La non neutralità della scienza

di Marcello Cini

1. Gli anni sessanta

Gli anni sessanta sono stati un decennio di cambiamenti profondi a livello internazionale e per la struttura produttiva e sociale del nostro paese. In Italia, il passaggio degli anni sessanta trasforma un paese prevalentemente agricolo, con più del 40% della forza lavoro impiegata in agricoltura, in un paese industriale nel quale l’agricoltura occupa solo il 10% della forza lavoro. Si verifica un cambiamento epocale con la migrazione di una parte consistente della popolazione dal Sud al Nord del paese, con la formazione di una classe di giovani operai meridionali che entrano in fabbrica e che non hanno alcun legame con la tradizionale classe operaia del nord. Prima degli anni ’50 la parte più consistente dei movimenti migratori era rivolta all’estero, mentre dagli anni ’50 in poi verso Nord del paese. Ciò delinea le condizioni per uno straordinario boom economico. La nuova classe operaia nel contatto con la vecchia, che usciva dalla lotta partigiana contro il fascismo, determina una sorta di “miscela esplosiva” dal punto di vista della circolazione delle idee sul socialismo. Si determina infatti  un cambiamento radicale nel “modo di vedere” la costruzione del socialismo. In quegli anni inoltre la crisi dei paesi socialisti risulta ormai evidente e questo non poteva non riflettersi all’interno dei partiti della sinistra. Il panorama internazionale ebbe quindi una profonda influenza sulle riflessioni che in quegli anni si alimentano nella sinistra italiana. Negli anni ’60 inizia la guerra nel Vietnam, ma già dopo la guerra di Corea, il conflitto tra blocco occidentale e orientale diventa più forte. Nel ’49 nasce la nuova Cina di Mao e la formazione di un enorme stato ispirato ai principi del socialismo. In quel decennio cambiano cioè tutti i rapporti di forze all’interno dell’area del “socialismo reale”. Nel ’54 con la sconfitta di Dien Bien Phu  i francesi vengono sostituiti dagli americani nel controllo delle ex colonie dell’Asia centromeridionale concludendo un nuovo conflitto internazionale. Queste situazioni contestuali delineano una crisi all’interno della sinistra. Si cominciano a porre delle domande nuove che fino agli anni ’60, durante gli “anni forti” della guerra fredda, non erano state poste per una sorta di blocco. Il blocco consisteva nella necessità di schierarsi nella contrapposizione tra Est e Ovest e quindi nel dover ingoiare tutto ciò che dal punto di vista della vita e della cultura proveniva dall’una e dall’altra parte. Se non stavi dalla parte degli Americani, e per noi America significava soprattutto imperialismo, dovevi accettare il tipo di vita e di gestione propri del blocco socialista. Stare con l’America significava ovviamente, nel contesto internazionale appoggiare i regimi dittatoriali, corrotti e oppressivi del terzo mondo e in Italia gli strati arretrati della classe dirigente degli anni ’50.

Nei primi anni ’60 ci fu un mutamento significativo anche all’interno della classe dirigente: ad esempio in quel periodo si tenne un convegno della Democrazia Cristiana (e quindi nella classe dirigente) sulle politiche della ricerca scientifica. Si inizia a parlare della ricerca scientifica come qualcosa che poteva essere anche utile. L’inizio degli anni ’60 è anche un periodo di scontro forte sulla questione della  nazionalizzazione dell’energia elettrica. Cambia quindi con la modernizzazione delle strutture e dei processi capitalistici anche la borghesia italiana.

2. L’idea di socialismo e lo sviluppo della scienza

Negli anni ’50 la sinistra era stata (e parlo di sinistra perché il PCI e il PSI fino alla costituzione del centro sinistra avevano sviluppato un indirizzo comune sui grandi temi della politica) artefice di battaglie molto importanti nella difesa dei lavoratori e nella conquista dei diritti civili. Aveva inoltre avanzato richieste di modernizzazione, intese come richieste di sviluppo produttivo e sviluppo della ricerca. La scienza e la tecnologia erano visti come elementi fondamentali di sviluppo e di avanzata nella “via italiana al socialismo”. La maggior parte degli intellettuali del PCI, a parte qualche “crisi di coscienza” per quanto accadeva in Unione Sovietica (il ’56 con le denunce dei crimini di Stalin da parte di Kruscev e i fatti di Ungheria), era convinta che la politica del partito dovesse essere finalizzata ad abbattere le vecchie strutture di potere. Il PCI doveva cioè svolgere una battaglia per l’allargamento della democrazia. Ricordiamoci infatti che la costituzione non aveva trovato per circa quindici anni applicazione nei fatti in alcuni suoi aspetti fondamentali: non c’era la Corte Costituzionale, non era realizzata la costituzione delle regioni e la scuola non aveva ancora ricevuto alcuna riforma. Tutta una serie di battaglie fu quindi intrapresa per portare il paese allo status di nazione moderna, con una classe operaia moderna, in cui lo sviluppo della forze produttive avrebbe condotto, anche se non automaticamente, alla nazionalizzazione prima e alla socializzazione poi dei mezzi di produzione. Si pensava cioè alla costituzione di uno stato socialista che al tempo stesso desse delle garanzie democratiche e in cui gradatamente fosse abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione.

Negli anni ’60 questa concezione entra in crisi. Fino ad allora ad esempio avevamo pensato che lo sviluppo della scienza e della tecnologia si sarebbe potuto realizzare solo in un regime socialista, perché nella fase monopolistica del capitalismo lo sviluppo della scienza e della tecnologia si realizzava solo in determinati settori quali quello militare, quelli determinanti nella lotta per il potere e quelli spendibili nel mercato capitalistico. Nel 1960 sono andato negli USA dopo aver superato le barriere poste dal consolato americano alla concessione del visto agli scienziati dichiaratamente comunisti. Il mio grande stupore fu di scoprire che gli Stati Uniti erano effettivamente il “paradiso” della scienza. Nel 1959 ero stato invece per la prima volta in Unione Sovietica e avevo osservato con chiarezza i problemi di carattere politico e i processi di centralizzazione e repressione propri della burocrazia sovietica. L’Unione Sovietica oltre ad essere un regime burocratico e oppressivo, correva dietro “con la lingua fuori” ai paesi capitalistici. Univa quindi due difetti: quello di una struttura centralizzata e burocratica e quello di “scimmiottare” gli obiettivi produttivi della cittadella più avanzata del capitalismo.

Da questo confronto scoprii quindi che il sistema capitalistico aveva tutto l’interesse a favorire lo sviluppo della scienza e della tecnologia piuttosto che ostacolarlo. Da qui nasce, insieme ad altri elementi, l’idea che lo sviluppo della scienza e della tecnologia non entra in conflitto con gli interessi del capitale ma anzi è nell’interesse del capitale svilupparle. Non è più quindi sufficiente pensare esclusivamente di “correggere le distorsioni” dello sviluppo scientifico e tecnologico.

Il capitalismo era certamente un alternarsi di crisi ricorrenti (politiche come quella del’40, economiche come quella del ’29) e di guerre. Le lotte della sinistra di allora erano fondate sulle difficoltà evidenti del capitalismo di sviluppare le forze produttive; all’interno ciò conduceva all’oppressione della classe operaia; all’esterno ad una oppressione dei popoli coloniali. Questo quadro del capitalismo era vero, ma lo sviluppo della scienza e della tecnica non poteva più essere considerato un “grimaldello” per far saltare i rapporti sociali capitalistici. Al contrario il rischio evidente era quello di rafforzarli e fornire al capitale le “valvole di sfogo” e i mezzi per una possibile crescita.

In un articolo del 1965 scrivevo:

“Non è certo una novità  l’affermazione che l’invenzione di sempre nuovi beni di consumo durevoli e la loro rapida obsolescenza, artificiosamente provocata, siano uno dei meccanismi fondamentali dell’espansione e della stabilità del sistema capitalistico moderno. Quello che si vuole sottolineare è che lo sviluppo della ricerca, sviluppo che per effetto di un crescente processo di concentrazione e di divisione del lavoro a livello internazionale tende oggi a localizzarsi essenzialmente negli Stati Uniti, sembra essere determinato assai più dalle esigenze strutturali della società capitalistica che dalla spinta al soddisfacimento delle aspirazioni umane al benessere, all’uguaglianza e alla libertà. E’ chiaro, per esempio, che gli uomini non hanno bisogno di un elicottero a testa: è la società capitalistica che ad un certo momento del suo sviluppo può avere bisogno di creare nei suoi membri la necessità di avere un elicottero a testa.”[1]

Allora pensavo all’elicottero ma poi scrissi le stesse cose del computer. Pervenni quindi alla domanda sul ruolo che la scienza svolge nella società capitalistica e nella società socialista, che allora pensavamo non fosse quel disastro che poi si è rivelato.

3. La critica della scienza e il ‘68

Il ’68 che cosa è stato quindi se non l’ultimo tentativo per cercare una via al socialismo diversa rispetto  a quella fino ad allora tracciata? E’ stato al tempo stesso una ribellione al sistema capitalistico nelle sue varie forme di sfruttamento, di  colonialismo, di instabilità, di disuguaglianze e una ribellione contro l’unico socialismo che era stato costruito e che sembrava non realizzare nulla delle promesse e delle prospettive di socialismo. Questo sentire si è sviluppato nel corso degli anni sessanta ed è esploso poi nel ’68. Non a caso è stato preceduto nel ’66 dalla rivolta di Berkeley, nel ’64 ci fu il Vietnam, nel ’66 a Roma l’occupazione per la morte di Paolo Rossi. Certo negli anni sessanta si consolidano anche parole come “sviluppista” ma al tempo stesso si apre la strada alla concezione di una società nuova, che non fosse né quella malata del capitalismo, né quella malata del socialismo reale.

All’interno di questa aspirazione la critica alla scienza è stata fondamentale. Tuttavia la valutazione sbagliata era pensare di poter costruire sui modelli culturali di allora una società diversa, fondata su una produzione diversa, molto più egualitaria rispetto al consumismo e quindi rispetto al tipo di produzione e di consumi che invece contraddistinguono la società capitalistica. Il nodo che ci ponevamo allora era se la scienza è la stessa in una società che ha per obiettivo di crescere in un certo modo, di organizzarsi in un certo modo, di salvaguardare certi bisogni piuttosto che altri (la salute, l’istruzione, la realizzazione del tempo libero). La risposta fu che la scienza e la tecnologia non possono essere le stesse in due paesi che hanno obiettivi sociali, ideali e materiali differenti. Queste idee che sviluppai sul ruolo della scienza e le valutazioni conseguenti dell’esperienza del socialismo reale mi misero in urto con il Partito Comunista per lunghi anni finché fui cacciato nel 1969 con gli altri de “Il Manifesto”.

Cosa rimane e cosa ci ha insegnato il ’68? Qual è “eredità positiva” di quegli anni? Qual è il mutamento radicale nel modo di pensare e di vivere in quegli anni? Penso ad esempio all’ambientalismo. Nessuno si è mai sognato di fare dell’ambientalismo prima di allora. Ambientalismo cambiando gli obiettivi produttivi del capitalismo e del mercato, cercando di modificarlo dall’interno, senza pensare di costruire utopisticamente una società altra. Siamo in questa società e tentiamo di farla funzionare meglio. Le tematiche dell’ambiente e della salute hanno condotto alle lotte in fabbrica per la salute dei lavoratori e nei territori per la salute pubblica. Queste battaglie esprimono il riconoscimento di quanto sia distruttiva la produzione per la produzione, il mercato per il mercato.

L’altra eredità positiva è stata l’analisi della capacità di sviluppo della scienza nella società capitalistica. Sto pensando all’enorme sviluppo dell’informatica. La rivoluzione informatica negli ultimi anni ha trasformato il mondo. Devo dire che già nel ’68 scrivevamo (come ad esempio in una relazione dell’Istituto Gramsci scritta in un convegno del ’68 e pubblicata in atti dal CESPE) che il computer, e più in generale i mezzi informatici avrebbero salvato il capitalismo così come l’automobile lo aveva salvato nei primi del ‘900. Oggi non si può pensare ad un capitalismo senza informatica. Lo sviluppo e le contraddizioni del capitalismo (terremoti dei mercati valutari, finanziarizzazione dell’economia, globalizzazione) passano oggi attraverso l’uso dei mezzi informatici e non è facile individuare i centri di dominio in un mondo in cui la velocità di propagazione è elevatissima. Alcune delle previsioni nostre (e di Marx ovviamente) sulla riduzione a merce dell’intera gamma di prodotti del lavoro dell’uomo è proprio ciò che oggi stiamo constatando.

Concludo dicendo che dobbiamo imparare che la conoscenza scientifica è sicuramente non neutrale, ma non è comunque un’invenzione capitalistica. I velleitarismi e i tentativi di “cortocircuitare”, cioè il pensare di sviluppare una lotta contro certe forme che hanno un’oggettività sociale (anche le leggi dell’economia capitalistica non saranno degli universali naturali, ma occorre comunque conoscerle per poter poi indirizzare le cose da una parte o dall’altra) non hanno alcun senso. Se mi permettete una piccola battuta che ho fatto ad un convegno di Rifondazione Comunista, è inutile tassare i BOT e cercare di portare avanti la bandiera della tassazione dei BOT. Ciampi ha ottenuto molto di più riducendo l’inflazione all’1.7% di quello che non avrebbe ottenuto Bertinotti tassando i BOT. Certe leggi bisogna conoscerle ed imparare ad usarle per ottenere certi fini. La scienza non è neutrale, ma al tempo stesso è una cosa seria, e la tecnologia lo stesso. Se si hanno degli obiettivi giusti per trasformare la società in un modo o nell’altro, bisogna imparare le leggi che regolano il funzionamento della società, senza tentare di “cortocircuitarle”.

[1] Da “Il satellite e la luna” in “L’Ape e l’architetto”, AAVV, Feltrinelli, Milano 1976

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