Le AMNISTIE del 1968 e del 1970

Era il 28 giugno 1968 Il senatore Codignola (sinistra indipendente) presentò la proposta di Amnistia e Indulto per il periodo di lotte studentesche, operaie e proletarie che fino a quella data si erano manifestate. Questo il testo:

«Onorevoli Senatori – A decorrere dalla scorsa estate, la situazione politico-sociale del Paese è stata caratterizzata da un diffuso stato di insoddisfazione e di malessere delle masse studentesche e – almeno in alcuni centri – delle masse operaie, condizione in parte riconducibile ad un fenomeno analogo manifestatosi in ogni parte del mondo, sotto i più diversi regimi politici, in parte determinata da ragioni specifiche della nostra società nazionale. L’insoddisfazione dei giovani per una società organizzata in centri di potere economici e politici ai quali è difficile l’accesso, e che paralizzano un’ampia e sincera dialettica democratica, coinvolge inevitabilmente il problema generale del potere in una società odierna: questa presa di coscienza abbastanza generalizzata nelle generazioni giovani trova occasioni puntuali di contestazione e di rifiuto nella organizzazione scolastica – e particolarmente universitaria – e nella organizzazione produttiva, entrambe legate ad una rigida concezione gerarchica del potere, che estrania da ogni potestà decisionale le masse dei lavoratori e degli studenti. Appare quindi evidente che, nell’interesse stesso della democrazia, nell’accezione aperta e progressiva voluta dalla nostra Costituzione, occorre procedere di pari passo alla realizzazione di profonde riforme strutturali ed alla creazione di un clima maggiormente democratico ed antiautoritario nel Paese. La crisi di valori che si è così determinata ha prodotto scontri e conflitti tra forze di polizia da un lato, e studenti ed operai dall’altro, che hanno messo in evidenza il divario crescente fra alcune norme penali e di sicurezza tuttora in vigore, e la diversa coscienza che si è venuta maturando fra i giovani. I procedimenti giudiziari che ne sono seguiti ne costituiscono la logica conseguenza, ma riconfermano la necessità e ‘urgenza di una radicale revisione del Codice penale, della legge di Pubblica sicurezza e di altre leggi, la cui ispirazione autoritaria risale al fascismo o comunque ad una concezione repressiva dello Stato che ripugna oggi alla coscienza democratica. In attesa che a tale revisione il Parlamento si accinga, è sembrato doveroso ai proponenti di chiedere un atto di conciliazione nazionale, che all’inizio della nuova Legislatura dimostri la sensibilità delle Camere ai gravi problemi di fondo che le recenti agitazioni e repressioni hanno aperto, e che non possono essere risolti con metodi coercitivi, ma vanno affrontati nella loro sostanza politica e sociale».

Dovendo stabilire una data di inizio i presentatori del progetto si posero l’interrogativo:

«Ma quando è sorto il movimento studentesco, quando si sono manifestati i primi scontri con le strutture autoritarie dell’università e dello Stato? Possiamo dire che i movimenti più duri si siano concentrati negli anni 1966, 1967 e 1968, ma non possiamo ragionevolmente escludere che altri casi si siano verificati anche prima del primo ottobre 1966. Anzi, come ha testé affermato il collega Cacciatore, se ne sono svolti anche prima, particolarmente nell’aprile 1966, all’università di Roma e in altre sedi universitarie, oltre che nelle piazze, dove vi è stato lo scontro con determinati principi che ancora oggi orientano e governano la politica del paese»  e ancora … «…tra il giugno e l’ottobre del 1965 quasi tutte le categorie dei lavoratori nei diversi settori produttivi sono entrate in agitazione per il rinnovo dei contratti e sono state costrette a grandi sacrifici, a scioperi prolungati, a lotte e a scontri duri e difficili cui spesso hanno fatto seguito violente repressioni. E ciò è avvenuto quasi per tutte le categorie, in ogni settore produttivo, agricolo e industriale, commerciale, impiegatizio, in ogni parte del paese. Le lotte degli edili, dei metallurgici, dei metalmeccanici, le lotte agrarie e le manifestazioni dei coloni e dei braccianti delle Puglie, della Calabria e dell’Emilia, solo per citare alcuni casi; le repressioni contro gli operai della FIAT, contro i lavoratori della terra, contro (per citare un esempio articolare) le tabacchine dell’azienda ATI di Salerno, tutte avvenute prima del primo ottobre 1966, stanno a dimostrare che il termine iniziale fissato per l’amnistia, oltre ad essere illogico giuridicamente, arbitrario e casuale, è motivo di disparità di trattamento e di gravi ingiustizie che ledono e colpiscono il principio della generalità, al quale invece si ispira e dovrebbe attenersi il provvedimento».

Per l’Amnistia del 1968 (D.P.R. 25 ottobre, n. 1084), la votazione finale alla Camera avvenne a scrutinio segreto. La proposta di legge fu approvata con 336 voti favorevoli contro 75. Avevano dichiarato di votare contro i liberali e i missini. I democristiani avevano dichiarato di votare a favore facendo riferimento ai «fermenti» di cui «possono criticarsi gli effetti ma non disconoscersi del tutto l’intrinseco fondamento».

Per il Pci, l’on. Guidi ribadì di non considerare l’amnistia un gesto di perdono e riaffermarono «…il grande valore che ha sempre avuto la resistenza collettiva quando si è espressa come tutela della Costituzione».

Questo provvedimento non porta termine iniziale, ma solo quello finale per «…i reati commessi fino al 27 giugno 1968»

Nel complesso il provvedimento risultò di particolare ampiezza. Vi furono compresi i reati di devastazione e saccheggio (pena massima 15 anni), incendio (pena massima 7 anni), bloccostradale o ferroviario (pena massima 12 anni), detenzione di armi da guerra e altri reati in tema di armi (pena massima 6 anni).

Non si pensi che fossero tutti d’accordo. Il commento di alcuni settori giuridici fu nettamente negativo. Quello della rivista «L’indice penale» è, poi, perentorio: «Non vi è dubbio che questo decreto indica chiaramente l’avvento di forze che si impongono allo Stato con carattere rivoluzionario»

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Due anni dopo, fu votata l’ultima amnistia politica, finora: quella del 1970 (D.P.R. 22/5/70, n. 283).

Si arrivò a questo provvedimento su richiesta dei partiti di sinistra in particolare del partito socialista.

La proposta di legge (n. 2289 del 3/2/70) venne presentata alla Camera dai deputati Giolitti ed altri (tra i quali Leonetto Amadei e Vassalli) a nome della direzione del partito socialista per superare la «grave situazione sicuramente in contrasto con le esigenze di distensione del paese». Per i proponenti «…molte imputazioni fanno riferimento a figure di reati che la nostra coscienza sociale e la Costituzione della Repubblica considerano superate. Ma il problema si pone anche per le imputazioni che non concernono figure di reati che non trovano più rispondenza nella mutata coscienza sociale e politica del paese. Qui il disagio deriva dal fatto che noi consideriamo legittime le finalità per le quali si sono svolte le lotte sindacali.Finalità che derivano la loro legittimità dalla Carta Costituzionale».

I proponenti sottolinearono le difficoltà nelle quali si muoveva il processo di adeguamento «…tra ordinamento giuridico e realtà sociale». Per l’individuazione dei reati affermavano: 

«Nessun rilievo si è voluto dare alle finalità dei reati commessi. Decisivo soltanto il dato obiettivo, cioè la situazione di fatto in cui i reati sono stati commessi».

Va ricordato che nel corso dell’autunno 1969 l’intervento penale era stato massiccio. Secondo dati raccolti dal ministero dell’interno (contestati nel dibattito parlamentare perché ritenuti molto al di sotto della realtà) nell’ultimo quadrimestre del 1969 erano state denunciate 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e 1.376 per interruzione di pubblici servizi.

Il relatore alla Camera affermò che la soluzione migliore sarebbe stata quella della rapida revisione delle norme vigenti, ma sollecitò ugualmente l’approvazione del provvedimento di amnistia come intervento tempestivo e come segnale di pacificazione verso quelli che avevano subito procedimenti giudiziari.

La direzione del partito socialista dette mandato ai due gruppi parlamentari «...di predisporre due provvedimenti separati, dedicati l’uno all’abrogazione o alla modificazione di tutta una serie di articoli del codice penale del 1930 contrari alla lettera o allo spirito della Costituzione, e l’altro di amnistia per i fatti aventi carattere di reato emersi nel corso delle lotte sindacali dello scorso autunno». La direzione del P.S.I. aveva contemporaneamente sollecitato il suo gruppo parlamentare per una rapida approvazione dello «Statuto dei lavoratori».

Anche per questa Amnistia ci furono opposizioni dai toni allarmisti:

«…il provvedimento appare come un atto imposto da forze dichiaratamente nemiche dell’attuale ordine di cose e che tendono a istituire un ordine nuovo e, per quanto concerne le forze della sinistra extraparlamentare, addirittura un ordine costituzionale diverso, che presuppone l’abbattimento di quello vigente».

Nel testo finale all’art. 1, comma 1, del decreto del 1970 si legge: 

«1. (Amnistia particolare) – E’ concessa amnistia per i seguenti reati, se commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale; e infine in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni.

[i dati e le citazioni sono tratte da: Amedeo Santosuosso – Floriana Colao, Politici e Amnistia, Bertani Editore, Verona 1986]
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2 risposte a Le AMNISTIE del 1968 e del 1970

  1. Marco Pacifici ha detto:

    DELLE GALERE SOLO MACERIE.

  2. E speriamo che presto ci sia un’altra amnistia o qualunque altra cosa che liberi i fratelli dal carcere.

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