In Cile nel 40esimo del Golpe, è scontro sulla memoria, è scontro nelle piazze

La memoria è un terreno di scontro tra i diversi aggregati sociali e culturali.

È terreno di scontro tra le classi, dunque! È uno dei principali terreni di scontro. La memoria NON può essere condivisa. Soprattutto quando si tratta di memoria di un conflitto aspro, feroce, di un conflitto classe contro classe, l’una per rivoluzionare la società in senso più egualitario e l’altra per difendere le proprie proprietà, i propri privilegi.

Cile-1Ne abbiamo avuta un’ennesima prova ieri, 11 settembre 2013 in Cile nel 40esimo anniversario del golpe effettuato dai generali fascisti.

Ieri il presidente cileno Sebastian Piñera, ha detto:

«Il governo dell’Unidad Popular – quello di Allenderuppe lo stato di diritto del nostro paese», e lo ha detto davanti al palazzo della Moneda, che 40 anni fa bruciava per i bombardamenti dei generali fascisti golpisti al servizio delle classi proprietarie e dell’imperialismo.

Che non sia possibile una memoria unitaria in Cile lo ha riconosciuto la figlia di Salvador Allende, la senatrice Maria Isabel: il fatto che la classe politica abbia dovuto rinunciare a fare un’unica commemorazione, dimostra che «in Cile le ferite non si sono ancora rimarginate».

In parlamento, la sinistra ha presentato una mozione affinché l’organo legislativo facesse un’autocritica per la famosa lettera con cui il 22 agosto ’73 parte dei deputati della Camera cilena diffuse un appello dove si denunciava «il grave deterioramento dell’ordine democratico» perpetrato dal governo di Allende e chiedeva alle Forze Armate di «porre immediatamente fine a tutte queste situazioni». Una sorta di legittimazione del golpe offerto ai generali da una metà del Parlamento che rappresentava realmente una buona metà del paese (la borghesia, le classi proprietarie, gli imprenditori, burocrati di stato, ecc).Rogo libri cile

[i golpisti bruciano i libri marxisti]

Il ricordare è scontroanche in piazza:

Ancora scontri a Santiago del Cile l’11 settembre in occasione del quarantesimo anniversario del golpe. I motivi di questi scontri sono tanti e tutti fanno capo al fatto che il Cile “democratico” non ha cambiato nulla nella sostanza dal Cile di Pinochet. 68 persone sono state arrestate dalla polizia.

A Santiago e nelle principali città tante iniziative per ricordare il golpe che portò alla fine del governo di Salvador Allende e al suicidio del presidente socialista: 7 licei occupati dagli studenti e Villa Francia, tra i luoghi più segnati dalla dittatura, si è svegliata con palloncini neri sugli alberi in segno di lutto.

Barricate, autobus incendiati e qualche sparo disperso hanno segnato ieri notte la vigilia del 40/mo anniversario del golpe militare del 1973 in Cile, dove le forze dell’ordine sono in stato di massima allerta in vista di una giornata che sarà segnata da manifestazioni nelle principali città del paese.

Cile-0 Il responsabile della polizia di Santiago, Rodolfo Pacheco, ha informato che un autobus è stato incendiato nel quartiere residenziale di Providencia e «in alcuni punti della città si sono registrati scontri e barricate», avvertendo che «per la strada si vedono molti giovani, alcuni minorenni, che si concentrano negli angoli delle strade».

Da parte sua, il ministro dell’Interno, Andrés

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Chadwick, ha annunciato che sono state adottate misure di sicurezza straordinarie per il timore che «gruppi terroristi» approfittino delle manifestazioni convocate per oggi per causare disordini nella capitale e in altre città come Valparaiso (120 km all’ovest di Santiago).

Sul Golpe cileno vedi anche  qui,  e  qui,  

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Riflessioni a 40 anni dall’11 settembre 1973: il golpe fascista in Cile

In questi giorni in Cile:

Santiago del Cile 5 sett.– 80.000 studenti cileni hanno manifestato la settimana prima della ricorrenza del golpe fascista, per chiedere la riforma del sistema educativo che è ancora quello istituito dalla dittatura di Augusto Pinochet. I manifestanti urlavano per “la fine dell’educazione del tiranno”. Agli studenti si sono uniti professori, operai, pensionati. I manifestanti si sono dati appuntamento a Plaza Italia. Dopo dopo la partenza del corteo la polizia ha attaccato. Il comportamento della polizia, e gli interventi dei rappresentanti dei movimenti presenti in piazza hanno messo in luce un paese caratterizzato da profonde disuguaglianze sociali, e che solo da poco ha iniziato a fare i conti con il suo recente passato”, ma solo a parole, per ora!
Santiago del Cile 8 sett- Più di 30 mila persone hanno attraversato Santiago del Cile in una manifestazione per ricordare le vittime del golpe militare di 40 anni fa, marcia conclusa nel Cimitero Generale della città, dove riposa il presidente Salvador Allende. Il ricordo di Allende, che secondo la versione ufficiale è morto suicida il giorno del golpe, l’11 settembre del ’73, è stato al centro degli slogan e di molti dei murales che sono stati dipinti in nove punti diversi del percorso della marcia. (ANSA)
Santiago del Cile 8 sett- L’attacco di un gruppo di antagonisti ad una banca nel centro di Santiago ha scatenato ieri nuovi incidenti durante la manifestazione per commemorare le vittime del colpo di Stato perpetrato dal generale Augusto Pinochet, l’11 settembre del 1943. Dopo un primo intervento per controllare il fuoco scatenato nella banca dagli antagonisti, le forze di polizia hanno continuato ad infierire sul corteo, composto in realtà dalle più diverse realtà della sinistra cilena.

cile_1Sul golpe vedi i precedenti Post qui e qui

Riporto una pagina scritta sul libro Maelstrom, di riflessioni sul golpe in Cile, perché, secondo me, è una riflessione utile oggi.

Le riflessioni sul golpe in Cile – Il golpe in Cile provocò un grosso dibattito nel movimento [in quel 1973]. Il Cile era un paese simile all’Italia, di antica tradizione democratica, con le forze armate da secoli lealiste e una società civile articolata. La divisione in classi era l’elemento che sfuggiva ai più, anche ai compagni.

In molti settori di movimento si metteva in risalto il ruolo dell’imperialismo statunitense, a tal punto da far velo alla lotta tra le classi e al loro antagonismo oggettivo di fronte a un progetto di trasformazione sociale. Può sembrare strano che dei comunisti dimentichino l’esistenza delle classi, eppure succede quando si attribuisce eccessivo potere alla potenza egemone del sistema imperialista, in quel caso gli Usa, dimenticando che l’imperialismo è un sistema economico-politico alla cui base ci sono, appunto, le classi sociali.

Contro la trasformazione sociale proposta da Unidad popular si scagliarono le classi sociali abbienti per schiacciare quel timido tentativo di potere popolare che si articolava intorno ai «cordones». Si accese una lotta di classe dura e violenta; le classi proprietarie, dopo aver deteriorato la situazione economica cilena, in combutta con le multinazionali statunitensi misero fine, con un massacro, al tentativo di Unidad popular. Non bisogna dimenticare i «cacerolazos» delle signore della buona borghesia cilena, il boicottaggio dei professionisti e delle banche, lo sciopero dei padroncini degli automezzi contro le nazionalizzazioni.

La confusione su popoli, classi e imperialismo è rimasta fino a oggi. Era invece diventata consapevolezza unanime l’impossibilità della via pacifica, elettorale, al socialismo.

La sua sorte [di Allende] testimonia tragicamente che la ragione contro la forza è vana. Unire, nella lotta proletaria, forza e ragione…[«Lotta continua», 13 settembre 1973].

Paradossalmente, anche il Pci si trovò d’accordo nel ritenere non decisiva la via elettorale, Enrico Berlinguer lo scrisse su «Rinascita»:

La spaccatura in due del paese non solo non sarebbe utile, ma sarebbe fatale. Di qui la necessità di un grande «compromesso storico», di una nuova intesa tra le forze fondamentali del movimento popolare italiano.

Dalla tragedia cilena capimmo le gravi responsabilità dei partiti riformisti che, non avendo dato fiducia alle masse proletarie che chiedevano armi per difendere quel percorso di trasformazione sociale, riposero fiducia nelle istituzioni rendendosi responsabili del massacro. Gli slogan chiarivano il nostro pensiero: «Cile, Cile, mai più senza fucile!».

Il movimento si mobilitò in appoggio alla Resistenza armata del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (Mir), con aiuti alla Resistenza ma anche con numerose azioni contro le multinazionali compromesse con il Golpe, come l’International Telephone and Telegraph (Itt). Il 6 ottobre ’74, il mese in cui fu ucciso Manuel Rodriguez, dirigente del Mir, venne distrutto il magazzino dei prodotti finiti della Face Standard di proprietà dell’Itt, la multinazionale statunitense delle telecomunicazioni. L’azione venne rivendicata dall’Autonomia milanese.

La direzione delle Fs il 7 novembre ’73 rispondeva con la repressione alle mobilitazioni dei ferrovieri negli impianti ferroviari che lanciavano la sottoscrizione «armi al Mir»:

cile_3Per impedire «la propaganda politica mediante l’affissione di manifesti o giornali, soprattutto di gruppi extraparlamentari, a rimuovere le affissioni e individuare i responsabili, eventualmente con l’ausilio della Polfer».

[da Maelstrom, Derive Approdi 2011 Pag. 322 seg.]

La presenza e le responsabilità degli Usa, per mezzo dei servizi, nel golpe cileno sono chiare, così come in altri scenari mondiali. Tuttavia questa presenza fa spesso dimenticare che, alla base dei conflitti acuti che determinano percorsi di rivoluzione e controrivoluzione, ci sono le classi sociali, tra cui, quelle possidenti che difendono con le unghie e con i denti i propri interessi, quando questi vengono messi in discussioni. È strano che tra compagne e compagni si dimentichi l’importante pagine del più forte e organizzato movimento operaio del secolo scorso quello in Germania nel primo dopoguerra. Non ci fu nessun intervento straniero in quegli anni Venti e Trenta, il movimento operaio rivoluzionario tentò con tutti i mezzi di conquistare il potere. Dall’altra parte, i capitalisti con la grande borghesia e il ceto medio sono stati capaci, utilizzando i corrotti vertici socialdemocratici (che già avevano appoggiato il capitale con l’adesione alla guerra), in un primo tempo di frenare e ostacolare il percorso rivoluzionario per poi scatenare, col nazismo, il più feroce massacro fisico e politico del movimento operaio organizzato.

Occhio alle classi. Spesso il nemico non è lontano…   il nemico principale si trova nel proprio paese! (Karl Liebneckt)

Sulla fallita rivoluzione tedesca del 1918-19 vedi qui, qui, qui e qui

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Ancora un pestaggio in una “cella di sicurezza”!

È avvenuto il 21 agosto nella cella di sicurezza dell’ufficio di polizia di frontiera dell’aeroporto di Fiumicino

Pol-1Un uomo algerino, Abdelhak Halilat, è stato arrestato dalla Polaria, il corpo di polizia incaricato della “sicurezza” – (ma sicurezza di chi? Non certo degli immigrati!) nell’aeroporto, per aver cercato di entrare nel territorio italiano senza avere i permessi necessari.

Il pestaggio, del tutto gratuito, è stato filmato dalla telecamera posta sul soffitto della cella di sicurezza, e ha permesso al Gip di incriminare i due finanzieri responsabili G.C. e L.F. e sospenderli dal servizio per due mesi.

Secondo quanto ricostruito dalla procura, G.C., appena entrato nella cella e senza dire una parola, si è scagliato contro l’uomo algerino colpendolo con schiaffi, pugni e calci fino a provocargli una frattura delle ossa nasali ed ecchimosi vari sul corpo.  L.F., ha assistito alla scena impassibile, senza muovere un dito. Come se nulla fosse, poi, i due sono usciti dalla camera di sicurezza. G.C. e L.F. sono accusati di concorso nel reato di abuso di autorità contro chi è arrestato e detenuto e in quello di lesioni personali aggravate dalla premeditazione, dalla crudeltà e dai motivi abietti e futili da ricondursi alla frustrazione per non essere riusciti a bloccare l’algerino sulla pista dell’aeroporto, “impresa” poi riuscita, invece, al personale della Polaria.

Le motivazioni del Gip che ha applicato la misura interdittiva della sospensione, «i fatti in esame risultano di rilevante gravità e danno conto di personalità violente e prevaricatorie». polariaAl di là della loro incensuratezza e dei loro curriculum, i due finanzieri, mostrando «spregio per la divisa che indossavano», hanno approfittato vilmente «della sproporzionata differenza della loro condizione rispetto alla vittima, assolutamente indifferenti al loro ruolo di tutori dell’ordine pubblico rivestito».

Fonte: Agi, 6 settembre 2013
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6 settembre 1966: morte di un razzista!

Martedì 6 settembre 1966, Città del Capo. In Sud Africa inizia la primavera. Alle sette meno un quarto Demitrios Tsafendas, detto Mimis è già al suo posto nella portineria del Parlamento, con un’ora d’anticipo, il suo lavoro è quello di “messo parlamentare” dal primo di agosto. Oggi alle due, il primo ministro, Verwoerd deve fare una relazione sulla politica in internazionale.

museo-dellapartheid-di-johannesburg_31515Mimis va in centro e acquista un pugnale, poi ne acquista un altro più grande e li nasconde sotto la giacca. Alle due meno dieci il primo ministro entra in Parlamento e si siede nei banchi del governo. Dimitrios gli si avvicina, la sua divisa fa pensare a tutti che debba consegnargli un messaggio, estrae il pugnale e lo affonda tre volte nel tronco di Verwoerd. Mimis viene assalito da molte persone, immobilizzato e colpito da calci e pugni.

museo-dellapartheid-di-johannesburg_31516Hendrik Verwoerd, uno dei più convinti assertori dell’apartheid in Sud Africa. Definito l’architetto dell’apartheid. Dal 1937 è dirigente del Nazional Party e direttore del quotidiano del partito Die Transvaler, sostenitore della politica più tradizionalista, della discriminazione razziale e dell’integralismo cristiano. È convinto che gli afrikaner bianchi (olandesi invasori colonialisti) non debbano mischiarsi con i nativi. Nel 1950 è stato ministro degli “Affari dei nativi”, ossia un dittatore dei neri. Dal 1958 primo ministro sudafricano fino a quel 6 settembre 1966. Un bieco fascista!

sharpeville(1)Il regime dell’Apartheid era stato instaurato a partire dal 1948 a seguito della vittoria elettorale (ma i neri non votavano) del National Party, e via via inasprito da Verwoerd nel 1958 nonostante le proteste della popolazione nera. Proteste cui la polizia razzista aveva risposto con le stragi. Come quella che va sotto il nome di massacro di Sharpeville, nel periodo di massima intensità delle proteste popolari, il 21 marzo 1960, contro la politica dell’apartheid. C’erano circa 7.000 persone a Sharpeville, pacifiche e disarmate, la polizia sudafricana aprì il fuoco sulla folla dei dimostranti, uccidendo 69 persone (8 donne e 10 bambini) e ferendone 180. Si protestava contro la “legge del lasciapassare” un documento necessario per attraversare le zone interdette ai neri. Di fatto un inasprimento dell’apartheid. In ricordo di questo massacro, il 21 marzo è stato dichiarato dall’ONU “Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale”.

Demitrios Tsafendas, detto Mimis, era nato nel 1918 a Laurenço Marques nell’Africa orientale portoghese, figlio di emigranti, il padre proveniente da Creta la madre una nera mozambicana. Era giunto in Sud Africa con la Compagnia olandese delle Indie orientali. Conosceva cinque lingue, nella sua vita aveva fatto tanti mestieri in particolare sulle navi viaggiando per il mondo.

32-131-38F-98-ANTI-APARTHEID--5-77 smallerPerché Mimis uccise l’uomo più odiato in quegli anni Sessanta? Verwoerd era odiato dagli oppressi e dai rivoluzionari di tutto il mondo, ma non sono questi ultimi ad ucciderlo. Era odiato anche dai progressisti e dai sinceri democratici che però mai avrebbero concepito un attentato all’infame razzista.

Dimitrios non era un rivoluzionario, ma odiava talmente Verwoerd tanto da voler progettare e attuare la sua morte. Per quale motivo? Le sue parole subito dopo l’attentato sono state queste: «Sono contro Verwoerd. È lui lo straniero, non io. È un nazionalista, ma il popolo non lo appoggia. Io non vedo nessun progresso per noi africani. Si sono spinti troppo oltre., ne hanno fatto un’ideologia. Persino la vita sessuale . l’Immorality Act… credono di poterti dire chi frequentare e chi no. L’unica ragazza che voleva sposarmi non aveva la carta d’identità giusta.…»

Dopo l’attentato fu dichiarato affetto da “psicosi allucinatoria”, il processo non verrà mai tenuto. Il regime fascista sudafricano aveva timore di dar risalto alla vicenda. Già il Sud Africa era sottoposto a sanzioni e isolamento internazionale a causa della sua politica di segregazione razziale. Le ambasciate sudafricane ogni giorno erano oggetto di manifestazioni anche violente in ogni capitale del mondo. Quegli anni Sessanta erano anni nei quali l’attenzione alle infamie e ai soprusi dei governi e dei regimi era alta. Eppure in Sud Africa tutte e tutti restarono muti, anche se in segreto molti si rallegrarono. Ma il silenzio avallò la tesi del “gesto del folle”. Nemmeno la sinistra antirazzista disse una parola, nemmeno l’ANC, che pure aveva piene le galere dei propri militanti e che si opponeva al regime fascista anche con la “lotta armata”.

Dimitrios muore il 7 ottobre 1999 all’età di 81 anni a causa di un attacco di polmonite. Dopo l’attentato la sua vita trascorre tra manicomi e galere e manicomi-galere.

slumpictureIl gesto di un “folle” dunque! Ma era pazzo lui o del tutto impazzita la società sudafricana? Nemmeno i più intransigenti oppositori dell’Apartheid dedicarono una riga al suo gesto. Lui era il folle. Però quel 6 settembre anche il più cretino razzista (e i razzisti sono sempre dei cretini) comprese che un epoca era finita e le politiche di segregazioni non avevano futuro. Il meccanismo del’Apartheid sconfitto in Sud Africa esiste ancora nel mondo, come in Israele nei confronti dei Palestinesi (sui contatti, collaborazione e scambi di informazioni tra i razzisti sudafricani e i sionisti israeliani c’è un’ottima documentazione storica).

Sconfitta l’Apartheid, nel 1994 in Sud Africa ci sono state per la prima volta elezioni libere: una testa un voto, senza guardare più il colore della testa. L’apartheid era finita, ma la politica classista rimaneva, dura e feroce. E faceva marcire le bidonville, faceva morire di stenti i minatori neri, o fucilati dalle guardie bianche, durante gli scioperi e i sabotaggi. Le differenze sociali ed economiche restarono. Il governo, ora in mano al’ANC (African National Congress), ossequioso al capitale interno e multinazionale, non modificò di niente i rapporti di classe. Successe soltanto che, alle enormi schiere di “neri poveri” si aggiunsero alcuni “bianchi poveri”, così come ai pochi “ricchi neri” furono aperte le porte della buona società.

E la lotta davvero continua!

anteprima_van-woerdenLa gran parte dei dati e delle notizie sono tratte dall’interessante libro che racconta questo episodio: Henk Van Woerden, L’assassino, Cargo Edizioni 2006
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90 anni fa occupazione delle maggiori fabbriche…

1920_fabbriche_occupateNei giorni tra il 1° e il 4 settembre 1920 oltre 500.000 operai metallurgici occupano la gran parte delle fabbriche, in prevalenza metallurgiche a Milano, Genova, Roma, Napoli, Palermo e in altre città. Il momento centrale del “Biennio Rosso“.

Lo scontro tra operai e capitalisti era sorto su una vertenza operaia su aumenti salariali e riduzione di orario di lavoro, dopo anni e anni di ristrettezze e sacrifici “giustificati” dalla guerra. E anche per l’inflazione del dopoguerra che falcidiava i salari deilavoratori.

Ma ancor di più i padroni, dopo i grandi profitti nell’industria bellica, dovevano riconvertire e ristrutturare le fabbriche che erano servite all’avventura bellica. In questa delicato passaggio volevano far piazza pulita dell’organizzazione e della combattività operaia, per abbassare il costo del lavoro ed essere competitivi con gli altri capitali (nel secondo dopoguerra questa necessità del capitale è stata interpretata dalla Democrazia Cristiana con i governi antioperai). Lo stesso scontro avveniva anche in Gran Bretagna dove il capitale, per mezzo della ristrutturazione/riconversione, riuscì a distruggere il valido movimento degli “Shop Stewart”; in Germania venivano fortemente ridimensionati i consigli di fabbrica (che nel 1918 avevano fermato la guerra e spazzato via l’impero).

La battaglia era iniziata fin dalla primavera con lo “sciopero delle lancette” (l’ora legale era stata applicata durante la guerra dalle industrie per risparmiare energia, ma non piaceva agli operai. In realtà la questione era il potere dei Consigli di fabbrica. L’episodio da cui prende il nome avviene il 22 marzo 1920: la Commissione Interna delle “Industrie Metallurgiche” si oppone all’ora legale e un operaio riporta indietro le lancette. La Direzione usa il pugno di ferro licenziando tre operai della Commissione Interna e multandola; la risposta dei lavoratori è uno sciopero che durerà tre giorni).

Dalla primavera all’estate la battaglia che aveva già segnato dieci scioperi generali e alcune guardiarossaserrate dei padroni. La Fiom in agosto convoca un congresso straordinario invitando anche rappresentanti del Psi e della CGdL (gli iscritti al sindacato in quell’anno erano 3.500.000, di cui 2.150.000 nella sola CGdL) e, il 21 agosto, si parte con “l’ostruzionismo” (rallentamento della produzione) su scala nazionale e, in caso di serrata, la parola d’ordine è: occupazione delle fabbriche.

La prima mossa padronale prende corpo a Milano, dove il 30 agosto due mila operai delle Officine Romeo & C. (poi Alfa Romeo) trovarono i cancelli chiusi e la fabbrica presidiata dalle truppe.

Anche in altri settori cresce lo scontro: in quel 1920 tra febbraio e marzo si moltiplicavano gli scioperi e manifestazioni dei braccianti caricati dalla forza pubblica. Il 1° maggio furono indetti cortei nelle principali città che venivano aggrediti e dispersi dalla polizia come a Torino e a Napoli.

Ad agosto iniziavano le occupazioni delle terre abbandonate; il 24 agosto venivano occupati numerosi poderi dell’agro romano, l’occupazione di terre proseguivano nel mese di settembre: 100.000 braccianti occupavano le terre di 15 feudi del trapanese.

Il Psi aveva visto crescere gli iscritti: da 24.000 nel 1918 a 87.000 nel 1919 e ben 200.000 nel 1920; nelle elezioni del novembre 1919 il Psi aveva ottenuto un grosso successo con circa due milioni di voti e 156 deputati eletti.

La maggioranza massimalista di Serrati, nel Psi, aveva fatto approvare alla Direzione nel dicembre 1918 una mozione che affermava “come obiettivo l’istituzione della repubblica socialista e la dittatura del proletariato”. Aveva anche fatto aderire il Psi alla III Internazionale sin dal marzo 1919. La stessa maggioranza aveva vinto il XIV congresso nazionale (Bologna dal 5 all’8 ottobre 1919), su una mozione che parlava esplicitamente della necessità dell’«uso della violenza per la conquista dei poteri», dell’«abbattimento degli organismi dello Stato borghese». Tante belle parole, ma nulla veniva fatto perché alle parole corrispondessero i fatti (un po’ come oggi: frasi roboanti, ma attività pratica di organizzazione delle masse pressoché nulla). Nessuna preparazione né organizzativa, né militare, e nemmeno un’attività per far conoscere alla classe quale tipo di scontro si delineava; venivano, al contrario, fatte circolare parole d’ordine «fare come in Russia», che nascondevano il vuoto programmatico e per i più suonava come la fiducia in un’attesa messianica. La realtà dell’azione concreta dei socialisti, di tutte le correnti, si esauriva nelle diatribe parlamentari di nessun interesse per i lavoratori né per le masse proletarie del paese, né per le necessità impellenti che la battaglia in corso contro il capitale e il suo stato esigeva.

Quell’importante iniziativa di lotta del comparto più avanzato e cosciente della classe operaia italiana, gestita dalla nuova forma di organizzazione operaia: i consigli, tradita e abbandonata si concluse miseramente.

L_Ordine_Nuovo_coverIl 9 settembre il direttivo della CGdL si riunì per fare il punto della situazione. In modo provocatorio il direttivo della CGdL e del Psi proposero alla sezione torinese del Psi (Gramsci, Terracini, Tasca, Togliatti, fondatori de l’ordine nuovo) di iniziare il movimento insurrezionale, senza nemmeno l’appoggio di uno sciopero generale.

il giorno dopo, il 10 e l’11 settembre 1920, ebbe luogo il congresso CGdL allargato alla direzione del Psi nel quale si tenne la cruciale seduta in cui il Consiglio nazionale della CGdL. fu chiamato a deliberare su due mozioni contrapposte: una prevedeva di demandare «alla Direzione del Partito l’incarico di dirigere il movimento indirizzandolo alle soluzioni massime del programma socialista, e cioè la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio»; l’altra mozione, proposta dalla stessa segreteria della CGdL (dal “destro” Ludovico d’Aragona, segretario generale CGdL dal 1918 al 1925, quello stesso che il 4 gennaio 1927, in seguito ai provvedimenti emessi dal fascismo decise l’autoscioglimento dell’organizzazione e nel 1947 usci dal Psi e con Saragat formò il Psdi), prevedeva invece, quale obiettivo immediato della lotta, non la rivoluzione bensì solamente «il riconoscimento del sindacato e di aprire una trattativa generale col governo». In pratica quel percorso che verrà poi chiamato “consociativismo”. Vinse quest’ultima ai voti (qualcuno disse che “si era messa ai voti la rivoluzione”).

Molto si è scritto, molte analisi e molta polemica è stata fatta su questo importante episodio della lotta di classe.  Qui riporto alcune righe di Antonio Gramsci:

«Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche si dimostrarono all’altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. Tutti i problemi che le necessità del movimento posero loro da risolvere furono brillantemente risolti. Non poterono risolvere i problemi dei rifornimenti e delle comunicazioni perché non furono occupate le ferrovie e la flotta. Non poterono risolvere i problemi finanziari perché non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito socialista e dai sindacati che invece capitolarono vergognosamente, pretestando l’immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe»

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Contro la tortura e i pentiti di stato. Libertà per Sonja!

 14 Settembre 2013

mobilitiamoci ovunque per protestare contro la legittimazione della tortura nel processo a Sonja Suder e per la sua liberazione.

RZ-1 Il 14 Settembre 2011, Sonja ed il suo amico Christian sono stati estradati dalla Francia e consegnati agli sbirri tedeschi per poi essere incarcerati. Christian è stato liberato (perché gravemente malato), ma Sonja resta ancora in prigione.

Hanno dovuto abbandonare la Germania fin dal 1978 durante la dura repressione contro i movimenti rivoluzionari, quando ogni persona coinvolta nelle proteste radicali doveva temere di essere il bersaglio della vendetta di stato.

Per due anni, Sonja è rimasta in custodia nella prigione di alta sicurezza di Francoforte-Preungesheim; per un anno è stata sotto processo in base a due testimonianze: una di un pentito e l’altra fornita sotto tortura nel 1978 da un uomo sospettato di far parte delle Cellule Rivoluzionarie (RZ). Se il pentito (infame) Hans-Joachim Klein ha testimoniato senza vergogna nel tribunale di Francoforte dando l’ennesima versione piena di contraddizioni (che il giudice comunque ha accettato), l’altro testimone, Hermann F., al contrario, ha sempre contestato il contenuto della sua testimonianza: affermando che ciò che ha detto è stato il risultato di quattro mesi di torture al di fuori di ogni procedura legale.

Dopo un gravissimo incidente Hermann F. venne interrogato poco dopo l’amputazione delle gambe e l’enucleazione degli occhi rimanendo totalmente cieco. Dolore, trauma, droghe, isolamento, confusione, disorientamento lo hanno costretto a riempire 1300 pagine di dichiarazioni forzate. Detenuto illegalmente in una stazione di polizia senza poter contattare un avvocato, senza aiuto, oltre ad essere cieco e gravemente invalido, quello che ha subito può essere definito soltanto tortura.

Il 13 Agosto 2013, il tribunale di Francoforte ha iniziato la lettura di queste testimonianze date da Hermann nel 1978. La lettura continuerà nelle prossime udienze. L’ottantenne Sonja, dopo più di 35 anni dai fatti che le vengono contestati, potrebbe essere condannata in base a delle dichiarazioni che se accolte significherà legittimare legalmente la tortura poliziesca.

Sonja è stata accusata dalla polizia e dalla giustizia tedesca fin dalla fine degli anni 70. Sospettata di aver fatto parte delle Cellule Rivoluzionarie, il suo processo riguarda tre attacchi che hanno causato solo limitati danni materiali nel 1977 e 1978: Contro M.A.N. che contribuiva all’armamento atomico per il Sud Africa (durante il regime dell’apartheid), contro KSB che costruiva impianti per le centrali nucleari; contro il castello Heidelberg per protestare contro la gentrificazione; è inoltre sospettata di aver preso parte all’organizzazione logistica dell’attacco contro l’OPEC a Vienna nel 1975.

Oggi, tenendola sotto processo e prigioniera, con la minaccia di farla morire in carcere, lo stato federale tedesco non mira solo a Sonja, ma vuole liquidare una storia rivoluzionaria e imporre con la forza l’idea che non ci si può ribellare impunemente contro lo stato.

La condanna di Sonja sarà la condanna alla ribellione: rifiutandosi di collaborare e di parlare, Sonja continua ad accusare lo stato e il suo carnevale giuridico. La prigionia di Sonja vuole essere uno spauracchio usato per terrorizzare tutti quelli che lottano oggi. Non è, solamente, una donna ottantenne il bersaglio della vendetta, lo sono tutti e tutte quelle e quelli che, come lei, non vogliono sottomettersi.

Libertà immediata per Sonja!

Per una mobilitazione internazionale il 14 Settembre 2013!

 Vedi Post precedenti sulla storia di Sonja e Christian e la loro vicenda  qui

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Per un saluto a “picchio”

Per salutare Carlo Picchiurapicchio”  mercoledì 28 agosto, presso la camera ardente dell’ospedale Bellaria di Bologna, dalle 12,30, non oltre le 15. circa

ciao 

 

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Carlo Picchiura “picchio” ci ha lasciato

Al compagno, all’amico al fratello Carlo Picchiura che ci ha lasciato in questi ultimi giorni di agosto.

Ciao Carlo, aspettiamo un po’; aspettiamo che il chiacchiericcio si plachi, che la cronaca vada oltre, per rivivere con te alcuni momenti dei tanti –non-liberi- passati insieme nelle carceri speciali. Che non succeda, come nel ricordare Prospero quando anche lui ci ha lasciati, che si innalzi uno schiamazzo malsano. Lor signori “democratici” ritengono disdicevole che noi, i sovversivi, i terroristi, i rivoluzionari, si ricordi con amore chi ci ha accompagnato in questa tratto di strada sconnesso e accidentato. Non sopportano che tra noi, “i cattivi” ci si possa scambiare ricordi affettuosi!

A te “Picchio” le cronache ti hanno ignorato. Non ti ritenevano un “capo”, un “comandante”, hanno deciso così. D’altronde eri proprio tu a ricordarmi di non rincorrere gli schiamazzi; eri tu quello che nella stessa cella, a Trani e poi –trasferimento punitivo- a Badu’ ‘e Carros, nel momento di massima durezza, o ancora nel super-carcere di Novara, mi dicevi di aspettare che i rumori di fondo si placassero e, con calma, pensare a cosa fare. Questo mi hai insegnato Carlo, ad essere paziente, anche quando tutto intorno c’era agitazione, nervosismo iperattivo, perché – si diceva- se non si interviene subito con una posizione politica chissà cosa penseranno questi o quelli! E tu dicevi, lascia che pensino quello che vogliono, tanto poi la realtà si muove per suoi tragitti, non da retta alle chiacchiere. Eccoci qui ancora a discutere: in questo io ti criticavo di essere un po’ troppo “determinista”. Ma tu la finivi lì la polemica e mi portavi alla finestra dove tra le sbarre si intravvedevano rettangoli di cielo azzurro attraversati dal saettare del volo degli uccelli, sempre tanti a Nuoro. Erano in prevalenza Falconiformi  che i sardi chiamavano “poiane”, ma tu mi facevi notare le differenze tra l’uno e l’altro, l’astore, il gheppio, il falco pecchiaiolo, il capovaccaio spiegandomi che per riconoscerli bisognava osservare attentamente le “remiganti”, quelle penne al termine delle ali che ne sono il settore portante. Forse non sono esatto, faccio degli errori nei nomi e nella descrizione del volo dei rapaci, ma, caro “Picchio”, le abbiamo interrotte le lezioni, non le abbiamo potute continuare da quando ci siamo lasciati alle spalle quei luridi tuguri chiamati carceri. Tu sei tornato nel tuo Veneto per poi portarti a Bologna per lavoro, io sono tornato a Roma e le regole impedivano a ciascuno di lasciare il “comune di residenza”. Poi, improvvisa e inaspettata, la malattia. Tu!, tu che eri ritenuto una “roccia”, mai un raffreddore, un’influenza, mai un acciacco, in quei posti luridi. Io, al contrario, col mal di gola frequente e un freddo, il maledetto freddo che non riuscivo a togliermi di dosso. E te ne sei andato, così! E che cazzo!!!

Chi era Carlo? Voi non lo sapete! Non lo sapete perché non sapete nulla di noi. Per voi travet dell’ordine esistente non era un “ideologo” e non gli avete dedicato nemmeno una riga in cronaca. Bravi! Ma voi che ne sapete di noi? Voi uomini e donne accondiscendenti ad ogni desiderio del potere e dei grandi media non lo potete sapere perché non avete voluto sapere nulla, di chi vi ha messo in discussione e, forse, vi ha messo anche una grande paura. Non lo sapete perché non avete voluto conoscere la nostra storia né i nostri percorsi politici e umani. Men che meno avete voluto conoscere i motivi del perché parti grandi o piccole di quelle generazioni vi si sono rivoltate contro per spazzare via il vostro sistema di sfruttamento e anche la vostra boria e le vostre malversazioni. Vi siete inventati schemi organizzativi, cattivi maestri, ideologie, leader e “comandanti”. Vi siete inventati tutto perché avevate e avete paura di guardarci da vicino, di guardarci negli occhi.

Ci avete giudicato secondo il codice penale per seppellirci sotto secoli, millenni di galera sperando che di noi non restasse nemmeno il ricordo. Noi, quelle donne e quegli uomini che avevano urlato che bisognava cambiare tutto e avevano cominciato a farlo! Poi, anche se abbiamo sbagliato molto o poco, il grido si è dimostrato puntuale e la realtà di oggi e di domani lo sbatte in faccia a tutti. Ora che i potenti hanno di nuovo acceso i motori dei loro strumenti di morte. Come dicevi tu Carlo, tanto la realtà non dà mica retta a giudici e imbrattacarte!

Ciao “Picchio” lo so, lo sappiamo tutti e due che non c’è un posto né un tempo dove rincontrarci. Dove riprendere le nostre discussioni accese sullo Sceptulin (io continuo a non essere d’accordo, lo sai! eheh”); dove ripercorrere le ore convulse della rivolta nel carcere speciale di Trani e i momenti del massacro; dove ricordare quando nel super-carcere di Novara, con mezzi di fortuna e in barba alle guardie, siamo riusciti a distillare quello schifo di vino che ci facevano comprare alla “spesa” per tirarne fuori una grappa, certamente tossica, ma che godemmo prendendo una sbronza clamorosa; dove prenderti in giro per la tua voglia di correre anche nel più angusto”passeggio” del carcere speciale, quei vasconi di cemento di pochi metri quadrati. Non volevi accettare che lo stato un giorno falco pecchiaioloti avesse legato i piedi che amavano correre sulle colline e sulle montagne venete, e tu continuavi caparbiamente ad andar su e giù su quel cemento guardando in alto gli uccelli volare. Se fossi un indiano-nativo americano ti immaginerei a correre a perdifiato per le “verdi praterie”, però nessuno mi vieta di immaginarti spiccare il volo e rincorrere quell’astore per sapere se quel rapace vola ancora sui cieli della Sardegna.

Ciao compagno “picchio” è stato bello conoscerti!

salvatore

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Le leggi, le carceri e i rapporti di forza

Toh!, anche la ministra Cancellieri si è accorta che le leggi, quando sono a favore degli sfruttati, degli ultimi, in questo caso dei carcerati, non vengono applicate!

Leggiamo dall’agenzia Agi del 22 agosto 2013: Giustizia: il ministro Cancellieri; «il regolamento penitenziario? perfetto, ma non è applicato». «Il nuovo regolamento che regola la detenzione in carcere non viene applicato nella maggioranza degli istituti italiani». Lo ha detto il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri. «Ebbene – ha sottolineato il ministro – sono pochi casi di carceri in regola». Ha poi continuato «Dobbiamo ringraziare l’Europa che ci ha messo con le spalle al muro dicendoci: entro un anno dovete mettervi a posto».

Sembra un’ovvietà, eppure in questa italietta dei buono sentimenti e dell’individualismo cretino, sembra quasi un pensiero sovversivo! E lo è! Corrisponde a quanto andiamo dicendo su questo Blog fin dal primo Post, e ovunque, con quelle poche e pochi altri dovunque riusciamo a far arrivare la voce!

Non sono le leggi che fanno la realtà, è il rapporto di forza tra le classi che decide; le leggi formano il quadro dove si svolge lo scontro che determina il rapporto di forza tra le classi. Un po’ come il gioco del calcio: il campo da gioco e le regole sono la cornice, ma non dicono chi vincerà la partita; la vittoria andrà a chi segna più gol, ossia a chi, su quel campo e con quelle regole, esprime maggior forza!

Così funziona il mondo capitalista, se ne accorge un ministro, e noi quando inizieremo a giocarla la partita? Perché se non scendiamo in campo la sconfitta è a tavolino, per due a zero.

Diamoci una mossa!

Intanto cosa succede nelle carceri?
*Nel carcere di Vercelli i detenuti danno fuoco alla cella; è la seconda volta in dieci giorni:
*Nel carcere di Bari un detenuto il 21 agosto ha litigato violentemente con tre guardie carcerarie. Il carcere l’ha spedito alla comunità per recupero di patologie psichiatriche a Castellana Grotte, secondo la vulgata carceraria (che si sta diffondendo anche tra i “liberi”) che chi è violento non è sano di mente (bah!). Gli psichiatri l’hanno rimandato in carcere, perché non c’era nulla di “guasto” nella mente del detenuto. In carcere il detenuto ha di nuovo spaccato la cella e si è inferto dei tagli. Le guardie lo vogliono di nuovo mandare sotto gli psichiatri, casomai imbottirlo di psicofarmaci!
Domando io, che sono ignorante in materia psichiatrica, in quelle due carceri, e in tutte le altre, a nessuno è venuto in mente di chiedere ai quei detenuti quale fosse il loro problema? Se qualcuno spacca la cella o l’incendia o si fa dei tagli forse qualcosa da dire ce l’ha! qualche problema da comunicare ce l’ha! Non vi pare?
California*Negli Usa, in California, non hai più nemmeno il diritto di fare lo sciopero della fame: Adnkronos, 21 agosto 2013:
Ci sono 136 detenuti in sciopero della fame dall’8 luglio: un giudice ha stabilito che potranno essere nutriti con la forza, anche se avevano chiesto il contrario. Lunedì un tribunale federale del distretto di San Francisco, in California, ha stabilito che i medici e i funzionari carcerari potranno imporre l’alimentazione forzata ai detenuti in sciopero della fame che si trovano in pericolo di vita, anche se questi avessero precedentemente firmato dei documenti in cui chiedevano di non essere sottoposti a rianimazione in caso di perdita di coscienza o arresto cardiaco. Il regolamento delle carceri della California prevede infatti che i detenuti possano protrarre lo sciopero della fame fino alla morte, a patto che abbiano firmato i cosiddetti mandati do-not-resuscitate (Dnr). Il giudice Thelton Henderson ha però deciso che i documenti non sono validi se firmati durante lo sciopero della fame o poco prima di iniziarlo. Lo sciopero era stato iniziato da trentamila delle 133 mila persone incarcerate in California, e al momento lo stanno portando ancora avanti 136 persone in sei prigioni diverse. I detenuti protestano contro la pratica molto diffusa in California di rinchiudere in isolamento – nelle cosiddette Security Housing Units (Shus).
California-2Questo isolamento è una vera e propria tortura!!!
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Chiarezza sul “suicidio” di Aziz: lunedì 26 sotto il Carcere Due Palazzi (ore 15)

Lunedì prossimo, 26 agosto, alle ore 15, le compagne e i compagni di Padova e tutti quelli che odiano i soprusi e l’oppressione, si sono dati appuntamento davanti al carcere Due Palazzi di Padova, in segno di solidarietà con i detenuti che da giorni protestano per avere chiarezza e giustizia per Aziz  suicidatosi il giorno di Ferragosto.

imagesAziz Bouadili un ragazzo marocchino di 21 anni, si è suicidato la sera del 15 agosto [vedi Post qui ]. La voce che gira insistentemente nei reparti e nei cortili del Due Palazzi afferma che prima di suicidarsi Aziz avesse avuto una violenta lite con una guardia. Che ci sia stato o meno un pestaggio, non è dato ancora saperlo poiché è in corso l’inchiesta della magistratura, ma molte orecchie hanno sentito e sono disposte a confermarlo.

Conoscendo il carcere, sappiamo che anche pesanti minacce, una pratica diffusa tra gli agenti di polizia penitenziaria, possono aver indotto il ragazzo al gesto suicida. Un dato certo è che circa 200 detenuti del carcere, il 90% dei detenuti, dal giorno del suicidio non smettono di protestare con forza convinti che ci sia stato un suicidio indotto e comunque non vogliono che la morte di un ragazzo venga archiviata come la gran parte dei crimini perpetrati dal sistema di reclusione e dai suoi sgherri.

La scelta delle compagne e dei compagni del centro sociale Pedro, che hanno preso l’iniziativa di stare al fianco dei detenuti in lotta è il modo migliore per iniziare a cambiare i rapporti di forza nel sistema penitenziario ed evitare che fatti analoghi si ripetano.

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