La stagione delle rivolte in carcere prosegue nel 1972

8-13 dicembre: MILANO, SAN VITTORE. Mille  detenuti su  milleduecento proclamano  lo  stato di  agitazione alle “lavorazioni”,  si  rifiutano di  obbedire agli  orari  del  carcere, prolungando  a  piacere  la “passeggiata”,  si  riuniscono  in assemblee  di  raggio,  attuano uno  sciopero della  fame  di  un giorno,  presentano  e  ottengono diverse  richieste,  riguardanti sia le condizioni materiali sia la normativa interna  (colloqui, abolizione della censura sulla stampa).

15 dicembre:  REGGIO  CALABRIA,  CARCERE  DI CINQUEFRONDI. Protesta di cinque ore di ventun detenuti contro  i  continui trasferimenti.  L’occasione è  data  dal trasferimento di tre detenuti in carceri lontane, dove verrebbe a  mancare  l’assistenza  legale e dei  familiari.  I  detenuti ammassano  letti,  coperte e  tutte  le  suppellettili  contro  il cancello  all’atrio del  carcere.  I  trasferimenti  rientrano,  con l’impegno  che  non  ce  ne  saranno  altri  preso dalla  procura della repubblica di Palmi.

15 dicembre: CALTANISSETTA, CARCERE MINORILE DI  SAN  CATALDO.  Otto  ragazzi ingoiano per  protesta chiodi, pezzi di vetro, viti e piastrine. Si tratta di un gruppo di “rivoltosi” trasferiti  dal minorile  di Catania, dopo le  ripetute rivolte avvenute in quel carcere. Tra l’altro a Catania era già stata attuata  una  protesta analoga:  settanta  ragazzi  avevano ingoiato  chiodi  e  pezzi  di  ferro per richiamare  l’attenzione sulle condizioni  bestiali in  cui  erano  costretti  a  vivere.  Le carceri per minori sono tremende, e quello che è gravissimo, ma che pochi conoscono, è che l’85 per cento dei reclusi sono figli  di  disoccupati,  o orfani,  che  non  trovano posto presso enti  assistenziali  (buoni  questi!),  oppure  minorati  fisici, “subnormali”, come Fortunato Patti, ragazzo assassinato l’11 dicembre  in una cella  di  rigore  dell’istituto di  Pedara (Catania) e occultato in un bosco vicino.

20 dicembre:  MILANO,  SAN VITTORE.  Il  fascista Casagrande e camerati  sono  severamente  pestati  dai compagni  del  secondo  raggio  e  vengono  trasferiti “precauzionalmente” al carcere di Rho.

25-26 dicembre: MILANO, SAN VITTORE. Sciopero della fame al  secondo  raggio  per  chiedere l’abolizione  del  codice Rocco e la liberazione dei detenuti incarcerati per consumo di droga.

1972

14 gennaio : MILANO, SAN VITTORE. I detenuti del secondo  raggio  rifiutano  i  colloqui  con  la commissione  di psichiatri  e  psicologi  così  come  sono  stati  organizzati  dal direttore C.,  e chiedono  che  siano  ammessi  ad  assistervi  dei compagni esterni, scelti dai detenuti stessi.

20 gennaio: MILANO, SAN VITTORE. Trecento detenuti del terzo  raggio  attuano uno  sciopero della  fame  di ventiquattro ore  per  protesta contro  il  vigente  regolamento carcerario fascista.

20 gennaio: NAPOLI, POGGIOREALE. Tutti i detenuti del padiglione  Genova  si  sono  rifiutati  di  mangiare.  Le rivendicazioni  sono: la  riforma  dei  codici  e  l’amnistia.  A Poggioreale  su 1625 detenuti  (presenti  al  24 gennaio),  817 sono  in  attesa  di  giudizio,  522  aspettano  l’appello,  138  la cassazione, solo 130 sono definitivi. Cioè, se non esistesse il carcere  preventivo,  Poggioreale  sarebbe  vuoto.  Invece è pieno come un uovo (anche venti detenuti per camera, senza gabinetto, di5 metriper 4).

23 gennaio: ALGHERO, CARCERE MANDAMENTALE. I  detenuti,  al termine  dell’ora  d’aria  si  rifiutano di  farsi chiudere  in  cella,  salgono  sul tetto del  carcere,  al  centro di Alghero,  gridando  slogans  contro  agenti  di  custodia, poliziotti,  e chiedendo  a  gran voce  la  riforma carceraria e l’abolizione del codice Rocco.

23 gennaio: MODICA  (RAGUSA), CARCERI DI PIANO DEL  GESÙ.  I  detenuti  minorenni incendiano  materassi  e coperte  delle loro  celle  per  protestare contro la carcerazione preventiva dei minori.

27 gennaio:  SPOLETO.  Protesta contro  la carcerazione preventiva.

2  febbraio:  MILANO,  SAN VITTORE.  Sciopero della fame articolato nei  vari  raggi  per  ottenere  dal  ministero  il diritto di  riunione e assemblea,  e che a  queste assemblee possano partecipare  giornalisti “esterni”. Nello  stesso giorno la  questura  proibisce al  corteo della  Statale  di  recarsi  a  San Vittore,  sostenendo  che  la “situazione  interna al  carcere èestremamente  tesa ed un sostegno  esterno  la  renderebbe esplosiva”!

3  febbraio:  ANCONA.  Nella  notte  tra  il  3  e  4  febbraio, mentre a causa  delle  scosse  di terremoto  la città  si  va svuotando  rapidamente, e mentre anche le guardie carcerarie si  riversano  sulla  piazza antistante  il  carcere,  i  detenuti vengono lasciati chiusi a chiave nelle celle con la prospettiva di fare la fine del topo! Malgrado le proteste dei detenuti che si dànno alla distruzione di quanto c’è nelle celle, che gettano all’esterno del  carcere  stracci incendiati,  che cercano di sfondare  le  porte  delle celle,  solo nel tardo pomeriggio una parte  di loro viene  trasferita.  Per  gli  altri,  niente,  perché  in altre carceri non c’è più posto!

9  febbraio:  CATANIA,  CARCERE  PER  MINORI.  I detenuti  minorenni  si  ammutinano per  protesta contro l’infame condanna a due loro compagni (A. M. e G. M.): due anni  e  due  mesi  di  reclusione  per  tentato  furto.  In  trenta  si arrampicano  sui tetti,  reclamando a gran voce l’amnistia che Leone non vuole concedere. La polizia e i carabinieri subito circondano  l’edificio,  ma  sono  accolti  da  nutri te  scariche  di tegole e pezzi di cemento rotti con piccone. È la quarta rivolta durissima di questi giovani reclusi, in meno di un anno, oltre a decine di altre proteste.

12-13  marzo:  due  giorni  di lotta  nelle carceri  di  NOTO.  I detenuti nel carcere di Noto si rifiutano di entrare nelle celle dopo le due ore d’aria. Chiedono: abolizione dell’isolamento diurno, libertà  di  riunione  dentro il carcere, amnistia, libertà di  portare  le  loro donne  in  cella,  la  riforma carceraria.  Il giorno dopo i dieci detenuti più attivi che hanno organizzato la  lotta  sono  trasferiti  nelle carceri  di  Siracusa,  Augusta, Caltanissetta e Trapani.

22 marzo: PALERMO. Viene denunciato un fatto accaduto qualche tempo prima: le  guardie, avvertite  da una  spia che i detenuti  dell’Ucciardone  stavano preparando uno sciopero, salgono alla sezione e scaraventano i detenuti giù dalle scale, dove  vengono picchiati  da altri  poliziotti.  Quando viene  il giudice  sono  costretti  dalle  minacce a  dire  di  essersi  feriti cadendo dalle scale.

8-9  aprile:  SAN VITTORE.  I  detenuti  del terzo,  quarto, quinto  raggio  e  del  braccio  femminile  protestano  contro  le centinaia  di trasferimenti  di  sfollamento predisposti  dal ministero degli interni  per far  posto  ai  “politici” arrestati durante la campagna elettorale. Il 9 aprile decine di bandiere rosse  sventolano dai  raggi in  lotta.  Duecento detenuti vengono  trasferiti  all’Asinara,  a  Mamone,  a  Favignana,  a Noto.

9  aprile:  IMPERIA.  Un gruppo di  detenuti  si  rifiuta  di rientrare in cella per protestare contro la censura dei giornali.

14  aprile:  MESSINA.  Rivolta  nel  carcere  per  migliori condizioni di vita. P. L. R. per punizione è legato al letto di contenzione, e poi trasferito con altri.

17 aprile: FORLÌ. Scoppia una rivolta per avere più libertà nel  carcere-scuola.  L’anno prima  i  detenuti  si  erano già ribellati contro il  regolamento e le dure condizioni di lavoro nel carcere.

22-23 maggio: VENEZIA. Un braccio del carcere si rivolta perché  un  loro  compagno,  R.  C.,  è  stato  legato  al letto di contenzione.  I  detenuti  resistono per  due  ore ai lacrimogeni della polizia,  fino a quando il C. viene  slegato e  riportato in cella. Numerosi i trasferimenti punitivi.

24  maggio:  ROMA-REBIBBIA.  Il  reparto giovani  del carcere “modello” è  in  rivolta.  Cinquanta  detenuti  sui tetti, strade  bloccate  dalle  pantere e camionette  della  polizia.  La protesta è contro i sistemi fascisti del direttore e del personale di custodia.

1°  giugno:  NAPOLI,  POGGIOREALE.  Dopo  aver  chiesto inutilmente  di  parlare col  direttore  di  Poggioreale e col procuratore capo V., i detenuti riescono ad uscire dalle celle, dopo  aver  scardinato  i  cancelli,  si  radunano nei  cortili  e salgono  sui tetti.  Gli  agenti  di  custodia,  a cui  giungono  in aiuto trecento poliziotti armati, sparano colpi di pistola contro i  detenuti:  A.  N.  è  ferito  alla  gola  da  una  pallottola ed  è ricoverato in  fin di vita all’ospedale. Altri due detenuti sono colpiti al viso e alle gambe.  Il direttore G. dichiara: “Questo era  un piano preordinato,  la  rivolta covava  da  tempo, vogliono  l’amnistia”.  E  difatti  già  da  te mpo  tra  i  detenuti c’erano state discussioni e scioperi della fame per l’amnistia.   Il  giorno dopo  i  detenuti  si  rifiutano  ancora  di  arrendersi, malgrado  l’intervento  massiccio della  polizia,  che  spara lacrimogeni  e  raffiche  di  mitra contro  i  dimostranti,  e  il tentativo di prenderli per fame e per sete impedendo l’accesso al magazzino dei  viveri.  Intorno al carcere ci  sono centinaia di  proletari  che  gridano  “Amnistia e  libertà”  insieme ai detenuti. Il 3 giugno incomincia la deportazione in massa (più di  cinquecento  trasferimenti).  I  detenuti  si  oppongono  in modo duro  e  organizzato  fino  all’ultimo.  I  colpi  di  mitra, moschetto o pistola  sparati  all’interno del  carcere  sono  stati centinaia.  I  detenuti  di  Santa  Maria  Capua  Vetere organizzano una  protesta  per  solidarietà con  la  lotta  di Poggioreale.

5 giugno:  TORTONA.  Nel  pomeriggio una  quarantina  di detenuti  dopo  l’aria  si  rifiutano di  entrare  in  cella,  per protesta contro il sovraffollamento dei bracci e per la riforma carceraria.

7 giugno:  BERGAMO.  Dopo due  giorni  di  sciopero della fame,  i  detenuti  del  carcere  di  Sant’Agata  si  rifiutano di rientrare  nelle celle  dopo  la  televisione: il  carcere è  posto subito in stato d’assedio. La polizia spara a  raffica, lo stesso direttore  del  carcere  si  fa avanti  contro  i  detenuti  con  la pistola in pugno. La protesta è nata per solidarietà con la lotta di Poggioreale.7 giugno:  ALESSANDRIA.  I  detenuti  del  carcere giudiziario, tutti giovanissimi, sono in lotta già da due giorni. Sul tetto  sventola  uno  striscione:  “Vogliamo  la  riforma carceraria”.  Sui tetti  delle case  vicine ci  sono  centinaia  di carabinieri coi mitra spianati.

9 giugno:  NICOSIA  (Enna).  I  detenuti  scendono  in  lotta: chiedono tra l’altro il  rientro nelle carceri  di Napoli  di  venti detenuti minorenni trasferiti dopo la rivolta di Poggioreale.

9 giugno: CATANIA. Tutti i detenuti della  sezione minori si  barricano nelle  loro  celle impedendo  agli  agenti  di avvicinarsi.  Si temevano  trasferimenti  punitivi.  La  parola d’ordine è: “No ai trasferimenti, sì all’amnistia e alla li bertà”.  La  polizia circonda il carcere e carica i  numerosi  proletari e parenti raccolti attorno alle mura.

9 giugno:  SULMONA.  Molti  detenuti  fanno  lo  sciopero della  fame  in  solidarietà coi  compagni  di  Poggioreale,  per l’amnistia e la riforma dei codici.

11-14 giugno:  TORINO.  Un  centinaio di  detenuti  dopo l’ora d’aria non rientrano in cella e si riuniscono in un cortile (malgrado piova),  rientrano solo con l’assicurazione che una delegazione  sarà  ricevuta  dalla  direzione. Obiettivi: amnistia generale,  riforma  dei  codici,  più  libertà all’interno  (più ore d’aria,  colloqui,  abolizione  della censura,  dei letti  di contenzione,  delle celle  d’isolamento,  paga  sindacale  per  i lavoranti). Qualche giorno dopo alcuni compagni sono pestati a  sangue  dalle  guardie e  trasferiti.  Dopo  la  denuncia,  venti secondini  riceveranno un  avviso di  reato per  “abuso di potere”!13 giugno:  SALERNO.  Sciopero della  fame  in  solidarietà coi compagni di Poggioreale.

8  luglio:  FIRENZE,  LE  MURATE.  Verso  le  ventitré e trenta le guardie con a capo il direttore ed alcuni sottufficiali trascinano  fuori  dalle celle alcuni  detenuti  e  li  pestano  a sangue  nelle celle  di  punizione,  senza alcuna  ragione.  Dopo cinque  giorni  di isolamento, i compagni  vengono trasferiti e denunciati per “rivolta”.

8  luglio:  LUCERA  (Foggia).  I  detenuti  organizzano una protesta per il caldo e la segregazione in cui sono tenuti.

10  luglio:  ROMA-REBIBBIA.  Nuova  protesta  di centocinquanta detenuti del carcere “modello” di Rebibbia. Il giorno dopo quarantacinque detenuti sono massacrati di botte nei sotterranei alla presenza dei due vicedirettori del carcere.  I  detenuti  da  pestare  sono  scelti in base alla lista  nera  dello stesso direttore  del  carcere,  C.,  che  verrà  incriminato,  il  28 luglio,  insieme ai  due  vicedirettori  e a  diverse  guardie  per violenza privata, lesioni, abuso di potere, eccetera.

19 luglio: PIACENZA. I detenuti protestano contro l’attuale sistema carcerario. Vengono domati a raffiche di mitra.

19 luglio: REGGIO EMILIA. Sciopero della fame.

5  agosto:  SULMONA.  Protesta  dei  detenuti  contro  la censura sui programmi radio, T.V., giornali, eccetera.

5 agosto: VOLTERRA.  I detenuti per  sette ore  si  rifiutano di entrare nelle celle e chiedono di parlare con un magistrato.

6  agosto:  VICENZA,  CARCERE  DI  SAN  BIAGIO. Protesta contro  le condizioni igieniche  disastrose  di  questo carcere, costruito nel 1300, umido, sporco, senza luce.8 agosto: VOLTERRA. Per la seconda volta in pochi giorni i  detenuti  del  Mastio di  Volterra  si  rifiutano di  rientrare  in cella e chiedono di  parlare con  il  magistrato.  Richieste: maggior tempo di “aria”, fine della censura, cibo mangiabile, che nessuno venga punito per la protesta.

11  agosto:  MODENA.  Protesta contro  il  regolamento carcerario.

15  agosto:  SASSARI.  I  detenuti  si  rifiutano di  rientrare in cella e  impongono  la  presenza  di  un  magistrato,  al  quale motivano  le  parole  d’ordine collettive  della  lotta:  amnistia, riforma  dei  codici,  migliori  condizioni  di  vita.  Nei  giorni seguenti  dura  repressione,  con  trasferimenti  all’Asinara e cinquanta denunce contro i detenuti.

15  agosto:  CITTANOVA  (Reggio  Calabria).  Protesta contro le “bocche di lupo” ed i vetri opachi alle finestre.

21  agosto:  TRIESTE.  Due  detenuti  di  diciassette anni muoiono bruciati vivi durante la rivolta del carcere. La rivolta è  scoppiata  per  protestare contro  l’uso  continuo del letto di contenzione.  I  detenuti  si  barricano,  danno  fuoco  a  qualche suppellettile. La direzione risponde con centinaia di poliziotti e carabinieri armati. La zona della rivolta viene (come dicono loro)  “circoscritta”, cioè  posta  in  stato d’assedio,  mentre  le fiamme  fanno il loro lavoro,  gli  assedianti  si  guardano bene dall’aprire  vie  di  scampo.  Due  detenuti  così  bruciano vivi:  ragazzi  di  diciassette anni, Giorgio Brosolo e  Ivano Gelaini, quest’ultimo  trasferito qui  per rappresaglia  dalle  Nuove  di Torino. Il giorno dopo la rivolta, il dottor Alessandro Brenci, sostituto procuratore della repubblica di Trieste, annuncia che emetterà ordine di cattura per “concorso in omicidio” contro i detenuti scampati al rogo umano. Così giustizia verrà fatta, e si  dimostrerà che  nelle carceri italiane  se  non  si  viene assassinati si ha comunque buone probabilità di restare dentro per sempre.

26  agosto:  MASSA.  I  detenuti  si  mobilitano  e  danno una severa lezione ai due fascisti appena arrestati, dopo il tentato omicidio nei  confronti  di  un  compagno di  Massa  di  Lotta Continua.  Questa è  una ennesima  dimostrazione  di  come cresce  l’organizzazione e  la coscienza antifascista  dei detenuti.

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