodo del waterboarding, ma era stato condannato. Il 15 ottobre prossimo si riaprirà il processo: vedremo le strade riempirsi? Oppure prevarrà l’opportunismo che si nasconde dietro:  “ma quei terroristi se la sono voluta”.

Sull’argomento vedi anche   quiqui, quiquiqui  qui

Pubblicato in Repressione dello Stato | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Da una “cella di un carcere” nel 1895

Reading_Prison_1Io non so se le leggi sono ingiuste

O se invece sono giuste,

In prigione si sa solo

Che le mura sono alte

E che ogni giorno dura un anno,

Un anno di lunghi giorni.

[…]

E ancora questo so,  ogni prigione

-Vorrei che tutti lo sapessero-

Costruita dagli uomini per l’uomo

È fatta con mattoni di vergogna

E sbarrata, perché non veda Cristo

Come gli uomini riducono i fratelli.

[…]

Come erbe velenose le più odiose

Azioni crescono nell’aria di prigione;

Si guasta solo ciò che nell’uomo è buono

E subito avvizzisce,

Al pesante cancello c’è l’angoscia, pallida;

Vigila la disperazione.

[…]

Sono buie e sconce latrine

Le celle chiuse in cui viviamo;

L’alito fetido della morte viva

Soffoca ogni presa d’aria.

Tranne la lussuria si dissolve tutto

Della macchina umana.

[…]

Così la catena di ferro della vita

Facciamo arrugginire. Desolati, soli.

E c’è chi maledice, c’è chi piange

Tra chi non emette un lamento.

220px-Oscar_Wilde_Signature.svg

(Oscar Wilde da: La Ballata del carcere di Reading)
Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento

Ancora sulla “sofferenza” in carcere

Nei post precedenti abbiamo parlato della sofferenza in carcere, del dolore che il carcere impone.

Eppure convivere col dolore, paradossalmente può essere salutare. La sofferenza smonta l’unità fittizia del tuo essere, mette in crisi il dogma: stare in buona salute! È un imperativo dell’uomo e della donna contemporanei. È una finzione che ti chiede di presentarti socialmente unito/a e coerente tra il tuo “essere sociale” e il tuo stato effettivo di benessere o sofferenza.  Ma è un’unità falsa, perché ovunque sia, in qualsiasi momento della vita, ogni essere umano è sottoposto a una qualche forma di dolore.

mani-2La realtà del carcere non soggiace alla regola sociale di stare in buona salute  e il corpo si spezzetta in tante parti e ciascun organo manifesta le proprie necessità, che premono perché sono negate.  Che succede? Ciascun organo per conto suo, non c’è più una direzione centrale? I piedi vorrebbero correre, ma possono fare solo due passi, la schiena è dolorante e vuole sdraiarsi, la testa vuole smettere di pensare, puoi chiudere gli occhi, sentire musica, annegare nella Tv.

Per gli “esterni”, i cosiddetti “liberi” “stare in salute” è un obbligo sociale e lavorativo, prima ancora che un‘attenzione verso il proprio corpo. La falsificazione dello stato di salute. Il salutismo è la religione dei paesi e delle classi abbienti. In realtà è inconsapevolezza dello stato del proprio corpo, inconsapevolezza delle sofferenze che ci sono, che convivono con noi, ma che cerchiamo di rimuovere, nascondendole a noi stessi. E per fortuna sono tanti e diffusi gli analgesici a disposizione contenuti nel rito dei consumi: quanti dolori fa scomparire quel supermercato addobbato di cose, i mille divertimenti, i locali e localetti. “ho scoperto un localetto che è un amore” è l’invito più diffuso nel fine settimana. Poi ci sono i ritmi frenetici del lavoro e degli obblighi quotidiani, le relazioni rituali: a cena da questo o da quello, gli auguri a quegli altri, la nascita, la casa da comprare, le vacanze da organizzare. La gamma è vastissima, da quelli chimici, legali e illegali, a quelli sociali, lo status, l’importanza, la carriera, un lavoro importante, e i consueti casa e macchina, la coppia, la famiglia, ecc.

In carcere inizia la battaglia dell’uomo e della donna per impossessarsi del proprio corpo. Il carcerato sente che l’amministrazione carceraria si vuole impossessare del proprio corpo. È una battaglia micidiale dentro il carcere. Scomparse le mediazioni sociali, la battaglia è senza quartiere. È una battaglia decisiva che devi vincere ad ogni costo per gestire tutte le rinunce imposte e tutti quei bisogni che non puoi soddisfare, quei desideri che devi ricacciare indietro, in fondo, in attesa di… Tutte le esperienze precedenti tornano e si misurano con l’esperienza particolare della segregazione. Si dice: “quello non regge la galera perché prima di finirci ha fatto una vita comoda”.

mani-1La parola “corpo” oggi è usata frequentemente. La si usa per ogni evento: “mettiamo in gioco i nostri corpi”; “opponiamo i corpi alla crisi”,…ecc.,  ecc. Ma non mi pare che nessuna donna e nessun uomo domandi al proprio corpo quali siano le sue necessità,  quali i bisogni,  i desideri, i fastidi, le sofferenze.

La galera impone il dolore, il carcerato cerca di farsi alleato il dolore, perché non può evitarlo, perché non può scacciarlo, è prodotto da fatti esterni a lui, allora cerca di farselo amico, cercando di controllarlo, anche propinandoselo volontariamente in dosi controllate: l’autolesionismo, il tatuaggio, la ginnastica fatta fino all’esaurimento, ecc., sono pratiche di dolore controllato e autoinflitto.

Perché il punto non è eliminare quote di dolore, ma eliminare quello inflitto da un sistema esterno, imprevedibile e incontrastato: il sistema carcere. Il dolore in carcere è una costante, ed è provocato da fatti estranei al singolo carcerato: la tensione tra guardie e detenuti si innalza per un motivo neanche conosciuto; oppure si innalza la tensione nella comunità prigioniera per motivi che il singolo non conosce bene, oppure immagina ma che non controlla.

A volte la causa può essere una circolare ministeriale che impone restrizioni, un trasferimento inaspettato e fastidioso, un malanno che non riesci a curare, la paura che ti colpisca qualche malattia che renda più penosa la tua condizione, che non potrai curare, le notizie che provengono da fuori, sventure verso amici o familiari su cui non puoi intervenire, notizie che ti dicono che la tua vicenda processuale si mette più male di quanto avevi previsto…. e mille altri motivi…..

Il dolore ci insegna quanto la vita rechi in se la possibilità di diventare la propria nemica… e dobbiamo dargli ascolto… in questo modo si resiste in  carcere e… fuori!

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , , , | 2 commenti

La sofferenza del carcere

carceri5Sono tante le persone che si indignano per il sovraffollamento carcerario e per le condizioni di invivibilità delle carceri italiane. E a volte dicono:

«perché i detenuti non si uniscono in una protesta collettiva?»

Perché dovrebbero unirsi? Unirsi e lottare collettivamente è l’eccezione, non la regola. L’unità per lottare si può realizzare grazie a molti sforzi, con importanti presenze e solidi rapporti  con l’esterno.

Vi risulta che negli ospedali i malati si uniscono per lottare? Se lo fanno è una rarità. Più comunemente ciascuno e ciascuna cerca di guarire individualmente, si raccomanda al medico, agli infermieri, per sconfiggere la malattia e farla finita col dolore e la menomazione.

Non immaginate quanta somiglianza ci sia tra il carcere e l’ospedale. Ma non come ci spiegano i filosofi in quanto “dispositivi” di disciplinamento e organizzazione dei corpi. Più semplicemente perché lì dentro in ospedale e in carcere si soffre. E la sofferenza divide, non unisce! Perché? È semplice: perché la sofferenza non si può condividere. E nel carcere di sofferenza ce n’è tanta, Tanta! E non dipende solo dal sovraffollamento!

Non si può condividere la sofferenza della galera. La sofferenza è solo di chi ci sta dentro!

PostPensa il carcerato e la carcerata: mi dicono di pensare anche alla sofferenza degli altri. Minchia!, certo che ci penso! Lo so che anche gli altri soffrono, parenti, familiari e amici soffrono, ma questo non riduce di niente il mio dolore, casomai lo aumenta. Il mio è un dolore unico, è diverso, è solo mio. Possibile che non ve ne rendiate conto?

Il detenuto/a prova a pensare che anche quelli delle celle di fianco alla sua soffrono come lui/lei. Lo so che ci sono altre celle occupate perché le guardie, prima della mia cella e dopo, aprono altre porte, e il carrello del vitto dopo la mia cella continua verso altre celle. Anche loro stanno in isolamento come me, ma proveranno lo stesso dolore? Certo soffrono, ma io sento solo il mio dolore, mica quello loro. Il mio è più forte perché lo sento. Posso misurare il mio dolore non quello degli altri. Il mio lo sento e nessuno riesce a ridurlo, ad acquietarlo. Gli altri li sento distanti, anche se soffrono.  Sempre più distanti.

La sofferenza divide, non è vero che la sofferenza accomuna. Se soffri ti dà fastidio qualsiasi presenza a meno che non sia totalmente dedicata ad accudirti e confortarti per lenire la tua sofferenza. Quando soffri, pretendi che la solidarietà sia a senso unico: tutta dedicata a te. L’attenzione verso gli altri e verso l’ambiente è una rarità, un’eccezione, una conquista, ed anche una gran fatica, perché bisogna organizzarsi.

Se soffri sei convinto che il tuo dolore è il più forte di tutti. Ti dicono che non è così, ma come fai a misurare la sofferenza, a dargli dei valori? Non è come la febbre che puoi misurarla con un termometro o la pressione con uno strumento adeguato. Né medici, né farmaci possono metterci rimedio. Il dolore della galera non si può misurare e nemmeno sapere dove si colloca. Non sai localizzarlo, è un dolore diffuso, allo stomaco lo sento, come un crampo, nella testa sento che mi si è installato un vuoto che si allarga, ma anche nelle spalle, nei piedi, e avanza…

Non posso confrontare la sofferenza e sono convinto che il mio dolore sia maggiore, che io sia l’unico a soffrire… e mi stupisco perché gli altri non se ne accorgano e non cerchino di occuparsi del mio dolore. E poiché non se ne occupano sento rabbia e repulsione, gli altri li sento distanti, anzi ostili, nemici, li odio. E sono sempre più solo. L’uomo, la donna che soffre si ritira in sé e si allontana dagli altri, la sofferenza lo costringe a una relazione privilegiata con la sua pena.

Succede a tutti, non solo ai prigionieri, chiunque ha un dolore forte, che so, ai denti, di quelli che fanno urlare, quanti riescono a pensare a qualcos’altro diverso dal proprio dolore? La frase più comune sulle lettere che i carcerati scrivono ad amici e parenti è questa:  “tu non puoi capire come si soffre qui.

Infatti chi non è stato in carcere non può capire. Come chi non ha mai fatto l’amore non sa di che si parla.

La pensavano così anche alcuni costituzionalisti. Nel proporre al Senato repubblicano nel 1949 una “Commissione di inchiesta” sulle carceri rimaste identiche a quelle del periodo fascista, si richiese esplicitamente che a farne parte ci fossero parlamentari che erano stati in galera sotto il fascismo: «Bisogna aver visto, bisogna esserci stati».

Chi non sta qui non può capire – dice il carcerato/a.

Gramsci«…ho letto ormai molti testi di prigionieri e ho notato praticamente sempre in essi (e quindi anche in me per molto) questa tendenza ipersensibile, inevitabilmente colpevolizzante verso gli altri per l’inevitabile, “oggettiva”, infine esasperante difficoltà di comprensione della propria condizione da parte di chi recluso non è. «possibile che non mi capiate?» sembra dire ogni prigioniero «o non è vero piuttosto che ormai ve ne fregate di me?» si leggano per esempio le belle e drammatiche lettere di Gramsci dal carcere, malato in lotta contro la morte che arriverà dopo non molti anni: in una lettera se la prende con sua cognata in modo quasi feroce; qualche lettera dopo si rende conto dell’inevitabile difficoltà a capirsi e perciò le chiede scusa. …si vedrà che spesso chi viene arrestato abbandona il «realismo» che aveva fuori e abbraccia l’estremismo ottimista (in realtà disperato) della maggioranza dei carcerati». (Guagliardo “di sconfitta in sconfitta“).

E allora cari cittadini “indignati”, o riuscite a imporre al governo di svuotare le carceri, oppure … lasciate stare!!!

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , | 6 commenti

Ancora sul “tempo” in carcere

Per chi è “fuori” del carcere, ossia in libertà, il tempo, nel senso delle ore e dei minuti, vengono regolati dall’orologio. Le giornate sono scandita dal tempo di lavoro, dal poco tempo di riposo, orologdagli acquisti, dalle chiacchiere al bar o al muretto con gli amici o l’attività al centro sociale. I mesi, e i tempi più lunghi sono scanditi dalla busta paga, dall’affitto o dal mutuo da pagare, dai figli che crescono, un diploma, qualcuno che muore

Quando sei dentro al carcere tutti questi avvenimenti non puoi viverli. Casomai ti vengono raccontati da chi sta fuori per tenerti agganciato/a al susseguirsi delle vicende familiari o degli amici o del quartiere. Ma passando il tempo queste rappresentazioni della vita reale diventano sempre più distanti e sbiadite.

Il tempo del carcere, al contrario, lo percepiscono le orecchie.

La giornata è cadenzata dai rumori del carcere. La mattina inizia con gli scarponi delle guardie che calpestano il corridoio e sbattono, aprendole, le porte di ferro, la “blindata” o “blindo” delle celle, poi il cancello in ferro ed entrano per contare i carcerati. La mattinata prosegue con lo sferragliare del carrello della colazione e di nuovo

colloqui-0

gli scarponi delle guardie che urlano “aria” e aprono i cancelli di ferro delle celle sbattendoli contro la blindata. Tornato in cella dopo l’aria è lo sferragliare del carrello del pranzo che segna la fine della mattina. Il pomeriggio inizia con gli scarponi delle guardie che urlano di nuovo “Aria!” e termina con lo sferragliare del carrello che porta la cena. L’intera giornata ha termine quando altri scarponi di guardie chiudono le porte blindate e spengono la luce.

Scarponi e carrello le due lancette dell’orologio carcerato.

Ogni giornata è uguale all’altra, quindi il tempo giornaliero non viene scandito.

colloquiSono i colloqui con i familiari, per chi li fa, a scandire lo scorrere dei giorni e delle settimane. “domani faccio il colloquio”, sta a significare che quel detenuto ha rotto la monotonia del tempo carcerato introducendoci la variante di un ora di colloquio. È un’ora che ha una lunga preparazione, per cui è la “giornata del colloquio”, dalla mattina i movimenti del carcerato che “sa che avrà il colloquio” sono diversi dai movimenti degli altri giorni. Non solo si deve preparare per togliersi di dosso il più possibile, la “puzza del carcere”. Che poi è una puzza che avvertono soltanto i detenuti e la schifano. Per gli altri, provenienti da fuori, quello del carcere non è un odore particolarmente spiacevole. Lo è per il carcerato perché identifica quell’odore con la miseria del carcere. Il detenuto che si prepara al colloqui deve soprattutto prepararsi dentro. Deve preparare una specie di contenitore dove raccogliere tutte le immagini, gli odori, le carezze, insomma tutte le emozioni che conserverà per giorni e giorni rivivendole nel tempo del carcere. Per questo il colloquio in carcere tra detenuto/a e amici e familiari ha un che di assurdo. È un ingorgo di emozioni, perché il carcerato cerca di accumulare la maggior quantità di sensazioni, creando situazioni paradossali e irreali.

Il tempo riprende a scorrere quando il detenuto esce dal carcere!

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Parole di detenuti di quarant’anni fa!

Lettera di P. C. – San Vittore.

Milano, 10 maggio 1971.

… Tutto quanto viene detto oggi sulla “rieducazione”, il “trattamento”, eccetera, è fasullo. Non perché ci siano metodi errati, perché manchino i mezzi, o perché il detenuto sia irrecuperabile o psicopatico, o in esso “alberghi il maligno”, ma perché il presupposto da cui parte è errato (parlo delle proposte borghesi, naturalmente). Infatti l’esistenza di frange asociali e delinquenti è un dato ineliminabile, in una società classista. Anzi, vengono artificialmente prodotte e riprodotte. Questo la classe dominante lo sa benissimo. Per i gonzi ci sono gli articoli divulgativi, la “posta dei lettori”, i commenti della cronaca nera, e poi “i nuovi regolamenti”, le migliorie, Civitavecchia, Rebibbia, Alessandria, eccetera. Una sola cosa non viene mai detta, dai dotti criminologi e penitenziaristi, che la risocializzazione non è un fatto esterno, imposto, insegnato meccanicamente. Deve essere conquistato dall’individuo, come soggetto e non oggetto, e come appartenente ad una collettività. Questo significa che solamente acquistando coscienza sociale, di classe, il detenuto può rompere con la delinquenza, ma ciò porta ad una sola via d’uscita: quella di diventare un rivoluzionario. Ecco perché il sistema borghese blocca questa soluzione, e favorisce la produzione di criminali nelle carceri. Quindi siamo d’accordo su tutto. Anche sul fatto che qui dentro gli “unici” rieducatori possiamo essere noi, cioè quei detenuti che hanno coscienza di classe.

deten-1*****************

 Lettera da Le Nuove di Torino

giugno 1972.

Cari compagni,
sono stato messo alle celle di punizione e il motivo di ciò è subito spiegato: sono un detenuto della delegazione che ha parlato durante la pacifica riunione che si è tenuta con i magistrati e le autorità carcerarie.
Abbiamo discusso su molti punti riguardanti la vita di ogni recluso in questo carcere, cioè sulla pulizia del luogo, sul vitto e su altre cose e più anche sul problema centrale: “la sollecitazione dei nuovi codici”. Direttore e magistrati ci hanno promesso e garantito per scritto il loro interessamento.
Invece molti detenuti politici sono stati brutalmente trasferiti in altre carceri dopo che dalle celle di punizione si sono sentite urla. In mia presenza e in presenza della delegazione, autorità carcerarie e magistrati, avevano garantito e scritto e rassicurato che non avrebbero preso provvedimenti nei nostri confronti.
Vedendo che si verificava il contrario delle promesse e vedendo l’atteggiamento provocatorio delle autorità carcerarie, ho tentato di raccogliere molte firme su uno scritto per far sapere all’opinione pubblica la situazione che c’è in questa gabbia per uomini. Ho raccolto molte firme, anzi, avevo raccolto, ma quando andavo in cella, le guardie volevano che gli dessi i fogli scritti, perché avevano notato tutto quello che facevo durante l’aria e così ho dovuto strapparli e bruciarli. Ma mi hanno messo lo stesso in cella di punizione perché mentre mi perquisivano la cella lo scopino, aiutato dalla guardia, ha potuto prendere dal mio quaderno una pagina della brutta copia.
Oggi mi ha chiamato il direttore dandomi del cretino perché lui dice che non è vero che hanno picchiato i detenuti e mi ha detto che non mi punirà nemmeno.
Per quanto riguarda lo scritto per le firme ne è uscita una copia fuori dal carcere e con questo si potrebbe far sapere all’opinione pubblica ciò che si è verificato qui dentro.
Dovevo essere trasferito pure io, ma il fatto che in questo mese dovrei andare ad assistere ad una delle mie tante cause, gli impedisce di mandarmi via di qui anche se qui non potrei rimanere a causa della mia partecipazione alla rivolta nel carcere di Torino svoltasi a Pasqua del ’71.
Per dire la verità io di politica non mi ero mai interessato, ma conoscendo nella mia cella dei compagni di Lotta Continua e tanti altri, ho imparato tantissime cose che prima non sapevo, ho capito che per avere la libertà nella società bisogna combattere, abbattere i padroni, abbattere gli sfruttatori, riuscire ad ottenere una libera società.
Adesso termino e cercherò di capire tante altre cose.
Un saluto a pugno chiuso da un compagno proletario.

*****************deten-2

Tema di G. S. – Istituto tecnico – Alessandria, 1972

… Vivere qui dentro, essere costretti fisicamente ad una serie di azioni preordinate, sempre alla stessa maniera, trasforma pian piano l’individuo e lo rende apatico ed incosciente, spesso vile oppure ribelle in modo errato. Ci vuole una grande forza di volontà per non lasciarsi distruggere psichicamente e ben pochi ci riescono. Questo è soprattutto un luogo di alienazione mentale, fisica e spirituale, altro che redenzione, recupero e via dicendo.
Senza peccare di orgoglio, io credo di essere uno dei pochi fortunati che riescono a resistere “al veleno del carcere”, a quel profondo senso di sfiducia e di apatia che, con l’andare del tempo, finisce quasi sempre per impadronirsi della nostra volontà. La ragione di ciò è nello shock violento da me provato quando sono venuto a contatto con la nostra famosa giustizia e con i luoghi che ci ospitano. Una volta superato lo shock, mi sono messo a meditare sulle mie condizioni di vita ed ho scoperto molte cose: ho scoperto soprattutto me stesso. Ciò mi ha reso più forte e mi ha “corazzato” contro le multiformi sevizie che regolano la nostra esistenza.
Sono stato punito per aver commesso dei reati, ma non basta. Debbo alzarmi presto al mattino, correre anch’io come l’impiegato, perché anch’io devo essere irreggimentato. Debbo andare di corsa, vestirmi in fretta perché l’amministrazione non può pagare più di quattro barbieri, debbo far presto a gabinetto perché ce ne sta uno solo funzionante per sessantacinque persone, non “fare assenze” perché fuori non è permesso… Non importa poi se debbo cucinarmi i cibi, lavarmi i panni sporchi e accontentarmi delle 200 lire giornaliere di vitto che mi dà il ministero, se non ho soldi miei. Il necessario è che sia inquadrato anch’io, che anch’io vada in fretta, che produca, che sia una perfetta marionetta, perché il sistema non può avere incrinature, neppure in carcere.
Non c’è nulla di più brutto che capire un problema, penetrarne l’ingiustizia e non poter far nulla per combatterla. Così, sono costretto a sentirmi inutile a me stesso e agli altri, anche se cerco di crearmi un avvenire… ma per che cosa? a quale scopo? questo spesso mi chiedo. Condanno la struttura sociale che ci domina e penso che se debbo uscire di qui per fare il “geometra”, così come “loro” vorrebbero, mi sentirei più inutile che mai. Non voglio diventare un ingranaggio del sistema, una marionetta senza fili irreggimentata tra milioni di altre marionette ed essere volontariamente inutile.

Pubblicato in Parole dei proletari prigionieri | Contrassegnato , , , , , , | 3 commenti

Poveri come “classi pericolose” fin dal…

mandicità-0Un testo del 1717 del gesuita Andrea Guevarre, affronta il tema della “mendicità” per farla scomparire, individuando in queste masse diseredate il potenziale formarsi delle “classi pericolose”.  In Francia Andrea Guevarre si adoperò quindi per la reclusione dei poveri in modo da sopprimere la mendicità. Un’opera che lo stesso continuò nel regno Sabaudo a Torino tra il 1720 e il 1724 dirigendo l’Ospedale della Carità.

Col suo saggio del 1717, dal titolo “La mendicità sbandita col sovvenimento de’ poveri”, più volte ristampato nello stato sabaudo, offrì lo strumento a Vittorio Amedeo II per mettere in pratica una riforma sulla mendicità. L’individuazione dei poveri come “classi pericolose”, non solo da assistere ma da controllare. Anzi da controllare per mezzo dell’assistenza. L’assistenza dei poveri veniva avocata a se dallo stato sabaudo, quell’assistenza tradizionalmente affidata alla chiesa e ai nobili privati.

Questo sistema centralizzato di assistenza doveva permettere, ed era questo l’obiettivo centrale, un controllo capillare di questa massa crescente di poveri che era, ogni momento, sul punto di esplodere, diventando una “massa pericolosa”.

mendici-1L’obiettivo era ambizioso, una sorta di “Bossi-Fini” di quasi tre secoli prima: il controllo dell’immigrazione dei poveri dai piccoli borghi alla città dove era possibile praticare la mendicità. Il problema della povertà veniva centralizzato presso l’Ospedale della SS. Carità, funzionante come luogo di smistamento in cui i poveri potevano essere:

ricoverati; –condotti in carcere;  -oppure rispediti, con la forza, ai luoghi di origine.

Un sistema antesignano dei Cie. Lo scopo che si prefiggeva il provvedimento era, come nei Cie, di ridurre la mobilità dei poveri e il loro addensarsi nelle città. L’obiettivo non fu raggiunto del tutto, poiché le ragioni che spingevano i poveri a inurbarsi erano talmente profonde da essere inarrestabili, tuttavia le iniziative furono messe in campo con dispendio di forza ed energie..

Scrive Guevarre: «...Il fine che si propone nello stabilimento d’uno Ospizio pubblico, è di sbandire per sempre la mendicità, e di soccorrere spiritualmente, con ordine e con metodo tutti i poveri di una città, i quali sarebbero forzati a mendicare, se non avessero simile ajuto».

La soluzione era l’internamento, sia per i poveri “veri”, sia per i “fannulloni, bugiardi, impudichi, ubriaconi...”. Tutto lo scritto e le iniziative conseguentii erano ispirati alla convinzione che la condizione di mendicità-2povertà di ciascuno fosse propria responsabilità, da espiare quindi come una colpa. 

Alcuni anni dopo, nel 1747, l’applicazione del controllo della mendicità assume un’accelerazione. Viene emessa un’ordinanza in base alla quale si stabilisce che tutti i capitani dei quartieri della città di Torino verifichino, casa per casa, se ci siano persone senza lavoro e senza beni, dedite all’ozio e al gioco e quindi perturbatrici dell’ordine pubblico. I capitani dovranno prendere nota e trasmettere l’elenco all’ufficio del Vicariato. Si stabilisce inoltre che i locandieri che daranno ricovero ai suddetti individui saranno soggetti a pene. (ordine dell’Illustrissimo Signor Conte Alfieri di S.Martino marchese di Sostegno).

Qualche anno dopo (1778) venne costituita la Congregazione primaria e generalissima nella città di Torino per gli Ospizi e Congregazioni di carità.

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Pensieri del carcere (quei pensieri che non ti abbandonano nemmeno quando ormai stai fuori da quelle mura)

Bisogna uccidere il tempo per rimanere vivi!

tempoEntrato in carcere ti cascano addosso tutti i problemi del carcere. Ma questi problemi non sono quelli di cui si discute nei convegni, nelle tavole rotonde e nei dibattiti.

Non è il problema del sovraffollamento, o la mancanza di fondi, oppure il personale civile scarso, o la sanità penitenziaria evanescente, macché, quelli verranno dopo. A quelli ci penserai quando sei diventato un vero carcerato e ti interessi del funzionamento del carcere. A volte perfino del suo buon funzionamento, come se Robespierre prima di salire sulla ghigliottina si fosse incaricato che fosse ben oliata e affilata e chissà che non l’abbia fatto. Quando un detenuto si occupa e preoccupa del buon funzionamento del carcere è allora che è diventato un “detenuto”.

In carcere ti ci buttano a forza ma “detenuto” si diventa.

Isolam1All’ingresso, quando ti infilano dentro una cella e il primo impatto è l’isolamento, hai altri problemi! Il primo è questa separazione dal mondo. Ti sradicano dall’ambiente dove cercavi di arrabattarti nelle pratiche di sopravvivenza, di costruire stracci di relazioni umane- sempre più difficili- di percorrere strade, marciapiedi, guardare palazzi, frequentare bar, negozi, monumenti e sedi politiche o sociali; tappe del girovagare quotidiano, del raccapezzarsi per vivere. Ti tolgono questo, ti tolgono tutto. Erano queste povere cose la tua identità, te le tolgono e ti sbattono in un buco. E sei un nulla.

Ci devi mettere un po’ per ricostruire, per immaginare, che anche lì dentro puoi essere vivo, quando ti costruisci questa nuova identità, solo allora sei un carcerato ostile o collaborante. Nel frattempo sei un nulla

Quanto tempo è passato? Dall’ultima volta che sono stato in questa cella ne sono passati di anni. Eppure non vi è traccia, o forse si. Quasi vent’anni, l’ultima cella prima del viaggio nel territorio dei “quasi liberi” ma ancora totalmente sotto il controllo penale. Il territorio della semilibertà, che di libertà, anche se “semi” non ne ha granché perché l’unica libertà che hai è quella di rispettare a puntino gli obblighi del “trattamento”nell’arco delle 24 ore quotidiane. Ore libere non sono previste.

Vent’anni dopo la stessa cella. Cosa è cambiato? Qualcosa , ma non so cosa. Il mondo è cambiato e non è facile ricominciare. Anch’io sono cambiato. Il mondo è cambiato mi ripetono tutti, e ciascuno intende un certo cambiamento. Non so del mondo, non l’ho capito, ma il carcere si, è cambiato tantissimo. Sono cambiati gli uomini e le donne che lo popolano e sono molti più di prima, più del doppio. Sono cambiate le forme della protesta, sono cambiate, forse, anche le aspettative della popolazione detenuta. Ad esempio quella macchia di umidità era molto più piccola, alta appena un palmo da terra, ora si è propagata a un bel pezzo di parete è coperta di  muschio e ha contagiato anche la parete adiacente.

Il tempo in carcere cammina sui muri

Il tempo non passa, hai voglia a inventarti passatempi! È inutile che interroghi quella sottile lama di isolam2luce opaca che entra dall’alta finestra, quella luce è sempre grigia. In isolamento non hai la televisione. Se non hai la televisione il tempo in carcere è scandito degli scarponi delle guardie che si presentano davanti alla cella e, di volta in volta, dicono: aria, colloquio, socialità, vitto, ecc., oppure dello sferragliare del carrello del vitto.

Sono queste le lancette dell’orologio della vita carcerata.

Nei manicomi, anche se mascherati da clinica, il tempo è scandito dai farmaci: da un farmaco a l’altro passa il tempo, passano i giorni, si consuma la vita.

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , , , | 3 commenti

In tutto il mondo la popolazione detenuta aumenta. Perché?

carcere3Dalla fine degli anni Settanta la popolazione carceraria in tutti i paesi comincia a crescere.

Già alla metà degli anni Ottanta i detenuti sono raddoppiati negli Usa, negli anni successivi addirittura decuplicati. In Italia più che triplicati Ovunque cresciuti di molto tra il 30 e il 70%

Usa    1970  n.357.000;  1985  n. 736.000  2010   2.500.000

Italia 1970  n.21.379;    1985   n. 41.800   2010      68.000

In ogni società, l’ordine interno viene mantenuto, sempre più spesso, facendo ricorso alla carcerazione di settori della società appartenenti alle classi subalterne. Si incarcera sempre più la povertà!

Ogni sistema sociale, qualunque sia la compagine governativa e qualunque sia il sistema istituzionale, inasprisce il modello sanzionatorio per mezzo del carcere.

Questo aumento di carcerazione trova la sua spiegazione in diversi fattori:

carcere2a)-le leggi “criminogene”, ossia quelle che trasformano un comportamento sociale o individuale in “crimine”, come la Bossi-Fini sull’immigrazione, che poi ha partorito la criminalizzazione totale del movimento epocale della migrazione; la Fini-Giovanardi sulle droghe che sposta verso il basso (piccolo spacciatore e consumatore) l’attenzione repressiva lasciando relativamente tranquilli i grossi centri del traffico e del riciclaggio dei proventi dello spaccio; la Cirielli che accorcia i termini della prescrizione per i reati dei ricchi e dei potenti e prolunga i tempi di carcerazione per i piccoli reati contro il patrimonio, se compiuti più di una volta: recidiva.

b)-il prolungamento dei tempi di detenzione preventiva, che tengono in carcere, in Italia, oltre il 40% del totale della popolazione detenuta.

c)-tendenza ad aumentare le pene detentive a scapito di altre sanzioni, (lavori socialmente utili, ecc.), pur senza modificare le leggi esistenti, ma spostando verso il massimo della pena ogni condanna. Questo agrazie alle campagne mediatiche sul tema della “sicurezza” che “consigliano” i magistrati ad applicare con sempre maggior durezza le leggi esistenti.

La ragione politica di tutto ciò è sotto gli occhi di tutti: è la profonda “sfiducia” crescente delle popolazioni nei confronti dei governi e delle istituzioni. Quando la fiducia dei cittadini verso le autorità comincia a sgretolarsi (per casi di corruzione e malgoverno), i legislatori, i giudici e le forze di polizia iniziano a parlare un linguaggio che pone al centro un di più di ordine e di disciplina. Ma, per sanare la sete di giustizia delle fasce di popolazioni in preda a malessere sociale e per conquistare benevolenza dall’opinione pubblica, le istituzioni rivolgono questa maggior disciplina verso proprio quelle classi subalterne che reclamavano più giustizia con sanzioni penali più severe.

È un tremendo paradosso: la gente chiede carcere per i potenti che malversano, ma dentro il carcere ci vanno a finire non i potenti ma i poveri, proprio quelli che reclamano più giustizia “sociale”. Sarà sempre così finché la “gente”, in particolare i proletari, “chiederanno” giustizia a chi non può che risponder loro con galera per i poveri.

Inoltre l’aumento del carcere fa crescere lo stato forte, sempre più controllore, sempre più stato poliziesco. A sua volta questo diminuisce ancor di più la fiducia dei cittadini verso le istituzioni e queste devono aumentare la repressione. Una spirale che si autoalimenta.

carcere-1Ne viene fuori uno stato che, per mezzo di polizia e numerose agenzie di controllo private, si attrezza a governare la società con mezzi disciplinari. I settori sociali oggetto di questa attenzione repressiva sono i cosiddetti soggetti di difficile controllo: disoccupati, giovani, marginali, immigrati.

Quindi il carcere torna ad assumere, come in passato queste funzioni:

*funzione espurgatoria: estromettere dalla società i soggetti improduttivi;

*funzione di diversione: colpire il crimine bagatellare (di piccola entità) per distogliere l’attenzione dai crimini strutturali

*funzione simbolica: penalizza un gruppo piccolo di attori dai quali la società prende le distanze per riaffermare il proprio ordine.

 Sulle tendenze della società repressiva vedi anche  qui  e   qui

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento