BUON ANNO !

altan-crisi-e-stabilitaÈ arrivato  il 2013… e allora BUON ANNO a tutti/e, ma proprio a tutti/e. Anche a…

quelli che…intravedono sempre una luce in fondo al tunnel;

quelli che…suvvia, sarà una crisi passeggera;

quelli che…uscire dalla crisi economica e tornare a crescere è compito di tutti (tutti chi?);

quelli che…hanno scambiato un contabile per uno statista;

quelli che…lo spread li attizza più che Marilyn Monroe e Catherine Deneuve;

quelli che…i “mercati”, eh!, cosa dicono i “mercati”?;

quelli che…ancora un anno di sacrifici e poi l’economia “riparte”;

quelli che…la “crescita”?, questo sarà l’anno della “crescita”;

 … … o yeahh!!!

crisio-0BUON ANNO  anche a…

quelli che…certo, anche il lavoro è un “bene comune”; e il profitto? No!, quello è mio!;

quelli che…questi giovani sono poco intraprendenti;

quelli che…il lavoro?, beh!, bisogna inventarselo;

quelli che…noi siamo una forza realmente democratica, utile al paese;

quelli che…eh già!, e queste donne provocanti?; provocano perfino i propri mariti e fidanzati;

quelli che…adesso facciamo una raccolta di firme e rimettiamo le cose a posto;

 … …o yeahh!!!;

crisi-1.ipgquelli che…è una vergogna far pagare l’IMU alla Chiesa, mica Cristo era un palazzinaro!;

quelli che…basta con questi immigrati! Io la badante a 300 € al mese ce l’ho già;

quelli che…la Bundesbank stringe il credito, la Fed abbassa i tassi, l’Eurotower decide di acquistare i titoli di stato, la Bce fa un memorandum ai governi, Btp e Bund….. e fateci almeno prendere prima il caffè!

BUON ANNO perfino ai giornalisti e alle giornaliste che la mattina appena apriamo gli occhi, invece di augurarci buona giornata ci sciorinando i dati della “chiusura” della Borsa di Tokio e dell’”apertura” della Borsa di New York… e ci danno pure i numeri del Nasdaq (?);

… e poi si lamentano perché ci passa la voglia di alzarci!

INTANTO:

Carlos Slim con il suo impero mediatico si conferma l’uomo piu’ ricco del pianeta con 75,2 miliardi di dollari al 31 dicembre 2012, ovvero 13,4 miliardi di in più rispetto al 2011.
Il secondo posto va a Bill Gates, il fondatore di Microsoft, con 62,7 miliardi di dollari, il 12,6% in più rispetto all’anno precedente.
Amancio Ortega Gaona, il patron di Zara, ha visto crescere la propria ricchezza di 22,2 miliardi di dollari, o il 63,0%, a 57,5 miliardi di dollari, conquistando la medaglia di bronzo.
Warren Buffett, con i suoi 47,9 miliardi di dollari, è solo quarto, seguito dal fondatore di Ikea Ingvar Kamprad con i suoi 42,9 miliardi di dollari, il 16,6% in più rispetto al 2011.

Nel 2012, i patrimoni  degli uomini più ricchi del mondo, sono cresciuti: i primi cento hanno guadagnato 241 miliardi in più.

Fonte: Bloomberg Billionaires Index

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CONDANNATI PER ALTO SENSO DI UMANITA’

BattagliadelpiaveTerrorismo di Stato

condannati per non aver ucciso chi chiedeva pane

&&-  Il comando della 252° fanteria di linea in data 31 gennaio 1918  denunciava a questo Tribunale di guerra l’aiutante di battaglia L.A. e i soldati B.S. e P.O. perché il giorno 21 gennaio 1918, trovandosi in servizio di sorveglianza in un tratto di linea sul Monte Perizza, omettevano di far fuoco all’apparire di nemici sulle trincee opposte, a breve distanza, contrariamente alle precise disposizioni impartite dal comando di reggimento e formati oggetto di consegna per quei soldati. 

Nel periodo istruttorio risultò che nelle stesse circostanze di tempo e di luogo, altri due militari, e precisamente il soldato F.U. e il sergente D.T.G. avevano gettato del pane nella trincea nemica e ricevuto in cambio delle sigarette. Dalla trincea nemica si era sporto un soldato austriaco chiedendo pane, alla quale richiesta il soldato F.U. ed il sergente D.T.G. avevano gettato dei pezzi di pane; poco dopo il soldato nemico si sporse di nuovo e gettò nella nostra trincea un cartoccio contenente tre sigarette; le due vedette, soldati B.S. e P.D. a quella replicata apparizione non fecero fuoco …

(Tribunale militare di guerra del VI corpo d’armata. Zona di guerra, 12 marzo 1918. sent. 119 – L.A. della provincia di Macerata, anni 28, macellaio; B.S. della provincia di Pisa, anni 31, contadino; P.O. della provincia di Ferrara, anni 30, contadino; F.U. della provincia di Pisa, anni 22, carpentiere; D.T.G. della provincia di Caserta, anni 28, fabbro; assolto il primo e condannati gli altri a pene varianti dai 7 ai 20 anni di di reclusione per violata consegna.)

non si dia retta alle fandonie dei giornali

ØØ-  Il 29 novembre 1915, dall’ufficio postale militare presso la 15° divisione, venne sequestrata per censura una lettera di pari data, anonima, diretta a B.A. di Adria, e contenente espressioni di denigrazione sulle operazioni di guerra, di vilipendio per l’esercito, di diffamazione verso ufficiali e di incitamento alla rivoluzione. La lettera stessa, tra l’altro, conteneva precisamente la seguente espressione: «Non si creda agli atti di valore dei soldati, non si dia retta alle altre fandonie del giornale, sono menzogne. Non combattono, no, con orgoglio, né con ardore; essi vanno al macello perché sono guidati e perché temono la fucilazione». In appresso aggiungeva: «I giornali parlano della presa di Gorizia (occupata dalle truppe italiane soltanto il 9 agosto 1916). Oggi stesso ho avuto la conferma che essa non sarà mai presa; ossia occorre che gli austriaci l’abbandonino. Non ci si lusinghi… i soldati italiani non sono capaci di prenderla». Inoltre attribuiva ad ufficiale delle frasi come questa: «Se avessi fra le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo strozzerei»; ed infine concludeva: «Quindi unica cosa da farsi è la rivoluzione… siamo stanchi… e non si attende la scintilla».

Procedendo ad inchiesta, venne riconosciuto per autore della lettera l’accusato B.U., che confessò essere il contenuto della lettera parto della sua fantasia e di averla scritta in un momento di sconforto per la lontananza dalla famiglia.

 (Tribunale militare di guerra del V corpo d’armata. Thiene, 20 gennaio 1916, sentenza 114 – B.U. anni 25 soldato nella 36° compagnia presidiaria; condannato a 4 anni di reclusione militare per propalazione di notizie denigratorie.)

non voglio lavorare

§§- Il 5 marzo 1916, trovandosi la compagnia cui apparteneva il B.C. nelle trincee di prima linea in faccia al nemico, il predetto, ricevuto ordine dal sergente D.M.F. di recarsi a lavorare al rafforzamento delle trincee avanzate, colla sua squadra, vi si rifiutava ostinatamente.

Informato del fatto, il comandante la compagnia, capitano sig. D.R., ordinava al B. di recarsi al lavoro; non obbedendo costui, il predetto ufficiale gli domandava se non poteva o se non voleva lavorare, al che il soldato rispondeva recisamente: «Non voglio lavorare». Sopraggiunto il comandante del battaglione, maggiore sig. R.,  il B. a domanda di quest’ultimo confermava di essersi rifiutato di lavorare e ciò perché  essendo stato punito con 15 giorni di prigione di rigore per essere tornato dalla licenza con 6 giorni di ritardo, non intendeva lavorare per ugual tempo.

Per tali fatti il B. veniva denunciato a questo Tribunale; ma pochi giorni dopo, si rendeva colpevole di una ben più grave mancanza. Invero nel pomeriggio del 12 marzo era stato portato a conoscenza dei soldati che avrebbe avuto luogo una azione di guerra di lì a poche ore. Apparve subito allora che nella compagnia eravi un gruppo di soldati che tale azione in particolare, ed in genere alla guerra, mostra vasi contrario, sobillando inoltre i compagni con una propaganda de moralizzatrice esplicata in diversi modi, tra cui l’affissione di cartelli contenenti scritti sediziosi. Di tale azione deleteria e funesta per lo spirito patriottico e di disciplina dei soldati della compagnia, il B. era già da tempo segnalato ai suoi superiori come uno dei maggiori responsabili, tanto che il comandante la compagnia aveva creduto opportuno incaricare il sergente D.M.F. di vigilarlo e riferirgli sul suo contegno in compagnia.

Il tenente V., rientrando il 12 detto mese nella compagnia accantonata nelle officine di Adria, dopo che i soldati erano stati informati dell’azione progettata per giorno successivo, trovò che i soldati, riunitisi per loro conto e disarmati, vociavano e gridavano, ed il B. che era uno dei più scalmanati e gridava ai suoi compagni: «Vogliamo parlare al colonnello». Il tenente afferrato per un braccio il B. lo costrinse a seguirlo, tentò di appartarlo dai compagni; ma in quel momento sopraggiunto il comandante del reggimento colonnello sig. P., riuscito a ottenere il silenzio, arringò la truppa incitandola a fare tutto il suo dovere nell’azione che stava per essere impegnata, e cercando di elevare lo spirito ed il morale col linguaggio più adatto in simili circostanze.

Ma un gruppo di 7 o 8 soldati fra cui erano il B.C. e l’A.A., rimaneva in attitudine ostile; e quando il colonnello, impressionato dal contegno di tale gruppo, terminata l’arringa, ebbe chiesto se alcuno volesse dire qualche cosa, […] Fu in quel momento che dallo stesso gruppo partirono grida confuse di : «Non si può! Non si può! » il colonnello distinto nel gruppo l’A., che era uno dei più scalmanati lo faceva uscire dalle fila e gli chiedeva che cosa non si poteva. L’A. rispose: «Non si può avanzare», ed alla domanda del colonnello perché non si poteva avanzare, rispondeva, senz’altro aggiungere: «Perché non si può! ». dopo ciò al colonnello non restò che ordinare ai due soldati riottosi di seguirlo, ed agli ufficiali di restare in compagnia per prevenire altri possibili incresciosi incidenti. […]

(Tribunale di guerra del VII corpo d’armata. Zona di guerra. = B.C., calabrese, anni 25, incensurato; A.A. siciliano, anni 25, incensurato, entrambi soldati nel 144° fanteria: condannati alla pena di morte col mezzo della fucilazione nella schiena per rifiuto d’obbedienza in presenza del nemico. Sentenza eseguita il 14 aprile 1916.)

abbasso la guerra

##- La sera del 12 aprile 19 aprile 1916 in Orzano,poco dopo le ore venti, una pattuglia dei carabinieri, dopo aver fatto sgombrare l’osteria della piazza, vedendo che su detta piazza s’era formato un gruppo di una ottantina di soldati che cantava e schiamazzava, intervenne dicendo di smetterla, di non fare baccano e di ritirarsi. I soldati però non badarono alle loro parole e continuarono a schiamazzare, mentre detti carabinieri essendo impotenti perché soltanto in due , si ritirarono in un angolo della piazza attendendo l’ora della ritirata per intervenire più energicamente e far uso all’occorrenza della forza.

Frattanto due ufficiali del 126° reggimento fanteria, capitani T. e B., i quali trovavansi in una casa sulla piazza, dubitando che i soldati avessero adattato, sopra un motivo popolare, parole indisciplinate, poiché ogni tanto emergeva la parola “126”, scesero onde poter meglio percepire qualche frase e il significato della canzone.

Proprio in quel momento, appena giunti, la canzone finiva e dal gruppo centrale partivano le grida di «Abbasso la guerra». Gli ufficiali furono pronti ad accorrere afferrando due militari uno dei quali, attuale giudicabile C.C., sorpreso mentre ripeteva il grido, non oppose resistenza, mentre l’altro, rimasto ignoto, riuscì a fuggire dopo breve colluttazione col capitano T. Accorsi prontamente i carabinieri avvenne una fuga generale, mentre però un sasso lanciato da militare pure sconosciuto, colpiva al copricapo un carabiniere e di rimbalzo il capitano T. alla fronte…

(Tribunale militare di guerra del II corpo d’armata . Dolegna, 11 maggio 1916 – sent. 133 = C.C. della provincia di Teramo, anni 25, soldato del 126°fanteria condannato a 10 anni di reclusione militare per rivolta.)

Le sentenze riportate sono tratte dal libro:      
Plotone di esecuzione, di E. Forcella e  A. Monticone, Laterza Editori 1972
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1914-1918 – “Natale di sangue” offerto dai capitalisti e dai generali

Il patriottismo, l’ultimo rifugio per i farabutti e i codardi

(Samuel Johnson, noto anche come Dottor Johnson (1709 – 1784), poeta e scrittore britannico)

trincea-0Inverno 1916. Da due lunghissimi anni gli eserciti europei, agli ordini di generali vigliacchi, si massacravano reciprocamente. Il grande macello era stato voluto dalle borghesie nazionali e dai loro servitori governativi e parlamentari, compresi i socialdemocratici, per risollevare l’economia capitalista  in “crisi” a seguito dei repentini processi di “globalizzazione” e “finanziarizzazione” dell’economia dell’inizio del secolo (1911-1913).

Ad ogni Natale, i fanti di ogni divisa immersi nel fango delle trincee, affamati, esausti e malandati, coglievano l’occasione per sospendere autonomamente il combattimento e scambiarsi oltre le trincee e i fili spinati, gli auguri per una fine di quell’indegno massacro.

Dal primo inverno del 1914 i giorni a ridosso di Natale cessavano gli spari, si alzavano trincea-2cartelli con !auguri”, si scambiavano grida di pace e sigarette e cioccolata. In qualche caso anche strette di mano nella “terra di nessuno” diventata a furore popolare “terra di tutti”.

Le gerarchie militari e gli alti comandi degli eserciti, quei vigliacchi che cercano la gloria per se nel sangue dei sottoposti, ne erano innervositi, al punto che, pieni di livore impotente, emisero numerose circolari che vietavano questo “rapporto col nemico”.

Il Natale successivo, quello del 1915, in barba agli ordini degli stati maggiori dei codardi, gli scambi di saluti, strette di mano, doni, ecc., si moltiplicarono.

Non potendo frenare questi gesti di fratellanza, i vili generali decisero di usare la frusta della repressione. Questi saluti oltre le trincee, questa grande espressione di umanità venne dichiarata “un reato” di tradimento. Così generali, magistrati, pubblici ministeri e gendarmi si attivarono per riportare le truppe alla “legalità” di merda!

 Ecco alcune sentenze di condanna emesse l’anno successivo: il 1916 sul fronte italo-austriaco:

trincea-3 Dicembre 1916– A.S. di Roma anni 20, macchinista, caporale del 130° fanteria, condannato a 1 anno di reclusione militare   per “conversazione col nemico”. «Avendo tre o quattro austriaci gridato dalla loro trincea: “pace” egli pure rispose: “la vogliamo anche noi la pace”»

 [Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Enego, 5 maggio 1917. sent. 454]

 La notte dal 19 al 20 dicembre 1916 un plotone della 6° compagnia del 129° fanteria, durante i lavori per spalare la neve, il caporalmaggiore R.D. e il caporale C.M. vedevano gli austriaci intenti a spalare anche loro la neve; questi rivolsero parole di saluto, non comprese perché in tedesco, finché arrivò M.E. che fu in Germania a lavorare e lì si era fidanzato con una ragazza tedesca. Questi iniziò una conversazione che portò a una specie di intesa reciproca di non spararsi mentre si spalava la neve. Ne seguì uno scambio di cortesie e saluti e venne alzato un cartello con su scritto: “Buon Natale”, poi si scambiarono sigarette, pane e cioccolata.

R.D., della provincia di Salerno di anni 33, condannato a 1 anno di reclusione militare per conversazione col nemico e rifiuto d’obbedienza; C.M., della provincia di Avellino di anni 24, condannato a 1 anno e 1 mese di Guerr-1reclusione militare per lo stesso reato; M.E. della provincia di Arezzo di anni 23, condannato a 8 anni per gli stessi reati con in più “tradimento indiretto” in quanto il M.E., durante la conversazione tra una trincea e l’altra, aveva chiesto a un soldato austriaco di scrivere una lettera alla sua fidanzata tedesca a Dresda.

[Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Enego, 5 maggio 1917. sent. 453]
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Il “Natale di sangue di Ebert” del 1918 in Germania

1918 Con le prime aggressioni militari armate il 6 dicembre contro marinai e soldati e col tentativo di sciogliere la (Divisione della Marina del Popolo una formazione armata composta da marinai insorti) Volksmarinedivision si esplicitò il piano del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert di schiacciare e distruggere gli operai insorti e le forze che li appoggiavano per impedire ogni possibilità rivoluzionaria. Il governo, sotto la pressione degli eventi rivoluzionari, aveva ordinato che la Volksmarinedivision si trasferisse da Kiel a Berlino e si stabilisse nel castello della città.
Il primo ministro, il capo della socialdemocrazia Friedrich Ebert, a cui il 9 novembre 1918, il Reichskanzler, principe Maximilian von Baden, aveva trasferito i propri poteri per tacitare le masse, pretese il suo scioglimento ed il suo ritiro dal Castello, e Otto Wells, comandante della città di Berlino, rifiutò di pagare ai marinai lo stipendio arretrato. Ebert chiese la convocazione affrettata di un Congresso Nazionale dei Consigli, che ebbe luogo dal 16 al 20 dicembre 1918, quando ancora la SPD aveva la maggioranza. Ebert riuscì a imporre rapide elezioni per un’Assemblea Nazionale che doveva dar vita a una costituzione per un sistema parlamentare, marginalizzando così il movimento dei consigli che richiedeva una Repubblica Socialista.
La disputa andò crescendo il 23 dicembre. I marinai occuparono la cancelleria del Germ-1Reich, tagliarono le linee del telefono, misero il Consiglio dei Commissari del Popolo (a maggioranza socialdemocratica) agli arresti domiciliari e presero prigioniero Otto Wells. Ma diversamente da quanto si erano aspettati gli Spartachisti, non utilizzarono la situazione per eliminare il governo Ebert, bensì insistettero soltanto per avere ancora il loro salario. Tuttavia – e nonostante Otto Wells nel frattempo fosse stato rilasciato – Ebert, che si manteneva in contatto su una linea telefonica segreta con l’OHL (Comando Supremo dell’Esercito) a Kassel, la mattina del 24 dicembre diede l’ordine di attaccare il Castello con truppe fedeli al governo. Per assicurarsi l’appoggio dell’esercito al suo governo, Ebert aveva fatto un patto col generale Wilhelm Groener (successore di Ludendorff il lurido complice di Hitler nell’organizzazione del “Putsch della Birreria” il 9 novembre 1923 a Monaco e che fu sventato da nemmeno un centinaio di poliziotti che arrestarono Hitler), garantendo le gerarchie militari che non avrebbe riformato l’esercito e mantenuto gli alti gradi al loro posto. Nonostante ciò i marinai resistettero con successBerlin-vittime spartachisteo a questo attacco, sotto la guida del loro comandante Heinrich Dorrenbach. Nello scontro persero la vita circa 30 persone tra soldati e civili: il “Natale di sangue di Ebert“. Le truppe del governo, non erano entusiaste di combattere contro i marinai, arretrarono e dovettero abbandonare il centro della città. Furono poi disciolte o integrate nei Freikorps appena costituiti, formate dai signorotti prussiani, ex ufficiali dell’esercito e studenti reazionari. Per salvare le apparenze della sconfitta, alcuni settori delle truppe filogovernative occuparono temporaneamente la redazione del periodico Rote Fahne (Bandiera Rossa, il giornale degli Spartachisti).
E dunque Berlino era ancora nelle mani della Divisione della Marina del Popolo ma, ancora una volta, non ne approfittò. I marinai della Volksmarinedivision dimostrarono lealtà verso il processo rivoluzionario e si guadagnarono la fama di essere agli ordini degli Spartachisti. Una tesi purtroppo non vera e lo dimostrarono gli eventi di quel Natale 1918, quando una sconfitta militare del governo Ebert e del vecchio apparato di potere (capitalisti, generali, burocrati imperiali) produsse soltanto una manifestazione per il giorno successivo convocata dai Delegati Rivoluzionari (Revolutionäre Obleute) e l’abbandono della USPD (socialdemocratici indipendenti) del governo il 29 dicembre. Il governo controrivoluzionario di Ebert ne uscì addirittura rafforzato, potendo preparare così il massacro degli spartachisti nei mesi successivi. Il 15 gennaio 1919 furono uccisi Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.

Alcune ragioni della sconfitta:rote fahne
i lavoratori dirigevano le proprie lotte al di fuori degli apparati dei partiti e dei sindacati. si veniva formando così la convinzione che le masse potessero esercitare un’influenza diretta sulla vita sociale per mezzo dei Consigli. Era questo il modo con cui si intendeva la “dittatura del proletariato“; una dittatura che non sarebbe stata esercitata da un partito, ma sarebbe stata l’espressione dell’unità infine realizzata di tutta la popolazione lavoratrice. Un’organizzazione della società non-democratica secondo il concetto borghese, poiché la parte della popolazione non partecipante alla nuova organizzazione della vita sociale (capitalisti, banchieri, generali, ecc.), non avrebbe avuto voce né nelle discussioni né nelle decisioni.
Tutti sembravano convinti che le vecchie concezioni cominciavano ad essere ribaltate.
Purtroppo le tradizioni parlamentari e sindacali erano profondamente radicate nelle masse per essere estirpate in tempi brevi. La borghesia, il partito socialdemocratico ed i sindacati fecero appello a quelle tradizioni per frenare l’avanzata delle nuove concezioni. Il partito socialdemocratico, in particolare, a parole si felicitava di quel nuovo modo che le masse avevano per imporsi nella vita sociale. Arrivava perfino ad esigere che questa forma di potere diretto fosse approvata e codificata da una legge. Ma il vecchio movimento operaio (dirigenza partitica e sindacale), nel suo insieme, rimproverava ai Consigli di “non rispettare la democrazia formale“, mentre li scusava in parte a causa della loro mancanza di esperienza dovuta alla loro nascita recente e spontanea. Di fatto le vecchie organizzazioni rimproveravano ai Consigli di non lasciar agli apparati di partito, sindacato e cooperative un posto abbastanza grande, addirittura di far loro concorrenza. Pronunciandosi a parole per la “democrazia operaia“, i vecchi partiti e sindacati reclamavano che tutte le correnti del movimento operaio fossero rappresentate nei Consigli proporzionalmente alla loro rispettiva importanza.
La maggior parte dei lavoratori era incapace di confutare l’argomento del rispetto della “democrazia formale“: esso corrispondeva troppo alle loro vecchie abitudini. Così i Consigli Operai accettarono di riunire i rappresentanti del partito socialdemocratico, dei sindacati, dei socialdemocratici di sinistra, delle cooperative di consumo, ecc. come dei delegati di fabbrica. In queste condizioni i Consigli non erano più gli organi di gruppi di lavoratori, riuniti dalla vita della fabbrica, non più in grado di portare avanti gli interessi della classe operaia, ma le formazioni uscite dal vecchio movimento operaio operavano perché si individuassero gli obiettivi di “interesse nazionale” e quindi la restaurazione capitalistica, sulla base del capitalismo dello stato democratico.
Si interrompeva così il rapporto “diretto” tra la massa operaia e i “loro” consigli. I delegati ai Consigli non ricevevano più le loro direttive dalla massa, ma dai loro diversi delegati. Così i Consigli” erano costretti a esortare i lavoratori a rispettare e far rispettare “l’ordine” affermando che “nel disordine, non può esserci il socialismo“. In queste condizioni i Consigli persero rapidamente ogni valore agli occhi degli operai. Le istituzioni borghesi ripresero a funzionare, senza preoccuparsi del parere dei Consigli. Era questo lo scopo ultimo della direzione socialdemocrtatica.
Il vecchio movimento operaio poteva essere fiero della sua vittoria. La legge votata dal Parlamento fissava nel dettaglio i diritti ed i doveri dei Consigli: istituzionalizzati, inseriti nell’apparato statale, svuotati di ogni tensione rivoluzionaria, essi avrebbero avuto come compito di sorvegliare l’applicazione delle (sole) leggi sociali. I Consigli divenivano degli ingranaggi dello Stato, partecipavano al suo buon funzionamento, invece di demolirlo. Le tradizioni radicate nelle masse si rivelavano più potenti dei risultati dell’azione della rivolta spontanea.
Malgrado questa “rivoluzione abortita”, non si può dire che la vittoria degli elementi conservatori sia stata semplice e facile. Il nuovo orientamento degli spiriti, nonostante tutto, era abbastanza forte perché centinaia di migliaia di operai lottassero con accanimento affinché i Consigli conservassero il loro carattere di nuove unità di classe. Furono necessari cinque anni di conflitti incessanti, e talvolta di combattimenti armati e il massacro di 35.000 operai rivoluzionari, perché il movimento dei Consigli fosse vinto definitivamente dal fronte unico della borghesia, dal vecchio movimento operaio e dalle guardie bianche (Freikorps).

Vedi il Post precedente qui

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Marziani sulla terra…

Se…

…se il consueto marziano giungesse in questi giorni a fare le sue vacanze sulla terra… carce-3passando davanti a un’edicola, si troverebbe a leggere le prime pagine dei giornali. E, utilizzando il traduttore intergalattico, leggerebbe:

«Papa Benedetto XVI ha concesso oggi la grazia al suo ex maggiordomo, che stava scontando in carcere una condanna per avere rubato documenti riservati»

«Il Presidente della repubblica concede il condono al direttore de il Giornale Alessandro Sallusti, commutando la condanna in sanzione monetaria»

«Concessa una “licenza premio” straordinaria ai due Marò accusati di omicidio. Un aereo li ha condotti dall’India in Italia, sono stati ricevuti e abbracciati dal Presidente della Repubblica e poi si sono recati nella loro città di origine e trascorrerre il Natale con i familiari»

carce-2A questo punto il marziano si rivolge alla sua compagna: «vedi cara SXKYHW (il nome della ragazza marziana) non era giustificata la tua preoccupazione per lo stato della detenzione sulla terra. Evidentemente avevi informazioni sbagliate. Sulla terra i sistemi politici e gli Stati sono talmente tolleranti che, durante le feste, è un fiorire di grazie, condoni e licenze. E’ del tutto superfluo andare a visitare le carceri… le troveremo vuote. I tuoi timori sono infondati».

Invece:

dei 67.000 detenuti e detenute nelle carceri italiane, 29.000 non sono stati condannati, sono dunque innocenti fino alla condanna definitiva.   Dei restanti 38.532 ben 23.424 hanno un residuo pena inferiore a 3 anni. Dunque per le leggi italiane questi NON dovrebbero stare in carcere ma in “misure alternative“.    NON avranno la Grazia, né l’amnistia, né l’indulto e nemmeno, forse, la licenza di Natale.   E per completare il quadro idilliaco, ci sono anche 60 bambine e bambini da zero a tre anni chiusi nelle carceri con le loro madri… nessuno pensa di portarli  fuori?

carc-1E’ questo il doppio registro della giustizia italiana: debole e tollerante con i potenti o con chi esalta e galvanizza il più squallido patrittismo,  feroce e punitiva con chi sta agli ultimi gradini di questa cordata di imbecilli che si chiama “scalata sociale”.  Nel trabocchetto della “legge uguale per tutti” forse ci può cascare un marziano… non certo donne e uomini di questa terra (a meno che abbiano regalato il proprio cervello all’ammasso).

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Tanto “rumore” per nulla!

SeverinoRicordate?  Tempo fa si parlava di un provvedimento “svuota carceri“.

Che fine ha fatto?

Il disegno di legge (ddl) Severino torna in commissione Giustizia.

Il Senato ieri pomeriggio non ha accettato di discutere l’attuale stesura.    Lo ha carcere-1deciso il presidente del Senato  Renato Schifani prendendo atto del ‘no’ di 4 gruppi: Lega, Fratelli d’Italia, Cn e Idv.

Tanta opposizione risoluta e tenace a cosa si riferiva? Si trattava del ddl sulle “misure alternative” al carcere.  Un modestissimo provvedimento che favoriva –appena un po’- la possibilità di accedere alle misure alternative al carcere per quei detenuti e detenute che avessero già maturato quella condizione. In pratica si trattava di riattivare l’applicazione di una legge (la legge Gozzini) ormai del tutto inapplicata.

Secondo le più rosee previsioni del guardasigilli Severino sarebbero usciti dalle carceri, pur restando nell’ambito del controllo penale, ma non in carcere, circa 2.100 detenuti. Secondo altre stime ne sarebbero usciti non più di qualche centinaia.

carcere-2In pratica era il tentativo del governo di affrontare il sovraffollamento carcerario, come a voler svuotare il mare con un cucchiaio. Eppure questa uscita di qualche centinaia di “pericolosi criminali” (con condanne non superiori a 3 anni) hanno spaventato gran parte dei nostri solerti parlamentari. E qui la bagarre.

Il pacchetto Severino aveva avuto già una mutilazione: era stato scorporata la “depenalizzazione della Fini-Giovanardi” ossia la depenalizzazione dei consumatori di sostanze stupefacenti (ricordiamo la notevole presenza nelle carceri italiane di detenuti e detenute per le leggi proibizioniste, circa il 25%). Ma la politica “proibizionista” è il più grande favore che i politici fanno alle mafie: è questa la più importante trattativa Stato-Mafia per incrementare di molto – col proibizionismo – gli introiti delle mafie.

Un episodio da ridere sono stati i cartelli che i senatori leghisti hanno issato durante carcere-3la discussione in Senato, dicevano: “Delinquenti in carcere!“. Forse si riferivano ai loro colleghi, senatori e deputati indagati per le peggiori malversazioni. A prenderli sul serio (?) si sarebbe potuto dire che miravano a “incarcerare l’intero Parlamento”.

Ecco i numeri dei detenuti e detenute in “misure alternative

9.775 affidamento in prova

859  semiliberi

8.907  in detenzione domiciliare  

 …e non dimentichiamo questi altri numeri

(dati Dipartimento Amministrazione Penitenziaria-Dap):

58 suicidi nel   2009 (34 imputati; 23 condannati; 1 internato  + 100 morti altre cause

63    “                 2010 (37 imputati;  24 condannati; 2 internati   +108    “    “       “       “

63    “                 2011 (31 imputati;  23 condannati; 9 internati   +102    “    “       “       “

I dati di Dossier “Morire di carcere” sono leggermente diversi:

72 suicidi nel  2009  + 105 per altre cause

66     “               2010  + 118   “     “        “

66     “               2011  + 120   “     “        “

60     “              2012  +   93   “     “        “

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La «fine del mondo» non c’è stata!

fine-0Oggi è 22 dicembre 2012. Dunque la fine del mondo non c’è stata!

In molti e molte ci speravamo! Come mai ci speravamo? Manie suicide? Macché!, forse  coltivavamo l’illusione di poter fare almeno una cosa, l’ultima, in modo collettivo.

Talmente siamo nauseati della nostra esistenza appiattita sull’individualismo più sfrenato, sull’egoismo più esasperato – che però accettiamo e squallidamente facciamo nostro, in cambio di uno status di “cittadini efficienti”.

Sballottati tra un’illusoria competizione con gli altri, impegnati a sgominare ogni altro contendente con ogni mezzo, e la corsa all’accaparramento di merci e galloni dorati, per risultare, alla fine, come donne e uomini inevitabilmente sottomessi e sconfitti.

E invece non è successo niente! Nemmeno i Maya ci hanno regalato fine-1quest’ultimo afflato collettivo.

Il mondo finirà per ciascuna e ciascuno di noi in un giorno qualsiasi e insignificante dello scorrere inesorabile del tempo cosmico… e tutti noi moriremo soli!

Come ci ricorda Fabrizio De André:

«…Cari fratelli dell’altra sponda

Cantammo in coro giù sulla terra,

amammo in cento l’identica donna,

partimmo in mille per la stessa guerra,

questo ricordo non vi consoli

quando si muore, si muore soli

[Il Testamento- volume3]

Per non morire soli e sole forse dovremo cambiare profondamente il nostro modo di vivere e impegnarci nella trasformazione rivoluzionaria della società in cui sperperiamo la nostra vita.

fine-2

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C’hanno rotto i maro’…

(agenzie) INDIA- KOCHI – L’Alta corte del Kerala ha ufficialmente autorizzato il permesso ai Marò, detenuti in India da febbraio, di poter trascorrere a casa le vacanze di Natale. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno ottenuto una licenza della durata di due settimane, licenza che entrerà in funzione dal momento in cui i due militari lasceranno l’India. Per il provvedimento voluto dal giudice dell’Alta corte del Kerala tale permesso dovrà essere accordato con una garanzia finanziaria di 60 milioni di rupie, pari a oltre 826.000 euri.

…Se…. Se il governo italiano e i suoi ministri avessero dedicato un decimo di soldi e di tempo di quanto hanno dedicato ai due Marò, ai detenuti e alle detenute che marciscono e soffrono nelle carceri italiane….

…Se… se cercassimo di convincere i “nostri” governanti di NON togliere i soldi al lavoro dei detenuti e delle detenute italiane per spenderli nel cercare di riportare a casa chi va in giro a sparare sui pescatori, illudendosi di fare la “guerra ai pirati” …

…Se… se ci domandassimo quanti detenuti e detenute italiane otterranno la licenza per passare le feste in famiglia…

… Se… sapessimo che….

…beh, ora ve lo diciamo: nelle carceri italiane sui 38.532 detenute e detenuti condannati definitivamente (le/gli altri 30.000, non sono ancora condannati con sentenza definitiva, quindi sono ancora  innocenti) ben 29.686 hanno da scontare meno di 5 anni di carcere…. domandiamo ai ministri… quanti di queste e questi avranno la licenza per trascorrere le feste fuori dal carcere???

Almeno togliete quella  c… di scritta nei tribunali… ma quale uguale per tutti.carogne!!!!

…e… strozzatevi col panettone !

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A proposito di Amnistia, Pannella e “legalità”…

carcere amnistiaNon è mia abitudine giudicare le forme di protesta che alcuno/i mettono in atto per raggiungere un obiettivo. Purché l’obiettivo sia valido e consistente. Ciascuno e ciascuna singolarmente o collettivamente realizza le forme più congeniali alla propria impostazione politica.

Lo sciopero della fame di Marco Pannella, e le iniziative del partito radicale per l’Amnistia e contro il sovraffollamento nelle carceri italiane che provoca ulteriori sofferenze ai detenuti e alle detenute, sono indiscutibilmente iniziative che hanno richiamato l’attenzione della cosiddetta “opinione pubblica” (ossia dei grandi media e delle autorità politiche) sul dramma delle carceri.

Però, attenzione! L’obiettivo di Pannella e dei radicali è l’Amnistia ma all’interno di un quadro politico per “riportare la legalità nelle carceri italiane”.

La lotta per l’Amnistia mi trova d’accordo, se non altro perché è questo il grido che si leva dalla gran massa delle donne e degli uomini rinchiusi nelle prigioni dello Stato italiano. Non mi trova per nulla d’accordo l’obiettivo di fondo:  “riportare la legalità nelle carceri italiane”.

Di quale legalità stiamo parlando?

ScarcerNel Quaderno n.8 di Scarceranda (in questi giorni in distribuzione e presentazione in numerosi spazi sociali e realtà di movimento), nell’articolo sull’Amnistia c’è scritto:

«Ma quale legalità?Quella nel cui nome vengono inflitte le peggiori sofferenze, come il carcere a vita? Quella legalità che permette agli Stati attuali, sempre più totalizzanti, di controllare e sanzionare ogni comportamento delle persone, anche il più intimo? Quella legalità che santifica e reitera il mantenimento dello stato di cose attuali che vede i poveri e gli sfruttati sempre più sottomessi e i potenti e ricchi sempre più arroganti?»

Lottare per l’Amnistia è giusto e urgente oggi, perché è il solo modo per iniziare a svuotare quelle maledette carceri.

«Per noi Amnistia o indulto deve essere un modo per fare uscire più persone da Carc-1quell’inferno e per avvicinare il momento dell’abolizione definitiva del carcere. Per noi Amnistia è lotta per costruire un rapporto di forza e imporre al governo e alle classi dirigenti il riconoscimento del periodo di “particolare tensione sociale” provocato dallo strapotere dei potenti che ha reso sempre più precaria la vita dei più! Per noi Amnistia è imporre il riconoscimento della legittimità dei conflitti collettivi e dei comportamenti individuali, anche se compiuti in violazione della legge, poiché realizzati per trasformare il sistema economico sociale esistente, o semplicemente per sopravvivere. Per noi Amnistia vuol dire affermare il principio che settori importanti della società possono ribellarsi, nelle molteplici forme, all’ordine esistente con pratiche illegali e che le loro ragioni sono storicamente valide». [Quaderno n.8 di Scarceranda]

Va rifiutato il concetto di “legalità”, ossia di quel sistema di leggi e regolamenti che ha il compito di riprodurre l’ordine capitalistico, di perpetuare il regime proprietario, su cui si fonda questa società. Questa “legalità” va ribaltata, mettendo al primo posto i bisogni e le aspettative concrete delle persone concrete, di ciascuno e di tutti.

C’è inoltre da ricordare che il sistema di norme definito “legalità” oggi fa riferimento al Codice Penale del 1930, scritto dal guardasigilli di Mussolini, Alfredo Rocco, e che da allora nessun parlamento repubblicano si è incaricato di abolire e riscrivere. Un codice fascista le cui norme, volute da Mussolini, come il fascistissimo reato di “devastazione e saccheggio”, oggi tengono in carcere le/i manifestanti della proteste di Genova 2001 (Marina e Alberto e altri che sono stati rinviati dalla Cassazione al giudizio di Appello). Per non parlare dei reati associativi grazie ai quali negli anni Settanta e Ottanta sono state riempite le galere.

carc-2Il carcere è un elemento centrale di questa società, non un fronzolo da modificare a piacere. La sofferenza che il carcere produce, la devastazione e l’annientamento della personalità di chi reclude, il terrore che diffonde per tutti i soggetti sociali deboli e subalterni, sono elementi determinanti del carcere nell’ambito dello Stato capitalistico.

Se è giusto affermare, perché vero, che lo stato attuale del carcere italiano (comune a quello di tutti gli Stati) con lo spaventoso sovraffollamento, la mancanza di igiene e di spazi di vivibilità e di socialità, la carenza di sanità e perfino del cibo, i pestaggi delle squadrette e il ricorso all’isolamento punitivo sempre più diffuso; se è vero che tutto ciò moltiplica l’angoscia dei prigionieri è altrettanto vero che la gran parte di queste afflizioni si soffrono anche nel carcere “non-sovraffollato”. Il carcere, affollato o meno che sia, è uno strumento di supplizio che deve incutere terrore, imporre disciplina ferrea, acquietare lo spirito di sovversione, distruggere la volontà di ribellione.

La lotta per l’Amnistia e l’Indulto, va condotta per riportare in libertà donne e uomini reclusi, per superare il concetto di “pena”, per abbandonare il codice penale, un passaggio nella lotta totale a questa “legalità”, a questo Stato, a questo ordine.

Una lotta per avvicinare la costruzione di una società senza galere!

Si! All’Amnistia!  No al carcere!  No a questa “legalità” !

Libere tutte  Liberi tutti

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Venerdì 21 dicembre a fianco dei detenuti e contro i pestaggi

DA ROMA A TOLMEZZO
PERCHE’ NESSUNO E’ SOLO – PERCHE’ NESSUNA E’ SOLA

manifesto_tolmezzoWEBDa alcuni mesi, attraverso numerose corrispondenze e la determinazione dei detenuti del carcere di Tolmezzo (Udine) siamo a conoscenza delle infamie praticate abitualmente in quelle mura da parte dei carcerieri.
I prigionieri che si sono più esposti, chiedendo di far circolare all’esterno le notizie dei continui pestaggi delle “squadrette speciali”, dell’isolamento punitivo, delle aggressioni e le minacce fisiche e psicologiche da parte del brigadiere di turno, hanno subito la rappresaglia della Direzione del carcere.
Ciò che vorrebbe schiacciare e dividere non ha fatto altro che rafforzare la solidarietà, sia dall’esterno che tra i detenuti stessi.
Percorsi di vita che s’intrecciano: un presidio solidale di fronte alle mura di manifestotolmezzo2webTolmezzo, uno sciopero del carrello contro l’isolamento e in solidarietà con i compagni anarchici imprigionati nel regime AS2 del carcere di Alessandria, i numerosi e spontanei gesti di ribellione alle guardie…
La complicità che allontana la paura. La consapevolezza che ogni azione di rifiuto, di non sottomissione, di denuncia, è uno strumento importante nel percorso di liberazione di tutti e tutte.
Ma nelle brutalità venute alla luce dall’inferno di Tolmezzo si rispecchiano le storie di tantissimi detenuti e detenute di diverse carceri della Democrazia. In Italia, come altrove, lo Stato, per sua natura, reprime anche attraverso l’utilizzo sistematico della violenza.
Niente da chiedere a chi ci opprime. Agire in prima persona invece.
Rompere il silenzio, spezzare l’isolamento, non lasciare nessuna, nessuno solo nella lotta per la libertà. Per un mondo senza galere.

VENERDI’ 21 DICEMBRE ALLE h 15.00
PRESIDIO DAVANTI AL MINISTERO DI GRAZIA E GIUSTIZIA
VIA ARENULA,     ROMA

I compagni e le compagne

Tolmezzo1Di seguito alcuni contributi e lettere usciti in questi mesi sulla situazione nel carcere di Tolmezzo:

– TESTIMONIANZA SUI PESTAGGI NEL CARCERE DI TOLMEZZO     Di seguito una lettera arrivata al Circolo Cabana di Rovereto da undetenuto del carcere di Tolmezzo (UD) dove è stato rinchiuso MassimoPassamani prima di essere trasferito nella sezione di Alta Sorveglianza del Carcere San Michele di Alessandria. Questa letteratestimonia dei continui pestaggi e punizioni compiutidall’amministrazione penitenziaria per mezzo dei suoi agenti e spiega il celere trasferimento di Massimo. Tolmezzo, 31/08/12       Qui

– LETTERA DI MASSIMO PASSAMANI A RADIO BLACKOUT Alessandria, 18 settembre 2012     Qui

– DA TOLMEZZO AD ALESSANDRIA
Di seguito un comunicato arrivato dai prigionieri del carcere di Tolmezzo in cui esprimono la propria solidarietà attiva verso il loro compagno Maurizio Alfieri e, rompendo i confini territoriali della prigionia, nei confronti degli anarchici sequestrati nella sezione
Alta Sicurezza 2 di Alessandria.   Qui
– A PROPOSITO DI UN BELLISSIMO GESTO 
19 novembre 2012    Qui
– AGGIORNAMENTO DA TOLMEZZO E LETTERA DI MAURIZIO ALFIERI  Seguono alcuni aggiornamenti dal carcere di Tolmezzo e una lettera di Maurizio Alfieri in cui viene diffusa la notizia di un’aggressione ordinata dalle guardie nei confronti di un prigioniero e di altre minacce e rappresaglie contro chi sta cercando di rompere la censurasugli orrori e le brutalità che avvengono in questa galera.
– PRIGIONIERI SEGNALANO LA BRUTALITA’ DEL CARCERE DI TOLMEZZO     Qui   
Per scrivere a Maurizio e agli altri detenuti a Tolmezzo:
MAURIZIO ALFIERI
VIA PALUZZA 77,  33028  TOLMEZZO  (UDINE)
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