Dalle pagine della rivista AUTONOMIA* rispondono a Negri

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Marzo 1984: La “dissociazione” si espande

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Carcere speciale di Trani, febbraio 1981. Dopo la rivolta

 

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Le “radici” della Fiat- Agnelli e Mussolini

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Dalla crisi dello sviluppo alla critica della scienza

LASER

Il ‘68 è un apice, ma non è certo un episodio: un limite dell’operazione storiografica commemorativa che a trenta anni di distanza ha attraversato quotidiani, riviste e mass-media in genere è che si é tentati  di racchiudere in un anno, l’esperienza di militanza di una generazione. Una generazione che all’inizio del ‘60 a muta profondamente per effetto delle grandi trasformazioni sociali che investono il paese, che comincia a leggere differentemente la politica nazionale dopo gli episodi di Genova del ‘60 e di Piazza Statuto a Torino del ’62,  che legge diversamente la politica internazionale dopo l’esplosione della guerra fredda e la sua affermazione nei vari ambiti del mondo (a Cuba e in Vietnam), che percorre un movimento studentesco (quello del 67-68) ma anche un movimento operaio (quello dell’Autunno Caldo del ’69) e un’infinità di circostanze macro e microconflittuali fino alla metà degli anni ‘70.

Parlare del ‘68 nel ‘98 dovrebbe dunque significare parlare di una ipotesi di trasformazione della società nel conflitto sociale di un decennio circa di lotte e di movimenti. Significa in altri termini legare l’esperienza politica di un movimento con l’esperienza teorica e analitica di singole soggettività, che hanno avuto nel corso di quegli anni una intuizione politica non trascurabile: quella di comprendere che oltre a “tirar pietre”, era importante e vitale costruire un nuovo punto di vista rispetto agli aspetti costitutivi della società (al tempo si sarebbe detto un punto di vista di classe).

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La non neutralità della scienza

di Marcello Cini

1. Gli anni sessanta

Gli anni sessanta sono stati un decennio di cambiamenti profondi a livello internazionale e per la struttura produttiva e sociale del nostro paese. In Italia, il passaggio degli anni sessanta trasforma un paese prevalentemente agricolo, con più del 40% della forza lavoro impiegata in agricoltura, in un paese industriale nel quale l’agricoltura occupa solo il 10% della forza lavoro. Si verifica un cambiamento epocale con la migrazione di una parte consistente della popolazione dal Sud al Nord del paese, con la formazione di una classe di giovani operai meridionali che entrano in fabbrica e che non hanno alcun legame con la tradizionale classe operaia del nord. Prima degli anni ’50 la parte più consistente dei movimenti migratori era rivolta all’estero, mentre dagli anni ’50 in poi verso Nord del paese. Ciò delinea le condizioni per uno straordinario boom economico. La nuova classe operaia nel contatto con la vecchia, che usciva dalla lotta partigiana contro il fascismo, determina una sorta di “miscela esplosiva” dal punto di vista della circolazione delle idee sul socialismo. Si determina infatti  un cambiamento radicale nel “modo di vedere” la costruzione del socialismo. In quegli anni inoltre la crisi dei paesi socialisti risulta ormai evidente e questo non poteva non riflettersi all’interno dei partiti della sinistra. Il panorama internazionale ebbe quindi una profonda influenza sulle riflessioni che in quegli anni si alimentano nella sinistra italiana. Negli anni ’60 inizia la guerra nel Vietnam, ma già dopo la guerra di Corea, il conflitto tra blocco occidentale e orientale diventa più forte. Nel ’49 nasce la nuova Cina di Mao e la formazione di un enorme stato ispirato ai principi del socialismo. In quel decennio cambiano cioè tutti i rapporti di forze all’interno dell’area del “socialismo reale”. Nel ’54 con la sconfitta di Dien Bien Phu  i francesi vengono sostituiti dagli americani nel controllo delle ex colonie dell’Asia centromeridionale concludendo un nuovo conflitto internazionale. Queste situazioni contestuali delineano una crisi all’interno della sinistra. Si cominciano a porre delle domande nuove che fino agli anni ’60, durante gli “anni forti” della guerra fredda, non erano state poste per una sorta di blocco. Il blocco consisteva nella necessità di schierarsi nella contrapposizione tra Est e Ovest e quindi nel dover ingoiare tutto ciò che dal punto di vista della vita e della cultura proveniva dall’una e dall’altra parte. Se non stavi dalla parte degli Americani, e per noi America significava soprattutto imperialismo, dovevi accettare il tipo di vita e di gestione propri del blocco socialista. Stare con l’America significava ovviamente, nel contesto internazionale appoggiare i regimi dittatoriali, corrotti e oppressivi del terzo mondo e in Italia gli strati arretrati della classe dirigente degli anni ’50.

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Lo Stato utilizza mafia e malavita organizzata per colpire i compagni incarcerati

«…Ero in traduzione (trasferimento) a un certo punto, in piena campagna, il furgone si ferma. Dal finestrino vedo che c’è una macchina ferma. Sono in tre. Uno parla con il caposcorta, che non ne doveva sapere un cazzo di quello che stava succedendo e che probabilmente si stava accertando di non commettere qualche irregolarità. Parlottano un po’ e poi questi fa allontanare la scorta, dopo aver aperto le portiere del furgone. Salgono su due, mi chiamano per nome e mi dicono che devono parlarmi. Uno tira fuori un foglio e mi legge la mia posizione giuridica. Finita la lettura mi dice che loro possono fare molto per me… In poche parole mi dicono che possono farmi uscire, organizzandomi un’evasione, fornirmi di documenti vergini e regolari, darmi una buonuscita di un centinaio di milioni e farmi arrivare in un paese tranquillo del Sud America o dell’Africa dove nessuno mi verrà a cercare…. Per avere questo devo semplicemente ammazzare un brigatista. Dopo penseranno a tutto loro. Quando hanno finito li guardo e gli dico che ora che avevano detto le loro cazzate potevano riprendersi la macchina e tornare da dove erano venuti…»

[E. Quadrelli, Andare ai resti, DeriveApprodi, 2004, p. 104]

 

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Università di Roma, marzo 1968

NEL COSTO DEI LIBRI IL PREZZO DEL NAPALM

Il Vietnam è oggi il punto più alto dello scontro in atto nel mondo tra reazione e progresso. I partigiani vietnamiti non combattono solo per se stessi, ma anche per noi: la loro lotta è anche la nostra.

Studente, giovane, lavoratore,

la scuola dei padroni si è sempre rifiutata di affrontare i problemi che condizionano l’avvenire stesso dell’umanità. Il movimento studentesco rifiuta questa impostazione e intende affermare il diritto di tutti gli studenti a dibattere questi temi anche nella scuola.

Per questo promuove per SABATO 23 MARZO ALLE ORE 15, nell’aula magna della città universitaria, un teach-in sul Vietnam, cui ti invita a partecipare.

IL MOVIMENTO STUDENTESCO

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1969 – La lotta contro il caro affitti a Nichelino (To)

1) PERCHE’ LA LOTTA SUGLI AFFITTI

Mentre in tutta Italia gli operai cercano con la lotta di conquistare salari più alti, fuori dalla fabbrica le condizioni di vita dei lavoratori vanno peggiorando. Gli affitti aumentano continuamente, ci vuole sempre più tempo e più spese per recarsi al lavoro, si vive in città-dormitorio senza servizi. Malgrado il rafforzarsi delle lotte operaie i lavoratori, isolati e non organizzati fuori dalla fabbrica, non erano fino ad ora in grado di resistere allo strapotere dei padroni. Ma la lotta sugli affitti iniziata a Nichelino e che si sta sviluppando in molte città d’Italia dimostra che si sta aprendo una nuova fase della lotta: i lavoratori cominciano ad organizzarsi anche fuori della fabbrica per combattere ovunque i padroni, per difendere colla lotta nella città gli aumenti conquistati colle lotte salariali.

2) LA CONDIZIONE OPERAIA A NICHELINO

Nichelino è forse il luogo in cui è più evidente il meccanismo per cui l’operaio è sfruttato non solo dentro la fabbrica, ma anche fuori. La nostra città è solo un dormitorio: dei 15.000 lavoratori di Nichelino, solo 1700 lavorano sul posto. Tutti gli altri devono sobbarcarsi forti spese e perdere in media 2 ore al giorno per andare a lavorare a Torino, a Rivalta, a Carmagnola e altrove. E queste 2 ore sono ore spese per il padrone, ma che il padrone non paga: anzi, è l’operaio che deve pagare. I trasporti pubblici sono insufficienti: c’è una sola linea di filobus, ma certe zone di Nichelino distano anche 3 o 4 km dalla fermata più vicina. Per questo, molti lavoratori sono costretti a comprarsi l’automobile, magari facendo ore e ore di straordinario per poterla pagare: e sono altre centinaia di migliaia di lire che danno alla FIAT, ricomprando a prezzi altissimi il prodotto del proprio lavoro. Per questo alla FIAT conviene che la città rimanga così com’è, un dormitorio operaio senza trasporti. Ci sono a Nichelino soltanto 380 posti asilo per 6.000 bambini da 0 a 6 anni; alle scuole elementari bisogna fare i doppi turni. Non esiste un ospedale, né un ambulatorio INAM. Ma il problema più drammatico è quello dell’affitto, che ruba ai lavoratori, nella maggior parte dei casi, da un terzo alla metà del salario, malgrado che gli operai versino già ogni mese 1000-2000 lire di ritenute GESCAL per l’edilizia popolare. A questo si aggiungono 3000-4000 lire al mese di spese, del tutto ingiustificate e superiori alle spese reali. Anche coloro che hanno comprato la casa, devono adesso spendere fino alla metà del loro salario per pagare un mutuo da strozzini. L’affitto così alto è un furto: solo metà di esso serve infatti a coprire il costo di costruzione della casa. L’altra metà è rubata agli operai dalle speculazioni che i padroni hanno sempre fatto a danni dei lavoratori. Ma ora è giunto il momento di dire BASTA a questo stato di cose.

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Giugno 1969 …dal municipio occupato di Nichelino partono per Hanoi telegrammi di plauso per la costituzione del governo rivoluzionario provvisorio del Sud Vietnam…

  Tratto da: “Torino 1969 – Il giorno più lungo, la rivolta di Corso Traiano” di Diego Giachetti, Bfs Edizioni

 «L’emblematica lotta dei comitati inquilini di Nichelino, che si svolge contemporaneamente a quella in corso alla Fiat, rompe l’isolamento forzato delle lotte operaie dentro i cancelli, quel “cordone sanitario” che i mezzi di comunicazione borghesi creano intorno ai muri degli stabilimenti…»
Sul finire degli anni Sessanta, Torino e i comuni della cintura hanno una trasformazione profonda. Aspirati dal possente respiro di quel polmone in espansione produttiva che è la Fiat, migliaia di operai provenienti dalle regioni meridionali hanno raggiunto la città e i comuni limitrofi. Altri sempre meridionali emigrati in Germania e in altre nazioni dell’Europa del Nord, hanno colto l’opportunità di avvicinarsi un poco di più alla famiglia che hanno lasciato al Sud, e si sono trasferiti a Torino, dove il lavoro non manca. La grande impresa Fiat, ma anche tantissime fabbriche dell’indotto e le imprese edili, dopo aver ormai prosciugato da anni il bacino di manodopera costituito dai contadini delle province piemontesi e dagli immigrati veneti, hanno ancora bisogno di nuova forza lavoro. Si comincia quindi ad attingere abbondantemente nel meridione tra popolazioni abituate fin dal secolo precedente a emigrare in cerca di un lavoro. Questa volta però non si va in Svizzera, Belgio, Francia o, oltreoceano: si va al Nord, o in continente per gli abitanti delle isole.

Più del 50% degli immigrati che vivono a Torino sono di origine meridionale e sono soprattutto giovani; il 37 % ha un’età compresa tra i 15 e i 24 anni. Vengono dalla Sicilia (16,4%), dalla Puglia (15,5%), dalla Calabria (7%), dalla Campania (6,6%), dalla Sardegna (4%), dalla Basilicata (3,7%).

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