Lo Stato utilizza mafia e malavita organizzata per colpire i compagni incarcerati

«…Ero in traduzione (trasferimento) a un certo punto, in piena campagna, il furgone si ferma. Dal finestrino vedo che c’è una macchina ferma. Sono in tre. Uno parla con il caposcorta, che non ne doveva sapere un cazzo di quello che stava succedendo e che probabilmente si stava accertando di non commettere qualche irregolarità. Parlottano un po’ e poi questi fa allontanare la scorta, dopo aver aperto le portiere del furgone. Salgono su due, mi chiamano per nome e mi dicono che devono parlarmi. Uno tira fuori un foglio e mi legge la mia posizione giuridica. Finita la lettura mi dice che loro possono fare molto per me… In poche parole mi dicono che possono farmi uscire, organizzandomi un’evasione, fornirmi di documenti vergini e regolari, darmi una buonuscita di un centinaio di milioni e farmi arrivare in un paese tranquillo del Sud America o dell’Africa dove nessuno mi verrà a cercare…. Per avere questo devo semplicemente ammazzare un brigatista. Dopo penseranno a tutto loro. Quando hanno finito li guardo e gli dico che ora che avevano detto le loro cazzate potevano riprendersi la macchina e tornare da dove erano venuti…»

[E. Quadrelli, Andare ai resti, DeriveApprodi, 2004, p. 104]

 

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