Il golpe in Cile dell’11 settembre 1973

Salvador Allende fu tra i fondatori del Partito Socialista Cileno nel 1933. Nel 1970 alle elezioni presidenziali risultò primo col 36,3% dei voti, alla testa di Unidad Popular una coalizione di socialisti, comunisti, radicali, e cattolici di sinistra.  Il  ballottaggio col candidato di destra Jorge Alessandri si svolse al Congresso cileno, come prevede la Costituzione cilena, che confermò Allende Presidente.

Washington fu molto contrariata e la Cia (Central Intelligence Agency), i servizi segreti statunitensi, si adoprarono contro un Presidente che ritenevano “marxista” e quindi nemico assoluto, e misero in atto una serie di iniziative sia di propaganda, demonizzando Allende e presentandolo come una specie di terrorista, sia finanziando e sollecitando i settori più reazionari e fascisti a rovesciare il presidente. Tuttavia non va sottovalutato lo scontro di classe interno al Cile. Questo si acutizzò quando il governo di Unidad Popular iniziò il programma di riforme che aveva promesso in campagna elettorale: la nazionalizzazione delle banche, la riforma agraria con espropri dei latifondi incolti, l’esproprio del capitale straniero nell’industria mineraria al grido di “riprendiamoci le nostre miniere”, il rame in particolare, largamente presente nel sottosuolo cileno, ma sempre rapinato da imprese nordamericane, Anaconda e Kennecott.

Gli Usa operarono sul piano economico facendo crollare il prezzo del rame, finanziano i sindacati dei camionisti  che impedirono l’arrivo di cibo in alcune zone del paese, fecero schizzare l’inflazione alle stelle che falcidiò i salari e gli stipendi, ridussero il paese alla fame sollecitando allo stesso tempo le classi alte a manifestare e sabotare; infine sollecitarono i militari alla ribellione armata. Famosa la frase di Henry Kissinger; il quale sostenne senza vergogna: “Non vedo perché dobbiamo stare a guardare mentre un paese va verso il comunismo a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli“.

Tra il 1972 e il ’73 si succedono diversi tentativi di golpe. Nell’agosto del ’73 Augusto Pinochet Ugarte viene nominato Capo di Stato Maggiore da Allende che lo ritiene adatto a frenare gli spiriti golpisti dell’apparato militare, che aveva già sfiduciato il leale generale Prats. Nominò anche Leigh Guzman capo dell’aviazione, un altro abbietto golpista.

L’11 settembre 1973 le forze armate assediarono il palazzo presidenziale della Moneda, bombardandolo con aerei e circondandolo con i carri armati. Nell’assedio morì Salvador Allende (alcuni sostengono si sia suicidato prevedendo la tremenda fine che gli avrebbero riservato) dopo aver gridato attraverso Radio Magallanes le sue ultime parole: “Viva il Cile!, Viva il popolo!, Viva i lavoratori!”.

La giunta militare instaurò un regime dittatoriale tra i più feroci della storia che resterà al potere per 17 anni . Il Cile di Pinochet sarà uno dei  principale alleati degli Stati Uniti al pari degli altri  regimi dittatoriali e fascisti di quel periodo. Gli Usa: la tomba della democrazia!

Il Cile del “macellaio” Pinochet fu uno dei primi paesi al mondo a sperimentare la ricetta della “privatizzazione integrale” di tutti i servizi civili, peggiorando pesantemente la condizione di vita delle classi proletarie.

Ma anche alcuni leader europei elogeranno il fascista Pinochet come la britannica Tatcher che lo salutò come “eroe della libertà”, dopo le oltre 130.000 persone incarcerate e torturate, in prevalenza ragazze e ragazzi, gran parte dei quali assassinati sotto tortura, non meno di 50mila militanti del movimento operaio massacrati e centinaia di migliaia di esuli. 130.000 individui vennero arrestati nei successivi tre anni. Verranno azzerate e devastate tutte le costruzioni  democratiche realizzate a fatica dalla società cilena in decenni e decenni.

La resistenza armata, che avrebbe potuto fermare il golpe o almeno avrebbe ridotto di molto il bagno di sangue, non fu in grado di esprimersi. Nonostante la settimana prima di quel terribile 11 settembre oltre mezzo milione di lavoratori (si parla di 800mila) avessero sfilato per Santiago chiedendo armi e direttive per fermare il golpe che ormai era nell’aria. Gridavano “mano dura , mano dura, non viviamo di aria pura!“; “Creare, creare, potere popolare!“; “Allende, Allende, il popolo ti difende“.  I dirigenti cileni del movimento operaio dettero fiducia alle istituzioni, che tradirono, e non ebbero fiducia nelle masse armate.

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Il golpe in Grecia del 1967

Nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, alle 2.30, un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Gheorghios Konstantopoulos occupò il ministero della Difesa. Quasi contemporaneamente, nell’oscurità della notte, una lunga colonna di mezzi corazzati, guidata dal generale Stylianos Pattakos, si assicurò il controllo della radio e dei centri di comunicazione, del Parlamento e del Palazzo reale. Le unità della polizia militare arrestarono nello notte più di diecimila persone, poi trasferite in “centri di raccolta”. Tra loro anche il primo ministro Panagiotis Kannellopoulos e Gheorghios Papandreu, l’anziano leader dell’Unione di centro, all’epoca il maggior partito greco.

Alle 6 del 21 aprile il colonnello Gheorghios Papadopoulos dichiarò di aver preso il potere per difendere la “democrazia” e la “libertà”. Non c’era stata alcuna resistenza. La Greciaera finita in mano ai colonnelli. Il golpe venne attuato applicando il piano Prometeo, predisposto in tutti i paesi aderenti alla Nato, per fronteggiare l’eventualità di una “sollevazione comunista”.

Quello che sorprese di più fu che ad attuarlo fossero stati i colonnelli e non i generali fedeli alla corona. Era infatti cosa nota ad Atene che il re stesse progettando un proprio colpo militare, per evitare che nelle elezioni, fissate per il prossimo 28 maggio, trionfasse nuovamente l’Unione di centro, fondata nel 1961 da Gheorghios Papandreu, ritenuto troppo di sinistra.

La strategia delle destre prese inizio con l’assassinio del parlamentare di sinistra Grigoris Lambrakis, picchiato con spranghe di ferro da alcuni fascisti protetti dalla gendarmeria locale la sera del 22 maggio 1963 aSalonicco, dopo una manifestazione promossa dalla Lega per la pace e il disarmo nucleare. Al suo funerale ad Atene parteciparono almeno 500 mila persone al grido di “Lambrakis Zei!”, “Lambrakis Vive!”. La vicenda ispirò il famoso romanzo di Vassilis Vassilikos, non a caso intitolato “Z”, dallo slogan e dai segni tracciati di nascosto sui muri indicanti la lettera iniziale della parola greca “vive”. Nel 1969  Costa Gavras lo tradusse in un film tra i più visti dell’epoca: “Z, l’orgia del potere”.

Appena un paio di giorni dopo il golpe, manifestazioni di piazza contro i colonnelli ela Ciainfiammarono l’Europa, costringendo i governi  ad esprimere disappunto per l’esito golpista. Il  25 aprile a Napoli, si verificano incidenti fra fascisti e militanti di sinistra che manifestano contro l’aggressione al Vietnam ed il colpo di Stato in Grecia: 16 feriti, 24 fermati ed 1 arresto. Le galere europee si cominciarono a riempire di compagni che portarono i loro occhi attenti in quelle buie celle e mettendo energia ribelle nella più inaspettata rivolta del secolo, quella delle galere.

Il 3 maggio sul “New York Times”, il giornalista Cyrus L. Sulzberg afferma che il golpe militare in Grecia del 21 aprile è stato attuato seguendo un piano della Nato predisposto per prevenire un’eventuale presa del potere da parte dei comunisti. Nel secondo dopoguerra la Greciaaveva conosciuto una sanguinosa guerra civile seguita all’occupazione nazista. Gli accordi di Yalta fra Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti, avevano assegnato il Paese alla sfera d’influenza inglese. Nell’ottobre del 1944 Winston Churchill fece entrare le truppe britanniche ad Atene dopo la ritirata tedesca. I partigiani dell’Elas (Esercito nazionale popolare di liberazione),  circa 45 mila uomini, in maggioranza comunisti, vengono estromessi dal governo e Churchill prendendo in mano lo scettro dell’anticomunismo fece insediare un governo di coalizione senza i comunisti che vengono messi fuori legge.

Il 3 dicembre del 1944, ad Atene, le sinistre proclamarono lo sciopero generale per opporsi alla politica del governo e alle interferenze britanniche, la polizia sparò sui manifestanti facendo 28 morti. Ai successivi funerali gruppi di fascisti ed ex collaborazionisti dei nazisti, reclutati dagli inglesi, spararono dall’alto delle case sulla folla. I morti questa volta furono più di cento. Cominciò così la guerra civile. La sconfitta delle sinistre in armi si consumò nell’estate del 1949. Già dal febbraio del 1948, lo stesso Stalin aveva dichiarato che l’insurrezione greca “doveva rientrare”. La successiva rottura fra Tito e l’Unione Sovietica segnò la fine delle speranze. Anche le frontiere meridionali della Jugoslavia si chiusero per i partigiani greci.
40 mila i morti della guerra civile, secondo fonti ufficiali, in realtà molti di più. La potenza britannica, in fase calante, passò la mano agli Usa di Henry Truman. Tra il 1947 e il 1948 il governo di Washington sostenne Atene con quasi 200 milioni di dollari in aiuti militari. Successivamente, tra il 1949 e il 1952, gli Stati Uniti  versarono nelle casse della Grecia la cifra record di un miliardo e trenta milioni di dollari, di cui 323 milioni per la difesa. Gli Usa diventarono i padroni del Mediterraneo!
Governata dalla destra e sottomessa agli Stati Uniti andò a formarsi in quegli anni in Grecia non una vera classe imprenditoriale ma una borghesia speculativa e parassitaria che produsse, come in Italia, ladrocini, devastazioni e una massiccia emigrazione di proletari, una media di circa centomila unità annue, un’enormità per un paese di otto milioni di abitanti. Parallelamente continuò ad essere assoluto il controllo di esercito, magistratura, gendarmeria e burocrazia. Quasi senza soluzione di continuità si perpetuò lo stato di polizia imposto con la fine della guerra civile.
La Grecia aderì alla Nato e si modellarono gli apparati militari. Il Kyp, il servizio segreto greco, fu direttamente creato e finanziato dalla Cia. Gli uomini scelti dovevano essere di gradimento statunitense. Le stesse apparecchiature erano americane. Praticamente una filiale. La Cia lavorò alla costituzione di una Gladio greca. Gli accordi furono siglati negli anni Cinquanta. Una forza di circa 3.500 uomini, reclutata anche fra gli ex collaborazionisti dei nazisti.
Nella parentesi socialdemocratica, i famosi 500 giorni di governo, Papandreu riuscì a riformare la scuola, rendendola accessibile alle classi povere, e varò una legge in favore di una reale autonomia e rappresentatività dei sindacati. Incrementò gli investimenti e facilitò il ricorso al credito per gli agricoltori.
Ma quando diede il via a un’inchiesta sul Kyp, svelandone trame e complotti, si aprì un conflitto politico e istituzionale. Il re Costantino, nel luglio 1965, pose il veto a Papa Al vertice dell’esercito operava da sempre una sorta di società segreta: l’Idea, ovvero la Sacra lega degli ufficiali greci. Nel suo seno, fondata da Gheorghios Papadopoulos, si costituì, sotto i buoni auspici della Cia, un’altra organizzazione ancora più segreta: l’Eena, l’Unione dei giovani ufficiali greci. Papadopoulos durante la guerra aveva fatto parte dei Battaglioni di sicurezza che avevano combattuto a fianco dei nazisti, raggiungendo il grado di capitano rastrellando i partigiani nel Peloponneso. Passato, come molti altri collaborazionisti, alle dipendenze degli inglesi, riuscì a distinguersi anche nella repressione contro le sinistre. Successivamente reclutato dal Kyp fu mandato ad addestrarsi negli Stati Uniti. Divenne nei fatti l’agente numero uno della Cia. Con lui nell’Eena: Ioannis Ladas, Dimitrios Ioannidis, Nikolaos Makarezos e Stylianos Pattakos, uomini che hanno avuto un ruolo di primo piano nel golpe del ’67.
Questo gruppo di ufficiali decise di entrare in azione il 21 aprile del 1967. Tutto il piano sarebbe comunque andato all’aria se il re si fosse opposto. Ma Costantino, dopo qualche tentennamento, fu convinto dalla Casa Bianca ad avallare il golpe. Opporvisi avrebbe significato rischiare la sollevazione. Gli inglesi, dal canto loro, si limitarono solo a consigliare al sovrano di inserire alcune persone di fiducia nella nuova giunta alla guida del Paese.
Fu in realtàla Cia ad orchestrare il tutto. Gli americani, a conoscenza del progetto di un colpo di Stato dei generali fedeli al re, previsto per il 13 maggio, decisero di bruciare tutti sul tempo. Per farlo si servirono del colonnello Papadopoulos e dell’Eena. Gli Stati Uniti si garantirono in questo modo un sostegno decisivo nel Mediterraneo orientale.

La strategia di sviluppo delle “dittatura militare”  attraverso i golpe era in piena espansione. In soli quattro anni la Cia aveva favorito soluzioni golpiste in Turchia (1960), nel Vietnam (1963), in Brasile (1964), e a Santo Domingo (1965), ed era solo l’inizio.

14 dicembre1967 a Roma, davanti all’Ambasciata americana, un corteo di protesta contro la guerra al Vietnam e la presenza a Roma di re Costantino di Grecia ritenuto corresponsabile del golpe, è aggredita dai poliziotti armati di catene e manganelli, gli scontri proseguono fino a tarda sera.

13 agosto 1968 è arrestato il giovane attentatore di Papadopoulos,  Alexandros Panagulis.

17 novembre 1968 si conclude il processo ad Alexandros Panagulis ed Elefterios Verivakis, rispettivamente con la condanna a morte e all’ergastolo. L’esecuzione di Panagulis non sarà eseguita grazie alle proteste e agli appelli da tutto il mondo. Il giovane, che rifiutò di chiedere la grazia, riuscì a trasformare la sua difesa in un’accusa al regime greco che ebbe una grande risonanza.

Le proteste contro il golpe in Grecia non si fermarono e investirono anche l’azione dei lavoratori portuali. Il 21 aprile 1970, terzo anniversario del colpo di stato militare in Grecia, per una settimana, i portuali europei boicottano le navi greche.  A Genova i lavoratori rifiutano di scaricare 4 navi, altrettante a Napoli,2 aTrieste.

Il 20 settembre1970 aGenova si uccide dandosi fuoco, per protestare contro il regime militare greco, Costantino Georgakis. Georgakis aveva rilasciato il 29 giugno un’intervista sulle condizioni del suo paese che avrebbe dovuto essere pubblicata il 1° ottobre senza l’esposizione del suo nome, ma gli agenti greci lo hanno individuato ed era partito da Atene l’ordine di rimpatrio.

Il 21 agosto 1973 viene scarcerato Alessandro Panagulis.

La rivolta nel novembre del 1973 degli studenti universitari al Politecnico di Atene, a cui si erano uniti migliaia di lavoratori, repressa con i carri armati che uccisero 24 persone, segnò la svolta. Il generale Dimitros Ioannidis rimosse Papadopoulos ritenendolo troppo debole e accondiscendente. Ioannidis tentò anche di rovesciare l’arcivescovo Makarios, presidente di Cipro, attraverso un colpo di Stato condotto dall’organizzazione filo-ellenica Eoka-B.
La reazione della Turchia che invase la parte nord dell’isola portòla Grecia sull’orlo della guerra.

Nel 1973 gli Usa si liberarono dei golpisti per evitare tensioni con l’altra loro “base mediterranea”la Turchia, anche perché  ormai i golpisti avevano portato a termine il lavoro sporco.

In questi sei anni di potere fascista,la Greciadiventò il laboratorio e il campo di addestramento per tutti i neofascisti europei, italiani in particolare.

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BRIGATE COMUNISTE

Nel marzo del 1973, per iniziativa di alcuni militanti di Potere Operaio, usciti dal convegno di Rosolina dello stesso anno e di altri provenienti da Lotta Continua e dall’autonomia, inizia le pubblicazioni, a Milano, il quindicinale Rosso. Intorno a questa pubblicazione, tra il 1973 ed il 1977, si forma una vasta area di dibattito sia nel nord Italia che nel centro-sud.
Il versante illegale di quest’area di dibattito, tra il 1974 ed il 1977, compie diverse azioni armate, rivendicandole con diverse sigle: Mai più senza fucile, Senza Tregua per il comunismo, Lotta armata per il comunismo.               
Dunque: Senza tregua per il comunismo è anche la sigla che ha rivendicato il sabotaggio incendiario Alla International Thelephone and Telegraph Corporation (ITT) di Fizzonasco (Milano 6-11-74) contro “l’attacco alla classe operaia condotto a livello mondiale da questa multinazionale e contro l’appoggio da essa fornito al golpe cileno di Pinochet”.
A partire dal mese di novembre del 1976 si consolida entro questa area una formazione specifica che rivendica le sue azioni con la sigla Brigate Comuniste.
Secondo Marco Barbone, militante (pentito) della Brigata XXVIII Marzo, che sceglie di collaborare con gli inquirenti, “la formale costituzione delle BC è databile con il sabotaggio delle strutture in costruzione del nuovo carcere di Bergamo (13-2-77)…Quando parlo di passaggio formale alla sigla BC, spiego subito che non è che nel corso di una riunione si sia improvvisamente deciso di adottare questa denominazione, ma intendo riferirmi al momento in cui questa sigla formalmente appare all’esterno, che è quello della devastazione del costruendo carcere di Bergamo”.
Tuttavia, il 1 febbraio 1977 le Brigate Comuniste avevano già compiuto e rivendicato con un documento la devastazione della sede della Face Standard a Milano.
Tra il novembre del 1976 e la primavera del 1977 l’operatività delle Brigate Comuniste raggiunge il suo apice. In questo periodo ad essa vengono attribuite azioni su vari terreni:
contro il lavoro nero: attentati e irruzioni presso ditte o piccole imprese; “espropri proletari” a supermercati e negozi di abbigliamento;
contro i centri di spaccio dell’eroina;
contro stazioni o caserme di vigili urbani e carabinieri e sedi della Democrazia Cristiana;
contro dirigenti d’azienda;
contro strutture carcerarie (Avellino, Bergamo e Verbania);
“espropri” per autofinanziamento.

Nell’estate del 1977, le Brigate Comuniste si dividono in seguito ad una discussione sul modo di intendere l’organizzazione armata. Alcuni militanti danno vita alle Formazioni Comuniste Combattenti. Altri, tra il 1977 ed il 1979, si disperdono in varie organizzazioni: Proletari Armati per il Comunismo, Guerriglia Rossa, Prima Linea.
Per le Brigate Comuniste sono state inquisite 85 persone.
Fonte: AA.VV. – La mappa perduta – Edizioni Sensibili alle Foglie, Roma 1994

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Diario politico della battaglia del carcere speciale di Trani

Dal Diario politico-militare della battaglia di Trani, scritto e divulgato  dal Comitato di Lotta

Premessa:

(Balzerani, Massara, Ricciardi, al processo Moro-ter)

… Dal luglio ‘77 fino alla battaglia, nel circuito speciale il kampo di Trani ha rappresentato “l’altra faccia dell’Asinara”. Qui, a differenza dell’Asinara, era attraversol’applicazione di norme riformiste che si tentava di pacificare e annientare politicamente i proletari prigionieri (P.P.).Quando parliamo di riformismo come forma e funzione dell’annientamento, intendiamo riferirci al modo in cui gli spazi e la conduzione “democratica”  del kampo da parte della Direzione, erano intesi solo ed esclusivamente al raggiungimento di un unico obiettivo: la differenziazione e la divisione dei P. P. … Trani è sempre stato il kampo in cui si è mantenuta una rigida divisione tra “comuni” e “politici”  confinati in piani diversi della sezione speciale. Il kampo a gestione scientifica, dove ogni minimo spazio di socialità interna veniva utilizzato per studiare in modo capillare le varie componenti …

Attraverso assemblee, riunioni, discussioni continue, mobilitazioni ed azioni di propaganda che hanno coinvolto ogni prigioniero e a cui ogni prigioniero ha dato il proprio contributo, si è giunti all’elaborazione del Comunicato n.1 attorno a cui si è costruito il CdL.  … La raggiunta unità e la conseguente costruzione del CdL è derivata, in primo luogo, dall’aver messo al centro della nostra iniziativa i contenuti politici che si erano espressi nella campagna (del Fronte Carceri delle BR con il sequestro D’Urso): LIBERAZIONE E GUERRA ALLA DIFFERENZIAZIONE. Tutta la nostra iniziativa è sorta attorno ad un programma politico di liberazione collettiva, programma costruito collettivamente, di cui la nostra battaglia è stato un esempio significativo, dimostrando contemporaneamente il livello politico-militare che oggi occorre affrontare e sostenere per praticare un progetto di liberazione. ..

Diario della battaglia:

– 28 dicembre 1980 – ore 8-  Dopo la conta del mattino, fuori da ogni consuetudine e dopo la perquisizione generale del giorno precedente, veniamo sottoposti ad una nuova perquisizione indirizzata specificamente alla ricerca di materiale esplosivo, Nonostante il minuzioso e capillare controllo degli Agenti di Custodia (A.d.G.) i depositi logistici del CdL reggono ancora una volta, permettendoci di mantenere intatto l’armamentario che ci sarà poi indispensabile per la realizzazione della battaglia.

– ore 15,20 – I nuclei armati del CdL del kampo di Trani prendono possesso del secondo piano, catturando 13 sbirri, di cui uno, nella colluttazione, rimane ferito in modo leggero. Quindi scendono al primo piano e, mentre alcuni compagni aprono le celle e predispongono il barricamento viene occupato anche questo piano catturando altri 5 agenti. In totale le guardie fatte prigioniere sono 18.

– ore 15,35 – Mentre i due piani sono interamente occupati e barricati, ha luogo il primo attacco da parte degli sbirri, all’altezza della rotonda del piano terra. L’attacco viene respinto con il lancio di una molotov e di una leggera carica libera di esplosivo plastico in modo da evitare feriti gravi. le barricate vengono rafforzate e si organizzano i turni di guardia e i vari servizi.

– ore 16,00 – Primo contatto telefonico con la Direzione, alla quale vengono comunicati gli obiettivi politici della nostra azione, sollecitandola ad astenersi dal prendere iniziative. Si fa una seconda telefonata chiedendo alla Direzione di mantenere la luce e l’acqua, che nel frattempo sono state tolte ed informandola che entro breve tempo sarebbe stato consegnato un comunicato del CdL sull’operazione in corso. Una volta verificate le condizioni delle guardie catturate (tutti sani, tranne uno ferito in modo leggero) si decide di liberare il ferito per evitare ogni possibile complicazione clinica. Vengono comunicate alla Direzione le modalità per il rilascio del ferito, modalità tutte a vantaggio della Direzione. Ma la risposta è negativa.

La Direzione accampa pretesti, attribuendo al CdL  l’intenzione di voler occupare anche il piano terra: inutilmente i compagni chiariscono che non è loro intenzione occupare questo piano e che in caso volessero farlo, potrebbero far saltare il cancello con l’esplosivo. In realtà, la Direzione non vuole avere il ferito, tanto da smentire pubblicamente persino la sua esistenza. Il perchè di questo comportamento le si capirà in seguito: il Governo, attraverso il Ministero di Grazia e Giustizia  (MGG) aveva già deciso di intervenire mettendo nel conto anche una strage e pertanto non poteva permettere il rilascio di alcun ostaggio.

– ore 17,00 – Viene consegnato il Comunicato n.1 – Arriva l’Avv. Todisco al quale si fa presente la situazione e in particolare lo si mette al corrente del rifiuto della Direzione di riprendersi il ferito. Si ottiene il riallaccio della luce e dell’acqua.

– ore 17,30 –  Alcune guardie catturate chiedono di poter telefonare allle rispettive famiglie. Il CdL concede di telefonare ma il Direttore, che controlla il centralino, blocca le telefonate in uscita. Il rifiuto della Direzione e del Ministero di consentire alla richiesta delle guardie, insieme al rifiuto di recuperare il loro collega ferito, innesca una insanabile contraddizione tra le guardie imprigionate ed il Ministero, che si acutizzerà fino alla rottura.

– ore 18,00 – Vengono recuperate in una cella-sgabuzzino una mola ed una saldatrice, con cui si provvede alla fabbricazione di nuove armi ed al rafforzamento delle barricate attraverso la saldatura dei cancelli. Nel corso dell’occupazione del kampo riprende il dibattito sviluppatosi nei giorni precedenti sui contenuti della lotta e sintetizzati nel Comunicato n.1 del CdL. – Tutti sono consapevoli della necessità di porre fin da subito, al centro dello scontro, la parola d’ordine : GUERRA ALLA STRATEGIA DIFFERENZIATA  e di vedere questa battaglia come un momento di questa guerra.

29 dicembre 1980La mattina viene  consegnato il comunicato n.2, in cui si chiede la presenza di giornalisti , avvocati, magistrati e parlamentari, per una conferenza stampa. La Direzione si dichiara disponibile ed accoglie le disposizioni formulate nel comunicato.

– ore 10,00 – L’appuntato delle guardie ferito viene portato oltre le barricate  fino alla rotonda, dove un solo cancello lo divide dai suoi colleghi, ma la Direzione non li autorizza a prelevarlo. L’appuntato, ormai libero, rimane così tra le barricate e il cancello della rotonda, senza che nessuno  lo voglia.

– ore 14,00 – Il direttore Brunetti, il sostituto procuratore De Marinis e gli onorevoli Cioce e Scamarcio della Commissione Giustizia del Senato, vengono per parlamentare con noi. Gli  si fa presente la situazione dell’appuntato (ferito) Telesca, gli si ribadiscono i termini politici dell’operazione in corso e le condizioni per il rilascio delle guardie. Questi danno ampia assicurazione sul fatto che non ci sarà una soluzione di forza, ma si arriverà ad un epilogo basato sulle trattative. Mentre in realtà come Scamarcio stesso dichiarerà su Lotta Continua del 3.1.1981, era già stato deciso diversamente. L’obiettivo del MGG era quello di prendere tempo in modo da disporre le manovre politiche e i mezzi tecnici necessari all’attuazione dell’intervento dei GIS (Gruppi di Intervento Speciale dei Carabinieri). L’occupazione militare del kampo da parte del CdL, rappresentava un grosso successo per il movimento dei PP ed uno smacco per il nemico il quale, inizialmente, era rimasto disorientato e spiazzato politicamente e militarmente. Ciò lo costringeva a tentare di recuperare una parte della credibilità  perduta mediante un’avventura militare i cui esiti erano del tutto incerti e imprevedibili. Se questa avventura non si è trasformata in un massacro senza precedenti, non è certo dovuto all’efficienza e alla preparazione militare dei GIS e di chi aveva fatto la scelta politica di utilizzarli, ma esclusivamente all’intelligenza politica e al comportamento del CdL e dei PP, che pur subendo l’offensiva del nemico, hanno sempre  saputo mantenere saldamente il controllo della situazione.

– ore 15,00 – Viene steso il comunicato n.3 del CdL con allegata una lettera autografa che annuncia le dimissioni e il pentimento dei 18 AdC (guardie); in essa erano contenute frasi di disprezzo verso il MGG, il Governo, i CC e la Direzione e implorazioni rivolte ai loro colleghi e superiori affinché bloccassero ogni eventuale intervento di forza, che avrebbe messo a repentaglio la loro vita. Oltre la stesura di questa lettera, gli AdC avevano glà ampiamente collaborato, fornendo informazioni utili al movimento dei PP.

– ore 16,00 – Il Direttore Brunetti annuncia che verranno a ritirare il ferito, il quale per tutta la giornata è rimasto  sui gradini della scala, dietro il cancello della rotonda. Annuncio falso e tendenzioso.

– ore 16,20 – GIS, CC, AdC attaccano simultaneamente dall’alto (elicotteri) e dal basso, fregandosene della vita degli ostaggi. Il primo attacco alla rotonda del piano terra viene respinto dal lancio di una molotov e di una bomba al plastico. I mercenari attaccanti volano per aria. Apprendiamo in seguito che più di 20 resteranno feriti. A questo punto, davanti al cancello della rampa che immette sulla rotonda, vengono portati da noi due ostaggi, allo scopo di ricordare al nemico che non avremmo permesso un massacro senza adeguata rappresaglia. Nel frattempo i GIS sono calati sul tetto del carcere dagli elicotteri, mentre un elicottero copriva l’operazione sparando sui finestroni della rotonda del primo e secondo piano, in modo da impedire il presidio da parte dei proletari  prig. armati di bombe. Nelle rampe delle scale, inoltre, vengono fatte esplodere una serie di saponette di esplosivo davanti ai finestroni, di cui una davanti alla finestra della stanza del telefono dove la Direzione pensava fossero riuniti i responsabili del C.d.L.

C’è un terzo tentativo di irruzione dalla “rampa uno” del piano terra, tentativo che viene bloccato con la minaccia di una bomba. Mentre i CC  si ritirano dalla “rampa uno” , un gruppo di questi fa saltare il cancello della “rampa due” con una carica di esplosivo. Contemporaneamente a questi attacchi, il gruppo di CC calati sul tetto fa saltare la botola della scala a chiocciola che si affaccia sul cancello della rotonda del secondo piano. Coperti da raffiche, con una carica di esplosivo fanno saltare il cancello che immette nella rotonda del secondo piano. Intanto, al piano terra, tentano un’irruzione dalla “rampa uno”  ma vengono ancora fermati dal lancio di una bomba. A questo punto, però, il gruppo di CC che aveva attaccato la “rampa due” , riesce a salire con il lancio di bombe a mano e saponette di esplosivo fino al  primo piano. I proletari prigionieri incaricati della difesa del kampo cercano di ostacolare l’irruzione dei CC lanciando le ultime bombe al plastico nei corridoi in direzione del nemico.

Nel frattempo si decide di convogliare tutte le guardie prigioniere in un braccio del primo piano: l’irruzione dei CC sulla rotonda del primo piano interrompe questa operazione e divide le forze degli occupanti del kampo. Il nemico, dai cancelli delle tre scale, spazza con raffiche di mitra, colpi di fucile a pompa, bombe a mano SRCM, saponette al plastico, le rotonde del primo piano e del secondo e lo specchio dei corridoi; in tal modo i prolet. prig.  ed i compagni sono costretti a ritirarsi, divisi in quattro tronconi, nelle celle delle quattro sezioni, portando con loro le guardie prigioniere. Nel corso di questa operazione vengono colpiti alcuni prolet.prig. di striscio alla testa ed in pieno in vari punti del corpo. Anche una guardia prigioniera, in divisa, viene colpita all’addome da un colpo di mitra. Mentre procede l’avanzata dei mercenari  di Stato, di fronte alle minacce di rappresaglia sulle guardie prigioniere lanciate da alcuni prolet. prig., la risposta dei CC è chiara: “Abbiamo carta bianca, possiamo ammazzarvi tutti, guardie comprese”. In effetti questa affermazione viene avvalorata da numerosissime raffiche sparate ad altezza d’uomo e da un nutrito lancio di bombe a mano. Dopo essersi impossessati anche dei corridoi delle sezioni, i CC cominciano ad aprire le celle e a rastrellare con le armi spianate i prolet. prig.  e le guardie in ostaggio, sparando raffiche nelle celle non solo a scopo terroristico.

Scatta la rappresaglia del nemico: ad ogni singola cella, uno alla volta, i prigionieri vengono fatti scendere dalle sezioni fino ai cortili attraverso un imponente schieramento dei CC e Agenti di Custodia che con calci, canne dei fucili e dei mitra, spranghe di ferro, bastoni e manganelli, iniziano un pestaggio a sangue sui prigionieri. Il massacro è violentissimo e nei cortili dei passeggi saranno in pochissimi a reggersi in piedi alla fine del pestaggio. Moltissimi presentano ferite lacero-contuse alla testa e in varie parti del corpo, denti rotti, labbra spaccate, mani fracassate, costole rotte o incrinate ed un enorme numero di ematomi su tutto il corpo. Il pestaggio, oltre ad essere furioso ed interessare tutti i prigionieri, è anche selettivo, nel senso che all’uscita dalla sezione e all’ingresso dell’aria, vengono identificate secondo  una lista nominale, provvista di fotografia, dai CC e dai brigadieri degli A.d.C. che danno indicazioni sul “trattamento differenziato” da applicare a quelli compresi nella lista. Così i compagni ed i proletari più combattivi identificati nel corso della lotta come dirigenti, vengono minacciati di morte e massacrati con particolare ferocia ed accanimento.

– ore 20.00 – Dopo il pestaggio tutti i prigionieri  vengono lasciati divisi nei corridoi, ad affrontare il freddo della notte. Quattro prigionieri, in condizioni più gravi, vengono portati in ospedale; gli altri saranno curati in seguito nell’infermeria del carcere e serviranno da cavie al dirigente sanitario il “macellaio” Vincenzo Falco, ed i suoi lerci aiutanti.

Giunge notizia che proprio durante la battaglia era uscito il comunicato n.6 delle B.R. che faceva proprio il comunicato n.1 del C.d.L. di Trani.

30 dicembre 1980

Dopo essere rimasti per una notte ed un giorno all’addiaccio i prigionieri vengono sistemati in due sezioni del piano terra (che contenevano in precedenza i lavoranti) in condizioni igienico-sanitarie al limite della sopportabilità. Appena stipati nei cameroni del piano terra, accalcati come bestie, i proletari prigionieri istintivamente e senza alcun coordinamento, individuano in sezione le guardie che avevano condotto il pestaggio; queste  vengono scacciate dalla sezione a furor di popolo. Alcuni di questi bastardi vengono raggiunti da ceffoni e da mattoni e da altri oggetti. Questo esercizio di contropotere proletari spontaneo dimostra quanto poco il pestaggio omicida avesse fiaccato la volontà ed il morale combattivo dei proletari prigionieri.

31 dicembre 1980

La risposta all’intervento armato dei GIS è immediata e tempestiva: il Super -generale dei CC Galvaligi, braccio destro e successore di Dalla Chiesa nella carica di responsabile dei servizi di sicurezza delle carceri, viene individuato e giustiziato dalle B.R., quale maggiore responsabile militare dell’intervento armato contro i p. prig. di Trani.
Questa azione, strettamente collegata alla battaglia di Trani, spegne sul nascere ogni illusione di vittoria tra le fila del nemico.

4 gennaio 1981

Le B.R. emettono il comunicato n.8 in cui si annuncia la condanna a morte del boia D’Urso e le condizioni per sospenderla. In questo comunicato tra l’altro si legge:

“Appoggiamo incondizionatamente il programma e gli obiettivi che gli organismi di massa dentro le carceri si sono dati. Ad essi non accordiamo una generica ed inutile solidarietà a parole, ma continueremo su questo terreno l’attacco allo Stato Imperialista, perchè si rafforzi e consolidi il potere proletario armato nelle carceri e gli obiettivi del suo programma vengano raggiunti.
La lotta dei prolet. prig., il programma dei C.d.L. come avevamo già affermato, ci riguardano direttamente e riguardano anche il boia D’Urso. Siamo perfettamente d’accordo con i proletari di Trani quando dicono che D’Urso è anche loro prigioniero. Per quanto ci riguarda  abbiamo  già  emesso  un  giudizio,  secondo  i  criteri  della  giustizia  proletaria ed   esso   corrisponde   sicuramente   a   quanto   ogni   proletario   ha   già   decretato.

La condanna a morte di D’Urso è sicuramente giusta, ma l’opportunità di eseguirla o sospenderla deve essere valutato politicamente. Questo spetta, oltre che alle B.R., esclusivamente agli O.M.R. (Organismi di Massa Rivoluzionari) dentro le carceri. Ad essi solo spetta valutare gli obiettivi già raggiunti dalla battaglia fin qui condotta, ad essi la valutazione esatta dei rapporti di forza che hanno consentito una significativa avanzata nella realizzazione del programma immediato dei prolet. prig. Questa voce per decidere se eseguire o sospendere l’esecuzione di D’Urso, è l’unica che ci interessa sentire.
Vogliamo essere più espliciti: non deve essere impedito al C.d.L. di Trani e al C.U.C. (Comitato Unitario di Campo) di Palmi di esprimere integralmente, senza censurare nemmeno le virgole, le loro valutazioni politiche ed il loro giudizio.
Questo vogliamo sentirlo dai vostri strumenti radio-televisivi, leggerlo sui maggiori quotidiani italiani, così come avevano chiesto i proletari di Trani in lotta. La repressione e la chiusura nei confronti degli organismi di massa nei kampi, troverà da parte nostra la più dura e decisa opposizione e sapremo assumerci tutte le nostre responsabilità”.

In seguito a questo comunicato, nel kampo di Trani si presenta una commissione del Partito Radicale che, con la scusa di visitare i prigionieri per appurare le loro condizioni di salute, cerca di sondare il terreno per aprire una trattativa col C.d.L. allo scopo di mercanteggiare con questo la vita del boia D’Urso.
Qui si manifesta la totale ipocrisia da vecchia baldracca della borghesia che, prima attacca i proletari prigionieri con la sua mano militare e con la logica di annientamento, poi con la sua mano riformista-pacifica cerca di mendicare dal C.d.L. la liberazione di D’Urso. Ma anche la mano riformista-pacifica dei radicali, così come la mano armata dei GIS, non riesce ad ottenere l’effetto di disgregare la volontà e l’unità politica dei prolet. prig. del kampo. Le loro manovre politiche non hanno trovato alcuno spazio. La visita della delegazione radicale è stata una manovra dello Stato; come tale è stata accolta e considerata dal C.d.L.

Ovviamente, com’è uso di questi politicanti borghesi per ogni vicenda politica, anche questa è stata un’occasione per imbastire vari intrallazzi e colpi bassi di ogni genere, secondo il costume che caratterizza la lotta politica tra le varie consorterie del potere. Non è un caso che questa delegazione abbia usufruito a Trani di spazi di agibilità illimitati, come la possibilità di ritirare dalle nostre mani, con il benestare della direzione del kampo, il documento: “Bilancio di una settimana di lotta nel kampo di Trani”; tra l’altro, su nostra richiesta, la direzione ci aveva fornito -d’accordo col Ministero- di una macchina da scrivere per la stesura di questo documento. Mentre radicali e PSI cercavano di usare la delegazione dei parlamentari per i loro sporchi giochi, la forza del C.d.L. e l’omogeneità dei proletari riuscivano a ribaltare queste manovre e, inserendosi nelle contraddizioni del nemico, riuscivano ad operare per far uscire la loro voce e far conoscere le loro valutazioni sulla battaglia all’intero movimento rivoluzionario, con un comunicato di cui riportiamo il testo integrale:

“In seguito al comunicato n.8 delle B.R., in cui si invita esplicitamente il C.d.L. dei prigionieri del kampo di Trani e il C.U.C.  di Palmi ad esprimersi in merito all’eventuale opportunità politica di sospendere la condanna a morte del boia D’Urso, il C.d..L.  dei prolet. prig. del kampo di Trani, attraverso questo documento dal titolo <<Bilancio di una settimana di lotta nel kampo di Trani>> esprime valutazioni politiche positive sulla campagna in corso sul fronte carceri e sulla battaglia di Trani. Considera possibile la sospensione della condanna a morte di D’Urso, in seguito alla pubblicazione integrale di questo documento sui maggiori organi d’informazione a diffusione nazionale e del comunicato n.1 già consegnato”.

8 gennaio 1981

La Procura di Firenze concede la libertà provvisoria al compagno Gianfranco Faina (gravemente ammalato).

Uno dei risultati raggiunti dalla campagna D’Urso, oltre alla chiusura dell’Asinara, è anche la liberazione del compagno Faina. E’ da sottolineare a tal proposito come la sua liberazione sia stata imposta dalla nostra lotta e non, come in altri casi, da campagne pietistiche che si appellavano direttamente alla clemenza del potere. Noi affermiamo che la liberazione dei compagni ammalati è interna al percorso di lotta che porta alla distruzione di tutti i carceri e alla liberazione di tutti i proletari prigionieri.

9 gennaio 1981

Viene pubblicato da Lotta Continua (quotidiano) integralmente il “Bilancio di una settimana di lotta nel kampo di Trani”. E’ il primo giornale ma non sarà l’unico a pubblicarlo: un numero notevole di giornali seguirà questa pratica.

10 gennaio 1981

Le B.R. fanno uscire il comunicato n.9 che viene pubblicato integralmente da Lotta Continua dell’11/1/1981

11 gennaio 1981

Viene pubblicato su Lotta Continua anche il comunicato del CUC di Palmi (altri giornali lo pubblicheranno nei giorni successivi)

12 gennaio 1981

ore 3 del mattino- I prigionieri del kampo vengono svegliati nel cuore della notte per ritirare i mandati di cattura  sul “rapimento D’Urso”. In questo modo, come dimostra la stessa gestione che ne farà la stampa, si cerca, tramite i mandati di cattura, di “rompere il fronte del terrorismo”. Ma la manovra, portata avanti dal cocainomane Sica non riesce, tanto è vero che molti prigionieri, per niente preoccupati da questa montagna di ergastoli preferiscono restare a dormire, invece di andare a guardare in faccia i giudici a quest’ora di notte.

Nei giorni successivi avviene la progressiva rottura del fronte borghese, rispetto alla pubblicazione dei comunicati del C.d.L. di Trani e del C.U.C. di Palmi. Dilaniato dalle innumerevoli contraddizioni, incapace di fare scelte risolutrici perché attaccato dalla guerriglia, incalzato dalle lotte e dalla compattezza dei prigionieri, anche il blocco del “NO” dei giornali si sgretola e molti quotidiani  iniziano a pubblicare i comunicati dei due kampi. Oltre a Lotta Continua, il Manifesto, L’Avanti, Il Lavoro, la Gazzetta di Sicilia, Vita Sera, Il Giornale D’Italia, Il Messaggero, Il Secolo XIX, Il Giorno e molti altri giornali minori e locali.

14 gennaio 1981

Le B.R. fanno  uscire il comunicato n.10  che annuncia anticipatamente il rilascio di D’Urso, il quale nel corso della detenzione, aveva avuto modo di collaborare ampiamente con la giustizia proletaria e di pentirsi dei suoi crimini.
La sospensione della condanna a morte del boia, oltre che un atto di magnanimità sancisce la vittoria politica riportata dalle forze rivoluzionarie e dai prigionieri.

CONCLUSIONE

Il progetto di annientamento che la borghesia imperialista è andata sviluppando nel carcerario, dopo la battaglia dell’Asinara del 2 ottobre 1979, è stato quello di separare le avanguardie comuniste dal loro referente di classe, separare le varie componenti del movimento rivoluzionario, separare la parte più avanzata e più cosciente del proletariato prig. dal resto. Questa pratica di separazione avrebbe dovuto permettere, nelle intenzioni dei cervelloni dell’antiguerriglia, di analizzare e studiare ogni singolo militante o prigioniero, in quanto appartenente ad una Organizzazione Comunista Combattente o ad uno strato sociale antagonista, in modo da ricavare il maggior numero di dati e informazioni per annientare il gruppo o l’organizzazione di cui il singolo fa parte e attraverso ciò anche lo stesso compagno o prigioniero.

L’attuale livello di applicazione di questo progetto, in Italia, rappresenta un deciso passo in avanti nella omogeneizzazione delle pratiche controrivoluzionarie a livello Europeo. La prospettiva della risoluzione delle contraddizione tra i vari blocchi, mediante la guerra imperialista, obbliga ogni singolo Stato ad accelerare le tappe della pacificazione del “fronte interno”, vale a dire lo obbliga a perseguire con ogni mezzo, l’obiettivo dell’annientamento di ogni forma di antagonismo che il proletariato metropolitano esprime.

Bloccare e disarticolare questo progetto è diventato di vitale importanza per il proletariato e per le Org. Comun. Combatt. che ne sono espressione.

Bloccare e disarticolare  questo progetto era di vitale importanza per il prolet. prig. e per le sue avanguardie organizzate, che questo strato di classe ha espresso nel corso di molti anni e di molte lotte.

… Oltre ad avere direttamente ed efficacemente contrastato il progetto della borghesia imperialista nel carcerario ed aver contribuito alla ripresa, ad un livello più alto, del movimento rivoluzionario, questa campagna ha pagato:

1) conquistando una serie di obiettivi che ci eravamo prefissi:
– chiusura immediata della sezione speciale dell’Asinara;
– liberazione del compagno Gianfranco Faina;
– pubblicazione su alcuni giornali e diffusione in alcune radio private dei comunicati del   C.d.L. di Trani e del C.U.C. di Palmi, propagandando così il programma dei proletari   prigionieri.

2) allargando le contraddizioni tra le forze borghesi, sia a livello di governo (tra PSI e gli altri partiti della maggioranza), sia a livello di strutture statali: tra magistratura, arma dei CC,  e sistema dei partiti nel suo complesso e scompaginando e inceppando il meccanismo di subordinazione e di consenso dei mass-media all’Esecutivo.
…..
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febbraio 1981
Comitato di Lotta dei prigionieri del kampo di Trani

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La guerra in Vietnam

NOTA SUL VIETNAM

La lunga Guerra d’Indocina (1945 – 1954) combattuta ostinatamente dalla Francia con un notevole impegno militare e con il crescente supporto logistico e finanziario degli Stati Uniti,  con la sconfitta campale di Dien Bien Phu,.La notte del 13 marzo, la notte del 13 marzo 1954.
Con gli accordi di Ginevra del 1954 la penisola indocinese venne, infatti, divisa in quattro Stati indipendenti: Laos, Cambogia, Vietnam del Nord e Vietnam del Sud[12] separati dal 17° parallelo: nel Vietnam del Nord si costituì una repubblica popolare di tipo comunista guidata da Ho Chi Minh e dal movimento Vietminh (con capitale Hanoi), strettamente legata alla Cina e all’Unione Sovietica, mentre nel Vietnam del Sud si instaurò il governo autoritario del presidente cattolico Ngo Dinh Diem (con capitale Saigon), appoggiato economicamente e militarmente dagli Stati Uniti.
Gli accordi di Ginevra specificavano in realtà la provvisorietà di questa soluzione in attesa di elezioni generali volte ad unificare politicamente la nazione, da tenersi nel giugno 1956:
Diem rifiutò di far tenere le elezioni generali previste per il 1956 che avrebbero potuto favorire l’influenza comunista sul governo del Sud.
Di fronte all’ostilità di Diem e all’aggressività delle forze militari sudvietnamite contro i nuclei vietminh ancora presenti a sud, la dirigenza di Hanoi (sotto l’impulso principalmente di Lê Duẩn) decise, all’inizio del 1957, di riprendere la lotta rivoluzionaria a sud contro il governo di Diem, organizzando alcune decine di gruppi armati principalmente nelle aree impenetrabili del delta del Mekong.
Diem, inoltre, accentuò ancor più gli elementi autoritari del suo governo schiacciando le opposizioni e limitando la libertà di stampa e di critica, alienandosi in questo modo una buona parte degli elementi nazionalisti inizialmente a lui favorevoli;
il movimento guerrigliero conobbe una costante crescita numerica e organizzativa. Nel maggio 1959 l’Unità 559 ingrandiva e potenziava la impervia strada bordeggiante il Laos e la Cambogia, il cosiddetto sentiero di Ho Chi Minh.
Gli attacchi e gli attentati guerriglieri si moltiplicarono: i funzionari del regime fantoccio uccisi passarono dai 1.200 del 1958 ai 4.000 del 1960.
Nel 1960 prende corpo nel Vietnam del Sud il Fronte di Liberazione Nazionale, per liberare il paese dai regimi fantoccio degli Usa che lo tiranneggiavano.

La politica del presidente Kennedy, già delineata nella campagna per la presidenza del 1960, riteneva indispensabile, di fronte all’ indebolimento della posizione statunitense a livello mondiale e dopo lo scacco di Cuba, una dimostrazione di potenza politico-militare nel Sud-Est asiatico, ritenuto un banco di prova della determinazione americana a sostenere la lotta contro la sovversione comunista.
Nelle stanze dell’ambasciata Usa a Saigon  organizzarono quindi un violento colpo di stato, rovesciando e uccidendo Diệm e il fratello Nhu il 1º novembre 1963. Da allora nel sud fu un susseguirsi di colpi di stato che portarono al potere gruppi inesperti e sempre più corrotti: il generale Duong Van Minh, poi il generale Nguyen Khanh nel 1964 e infine la coppia Nguyen Cao Ky-Nguyen Van Thieu nel 1967.
Con l’assassinio di Kennedy e il vice presidente Johnson alla Casa bianca, questi contrario al golpe anti Diem, e malvisto dalla casta militare Usa, venne costretto a intensificare l’impegno statunitense..il segretario di Stato Dean Rusk,  Robert McNamara sottosegretario alla difesa, l’ambasciatore Maxwell Taylor, il generale Westmoreland, e il consigliere Walter Rostow, gli stessi che convinsero Johnsson a predisporre l’ “incidente nel golfo del Tonkino” che costrinse il Senato statunitense approvò quindi la «Risoluzione del Golfo del Tonchino» , il 7 agosto 1964, con la quale conferì pieni poteri al presidente Johnson per aumentare il coinvolgimento statunitense nella guerra, “come il Presidente riterrà opportuno” .
Gli stessi “consiglieri” convinsero Johnson iniziare i bombardamenti aerei sistematici sul Vietnam del Nord; in risposta a questi attacchi il presidente Johnson ordinò quindi l’inizio immediato degli attacchi aerei di rappresaglia (Operazione Flaming Dart) nel febbraio 1965. I bombardamenti sarebbe continuati, sempre più violenti e estesi su nuovi bersagli, quasi ininterrottamente fino alla metà del 1968: fu la campagna di bombardamento aereo più pesante dai tempi della seconda guerra mondiale (300.000 missioni aeree), vennero sganciate più bombe sul Vietnam del Nord che sulla Germania (860.000 tonnellate).
I muri delle città europee si riempirono di scritte “Johnson Boia!” con tutte le varianti e le aggiunte.

Il responsabile del Military Assistance Command, Vietnam (MACV, Comando Assistenza Militare, Vietnam), generale William Westmoreland, che prevedeva un impegno quasi illimitato delle truppe da combattimento americane direttamente nella guerra, e diede annuncio pubblicamente delle sue decisioni. Iniziava l’ESCALATION: alla fine del ’65 erano presenti sul territorio vietnamita 184.000 soldati, cresciuti nel ’66 a 385.000 e nel ’67 raggiunsero 472.000 uomini.
L’impegno statunitense giunse nei primi del ’69 ad avere in territorio vietnamita fino a 550.000 soldati, tra forze terrestri, marina e aviazione. Dal 1964 l’aviazione statunitense iniziò a bombardare il territorio del Vietnam del Nord, le sue basi navali e perfino le città.
Il conflitto si estese ai due paesi confinanti, Laos e Cambogia, soggette ad invasioni e bombardamenti Usa.
La fede dell’opinione pubblica nella “luce alla fine del tunnel”[117], ripetutamente sostenuta dai roboanti proclami dei comandi e delle autorità americane, venne frantumata, il 30 gennaio 1968, dalla inaspettata offensiva generale sferrata dal nemico, dipinto come prossimo al collasso.

L’offensiva del Tet
Il 1968 viene eletto ala Casa Bianca Richard Nixon che inizia la sua strategia della “guerra segreta” fatta di bombardamenti al nord e al sud non fatti conoscere all’opinione pubblica per evitare proteste che dilagavano negli Usa.
Ma le proteste si intensificavano, la comunicazione per un breve periodo non fu in mano ai media, uccidendo quattro studenti e ferendone nove alla Kent State University, Ohio, dove la Guardia Nazionale degli Stati Uniti aprì il fuoco sugli studenti, il 4 maggio 1970. Nel corso di quattro giorni, gli studenti della Kent State protestarono contro l’invasione statunitense della Cambogia, che il Presidente Richard Nixon lanciò il 1º maggio.
Il 14 maggio dello stesso anno, due studenti della “storicamente nera” Jackson State University vennero uccisi, e molti altri feriti.

Gli accordi di pace di Parigi vennero infine firmati il 27 gennaio 1973, ponendo quindi ufficialmente termine all’intervento statunitense nel conflitto del Vietnam
entrò a Saigon il 30 aprile 1975. Il personale americano ancora presente nella capitale venne evacuato con una disperata operazione di salvataggio con elicotteri[210]; in precedenza il nuovo presidente Gerald Ford aveva pubblicamente dichiarato il disinteresse americano per le nuove e drammatiche vicende belliche.
GiapLa guerra del Vietnam si concluse quindi con la vittoria totale delle forze comuniste in tutta la regione indocinese e con il completo fallimento politico e militare americano.
Il Vietnam del Sud fu annesso al Vietnam del Nord il 2 luglio 1976.

« Ho chiesto al generale Westmoreland che cosa gli servisse per far fronte a questa crescente aggressione. Me lo ha detto. E noi soddisfarremo le sue richieste. Non possiamo essere sconfitti con la forza delle armi. Rimarremo in Vietnam. »
(Lyndon Johnson in un discorso televisivo alla Nazione il 28 luglio 1965)

Il 15 ottobre 1965, l’organizzazione studentesca “Comitato di coordinamento nazionale per la fine della guerra in Vietnam”, inscenò la prima manifestazione pubblica negli Stati Uniti, in cui vennero bruciate le cartoline di leva.

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Documento CUB Pirelli 1968

Nel ’64, come si è detto, attraverso il congegno di rivalutazione dei cottimi, Pirelli aveva preso ai lavoratori qualcosa come 13-14.000 lire al mese. Ebbene, il contratto del ’68 recuperava solo 34.000 lire. Nessun effettivo miglioramento, dunque, e nemmeno il ritorno alla condizione precedente; sì rivedevano soltanto, e parzialmente, l’orario di lavoro e le qualifiche, mentre restavano fuori i problemi dei ritmi di produzione, del cottimo e della nocività. La contrattazione del premio di produzione veniva rimandata al giugno ’69. Dopo molti anni veniva ripresa la delega sindacale (l’iscrizione al sindacato attraverso trattenute sulla busta paga), che dava modo alla direzione di avere sott’occhio tutto il quadro della situazione sindacale in fabbrica, e le facilitava di conseguenza una eventuale volontà di repressione.

LA LOTTA IN UNA NUOVA DIREZIONE
Organizzarsi                

Il malcontento lasciato dalla firma unitaria del contratto fu subito molto forte. In un primo tempo era rabbia operaia contro il sindacato (non furono pochi gli operai che allora strapparono le tessere sindacali), anche perché gli attivisti sindacali facevano a gara nel decantare i contenuti del contratto. Successivamente una pioggia di autocritiche da parte dei sindacati finiva sostanzialmente in un invito a rinnovare la fiducia, magari attraverso una presenza più assidua, “di controllo”, nelle assemblee sindacali. Ma per alcuni operai la lezione era stata definitiva: il contratto bidone era il risultato di una mancanza di visione politica dei problemi operai, mancanza di una coscienza di lotta continua e frontale con il padrone; era il risultato della ricerca del compromesso, secondo la linea portata avanti dalle centrali sindacali (attente solo ai giochi di vertice e per nulla al clima “politico” creatosi nella base operaia) disposte, anzi, a sacrificare qualunque esigenza di base in nome dell’unità di vertice.

Si fanno strada le prime proposte operaie, per dare uno sbocco politico al malcontento, si ripensa ai problemi della lotta della classe operaia, si discute per rivedere le forme in cui viene impostata. Fuori della fabbrica, operai iscritti a diversi sindacati e decisi a cominciare un lavoro nuovo nella fabbrica, cominciano ad incontrarsi, a discutere sul che fare. Si costituisce, in questo clima, il Comitato Unitario di Base della Pirelli.
I primi mesi del CUB sono duri: le sezioni sindacali fanno infatti pressioni per richiamare gli attivisti ad un lavoro all’interno, e non all’esterno del sindacato . Ma dalla discussione coi dirigenti sindacali, che partecipano inizialmente alle riunioni del CUB, dal confronto diretto con la linea del sindacato, e anche del partito, si chiarificano i termini del lavoro da intraprendere, che sarà un’azione qualitativamente diversa da quella sindacale.

A Milano, intanto, s’erano sviluppate le lotte studentesche, le quali avevano portato avanti, sia pure confusamente, l’idea dell’unità tra studenti e operai. Alla Innocenti, in particolare, il Movimento Studentesco, inserendosi nel momento della lotta, aveva contribuito ad accrescere la tensione e la combattività, e quindi a portare alla conclusione di un accordo insperato. Gli operai del Comitato Pirelli intravvedono allora la possibilità d’un lavoro politico con gli studenti. Prendono contatti personali con alcuni che appaiono più disponibili per un impegno continuo. Il CUB prende così la figura d’un organismo costituito di operai e studenti.

Sul collegamento operai-studenti

Il CUB ha realizzato un tipo di collegamento nuovo rispetto a quello teorizzato o praticato dal Movimento Studentesco. Il superamento da parte del M.S. della logica corporativistica e settoriale, il significato decisamente anticapitalista delle sue lotte avevano logicamente portato molti studenti al lavoro politico di fabbrica, luogo in cui il capitale nasce e manifesta le sue contraddizioni più evidenti, per collegarsi con la classe operaia nella prospettiva del rovesciamento del sistema. Ma il ruolo puramente strumentale svolto dagli studenti nel corso delle lotte operaie milanesi del 1968 (es.: Innocenti e Marelli) era chiaramente privo di prospettive, perché ridotto ad una semplice funzione di servizio: lo studente distributore di volantini e componente di picchetti. Nel CUB gli studenti hanno una posizione non più subordinata, ma di partecipazione in prima persona al lavoro operaio, che è lavoro politico, e in quanto tale non ammette divisioni di categorie. Inoltre la presenza degli studenti è continua, come richiede l’obiettivo anticapitalistica delle lotte studentesche e il riconoscimento che la fabbrica è il luogo di nascita del capitale. Un corretto rapporto dentro il comitato di fabbrica esige quindi una responsabilità equiparata, che vuol dire elaborazione e scelta collettiva della tattica, degli strumenti e dei tempi di lotta. Per arrivarci, all’interno del CUB sono stati decisamente respinti: l’operaismo, che attraverso il mito dell'”operaio in quanto tale” condiziona lo studente in una prudente posizione di inferiorità e ne limita l’intervento e l’azione: l’autonomia tra M.S. e movimento operaio, formula portata avanti dal P.C.I. e dalla C.G.I.L. per conservare la “egemonia” sulla classe operaia ed evitare che l’unità studenti-operai all’interno d’un organismo possa scavalcarli.

Inoltre, per quanto riguarda il M.S. “ufficiale”, c’è da dire che la collaborazione con esso si è cercata, per lo più con scarsi risultati, solo in momenti particolari (cortei o picchetti), dato che la struttura del M.S. e la sua fluidità ideologica (per non dire dell’incomprensione e dello snobismo con cui i “leaders” studenteschi milanesi hanno considerato l’esperienza Pirelli; salvo poi riempirsi la bocca dello slogan “unità operai-studenti”), non avrebbero potuto permettere ciò che al CUB si è invece voluto: che studenti e operai, cioè, abbiano la stessa funzione politica di analisi e decisione, e solo secondariamente si spartiscano i compiti, per ragioni di opportunità; i primi, infatti, hanno una maggiore disponibilità di tempo e una maggiore mobilità d’azione, e quindi assicurano meglio l’efficienza organizzativa; i secondi sono più informati della situazione della fabbrica e di conseguenza meglio collocati per l’analisi dei fatti e per avanzare proposte concrete.

Il comitato, per altro, è rimasto sempre aperto agli studenti e, genericamente, alle “forze esterne” (operai di altre fabbriche e militanti di sinistra), disposte ad accettare i contenuti del CUB e disposti a lavorare per svilupparli e realizzarli.

Metodo di lavoro del CUB

Non avendo un’ideologia precostituita, il CUB è partito da un’analisi del piano del capitale, visto non nella sua dinamica generale, ma nella sua realizzazione nella fabbrica. L’analisi dello sfruttamento in fabbrica è la base del discorso politico del comitato. E’ attraverso la discussione sulla condizione operaia nella Pirelli che si cerca di cogliere il momento politico su cui far partire la mobilitazione. Si tratta di far vedere che gli elementi presentati come componenti essenziali e inevitabili del lavoro, i ritmi, il tempista, gli ambienti nocivi, ecc., non sono altro che elementi dello sfruttamento. Sfruttamento non è solo una parola, ma una realtà che l’operaio esperimenta in fabbrica in forme ben precise. Perciò il CUB parte sempre dall’analisi della concreta condizione operaia perché si vada oltre la semplice espressione di malcontento e si arrivi ad impegnare la lotta frontale contro lo sfruttamento e le sue cause. Da quando è iniziato il fenomeno della formazione di piccoli gruppi a sinistra del P.C.I., molti di questi hanno tentato un intervento in fabbrica (Quaderni Rossi, Avanguardia Operaia, Potere Operaio, Classe Operaia, Marxisti-Leninisti, P.C. ecc.).

La critica che il CUB muove al tipo d’intervento di questi gruppi, tra i quali non si è mai lasciato comprendere, consiste nel fatto che essi agiscono dall’esterno, malgrado le loro intenzioni, perché partono da analisi teoriche concluse o da esigenze ideologico-politiche irrinunciabili, che poi tentano di tradurre in linee di lotta e piattaforme rivendicative. Per lo più trovano scarso ascolto presso gli operai. A giudizio del CUB, il motivo della mancata risposta agli interventi esterni da parte della classe operaia, può essere questo, che il punto di partenza reale (e non di puro pretesto) deve essere la particolare e concreta condizione in cui gli operai conoscono lo sfruttamento capitalistico. Né l’azione né la teoria possono prescindere da ciò, per non essere irreali e dogmatiche.

Rivendicazioni economiche e obiettivo politico della lotta

Il CUB intende sviluppare la sua linea politica aderendo alla condizione operaia della fabbrica, verificando i contenuti e gli strumenti di lotta ai vari livelli della coscienza operaia. Questo non vuol dire che si “viva alla giornata” o che si sostenga un sindacalismo a tutti i costi vincente; rimane fermo che il discorso è politico. La lotta che il CUB intende sostenere è una lotta per il “potere operaio”. L’attacco al padrone se deve essere generale, deve anche e può passare per vari momenti: le contraddizioni del piano padronale scoppiano solo quando l’operaio comprende che ogni suo bisogno economico è soltanto un momento di una defraudazione più generale e che i suoi bisogni economici possono trovare soddisfazione attraverso una lotta generale per la presa del potere. La prospettiva è chiara ed elementare: si contesta al padrone il potere decisionale nei singoli punti in cui esso si attua. La lotta solo rivendicativa è fallimentare in partenza. Sono i contenuti politici i soli capaci di generare un rifiuto generale delle condizioni economiche. La prospettiva politica si riempie di contenuti rivendicativi, ma non s’identifica con essi. E’ fondamentale, invece, cercare di volta in volta i contenuti rivendicativi, i bisogni economici capaci di assumere concretamente significato politico.

Esempio: non ci si batte per una regolamentazione del cottimo o per un miglioramento dell’ambiente di lavoro ma attraverso la contestazione del cottimo o dell’ambiente nocivo, si contesta il potere decisionale al padrone (prima della lotta è Pirelli a decidere i ritmi o a stabilire i limiti della nocività nella lotta è l’operaio a decidere i ritmi, a rifiutare il lavoro se esso porta danno alla salute, ecc.). Il che vuol dire saper individuare i punti precisi in cui si attua la “politica” dello sfruttamento, conducendo assieme la lotta rivendicativa e la lotta politica. Ogni rivendicazione è integrabile, ma se la prospettiva di lotta è politica, è possibile rifiutare le lotte eversive e creare dei momenti e luoghi di lotta rivoluzionaria. Nella situazione attuale assistiamo come è noto, a una divisione tra il momento economico della lotta, gestito dai sindacati, e il momento politico, gestito dai partiti operai. Ma è invece proprio l’unione tra la lotta economica e quella politica che può mettere in crisi la società capitalistica. Infatti, la lotta economica è feconda soltanto se si combatte il piano generale della politica padronale, nella fabbrica e nella società (lotta politica), anzi, se scaturisce direttamente da quella politica: d’altra parte il momento politico non può separarsi, senza deperire, dalle lotte economiche. Inoltre è la coscienza operaia dei propri interessi e diritti sul luogo di lavoro che porta alla lotta generale nella società, e viceversa. Quando, come ora, il momento politico è affidato ai dirigenti di partito e il momento economico ai dirigenti sindacali, c’è il rischio che la classe operaia diventi estranea ad ambedue i processi. Senza contare che i dirigenti si trasformano in burocrazia di partito e burocrazia di sindacato.

Il CUB è un tentativo di ridare alla classe operaia il suo ruolo di soggetto sia della lotta economica, sia della lotta politica. Da quanto scritto fin qui risulta chiaro che il CUB non ha mai voluto proporre se stesso come struttura organizzativa alternativa al sindacato, non si è perciò neanche proposto di fare un’analisi o una critica puntuale dell’operato del sindacato, ha invece discusso del ruolo oggettivo del sindacato e nel suo documento programmatico si legge: “inserimento degli organismi sindacali all’interno di questo piano (del capitale – n.d.r.) e quindi ingabbiamento delle lotte anche attraverso lo strumento sindacale. I sindacati infatti devono sempre più funzionare oggettivamente da gestori dei contratti, devono essere sempre disponibili prima alla trattativa e soltanto dopo alla lotta (questo è il senso dell’accordo-quadro di cui tanto si parla e su cui torneremo in un documento successivo). La C.I. stessa deve essere subordinata al sindacato centrale e questi essere inserito attivamente nella programmazione. Le commissioni paritetiche, che peraltro per ora non funzionano, risultano armi di ricatto antioperaio in quanto possono intervenire solo nei casi di sopruso evidente e sono, per lo più, in mano padronale in quanto la metà è formata da dirigenti e la metà (ma sappiamo che è sempre possibile comprare qualche ruffiano) da rappresentanti operai”. Il sindacato gestisce il contratto e propone la lotta sempre per arrivare a delle contrattazioni e dopo che c’è stato un avvio di trattative. Il sindacato di fatto è nella logica del sistema capitalistico, perché tende a stringere ed esaurire la combattività operaia tra l’avvio e la conclusione delle trattative.

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Maelstrom

Ho aperto questo blog per rendere fruibili tutti i documenti che non sono riuscito ad inserire nel mio libro Maelstrom, appena uscito per Derive Approdi. Non troverete ancora tutto, perché il sito è in costruzione.           Pazientate!

“Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa…  Statene certi… alla fine nulla resterà impunito”.    dai muri d’Italia, anni ’70
Sì, sì! e io la inseguirò oltre il Capo di Buona Speranza, oltre il Capo Horn, oltre il Maelstrom di Norvegia e oltre le fiamme della perdizione prima di arrendermi. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per dare la caccia a quella Balena Bianca sulle due sponde del continente e in ogni angolo del mondo, fino a che non sfiaterà sangue nero e non avrà le pinne all’aria. Cosa ne dite, marinai, volete mettere le mani su tutto ciò, oppure no?”    (Herman Melville, Moby Dick, Cap. XXXVI)
“In cinque minuti l’intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [..] il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all’improvviso in frenetiche convulsioni – gonfiandosi, ribollendo, sibilando – roteando in innumerevoli , giganteschi vortici…”
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)
Per chi ama il JAZZ. Nel 1953 Lennie Tristano compose ed eseguì un brano ispirato al racconto di E.A. Poe.  Il brano prese lo stesso nome: A Descent into the Maelström. Questo brano, concepito ed eseguito con il pianoforte in modo straordinariamente innovativo, fu pubblicato soltanto nel 1979, l’anno dopo la morte di Tristano, quando già molti pianisti si erano incamminati per quella strada.  Si può ascoltare qui (3′ 26”)
“Il maelström! Poteva forse suonarci all’orecchio un nome più spaventoso? [..] Non so come il canotto sfuggì al formidabile risucchio del maelström, ma quando rinvenni mi trovai coricato nella capanna di un pescatore delle Lofoten”.        (Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari)

SOLIDARIETA’ MASSIMA ALLA POPOLAZIONE DELLA VAL DI SUSA IN LOTTA CONTRO  LA LINEA ad ALTA VELOCITA’!!!

La loro lotta è la nostra lotta! 

Libere tutte e tutti

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