Il tradimento della socialdemocrazia

La mancata rivoluzione del novembre 1918 in Germania, fino all’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht il 15 gennaio 1919

 Nella notte fra il 29 e il 30 ottobre 1918, nei pressi della base navale di Kiel, gli equipaggi di tre navi del Terzo Squadrone si rifiutarono di levare l’ancora. Sulle navi da battaglia del Primo Squadrone “Thuringen” e “Helgoland” si verificarono veri e propri atti di ammutinamento e sabotaggio. I marinai si ribellarono alla follia dell’ammiraglio Franz von Hipper che aveva dato ordine alla flotta, il 24 ottobre, per un’ultima inutile battaglia contro la Royal Navy nel Canale della Manica.
Il comando fece arrestare 47 marinai della “Markgraf“, considerati capi della rivolta e rinchiudere nella prigione militare.
I marinai ed i fuochisti tentarono di impedire la partenza della flotta per ottenere il rilascio dei loro compagni. Circa 250 di loro si incontrarono a tal fine la sera del 1º novembre nella casa sindacale di Kiel, ma non ottennero nulla.
Il 2 novembre parecchie migliaia di marinai e di rappresentanti dei lavoratori si riunirono nel pomeriggio nella grande piazza d’armi, al grido di “pace e pane” raccogliendo l’appello del marinaio Karl Artelt e dell’operaio di cantiere navale Lothar Popp, entrambi membri della Uspd, Partito Socialdemocratico Indipendente Tedesco, i rivoltosi chiedevano il rilascio degli ammutinati e anche la cessazione della guerra. I partecipanti si stavano recando alla prigione militare e per liberare i marinai arrestati, quando furono aggrediti da una pattuglia dell’esercito che sparò sulla folla uccidendo 7 manifestanti e 29 feriti gravi. I manifestanti risposero al fuoco e la pattuglia si ritirò.
Ma ormai era una rivolta generale. Il 4 novembre Kiel era sotto il controllo dei soldati e dei lavoratori. Si formarono i primi Consigli dei soldati e dei marinai.
La sera stessa giunse a Kiel il deputato della Spd Gustav Noske; fu accolto con entusiasmo dai rivoltosi, si fece eleggere presidente del consiglio dei soldati. Alcuni giorni più tardi assunse la carica di governatore, mentre Lothar Popp della Uspd divenne presidente del consiglio superiore dei soldati. Il piano di Noske, e di tutta la dirigenza del Spd, era quello di limitare l’influenza dei consigli a Kiel, ma non poté impedire la diffusione della rivoluzione a tutta la Germania. Gruppi di marinai portavano in giro per la Germania l’appello alla rivoluzione.
Il 6 novembre Wilhelmshaven era nelle loro mani; il 7 novembre  Hannover, Braunschweig, Francoforte e Monaco di Baviera.  A Monaco un consiglio dei soldati e dei lavoratori costrinse l’ultimo re di Baviera, Ludovico III, ad abdicare.  La Baviera fu il primo stato dell’Impero ad essere proclamato repubblica da Kurt Eisner della Uspd. Nei giorni seguenti anche negli altri stati tedeschi tutti i principi reggenti abdicarono, l’ultimo, il 22 novembre, Günther Victor dello SchwarzburgRudolstadt.
I Consigli dei soldati e dei lavoratori erano composti quasi interamente da aderenti alla Spd e alla Uspd. Tolsero il potere ai principi e ai comandi militari, fino ad allora onnipotenti. Ma…tutte le autorità civili dell’Impero: polizia, amministrazioni cittadine, tribunali, rimasero intatte. Non vi fu requisizione di proprietà, né occupazione di fabbriche. Si aspettavano tali misure da un nuovo governo, non pensavano, gli operai, che i vertici socialdemocratici già si accordavano con imprenditori, banchieri e vertici militari per stroncare la rivolta e ricostruire la Germania post-bellica secondo le regole del più feroce capitalismo: lo “stato del lavoro”. Ebert, il leader dell’Spd era d’accordo con Max von Baden, il capo del governo imperiale e portavoce dei poteri forti, che una rivoluzione sociale, sul modello sovietico, dovesse essere impedita e che l’ordine statale-capitalistico dovesse essere mantenuto ad ogni costo.  Per controllare la situazione era però necessario concedere alle masse in rivolta la testa dell’imperatore, fuggito in Belgio, che non voleva abdicare.
9 novembreMax von Baden, pressato da Ebert, prese la situazione in pugno e senza attendere la decisione dell’imperatore inviò un telegramma con la seguente dichiarazione:
L’Imperatore e Re ha deciso di rinunciare al trono. Il Cancelliere imperiale resta ancora in carica fino a quando saranno regolate le questioni collegate all’abdicazione dell’Imperatore, alla rinuncia al trono del Principe della Corona dell’Impero tedesco e della Prussia e all’insediamento della reggenza.
A questo seguì l’invito ai rivoltosi di rientrare nelle loro case. Ma le masse rimasero nelle strade.
Karl Liebknecht, da poco rilasciato dal carcere, era subito ritornato a Berlino e aveva rifondato la Lega Spartachista. Ora progettava la proclamazione della Repubblica socialista.
Philipp Scheidemann, vice presidente della Spd, non voleva lasciare l’iniziativa agli Spartachisti e si affacciò su un balcone del Reichstag. Da là da parte sua – contro la volontà dichiarata di Ebert – davanti ad una folla di dimostranti proclamò la Repubblica con le parole:
Il Kaiser ha abdicato. Egli e i suoi amici sono scomparsi, il popolo ha vinto su di loro su tutta la linea. Il principe Max von Baden ha ceduto la sua carica di Cancelliere imperiale al deputato Ebert. Il nostro amico formerà un governo de lavoratori, del quale faranno parte tutti i partiti socialisti. Il nuovo governo non deve essere disturbato nel suo lavoro per la pace e nella preoccupazione per il lavoro e il pane. Lavoratori e soldati, siate consapevoli del significato storico di questo giorno: l’inaudito è accaduto. Davanti a noi è un lavoro grande ed immenso. Tutto per il popolo. Tutto per mezzo del popolo. Nulla deve accadere, che torni a disonore del movimento dei lavoratori. Siate concordi, fedeli e consapevoli del vostro dovere. Il vecchio e il marcio, la monarchia è crollata. Viva il nuovo. Viva la repubblica tedesca!
Liebknecht nel Giardino zoologico di Berlino – probabilmente quasi nello stesso momento – aveva proclamato la Repubblica socialista, alla quale giurò ancora verso le 16 in una folla radunata al Castello di Berlino:
Compagni, io proclamo la libera Repubblica socialista di Germania, che deve abbracciare tutte le classi. Nella quale non vi devono più essere servi, nella quale ogni onesto lavoratore deve trovare l’onesto salario per il suo lavoro. Il dominio del capitalismo, che ha trasformato l’Europa in un campo di cadaveri, è spezzato.
Obiettivi degli spartachisti era la riorganizzazione dell’economia, delle forze armate e della giustizia e l’abolizione della pena di morte. Si scontravano con la Spd sulla nazionalizzazione di alcuni settori economici di importanza bellica e sottoporli al controllo diretto dei rappresentanti dei lavoratori, già prima dell’elezione di un’assemblea nazionale costituente.
Intanto, indipendentemente dalla rivolta dei marinai, a Berlino i Delegati Rivoluzionari delle grandi industrie avevano progettato un sovvertimento per l’11 novembre, ma erano stati colti di sorpresa dagli eventi rivoluzionari iniziati a Kiel. La sera del 9 questi occuparono il Reichstag (parlamento) e formarono un parlamento rivoluzionario.
Per strappare di mano l’iniziativa a Ebert, decisero di proclamare le elezioni per il giorno seguente: ogni impresa di Berlino e ogni reggimento avrebbero dovuto votare consigli dei lavoratori e dei soldati, che avrebbero poi dovuto eleggere un governo rivoluzionario in carica dai due partiti operai (Spd e Uspd). Un governo: Consiglio dei Commissari del Popolo, che  avrebbe dovuto eseguire le risoluzioni del parlamento rivoluzionario secondo la volontà dei rivoluzionari e sostituire Ebert nella funzione di cancelliere dell’Impero.
Ma la direzione della Spd la notte stessa e il primo mattino seguente inviò oratori a tutti i reggimenti di Berlino e nelle imprese. Essi dovevano influenzare le elezioni a favore dell’Spd.
Nell’assemblea che si riunì il pomeriggio del 10 novembre nel Circus Busch, la maggioranza si schierò dalla parte della Spd.
Il motivo di questa sconfitta dei rivoluzionari non  fu dovuta alla capacità degli emissari della Spd di conquistare la maggioranza nei Consigli, ma alla concezione “democraticista” diffusa tra la classe operaia tedesca, grazie alla quale la dirigenza Spd pretese che nei Consigli ci fossero rappresentanti dei 2 partiti socialisti, dei sindacati, delle cooperative, ecc., svuotandoli così della espressione autentica dell’autonomia della classe operaia.

A tal proposito dice Liebknecht: “Masse compatte del popolo lavoratore investite tutto il potere politico in vista dei compiti della rivoluzione: questa è la dittatura del proletariato e nello stesso tempo la vera democrazia. Non è là dove gli schiavi salariati siedono “uguali” a fianco dei capitalisti, i proletari delle campagne a fianco dei signori per dibattere ” i loro interessi comuni”, secondo il sistema parlamentare, non è là, che la democrazia esiste, ma là dove le masse proletarie dai milioni di teste prendono esse stesse nelle loro mani callose il martello del potere per picchiarlo sulla nuca della classe dominante, sì. La vera democrazia è soltanto là. Il resto non è che inganno per il popolo.”
Il “Consiglio dei Commissari del Popolo” venne composto da tre rappresentanti della Uspd (il suo presidente Haase, i deputati del Reichstag Wilhelm Dittmann e Emil Barth per i Delegati Rivoluzionari) e tre rappresentanti della Spd (erano Ebert, Scheidemann e il deputato Otto Landsberg di Magdeburgo)
Durante le otto settimane di doppio dominio dei consigli e del governo imperiale, i funzionari di rango più elevato rispondevano solo a Ebert, sebbene formalmente Haase (dell’Uspd) nel consiglio fosse un presidente con uguali diritti. Il fattore decisivo in questa lotta di potere fu una telefonata la sera del 10 novembre tra Ebert e il generale Wilhelm Groener, il nuovo Primo Generale Quartiermastro in Belgio. Questi assicurò a Ebert l’appoggio dell’esercito e ottenne perciò da lui la promessa di restaurare la gerarchia militare e di intervenire contro i consigli, con l’aiuto dell’esercito.
Pur di tenere a bada il movimento rivoluzionario, la dirigenza dell’Spd e i rappresentanti dei funzionari imperiali non prestarono alcuna attenzione alle condizioni di pace improntate al più becero nazionalismo fascista dell’Entente (intesa) franco-inglese, firmate l’11 novembre del 1918.  Condizioni capestro che furono decisive per la crisi della repubblica tedesca e per l’avvento di Hitler.
Finiva quell’11 novembre il grande macello del primo conflitto mondiale. Un macello voluto da capitalisti, da banchieri, finanzieri e potentati militari. Finiva in un tumulto rivoluzionario che poteva e doveva infiammare tutta l’Europa per spazzare via quei poteri criminali che, appena 20 anni dopo, produssero l’altro più terrificante massacro del 2° conflitto mondiale. Poteri forti che ancora oggi spadroneggiano sulla vita delle persone.

(1-continua)
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