Sardegna: si smantellano i posti di lavoro si aprono carceri!

È quanto ha deciso il governo: trasformare la Sardegna in una colonia a regime speciale.

sulcisDa qualche anno si assiste, in Sardegna, allo smantellamento di fabbriche, miniere e strutture produttive. Migliaia e miglia di posti di lavoro sono stati persi nell’isola. Nessun ascolto è stato dato, dal governo, alle proposte dei lavoratori isolani per trasformare e riconvertire attività produttive ormai desuete, come l’estrazione di carbone nel bacino carbonifero del Sulcis, o la produzione di alluminio in Alcoa in attività diverse valide e in grado di occupare gran parte della forza lavoro. Intanto dal 1° gennaio 2014 i  300 lavoratori cassintegrati dell’Alcoa di Portovesme verranno messi in mobilità, ossia verranno avviate le procedure di licenziamento collettiivo.

In “compenso” lo stato italiano ha destinato alla Sardegna la gran parte degli istituti di pena. L’isola si riempirà alcoa-operaidi carceri, che dovranno assorbire la totalità dei detenuti in regime di alta sicurezza e in particolare i circa 700 detenuti in regime di 41bis.

Lunedì 21 ottobre 2013 [adnkronos] –

Sardegna: 132 detenuti dell’Alta sicurezza arrivati sull’isola con volo charter

Centotrentadue tra camorristi, mafiosi, trafficanti internazionali di droga sono sbarcati nel pomeriggio da un volo charter Blue Panorama atterrato all’aeroporto di Elmas diretti ad Oristano, Nuoro e Tempio”. Ne da notizia il deputato sardo di Unidos Mauro Pili. “Entro il mese di ottobre – aggiunge Pili – il ministero progetta di mandare i primi 10 capimafia nel carcere di Sassari. Quarantatre detenuti di Alta sicurezza, dei livelli 1 e 3, contrasta palesemente con il nuovo carcere nato come casa circondariale e non certo come carcere destinato a questo elevato grado di sicurezza”.

Ma anche altri detenuti cosiddetti “normali” verranno trasferiti nelle carceri sarde. È prevista la costruzione di carceri per circa 2700 posti. Di cui 1400 ultimati e il resto in fase di esecuzione.

Uta cagliariLa decisione del governo è stata presa nel 2009 con famigerato “pacchetto sicurezza” che al suo interno conteneva la stabilizzazione del 41bis, inserito nell’ordinamento penitenziario (O.P.) e non più come norma eccezionale cui ricorrere in caso di gravi problemi inerenti la sicurezza delle carceri. [“in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza, il ministro di grazia e giustizia, ha facoltà di sospendere nell’istituto interessato o in parte di esso l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti.”-1986]. Il percorso del 41bis nel sistema detentivo italiano è un’ottima radiografia della deriva becero-reazionaria delle classi dirigenti: appena 6 anni dopo, nel 1992, al 41bis viene aggiunto un secondo comma che consentie al Ministro della Giustizia di sospendere per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica le regole di trattamento e gli istituti dell’ordinamento penitenziario nei confronti dei detenuti facenti parti delle organizzazioni mafiose. Ancore nel 2002 viene estesa l’applicabilità del regime del 41bis, ai detenuti e ai condannati per reati con finalità di “terrorismo ed eversione”. Si arriva alla Legge 15 luglio 2009, n. 94 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” (Il cosiddetto “pacchetto sicurezza”), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 170 del 24 luglio 2009, dove oltre a inserire il 41bis nell’O.P. si stabilisce che:   «I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari,… »

È chiaro dunque il doppio registro della politica governativa italiana; o per meglio dire l’imbroglio:

*da una parte ci si lamenta e ci si stracciano le vesti per il problema del sovraffollamento nelle carceri italiane, per la mancanza di spazio vitale, di strutture per socializzare, per l’assenza di igiene, di passeggi, di aree di studio, ecc., e ovviamente non si fa NULLA per ridurre la presenza di persone in carcere;

*dall’altra, invece, procede sempre più speditamente, il “piano carceri”, che assorbe una quantità spropositata di denaro pubblico (che potrebbe essere utile per molte altre iniziative), di cui non si riesce a sapere nemmeno l’ammontare: segreto di stato, dicono! Si sa soltanto che la spesa inizialmente preventivata è lievitata di molto anche per i ritardi e le polemiche che hanno accompagnato la costruzione di queste opere. Così come non è dato sapere quali ditte sono state coinvolte nell’opera. Segreto di stato!

Le città interessate dalle nuove costruzioni di carceri sono Tempio Pausania, –Oristano, località Massama, –Sassari località Bancali e Cagliari col nuovo complesso alle porte della città nell’area industriale di Macchiareddu in località Uta a 18 km da Cagliari. Ma una cosa è certa: il nuovo carcere di Uta-Cagliari non servirà nemmeno per svuotare il vecchio e indecente carcere di Buoncammino. Quest’ultimo resterà attivo; il sovraffollamento lo impone.

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L’ambiguo gioco sull’Amnistia

AmnistiaSi è rianimato il dibattito sull’Amnistia e Indulto dopo il “messaggio alle camere” del presidente Napolitano dell’8 ottobre scorso (il testo integrale dell’appello lo trovi qui).

Tutti gli esponenti dei partiti e i maître à penser sono scesi in campo dicendo la propria. Un dibattito che dimostra la loro NON conoscenza della realtà della detenzione e il loro fregarsene della condizione della popolazione carcerata, inficiando la discussione con le solite diatribe sulle berlusconerie, inquinandolo con calcoli di bottega! Ciò ne renderà difficile l’approvazione, per i veti incrociati e per le trattative in corso.

Ma il fatto più grave è che questa ambiguità impedisce una riflessione seria e a tutto campo sul problema del carcere: se ancora dobbiamo convivere con questo vecchio e inutile strumento di tortura; o invece impegnarci per trovare alternative radicali a quella mostruosità.

Amnistia e Indulto, da un punto di vista tecnico,sono provvedimenti cosiddetti  “deflattivi“, ossia che alleggeriscono immediatamente l’eccessiva presenza di persone in carcere e predispongono la situazione per una possibile ri-considerazione del problema della sanzione e della pena.

Dal punto di vista di chi sta in galera è una boccata d’ossigeno: riacquistare la libertà di praticare quelle relazioni umane troncate improvvisamente e ferocemente dalla carcerazione. Amnistia e indulto è dunque vita, di fronte al carcere che è morte.

Se però resta tutto inalterato, Amnistia e Indulto serviranno a poco. Se rimarranno attive le leggi criminogene (che fanno diventare reati dei comportamenti che prima erano casomai criticabili ma esclusi dalla sanzione penale, quindi producono criminali): le leggi sull’immigrazione e sulle sostanze stupefacenti, se resteranno le restrizioni per la recidiva, se permarrà il pesante clima culturale forcaiolo che preme la magistratura giudicante per il massimo della pena e soprattutto per il blocco reale delle misure alternative

È questo delle misure alternative il vero nodo del problema:

*nell’immediato perché quasi un terzo delle persone carcerate hanno una pena o un residuo pena inferiore a tre anni (elevabile a sei per tossicodipendenti) e dunque dovrebbero stare fuori dal carcere in misura alternativa. Si tratta di modificare le procedure per l’accesso alle misure alternative, ossia una accesso automatico per sostituire la procedura farraginosa dell’istanza al tribunale di sorveglianza e le lunghe attese.

*in prospettiva perché parlare di misure alternative significa mettere in discussione la sanzione carceraria. Significa ripensare complessivamente il sistema della sanzione non-carceraria e iniziare a concepire l’esistenza di un circuito sanzionatorio che non-separi, non-escluda dalla società come il carcere; significa togliere il potere allo stato di impossessarsi del corpo di una persona per annientarne l’autonomia e la personalità. (Anche il concetto di sanzione dovrebbe scomparire per far posto a una comunicazione dialettica tra diversi. Ma poiché il termine “sanzione” viene usato oggi anche dai movimenti che si dicono “antagonisti”, forse i tempi non sono maturi).

Se non si mette in discussione il concetto stesso di carcere, l’alleggerimento di presenze in carcere prodotto da amnistia e indulto sarà di breve durata e le carceri si riempiranno rapidamente di nuovo. Non con le stesse persone che hanno beneficiato dell’indulto e amnistia (come affermano vigliaccamente i fautori del NO).

Oggi dobbiamo essere in grado di sottoporre a critica demolente il concetto di “pena” come privazione della libertà, come annichilimento della soggettività delle persone recluse cui vengono recisi, da un momento all’altro, le relazioni affettive, sociali, lavorative. Il carcere de-socializza completamente le persone che rinchiude. Che inganno parlare di “ri-socializzazione”, che ambiguità!

Per chi scrive,  Amnistia e Indulto deve essere un modo per fare uscire più persone da quell’inferno e per avvicinare il momento dell’abolizione definitiva del carcere. Amnistia deve essere lotta per costruire un rapporto di forza e imporre al governo e alle classi dirigenti il riconoscimento del periodo di “particolare tensione sociale” provocato dallo strapotere dei potenti che ha reso sempre più precaria la vita dei più! Amnistia deve voler dire imporre il riconoscimento della legittimità dei conflitti collettivi e dei comportamenti individuali, anche se compiuti in violazione della legge, poiché realizzati per trasformare il sistema economico-sociale esistente, o semplicemente per sopravvivere. Amnistia deve affermare il principio che settori importanti della società possono ribellarsi, nelle molteplici forme, all’ordine esistente con pratiche illegali e che le loro ragioni sono storicamente valide e legittime.

Cronaca:

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Tre sono i disegni di legge attualmente prersenti alle Camere e che verranno discussi:

= DISEGNO DI LEGGE d’iniziativa dei senatori MANCONI, COMPAGNA, CORSINI e TRONTI presentato il 15 marzo 2013, dal titolo “Concessione di amnistia e indulto”

A tal fine, nell’esercizio di quel potere clemenziale riservato al Parlamento, il presente disegno di legge concede amnistia per tutti i reati commessi entro il 14 marzo 2013 per i quali è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena detentiva ferme restando alcune esclusioni per i reati connotati da maggiore  pericolosità sociale e lesivi di beni giuridici di rango costituzionale particolarmente elevato. Analoghe esclusioni sono previste per l’indulto, che è concesso nella misura di tre anni in linea generale e di cinque per i soli detenuti in gravi condizioni di salute.

(Il testo integrale si può leggere qui)

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= DISEGNO DI LEGGE d’iniziativa dei senatori COMPAGNA e MANCONI presentato il 15 marzo 2013, dal titolo “Concessione di amnistia ed indulto”

Rispetto all’amnistia del 1990, l’ultima emanata, (legge 11 aprile 1990, n. 73), si è scelto di eliminare il riferimento alla discussa (e potenzialmente indeterminata) nozione di «reato finanziario». La pena detentiva che deve essere prevista, per dar luogo all’estinzione del reato, è quella non superiore nel massimo a quattro anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena……

(Il testo integrale si può leggere qui)

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= PROPOSTA DI LEGGE di iniziativa del deputato GOZI presentata il 26 marzo 2013, dal titolo “Concessione di amnistia e indulto”

A tal fine, nell’esercizio di quel potere clemenziale riservato al Parlamento, la presente proposta di legge concede amnistia per tutti i reati commessi entro il 14 marzo 2013 per i quali è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena, ferme restando alcune esclusioni per i reati connotati da maggiore pericolosità sociale e lesivi di beni giuridici di rango costituzionale particolarmente elevato...

(Il testo integrale si può leggere qui)

I sondaggi:

– L’amnistia divide gli italiani, ma prevalgono i contrari. il 52% non vogliono atti di clemenza, il 44 % è favorevole. È quanto emerge da un sondaggio della Ipr realizzato per il tg3. Le percentuali restano sostanzialmente le stesse anche tra gli elettori del Pd

* il 51% contrario, il 45% favorevole. L’Ipr ha testato anche le opinioni degli italiani sul reato di immigrazione clandestina: è emersa una prevalenza dei contrari all’abolizione, con il 50% del campione che non la vorrebbe e il 42% che sarebbe invece favorevole

* Tra gli elettori del M5s, i contrari sono ancora di più: il 54% di elettori di Grillo non vuole che sia abrogato il reato di clandestinità, contro un 27% di favorevoli e un 19 senza opinioni.

Le posizioni dei politici:

CANCELLIERI, auspico riscontro messaggio capo stato (ANSA) – PADOVA, 14 ott – “Auspico che il messaggio del Capo dello Stato abbia quel giusto riscontro che merita”.: così il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, in merito alla discussione su un provvedimento di indulto-amnistia, a margine di un convegno a Padova su “Emergenza lavoro nelle carceri”. Il ministro ha poi precisato che “il Parlamento è sovrano e ovviamente farà la sua scelta”.

Scontro nel PD. “La discussione su amnistia e indulto è un’assurdità, è giusto l’intervento del presidente Napolitano, ma si deve intervenire sulle carceri. Non mi interessano i sondaggi; e bisogna agire sulla normativa Bossi-Fini. Ma dire ogni sette anni: apriamo le carceri è diseducativo per i nostri giovani”. Lo ha ribadito il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, il gara per la direzione del PD. Gli si contrappone Emanuele Macaluso e Gianni Cuperlo accusandolo di seguire i sondaggi.

Il capogruppo regionale di Italia dei Valori, Antonino Pipitone dell’IDV si dice contrario.

Per il PDL, Quagliarello ha detto che non si può escludere un condannato (Berlusconi) da un provvedimento di Amnistia o Indulto.

I disegni di legge presentati pongono il limite massimo della pena per i reati da amnistiare a quattro anni, limite che esclude il reato per il quale è stato condannato B e anche gli altri reati per i quali è in corso il giudizio.

 Ma è solo il condannato Berlusconi, oppure tanti altri notabili, ad avere conti aperti con la giustizia?

Altri Post sull’Amnistia: qui,   qui  qui

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No alla repressione! Cagliari contro il carcere e contro gli Opg

Cagliari dib

 

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La “Piazza Statuto” degli operai edili 1962-1963

Nel luglio 1962 gli scontri di Piazza Statuto a Torino degli operai sotto la sede del sindacato Uil che aveva firmato un accordo separato con la Fiat, spezzando la lotta operaia in crescita, hanno aperto una nuova epoca: il riscatto della classe operaia!

(sugli scontri di Piazza Statuto vedi qui)

La breccia si è aperta: Corso Vittorio Emanuele a Bari e Piazza SS. Apostoli a Roma

 È il 9 ottobre 1963, in Piazza SS Apostoli in Roma

A-Processo Edili 9ottI primi lanci di agenzia nel pomeriggio così battono «Disordini a Roma: Scontri a Roma durante una manifestazione dei lavoratori edili per il rinnovo del contratto. 168 i feriti, numerosi gli arresti».

I lavoratori dell’edilizia di Roma erano da più di un anno in lotta per il rinnovo  del contratto di lavoro.

Si doveva modificare la struttura del salario, ancora molto segnata dal cottimo, da paghe striminzite, da orari infiniti, da straordinari obbligatori, da giornate di “sospensione dal lavoro senza paga” per le avverse condizioni meteorologiche, da un clima da caserma, da incidenti continui ecc.

È una delle più grandi “specificità” italiane di quegli anni l’industria edile. L’aggressione alle B-Processo Edili 9ottcittà di grandi, medi e piccoli costruttori, che nascono come funghi, ottengono licenze di costruzione con una “strizzatina d’occhio”. Nessun controllo. Piani regolatori non ne esistono e là dove ci sono vengono totalmente ignorati. Le città, a causa della massiccia urbanizzazione, crescono in modo caotico, spazzando via quel poco di vita collettiva, di socialità e di verde che ancora esisteva.

Costruttori senza scrupoli crescono. È una nuova borghesia rampante, senza conoscenze tecniche né cultura che non sia quella dell’arricchimento e della corruzione. I suoli vengono acquistati con quattro soldi, gli edifici vengono costruiti con materiali di scadente qualità, centinaia di migliaia di edili vengono ‘assunti’ al di sotto della paga contrattuale e senza contributi previdenziali. -“al nero” -, sui cantieri vi è totale assenza di norme di sicurezza che fa registrare un’impressionante sequela di lavoratori infortunati e assassinati che vengono eufemisticamente definiti:‘morti bianche’.

C-Processo Edili 9ottLe ostilità erano state aperte l’anno prima a Bari, dove i costruttori –al pari di quelli di Roma- erano tra i più intransigenti , antisindacali, fascisti e mafiosi.

Il 23 agosto 1962 migliaia di edili della provincia di Bari erano entrati in sciopero. Chiedevano l’applicazione di alcune norme contrattuali firmate l’anno precedente, una riduzione di 3 ore di lavoro settimanale ed un superminimo (un aumento del minimo sindacale fermo a quattro anni addietro nonostante l’aumento del costo della vita) giustificato soprattutto dall’aumento dei ritmi di lavoro, dell’espansione del mercato e dai superprofitti degli imprenditori. Gli industriali non solo ignorarono la richiesta di un incontro sindacale ma rifiutarono ogni forma di trattativa. Quel 23 agosto, gli edili organizzano una protesta sotto la sede dell’Associazione degli industriali e il 24, perdurando il silenzio arrogante degli industriali, esplode la rabbia operaia. Lo scontro è violentissimo tra dimostranti e forze dell’ordine. I dirigenti della Polizia sapevano che quella rabbia sarebbe esplosa di fronte al NO padronale e si erano preparati, con camionette e idranti. Caroselli polizieschi e scontri tra l’una e l’altra parte, continuarono anche la domenica 25. Per due giorni, il centralissimo Corso Vittorio Emanuele a Bari è un campo di battaglia. Oltre 220 arresti, più di 100 feriti quasi tutti dimostranti, anche se i poliziotti conobbero dal vivo la rabbia operaia, anche semplici cittadini, come il fotoreporter della Gazzetta del mezzogiorno.

D-Processo Edili 9ottL’anno dopo è la volta degli edili di Roma. I padroni, al colmo dell’arroganza per frenare gli scioperi, sempre più partecipati, proclamano la “serrata”. L’8 ottobre 1963 si sciopera contro la serrata decisa dai costruttori. Manifestano sotto la sede dell’Acer (Associazione Costruttori Edili Romani), sono operai edili, sono tanti e incazzati. La manifestazione è repressa con durezza “ingiustificata” dalle forze di polizia e dai carabinieri. Quaranta lavoratori vengono arrestati senza nessun indizio concreto che non sia quello di essere operai in lotta per il lavoro, per il contratto, per una riforma del settore edilizio. Al processo 33 operai vengono condannati. Proteste del PCI e del PSI. La Cgil propone uno sciopero di protesta, ma poi lo revoca per la mancata adesione degli altri sindacati (Cisl e Uil).

Pochi giorni prima era avvenuta un’altra azione repressiva di stampo fascista: il 17 settembre, il sindacalista comunista Giuseppe Bresciani era stato denunciato, per “invasione di domicilio” poiché era entrato in un cantiere senza l’autorizzazione del proprietario.

[le foto in alto sono prese al processo agli operai edili per gli scontri di Piazza SS Apostoli. E’ bello vedere i sorrisi con cui gli operi affrontano i giudici. Sorrisi e orgoglio di aver fatto quello che andava fatto, consapevolezza di appartenere alla classe operaia che da allora aveva deciso di alzare la testa e non subire più!]

Quella della classe operaia edile è stata una lotta importante, ha sconfitto l’intransigenza dei padroni del mattone, costringendoli all’accordo, ha fatto fare un salto in avanti alla condizione del lavoro edile. Ma ha anche risvegliato le coscienze degli abitanti delle città sul degrado che queste subivano a causa delle politiche dissennate e mafiose dei costruttori edili e dei corrotti amministratori locali.

Sui cantieri il dibattito e la partecipazione dei lavoratori all’attività sindacale e politica si impennò. Si realizzò quella partecipazione operaia che mancava da troppi anni.

Una pagina importante della lotta operaia, purtroppo oscurata dal grande evento tragico che in quello stesso giorno attirò l’attenzione di tutto il paese:

Vajont-3LA FRANA DEL VAJONT. Alle 22.39 dell 9 ottobre 1963, la frana si stacca. Non in due tempi, bensì come corpo unico, compatto: 260 milioni di metri cubi di roccia. In quel momento il livello dell’acqua è a quota 700,42 m slm. L’onda di 50 milioni di metri cubi provocata dalla frana si divide in due direzioni. Investe da una parte i villaggi di Frassen, San Martino, Col di Spesse, Patata, Il Cristo. Quindi arriva ai bordi di Casso e Pineda. Dall’altra parte, superando la diga, raggiunge Longarone, Codissago, Castellavazzo. Infine Villanuova, Pirago, Faè, Rivalla, per poi defluire lungo il Piave. L’onda provoca 1917 Vajont-2morti: 1450 a Longarone, 109 a Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 persone originarie di altri comuni, di cui la maggior parte lavoratori e tecnici della diga con le rispettive famiglie.

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Carceri: l’Europa mette sotto accusa l’Italia

Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa mette l’Italia nella lista dei “sorvegliati speciali” per quanto riguarda la situazione delle carceri. È una sorta di procedura d’infrazione contro i governanti del “nostro” paese. Ma stavolta non per problemi di bilancio o di debito, ma, dopo aver già deciso di mettere sotto “sorveglianza costante” la questione del sovraffollamento, oggi il comitato dei ministri europei ha infatti deciso di aggiungere alla lista dei problemi da trattare con priorità anche quello dell’inadeguatezza delle cure mediche fornite ai carcerati.

carcere-1La questione è giunta sul tavolo del comitato dei ministri in seguito a quattro sentenze di condanna emesse dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) nei confronti dell’Italia tra il 2009 e l’inizio di questo anno. In tre delle sentenze lo Stato italiano è stato condannato per aver tenuto in prigione detenuti il cui stato di salute era incompatibile con il regime carcerario.

Con l’ultima sentenza la Corte europea aveva condannato l’Italia per non aver fornito cure adeguate a un detenuto; nel documento attuale il comitato dei ministri aggiunge che, se è pur vero che le autorità italiane hanno assicurato ai detenuti che hanno vinto il ricorso gli arresti domiciliari o le cure necessarie, non hanno ancora preso tutti i provvedimenti necessari a garantire che quanto accaduto a questi detenuti non possa accadere ad altri.

Ora a Strasburgo il comitato dei ministri sta analizzando se risponde ai requisiti richiesti un primo piano d’azione inviato dall’Italia in cui vengono specificate tutte le misure già prese o che verranno prese a breve

Intanto, nelle carceri si continua a morire. Assanlal Fouad aveva 37 anni, è deceduto all’interno della Casa Circondariale di Livorno. È accaduto nel cuore della notte, in una delle celle sovraffollate della “Sezione Transito”, in un angolo di una cella piccolissima che accoglie quattro persone, stivate in meno di dieci metri quadrati. Non si conoscono le cause della morte, sulla quale stanno indagando i periti dell’Autorità Giudiziaria.

carcere-2Ricordo che gli obblighi della Convenzione dei Diritti Umani, che pure lo stato italiano ha firmato e non rispetta sono: l’esistenza della pena dell’ergastolo, l’isolamento carcerario, i regimi di carcerazione speciale come il 41bis, lo spazio eccessivamente esiguo per ciascun carcerato/a, l’assenza o carenza di luoghi per attività collettive di studio, gioco e lavoro, l’eccessivo uso della carcerazione preventiva, la responsabilità civile dei giudici, la sanità per detenuti/e, in genere, per le condizioni di degrado in cui versano le carceri italiane.

Tutto questo sortirà qualcosa? Forse no, se continuerà questa acquiescenza passiva dei movimenti di questo paese nei confronti della critica efficace e radicale al carcere realizzando una forte e continua mobilitazione!

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Uso delle armi chimiche da parte dell’esercito italiano

Gli aggressivi chimici furono utilizzati per la prima volta durante la Grande Guerra. […] I morti causati da questa condotta della guerra furono moltissimi, soprattutto all’inizio del conflitto, quando i soldati non avevano una dotazione individuale per la difesa.

[…]I paesi membri della SdN (Società delle Nazioni) il 17 giugno 1925 sottoscrissero il Protocollo per la proibizione dei gas asfissianti, tossici o di altri gas, e degli strumenti di guerra batteriologici. Nonostante questa limitazione, gli eserciti non smantellarono i reparti chimici e continuarono a fare studi sui procedimenti, prodotti e armi. Addetti militari, tecnici, alti ufficiali dei diversi eserciti si scambiavano informazioni e organizzavano esercitazioni congiunte.

Etipia[…] l’impiego delle armi chimiche da parte delle forze armate italiane, aggiornato e fatto con documentazione d’archivio, in merito alla guerra d’Etiopia grazie alle ricerche svolte da Angelo Del Boca, Giorgio Rochat e Roberto Gentili, le informazioni più importanti sono note, anche se rimarrebbe ancora molto da scrivere. La tematica è ampia e complessa, non si limita alla storia militare ma tocca nodi importanti della storia l’Italia, come i rapporti tra industria, mondo scientifico, regime e forze armate.

Il Servizio chimico militare, che dal 1926 era ridotto a 5 compagnie di corpo d’armata e a 2 battaglioni di 2 compagnie, crebbe notevolmente in vista della campagna d’Etiopia. Il 28 luglio 1935 ad Asmara fu costituito un apposito ufficio chimico composto da 43 ufficiali, 71 sottufficiali, 1.487 soldati, con a disposizione 270 tonnellate di aggressivi. Anche i reparti lanciafiamme erano di competenza del Servizio chimico, ma il loro impiego fu limitato perché le apparecchiature erano pesanti e pericolose.

Gli aggressivi chimici nel corso della guerra furono impiegati dall’aeronautica, dall’artiglieria e da reparti appiedati del Servizio chimico. Tra il gennaio 1936 e la fine della guerra, a Massaua furono inviate – stando ai dati riportati da Giorgio Rochat – decine di migliaia di proietti per artiglieria da 105/28caricati ad arsine. Questi colpi furono sparati nel corso del conflitto solamente durante la battaglia dell’Amba Aradam l’11, il 12 e il 15 febbraio 1936, poi furono lasciati nei depositi.

L’aeronautica fu la forza armata che utilizzò la quasi totalità degli aggressivi chimici. Era dotata di due tipi di bombe: C500T da 280 kg caricate a iprite (212 kg), che esplodevano a circa 250 metri dal suolo vaporizzando il liquido e contaminando un’area di 500-800 metri per 100-200, e le C100P caricate ad arsine (100 kg). In Eritrea e Somalia furono inviate 540  C100P,  3.300   C500T e diverse migliaia di bombe da 21, 31 e 40 kg caricate a iprite e fosgene, in parte già presenti in colonia. Sul fronte nord Badoglio fece sganciare un migliaio di C500T, in Somalia l’aeronautica sganciò un totale di 30.500 kg di bombe all’iprite e 13.300 kg di bombe al fosgene. Badoglio fu il primo a fare ricorso agli aggressivi chimici, il 22 dicembre 1935, nella battaglia dell’Endertà contro gli armati di ras Immirù; sul fronte sud l’aeronautica utilizzò il gas per la prima volta due giorni dopo, contro la località di Areri. Da fine dicembre 1935 e per tutto il resto della guerra, il lancio di gas diventò una pratica di routine … Graziani proseguì anche in aprile e maggio.

Etipia-1I gas furono utilizzati nelle operazioni di polizia coloniale anche dopo la proclamazione dell’impero del maggio 1936….Seppure in maniera ridotta, l’aeronautica proseguì con i gas fino al 1939… L’artiglieria , oltre che sull’Amba Aradam, utilizzò i colpi ad arsine almeno una seconda volta, nello Scioa, nel villaggio di Zeret nell’aprile del 1939.

[Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero, Laterza 2008, pag 33 segg]

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 «Fu uno spettacolo terrificante. Io stesso sfuggii per un caso alla morte. Era la mattina del 23 dicembre, ed avevo da poco attraversato il Tacazzè, quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani. Il fatto, tuttavia, non ci allarmò troppo, perché ormai ci eravamo abituati ai bombardamenti. Quel mattino però non lanciarono bombe, ma strani fusti che si rompevano appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore. Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia fra i miei uomini erano rimasti colpiti dal misterioso liquido ed urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in una agonia che durò ore. Fra i colpiti c’erano anche contadini, che avevano portato le loro mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini».

[Testimonianza del ras Immirù, in Angelo Del Boca, La guerra d’Abissinia  1935-1941, Feltrinelli, 1965, pag 74]

IL NEMICO PRINCIPALE E’ SEMPRE IN CASA NOSTRA!!!

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Squallide manovre in Parlamento per mantenere la “tortura”

tortura1Amnesty International Italia e Antigone hanno espresso disappunto per la definizione di tortura contenuta nel testo in discussione alla Commissione Giustizia del Senato, in quanto difforme dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.
«Se questa definizione fosse introdotta nella legislazione penale, un singolo atto di tortura non sarebbe sufficiente a punire i torturatori» – hanno dichiarato le due associazioni.

Secondo l’ultimo testo unificato del disegno di legge sull’introduzione del delitto di tortura nel codice penale, presentato il 17 settembre dal relatore Nico D’Ascola (Pdl), per esservi tortura vi sarebbe infatti bisogno che vengano commessi «più atti di violenza o di minaccia». Un solo atto del genere potrebbe dunque consentire di evitare una condanna. Si tratta di una definizione che ricorda tristemente una formulazione proposta nel 2004 dalla parlamentare della Lega Nord Carolina Lussana.
«Nel caso della proibizione legale della tortura il lavoro del parlamento può e deve essere facilitato dai testi internazionali. La definizione dell’articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 non richiede sforzi di fantasia da parte del legislatore. È necessaria, piuttosto, una seria volontà politica, che purtroppo nell’ultimo quarto di secolo è mancata» – hanno sottolineato Amnesty International Italia e Antigone.
La lacuna normativa perdura da 25 lunghissimi anni, durante i quali l’Italia non ha onorato gli impegni internazionali, al contempo mostrando di non essere affatto immune dai rischi di tortura. Nell’ambito di importanti sentenze, infatti, i giudici italiani hanno affermato che questa lacuna normativa impedisce loro di procedere alla punizione di fatti gravissimi. Tra queste, la sentenza definitiva di condanna per i fatti di Bolzaneto.
«Ci appelliamo alla Commissione Giustizia affinché elabori e approvi una definizione di tortura conforme a quella delle Nazioni Unite» – hanno concluso Amnesty International Italia e Antigone.

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Tortura è l’ergastolo, tortura è il 41 bis, tortura è l’isolamento, tortura sono i regimi di detenzione speciale… tortura è il carcere stesso che rinchiude ogni persona per separarla dalle realtà e dalle relazioni sociali e umane che costituiscono la propria identità!

Abolire il carcere e il concetto di pena e punizione!

nota:   Convenzione dell’ONU contro la tortura 

 Art. 1

1. Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.

Sulla tortura vedi anche  qui   qui    qui 

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NO all’estradizione! Libertà per la compagna Sonja Suder

Sabato scorso, 14 settembre, manifestazioni a Parigi di solidarietà con Sonja Suder  contro l’estradizione cui è stata sottoposta. Le manifestazioni, di cui riportiamo i volantini, sono state tenute davanti al Conseil d’Etat e durante la festa dell’Humanité.

Per saperne di più sulla grottesca vicenda di Sonja e Christian Gauger vedi post precedenti qui

LIBERTE POUR SONJA SUDER

Extradée de France le 14 septembre 2011 par Sarkozy/Fillon, membre présumée de l’opposition militante des années 70 et pour des faits datant de plus de 35 ans, Sonja Suder, 80 ans, est maintenue depuis cette date en prison préventive, en Allemagne. Inculpée sur la base d’un interrogatoire conduit dans des conditions s’apparentant à la torture et sur les déclarations d’un témoin de la couronne, elle est jugée à Francfort depuis septembre 2012.

Le premier interrogatoire, celui d’Herman Feilling en 1978, a duré quatre mois et a débuté au lendemain d’une amputation des deux jambes et de l’énucléation des deux yeux. C’est sous l’emprise de puissants analgésiques, morphine etc…et en état post traumatique profond que les policiers l’ont tenu à l’isolement total et ont rédigé cet interrogatoire qui sert aujourd’hui à incriminer Sonja Suder. Propos que Feilling a réfutés dès qu’il en a eu la possibilité.

Quant à Klein, l’autre témoin, condamné dans le procès de Vienne lors de la prise d’otages des ministres de l’OPEP en 1975, il a obtenu le statut de « témoin de la couronne » lui permettant de bénéficier d’une importante réduction de peine en échange de la dénonciation de personnes dont Sonja Suder.

Depuis 15 ans, ses différentes dépositions varient sur des points essentiels, et sa dénonciation de Sonja Suder comme ayant pris part à la logistique a été définitivement mise à mal le 13 août 2013 par un agent ex-chef-adjoint de la brigade anti-terroriste française. Cité au procès, il a déclaré que la photo de Sonja Suder sur laquelle Klein a prétendu l’avoir reconnue (en 1998, ce qui serait à l’origine de ses accusations ultérieures) ne lui a jamais été présentée

Ce sont donc les éléments essentiels de l’accusation portée contre Sonja Suder qui s’effondrent au fur et à mesure des audiences. Cependant Sonja S. est toujours en prison, la dernière demande de libération le 10 septembre 2013 a une fois de plus été rejetée.

Le procès se déroule à raison de deux fois par semaines et continuera sans doute jusque mi-novembre.

Devant l’absence évidente d’éléments probants, d’accusations qui ne sont étayées en aucune façon par des éléments de nature à en assurer la véracité, il est plus que temps que Sonja Suder soit libérée.

Ce que l’on peut nommer une « erreur manifeste d’appréciation » de la Juge Stock en charge de ce procès est désormais établi. Ce procès doit cesser immédiatement.

Nous exigeons la libération immédiate de Sonja Suder,

L’abandon de ce procès ainsi que de toutes les charges pesant sur elle.

SONJA

14 SEPTEMBRE 2013

DEUX ANS DEJA QUE SONJA SUDER A ETE EXTRADEE EN Allemagne SUR DECISION DU CONSEIL D’ETAT.

DEUX ANS DEJA QUE SONJA SUDER, 80 ANS, EST EMPRISONNEE A FRANCFORT

 

Le Collectif Stopextradtions et Linter ont décidé de marquer cette date en rappelant par une distribution de tracts informatifs et la pose de banderoles sur les grilles du Conseil d’Etat, que c’est au mépris des lois que celui-ci a émis un avis favorable à l’extradition de Sonja Suder et Christian Gauger, alors qu’en 2001 la chambre d’Instruction de la Cour d’Appel de Paris avait prononcé un avis défavorable à leur extradition leur permettant alors de résider en France.

L’application des nouvelles normes juridiques européennes a donc abouti à un déni de principes fondateurs du droit :

–         Non rétroactivité des normes quand elles ne sont pas « plus favorables au justiciable »

–         Principe de « l’autorité de la chose jugée », qui interdirait de revenir sur une décision précédente, ceci sur la base du principe que « nul ne peut être jugé deux fois pour les mêmes faits »

–         Notion de « délai raisonnable » entre les fait reprochés et le jugement.

NOUS DEMANDONS LA LIBERATION IMMEDIATE DE SONJA SUDER

L’ARRET IMMEDIAT DE CE PROCES

www.stopextraditions.blogspot.com    –     www.linter.over-blog.com

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Marianne e… la Rivoluzione

Certo, la conosciamo la Marianne, e conosciamo cosa rappresenta. Rappresenta la Rivolta, l’Insurrezione, la Rivoluzione, “la libertà che guida il popolo” come è rappresentata nel famoso quadro di Eugène Delacroix.

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La Marianne è diventata ed è la rappresentazione allegorica della Repubblica francese, ancor oggi.

Ma la bella Marianne ne ha subite di trasformazioni! Ma proprio tante!

Siamo nel XVIII secolo, in Europa la borghesia è ormai pronta ad assumere il ruolo di classe dirigente, non solo economica – questo lo è già – ma anche politica. Deve quindi scalzare il potere delle aristocrazie, dei loro imperi e delle case regnanti la cui legittimità non è più effettiva. È un obiettivo possibile, ma per raggiungerlo deve animare e armare le masse popolari, persuaderle che la responsabilità del loro malessere è tutto delle classi dell’ “ancien régime” ed esortarle a insorgere contro il “tiranno”.

Per infiammare gli animi delle masse popolari ci vuole una bella immagine, un simbolo in cui si riconoscano i poveri, i diseredati, gli ultimi, che simboleggi la loro voglia di rivolta, ma sia anche capace di “far sentire uniti” intorno a qualcosa di originario: la Nazione, la Patria, la Rivoluzione, la Libertà, l’Uguaglianza, ma sono solo parole, ideologie vuote, niente di concreto. Ma se queste parole fossero rappresentate da una donna del popolo, una via di mezzo tra la mamma e l’amante, che susciti passioni e infiammi gli animi, che sappia anche nutrire e proteggere, allora ci siamo. Il simbolo è fatto! Uno dei più potenti simboli realizzati in epoca moderna!

Ed ecco la Marianne! La Marianne del 14 luglio 89, è una giovane donna col berretto frigio (il berretto di origine anatolica ma che in epoca romana veniva portato dagli schiavi liberati. Da allora simboleggia la libertà), esuberante e sommariamente vestita; indossa una corta tunica, mettendo in mostra le gambe dal ginocchio in giù e, nei movimenti della battaglia, lasciava scoperti i seni prosperosi. Non era ancora il dipinto famoso di Delacroix, ma la Francia rivoluzionaria ne era piena e, in ogni manifestazione popolare era l’immagine principale, di gran lunga più visibile delle madonne e delle immagini religiose.

In quel decennio rivoluzionario di fine ‘700 con fazioni l’un contro l’altra armate, dai radicali Giacobini ai moderati Girondini, con scontri e massacri, con la ghigliottina che faceva gli straordinari, nessuno ebbe il coraggio di modificare di una virgola la Marianne. La Rivoluzione era in corso, diversa per ogni fazione, ma comunque una Rivoluzione, e ciascuna fazione aveva bisogno della partecipazione delle masse popolari che andavano a morire sulle barricate, la Marianne andava bene così.

Fino a quando?

Marianne statue in ParisLa borghesia, nelle sue diverse fazioni, aveva bisogno del popolo per insorgere con le armi e spazzare via il regime precedente, ma doveva anche costruire una società moderna, sviluppare l’industrializzazione, incrementare l’urbanizzazione. E soprattutto doveva – rapidamente – mettere ordine e laboriosità nella società per favorire lo sviluppo delle industrie, delle banche, l’ordinato andazzo delle città, con i suoi quartieri operai e i lussuosi quartieri degli affari e della borsa, con i suoi negozi per un consumo sempre più di massa. Doveva altresì ordinare l’agricoltura, doveva avere strade sicure e trasporti rapidi. Insomma doveva dare linfa allo sviluppo capitalistico. Per questo, d’altronde, era stata fatta la Rivoluzione borghese!

Così la buona Marianne si ritrova…ben vestita! Ordinata e pulita, non quella scalmanata che aveva infiammato le giornate dell’89.

Ora deve rappresentare i “nuovi” valori della classe dominante, della borghesia: rispettabilità, decenza, decoro, efficienza, caratteristiche obbligatorie del nascente “citoyen”, ma anche amore per il lavoro e per la famiglia. L’amicizia diventa valore centrale da contrapporre alle passioni sessuali che, si sa, provocano disordine.

La modernità, l’industrializzazione e l’urbanizzazione necessitano di società sempre più disciplinate e ordinate dedite al lavoro, con nuclei familiari stabili e numerosi che producano carne da lavoro e carne da cannone.

Ma l’ancien régime è lì, non ancora del tutto sconfitto, pronto a tornare. È necessario periodicamente rianimare gli spiriti popolari e ridare vita alla Rivoluzione. La Rivoluzione si fa se c’è passione. Ci vuole di nuovo un’immagine per infiammare gli animi e i corpi e portarli alla lotta, per avere carni da sacrificare sull’altare dei grandi ideali, la Rivoluzione, la Patria, la Nazione, la Libertà. Si prende la brava Marianne, la si fa alzare in piedi, le si mettono panni popolari che, sotto l’impeto della battaglia, scoprono la sua nudità combattente, nudità, che alimenta passione nei sanculotti, ormai “citoyen”, guidati, armati e pronti a combattere e morire seguendo Marianne. Guardate come sprona i cittadini alla battaglia!, incurante dei cadaveri sul terreno e dei suoi vestiti che fuggono. Armi, morti, feriti…le Rivoluzioni si fanno così (con il massimo rispetto di chi crede che la rivoluzione sia una sorta di bicchierata tra amici). Ne muoiono in combattimento almeno 800 fra gli insorti e circa 200 fra i soldati. Migliaia ne moriranno in seguito a ferite o nelle buie galere.

È il 1830 è: la rivoluzione di Luglio o seconda rivoluzione francese, avvenuta a Parigi nelle giornate del 27, 28 e 29 luglio per impedire il colpo di stato di Carlo X, ultimo sovrano della dinastia dei Borbone, pressato dai vecchi poteri che non ci stavano a vedersi messi da parte. Carlo tenta di dare pieni poteri alla monarchia, le masse in armi lo rovesciano, lo sostituisce Luigi Filippo (non più “re di Francia”, ma “re dei francesi”), il re della Monarchia di Luglio. In quei giorni (le cronache dicono il 28 luglio) Eugène Delacroix dipinge la Marianne più famosa. Come la vediamo nell’immagine iniziale.

Ma la storia non finisce qui. La storia non finisce mai!

E così arriviamo al famoso ’48. il 25 febbraio 1848, l’appena proclamata Seconda Repubblica bandì un concorso per determinare quale immagine allegorica si sarebbe dovuto scegliere per rappresentarla. Fu scelta sempre una Marianne, ovviamente, ma ben vestita e addirittura… seduta!, sebbene circondata di simboli rivoluzionari di libertà di uguaglianza e fraternità. Vestita e seduta, una onesta madre di famiglia capace di allevare sudditi, ora cittadini, e di far quadrare il magro salario del marito occupato 13 ore in fabbrica.

Era necessario trasmettere una sensazione di stabilità: se la Marianna si siede, il potere può star tranquillo. Purtroppo, a dispetto dell’immagine, la Seconda Repubblica durò nemmeno 5 anni, terminando la sua breve vita il 2 dicembre 1852.

E ancora nel 1870 il famoso incisore e illustratore Paul Gustave Doré ritrasse la Marianne repubblicana che guidava ancora un esercito di cittadini, a imitazione dell’immagine di Delacroix, ma i cittadini non erano sanculotti, e lei era ben vestita, matura d’età, e non la fanatica e infervorata pulzella che guida gli straccioni all’assalto del potere.

Marianne-2Di nuovo Marianne viene rivestita, si copre i seni nudi che avevano infiammato i combattenti. Viene vestita e messa di nuovo seduta. Il viso si fa austero, quasi da istitutrice inglese, ne riso, né rabbia. Via le passioni! Si lavora ragazzi!,… e poi si fanno anche le guerre, ma guidate dai generali e gerarchicamente organizzate.

È la borghesia che difende le sue conquiste, anche combattendo, ma non più con l’impeto rivoluzionario che pure l’aveva caratterizzata negli anni dell’abbattimento dell’ancien régime.

È la borghesia, contraddizione vivente, nella sua ascesa a classe dominante. Ha le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, che si è incaricata di diffondere in tutto il pianeta, contraddizioni che ogni pochi anni scatenano crisi devastanti che costringono alla fame milioni di proletari e distruggono aree del pianeta; non solo guerre per allargare i mercati e impadronirsi delle materie prime, ma anche crisi tra la “moralizzazione dei costumi” che aveva cavalcato contro la corruzione e il degrado della nobiltà e del clero, con Marianne a impersonare i valori di rispettabilità, decenza, decoro, efficienza e e la realtà della società capitalista. Questa è scossa da continue e profonde tensioni tra classi sociali in continuo tumulto e trasformazione. Il conflitto, la battaglia è inevitabile, fisiologica. Ogni classe, ogni settore sociale, spesso, ha bisogno di infiammare di nuovo gli animi: c’è da formare eserciti, c’è da combattere guerre, c’è da organizzare conflitti contro sacche di potere del vecchio ordine. E poi, poi inizia a muoversi, a organizzarsi e a lottare questa nuova classe: la classe operaia formata nelle fabbriche, che aveva accompagnato le rivoluzioni dei settori progressisti della borghesia, ma proprio in quelle fabbriche stava prendendo coscienza della propria condizione e si rendeva conto che il nuovo padrone, la borghesia appunto, era il vero nemico da abbattere per conquistare la propria liberazione.

E così Marianne, vestita o seminuda, seduta o lanciata nella battaglia, assurge a simbolo di tutti i francesi. Ma nel cuore della gente, se sfruttati e oppressi, la Marianne vive nel loro immaginario come quella dipinta da Delacroix,… in attesa della prossima rivoluzione… perché ce n’è un urgente bisogno!

La storia potrebbe finire qui. Ma…

È il 4 aprile del 2011, nel munle2marianneicipio della cittadina francese di Neuville-en Ferrain (meno di 10 mila abitanti), vicino a Lille si discute animatamente; il sindaco Gérard Cordon ha deciso di rimuovere la statua della Marianne, simbolo della repubblica francese perché le sue forme da maggiorata (immagine a destra) inquietavano gli sposini che andavano a giurarsi eterna fedeltà proprio nei pressi di quell’emblema di abbondanza e generosità.

La statua della «Marianna procace» è stata chiusa in un armadio del palazzo municipale: si trova agli “arresti” era costata 1400 euro. Sarà sostituita da un nuovo busto dal costo di 900 euro (immagine a sinistra).

Forse è vero che la donna ha molto a che vedere con tutto ciò che si muove intorno alla Rivoluzioneimages

Cherchez la femme!!!

Nota:

Non solo in Francia i valori borghesi, o meglio, le ideologie borghesi come: nazione, patria, interesse nazionale, bandiera, identità, ma anche rispettabilità, decenza, decoro, efficienza, ordine, amore per il lavoro e per la famiglia, obbedienza e disciplina, vengono personificate da una donna. Anche in Germania e in Inghilterra le due donne che accomunano quei valori borghesi  sono Germania e  Britannia. Eccole:

Germania  Britannia-1

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Liberiamo la parola Amnistia dai tentativi di appropriazione dei potenti

Amnistia1Basta!!! Smettetela – potenti di merda – di cercare di catturare la parola “Amnistia” per usarla nei vostri sporchi intrallazzi di potere…

Liberiamo l’Amnistia dagli inciuci, dai compromessi, dagli accomodamenti, dai voti di scambio cui è stata trascinata, dalle beghe delle misere berlusconerie! Ma che c’entra l’Amnistia con loro, con i potenti?

Amnistia è parola che apcarcere amnistiapartiene ai perdenti, da loro viene urlata, a loro può giovare.

Amnistia è un grido che proviene dal profondo delle celle di galera, non dalle ville miliardarie, né dagli scranni di consessi aziendali e/o istituzionali.

Voi potenti l’avete insozzata col vostro squallore e la vostra arroganza che puzza di miliardi e di sopraffazione! Così abbiamo visto persone da sempre favorevoli all’Amnistia, cambiare istericamente posizione e schierarsi per il NO paventando di essere intrappolati nelle berlusconerie di cui questo triste paese è succube!

Voi che, comunque vadano le vicende politiche e giudiziarie, ne uscirete comunque altrettanto potenti. E ciò continuerà a ripetersi finché i perdenti, organizzati, decideranno di ribaltare questo andazzo!

Per noi, Amnistia o indulto deve essere un modo per fare uscire più persone da quell’inferno di galera e per avvicinare il momento dell’abolizione definitiva del carcere. Per noi Amnistia è lotta per costruire un rapporto di forza per imporre al governo e alle classi dirigenti il riconoscimento che ogni periodo è un periodo di “particolare tensione sociale” provocato dallo strapotere dei potenti che ha reso sempre più precaria e difficile la vita dei più!

Per noi Amnistia è imporre il riconoscimento della legittimità dei conflitti collettivi e dei comportamenti individuali, anche se compiuti in violazione della legge, poiché realizzati per trasformare il sistema economico sociale esistente, o semplicemente per sopravvivere. Per noi Amnistia vuol dire affermare il principio che settori sfruttati della società possano ribellarsi, nelle molteplici forme, all’ordine esistente con pratiche illegali e che le loro ragioni sono storicamente valide.

amnistia2La lotta per l’Amnistia e l’Indulto, va intensificata, va condotta fuori e dentro le galere! Ogni piazza, ogni quartiere deve riprendere e rilanciare il grido “Amnistia!” per riportare in libertà donne e uomini reclusi, per superare il concetto di “pena”, per abbandonare il codice penale. Deve essere un passaggio nella lotta totale contro questa “legalità”, contro questo Stato, contro questo ordine di sfruttamento.

Il carcere è un elemento centrale di questa società. Il carcere e il sistema repressivo sono pilastri dell’ordine dello sfruttamento capitalistico. Non sono orpelli che si possono modificare a piacere. La sofferenza che il carcere impone a chi reclude, la devastazione e l’annientamento della loro personalità, il terrore che infonde in tutti i soggetti sociali deboli, subalterni e sfruttati, sono elementi determinanti del carcere e del sistema repressivo all’interno dello Stato del capitale.

La lotta per l’Amnistia è lotta per avvicinare la costruzione di una società senza galere!

sul concetto di “Amnistia” vedi qui   e   qui
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