Fiat 1979: offensiva padronale cedimento sindacale

Il 9 ottobre1979 a61 lavoratori della Fiat Mirafiori, Rivalta e della Lancia di Chivasso vengono spedite lettere di licenziamento.

Appena si sparge la notizia, in alcuni reparti operai scoppiano scioperi, alcuni spontanei, altri organizzati dalla rete di lavoratori autorganizzati.La FLM(Federazione Lavoratori Metalmeccanici) dichiara tre ore di sciopero per mercoledì 1° novembre , ma la mattina, prima dello sciopero, diffonde un volantino contro il terrorismo.

Il 3 novembre La Stampatitola «Il fronte si è rotto sulla discriminante del terrorismo».

L’Flm impone ai lavoratori la firma di un documento come condizione per la difesa da parte del collegio sindacale:

«Atteso che il sottoscritto dichiara di accettare i valori fondamentali ai quali il sindacato ispira la propria azione ed in particolare di condividere la condanna senza sfumature non solo del terrorismo ma anche di ogni pratica di sopraffazione e di intimidazione, per la buona ragione che non appartengono alla scelta di valori, alle convinzioni, al patrimonio di lotta del sindacato stesso, consolidati da una lunga pratica di varie forme di lotta e di difesa del diritto di sciopero, così come risulta dal documento conclusivo del Cordinamento nazionale Fiat approvato all’unanimità a Torino l’11.10.1979 dai membri del Cordinamento stesso, delega a rappresentarlo nel presente giudizio, nonché nella procedura ordinaria, in ogni fase e grado, compreso quello esecutivo,…»

Continua a leggere

Pubblicato in Lotta di classe - Documenti e cronache operaie, Torino | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Gli effetti della reclusione

Il carcere è, deve essere, un luogo di pena, di “sofferenza legale“.

Nessun riformatore, nessun legislatore, per quanto illuminato, è mai riuscito a scalfire questa funzione-sistema dell’universo custodiale, che investe innanzitutto i reclusi, ma si riverbera sui cittadini liberi, formando una doppia «aura»: deterrente da un lato, normativa dall’altro.

La prigione che può anche apparire come un fossile vivente, sorta di residuo incongruo della repressione e del controllo sociale, non è solo un’ingombrante vestigia del passato.

Abbiamo tentato in altre pubblicazioni di esplicitare le diverse fasi, attraverso cui la prigione (intesa come istituzione insieme dinamica e contestuale) ha svolto, nel corso del tempo, le sue spire disciplinari, afflittive e «correzionali».

Continua a leggere

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Questionario “anti terrorismo” da discutere e compilare nelle famiglie italiane

Leggete attentamente: non vi è solo il ruzzolone nella melma di un partito (il Pci) che dalla volontà di voler organizzare i proletari è passato a fare la concorrenza ai questurini, c’è anche la brutale manipolazione e falsificazione storica e politica che raggiunge l’apice mettendo sullo stesso piano la strage di Piazza Fontana (realizzata in combutta tra neofascisti e organismi dello Stato) e il sequestro Moro.   Da qui prese il via la discesa precipitosa e la fine di quel partito. 

 

 

 

Pubblicato in Repressione dei partiti | Contrassegnato , , , , , , | 3 commenti

Il pci si scopre “questurino”

Pubblicato in Repressione dei partiti | Contrassegnato , , , , , , | 1 commento

Controllo e repressione in fabbrica

Pubblicato in Repressione dei padroni | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Il crimine… secondo Marx

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore.
Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici.   Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione […].
Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza?
Il Mandeville, nella sua Fable of the Bees (1705), aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: “Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti i mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione […]; è in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e […] nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta”. Sennonché il Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e più onesto degli apologeti filistei della società borghese. (K. Marx- Teorie del plusvalore)

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

L’autonomia operaia: il convegno di Bologna ’73

BOLOGNA – Convegno marzo 1973

A Bologna la partecipazione sarà qualificata e di massa: oltre 400 delegati, in rappresentanza di decine di situazioni, si confrontano su un documento complessivo preparatorio del convegno, che fissa con chiarezza i termini dello scontro di classe dentro la crisi del sistema capitalistico, individuando i compiti dell’avanguardia rivoluzionaria rispetto alla fase e rispetto al ruolo svolto dai partiti della sinistra storica e dai sindacati. La mozione conclusiva finale assume il carattere di una piattaforma programmatica che gli organismi dell’Autonomia operaia organizzata si assumono il compito di portare avanti, non in rappresentanza dell’Autonomia operaia in quanto tale, ma per creare i presupposti di una sua ulteriore promozione e per avviare concretamente il processo di centralizzazione delle forme già esistenti.
Dalla relazione introduttiva:

Le lotte del ’68-’69

Le lotte del ’68-’69 vedono infrangere il sogno dei riformisti e del grande capitale di integrare la classe operaia all’interno del ciclo capitalistico europeo. La scelta del capitale di fondare l’espansione e il rilancio produttivo su forti aumenti salariali e maggiori consumi viene rifiutata dalla capacità politica della classe operaia di porsi proprio contro quell’organizzazione del lavoro che era stato oggetto del lancio dell’economia italiana a livello internazionale. Il ritrovarsi come classe, da parte degli operai, spezzando le barriere frapposte dalle direzioni sindacali e dai partiti riformisti, imprime alle stesse rivendicazioni un carattere di imposizione non mediato, quello che la classe non sa e non può ancora esprimere è l’organizzazione. Così l’enorme potenziale di lotta – da Mirafiori all’Alfa, all’Autobianchi, all’Italsider, a Marghera – in assenza di strumenti nuovi di organizzazione, esprime tutta la sua forza nella contrattazione, e quindi nell’istituto sindacale. La minaccia dell’organizzazione, questa grande scoperta del ’68, si mostra insufficiente e nel momento in cui anche i padroni si sono accorti di questa conquista operaia, che però poneva man mano la classe al di fuori della scadenza contrattuale per scendere sul terreno del rifiuto del lavoro, hanno svalutato questa conquista scagliando contro gli operai la crisi del lavoro. E’ dal ’68 che il rifiuto di massa da parte operaia di accettare il lavoro come terreno di scontro, rifiutandolo e basta, prende il nome di autonomia. Gli operai riconoscono il valore della pratica del rifiuto del lavoro: il salto della scocca dell’Alfa, dell’Autobianchi, della Zanussi; le grandi vertenze Fiat e Zanussi del 71, nonostante il bidone che conclude il ciclo sindacale << del cavalcare la tigre>> per riprendere il posto di razionalizzatori della produzione, mettono sottozero gli indici della produttività nazionale. Entra in crisi il sistema produttivo italiano fondato sul mercato dell’esportazione, sui bassi costi del lavoro: entra in crisi la politica delle riforme, cioè in quel modo nuovo di programmare gli aumenti salariali in funzione degli indici di produttività e redistribuendone parte in beni sociali (riforme). Lo Stato della programmazione, nel giro di due anni, diventa lo Stato della crisi, della violenza antioperaia.

La crisi

La crisi internazionale dl sistema capitalistico, la crisi del sistema monetario internazionale, le cui burrasche sono ormai maree periodiche, per le borse e le bilance di pagamento delle borghesie europee, è crisi interna dell’assetto dei paesi a capitalismo avanzato, crisi di un modello di sviluppo, quello degli USA, fondato sull’enorme esportazione di capitali, sulla supremazia del dollaro o su aree di influenza e controllo garantite dall’enorme apparato bellico mondiale.
Le lotte di liberazione nei paesi asiatici (Vietnam, Laos e Cambogia), le lotte di liberazione in Africa, in America Latina, le lotte del proletariato industriale in Europa, hanno provocato una rottura dell’equilibrio determinatosi nei rapporti internazionali dopo la seconda guerra mondiale. Il sistema economico USA entra in crisi per l’enorme divario tra attivo della sua economia e passivo derivante dall’enorme potenziale bellico sparso in tutto il mondo e che la guerra del Vietnam ha definitivamente acuito. Di fronte alla impossibilità di costruire un nuovo modello di sviluppo, capace di rilanciare il ciclo del capitale, di fronte al fatto che i costi di questa scelta sarebbero al disopra di ogni possibilità per qualsiasi altro paese a capitalismo avanzato, diventa più facile accettare la crisi, tentare di esportarla, distribuirne i costi. Questo è quanto avviene da due anni, dove gli USA sono riusciti ad imporre agli alleati non più la parità della moneta rispetto all’oro, bensì al dollaro, un dollaro di carta svalutato ed inflazionato, dove gli USA sono riusciti ad imporre forti tassazioni ai partner europei per il mantenimento delle truppe americane e la protezione dell’ombrello atomico. I contrasti sviluppatisi tra paesi capitalistici non portano ad una rottura del mondo capitalistico, bensì alla ricerca di un nuovo assetto che permetta agli USA di esportare la crisi in Europa, e agli europei e ai giapponesi la possibilità di contropartite adeguate (Ostpolitik e trattati di pace, interscambio CEE-URSS, mercati Est per il Giappone, ecc.). la crisi stessa diventa il <<modello di sviluppo>> accettato dall’insieme dei paesi capitalistici, compresi i compiti repressivi che ne derivano. C’è consenso di fondo al progetto del capitale USA; questo consenso ha la sua ragione nel significato e nell’ampiezza stessa della crisi. In questo senso il progetto del capitale non è quello di eliminare la crisi, cioè di superarla, ma di ricostruire il saggio di profitto nonostante la crisi. Per noi il dato con cui fare i conti è, allora, una recessione di lungo periodo, come caratteristica degli anni ’70 e,accornpagnata ad essa, una forte componente repressiva, fondamento dello sviluppo capitalistico.
E’ in questo quadro che va collocato il fallimento del riformismo, sia nella versione amendoliana per un nuovo modello produttivo (appoggi alla piccola-media impresa contro i monopoli e recupero delle sacche di sottosviluppo) sia nella versione razionalizzatrice e pianificatrice lamalfiana. Possiamo dunque sottolineare come si stabilisce oggi la necessità per il capitale di una nuova equazione repressione-profitto aperta ad uno sbocco corporativo e settoriale delle contraddizioni capitalistiche; anzi, questo obiettivo è primario per il capitale, premere sugli interessi particolari di diversi strati sociali e categorie (nelle fabbriche: nuova professionalità come gerarchia e controllo, privilegio contro egualitarismo) per impedire la riunificazione politica della classe; e ristabilire a un livello superiore l’egemonia borghese e il ruolo dello stato garante dell’ordine repubblicano […] La questione non è tanto quella di avere obiettivi generali, che sono invece ben chiari: salario garantito, rottura, cioè, del binomio che lega il pane al lavoro (il salario al rilancio produttivo e al superamento della crisi); 36 ore senza cottimi e straordinari; contratto unico per tutte le categorie. Questi obiettivi non sono un generico diritto alla vita, inadeguato, come obiettivo, per la dimensione legalitaria della richiesta, e inadeguato anche perché un diritto alla vita è ancora e soltanto diritto alla sopravvivenza, cioè alla riproduzione della forza-lavoro. La questione oggi non è tanto quella dell’obiettivo generale, quanto quella della coscienza degli obiettivi (obiettivo come pratica militante per tutta la classe), è quella della coscienza dell’organizzazione come appropriazione della politica, capacità di rifiuto della delega, pratica dell’autonomia: la conquista di questo livello di coscienza nella classe è la condizione per unificarne i livelli, cioè per superare il corporativismo, l’egemonia borghese sulla classe. Noi sottolineiamo fino in fondo la saldatura oggi esistente fra crisi ed autonomia proprio perché la classe deve partire dal dato della crisi, cioè approfondirla, radicalizzarla. La coscienza, la scelta dell’autonomia quale alternativa organizzata ai bisogni del capitale e alle organizzazioni tradizionali della classe legate a questi bisogni, deve essere sempre più profonda e generale.

Politica sindacale

Nell’attuale fase di crisi strutturale il capitale monopolistico ha necessità impellente di ristrutturazione per ottenere la riduzione dei costi, la concentrazione degli investimenti nei settori chiave per il mercato economico europeo e internazionale, l’eliminazione delle fabbriche meno produttive all’interno di questi settori e la lotta ai settori parassitari dell’economia. […] La politica di CGIL – CISL – UIL si fa carico di questa esigenza con il “nuovo modo di lavorare” di cui l’elemento centrale è la voce “inquadramento unico” del contratto metalmeccanici. Essa significa intensificazione dello sfruttamento in forme nuove e la forma nuova è la polivalenza chiamata “mobiliutà” o “ricomposizione delle fasi”. Polivalenza vuol dire guerra ai tempi morti, ai “minuti di riposo”; ricoprire più mansioni; sostituire i compagni che non ce la fanno più sotto l’incalzare dei ritmi di lavoro, e gli assenti. Inoltre è divisione e gara fra operaio e operaio, è in fabbrica aumento degli incidenti mortali; fuori, aumento della disoccupazione e peggioramento dei rapporti nell’ambito familiare. Se si tiene conto che la “professionalità”, proposta da CGIL – CISL – UIL, è basata sulla polivalenza, se ne deduce che gli interessi per cui si fa lottare la classe operaia non sarebbero altro che gli interessi dei monopoli. Estesa a livello nazionale e definita “mobilità” internazionale, la polivalenza è un’arma nelle mani del padronato per selezionare gli operai e attuare i licenziamenti.

Il contratto dei metalmeccanici

Il primo tentativo di attuare “la nuova organizzazione del lavoro” è avvenuto all’Italsider di Bagnoli (Napoli), dove il 23 dicembre 1970 FIOM – FIM -UILM approvano il cosiddetto “accordo sostitutivo delle paghe di classe”. Questo accordo introduceva la divisione in otto livelli, con passaggi legati alla “mobilità” orizzontale e verticale, alla “professionalità” da acquisire con la rotazione su più posizioni di lavoro. Il carattere repressivo del contratto metalmeccanici è stato ulteriormente evidenziato con i chiarimenti che la FLM ha dato al padronato ad Ariccia (gennaio 1973), e con le successive dichiarazioni di Lama al Direttivo confederale della CGIL il 30 gennaio 1973. La FLM assicura che i cinque livelli richiesti saranno senz’altro aumentabili e portati quindi a 6 o 7. Lama assicura poi che la contrattazione articolata sarà bloccata e sarà rigidamente collegata al controllo delle segreterie nazionali e provinciali quando dichiara “disponibilità del sindacato a non perseguire la monetizzazione delle rivendicazioni aziendali tra un contratto e l’altro”. GIL-CISL-UIL dichiarano inoltre il loro appoggio al piano Coppo per il rilancio dell’economia, accettando l’abolizione delle feste infrasettimanali, la eliminazione dell’assenteismo e la piena utilizzazione degli impianti. I contratti diventano sempre meno una scadenza operaia sia per il tipo di gestione che ne fa il sindacato, sia perché gli operai hanno capito che dal ’69 ad oggi nonostante migliaia e migliaia di lotte, proprio sul terreno sociale i padroni hanno avuto la loro rivincita. Da qui la necessità di allargare la base sociale dello scontro, dentro e fuori i contratti, dalla casa ai trasporti, contro lo Stato.

I Consigli dei delegati

[…] Il movimento dei consigli dei delegati non ha suggerito nulla di sostanziale in questo scorcio di tempo sull’autonomia operaia: anzi, oggi assume compiti di denigrazione, controllo, distruzione dell’autonomia, specie laddove questa ha saputo darsi forme consistenti di organizzazione. A maggior ragione resta tutto da risolvere il problema del taglio del cordone ombelicale, della costruzione di un polo alternativo dell’autontomia, capace di crescere per un lungo periodo accanto a quello istituzionale, un polo di riferimento tanto più reale e credibile quanto più strumento capace di imporre al padrone, al capitale, le sue condizioni, defraudando cosi il sindacato del potere derivatogli dalla contrattazione. Problema ancora aperto tra le forze rivoluzionarie, quello del rapporto con i consigli di fabbrica, stante il falso rapporto che si tenta di far passare tra possibilità di direzione delle esigue forze dell’autonomia organizzata e la mastodontica forza dei consigli di fabbrica. Qui non si mette in discussione che con la struttura del sindacato moderno bisogna farci i conti, che alcuni consigli esprimono una ampia autonomia decisionale, che molti di essi sono dei parlamentini aperti a molte tendenze, ma il giudizio di fondo e la verifica pratica è che queste strutture sono state costruite per controllare il comportamento della classe operaia, per ingabbiare le lotte spontanee, per reprimere l’autonomia crescente dal lavoro salariato, cioè la capacità del sindacato di ripresentarsi alle trattative col padronato fornendogli garanzie sicure sulla programmazione e sulla produttività. Per questo è illusorio e/o opportunista fare la scelta di lavorare nei consigli per una loro evoluzione; è possibile pensare a un loro uso strumentale che la totalità delle volte si riduce ad essere “usati” come grilli parlanti che danno un certo decoro dli sinistra all’istituzione, o al massimo ad accordarsi su questioni generali (antifascismo, repressione statale, Vietnam), per cogestire, però, produttività, ristrutturazione, dissociazione dal comportamento dell’autonomia operaia. Va sciolto quindi il nodo e va fatta la scelta prioritaria della costruzione in ogni fabbrica, laddove ce ne siano le premesse, del comitato operaio. […] La spinta più forte contro la “linea” sindacale la si costruisce proprio sul terreno dell’organizzazione alternativa del movimento di massa, come condizione per una contestazione effettiva del “merito”; senza l’orgnizzazione dell’autonomia, anche la critica di merito al sindacato si riduce a uno sterile moralismo, a una vuota tattica riassorbita puntualmente dall’istituzione. […]

 Il governo Andreotti, l’antifascismo, la nostra lotta

[…] Ma se è vero che la crisi ha una soluzione repressiva, significa questo una rapida fascistizzazione delle istituzioni e dello Stato? No, la soluzione repressiva oggi è gestita tutta in nome dell’ordine democratico e dell’ordine costituzionale. E questa area della legalità borghese che si assume oggi il compito di coprire lo spazio aperto al fascismo, d’impedire soluzioni diverse da quella della integrazione europea. […] E’ chiaro che bisogna puntare all’abbattimento del governo Andreotti, ma deve essere altrettanto ben chiaro alla coscienza operaia che qualsiasi governo verrà messo dai padroni, sia di centro-destra che di centro-sinistra risponderà con gli stessi strumenti repressivi, quando la lotta di classe minaccia i privilegi su cui si regge il potere capitalistico. Qualsiasi governo dovrà assolvere a questi compiti, lo potrà fare in modo più o meno elegante ed efficiente, ma lo farà. Quindi la parola d’ordine “abbattere il governo Andreotti”, rischia di fare confusione e di diventare un diversivo opportunistico. Inoltre, nel caso specifico dell’abbattimento del governo Andreotti, bisogna stare bene attenti a non dare spallate ad una porta già aperta. Infatti la valutazione che abbiamo dato circa la svendita dei contratti e delle forme di lotta da parte dei sindacati, in pieno accordo con i partiti della sinistra parlamentare, potrebbe prevedere già come contropartita, da parte del potere, l’ipotesi del ritorno al centro-sinistra. In tal senso agire da sollecitazione per la caduta del governo Andreotti senza mettere in discussione nel contempo, con la lotta, lo stesso sistema di produzione capitalistica, significa facilitare il gioco a quelle forze che mirano solo a portare la classe operaia da un ingabbiamento più rigido ad un ingabbiametito più riformista, senza però dar spazio all’alternativa rivoluzionaria. […] In questo senso, tutta l’ipotesi a cui si dà molto fiato in questi ultimi tempi, cioè di usare un discorso unitario e nello stesso tempo di lotta dura sulla base dell’antifascisino, come sollecitazione per l’abbattimento del governo Andreotti, rischia di essere un obiettivo fuorviante. Da una parte perché si sta dando al movimento tutta una caratterizzazione manifestaiola, che poi porta allo svuotamento del movimento stesso. Dall’altra, l’ipotesi della lotta unitaria, e nel contempo dura, alla fine diventa, per l’impostazione che si è data, sempre più unitaria e meno dura e sempre più recuperabile alle organizzazioni riformiste. Non ci può essere una crescita di lotta antifascista se non parte concretamente e organicamente dalla situazione di classe e se non si articola in obiettivi che siano nello stesso tempo anticapitalistici, cioè di attacco all’organizzazione del lavoro (contro la nocività, i ritmi, contro la produttività, le qualifiche) e della società (affitti, prezzi, trasporti, ecc.); se non si esprime nelle forme proprie dell’illegalitarismo proletario. Nel momento in cui la situazione è effettivamente difficoltosa all’interno delle fabbriche, per la posizione frenante ormai assunta dal sindacato, stiamo bene attenti a non cadere in suggestive fughe manifestaiole, che poi sono bolle di sapone che si rompono al primo urto: frutto di questa tendenza è la direzione esterna ed intellettualistica del movimeuto che trova, in alcuni gruppi, la propria tendenza organizzativa.

Caratteristiche organzzative dell’autonomia operaia

Gli organismi dell’autonomia operaia, i comitati politici, assemblee autonome, sono strutture permanenti della classe, con una capacità di superamento del sindacato verificata non sull’ordine di uscita dal sindacato ma sulla conquista della classe alla pratica dei propri bisogni e alla direzione dell’organizzazione proletaria. […] Lo sviluppo corretto dell’autonomia operaia deve muoversi su tre linee di tendenza:

a) la natura anticapitalistica e antiproduttivistica, cioè di attacco della struttura del lavoro, degli obiettivi che il movimento si pone;

b) il terreno non legalitaristico, ma legato alle necessità di lotta che richiedono gli obiettivi che ci poniamo è condizionato solo alla coscienza del nostro rapporto di forza;

c) sviluppo continuo della capacità di autogestione dello scontro, in tutti i suoi aspetti, condotto direttamente dalle stesse masse sfruttate.

Obiettivi:

L’analisi di questa crisi di lungo periodo vuole sottolineare l’impraticabilità di una linea difensiva. L’unica via possibile è quella dell’attacco. Il cammino si percorre ormai soltanto sulla base di un progetto rivoluzionario consapevole: i tempi dello scontro non precipitano, ma se ne acuiscono i livelli e se ne allarga la forbice, coinvolgendo sempre più direttamente ed ampiamente lo Stato. Lo strumento da costruire è l’organizzazione dell’autonomia operaia, cioè il progetto rivoluzionario stesso. La crisi, per le sue stesse caratteristiche, ha riposto al centro il nodo politico del salario e dell’occupazione: il problema è di non risolverlo ancora una volta nella parola d’ordine pane e lavoro. […] La semplice parola d’ordine della difesa del salario è inadeguata, difensiva, legata al livello medio della coscienza operaia, interna all’organizzazione sindacale, come la difesa del lavoro è interna alla strategia sindacale della richiesta di lavoro, dalla ripresa produttiva, di rinsaldamento del ciclo capitalistico, di uscita dalla crisi. Quando ci poniamo il compito politico di “cavalcare la crisi”, quando intendiamo uscire con la crisi dalla crisi, spingerla cioè alla rottura, sappiamo bene che il terreno che contribuiamo a consolidare è quello della recessione e sappiamo anche come su questo terreno, il terreno principale con cui dover fare i conti, è la disoccupazione di massa. Rompere il binomio pane-lavoro è intanto capire l’impossibilità di difendere l’occupazione attraverso una politica delle riforme, stendendo la mano al capitale per mettere in moto il suo volano: in questo senso innanzitutto avremo a che fare, a lungo, con la politica delle riforme. […] Produrre una crisi dei meccanismi capitalistici assumendo la logica della difesa dell’occupazione e del salario è illusorio: o l’incremento di occupazione e l’aumento salariale esprime il rilancio produttivo, oppure l’approfondimento della crisi si traduce in emarginazione generalizzata dalla produzione e abbassamento del livello salariale. Nè la solidità di alcune grandi imprese può essere sufficiente copertura per milioni di disoccupati (politica aumento degli organici attraverso la riduzione dei ritmi e l’abolizione di cottimi e straordinari: a minore sfruttamento, maggiore occupazione). Se aggiungiamo che non si può contare su altrettanta solidità delle piccole-medie imprese e che, insomma, non si può puntare sui soli occupati per risolvere il problema di una disoccupazione montante, si vede come si ridimensioni lo spazio per una lotta contro l’organizzazione del lavoro che intenda essere anche lotta in difesa dell’occupazione. E’ però vero che in fase sfavorevole di congiuntura economica il padrone attacca intensificando i ritmi (la riduzione della produzione è minore della riduzione dell’oc-cupazione); ma questo è solo un aspetto del problema; essendo insufficiente una lotta sui ritmi per risolvere l’occupazione (non può pesare sugli occupati tutto il peso dello scontro sulla disoccupazione), diventa necessità politica il coinvolgimento del disoccupato in una lotta che altrimenti lo vede dall’altra parte della barricata. Così, anche la lotta sull’autoriduzione dei costi (casa, trasporti, servizi, ecc.), ha un senso solo in rapporto ad un salario, che al sottosalariato e al disoccupato è stato innanzitutto tolto. Anticipare la crisi, ma senza fughe in avanti, significa costruire le tappe intermedie di questi obiettivi dell’autonomia operaia, per unificare la classe sul tema generale del salario.
Cassa integrazione al 100% e interamente come prelievo sul profitto; riappropriazione del reddito prodotto da lavoro, come appropriazione di servizio sociale (casa, servizi, ecc.), salario pieno garantito, a carico dell’azienda, ai licenziati fino a nuova assunzione, rifiuto dell’emigrazione, ecc.; blocco attorno a questi obiettivi del proletariato agricolo: salariati, braccianti, compartecipanti, oltre ai semiproletari senza terra ampiamente colpiti dalla necessità di emigrazione (piccoli affittuari e piccoli coloni non appoderati); blocco degli edili; della mano d’opera femminile, di tutti quegli operai sottosalariati, la cui occupazione raggiunge a volte soltanto la sesta parte dell’anno, ecc.
Fare del salario l’obiettivo centrale dell’autonomia e della ricomposizione di classe non significa rifiutare il terreno su cui si è fin qui camminato, ma andare oltre: la fabbrica, il salario come attacco all’organizzazione del lavoro in fabbrica (qualifiche), il salario come attacco ai carichi di lavoro (ritmo, cottimo, straordinario), il salario uguale non è un terreno diverso, ma il terreno su cui si consolida un polo dell’alleanza di classe, tuttavia, senza la cui generalizzazione del salario garantito, non si salda all’altro, che è fuori della fabbrica, e apre la strada ad una profonda divisione di classe e alla sconfitta.

Centralizzazione: rapporto coi gruppi

La necessità di puntare alla centralizzazione dal basso dell’autonomia operaia non è una scelta fine a se stessa, cioè un puro dato organizzativo quindi quantitativo, bensì centralizzazione intesa come organizzazione politica e non federazione dei comitati politici e delle assemblee autonome, finalizzata alla costruzione del processo rivoluzionario e quindi alla nascita del partito rivoluzionario. Questo per chiarire un dubbio di fondo che potrebbe ingenerarsi e dare allora spazio a ipotesi di quarto sindacato e di un nuovo gruppo, magari quello super, perché ci sono gli operai ed è diretto da operai. La centralizzazione degli organismi autonomi deve far fronte alla necessità che l’autonomia operaia esprime rendendo saldi questi principi:

– la gestione della lotta nella fabbrica, in tutte le sue implicazioni, e fuori della fabbrica, attraverso collegamenti diretti, deve essere assicurata dalla capacità della direzione operaia;

– l’organismo autonomo deve saper saldare, negli obiettivi, la lotta economica con quella politica rifiutando il riprodursi della separazione tipica delle organizzazioni della sinistra tradizionale, tra sindacato da una parte e partito dall’altra e che oggi i gruppi, in forme nuove, tendono a ripetere;

– l’organismo autonomo deve diventare un momento centrale in cui, dall’interno della situazione di classe e sotto il diretto controllo della direzione operaia, si elabora e si verifica nello stesso tempo la linea complessiva che deve tendere strategicamente ad opporsi al disegno del capitale, attaccandolo sul piano rivoluzionario.

Per poter svolgere correttamente questa funzione si devono attuare collegamenti sempre più stabili fra i vari organismi autonomi di fabbrica e sul terreno sociale, che emergono nella situazione di classe. Questo collegamento deve essere fatto in forma diretta e non attraverso un gruppo politico specializzato in tal senso. Oggi non si tratta di raccogliere tutto e tutti in un unico mazzo, ma di centralizzare intorno ad alcune realtà organizzate alcune proposte valide per tutto il movimento, date cioè delle gambe capaci di reggere il peso delle proposte operaie e di lotta. Rifiuto di subire il comando dei padroni attraverso il lavoro e salario garantito sono un primo passaggio che il movimento sta affrontando: il compito delle avanguardie è, appunto, scoprire cos’è l’organizzazione attorno a queste proposte. Per questo non si può fare a meno di avere un rapporto politico con le avanguardie organizzate, con gli spezzoni di organizzazione che, quando non si autoeliminano arrogando a sè il ruolo di partito della classe, sono indispensabili nella costruzione di quella che sarà l’organizzazione operaia della rivoluzione comunista. Costruire cioè una dialettica (rapporto e scontro) tra programma politico, corpo operaio e proletario centralizzato dal basso e proposte generali dei singoli gruppi; le scadenze politiche faranno giustizia dei gruppi, decideranno di chi è destinato a sopravvivere. Intanto stronchiamo, però, l’illusione che il partito nasca dai gruppi, stronchiamo l’illusione che si possa saltare l’organizzazione dell’autonomia operaia, la centralizzazione dal basso delle avanguardie di massa. C’è oggi un unico modo per costruire un processo unitario di promozione dell’organizzazione rivoluzionaria: quello di puntare sull’autonomia e fare di essa il polo dialettico dei gruppi, costringendoli ad una verifica con la classe stessa. Questo nuovo problema organizzativo che si presenta come un approfondimento del significato che diamo all’autonomia, impone un nuovo compito politico, di cui dobbiamo farci carico: l’organizzazione politica operaia non esiste senza coscienza dell’autonomia e questa non si attua senza una presa di coscienza del problema del potere; il nostro compito è quello di ricostruire nella classe operaia questa coscienza del potere proletario che le organizzazioni tradizionali hanno distrutto nella classe. Se non saremo in grado di ricostruire questa coscienza del potere nella classe non saremo capaci di costruire la strada per un’alternativa di potere, e la lotta ristagnerà dentro gli schemi di una coscienza puramente rivendicativa.

Il potere: la violenza proletaria

[…] Non vogliamo con questo dire che il potere sta alle porte domani; vogliamo dire che esso si costruisce ogni giorno nella lotta, assegnando ad essa questo significato, questa consapevolezza del potere: solo con questo l’autonomia fa un salto politico, solo così la rivendicazione diventa tutta politica, e l’organizzazione diventa partito rivoluzionario. Il problema del potere è quello di praticare questa coscienza del potere, tradurlo in prassi politica. E’ per questo rapporto tra autonomia e potere che rifiutiamo l’azione esemplare, la coscienza esterna e la rivoluzione fatta in nome e in luogo della classe. Per questo il problema del potere per noi è il problema di una violenza di massa o di avanguardia, come espressione diretta della coscienza di massa. Intanto riaffermiamo che il proletariato deve agire non nella convenzione delle leggi borghesi, ma nella convenzione della propria lotta. Detto questo, è necessario darsi dei criteri di valutazione per verificare quando la violenza è braccio armato o no, quando è espressione di chi si fa carico della lotta illegale proletaria, quando è invece espressione naturale della classe; bisogna che ogni volta si realizzino i seguenti scopi:

– l’azione susciti adesione, partecipazione, riproduzione nelle masse;
– l’azione e l’uso degli strumenti devono essere legati all’obiettivo politico da perseguire;
– il fatto sia proporzionale alle capacità della classe di reagire e contrattaccare la repressione;
– ogni azione sia coordinata all’azione politica generale, cioè funzionale al conseguimento degli obiettivi prefissati.

Tutto deve essere riversato sulla capacità prolifica dei nuclei operai di saper colpire nel momento buono, nella direzione giusta, secondo il polso e il grado di coscienza operaia, contro l’organizzazione capitalistica del lavoro, contro gli strumenti della repressione padronale. Questo, compagni, non perché quest’anno vedrà uno scontro diretto e generale con lo Stato, ma perché il dato a lungo termine è la violenza borghese, del capitale e dello Stato. In questo piano di violenza a lungo termine, l’inflazione, la disoccupazione, la politica dei redditi, l’ordine democratico repubblicano, i sindacati e i partiti come forme di questo ordine, le grandi provocazioni come l’assassinio dei militanti, vengono orchestrati e pianificati in funzione del profitto, perché non è più possibile per il capitale, come ieri, utilizzare le lotte operaie in funzione del rilancio produttivo. La violenza è la legge dei padroni necessaria per conservare il saggio di profitto all’interno della crisi capitalistica. Noi vediamo una crisi repressiva di lunga durata: la classe deve poterla praticare a suo vantaggio solo organizzandosi sui temi del potere, solo rispondendo con la violenza alla violenza, non come sterile spirale repressione-lotta-lotta alla repressione, ma come espressione del potere proletario, della sua coscienza di massa, della sua organizzazione.

Soccorso rosso

Il Soccorso Rosso è uno strumento tutto da costruire. Oggi esistono rapporti più o meno organici con Soccorsi rossi locali o singoli compagni “tecnici”, che però sono puri strumenti di servizio. Quello di cui ha bisogno la classe e la sua avanguardia organizzata, non sono i tecnici “al servizio della classe” ma militanti politici capaci di stare allo stesso livello del movimento, di sottoporsi alla direzione operaia, di rispondere alle esigenze di organizzazione. Uno strumento efficace di difesa del livello di organizzazione e di scontro che ha raggiunto la lotta di classe. Spetta all’organizzazione dell’autonomia operaia saper coinvolgere nel lavoro politico questi compagni, e non aspettare che maturino in altri campi le loro contraddizioni.

Pubblicato in Lotta di classe - Documenti e cronache operaie | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Il gatto selvaggio

Il simbolo del gatto nero e selvaggio è legato ai movimenti sindacali americani, soprattutto al più noto, l’IWW (Industrial Workers of the World). Il primo esempio verificabile del simbolo del gatto viene da una poesia di Ralph Chaplin The Harvest Song, pubblicata 1913 sul periodico anarco-sindacalista dell’IWW Solidarity, dove è utilizzato per rappresentare l’azione diretta, lo sciopero generale e il sabotaggio, che sono i principali strumenti di lotta degli operai sul posto di lavoro (con il boicottaggio e l’occupazione).
L’ultimo verso di una poesia di Ralph Chaplin, in cui si deplora l’ingiustizia della situazione del lavoratore e fa l’apologia del sabotaggio, propone di scatenare il sab cat, se i lavoratori non avranno ciò che è loro dovuto:

<<La terra è sul bottone che portiamo noi del sindacato.\Noi scateneremo il gatto del sabotaggio se non avremo quel che ci spetta!>>

Il gatto è stata così utilizzato come simbolo d’indipendenza, perché si aggira prevalentemente di notte (in alcune immagini lo si rappresentava su una barriera dietro alla quale dormono i borghesi sotto la luna piena) e con l’idea di spaventare il padronato grazie alla semplice presenza di quell’immagine. L’idea del sabotaggio è anche paragonabile al fatto di portare un gatto nero al padrone per portagli iella.

Il gatto è stato utilizzato in diverse immagini dai sindacalisti dell’IWW (talvolta è stato addirittura travestito da sfinge) e compare all’inizio con i tratti di un soriano. Prende rapidamente la forma più stilizzata del gatto nero disegnato da Ralph Chaplin nel 1915. In una fase successiva viene ridisegnato da Alexis Buss che gli conferisce un aspetto più selvaggio.

Pubblicato in Lotta di classe - Documenti e cronache operaie | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento

La rivoluzione dei garofani – Portogallo 25 aprile 1974

Anni di grande movimento quei primi anni Settanta. La rivoluzione bussava alle porte arrugginite della vecchia Europa!  Stavolta un rivoluzione che vinceva.  Il 25 Aprile del 1974 un movimento rivoluzionario il M.F.A. (Movimento das Forças Armadas), formato da numerosi ufficiali e soldati semplici, occupavano militarmente Lisbona e le altre principali città del Portogallo. L’iniziativa era partita dall’azione del Movimento dei Capitani, molti dei quali di formazione marxista, che trovava vasto consenso tra le truppe e tra la popolazione esasperata dal proseguimento del dominio coloniale in Africa e Asia che dissanguava le casse dello Stato. La dittatura che aveva fino a quel momento utilizzato le forze armate per opprimere il proprio popolo e quelli dei paesi occupati, vedeva ribellarsi proprio quelle forze armate.   Gran parte della popolazione scendeva in strada per festeggiare la sua libertà e la sua gioia. In Aprile a Lisbona la primavera offriva molti fiori, garofani in particolare e così, a simbolo della libertà ritrovata, i cittadini di Lisbona donavano garofani rossi ai militari i quali li infilavano nelle canne dei loro fucili. Il simbolo di quella rivoluzione diveniva così il garofano nella canna del fucile. Dopo 40 anni si tornava a festeggiare il 1° Maggio con milioni di persone in piazza.

Terminate le operazioni militari e garantito l’ordine con i primi governi di salvezza nazionale, le forze armate abbandonavano ben presto la scena politica lasciando posto alla sarabanda dei partiti politici e dei governi con alleanze variabili.

Accorsero in Portogallo moltissimi giovani provenienti dai movimenti di tutta Europa, moltissime compagne e compagni dall’Italia. Volevano vedere in diretta la rivoluzione dei garofani. Partecipavano alle assemblee che si tenevano in ogni luogo per organizzare la vita di una nuova società, venivano ascoltate e ascoltati con attenzione. Pensavano, le donne e gli uomini del Portogallo, che potessero portare dei contributi importanti, provenendo da quei movimenti che da oltre cinque anni lottavano nei paesi europei.

La proclamazione del primo capo di governo comunista dell’Europa occidentale, Vasco Goncalves, destò stupore e preoccupazione nelle borse e nel mondo della finanza. Nei sei mesi di governo, Goncalves riuscì a restituire le terre ai contadini espropriandole ai ricchi latifondisti, finanziatori del regime fascista, a nazionalizzare i servizi e le risorse fondamentali del paese, sottraendole alle multinazionali. Ma la parabola fu breve.

Cominciò una dura lotta di classe. Le classi possidenti, la borghesia capitalista, dopo un periodo di sbandamento, abbandonato il sogno del ritorno del regime fascista si riciclò nella democrazia, cercando di mantenere inalterato il proprio potere, chiedendo aiuto alle potenze internazionali, alle banche, alla finanza, ai potenti che esercitarono tutte le pressioni interne e internazionali, Usa in testa. La borghesia minacciava di portare i capitali all’estero e di dissanguare il paese, molte fabbriche cominciavano a chiudere, la crisi economica era lo spauracchio agitato di fronte alla popolazione già affamata, se avesse scelto il socialismo.  Anche la chiesa, dopo essere stata un sostegno fondamentale della dittatura fascista, ora si imbellettava di democrazia per mantenere il  potere. Cominciavano azioni dinamitarde dei gruppi controrivoluzionari.

Un altro insegnamento, dopo quello del Cile. Cambiare regime politico è, a volte, possibile, ma cambiare  l’ordine capitalistico è molto, molto più difficile. Per mantenere quell’ordine le classi possidenti usano la violenza militare, ma quando non possono usarla, come in Portogallo, fanno uso della violenza economica col massimo di ferocia. Non tentennano nel decidere di affamare milioni di persone per mantenere l’ordine proprietario. I capitalisti, si che sono umanitari, non sono violenti come quelli che avrebbero dovuto, e non l’hanno fatto, metterli in condizioni di non nuocere.

La sinistra rivoluzionaria portoghese, da parte sua, si dimostrò incapace di costruire un percorso di transizione in grado di preparare il terreno per un potere proletario. Il Pc portoghese, di osservanza sovietica, voleva semplicemente andare al governo e fare le nazionalizzazioni di molte imprese private, a colpi di decreti governativi. La vecchia idea di instaurare il socialismo dall’alto per via governativa, ancora una volta si dimostrò fallimentare. Difatti non durò più di qualche mese, nonostante il grande consenso di massa di cui godeva, in quei giorni, tutta la sinistra dal Pc alle formazioni rivoluzionarie.

Passato un anno da quel 25 aprile, sedati col ricatto economico e con la repressione i tentativi dei movimenti e della sinistra rivoluzionarie, schiacciati gli ideali di una trasformazione socialista, si riproducevano i grigi rituali della democrazia proprietaria; venivano indette le prime elezioni e formato il primo Parlamento sul modello di quelli europei.
Di quei giorni bellissimi e straordinari per il proletariato portoghese non rimaneva quasi nulla, se non il ricordo di un’occasione perduta per cambiare la propria vita.
Nella costituzione portoghese era stato inserito un articolo che affermava che l’obiettivo del popolo era quello di “costituire una società socialista”. L’articolo veniva abrogato dal Parlamento nel 1995.

Pubblicato in Internazionalismo, Portogallo | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

l’Internazionale, nella versione di Franco Fortini

Noi siamo gli ultimi del mondo./ Ma questo mondo non ci avrà.
Noi lo distruggeremo a fondo./ Spezzeremo la società.
Nelle fabbriche il capitale/ come macchine ci usò.
Nelle scuole la morale/ di chi comanda ci insegnò.
Questo pugno che sale / questo canto che va
è l'Internazionale/ un'altra umanità.
Questa lotta che uguale / l'uomo all'uomo farà,
è l'Internazionale./ Fu vinta e vincerà!
Pubblicato in Internazionalismo | Contrassegnato , | 1 commento