Presentazione a Roma l’8/ottobre

            Care amiche e cari amici della biblioteca Borghesiana  (Roma)

Vi invitiamo con piacere alla presentazione del libro

 MAELSTROM

Scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980

  di Salvatore Ricciardi

Introduce:   GUIDO PANVINI

(Università di Roma 1 “La Sapienza” – Università del Molise)

sabato  8  ottobre, ore 17.30

 sarà presente l’autore
      La biblioteca si trova a l.go Monreale (via di Vermicino).
Come sempre, ingresso libero e gratuito.
Vi aspettiamo !

Giorgio Salerno
(resp. attività culturali & interculturali)

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Intervista a Rote Zora – formazione tedesca femminista di lotta armata

LA RESISTENZA E’ POSSIBILE – Intervista a Rote Zora

Questa intervista è stata pubblicata per la prima volta sulla rivista ‘Emma’ nel giugno ’84. Recentemente è stata ripubblicata da altre riviste tedesche, sia in occasione dell’arresto e dell’inchiesta contro Ingrid Strobl e altre compagne, cui è stata imputata, tra le altre cose, anche questa intervista, sia perché è citata spesso in altri documenti o anche perché semplicemente molti ancora non l’avevano letta. (all’intervistatrice di Emma rispondono due diverse compagne di Rote Zora – n.d.r.)

Cominciamo da questo, chi siete?

Se lo intendi dal punto di vista personale allora siamo donne tra i 20 e i 51 anni, alcune di noi vendono la propria forza lavoro, altre si prendono ciò di cui hanno bisogno, altre ancora non sono ancora passate attraverso i fili della rete sociale.

Alcune di noi hanno figli, molte altre no. Alcune sono lesbiche, altre amano gli uomini. Facciamo la spesa in supermercati disgustosi, abitiamo in case odiose, andiamo volentieri al cinema o a teatro o in discoteca, festeggiamo quando c’è da festeggiare e cerchiamo di faticare il meno possibile. Viviamo nella contraddizione che tante cose che vorremmo fare non sono possibili. Però dopo le azioni che riescono ci sentiamo veramente felici.

Come avete scelto il nome di Rote Zora?

“Rote Zora e la sua banda” è una fiaba di una ragazzina terribile che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Fare bande, muoversi al di fuori della legge sembra essere oggi una prerogativa dei maschi. Ma soprattutto per questo i mille vincoli privati e politici con cui veniamo soffocate come ragazze e come donne, ci dovrebbero rendere in massa bandite per la conquista della nostra libertà e della nostra dignità di essere donna. Le leggi, il diritto e l’ordine sono fondamentalmente contro di noi, anche se, combattendo duramente, abbiamo strappato due o tre diritti che, comunque, dobbiamo difendere continuando a lottare. La lotta radicale femminista e l’obbedienza alle leggi sono due cose che fanno a pugni tra loro!

Però non è un caso che il vostro nome abbia le stesse iniziale delle Revoluzionarien Zellulen (Cellule Rivoluzionarie).

No, naturalmente non è un caso. Rote Zora esprime anche gli stessi principi delle Revoluzionarien Zellulen, lo steso concetto di strutture che si muovano nell’illegalità, di rete che sfugga al controllo e all’intervento dell’apparato repressivo. Soltanto così possiamo compiere, in relazione con le lotte legali di altri movimenti, azioni sovversive dirette. “Noi rispondiamo con la lotta”, questo slogan delle donne del maggio ’68 oggi non è messo in discussione per quanto riguarda la violenza contro le donne, ma è invece criminalizzato quando rappresenta una risposta contro il dominio che riproduce sempre di nuovo questa violenza.

Quali azioni avete compiuto fino adesso e contro quali obiettivi?

Le donne di Rote Zora hanno cominciato nel ’74 con un attentato alla corte Costituzionale di Karlsruhe, perché tutte noi volevamo l’abrogazione dell’articolo 218 [legge di regolamentazione dell’aborto – ndr] .

Nella notte di Walpurg abbiamo attaccato l’Ordine dei Medici perché da lì veniva ostacolata con ogni mezzo la già misera riforma sull’aborto. Poi l’attentato alla Schering durante il processo Duogynon. E poi sempre e a ripetizione, attacchi contro porno-shop. A dire il vero di questi porno-shop deve esserne bruciato uno ogni giorno.

Dunque riteniamo assolutamente necessario strappare dalla dimensione privata la nostra rabbia contro lo sfruttamento della donna, come oggetto sessuale e come macchina riproduttrice, e mostrarla con il fuoco.

Però non vogliamo limitarci soltanto all’attacco a queste strutture legate direttamente e visibilmente all’oppressione delle donne.

Come donne siamo anche colpite dalla violenza della società nel suo insieme , dalla distruzione della natura, dalla ristrutturazione della città, alle più diverse forme di sfruttamento capitalistico, in ogni caso condizioni di oppressione a cui sono sottoposti anche gli uomini.

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Confronto tra militanti della lotta armata tedesca: le “Cellule Rivoluzionarie” RZ

Trascrizione “Tempi della rabbia”. Storia e politica delle Cellule Rivoluzionarie (RZ- Revolutionäre Zellen). Documentazione sull’incontro tenutosi al SO36 a Berlino.

Intervista a Rudi Dutschke: (3/12/67)
E così dovremmo fermarci di fronte a questa possibilità storica? Dire “Molliamo tutto, non ce la facciamo, un giorno o l’altro questo mondo finirà. Proprio il contrario invece, possiamo realizzare un mondo come non lo avete mai visto, un mondo che si distingue per non conoscere né guerre né fame e il rinunciare. Io non sono un politico di professione e noi siamo persone che non vogliono che il mondo vada in questo modo. è per questo che abbiamo iniziato a lottare e lotteremo.

MANIFESTAZIONI CONTRO SPRINGER CONLA CANZONE“DISTRUGGETE Ciò CHE VI DISTRUGGE (TON STEINE SCHERBEN).

ENNO SCHWALL: nel 1972 si era creata una situazione di svolta, cioè era successa la prima ondata d’arresti, alcune persone della RAF erano state arrestate. Nonostante ciò non si poteva dire che il concetto fosse fallito. Politicamente non era ancora stabilito per niente se il concetto fosse fallito o meno. Da una parte c’era la riflessione su cosa fare in questa stagnazione temporanea o cesura, dall’altra era tempo di guardarsi indietro, cioè cosa possiamo imparare dalle esperienze che sono state fin ora?

Ci furono diverse riflessioni, dalle quali furono formate le RZ. Da una parte c’era l’internazionalismo, per il qualela RAFha dato l’esempio storico. Questo è il merito storico della RAF di averlo messo all’’ordine del giorno. La seconda cosa era il tentativo di riferirsi alla realtà sociale e il terzo, che era un motivo molto forte nel gruppo nella tradizione della RAF, ma indipendente da essa, era che c’erano molti prigionieri che andavano tirati fuori.

Che XXXXXXX (i prigionieri??) andassero tutelati e che non si potesse permettere che lo stato decidesse da se tartassando le persone.

Il concetto delle RZ era, in contrapposizione con quello della RAF, che si dovessero fare azioni imitabili, che fossero massificabili e che, per così dire, fossero accettabili. Ciò che le RZ e i gruppi facevano, dovevano essere cose che tutti possono fare. Per questo nel concetto iniziale c’era l’invito a “creare due, tre, molte cellule rivoluzionarie”.

Era una strategia importante il non avere patenti di lottarmatisti e non creare nella pratica una gerarchia di forme d’azione, nella quale si presenti l’apice del metodo d’intervento, bensì stare il più possibile nel sociale, diffondersi in questo potenziale dove c’è un movimento di massa che si allarga socialmente ovunque, dove c’è anche un’attesa che ci sia un processo di liberazione, zone liberate ovunque, zone incontrollate, libere dallo stato, dalle quali si possa guardare in che direzione allargarsi. Era inoltre un importante segno distintivo averla.

KLAUS VIEHMANN:  Di base non vogliamo fare una manifestazione nostalgica, bensì pensiamo che la politica e la storia delle RZ sollevano    ancor oggi questioni che in un certo senso sono senza tempo, che loro già nel 1978 formularono come domande alla sinistra. ( Ci ritorneremo dopo). Vorrei chiarire che questo è il nostro interesse e non si tratta di una serata d’aneddoti e neppure di una mostra dei tempi passati.

Vi dobbiamo anche una spiegazione sul perché proprio noi due, Stefan che era nella RAF ed io che ero nel Movimento 2 Giugno, facciamo una conferenza sulle RZ.

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Archivio Primo Moroni il 27 Ottobre

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Guerriglia in Germania: colloquio con un compagno del “movimento 2 giugno”

Intervista a Norbert Kröcher detto Knofo realizzata nel dicembre 2008 da Sergio Rossi sulla Berlino ovest del periodo ’65 – ’75

 (Norbert Kröcher, redattore della rivista FIZZ  della sinistra radicale berlinese, di tendenza anarchica, insieme a Ronald Fritzsch e P.P. Zahl. Tutti confluiti successivamente nel “Movimento 2 giugno”)

Introduzione:

(Benno Ohnesorg, ucciso dalla polizia durante una manifestazione del movimento a Berlino nella Rft contro il macellaio Reza Pahalevi lo Scià iraniano, il 2 giugno 1967 da cui il “movimento 2 giugno” ha preso nome)

A riguardo del Movimento 2 Giugno è importante per prima cosa  dire che quelli che vi sono confluiti  venivano da un milieu (ambiente) completamente diverso da quello della RAF. Noi eravamo in massima parte proletari mentre la Raf era di estrazione piccolo-alto borghese. Il loro era un mondo completamente separato  e per di più le “classificazioni “ sociali erano molto più marcate di allora. Oggi sono solo tra ricchi e poveri , allora erano suddivisioni in classi in senso marxista. Il ceto, la condizione sociale dalla quale uno proveniva giocava un ruolo importante. C’erano i lavoratori, gli impiegati, i commercianti e i bottegai, la piccola e grande borghesia e poi c’eravamo noi ; il proletariato, lo strato infimo della società. Tra noi c’erano anche alcuni sottoproletari che quando noi ci siamo politicizzati, abbiamo iniziato come capelloni, loro sono rimasti a cazzeggiare.  Avevamo capelli lunghi e nessuna voglia di lavorare. Lo facevavamo solo quando era assolutamente necessario. In maggioranza lavori umili presso gli schiavisti: scaricare sacchi di farina dalle navi, trasportar merci in furgoni, portare pietre ecc. In quest’ambiente c’erano sottoproletari che dopo sono diventati alcolizzati o tossici. Gente che una volta  che la sovrastruttura politica gli ha portato via i “Gammler” (capelloni”) è diventata solo  “vagabonda” /”Barbona” (Penner) ed è  decaduta di brutto.

Ancora sulle classi: C’è una disputa del 1970 tra Marcuse e Hans Magnus Enzensberger su come fosse la  società di classi nella RFT, se ci fossero ancora le classi e come fosse strutturata la società. In quell’occasione i due hanno postulato una cosa interessante, cioè che i tradizionali colletti blu si sono trasformati in colletti bianchi. Se uno prima stava in tuta da lavoro al tornio oggi sta in camicia a una fresa computerizzata e  programma il pezzo che deve venire fuori. Ciò ha portato alla scomparsa dell’operaio in tuta blu.

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Guerriglia in Germania: colloquio sulla storia della RAF

                                                                        (il Manifesto 22.05.1975)
                       StefanWisniewski: 

Fummo così terribilmente conseguenti.

Un colloquio sulla storia della RAF

 ID Berlin 2003, TAZ 11/10/97  (tageszeitung, un quotidiano di sinistra berlinese)

Premessa 

A 20 anni dall’’autunno 1977 c’è stato uno spettacolo mediatico mai visto. Su tutti i canali televisivi, con i programmi radio, in inserti speciali ed una serie di giornali di gran nome sono trattati gli avvenimenti concernenti il sequestro Schleyer, i morti di Stammheim e l’azione del GSG9[1] a Mogadiscio. Centinaia di giornalisti e commentatori servono negli ultimi mesi  l’interesse pubblico senza che siano stati  resi noti fatti nuovi.
Nella seguente intervista parla uno che al sequestro Schleyer ci ha partecipato, raccontando quegli avvenimenti del 1977.
Stefan Wisniewski apparteneva al commando RAF Siegfried Hausner. Nel maggio 1978 fu arrestato a Parigi ed estradato in Germania. Nel 1981 fu condannato all’ergastolo per il sequestro e l’assassinio di Schleyer. Non ha rilasciato alcuna dichiarazione alle autorità. Nell’’ottobre 1997 poté rilasciare una libera  intervista a due giornalisti TAZ Petra Groll e Jürgen Gottschlich. Ripubblichiamo sotto forma di libro dato che gli articoli di giornale sono spesso inghiottiti rapidamente dalla frenesia del mercato. Prima di tutto perché il testo era pensato come un contributo di discussione e, in effetti, lo è stato.[2]
Stefan Wisniewski ha acconsentito alla ripubblicazione, nonostante le condizioni dell’intervista    permettessero solo un riferimento limitato al dibattito di allora e assumessero quindi solo un carattere temporaneo.
La discussione è tra i documenti più importanti sugli avvenimenti del 1977. C’e una sostanziale differenza con il tono del contemporaneo dibattito sui mass  media che si distingue per l’assenza di testimonianze scomode dei protagonisti. Così nell’’ assai pompato film d’Erich Breloer “Todesspiel” non è interpellato nessuno dei prigionieri ancora in galera. Ex sinistresi del 68 rimuginano sulla RAF ed ignorano semplicemente che nella prima metà degli anni ’70 molta gente considerava  la lotta armata una possibile  strategia politica. Al contrario delle liquidazioni  complessive e delle  sparate dei sedicenti esperti di terrorismo, Stefan Wisniewski descrive insistente, sobrio, ed autocritico gli sviluppi della sua biografia politica e ci offre uno sguardo sulla RAF di allora.                                             

Fummo così terribilmente conseguenti

L’anno 1977 fu l’anno del confronto tra la RAF e lo stato. Quando avete concentrato tutto il vostro potenziale sulla liberazione dei prigionieri, loro erano dentro  solo da un paio d’ anni (5/7).

 Stefan Wisniewski La prima azione armata della RAF, quasi la sua nascita, fu (ndr il 14 marzo) 1970, con la liberazione di Andreas Baader che aveva pochi anni dietro e davanti a se.(aveva 3 anni   ed era in carcere da 1 ndr). Dopo l’esperienza dei 4/5 anni prima del 1977, abbiamo detto: così non può più andare avanti. Ulrike Meinhof era morta, Holger Meins era morto, Katharina Hammerschmidt era morta ed anche Siegfried Hausner era morto[3].

 Sei stato condannato al massimo della pena per questo paese, all’ergastolo, ed hai scontato quasi 20 anni.

 Ciononostante non mi sono perso la rivoluzione. Col senno d’oggi si deve naturalmente analizzare “il tempo della nostra impazienza.”

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Prossime Presentazioni del libro: “Maelstrom”

Domenica 18 settembre 2011, ore 18.30

CENTRO SOCIALE IPO´

Via del giardino vecchio 1, MARINO (RM)

Presentazione del libro

“MAELSTROM – Scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980”

di SALVATORE RICCIARDI

DeriveApprodi Editore – Sarà presente l´autore

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Sabato 24 settembre

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Religione e lavoro in carcere per “redimere”

LA RELIGIONE.-    Letteradi P. C.

San Vittore, 3 maggio 1971.

…  Uno dei  “cardini”  del trattamento  rieducativo  è  la religione.  Che essa oggi  come  oggi  possa essere considerata  spinta efficace alla rieducazione, è un inganno, soprattutto per come viene intesa l’opera del cappellano nel carcere. Tuttavia, considerata sotto gli  aspetti istituzionali,  terreno  caritativo,  essa  ha ancora  un peso notevole: inoltre è strumentalizzata  quale elemento di repressione  psicologica,  serve a  indurre rassegnazione e invita all’ipocrisia,  in quanto  il  detenuto vede  il  prete  solo come  una  pedina  da  muovere  per  ottenere elemosine  o raccomandazioni. Le “pie dame” e le “ancelle di redenzione” che corrispondono  coi  detenuti  non  fanno  altro  che amplificare e trasportare all’esterno questa condotta ipocrita.    Noi pensiamo che tutto ciò debba essere spazzato via, e che  si  debba  smettere  di  considerare  il  detenuto  come  un deficiente, un peccatore da redimere, un pazzo pericoloso, un povero sciagurato. Sia il rifiuto che l’odio che il paternalismo verso di  noi  vanno  superati,  son  tutti  metodi  errati  di approccio al problema.

Lettera di S. N.

San Vittore, 27 luglio 1971.

Molti non conoscono la funzione del sacerdote nel carcere, che nella realtà è… nulla. Ne ho conosciuto molto bene uno: il cappellano di Volterra. Ha assunto l’ufficio da poco più di un anno,  sostituendo un  suo  collega  deceduto. Conoscete  già il penitenziario di Volterra,  conoscete  la  sua  funzione repressiva,  conoscete  il  suo  comandante  fascista e  il  suo direttore imparentato con un alto papavero della D.C. Subito, don R. venne in cella a farmi visita e la prima impressione fu buona, pensai che forse, col suo aiuto, sarebbe stato possibile incrinare  il  regime  bestiale che esiste  in quel  penitenziario, ma ahimè, dovetti immediatamente cambiare idea. Per un bel pezzo i linciaggi scientifici e a freddo, da parte delle guardie sui detenuti continuarono. Un bel giorno mi decisi a parlargli per  metterlo di  fronte alle  sue  responsabilità:  negò qualsiasi aiuto,  sostenendo  che  in quel  carcere  i  più  escono “pericolosi”,  che  lui,  pur  volendo,  non  avrebbe  potuto intervenire,  anche  perché  la  magistratura  non prendeva  in considerazione denunce che non fossero suffragate da prove.       Feci notare che molti detenuti le prove se le portavano sulle… ossa!  niente,  al  nostro  amico,  prete  di  Volterra,  manca  il coraggio civico di assumersi qualsiasi responsabilità.   Quando vennero deportati a Volterra, i “ribelli” di Torino, e furono pestati tutta la notte in aggiunta alle botte che avevano già  preso  alle carceri  “Nuove”  durante  l’ultima  rivolta,  il “buon pastore” non si fece vedere ed evitò qualsiasi presa di posizione  (secondo il costume  vigente tra i  nostri cappellani che  scompaiono  immediatamente al  primo pericolo di contestazione nel carcere).

LAVORO:  Prima del 1975 così si lavorava in carcere. I detenuti si ribellarono anche contro questa condizione

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La stagione delle rivolte in carcere prosegue nel 1972

8-13 dicembre: MILANO, SAN VITTORE. Mille  detenuti su  milleduecento proclamano  lo  stato di  agitazione alle “lavorazioni”,  si  rifiutano di  obbedire agli  orari  del  carcere, prolungando  a  piacere  la “passeggiata”,  si  riuniscono  in assemblee  di  raggio,  attuano uno  sciopero della  fame  di  un giorno,  presentano  e  ottengono diverse  richieste,  riguardanti sia le condizioni materiali sia la normativa interna  (colloqui, abolizione della censura sulla stampa).

15 dicembre:  REGGIO  CALABRIA,  CARCERE  DI CINQUEFRONDI. Protesta di cinque ore di ventun detenuti contro  i  continui trasferimenti.  L’occasione è  data  dal trasferimento di tre detenuti in carceri lontane, dove verrebbe a  mancare  l’assistenza  legale e dei  familiari.  I  detenuti ammassano  letti,  coperte e  tutte  le  suppellettili  contro  il cancello  all’atrio del  carcere.  I  trasferimenti  rientrano,  con l’impegno  che  non  ce  ne  saranno  altri  preso dalla  procura della repubblica di Palmi.

15 dicembre: CALTANISSETTA, CARCERE MINORILE DI  SAN  CATALDO.  Otto  ragazzi ingoiano per  protesta chiodi, pezzi di vetro, viti e piastrine. Si tratta di un gruppo di “rivoltosi” trasferiti  dal minorile  di Catania, dopo le  ripetute rivolte avvenute in quel carcere. Tra l’altro a Catania era già stata attuata  una  protesta analoga:  settanta  ragazzi  avevano ingoiato  chiodi  e  pezzi  di  ferro per richiamare  l’attenzione sulle condizioni  bestiali in  cui  erano  costretti  a  vivere.  Le carceri per minori sono tremende, e quello che è gravissimo, ma che pochi conoscono, è che l’85 per cento dei reclusi sono figli  di  disoccupati,  o orfani,  che  non  trovano posto presso enti  assistenziali  (buoni  questi!),  oppure  minorati  fisici, “subnormali”, come Fortunato Patti, ragazzo assassinato l’11 dicembre  in una cella  di  rigore  dell’istituto di  Pedara (Catania) e occultato in un bosco vicino.

20 dicembre:  MILANO,  SAN VITTORE.  Il  fascista Casagrande e camerati  sono  severamente  pestati  dai compagni  del  secondo  raggio  e  vengono  trasferiti “precauzionalmente” al carcere di Rho.

25-26 dicembre: MILANO, SAN VITTORE. Sciopero della fame al  secondo  raggio  per  chiedere l’abolizione  del  codice Rocco e la liberazione dei detenuti incarcerati per consumo di droga.

1972

14 gennaio : MILANO, SAN VITTORE. I detenuti del secondo  raggio  rifiutano  i  colloqui  con  la commissione  di psichiatri  e  psicologi  così  come  sono  stati  organizzati  dal direttore C.,  e chiedono  che  siano  ammessi  ad  assistervi  dei compagni esterni, scelti dai detenuti stessi.

20 gennaio: MILANO, SAN VITTORE. Trecento detenuti del terzo  raggio  attuano uno  sciopero della  fame  di ventiquattro ore  per  protesta contro  il  vigente  regolamento carcerario fascista.

20 gennaio: NAPOLI, POGGIOREALE. Tutti i detenuti del padiglione  Genova  si  sono  rifiutati  di  mangiare.  Le rivendicazioni  sono: la  riforma  dei  codici  e  l’amnistia.  A Poggioreale  su 1625 detenuti  (presenti  al  24 gennaio),  817 sono  in  attesa  di  giudizio,  522  aspettano  l’appello,  138  la cassazione, solo 130 sono definitivi. Cioè, se non esistesse il carcere  preventivo,  Poggioreale  sarebbe  vuoto.  Invece è pieno come un uovo (anche venti detenuti per camera, senza gabinetto, di5 metriper 4).

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1971: le rivolte carcerarie da nord a sud “unificano” tutto il paese

«Tot promesse, tot rivolte»

La rivolta in carcere ha unificato il paese. Crollati i luoghi comuni sulle specificità territoriali del carcere, spazzate via le presunte «differenze culturali», ora la lotta è una sola, un unico obiettivo da raggiungere: cambiare radicalmente il carcere, fino alla sua distruzione. Un solo nemico, il governo e l’apparato statale che usano un solo linguaggio: la repressione. La nostra risposta: la rivolta. Il 15 aprile 1969 un telegramma del Ministro di Giustizia, Antonio Gava, indirizzato agli ispettorati perché lo inoltrino alle direzioni delle carceri, disponeva «assoluto divieto rilascio qualsiasi dichiarazione stampa et ogni altro organo informazione da parte personale civile et militare dipendente questa amministrazione». Il governo sceglie quindi ancora una volta la linea dell’isolamento della protesta, ignorandone i motivi. Una settimana dopo la Direzione Generale Degli Istituti Prevenzione e Pena comunicava per telefono all’ispettorato distrettuale di Firenze che «i parlamentari non possono indagare in merito ai recenti episodi di indisciplina». 

…e la rivolta continua…


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