Parole di detenuti di quarant’anni fa!

Lettera di P. C. – San Vittore.

Milano, 10 maggio 1971.

… Tutto quanto viene detto oggi sulla “rieducazione”, il “trattamento”, eccetera, è fasullo. Non perché ci siano metodi errati, perché manchino i mezzi, o perché il detenuto sia irrecuperabile o psicopatico, o in esso “alberghi il maligno”, ma perché il presupposto da cui parte è errato (parlo delle proposte borghesi, naturalmente). Infatti l’esistenza di frange asociali e delinquenti è un dato ineliminabile, in una società classista. Anzi, vengono artificialmente prodotte e riprodotte. Questo la classe dominante lo sa benissimo. Per i gonzi ci sono gli articoli divulgativi, la “posta dei lettori”, i commenti della cronaca nera, e poi “i nuovi regolamenti”, le migliorie, Civitavecchia, Rebibbia, Alessandria, eccetera. Una sola cosa non viene mai detta, dai dotti criminologi e penitenziaristi, che la risocializzazione non è un fatto esterno, imposto, insegnato meccanicamente. Deve essere conquistato dall’individuo, come soggetto e non oggetto, e come appartenente ad una collettività. Questo significa che solamente acquistando coscienza sociale, di classe, il detenuto può rompere con la delinquenza, ma ciò porta ad una sola via d’uscita: quella di diventare un rivoluzionario. Ecco perché il sistema borghese blocca questa soluzione, e favorisce la produzione di criminali nelle carceri. Quindi siamo d’accordo su tutto. Anche sul fatto che qui dentro gli “unici” rieducatori possiamo essere noi, cioè quei detenuti che hanno coscienza di classe.

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 Lettera da Le Nuove di Torino

giugno 1972.

Cari compagni,
sono stato messo alle celle di punizione e il motivo di ciò è subito spiegato: sono un detenuto della delegazione che ha parlato durante la pacifica riunione che si è tenuta con i magistrati e le autorità carcerarie.
Abbiamo discusso su molti punti riguardanti la vita di ogni recluso in questo carcere, cioè sulla pulizia del luogo, sul vitto e su altre cose e più anche sul problema centrale: “la sollecitazione dei nuovi codici”. Direttore e magistrati ci hanno promesso e garantito per scritto il loro interessamento.
Invece molti detenuti politici sono stati brutalmente trasferiti in altre carceri dopo che dalle celle di punizione si sono sentite urla. In mia presenza e in presenza della delegazione, autorità carcerarie e magistrati, avevano garantito e scritto e rassicurato che non avrebbero preso provvedimenti nei nostri confronti.
Vedendo che si verificava il contrario delle promesse e vedendo l’atteggiamento provocatorio delle autorità carcerarie, ho tentato di raccogliere molte firme su uno scritto per far sapere all’opinione pubblica la situazione che c’è in questa gabbia per uomini. Ho raccolto molte firme, anzi, avevo raccolto, ma quando andavo in cella, le guardie volevano che gli dessi i fogli scritti, perché avevano notato tutto quello che facevo durante l’aria e così ho dovuto strapparli e bruciarli. Ma mi hanno messo lo stesso in cella di punizione perché mentre mi perquisivano la cella lo scopino, aiutato dalla guardia, ha potuto prendere dal mio quaderno una pagina della brutta copia.
Oggi mi ha chiamato il direttore dandomi del cretino perché lui dice che non è vero che hanno picchiato i detenuti e mi ha detto che non mi punirà nemmeno.
Per quanto riguarda lo scritto per le firme ne è uscita una copia fuori dal carcere e con questo si potrebbe far sapere all’opinione pubblica ciò che si è verificato qui dentro.
Dovevo essere trasferito pure io, ma il fatto che in questo mese dovrei andare ad assistere ad una delle mie tante cause, gli impedisce di mandarmi via di qui anche se qui non potrei rimanere a causa della mia partecipazione alla rivolta nel carcere di Torino svoltasi a Pasqua del ’71.
Per dire la verità io di politica non mi ero mai interessato, ma conoscendo nella mia cella dei compagni di Lotta Continua e tanti altri, ho imparato tantissime cose che prima non sapevo, ho capito che per avere la libertà nella società bisogna combattere, abbattere i padroni, abbattere gli sfruttatori, riuscire ad ottenere una libera società.
Adesso termino e cercherò di capire tante altre cose.
Un saluto a pugno chiuso da un compagno proletario.

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Tema di G. S. – Istituto tecnico – Alessandria, 1972

… Vivere qui dentro, essere costretti fisicamente ad una serie di azioni preordinate, sempre alla stessa maniera, trasforma pian piano l’individuo e lo rende apatico ed incosciente, spesso vile oppure ribelle in modo errato. Ci vuole una grande forza di volontà per non lasciarsi distruggere psichicamente e ben pochi ci riescono. Questo è soprattutto un luogo di alienazione mentale, fisica e spirituale, altro che redenzione, recupero e via dicendo.
Senza peccare di orgoglio, io credo di essere uno dei pochi fortunati che riescono a resistere “al veleno del carcere”, a quel profondo senso di sfiducia e di apatia che, con l’andare del tempo, finisce quasi sempre per impadronirsi della nostra volontà. La ragione di ciò è nello shock violento da me provato quando sono venuto a contatto con la nostra famosa giustizia e con i luoghi che ci ospitano. Una volta superato lo shock, mi sono messo a meditare sulle mie condizioni di vita ed ho scoperto molte cose: ho scoperto soprattutto me stesso. Ciò mi ha reso più forte e mi ha “corazzato” contro le multiformi sevizie che regolano la nostra esistenza.
Sono stato punito per aver commesso dei reati, ma non basta. Debbo alzarmi presto al mattino, correre anch’io come l’impiegato, perché anch’io devo essere irreggimentato. Debbo andare di corsa, vestirmi in fretta perché l’amministrazione non può pagare più di quattro barbieri, debbo far presto a gabinetto perché ce ne sta uno solo funzionante per sessantacinque persone, non “fare assenze” perché fuori non è permesso… Non importa poi se debbo cucinarmi i cibi, lavarmi i panni sporchi e accontentarmi delle 200 lire giornaliere di vitto che mi dà il ministero, se non ho soldi miei. Il necessario è che sia inquadrato anch’io, che anch’io vada in fretta, che produca, che sia una perfetta marionetta, perché il sistema non può avere incrinature, neppure in carcere.
Non c’è nulla di più brutto che capire un problema, penetrarne l’ingiustizia e non poter far nulla per combatterla. Così, sono costretto a sentirmi inutile a me stesso e agli altri, anche se cerco di crearmi un avvenire… ma per che cosa? a quale scopo? questo spesso mi chiedo. Condanno la struttura sociale che ci domina e penso che se debbo uscire di qui per fare il “geometra”, così come “loro” vorrebbero, mi sentirei più inutile che mai. Non voglio diventare un ingranaggio del sistema, una marionetta senza fili irreggimentata tra milioni di altre marionette ed essere volontariamente inutile.

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3 risposte a Parole di detenuti di quarant’anni fa!

  1. pingons ha detto:

    “Il carcere come scuola di rivoluzione”?

  2. contromaelstrom ha detto:

    Si, le lettere sono prese da quel bellissimo libro. Dovrebbero leggerlo le compagne e i compagni giovani di oggi per capire cos’è il carcere.

  3. contromaelstrom ha detto:

    Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, Ed. Einaudi, 1973

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