Domani 26 giugno: Giornata internazionale contro la tortura

Convenzione dell’ONU contro la tortura 

 Art. 1

1. Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.

la convenzione integrale puoi scaricarla  qui

tortura1Il reato di tortura è quello specifico commesso da un pubblico ufficiale. Quindi in nome e per conto dello Stato e di tutti i cittadini ossequiosi.  Quasi tutti gli stati hanno introdotto il reato di tortura, tranne l’Italia e qualche dittatura, ma ciò non vuol dire che in quei paesi non si torturi più. Anzi!!! Si tortura e come!   Secondo Amnesty International, sono 112 i Paesi hanno torturato loro cittadini, in 80 si sono svolti processi iniqui, in altri 57 prigionieri di coscienza sono rimasti in carcere. (nel rapporto di Amnesty del 2013)

E allora come si può fare per far cessare questo abbietto esercizio delle forze dell’ordine di ogni stato?

È indispensabile che ciascuno e ciascuna tenga presente che la tortura è uno strumento di ogni potere statale per mantenere l’ordine produttivo e sociale. Dunque è connesso all’andamento della lotta di classe e del “disordine sociale” che può realizzarsi in un paese in momenti di difficoltà economica, instabilità politica o anche periodi di trasformazione sociale ed economica.

Non sono certo le leggi che, nei momenti di turbolenza sociale, possono impedire alle forze di polizia di usare le maniere forti, fino a vere e proprie torture. In quei momenti le forze politiche e le istituzione proclamano l’“emergenza”, lo “stato di eccezione”, convincendo l’opinione pubblica che quelle pratiche sono le uniche in grado di fermare il “terrorismo” oppure la “sovversione sociale”.

In Italia si può osservare l’operare delle forze di polizia di quest’ultimo decennio, in una situazione sociale del tutto tranquilla e pacificata, in questo paese le forze dell’ordine si sono sentite autorizzate a esercitare violenza arbitraria e illimitata di fronte a individui e movimenti del tutto innocui.

Il caso di Genova 2001 è paradigmatico per capire i meccanismi che presiedono al rapporto tra repressione statale e comportamenti singoli o collettivi non omologati.

A Genova durante le manifestazioni contro il G.8 e negli anni successivi, le forze dell’ordine hanno sperimentato la sostanziale impunità e soprattutto l’assenza di una risposta sociale e politica all’aggredire brutalmente e violentare gruppi e singoli che non rappresentavano certo un pericolo per l’ordine esistente. Eppure hanno messo in atto quelle torture come deterrenza verso chiunque non si omologhi.

Dopo le sevizie e le torture praticate dalle forze dell’ordine alla Diaz e a Bolzaneto, avendo verificato l’assenza di qualsiasi risposta da parte della società e dei movimenti, hanno continuato in quella pratica. Così abbiamo avuto: Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Federico Aldovrandi, Aldo Bianzino, Manuel Eliantonio, Niki Aprile Gatti, Marcello Lonzi, Stefano Frapporti, Francesco Mastrogiovanni, Dibe Rachid Salah, Sorin Calin, Rumesh Rajgama, Giuseppe Turrisi, Domenico Palumbo,… e tante e tanti altri.

Cosa fare?     È semplicissimo: bisogna riempire le strade, solo la protesta diretta, la vigilanza costante e attenta di quelle persone che non vogliono che accada ancora, può fermare questa deriva fascista, che si sta radicando –in modo preoccupante- tra gli organi dello stato.

Riprendiamoci le strade!

Non solo il giorno dedicato alla tortura, ma gli altri 364 giorni!

Intanto il Tribunale di Perugia ha deciso di riaprire il processo col quale si condannò il compagno Enrico Triaca, militante delle Br, per calunnia. Enrico aveva denunciato di essere stato torturato col metodo del waterboarding, ma era stato condannato. Il 15 ottobre prossimo si riaprirà il processo: vedremo le strade riempirsi? Oppure prevarrà l’opportunismo che si nasconde dietro:  “ma quei terroristi se la sono voluta”.

Sull’argomento vedi anche   quiqui, quiquiqui  qui

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